Russia, dopo gli embarghi boom del made in Italy “taroccato”

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Come ricordato da Vladimir Putin durante la sua visita all’Expo della scorsa settimana, lo stop alle esportazioni verso la Russia si sta rivelando un vero e proprio boomerang per l’Italia, con criticità non indifferenti per tutte quelle aziende che con il partner russo facevano affari. Con lo stop alle importazioni di frutta, verdura, salumi e formaggi dall’Italia, in Russia è letteralmente esploso il made in Italy “taroccato”, con la produzione casearia russa di formaggio che, nei primi quattro mesi del 2015, ha registrato un + 30% che riguarda anche le imitazioni di prodotti come mozzarella, robiola e grana padano. Nei supermercati di Mosca si possono dunque trovare le imitazioni dei cibi italiani, dalla mozzarella Casa Italia all’insalata Buona Italia, dalla mortadella Milano al parmesan, dalla scamorza al mascarpone. Il fenomeno non è soltanto russo: paesi come Svizzera, Beilorussia, Argentina e Brasile, non toccati dalle sanzioni, hanno aumentato le esportazioni di prodotti “taroccati” verso la Russia. E così, sulle tavole dei russi, si mangiano il Parmesan e il Reggianito prodotti in Brasile e Argentina. Il timore della filiera agroalimentare italiana è che, una volta revocate le sanzioni, sia difficile recuperare il posto che ai prodotti italiani spetterebbe di diritto sugli scaffali dei supermercati russi. Nel primo bimestre del 2015 le esportazioni si sono dimezzate, questo dopo che l’embargo iniziato il 6 agosto 2014 aveva già portato a un calo delle spedizioni di circa 100 milioni di euro.

Fonte:  Coldiretti

Olio, il finto “made in Italy” con il sistema delle fatture false

Parassiti e mosca olearia decimano la produzione e gli olivicultori acquistano da Turchia e Tunisia le olive per far quadrare i bilanci. La siccità e la mosca olearia hanno reso più povera la stagione degli olivicultori e alcuni di loro si sono organizzati per mantenere inalterati o quantomeno vicini agli standard i quantitativi della loro produzione. Come? Con un sistema di false fatturazioni che, secondo quanto affermato da Coldiretti, permetterebbe agli olivicultori di Calabria e Puglia di raddoppiare la propria produzione con olio proveniente dalla Tunisia o dalla Turchia. A ogni quintale prodotto sulla carta in Italia, ne corrisponde altrettanto prodotto altrove, nel migliore dei casi d’oliva, nel peggiore con semi o con le sanse ovverosia gli scarti. Il documento contabile procurato di frodo trasformo l’olio cattivo e di bassa qualità in olio “made in Italy”, con la maggiorazione di prezzo e la migliore spendibilità nell’export che ciò comporta. I parassiti come la mosca olearia e la siccità hanno decimato la produzione: se la media del raccolto annuo è di sei milioni di quintali, quest’anno si è a malapena raggiunto il milione di quintali. Puglia e Calabria sono, rispettivamente, la prima e la seconda regione come superficie coltivata a ulivi. L’olio “taroccato” fa dei giri enormi e dopo che le olive turche sono state lavorate, imbottigliate ed etichettate ripartono per i mercati americani e europei con la dicitura “made in Italy”.

La questione fondamentale è che la olivicultura in Italia è concorrente di paesi più poveri del nostro che lavorano a costi molto più bassi. Noi quindi non siamo competitivi e viviamo una situazione di crisi endemica. Gli olivicultori che in anni passati hanno truffato con le integrazioni della Comunità europea, adesso che le condizioni sono più restrittive nei controlli visto che c’è maggiore tracciabilità, usano questo altro metodo per far quadrare i conti delle aziende,

spiega il marchese Pierluigi Taccone, a capo dell’azienda agricola Acton di Leporano, 300 ettari nella piana di Gioia Tauro.72551783-586x387

Fonte:  Repubblica

© Foto Getty Images –

Le biomasse affossano i mobilifici Made in Italy: la questione dei trucioli

Le biomasse non solo non convincono molti ambientalisti ma non piacciono sopratutto ai mobilifici del Nord-Est poiché a causa degli incentivi destinati stanno affossando tante piccole imprese del Made in Italy. I mobilifici italiani sono particolarmente preoccupati per il consistente sostegno a base di incentivi che viene erogato alle biomasse. In effetti le biomasse sono state presentate da certi ambientalisti come una delle declinazioni della Green economy: d’altronde bastava prendere i residui boschivi e bruciali per ottenere calore e energia. Le cose non sembrano stare proprio così, almeno secondo quanto spiega Fabiana Scavolini responsabile commerciale della Scavolini che dice:

Il truciolo, sottoprodotto del legno, ha più valore come combustibile, piuttosto che come materiale di recupero: questo per via delle centrali a biomasse, che sempre più proliferano sul territorio nazionale e che possono godere di incentivi del governo, concessi per la termovalorizzazione ai fini energetici del legno. Questa clamorosa stortura, se non viene risolta il prima possibile porterà, oltre agli aumenti che già ci sono stati, a ulteriori significativi aumenti del prezzo del pannello semilavorato, che in molti casi diventerebbe impossibile da reperire.

Siamo arrivati al punto per cui tutti i principali produttori nazionali di pannelli truciolari quali Saviola, Frati Fantoni e Saib, che forniscono il 90 per cento del semilavorato nazionale per l’industria del mobile, sono a chiedere al ministro per l’Ambiente di riusare il legno invece che incenerirlo negli impianti a biomasse. I pannelli di legno sono praticamente la materia prima usata per costruire mobili del Made in Italy. Ci lavorano in questo settore 400 mila addetti che assieme portano al nostro Paese un fatturato da 27 miliardi di euro. Noi italiani siamo l’eccellenza mondiale nel riciclo del legno, tanto che portiamo a nuova vita 3 milioni di tonnellate di legno post consumo e senza incentivi statali, mentre le centrali a biomasse ne bruciano 4,5 milioni di tonnellate e incentivate. Nel 2012 bruciare legno è costato 390 milioni di euro in incentivi statali. Oggi accade però, che per dare combustibile alle centrali a biomasse, questa preziosa risorsa del legno da riciclare sia destinata alla produzione di energia elettrica, mettendo in difficoltà il comparto del legno arredo che deve ricorrere a forniture estere e dunque a un aumento dei prezzi per l’intero settore e che coinvolge dunque anche il cliente finale.

Federlegno arreda ci ricorda che:

Rispettare l’uso sostenibile del legno, significa:
– Vantaggi ambientali – un recente studio scientifico attesta un impatto ambientale doppio della combustione rispetto al riciclo;
– Vantaggi sociali – per ogni tonnellata di legno riciclato si genera occupazione 10 volte maggiore rispetto alla combustione;
– Vantaggi economici per la collettività – Bruciare legno, nel 2012, è costato 390 milioni di euro di incentivi statali.

Proprio qualche mese fa, il 29 ottobre tutto il comparto è stato impegnato in un Action Day europeo voluto da EPF (European Panel Federation) proprio perché il problema del riciclo dei pannelli truciolari investe l’Europa tutta. La richiesta fatta al ministro Galletti è di abolire gli incentivi alle biomasse e non solo come proposto nel Collegato Ambientale che si usi per le centrali a biomasse solo legno non trattato perché come ricorda Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli:

l’azione intrapresa con tutto il settore arredo non è una battaglia contro le centrali a biomasse, fondamentali per il recupero ai fini elettrici e termini di moltissime materie prime, ma un atto buon senso per recuperare una materia prima e contenere i costi di produzione, riducendo le emissioni di CO2.logo_biomasse-010-620x208

Fonte:  Pu24FederlegnoarredoCronache Lodigiane
Foto | Assopannelli

Agricoltura: il 76% degli italiani la vuole Ogm Free

Restano cinque i Paesi dell’Ue nei quali si coltivano Ogm, con la Spagna che la fa da padrona. Sono quasi 8 italiani su 10 a volere un’Italia libera dagli Ogm, per la precisione sono il 76% degli intervistati a volere il biotech fuori dai campi. Ad affermarlo è Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, che ha citato il dato commentando positivamente l’imminente accordo europeo di principio Consiglio-Commissione-Parlamento per la liberta’ di scelta degli Stati membri sugli Ogm annunciato dal Ministro per l’ambiente, Gianluca Galletti che dovrà essere formalmente approvato dal Comitato degli Ambasciatori Ue (Coreper) e dalla Commissione parlamentare Ambiente competente per il negoziato sulla coltivazione degli Ogm in Europa.

Siamo di fronte ad un importante e atteso riconoscimento della sovranità degli Stati di fronte al pressing e alle ripetute provocazioni delle multinazionali del biotech. L’Europa da un lato, le Alpi e il mare dall’altro, renderanno l’Italia finalmente sicura da ogni contaminazione da Ogm a tutela della straordinaria biodiversità e del patrimonio di distintività del Made in Italy. Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati (Ogm) in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del Made in Italy,

ha spiegato Moncalvo. Già perché Ogm significa monocoltura, standardizzazione e appianamento di quelle differenze che sono il punto di forza del nostro patrimonio enogastronomico. Pensare a un’agricoltura Ogm Free significa pensare a valorizzare il Made in Italy legato alla terra, l’unico che non può essere delocalizzato e “copiato”. Nonostante le pressioni lobbistiche per imporre la commercializzazione di ogm nel Vecchio Continente, sono rimasti solamente cinque su ventotto i Paesi che coltivano Ogm: Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia Romania, con appena 148mila ettari di mais transgenico MON810 piantati nel 2013, quasi tutti in Spagna (circa 134mila ettari).ogm-620x413

Fonte:  Coldiretti

© Foto Getty Images

Stop all’aranciata senza arance: la legge che salva 10mila ettari di agrumeti

Finalmente approvata alla Camera la norma che obbliga le aziende produttrici di aranciata a una percentuale minima di succo di frutta del 20%. Mai più aranciata senza arance in Italia: è stata infatti approvato in via definitiva dal Parlamento l’articolo 17 della legge comunitaria che obbliga i produttori di bibite ad aumentare la percentuale di succo dal 12 al 20% del prodotto finito. L’approvazione nell’Aula della Camera della legge comunitaria contiene numerose norme che daranno una mano al Made In Italy: non solo lo stop all’aranciata annacquata, ma anche l’obbligo del tappo antirabbocco per i contenitori di olio extra vergine di oliva in tutti i pubblici esercizi, affinché si evitino frodi ed inganni.Grande la soddisfazione di Coldiretti, in prima fila nel dibattito per l’approvazione della norma:“È stata sconfitta la lobby delle aranciate senza arance che pretendeva di continuare a vendere acqua come fosse succo”, ha dichiarato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Se l’8% di differenza sembra poco basta pensare che grazie a questa nuova norma verranno venduti e spremuti 200 milioni di chili di arance in più: sono infatti 23 milioni le persone che consumano bibite gasate e succhi di frutta. I benefici saranno diffusi e non riguarderanno solamente i produttori: aumentare la percentuale di arance rappresenta un passo concreto per migliorare la qualità dell’alimentazione e per far fronte a malattie connesse all’obesità. Dati alla mano l’aumento della percentuale potrebbe salvare diecimila ettari di agrumeti italiani con un’estensione di circa 20mila campi da calcio. Calabria e Sicilia le due regioni che gioveranno maggiormente di questa piccola grande riforma che dimostrano come la politica, nei rarissimi casi in cui riesce a svincolarsi dalle logiche clientelari, possa davvero dare un aiuto concreto a economia, ambiente e salute. E fornire ai produttori un compenso più equo dei 3 centesimi che arrivano attualmente agli agricoltori su ogni litro di aranciata venduto a 1,3 euro nei supermercati.161734222-586x395

Fonte: Coldiretti

© Foto Getty Images

Rural Hub: aree rurali e innovazione sociale per valorizzare il Made in Italy agroalimentare

Rural Hub  è una rete di ricercatori, attivisti, studiosi e manager che favorisce lo scambio e la condivisione di idee e progetti di innovazione sociale applicata alla ruralità, cioè alla terra e all’agricoltura. È un luogo fisico e, al tempo stesso, virtuale che intende mappare e sostenere un movimento sempre più vasto di persone che hanno acquisito importanti competenze tecnologiche e che hanno scelto di ritornare alla terra.Calvanico, Societing Summer School 2013 a cura di Alex Giordano

Rural Hub – che ha sede a Napoli e nasce nel 2013 come un “collettivo di ricerca” per connettere tra loro startuppers, investitori e associazioni di categoria del settore agroalimentare – è tante cose insieme: luogo condiviso di vita (co-living) e lavoro (co-working); centro di studi e di ricerca permanente sull’innovazione sociale applicata alla ruralità; incubatore e project financing per “rural start-ups”.  Questa realtà si differenzia dalle tante reti presenti in Italia perché vuole essere un invito ad un’innovazione rurale autentica, che viene definita “rural social innovation”. La rural social innovation è il luogo del recupero dei saperi e della tradizione contadina italiana (ad es. il recupero dei grani autoctoni) accompagnato dall’utilizzo delle nuove tecnologie – come la partnership con Arduino per ideare dispositivi per le macchine agricole.

L’obiettivo principale della social rural innovation non è lavorare sulla necessità finanziaria di un solo soggetto (azienda o multinazionale), ma sulla creazione e redistribuzione di valore nel territorio, sull’autenticità dei singoli progetti, sul senso di comunità, sull’etica del lavoro e dell’abnegazione sul campo. L’etica della start up spesso viene traslata “nell’etica del colpo gobbo: ovvero, un ragazzo inventa un’app, ha successo, la rivende. E chi se ne frega degli altri”, spiega Alex Giordano – direttore scientifico e presidente del progetto di ricerca. In Rural Hub, al contrario, le idee di business vengono definite innovative se sono sostenibili non solo dal punto di vista sociale e ambientale, ma anche economico perché ideate per esistere a lungo termine nello stesso luogo che le ha generate. Le startup rurali realmente innovative devono innescare meccanismi di redistribuzione economica sulle comunità locali, perché fare innovazione oggi significa essere consapevoli di far parte di un territorio, di un sistema plurale.

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“Ho deciso di fare il grano? Ho messo in piedi tutto, dai mulini al sito web che poi lo venderà, in connessione con più soggetti? Allora se non lavoro e se non faccio il mio dovere, tutto il sistema ne risente. È questo il sistema di valori che ci tiene insieme”, continua Alex. “La tecnologia dev’essere usata a scopi sociali. Siamo per un’agricoltura moderna che usa la tecnologia per essere sostenibile e di qualità, un’agricoltura legata alle comunità locali, ma capace di essere in connessione con il mondo”.

“La cosa interessante è riuscire a guardare indietro, con l’ausilio dei vecchi contadini, per capire come si fa il lavoro. E dall’altro lato c’è una nuova generazione che conosce le dinamiche della connessione e i processi di sharing, che può lavorare in rete e fare sistema”. In un mondo interconnesso come il nostro le barriere spazio-temporali si annullano e, di conseguenza, non esiste più una “modernità metropolitana” contrapposta ad “aree rurali arretrate ed ancorate al passato”.

Il passato, al contrario, fornisce i saperi e le conoscenze per valorizzare il prezioso patrimonio agroalimentare italiano e dare nuovo slancio ad un’economia in stagnazione. Non è un caso che tra i partner del progetto ci sia anche Libera Terra, che ha come obiettivo il recupero sociale e produttivo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, attraverso la produzione di prodotti di qualità e la creazione di cooperative autonome, autosufficienti, durature, in grado di dare lavoro e creare un indotto economico positivo. Le idee ed i progetti di Rural Hub possono riguardare innovazioni nei modelli di business e di distribuzione oppure soluzioni informatiche, etiche ed ecologiche per il settore agroalimentare, ma sempre con un occhio alla loro natura condivisibile e al recupero dei valori e delle identità socio-culturali di uno specifico territorio. Perché l’innovazione o è davvero sociale o non serve. Parola di Rural Hub.

 

Il sito di Rural Hub 

Fonte: italiachecambia.org/

Cina, il parco tematico sulla vite è made in Italy

Con 200 ettari di laghi artificiali, serre, orti e vigneti, l’International Grape Exibition Garden è il primo megaparco cinese dedicato alla viticoltura

A due passi dalla Grande Muraglia, nasce l’International Grape Exibition Garden, un grande parco tematico interamente dedicato alla vite e al vino. Il parco che attirerà i fedeli del dio Bacco sorge a Yanqing, nei pressi di Pechino, e si estende su di una superficie di 200 ettari, dove laghi artificiali, serre e orti, si alternano a centri museali e a spettacolari ponti panoramici nei quali si possono ammirare i padiglioni a forma circolare, architettonica metafora di un grappolo d’uva steso sul territorio. Con la velocità che contraddistingue le grandi opere in Cina, il parco è stato costruito in appena18 mesi ed è stato inaugurato in luglio, in occasione dell’undicesima l’undicesima Conferenza internazionale sulla coltivazione e la genetica dell’uva da vino. Il megaparco resterà aperto fino a ottobre e sarà nuovamente visitabile nella primavera 2015. Il concorso per la realizzazione dell’ International Grape Exibition Garden era stato lanciato dal governo cinese nel 2011 e prevedeva 15mila metri quadrati di edifici. A sbaragliare la concorrenza è statop il progetto di Archea Associati, uno studio che, fra le altre strutture, ha realizzato a San Casciano Val di Pesa la cantina di Antinori. L’idea dello studio guidato da Laura Andreini, Marco Casamonti, Silvia Fabi e Giovanni Polazzi ha surclassato la concorrenza fondendo “la cultura cinese e quella italiana”. Attorno agli edifici del progetto “made in Italy” ci sono vigneti provenienti da tutto il mondo che attendono i turisti interessati alla didattica e all’enoturismo. Il sistema di corsi d’acqua e di canalizzazioni fra i laghi artificiali permetterà l’irrigazione dei vigneti. Un’iniziativa che conferma come la Cina non voglia limitarsi a essere uno dei principali importatori di vini europei, ma voglia giocarsi la propria partita sul mercato globale. 167099877-586x392

 

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Ecor presenta Alimenti ritrovati con semi patrimonio della biodiversità e del Made in Italy

Ecor presenta la linea Alimenti Ritrovati e porta sulle nostre tavole antiche varietà di semi, cerali e legumi autoctoni, ottenuti da agricoltura biologica e biodinamica

Mangiare alimenti di certa origine italiana con una filiera trasparente e controllata è possibile a patto di conoscere le aziende che hanno optato per queste forme di produzione. Ecor è una delle aziende italiane che ha deciso di concentrare la sua produzione su materie prime che provengono da un rigido sistema di produzione controllato e trasparente che usa semi autoctoni italiani ricorrendo a antiche varietà di cereali e legumi. Per fare ciò Ecor ha scelto, letteralmente sul campo agricolo, i coltivatori che usano semi di grano duro quali Simeto, Pietrafitta, Saragolla o Iride e che declinano la produzione verso sistemi di agricoltura biologica se non biodinamica. Il che tradotto vuol dire, niente pesticidi, senza resa intensiva e nel rispetto dei cicli di rotazione delle colture.foto-di-gruppo-620x350

Si innestano su questi principi i prodotti della linea Alimenti ritrovati che affina ulteriormente la materia prima presa da varietà locali e dunque da sementi slegate dalle logiche del profitto dei brevetti nelle mani delle multinazionali. Sono semi non ibridi che conservano nel loro patrimonio genetico millenni di sopravvivenza e di adattamento, vero patrimonio della biodiversità nel territorio e che dunque rispondono se non sovraccaricati, in maniera egregia alla coltivazione. Sono tutti coltivati secondo le tecniche dell’agricoltura biologica e sono il Farro monococco (confezione da 400 gr. 2,20 euro) o farro piccolo, il grano di Timilia (confezione di farina 400 gr. 1,80 euro), il grano tenero di Solina (farina confezione da 400 gr. 1,50 euro), la cicerchia (confezione da 400 gr. 3,89 euro), la roveja (confezione da 400 gr. 6,99 euro) e la lenticchia di Altamura (confezione da 400 gr.3,10 euro).

Prova le ricette con gli Alimenti ritrovati

Le proprietà dei cereali e legumi made in Italy proprio perché autoctoni e non figli del marketing sono particolarmente nobili: ad esempio il Farro monococco è considerato oggi una specie rara e sebbene fornisca resa ridotta è di elevato gusto e qualità; il grano duro Timilia è una varietà autoctona della Sicilia, se ne produce poco ma ha un gran sapore e veniva usato in passato per produrre il pane nero di Castelvetrano; il grano tenero di Solina è una varietà che cresce tra le montagne dell’Abruzzo, ha una produttività limitata ma è perfetto per i prodotti da forno; la cicerchia è un legume simile ai ceci perfetta per zuppe e minestre ma anche ideale per preparare gli hamburger vegani che assumo consistenza e sapore decisi; la roveja, invece, è un legume di cui nel tempo si è perso l’uso. Era parte integrante dell’alimentazione dei pastori e dei contadini e al gusto risulta delicato e saporito; infine, la lenticchia di Altamura è probabilmente la vera star della selezione Alimenti ritrovati salvata dal CNR e da agricoltori che hanno creduto in questo alimento. E’ da provare e gustare anche come semplice zuppa perché è davvero saporita.

Fonte: ecoblog.it

Google Made in Italy: il nuovo portale delle eccellenze italiane

Per la prima volta, il principale motore di ricerca al mondo, inaugura un portale dedicato alle eccellenze agroalimentari e artigianali di un Paese. Una grande occasione per una visibilità globaleImmagine8-620x332

Il cibo e i marchi italiani continuano a essere il plusvalore del nostro Paese, nonostante la crisi che strozza le imprese. Visto che sull’argomento Governo e ministeri (quelli del Turismo e dell’Economia) sono fermi al palo, l’iniziativa la prende Google che ha in mano i flussi delle ricerche sul web e, quindi, le chiavi d’interpretazione del mondo.
E i dati dicono che nel 2013 le ricerche legate al made in Italysono aumentate del 12% rispetto al 2012. Per giapponesi, russi, americani e indiani il nostro paese continua a essere un Eldorado di qualità, soprattutto nel settore agroalimentare.

È sempre più evidente che new-technology e agroalimentare sono i settori che daranno più occupazione nel futuro. Perché non metterli insieme? Perché non fare un link tra la Silicon Valley e la nostra Food Valley?

ha dichiarato il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Nunzia De Girolamo, al convegno “Made in Italy: eccellenze in digitale”, nel corso del quale è stato lanciato il progetto del nuovo sito www.google.it/madeinitaly. Realizzato dal Google Cultural Institute, il portale ha ottenuto il sostegno del Ministero dell’Agricoltura, di UnioncamereSymbola e Università Ca’ Foscari. Si tratta del primo esperimento del più importante motore di ricerca al mondo nella promozione delle eccellenze di un Paese. Un progetto che, come ha ricordato la stessa De Girolamo, al Ministero non è costato un euro, ma potrebbe dare una visibilità globale ai 261 prodotti a denominazione (Dop, Igp e Stg) che rappresentano il fiore all’occhiello dell’export, l’unica voce che in questi anni di crisi ha fatto registrare risultati confortanti. Grande soddisfazione è stata manifestata anche da Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti, che ha tenuto a ricordare come l’italian sounding, ovverosia il falso made in Italy, fatturi ogni anno 60 miliardi di euro, una cifra doppia rispetto al valore delle esportazioni agroalimentari. Pur lodando i potenziali benefici dell’iniziativa, la Cia, Conferenza Italiana Agricoltori, ha sottolineato il digital divide fra centri urbani (dove la connessione a Internet di qualità è ormai all’89%) e le aree rurali dove solo il 17% degli abitanti può contare su una connessione degna di questo nome. Ora tocca alla politica far fruttare il prezioso assist di Google e consentire ai produttori di entrare veramente nella Rete che conta.

Fonte: Help Consumatori

Protesta al Brennero: agricoltori e allevatori uniti in difesa del made in Italy

Alcune migliaia di allevatori e agricoltori si stanno radunando alla frontiera del Brennero per una mobilitazione a difesa della produzione alimentare italiana119868257-586x390

Hanno iniziato a radunarsi in migliaia, gli agricoltori e gli allevatori che dalle prime ore della mattina, sfidando il freddo intenso, hanno invaso la frontiera del Brennero fra Italia e Austria per la mobilitazione La battaglia di Natale: scegli l’Italia che è stata promossa da Coldiretti con lo scopo di “difendere l’economia e il lavoro delle campagne dalle importazioni di bassa qualità che varcano le frontiere per essere spacciate come italiane”. Quest’oggi autobotti, camion e container in ingresso verranno verificati da agricoltori e allevatori per smascherare il finto Made in Italy diretto verso i punti vendita della Penisola per le feste natalizie. Proprio attraverso il Brennero giungono in Italia miliardi di litri di latte, cagliate e polveri, ma anche conserve di pomodoro, succhi di frutta concentrati e insaccati che stanno causando la chiusura di stalle ed aziende agricole. Uno dei settori maggiormente colpiti è proprio quello dell’industria salumiera che, anche a causa della concorrenza estera, ha perso 615mila capi e ha visto ridursi del 10% il business dei salumi Dop.

Il presidio di quest’oggi è capitanato dal presidente della Coldiretti, Riccardo Moncalvo, ed è stato organizzato per dare visibilità a un problema che mina uno dei cardini sui quali dovrebbe essere ricostruita l’economia nazionale e mettere in risalto la mancanza di una normativa chiara sull’obbligo di indicazione dell’origine degli alimenti. Agricoltori e allevatori si sono allineati sul tracciato stradale e hanno iniziato a fermare i camion per sapere cosa arriva e dove questi prodotti vanno a finire. Sono stati esposti diversi cartelli, indirizzati agli automobilisti in transito, per chiedere il sostegno alla proposta di etichettatura obbligatoria per tutti i prodotti alimentari: “615mila maiali in meno in Italia grazie alle importazioni alla diossina dalla Germania”“1 mozzarella su 4 è senza latte”“Italia Germania 3 a 1, undici politici con le palle cercasi” con la foto della squadra vincitrice dei mondiali 1982, e, ancora, “Il falso prosciutto italiano ha fatto perdere il 10% dei posti di lavoro”“Subito l’etichetta per succhi di frutta, salumi, formaggi e mozzarelle” e “Il falso Made in Italy uccide l’Italia”.

Nella zona della protesta si contano diversi trattori, una quarantina di camper e numerosi furgoni che hanno portato prodotti tipici dalle diverse regioni di provenienza.

Fonte: AdnKronos