L’igiene naturale, un modo di mangiare in linea con il pianeta

L’igienismo ha radici antichissime, si tratta di uno stile di vita e in particolare di un’alimentazione in linea con il pianeta e tesi a conquistare e mantenere uno stato di salute che non è semplicemente assenza di malattia. Anche in Italia si sta diffondendo, benché gran parte della gente ne sappia ancora pochissimo. A entrare nel merito è Marìca Spagnesi, che ha scelto proprio questa strada. Marìca insegna italiano agli stranieri e da tempo pratica, convinta, il downshifting.igienismo_alimentare

Sempre più spesso parlando con amici, conoscenti o parenti, mi si chiede cosa sia esattamente l’igiene naturale e cosa significhi nella mia vita di tutti i giorni essere un’igienista. Mi piace molto quando questo succede perché mi dà la possibilità di esprimere le mie sensazioni, condividere le mie intuizioni e le mie piccole ma continue scoperte nell’alimentazione. Eppure l’igiene naturale non è solo alimentazione ma molto di più. Spesso l’approccio che hanno gli altri con me quando lo sanno è di curiosità. Qualche volta ne hanno sentito parlare e pensano che sia una dieta, un’alimentazione restrittiva, un regime dettato da un credo religioso o da manie di pulizia di qualche genere. L’igiene naturale non è una dieta dimagrante né purificante, disintossicante o cose del genere. L’igiene naturale è un modo di alimentarsi e quindi di vivere in modo completo, naturale, semplice, essenziale, salutare. Questo non ha niente a che vedere col dimagrire o con una dieta che guarisca una qualche malattia in particolare. La mia risposta a chi mi chiede cosa dovrebbe fare se ha questa o quella malattia è sempre che non lo so e che l’igiene alimentare è molto oltre questo modo di approcciare la questione. Per me igiene naturale significa essenzialmente autonomia, impegno personale, ricerca, scoperta, salute, semplicità. Autonomia perché richiede una volontà personale di essere autonomi e di scoprire personalmente la propria strada attraverso un percorso lungo e meditato. Percorso soggettivo e diverso da persona a persona che può essere condiviso, naturalmente, ma è necessario che sia frutto di una consapevolezza interiore che va di pari passo con ciò che si mangia. Autonomia dal ricorso costante e puntuale ai farmaci considerandoli quasi l’unica via possibile per qualunque nostro disturbo, autonomia dalla figura del medico alla quale ricorriamo sempre e comunque delegandogli, con una fiducia spesso incondizionata e senza discussione, tutta la nostra salute. Sappiamo che moltissime malattie sono causate dal nostro stile di vita e dalla nostra alimentazione. Esse quindi non sono un caso o, almeno, spesso si potrebbero evitare o prevenire. L’igiene naturale non è una cura ma si occupa di mantenere, attraverso l’alimentazione e uno stile di vita sano, un sistema immunitario il più possibile efficiente che sia nelle condizioni, al momento giusto, di difenderci dalle malattie che ci colpiscono. Si tratta, quindi, di un percorso di estrema consapevolezza, che ci rende attivi e non passivi, che sveglia il nostro senso del gusto, cambiandolo in meglio, verso un ritorno all’essenza del nutrimento. L’igiene naturale non è eliminare questo o quell’alimento dalla propria alimentazione ma, al contrario, un vero e proprio percorso di liberazione da ciò che non fa parte di un’alimentazione semplice, secondo natura, meno trasformata possibile e meno cotta possibile. Eliminare dai propri cibi il sale, lo zucchero, il caffè, le farine raffinate, il latte e i suoi derivati, la carne in tutte le sue forme e ogni cibo animale non è affatto una limitazione ma, al contrario, una scoperta di nuove possibilità e una liberazione da ciò che ci rende dipendente e che danneggia il nostro corpo. Nutrirsi di cibi completamente resi irriconoscibili da sale e zucchero significa perdere il gusto, poco a poco, del cibo naturale, così com’è e che non ha bisogno di nulla per essere gustato. L’giene naturale rende inutile il supermercato. Chi si alimenta in questo modo ha bisogno di un orto (ma non è indispensabile), di negozi in cui acquistare cereali o semi integrali, cereali senza glutine (anche se questo non è  necessariamente igienista) come amaranto, miglio e quinoa,  di un posto in cui acquistare frutta e verdura da mangiare preferibilmente crude. Essere igienisti, perciò, è estremamente in linea con il nostro pianeta e con le sue necessità oltre che con il nostro corpo, con ogni singolo organo che lo compone e con la nostra mente. L’igiene naturale è uno stile di vita e di alimentazione in linea con il pianeta. Con un’alimentazione di tipo vegancrudista si contribuisce a ridurre l’impatto sull’ambiente. Il consumo di carne e di altri prodotti animali come uova e latte è responsabile di deforestazioni e devastazioni ambientali che derivano dalla produzione e dall’allevamento di animali in modo intensivo senza alcun riguardo ecologico né etico. Senza parlare del consumo di acqua, di terra e di energia che questo comporta e dell’impatto sulla vita delle persone che vivono nei paesi in cui questi scempi vengono perpetrati. Un’alimentazione igienista non può non condizionare anche il pensiero. Quando mangiamo secondo ciò che sentiamo e quando sentiamo di stare bene, percepiamo chiaramente che il nostro corpo sembra ringraziarci, che tanti dei nostri disturbi e molte delle nostre patologie sono sparite o stanno migliorando, allora anche il nostro pensiero cambia. E’ come se anche i pensieri avessero bisogno del cibo giusto e come se questo avesse il potere di condizionarli. O almeno questo è quello che succede a me. L’igiene naturale porta all’unità di mente e corpo perché ciò che desideriamo e che ci piace è esattamente ciò che ci fa stare bene. Senza divisioni. Si tratta di una rivoluzione verso il benessere, la serenità e la chiarezza: il primo scalino per sentirsi felici.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Annunci

Smartphone o smart life? Mangialo se ci riesci

Questo articolo, per la prima volta ideato e realizzato a quattro mani con il progetto Llht (Low Living High Thinking), intende ridicolizzare la follia della corsa all’iPhone6, proprio nel giorno del suo lancio sul mercato italiano. E propone una campagna “militante” semplicissima: non compratelo.iphoneburger

I HAVE an iPhone or I AM an iPhone? Perdonate l’inglesismo, ma, come ben si sa, rende per l’efficacia della sintesi. E in questo caso la domanda non è pellegrina. Sei un iPhone o hai un iPhone? O forse, ed è qui la genialata, non c’è più differenza! Allora, dai, svegliamo qualche punto di vista addormentato… lo vogliamo svegliare con la nostra campagna che oggi prende ufficialmente il via: “Smartphone o smart life? Mangialo se ci riesci!”. Così, giusto per accogliere a modo nostro il fiammante iPhone6. Chi di inglesismo ferisce, di inglesismo perisce? Noi corriamo il rischio, anche perché iPhone non è nemmeno più un termine inglese, è uno “status della mente”. Oggi arriva anche in Italia il “per sei volte nuovo” iPhone della Apple: cool, giovane, easy, sexy, cult e chi più ne ha più ne metta. Già, perché il marketing del compianto Steve Jobs e delle leve che ha “coltivato” ha puntato su tutto ciò nel momento più favorevole per farlo, un momento in cui il pensiero critico non esiste e il pensiero normale si riduce a uno spot, a un sms, a un post, a un device, ma che sia firmato e non da sfigati, per distinguersi (?!) in un seppur nulla assoluto. L’atto del consumo in sé è cool, ma lo è ancor di più se l’oggetto del consumo rappresenta uno status che si trasferisce a chi quell’oggetto lo possiede. Allora LLHT e Il Cambiamento, nel giorno del sesto exploit annuale consecutivo della Apple, lanciano la campagna “SmartPhone o smart Life? Mangialo, se ci riesci!”. Cosa dice e intende questa campagna? Invita tutti quelli che leggeranno queste righe a NON ACQUISTARE l’iPhone6. Se vi viene il prurito alle mani o al portafoglio, significa che vivete già la frenesia. Ma questa critica non vuole limitarsi all’iPhone della Apple, ci mancherebbe! No, vogliamo dargli una prospettiva più ampia: pensiamo sia assurdo e ridicolo idolatrare oggetti di consumo, farsi accecare da essi riconoscendo loro un contenuto di “verità” che non hanno affatto. Ed ecco la riflessione di Paolo Ermani, che sempre ci accompagna nel tentativo di informare e raccontare. “Chissà quali fini distinguo o quali disquisizioni faranno tutti coloro che dicono che siamo al collasso economico nel vedere file di persone non ad assaltare i forni per il pane ma i negozi della Apple per comprare un cellulare da oltre 700 euro, simile a quello che hanno già in tasca. Voglio proprio vedere cosa ci si inventerà per dire ancora che siamo senza un euro e poi gli euro li spendiamo tranquillamente per una cosa che non è né indispensabile, né utile alla nostra sopravvivenza, cui occorrerebbe pensare se fossimo allo stremo. Chissà quali scuse, e quanto banali, accamperanno i milioni di persone che sostengono di subire la crisi economica ma che allo stesso tempo non possono certo (!) privarsi di un attrezzo tanto indispensabile. Il ragionamento è: se ce l’hanno gli altri, lo devo avere assolutamente anche io, altrimenti mi sento povero. E poi come faccio a impressionare gli amici, la fidanzata, il fidanzato se non mi posso nemmeno permettere di avere l’oggetto del desiderio di tutti! Non posso mica fare la figura di quello che rimane indietro, dello sprovveduto. Abbiamo già affrontato la questione in un altro articolo ma qui ci vogliamo soffermare su un altro aspetto e cioè quanto la nostra vita ormai stia diventando sempre meno smart, visto che stiamo delegando tutto ciò che questo termine significa ad accessori che sono diventati nostre protesi. Sembrerebbe che la nostra intelligenza sia inversamente proporzionale a quella del nostro cellulare: più aumenta la sua, più diminuisce la nostra. La dipendenza dal cellulare o comunque da questi aggeggi elettronici è diventata ormai drammatica. Senza di loro si è velocemente nel panico, al confronto la coperta di Linus è uno scherzetto; forse lui la abbandonava quando andava a dormire, il nostro cellulare è inseparabilmente vicino a noi anche la notte. Da test scientifici è emerso che persone private del loro “cordone ombelicale elettronico” si sono sentite morire dopo un paio di giorni, erano perdute, non più in grado di andare avanti. Si sono registrati effetti simili a quelli di un’astinenza da droga pesante. Ci si chiede cosa farebbero queste persone se avessero problemi seri, visto che vanno letteralmente in tilt solo perché non hanno più con loro la protesi. Tutto passa attraverso il cellulare: rapporti, sentimenti, lavoro, relazioni, tutto sta diventando virtuale e artificiale. La vita dentro una scatoletta piatta luminosa con un sacco di roba dentro. Una vera e propria idolatria verso oggetti di consumo di massa che sembrano farci avere il mondo in tasca. Ma il mondo è assai più complesso, vivo e pulsante di uno schermo tutto fare. Sembriamo letteralmente impazziti, ipnotizzati da questi giochetti elettronici. Abbiamo inserito chi li ha inventati fra i grandi della storia ma non credo che ci sia molto da gioire nel diffondere ovunque un attrezzo che costa soldi, energie, sudore, sofferenza, sangue e materie prime preziose in quantità rilevante. Se non ci fossero schiavi che lo producono, eserciti che proteggono e rubano le materie prime necessarie al suo funzionamento, costerebbe dieci volte di più e lo comprerebbero solo ricchi eccentrici. E cosa faranno le persone quando gli schiavi o le materie prime non saranno più disponibili così facilmente? Come faranno senza la loro droga smart? Negli Stati Uniti ci sono segnali che ammoniscono di fare attenzione vicino alle strisce pedonali perché la gente viene falciata dalle auto mentre consulta il suo telefono. In Italia ormai le stesse scuole guida hanno un capitolo a parte per “guida con cellulare”. Autentici criminali che mettono in pericolo la propria e altrui vita perché guidano con il cellulare, rispondono, mandano sms consultano la posta che sarà cosa sicuramente più importante che investire il malcapitato o provocare drammi, per un maledetto sms…. E gli incidenti dovuti a questa prassi aumentano vertiginosamente. Addirittura si vedono persone in moto o motorini che guidano con una mano e con l’altra parlano al cellulare. E che dire della mania ridicola del cosiddetto selfie? Se non è follia tutto ciò non so cosa lo può essere? La pubblicità è così pervasiva e forte che ci fa sembrare assolutamente indispensabile comprare questi aggeggi come se fossero decisivi per la nostra vita. Presentazioni a livello mondiale come se stesse arrivando un nuovo messia sulla terra, code di fronte ai negozi, febbre che sale nell’attesa. Stiamo perdendo completamente il senso della misura, delle cose, della realtà. Ma quando la follia imperversa non si può fare altro che opporsi con una chiara presa di coscienza e con gesti concreti. Quindi non comprate l’IPhone 6 né i successivi cloni, a maggior ragione se date un minimo di senso ai vostri soldi. Il cellulare che avete in tasca e quelli che avete nei cassetti della vostra casa vanno già benissimo ora e vi dureranno per altri dieci o venti anni. Poi magari un giorno si ricomincerà a guardare le stelle, il mare, il cielo, il volto degli altri e si vedrà che c’è vita oltre lo schermo”.
Fonte: ilcambiamento.it

No Logo - Libro
€ 11

Guida al Consumo Critico 2012

Voto medio su 1 recensioni: Buono

€ 18.5

Mangiare pollo trattato con antibiotici ci rende resistenti ai farmaci?

Il pollo proveniente da allevamenti intensivi è trattato con antibiotici e secondo uno studio presentato dal Centro per la Scienza e l’Ambiente (CSE), una associazione no profit indiana, i consumatori regolari di carni avicole potrebbero sviluppare una resistenza a questi farmaci

pollo-antibiotici-620x350

Il Centro per la Scienza e l’Ambiente, associazione no profit indiana ha condotto uno studio sulla presenza degli antibiotici nella carne di pollo. Ebbene nel 40% dei campioni di pollo acquistati a New Delhi ha riscontrato la presenza di residui dei farmaci. La scoperta evidenzia la necessità di migliorare gli standard di settore e sebbene la quantità di antibiotici presente in ogni campione non fosse molto elevata, ha destato comunque preoccupazione tra gli esperti. Infatti a poter subire le conseguenze più pesanti sarebbero i consumatori regolari arrivando a sviluppare uan forma di resistenza agli antibiotici. In altre parole, mangiare pollo contenente tracce di questi farmaci nel corso di un lungo periodo di tempo potrebbe renderci immuni agli antibiotici prescritti per il trattamento di malattie comuni.

Lo scorso anno alla medesima conclusione giungeva l’inchiesta pubblicata da Altroconsumo che evidenziava:

Abbiamo analizzato 250 campioni di petti di pollo, cercando alcuni particolari batteri (della famiglia Enterobatteriacea), più inclini di altri a sviluppare un meccanismo di resistenza agli antibiotici. Li abbiamo trovati nell’84% dei 45 campioni comprati in Italia, a Milano e a Roma. I risultati del nostro test dimostrano che il problema della resistenza agli antibiotici è molto diffuso ed è strettamente legato al tema della sicurezza alimentare: occorre migliorare il monitoraggio dell’uso di questi medicinali in ambito veterinario con sistemi di sorveglianza più severi.chicken-620x300

Riferisce il dottor Devi Shetty chirurgo cardiaco a Bangalore che ha condotto uno studio sulla resistenza agli antibiotici presso il suo ospedale, che circa il 10% dei pazienti che ha analizzato sono risultati immuni agli antibiotici:

Queste sono persone non hanno mai preso un antibiotico prima poiché vivono in villaggi rurali e dunque abbiamo iniziato a pensare che la causa era da ricercarsi nel cibo di cui si nutrono. Se si sta mangia pollame su base giornaliera allora il rischio diventa più elevato.

Oggi sappiamo già che il trattamento di malattie mortali come la sepsi, polmonite e tubercolosi con fluorochinoloni (antibiotici sviluppati proprio contro le forme di resistenza) sta diventando difficile, perché i microbi che causano queste malattie stanno diventando sempre più resistenti. Nonostante ciò però da parte degli allevatori sembra non esserci nessuna remora nell’uso abbondante e continuo dei farmaci sul pollame. Con l’approvazione dell’accordo TTIP rischiamo di trovarci altro pollo allevato con metodi intensivi proveniente dagli Usa peraltro disinfettato con il cloro. Ma veniamo ai consigli per difenderci come consumatori. La prima scelta riguarda l’acquisto di polli provenienti da allevamenti biologici e dunque cresciuti all’aperto e nei tempi previsti per la loro naturale maturazione, ossia 6-8 mesi. Il punto è che questa carne non la si trova a basso prezzo quindi per una sana alimentazione conviene sceglierla a patto che la si consumi in maniera moderata. Certamente una scelta etica prevede invece che sia totalmente eliminata assieme alla carne rossa e a ogni derivato animale preferendo la dieta vegana, più salutare e rispettosa del Pianeta.

Fonte:  Times Of India
Foto | Down to Earth, CSE@facebook

Nopal: le foglie di cactus si possono mangiare

Le foglie del cactus Opuntia, in Italia impropriamente chiamato “d’India”, rappresentano un’ottima opportunità nutrizionale.

Quando le idee sulla geografia del pianeta erano ancora piuttosto confuse, gli europei chiamarono questa pianta Fico d’India, mentre sarebbe più appropriato chiamarlo cactus del Messico, visto che in questo paese dalla straordinaria biodiversità esistono 114 specie del genere Opuntia, quasi tutte commestibili. Non si sta parlando dei frutti (ne parlerò in un altro post), ma delle foglie: a dispetto delle apparenze, le foglie giovani sono tenere e gustose e con ottime proprietà nutrizionali: elevati valori di calcio, potassio, manganese, vitamina A e C. Le proteine sono presenti in piccola quantità (1,5%), ma sono di ottimo valore biologico. La resa della coltivazione della foglia di Nopal sembra essere molto elevata (1), e per questo potrebbe rappresentare un ottimo integratore alimentare per molte popolazioni, non solo in America, ma anche in altre parti del mondo caratterizzate da scarsa sicurezza alimentare. La foglia di Nopal non viene solo consumata fresca, ma è possibile ottenerne una farina, a maggiore conservazione. La coltivazione richiede anche un discreto livello occupazionale di 1-2 persone per ettaro. La raccolta delle foglie di cactus è più remunerativa per i contadini rispetto alla raccolta dei frutti, perché avviene tutto l’anno e non solo nei mesi estivi. La coltivazione richiede la lotta contro le lumache  (vedi la gallery), che si cibano delle foglie e della cocciniglia (2) che pure le infesta. Purtroppo la lotta biologica non è ancora diffusa e assestata, per cui in Messico è abbastanza comune l’uso dei pesticidi.

Nopal-1

(1) Ritengo tuttavia la cifra di 300 t/ha fornitaci da un coltivatore di Nopaltepec, decisamente esagerata. Secondo la FAO, rese di 125 t/ha si possono ottenere per uso foraggio, se tutta la pianta viene utilizzata e non solo le foglie superiori.

(2) Dalla cocciniglia è possibile estrarre un colore rosso brillante, che era usato ampiamente dalle colture mesoamericane. Ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta.nopal-2-lumaca

nopal-3-cocciniglia

nopal-4-potatura

nopal-5-taglio

Fonte: ecoblog.it

OGM, la lista di 400 marchi privi di organismi geneticamente modificati

Mangiare cibi privi di OGM in Europa è difficile poiché in Europa entro la soglia dello 0,9% di presenza non va dichiarato in etichetta. Dagli Stati Uniti arriva una lista di 400 prodotti OGM free e alcune marche sono conosiute anche in Europa

Le filiere di approvvigionamento degli alimenti sono complesse come ci ha insegnato la storia dei lasagne con carne di cavallo: i prodotti industriali si affidano a materie semilavorate che poi assemblano nelle loro fabbriche. Molto spesso rintracciare ogni singolo ingrediente è complicato e a carico delle aziende che hanno voglia di investire (come il caso di Heracles il naso elettronico della Coop, ad esempio) ciò perché la direttiva europea ammette la non indicazione in etichetta della presenza di OGM al di sotto della quantità per ingrediente dello 0,09%. In Europa circolano 14 prodotti OGM autorizzati per l’alimentazione umana. Negli Usa l’associazione NON GMO Project ha messo su una task foce che analizza i singoli prodotti inseriti poi in un database che al momento conta 400 marchi accertati essere senza OGM. Per la maggior parte sono prodotti provenienti da agricoltura biologica e la lista di circa 15 mila prodotti per 400 marchi è consultabile anche su iPhone grazie a una App dedicata.458551297-620x350

In effetti in Europa, come negli Stati Uniti non c’è un indicazione chiara per i consumatori che indichi in maniera trasparente se ciò che vanno ad acquistare sia privo di OGM: ultimo in ordine di arrivo il miele, per cui l’Europa ha ribadito il no all’indicazione in etichetta di pollini contaminati OGM. Notiamo una serie di indicazioni come No OGM o OGM FREE che non hanno alcun valore scientifico ma servono piuttosto al marketing. Come sapere allora se il latte di soia o il mais che stiamo acquistando sia davvero privo di OGM? Nel 2012 Altroconsumo fece analizzare 98 prodotti in Italia non trovando nel 90% dei casi tracce di OGM ammettendo però che poteva essere un difetto dei test usati mentre la FAO qualche giorno fa ha pubblicato un rapporto in cui ha verificato l’aumento dell’incidenza di contaminazione degli OGM sui prodotti alimentari convenzionali. La prima scelta è di rivolgersi verso i prodotti biologici per cui è in atto una vera e propria guerra da parte delle multinazionali che provano con ogni mezzo mediatico a screditarli (non sono sicuri, fanno male, non sono nutrienti ecc. ecc). Una seconda scelta riguarda l’informazione, ossia consultare le liste che associazioni ambientaliste periodicamente vanno a testare i prodotti in cui non vi è presenza di OGM. Un modo per essere sicuri di tenere gli OGM fuori dal piatto è di smettere di mangiare alimenti trasformati. Ciò eviterà quasi tutti OGM con una varietà di altri ingredienti pericolosi. Meglio ancora sarebbe riuscire a produrre il proprio cibo e imparare a nutrirsi di ​​germogli di girasole biologici, di verdure fatte in casa e fermentate oppure di ortaggi acquistati a Km zero e da coltivatori di fiducia, così come i legumi e altri prodotti della campagna.

Fonte: NON GMO Project

Cosa puoi fare per aiutare il pianeta (almeno una volta alla settimana)

Smettere di mangiare carne una volta alla settimana non è naturalmente sufficiente per diventare sostenibili, ma almeno è un buon inizio per tutti i consumatori incalliti di proteine animali

Dopo la proposta radicale dell’ abolizione della carne, torna l’idea assai più moderata dei lunedì senza carne (meatless monday), diffusa a suo tempo da Paul McCartney e ripresa in Italia anche dalla LAV con i mercoledì senza carne. Il video qui sopra mostra i benefici effetti in termini di riduzione delle emissioni di CO2 che possono derivare dal ridurre di un settimo i nostri consumi di prodotti animali. Non si tratta però solo della CO2, perchè la produzione mondiale di carne ha un elevato impatto anche sulla deforestazione, i consumi di acqua e di energia. Il consumo mondiale di carne è cresciuto esponenzialmente con un tempo di raddoppio di 25 anni, il che significa che negli ultimi 50 anni esso è quadruplicato (dati FAO). Quanto a lungo possiamo pensare che il pianeta possa sopportare questa crescita?

Tanto per dirla tutta, non mangiare carne per un giorno alla settimana è di gran lunga insufficiente dal punto di vista ambientale. Per essere realmente sostenibili,  i giorni senza carne dovrebbero avvicinarsi più ai cinque-sei alla settimana (1), ma iniziare a smettere per  almeno un giorno è un buon inizio.Lunedì-senza-carne

(1) Come ho dettagliato nel libro Un pianeta a tavola, possiamo considerare sostenibile un allevamento che faccia uso solo di prati e pascoli non adatti alla coltivazione per uso umano diretto, il che ridurrebbe il consumo a circa il 25-30% dell’attuale. Si tratta quindi di circa 3-4 pasti alla settimana.

Fonte: ecoblog

Mini-guida alle tecniche di conservazione domestica

Immagine

 

Conservare correttamente i cibi è una regola fondamentale del mangiar sano; una regola che deve essere applicata ed osservata scrupolosamente per evitare che lo sviluppo di alcuni microrganismi – soprattutto patogeni – possa deteriorare anzitempo i nostri alimenti alterandone le proprietà organolettiche. Un problema che riguarda soprattutto i cibi freschi, primi fra tutti frutta e verdura, che molto spesso  finiscono nel secchio dell’immondizia prima che possano essere consumati. Dunque, conoscere e mettere in pratica le principali tecniche di conservazione ‘casalinghe’ degli alimenti vuol dire mangiare e vivere benesprecare meno e rispettare l’ambiente. Vediamo quali sono i metodi più semplici ed efficaci per conservare al meglio le nostre verdure (crude o cotte) e la frutta. Per prima cosa occorre sapere che sin dall’antichità i migliori alleati delle casalinghe (soprattutto quando frigoriferi e freezer non esistevano!) sono acqua, sale, aceto, olio e zucchero. Tutti ingredienti naturali, facilmente reperibili e dalle straordinarie proprietà conservanti.

VAPORE. Attraverso il vapore, ad esempio, si possono sterilizzare adeguatamente i barattoli dove riponiamo le nostre verdure a crudo o cotte. Nel primo caso è sufficiente portare a bollore i vasetti ben chiusi, nel secondo, prima di procedere alla sterilizzazione, le verdure devono essere sbollentate in acqua salata, riposte nel vaso e ricoperte con altra acqua già ‘bollita’ e raffreddata.

OLIO. L’olio extra-vergine di oliva è un ottimo ingrediente per la conservazione di cipolline, peperoni, funghi e ortaggi vari  che così conservati si trasformano in succulenti contorni per accompagnare i nostri piatti. Prima di passare all’invasamento è opportuno sterilizzare i barattoli per eliminare i microrganismi, adagiare le verdure ben pressate all’interno e coprirle con l’olio in modo da non lasciare spazi vuoti. Durante il consumo si può procedere con dei piccoli rabbocchi per mantenere alto il livello il livello dell’olio. Stesso procedimento per la conservazione sott’aceto (preferibilmente di vino bianco o di mele) che esalta il sapore di carote, cetriolini e giardiniera, evitando la formazione di sgradevoli (e pericolose) muffe.

ACETO. Ricordate di scegliere con cura anche i materiali utilizzati per la preparazione e la conservazione degli alimenti. Se decidete per la cottura in acqua o aceto, utilizzate pentole in acciaio inox o in pirex, mentre per i barattoli optate per quelli a chiusura ermetica che possono essere utilizzati più volte con un’opportuna manutenzione.Immagine3

SALE. Anche il sale e la salamoia possono trasformarsi in validi alleati per la conservazione di alcune verdure come capperi, olive, zucchine ecc. Il sale, infatti, assorbe l’umidità degli alimenti preservandone la freschezza anche per tutto l’anno. Per quanto riguarda i contenitori, potete scegliere i classici barattoli in vetro, in coccio o in legno. Ricordate di sistemare la verdura a strati alternati al sale, arricchendo il tutto con le vostre erbe aromatiche preferite.

La salamoia home made, invece, si prepara facendo scaldare dell’acqua e sale (1 l di acqua ogni 100 gr di sale). Un metodo infallibile per preparare la salamoia consiste nel far scaldare l’acqua in un pentolino, aggiungere gradualmente il sale grosso e immergere nell’acqua una piccola patata intera. Continuando a mescolare, attendete che il sale sia completamente sciolto prima di aggiungerne dell’altro e una volta che la patata sarà venuta a galla la vostra salamoia sarà pronta all’uso.

MARMELLATE. Chiudiamo con la frutta, che può essere conservata sottoforma di confettura o marmellata. In entrambi i casi occorrerà cuocerla per 2-3 ore in una pentola molto capiente con una quantità di zucchero pari alla metà del peso della frutta impiegata o, a seconda dei gusti e dei frutti utilizzati, leggermente inferiore. Per un risultato ottimale la cottura deve essere dolce, lenta e graduale, per dar tempo allo zucchero di sciogliersi e alla pectina (sostanza naturale della frutta) di addensare il composto. Durante la preparazione occorre mescolare continuamente ed aggiungere un po’ di succo di limone appena spremuto. Una volta che la vostra confettura avrà raggiunto la giusta consistenza, potete procedere al trasferimento nei barattoli sterilizzati ancora caldi per evitare che lo shock termico danneggi il vetro. Una volta riempiti fino all’orlo, i vasetti devono essere chiusi ermeticamente e rovesciati per 10 minuti affinché si crei l’effetto ‘sottovuoto’ (in alternativa potete immergerli in acqua bollente per 5 minuti). Ricordate che è buona norma scegliere sempre frutta e verdura di stagione, meglio se bio, e lavarla accuratamente sotto l’acqua per eliminare le tracce di pesticidi. E per non sbagliare rammentate di corredare i vostri barattoli con etichette riportanti il nome del prodotto e la data.

Semplice, no?!

Fonte: Tuttogreen

Camminare e mangiare: in Italia è boom di mangialonghe

Un fitto calendario di manifestazioni dall’inizio della primavera alla fine dell’estate

P4075112-620x350

 

Il dubbio se si cammini mangiando o se si mangi camminando è uno sterile sofisma. Piuttosto l’esplosione delle camminate dove si fa sosta in cascine e agriturismi per assaporare le specialità locali sta diventando una vera e propria moda che rifiorisce ogni anno in primavera. L’idea è semplicemente geniale: unire l’epicureismo degli amanti del buon cibo all’attività fisica, in modo che la camminata legittimi gli spuntini e/o le abbuffate e viceversa. In quanti piangono lacrime di coccodrillo nei week end casalinghi dove l’unico percorso è l’andata/ritorno divano-sedia! Le camminate solitamente vengono “tarate” su di una distanza adatta alle famiglie, dai 4 ai 10 chilometri, quanto basta per portare in pari il bilancio calorico o, quantomeno, per dare l’idea di un pareggio di bilancio di montiano rigore. I momenti più appetibili e appetiti sono ovviamente le soste: anche i più sedentari si trasformano in veri e propri emuli di Stefano Baldini e Gelindo Bordin fra uno stop mangereccio e l’altro. In palio nessuna medaglia d’oro, argento, bronzo e cartone ma l’ambito sostegno eno-gastronomico alla camminata. La contemplazione del paesaggio e della natura che accoglie queste camminate è spesso subordinata ai piaceri del palato. Il percorso è studiato scientemente con antipasti, stuzzichini, primi, secondi e dolci e con soste enologiche. Più l’iscrizione è costosa più il menu è articolato e le soste frammentate. La regina di queste manifestazioni è la Mangialonga di La Morra(Cn) che si svolgerà il prossimo 25 agosto, nel cuore delle Langhe. Lì i vini che attendono i partecipanti sono fra i migliori d’Italia così come le paste fresche, i prelibati secondi e i dolci. Infatti il ticket per gli adulti è di 40 euro, per i ragazzi dai 13 ai 17 anni di 20 euro. Lo splendore della cornice naturalistico – paesaggistica e la completezza del menu fanno della Mangialonga langhese un unicum in Italia, ma altrove stanno nascendo manifestazioni degne di nota. Noi di Ecoblog – che oggi abbiamo iniziato la “dura” preparazione stagionale alla Camminata fra i ciliegi in fiore di Pecetto Torinese – segnaliamo, oltre alla suddetta “regina”, cinque manifestazioni che non hanno certo pretesa di esaustività (per questo consigliamo il portale Sagre in Italia): 1) Mangialonga di Albugnano (At)  del 19 maggio, sui colli del Monferrato; 2)  Mangialonga di Badia Prataglia (Ar), solitamente in calendario a metà agosto, in Casentino; 3) Mangialonga di Levanto (Im) 19 maggio, nell’impareggiabile scenario delle Cinque Terre; 4)  Mangialonga di Monte San Giorgio, del 1° maggio, nei pressi di Mendrisio, in territorio svizzero ma a pochissimi chilometri da Varese; 5) Mangialonga di Ossimo (Bs), 21 giugno in Val Camonica.

Fonte: ecoblog