Dalla lotta alla corruzione “Riparte il Futuro”

Riparte il Futuro è una campagna nata tre anni fa allo scopo di combattere la corruzione in Italia e fare informazione su quali sono i reali costi di questo fenomeno. Il suo impatto è passato presto dal digitale al reale: dopo aver raggiunto un milione di firmatari, Riparte il Futuro ha ottenuto numerosi successi su temi legislativi fondamentali riguardanti la trasparenza e la libertà di accesso ai dati. Priscilla Robledo, Project Manager di Riparte il Futuro, ci racconta la nascita e gli sviluppi del progetto. A pochi giorni dalle nutrite manifestazioni contro le mafie promosse dall’associazione Libera  da Locri (RC) a Milano, vi regaliamo questa bella intervista che abbiamo realizzato con Priscilla Robledo, Project Manager di Riparte il Futuro, una ONG di persone che hanno deciso di combattere la corruzione della Pubblica Amministrazione, grazie alla pressione popolare.

Cos’è “Riparte il futuro” e chi sono i suoi fondatori?

Riparte il Futuro nasce nel 2013 come campagna digitale di Libera del Gruppo Abele contro la corruzione e così facendo ha lavorato negli ultimi 3 anni cercando di spiegare la corruzione ai cittadini italiani in modo semplice, ma rigoroso. Ha già articolato diverse campagne di lotta alla corruzione in Italia. Nell’aprile dello scorso anno ci siamo separati da Libera e abbiamo creato una realtà indipendente, così Libera continua a lavorare contro la mafia nel modo eccellente in cui ha sempre fatto e noi invece ci possiamo concentrare sulla lotta alla corruzione con una realtà associativa indipendente.

Lavoriamo per campagne, quindi identifichiamo alcuni settori di intervento con la partecipazione dei cittadini italiani e con i numeri del consenso che riusciamo ad ottenere andiamo dai decisori pubblici e facciamo pressione affinché possiamo ottenere quello che vogliamo. Nel corso degli anni abbiamo raggiunto oltre 1.180.000 firmatari delle nostre petizioni e quindi abbiamo una comunità digitale numerosa e molto attiva.  Il nostro compito è quello di rendere evidenti, semplici e chiare le nostre richieste e ovviamente premere sempre perché i decisori pubblici ci ascoltino. Nel corso degli anni abbiamo raggiunto diversi risultati e il motivo per cui li abbiamo raggiunti ha anche a che vedere con il fatto che lavoriamo in partnership con diverse realtà della società civile organizzata, in particolare molte associazioni che si occupano di trasparenza nella Pubblica Amministrazione (PA) come: Open Polis, Diritto di Sapere, Cittadini Reattivi, Movimento Consumatori. Il nostro partner su molte campagne è Transparency International, un’organizzazione che si occupa di lotta alla corruzione e quindi, avendo una missione comune, spesso e volentieri uniamo le forze.1009733_572601162791832_2086111430_n

Perché combattere la corruzione conviene a tutti?

Combattere la corruzione conviene a tutti perché la corruzione alza il prezzo dei servizi pubblici per tutti noi cittadini, gonfia il costo delle opere pubbliche strategiche per il paese che paghiamo con le tasse e non solo, fa anche sì che le opere pubbliche stesse siano di qualità scadente. Oltretutto la corruzione mina la credibilità dell’Italia anche sulla scena internazionale e quindi per esempio impedisce che l’Italia possa ricevere la stessa quantità di investimenti stranieri che ricevono altre economie. Noi riteniamo che la corruzione sia la madre della disoccupazione e in particolare della disoccupazione giovanile, proprio perché impedendo un flusso di capitale nuovo di investimenti stranieri, non permette che si crei nuova occupazione in questo paese. L’Italia non è neppure fra i primi 20 paesi in Europa che creano occupazione grazie agli investimenti stranieri e la disoccupazione giovanile è al 40% ! Questo ci dimostra che la corruzione crea dei problemi oggi, ma anche domani, per il futuro delle persone come me, che sono i giovani di oggi, e il futuro di questo paese.

Chi sono i whistleblowers? Parlaci della vostra campagna

I whistleblower sono “coloro che soffiano nel fischietto” per informare la collettività che qualcosa non va nel verso giusto, in altri termini sono i dipendenti/collaboratori/consulenti di un’azienda che denunciano, nell’interesse pubblico, un illecito di cui sono testimoni sul luogo di lavoro. C’è bisogno di una campagna a tutela dei whistleblower perché ad oggi in Italia non c’è una legge che li protegga; attualmente i whistleblower subiscono discriminazioni come demansionamento, mobbing o licenziamento. Ricordiamoci però cosa fanno di buono per il paese: denunciano frodi che danneggiano l’intera collettività! Se c’è ad esempio un’azienda che fornisce cibo scaduto, io lo voglio sapere, nell’interesse della fede pubblica! E se c’è qualcuno che ha il coraggio di dirlo, pagando in prima persona, io Priscilla di Riparte il Futuro lo ringrazio, ma voglio che sia lo Stato stesso a ringraziarlo con una legge su misura per la sua tutela, che al momento però non esiste nel nostro paese. La campagna che abbiamo lanciato insieme a Trasparency International nel luglio del 2016, ha superato le 50.000 firme, ma c’è bisogno di molte più firme e lancio qui un appello per firmare la nostra petizione, ma devo dire che già con le firme che abbiamo ottenuto, abbiamo potuto fare pressione al Senato, che è il destinatario della nostra petizione, affinché discuta al più presto e approvi la legge che attualmente è in Commissione Affari Costituzionali del Senato. Nella legge devono assolutamente essere contenuti due aspetti che l’attuale disegno di legge non prevede, che sono: l’estensione al settore privato e in secondo luogo il fondo economico a sostegno dei segnalanti, che oltre a rischiare di perdere il lavoro potrebbero dover affrontare ingenti spese legali ed anche problemi di natura psicologica, perché spesso sono vittime di mobbing e ritorsioni sul luogo di lavoro.17362938_1416860618365878_7489035068499320345_n

Una delle vostre campagne principali è stata quella del “FOIA”, spiegaci cos’è

Il “FOIA” è il Freedom of Information Act, tradotto in italiano è la Legge sulla Libertà del Diritto all’Informazione ed è una legge bellissima, perché in base ad essa ciascun cittadino ha il diritto di ottenere dalla PA qualsiasi tipo di informazione desideri. Quindi non deve avere un interesse specifico, come succedeva prima dell’entrata in vigore di questa legge, ma può essere un cittadino qualunque e la PA ha il dovere di dargli quell’informazione. Questa è la regola. Ci sono delle eccezioni, ma la rivoluzione copernicana che il FOIA ha introdotto in questo paese è che la regola è che gli atti, le informazioni, i dati, qualunque cosa in seno alla PA dev’essere di dominio di tutti e ogni cittadino ha il diritto di accedervi. Quindi è chiaramente una legge che sposta il rapporto di forza fra il cittadino e la PA. L’altra cosa bellissima di questa legge sulla libertà dell’informazione è che la società civile italiana si è riunita nella coalizione “FOIA 4 Italy”  e in due anni di campagna è riuscita a ottenere modifiche importanti sul testo della legge; perché il testo iniziale del FOIA prevedeva una serie di eccezioni che a nostro parere erano insufficienti a garantire una vera libertà dell’accesso ai dati e alle informazioni della PA. Tramite la coalizione FOIA 4 Italy il testo della legge è cambiato drasticamente.

Ciononostante ci sono ancora diverse eccezioni che ci preoccupano, prima fra tutte l’eccezione sul “diritto alla riservatezza”, che è un po’ usata come spada di Damocle in questo paese. Quindi la privacy è sicuramente un aspetto. Un altro aspetto riguarda quali sono le PA a cui si applica. A nostro avviso si dovrebbe applicare anche a tutte le partecipate per esempio, che in Italia dovrebbero essere più di 7.000, ma in realtà è un numero che nessuno conosce con esattezza. Chiaramente in pancia alle partecipate ci sono informazioni di interesse pubblico, perché le partecipate funzionano con il denaro pubblico, e quindi dovrebbero essere soggette al FOIA, ma questo appunto è uno degli aspetti controversi: staremo a vedere quali partecipate risponderanno positivamente e quali no. Perché il vantaggio del FOIA non è solo l’ottenimento dell’informazione, ma il fatto che io con quell’informazione posso fare qualcosa per cambiare in meglio l’amministrazione della cosa pubblica ed esprimere una mia obiezione su come i soldi pubblici vengono impiegati.

La vostra campagna per chiedere la cessazione del vitalizio agli ex-parlamentari condannati per mafia e corruzione con oltre mezzo milione di adesioni è diventata la più vasta mobilitazione digitale mai organizzata in Italia, com’è andata a finire?

Già, pensa che con questi numeri avremmo potuto chiedere un referendum! È andata a finire bene, visto che l’abbiamo vinta ottenendo la delibera dal Parlamento che toglie il vitalizio agli ex-parlamentari condannati e questa vittoria l’abbiamo ottenuta lo stesso giorno in cui Riparte il Futuro raggiungeva un milione di firmatari! Quindi quel giorno di maggio del 2015 è stato davvero un bel giorno per noi! Ad oggi si contano 24 ex-parlamentari che non ricevono più il vitalizio, fra cui Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Marcello dell’Utri ed altri.10375_483318485053434_796570317_n

Come hanno reagito finora le istituzioni?

Riparte il Futuro all’inizio della sua esperienza ha portato oltre 300 parlamentari con i “braccialetti bianchi” ad impegnarsi nella lotta contro la corruzione in Parlamento e un anno dopo gli stessi parlamentari hanno approvato un pacchetto di norme contro la corruzione, quindi la risposta delle istituzioni c’è! C’è perché noi abbiamo dietro la forza dei numeri e i nostri rappresentanti politici sono molto sensibili a questo tipo di pressione. Quindi, tengo a sottolineare che Riparte il Futuro non è un partito e non lo sarà mai, ma nel nostro attivismo dobbiamo necessariamente porci in modo costruttivo rispetto alla PA e stiamo ottenendo degli ottimi risultati in tal senso.  Inoltre soprattutto nell’ultimo anno di lavoro, diverse amministrazioni ci hanno chiesto di aiutarle nello sviluppo e nell’implementazione di strumenti digitali di trasparenza e partecipazione, come il Comune di Milano, quello di Roma, il Ministero della PA e Semplificazione. Essendo quindi riconosciuti ufficialmente come degli interlocutori anche dalla PA, questo ci permette di muoverci dal digitale al reale e di ottenere delle soluzioni concrete a vantaggio di tutti i cittadini italiani. Per cui continueremo a lavorare su diverse campagne cercando di ottenere il cambiamento dall’alto verso il basso, e cioè in Parlamento, nei Ministeri, nei Consigli Regionali e in quelli Comunali, e dal basso verso l’alto crescendo sempre di più come base e creando una comunità sempre più attiva e pronta a fare insieme pressione pubblica e chiedere trasparenza nell’azione amministrativa.

Cosa possono fare i lettori di Italia che Cambia per aiutarvi?

Ci state già aiutando con quest’articolo! Sarebbe poi bello se il lettore dell’articolo pensasse ad una richiesta FOIA da fare ad una amministrazione alla quale vuole chiedere un’informazione che possa di fatto essere utile per un cambiamento di cui abbia bisogno nella propria vita, quindi ad esempio: all’azienda di trasporti o a quella dei rifiuti del comune in cui risiedono. Noi possiamo sicuramente aiutarlo a formulare la richiesta in modo efficace. Possiamo anche aiutarlo a capire insieme, nella fase in cui successivamente l’informazione sia stata ottenuta, come poter utilizzare l’informazione e quindi di fatto creare una nuova campagna.

Cos’è per te l’Italia Che Cambia?

Per me l’Italia che cambia è l’Italia che vorrei, l’Italia in cui i cittadini italiani partecipino, siano spinti da soli ad agire e non aspettino delle soluzioni calate dall’alto, ma che si rendano per primi motori del cambiamento. Noi abbiamo dimostrato che possiamo cambiare le leggi, possiamo pezzo dopo pezzo cercare di ripulire questo paese dalla corruzione e renderlo più trasparente. Allo stesso modo ci sono altri cittadini italiani che nel loro settore di attività hanno dimostrato e continuano a dimostrare che il cambiamento è possibile e che parte dal basso. Credo che la società italiana abbia tutti i numeri per splendere e l’Italia che cambia è l’Italia che di fatto ha bisogno di cambiare. Siamo un paese molto brillante che ha un sacco di talenti, alcuni dei quali sono inespressi per colpa di un sistema amministrativo poco efficiente ed estremamente macchinoso, ma abbiamo i numeri per poter cambiare questo paese, dal basso e lo cambieremo!

Intervista: Veronica Tarozzi e Paolo Cignini

Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-160-lotta-corruzione-riparte-futuro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

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Mafia e multinazionali latte boom dell’energia verde d’Italia

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Migliaia di pannelli solari luccicano al sole, ma il terreno agricolo pregiato si trova sotto sterile. Mentre l’isola italiana di Sardegna crogiola in un boom delle energie rinnovabili, la lunga mano della criminalità organizzata rischia deturpando le sue ambizioni di energia pulita.

Famosa per le sue lussureggianti pianure e le acque color smeraldo ma tormentato dalla povertà e la disoccupazione, la Sardegna ha colto al volo l’occasione per rilanciare l’economia convertendo i suoi lunghi mesi di sole in energia verde. Città e paesi di tutta Italia stanno accogliendo l’energia idroelettrica, l’energia geotermica, centrali eoliche, pannelli solari, generatori di vapore e impianti a biomassa, dovuto in gran parte ai sussidi statali generose. Nel nord-ovest della Sardegna, il raccolto dai campi viola e dorati di cardi e girasoli viene utilizzato per generare energia da biomassa, mentre sulle dolci colline nel centro dell’isola, imponenti turbine bianche girare dolcemente nella brezza in seconda più grande parco eolico d’Italia. Con la disoccupazione giovanile nella regione di oltre il 50%, molti speravano gli incentivi verdi dello stato avrebbero respirare non solo la vita in comunità familiari in difficoltà, ma attirare aziende provenienti da altre parti d’Italia e le multinazionali estere che creare posti di lavoro. Il problema, secondo i gruppi di campagna, è che, mentre i contributi provengono dalle tasche dei contribuenti, finora la regione ha visto poco degli utili realizzati dalle società di energia, molti dei quali sono accusati di fare affermazioni fraudolente di fondi.

‘Il denaro lascia il paese’

Procuratore sardo Mauro Mura ha avvertito l’anno scorso di infiltrazioni mafiose nel settore, segnalando i casi di impianti di energia rinnovabile che aveva approfittato enormemente dalle sovvenzioni aperte esclusivamente agli agricoltori, mentre “non produce alcun beni agricoli a tutti”. “Gli incentivi sono stati pensati per i veri agricoltori, si trattava di un aiuto da parte dello Stato. Avrebbero dovuto essere in grado di installare alcuni pannelli sul loro terra per il proprio consumo, e vendere qualsiasi energia rimanente su”, ha detto il 63-Yearbook vecchio attivista Pietro Porcedda. Alla periferia di Narbolia vicino costa occidentale dell’isola, una tale pianta si estende attraverso i campi più fertili della città. Oltre 107.000 pannelli solari si siedono in cima alle tetti di alcune serre 1600, in cui i proprietari avevano promesso di coltivare piante di aloe. Ma con la luce del sole chiuso fuori dai pannelli, non cresce nulla lì, ma erbacce. L’azienda cinese che gestisce l’impianto, nel frattempo, sta intascando profitti da 20 anni di sussidi e la cessione della sua energia a gigante italiano Enel, ha detto Porcedda. “Invece il denaro lascia il paese, non è reinvestito qui. E i 60 posti di lavoro ci avevano promesso? Quattro persone lavorano qui”, ha aggiunto, non accusando la multinazionale ma le autorità italiane per chiudere un occhio alla situazione. Il potenziale per gli investimenti – e la corruzione – è grande. Forze dell’ordine dell’Unione europea Europol contrassegnato da preoccupazioni nel 2013 che “la mafia italiana sta investendo sempre di più nelle energie rinnovabili.” E il settore è cresciuto da allora. In solare in particolare, l’Italia è diventata un leader mondiale, generando più della sua energia dal sole di qualsiasi altro Stato, con oltre il 7,5% del consumo nazionale proveniente da produzione fotovoltaica. Ogni borgata nel paese ora vanta almeno una fonte di energia rinnovabile, secondo principale gruppo ambientalista in Italia Legambiente, con 323 considerata autonoma in termini di energia elettrica grazie ai parchi eolici.

‘Le minacce non ci fermeranno’

Nonostante il successo, il governo italiano è stato costretto a ridurre le sovvenzioni dello scorso anno nella speranza di abbattono i prezzi dell’energia elettrica, dopo le famiglie si sono trovati di pagare € 94 € (100 $) all’anno in cima ai loro bollette per sostenere le energie verdi. Incentivi per gli impianti fotovoltaici, per esempio, sono stati tagliati tra il 6% e il 25%, in funzione soprattutto capacità dell’impianto. Ma mentre il retro rotolo può frenare l’interesse degli investitori futuri, potrà fare ben poco per affrontare i problemi già presenti nel sistema. “I primi sussidi erano molto grandi, ha fatto le multinazionali affamati e sono venuti qui a investire”, ha detto Rosetta Fanari, 47, la cui azienda rende ricotta cremosa sulla base di una ricetta sarda antica in vasche alimentate da energia solare ultra-moderno generatore di vapore. Una delle imprese locali orgogliosi di aver beneficiato degli incentivi come sono stati destinati, disse lei dovrebbe fare di più “per assicurarsi che la ricchezza rimanga qui, per creare benefici per l’ambiente, il popolo sardo”. Alcuni abitanti del luogo hanno preso su se stessi per bloccare progetti controversi. Biologo Manuela Pintus è stato eletto sindaco della vicina Arborea quest’anno su una piattaforma per evitare la perforazione di un pozzo esplorativo per il gas naturale vicino a una riserva per pellicani protette. “I nostri tifosi hanno ricevuto minacce da coloro che volevano il bene, che ha detto ‘Ti distruggiamo tutto quello che hai se votate per Manuela,'” ha detto. “E non ci ha impedito. Abbiamo madri locali e nonni dietro di noi, e continuerà la lotta per proteggere la nostra terra per le generazioni future.”

Fonte: euractiv.com

Addiopizzo: contro il pizzo cambiamo i consumi

“Un intero popolo che accetta di pagare il pizzo è un popolo senza dignità”. La mattina del 29 Giugno 2004, i palermitani che camminano in giro per la città trovano i muri tappezzati di adesivi anonimi che riportano questo slogan. Tutti cominciano a parlarne, cittadinanza e istituzioni si interrogano sull’identità degli autori di questo gesto, parte il tran tran mediatico e in brevissimo tempo la notizia è sulla bocca di tutti. Ma facciamo un passo indietro.

“Questo movimento nasce improvvisamente, dal basso” spiega Pico, uno degli associati di “Addiopizzo”, parlando del movimento anti-racket siciliano. Nel 2004 un gruppo di giovani studenti e neolaureati si riunisce intorno a un tavolo per decidere cosa fare della propria vita. Sono sette ragazzi in gamba e con forte spirito di iniziativa che non vogliono lasciare Palermo. L’idea iniziale che nasce intorno a quel tavolino è molto semplice: aprire un pub equo e solidale. Uno di loro si occupa di scrivere il business plan e tra i rischi economici da calcolare inserisce la voce “pagare il pizzo”. “Eravamo tutti ragazzi informati e consapevoli”, spiega Pico, “ma quando vediamo scritta nero su bianco quella parola – “pizzo” – è come se ci fossimo scontrati all’improvviso con la realtà dei fatti. Fu come una doccia fredda”.8748073071_4c82e4698f_b-e1417596772110

Iniziando studi e ricerche sul tema, scoprono che il commerciante paga il pizzo di tasca propria una sola volta, all’inizio, successivamente è il prezzo delle merci che viene aumentato per coprire la “tassa” dell’estorsione. Questo significa che tutti i cittadini vengono coinvolti e anche attraverso il semplice acquisto di un prodotto si alimenta indirettamente il sistema mafioso del pizzo. Da questa presa di coscienza nasce lo slogan degli adesivi attaccati nella notte tra il 28 e il 29 Giugno 2004 dal gruppo di attivisti. Quando decidono di venire allo scoperto, dopo qualche giorno dalla “notte degli adesivi”, i sette giovani universitari scelgono di rimanere anonimi, di non personificare la lotta. “Il problema di tanti movimenti anti-mafia è stato proprio la personificazione in un singolo individuo, che purtroppo – sappiamo bene – troppo spesso è diventato martire. Anche oggi che l’associazione ha un riconoscimento a livello regionale e nazionale”, aggiunge, “c’è una turnazione continua delle cariche e dei ruoli interni”.addiopizzo

In pochissimo tempo il gruppo passa da sette persone a quaranta e già nell’estate del 2004 viene preparato un manifesto del consumo critico da sottoporre ai cittadini. Nell’estate del 2005, solo un anno dopo, il manifesto è stato sottoscritto da oltre mille persone e a maggio del 2006 esce la lista dei primi cento commercianti che hanno rifiutato di pagare il pizzo. Da quel momento in poi, con cadenza annuale sono resi noti circa cento nuovi commercianti che aderiscono alla rete e a maggio di ogni anno viene organizzata una tre giorni di eventi e incontri sul consumo critico in una delle piazze di Palermo. La storia di Libero Grassi è un modello ma anche un monito: nessun commerciante deve rimanere solo. Per questo sono tutti invitati a partecipare per sostenere la rete ma soprattutto per conoscere e sensibilizzare. “La nostra forza”, argomenta Pico, “è la responsabilizzazione del cittadino. È il singolo individuo che decide di fare la differenza”. Non si colpevolizza il commerciante che paga il pizzo, ma piuttosto si premia e si dà voce a chi decide di non farlo. Gli esercizi commerciali che aderiscono alla rete di Addiopizzo accettano il “pacchetto legalità” a 360 gradi: dall’assunzione dei dipendenti al pagamento delle tasse è tutto perfettamente a norma. In cambio i commercianti sanno di poter contare da un lato su una rete di cittadini consapevoli che prediligono le loro attività piuttosto che altre, dall’altro sulla protezione dell’associazione in caso di necessità.pizzo

“Gli esercizi che aderiscono ad Addiopizzo non hanno quasi mai avuto ritorsioni, ma quando è successo hanno avuto la dimostrazione che si può contare sulla nostra rete”, racconta Pico, “e il caso di Rodolfo Guajana lo testimonia”. Dopo aver aderito alla rete, questa ditta palermitana è stata vittima di un attentato incendiario nella notte tra il 30 e il 31 Luglio 2007 e “il fumo delle fiamme si vedeva fin dall’altro capo della città”, ricorda Pico. Il capannone della ditta venne completamente distrutto ma il 17 settembre, dopo solo due mesi, Guajana è di nuovo in piedi, pronto per riaprire la sua attività. Grazie alle pressioni di Addiopizzo e alla mobilitazione innescata sul territorio, il proprietario ha ottenuto il sostegno delle istituzioni e in pochissimo tempo gli è stato garantito dalla regione lo spazio per i nuovi capannoni. “Se la società civile è consapevole e richiede il cambiamento”, spiega Pico, “le istituzioni non possono fuggire e sono obbligate ad ascoltare e agire di conseguenza”. L’associazione Addiopizzo oggi è una solida realtà regionale, dalla sua costola si è formata un’associazione collaterale, “Addiopizzo Travel” (vedi box a destra), e oltre al nucleo originario di Palermo sono nate nuove cellule a Catania (2006) e Messina (2010). Le stime ufficiose delle forze dell’ordine registrano un forte calo del fenomeno del pizzo anche a Palermo, dove nel 2004 i dati ufficiali riportavano una stima pari all’80%.

“La mafia ti uccide nei sogni, con Addiopizzo abbiamo riacceso in minima parte le speranze della gente, lo vedo negli occhi delle persone con cui parlo” confida Pico. Poi conclude: “sono soddisfatto di quello che abbiamo ottenuto fino ad oggi, ma sono ingordo e voglio migliorare sempre di più”.

Fonte : italiachecambia.org

 

Fukushima, “la bonifica nucleare è in mano alla mafia”

Il coordinamento della decontaminazione di Fukushima si basa sulla criminalità organizzata. A denunciare la presenza della mafia nel progetto di bonifica della centrale nucleare giapponese è il professor Michel Chossudovsky dell’istituto canadese “Global Research”.fukushima__impianto9

Grandi cantieri, grandi affari. Tutto il mondo è paese, incluso il Giappone. Nessuna sorpresa, dunque, se spunta anche a Tokyo il convitato di pietra di molte grandi opere: la mafia. Peccato che l’opera in questione sia la bonifica di Fukushima: in ballo non ci sono treni veloci, ma la sicurezza del pianeta. Contratti complessi e carenza di lavoratori disponibili: per questo s’è fatta avanti la Yakuza, conferma la Reuters. Prima il disastro atomico causato da terremoto e tsunami, poi le menzogne di governo e media per coprire gli errori della Tepco e la reale entità del dramma: le autorità giapponesi non hanno ancora fatto i conti seriamente con l’apocalisse, emergenza sanitaria e contaminazione dell’acqua, dei terreni agricoli e del cibo. “È una guerra nucleare senza una guerra”, dice lo scrittore Haruki Murakami: stavolta “nessuno ha sganciato una bomba su di noi”, i giapponesi hanno fatto tutto da soli: “Abbiamo impostato il palco, abbiamo commesso il fatto con le nostre mani, stiamo distruggendo le nostre terre e stiamo distruggendo la nostra vita”. Con la collaborazione di una potente forza occulta: la mafia. “Il coordinamento della decontaminazione di Fukushima, operazione multimiliardaria, si basa sulla criminalità organizzata del Giappone”, che è “attivamente coinvolta nel reclutamento del personale ‘specializzato’ per compiti pericolosi”, accusa il professor Michel Chossudovsky dell’istituto canadese “Global Research”, in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”. “Le pratiche di lavoroYakuza a Fukushima – spiega Chossudovsky – si basano su un sistema corrotto di subappalto, che non favorisce l’assunzione di personale specializzato competente”. Qualcosa che ricorda da vicino gli strani appalti a cascata nei quali si infiltrano le cosche, in Europa e in particolare in Italia, gonfiando i prezzi e spremendo come limoni le aziende che poi i lavori devono farli davvero. “Si crea un ambiente di frode e incompetenza, che nel caso di Fukushima potrebbe avere conseguenze devastanti”, visto che ne va della sicurezza di tutti. In compenso, la manovalanza mafiosa è conveniente: “Il subappalto con la criminalità organizzata è un mezzo per grandi aziende coinvolte nella bonifica per ridurre in modo significativo il costo del lavoro”. Alla criminalità organizzata giapponese, continua Chossudovsky, è affidata anche la delicatissima rimozione delle barre di combustibile dal reattore 4: il minimo errore potrebbe causare conseguenze apocalittiche, a livello mondiale, desertificando il Giappone e investendo di radioattività tutto l’oriente, dalla Cina all’Australia. In ballo, la rimozione con una gru di 1.300 barre di combustibile nucleare: in caso di incidente (anche solo il contatto fra due barre) si calcola che si produrrebbe un’onda radioattiva pari a 14.000 bombe di Hiroshima. Operazione che, a quanto pare, sarà effettuata da aziende non proprio pulite: la “Reuters” documenta il ruolo della Yakuza e il suo “rapporto insidioso” con la Tepco e i ministeri della salute, del lavoro e del welfare. Solo nella prefettura di Fukushima, conferma la polizia nipponica, operano almeno 50 clan, con oltre mille affiliati. Gli investigatori sono al lavoro per tentare di sradicare la criminalità organizzata dal progetto di bonifica nucleare. In una rara azione penale, il boss Yoshinori Arai è stato appena condannato per aver intascato 60.000 dollari facendo la cresta sui salari degli operai, ridotti di un terzo. Il mafioso, continua Chossudovsky, è stato condannato per la fornitura di lavoratori per un sito gestito da Obayashi, uno dei maggiori imprenditori del Giappone, a Date, una città a nord-ovest della centrale di Fukushima, investita dalle radiazioni dopo il disastro. Per un funzionario della polizia, il caso Arai è solo “la vetta dell’iceberg”, perché l’intera bonifica di Fukushima puzza dimafia. “Un portavoce di Obayashi ha detto che la società ‘non ha notato’ che uno dei suoi subappaltatori stava prendendo lavoratori da un criminale”, ma l’azienda si impegna ora a collaborare con la polizia. Peccato che la testa dell’organizzazione sia a Tokyo: ad aprile, racconta “Global Research”, il governo ha selezionato ben tre società implicate nell’invio illegale di lavoratori a Fukushima: “Una di queste, una società basata a Nagasaki denominata Yamato Engineering, ha inviato 510 lavoratori per collocare un tubo alla centrale nucleare in violazione delle leggi sul lavoro”. Tutto questo, per “migliorare le pratiche di business” a scapito della sicurezza. Già nel 2009, aggiunge Chossudovsky, alla Yamato Engineering erano stati “vietati i progetti di opere pubbliche”, a causa di una sentenza che definiva l’azienda “effettivamente sotto il controllo della criminalità organizzata”. Nelle città attorno a Fukushima sono al lavoro migliaia di operai. Tubi industriali, ruspe, dosimetri per misurare le radiazioni. Tutto questo per pulire case e strade, scavare terreno vegetale ed eliminare alberi contaminati, per consentire il ritorno degli sfollati. Centinaia le imprese coinvolte: di queste, secondo il ministero del lavoro, quasi il 70% avrebbe infranto le normative. “A marzo, l’ufficio del ministero a Fukushima aveva ricevuto 567 denunce, relative alle condizioni di lavoro per la decontaminazione: ha emesso 10 avvisi, ma nessuna impresa è stata penalizzata”. Una delle aziende denunciate, la Denko Keibi, prima del disastro forniva le guardie di sicurezza privata per i cantieri. “Di fronte alla incessante disinformazione dei media relative ai pericoli di radiazione nucleare globale – conclude Chossudovsky – l’obiettivo di ‘Global Research’ è quello di rompere il vuoto dei media e di sensibilizzare l’opinione pubblica, indicando le complicità dei governi, dei media e dell’industria nucleare”.

Articolo tratto da LIBRE