l clima ci condanna ma ci ostiniamo a far finta di nulla

Il meteorologo, divulgatore scientifico e climatologo Luca Mercalli ha recentemente affermato che parlare di emergenza climatica non ha ormai alcuna presa sull’opinione pubblica, genera indifferenza, proprio mentre intorno a noi il pianeta ci manda chiari segnali di disastro. L’unica possibilità che abbiamo è scrollarci di dosso l’intorpidimento che ci porta dritti verso l’abisso.9610-10378

I rapporti sui mutamenti climatici in atto parlano – nel caso più favorevole – dell’aumento di un grado di temperatura su scala globale al 2100. Sembra una piccola variazione.

Può spiegarci che cosa significa in termini di ripercussioni sull’ambiente e, di conseguenza, sulla nostra vita, l’aumento anche di un solo grado?

Facciamo un esempio: la temperatura di un corpo umano in salute è di 37 gradi. A 38 gradi ci sentiamo male e con due gradi in più siamo già a letto con l’aspirina. Con tre gradi in più possiamo ritrovarci in ospedale e con 5 gradi in più rischiamo di morire. Piccole variazioni in sistemi delicati che coinvolgono il nostro pianeta e la nostra vita, possono avere conseguenze importantissime. Inoltre, aggiungiamo che quando parliamo di cambiamento climatico, il dato è sempre riferito alla media di un intero pianeta. Poi ci sono le variazioni locali. Dire che c’è un grado in più sulla Terra significa che alcune zone e alcune stagioni possono anche registrarne 4 o 5 in più. Anche in Italia, in questi giorni, quando abbiamo avuto l’ondata di caldo di fine giugno, i gradi in più erano 7 o 8 che spalmati come media annuale possono rappresentare l’aumento di un grado ma teniamo presente che stiamo parlando di fenomeni generalizzati su una grande superficie e su tempi lunghi. E’ una buona abitudine considerare questo indicatore esattamente come si fa con la febbre per il corpo umano. Ci si accorge, così, di quale fragilità abbia il sistema.

Quali sono le cause del riscaldamento globale e quando è iniziato?

Possiamo dire che è iniziato, come cause vere e proprie, con la rivoluzione industriale e cioè con la combustione del carbone e poi del petrolio. I combustibili fossili, infatti, aggiungono CO2 all’atmosfera.

In che modo la CO2 causa l’aumento della temperatura?

L’anidride carbonica è un gas a effetto serra e cioè trattiene una parte del calore del sole che, altrimenti, dovrebbe andare disperso. In sostanza questo gas lascia raffreddare meno la terra. Una certa quantità di CO2 è necessaria, altrimenti la Terra sarebbe un pianeta gelato. Questa quantità di CO2 fluttuava in passato, diciamo così, per ragioni assolutamente naturali ma a partire dalla combustione del carbone e del petrolio abbiamo cominciato ad aggiungerne una certa quantità. Più ne immettiamo in atmosfera, più fa caldo. Sostanzialmente, questo è il legame.

Qual è al momento e come è aumentata nel tempo la quantità di CO2 nell’aria?

Vi sono misure precise: dal 1958 la quantità di CO2 nell’atmosfera viene misurata ogni giorno e sappiamo che sta aumentando.  Siamo in grado di sapere quanta ce n’era addirittura un milione di anni fa grazie ai carotaggi dei ghiacci del Polo Sud. Dentro il ghiaccio, infatti, rimane imprigionata un po’ d’aria che, sottoposta ad analisi, rivela la presenza di CO2. Si è visto che negli ultimi due secoli c’è stata un’impennata e oggi siamo a 410 parti per milione mentre il valore massimo naturale  in una storia di un milione di anni, è di 300 parti per milione. Da meno di 300, quindi, siamo passati a 410 per effetto della combustione del carbone e del petrolio.

La popolazione su scala mondiale è in continuo aumento. Che relazione c’è tra riscaldamento globale e crescita demografica?

La relazione c’è perché il carbone e il gas vengono consumati dagli uomini per produrre energia. Più gente c’è, più si consuma. Tuttavia, va considerato che ci sono pochi paesi molto industrializzati e relativamente poco abitati che consumano molto e ce ne sono altri molto abitati che consumano meno. Per fare un esempio, gli Stati Uniti sono un paese relativamente poco abitato con 320 milioni di persone ma sono anche i maggiori consumatori di energia pro capite. Si sente spesso dire che il paese che inquina di più è la Cina e questo è senz’altro vero considerato che ha un miliardo e 300 milioni di abitanti ma non si mette in evidenza, troppo spesso, l’inquinamento per persona. Se consideriamo quest’ultimo parametro, i paesi che inquinano di più sono gli americani e gli australiani. I cinesi inquinano molto meno: circa un terzo per persona. In sostanza, ci vogliono tre cinesi per fare l’inquinamento di un solo americano. Poi ci sono paesi in cui questo dato è quasi pari a zero. Si tratta di paesi poveri in cui la gente non possiede nulla come alcuni paesi africani in cui le persone vivono come si viveva mille anni fa. E’ chiaro che se non si possiede la macchina, non si ha corrente e acqua in casa, si vive coltivandosi pochi ortaggi, quando è possibile, non si producono emissioni fossili perché non si usa nulla della moderna civiltà basata sul petrolio.

Che relazione c’è tra alimentazione e mutamenti climatici?

La nostra agricoltura è industrializzata ed è basata, anch’essa, sul petrolio. Circa il 25 per cento delle emissioni globali derivano dalla filiera agroalimentare e anche in questo caso possiamo dire che un’agricoltura che usa molti mezzi meccanici e pesticidi, una volta raccolto il cibo, lo fa girare per il mondo. Il cibo viaggia continuamente alla ricerca dei mercati più vantaggiosi. Quello che arriva sulla nostra tavola ha un contenuto occulto di emissioni.  L’allevamento degli animali per la produzione di carne è legato all’emissione di metano che è un altro gas a effetto serra  più potente della Co2. A tutto il petrolio che viene usato nel processo aggiungiamo, quindi, il metano prodotto direttamente dagli animali. Possiamo, perciò, dire che la produzione di cibo rappresenta circa un quarto delle emissioni globali.

La crisi economica può, in realtà, rappresentare una grande opportunità per l’uomo. Possiamo dire la stessa cosa dei mutamenti climatici? Possono essere un’occasione di cambiamento?

Al punto in cui siamo ormai arrivati, no. Ci siamo spinti troppo avanti. Non dimentichiamo, poi, che il riscaldamento globale è solo uno dei problemi ambientali gravi che andranno a peggiorare la nostra qualità di vita. E’ molto difficile, quindi, pensare in termini di opportunità. L’unica cosa che possiamo fare adesso è limitare i danni.

Quali sono gli indicatori di cui tenere conto oltre i mutamenti climatici?

C’è l’inquinamento chimico di aria, acqua e suoli, che è molto dannoso per la nostra salute, l’uso eccessivo dell’acqua, la perdita di biodiversità, la cementificazione e la deforestazione, e l’acidificazione degli oceani sempre dovuta all’eccesso di CO2.

Secondo lei per quale ragione l’uomo si percepisce separato dall’ambiente?

E’ un problema filosofico, culturale e antropologico. Personalmente lo concepisco come un grosso limite alla consapevolezza. Molto spesso noi, come civiltà, ci percepiamo solo come utilizzatori e sfruttatori della natura senza capire che, invece, vi siamo immersi e, se la natura non funziona, questo si ripercuote su di noi. Questa cosa è stata capita già molto tempo fa ma sempre ignorata dalle masse. Il Cantico delle Creature  di San Francesco è basato proprio sulla connessione tra uomo e natura. Questo concetto è stato ripreso da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Sii. Si tratta di problemi strorici, solo che una volta avevamo meno possibilità di nuocere alla natura e, con una tecnologia molto limitata, potevamo al massimo abbattere alberi e distruggere boschi. Oggi, invece, 7 miliardi e mezzo di abitanti e i mezzi tecnologici a disposizione stanno massacrando totalmente i sistemi naturali. Papa Francesco dice esattamente questo e cioè che noi facciamo parte della natura, che essa è la nostra casa comune. E’ assurdo, quindi, chiamarci fuori e avere un atteggiamento dominatorio e di sfruttamento. Se l’ha detto anche il papa e nessuno sostanzialmente l’ha ascoltato, questo è emblematico di quanto radicata sia questa resistenza a percepirci come un pezzo di natura da rispettare.

I paesi che si incontrano per accordarsi sulle misure da adottare per ridurre le emissioni sembrano non rendersi conto della situazione e i protocolli parlano di tempistiche molto lunghe all’interno delle quali essi si impegnano a fare qualcosa. Quanto tempo abbiamo realisticamente prima che sia troppo tardi anche per contenere i danni?

Il tempo non c’è più. La malattia esiste già. La nostra febbre è già a 38. Possiamo solo fare in fretta per evitare che arrivi a 42 e contenerla a questi valori.  Stiamo spostando semplicemente degli obiettivi di gravità, prima un grado, poi due…  Un recente lavoro uscito su Nature dice che abbiamo tre anni a disposizione affinché la scelta dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento di temperatura a due gradi rispetto al periodo preindustriale, entro il 2100 sia efficace. Tuttavia, questo non significa affatto che abbiamo tre anni per salvare la situazione. Abbiamo tre anni per mantenere le emissioni entro una certa soglia ma vent’anni fa dicevamo la stessa cosa per un grado e non l’abbiamo fatto. Continuiamo a spostare in avanti l’asticella ma prima o poi, se andiamo avanti così, entreremo nel territorio della catastrofe e non ci sarà più niente da fare.

I giovani sembrano poco interessati alle questioni ambientali. Come se lo spiega? E che ruolo hanno, secondo lei, stampa e social?

Vedo i giovani distratti e inermi. Loro sono, in realtà, il principale bersaglio di questa situazione. Sono coloro che subiranno i danni ambientali maggiori per motivi di tempo poiché stiamo gradualmente caricando il sistema di conseguenze future, loro vivendo più nel futuro dovranno affrontare i problemi maggiori. Dovrebbero essere quelli che si informano di più e che lottano di più per difendere il loro avvenire. Al contrario, mi sembrano completamente distratti e disinformati. Non accedono all’informazione e sembrano rifiutarla. Quando riescono a comprenderla, almeno parlo per la mia esperienza di formatore per trent’anni, in genere abbiamo solo reazioni individuali e mai collettive. Vedo ragazzi che magari capiscono e cercano di fare qualcosa ma quasi sempre da soli. Di conseguenza rimangono isolati e frustrati perché da soli non si conclude nulla. I social media permetterebbero rapidissime forme di aggregazione ma non vengono usati in questo senso o per la discussione di temi importanti ma solo per svago e divertimento. I giovani non usano questo mezzo potentissimo di relazione tra loro. Nel 1986 ero un ventenne e discutevo già di questi problemi ma potevo discuterne all’oratorio o a scuola. Non ho mai frequentato l’oratorio né ho mai fatto associazionismo ma mi rendevo conto che in quegli anni le occasioni di aggregazione non erano molte. Se ne poteva parlare col proprio piccolo gruppo di amici o nella sezione del proprio partito ma, se si voleva emergere, era difficilissimo. Oggi se si apre una pagina facebook, nel giro di poche ore si potrebbe creare un gruppo di persone che la pensano allo stesso modo. Eppure c’è una fortissima mancanza di consapevolezza che porti all’azione. I giovani hanno i mezzi ma non li usano. Rimangono, certamente, i casi di persone che si preparano e studiano ma sempre in modo individuale e isolato. Mai che si formi un movimento vero e proprio, un movimento studentesco, per fare un esempio, che dica: “Adesso basta. Adesso ci pensiamo noi. Ci riprendiamo in mano il nostro futuro”.

Spesso chi inizia ad interessarsi alle tematiche ambientali se ne sente anche sopraffatto e teme di non poter incidere direttamente o di non poter essere parte della soluzione. Così, si rischia, però, di trovarci a passare dall’indifferenza al panico, nel giro di pochi anni. Che cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo, nella nostra casa, quotidianamente, per cambiare la situazione?

L’azione, anche piccola, è un fortissimo antidoto al panico. Il panico arriva quando ci si trova a fronteggiare qualcosa di ingestibile e ci si sente completamente oppressi. I problemi ambientali sono esattamente il contrario. Derivano infatti dalla somma dei miliardi di comportamenti personali e non sono un mostro che arriva da fuori. Siamo noi stessi, il nostro vicino di casa, la nostra famiglia. Quindi, possiamo agire con concretezza ed è un buon modo per far diminuire l’ansia perché il fare allontana quel senso di impotenza. Il panico, però, o dire che il problema è talmente grosso che non serve a niente cominciare a fare qualcosa, può diventare facilmente un alibi. Prendiamo la raccolta e la differenziazione dei rifiuti. E’ una cosa molto semplice. Fare attenzione ai nostri rifiuti e a quelli degli altri  è un gesto piccolissimo e rivoluzionario. Se tutti lo facessimo, la situazione migliorerebbe nel giro di poco tempo. Invece, si pensa che il proprio gesto sia inutile. E’ un problema grave di atteggiamento irresponsabile e infantile. Non voglio affatto dire che si risolva tutto con l’iniziativa del singolo. Abbiamo bisogno della politica e di grandi decisioni ma si comincia così e, soprattutto nei paesi democratici, i leader che vedono i cittadini prendere una determinata direzione, sono portati a seguirli. Fanno esattamente il contrario se nei cittadini prevale, invece, il disinteresse. Come mai i paesi nordici sono più concreti nei confronti dell’ambiente? Proprio perché c’è un atteggiamento individuale più responsabile.

Qual è la più grande sfida che dobbiamo prepararci ad affrontare ora?

Quella di renderci conto che il pianeta ha dei limiti. Se non prenderemo coscienza di questo e continueremo a pensare che tutto è possibile arriveremo semplicemente all’epoca delle conseguenze gravi. Ci siamo già in parte dentro, ma la situazione sarà ancora peggiore se oggi non cambiamo atteggiamento, comportamenti, politica, economia.

Alcuni parlano di fine del mondo se non cambieremo direzione. E’ così?

La fine del mondo non c’è. Evito sempre la retorica del catastrofismo. Il mondo come pianeta finirà tra cinque miliardi di anni quando verrà bruciato con l’espansione del sole. La Terra si governerà tranquillamente da sola anche senza l’uomo. Quello che cerco di far capire è che in gioco c’è l’umanità e non il mondo. E’ la fine del benessere dell’umanità in discussione. Se facciamo troppi errori non avremo più un ambiente vivibile. Sarà la specie umana a subire le conseguenze più gravi. Né apocalisse né fine del mondo. Queste retoriche allontanano dalla presa di coscienza quotidiana del problema. Il problema sei tu. Il problema è quello che hai consumato oggi e il rifiuto che hai prodotto, la benzina che hai bruciato e lo spreco che hai fatto. Ciascuno di noi con i suoi comportamenti è una parte del problema. Il mondo che abbiamo adesso semplicemente si deteriorerà in seguito ai nostri gesti, ma potrebbe invece essere conservato con nuove abitudini più sobrie ed efficienti.

Qualcuno dice che sostanzialmente l’uomo è un animale stupido orientato verso l’autodistruzione. Cosa ne pensa?

Penso esattamente il contrario e credo che ci siano troppi stupidi che hanno il sopravvento sugli intelligenti. L’intelligenza nel mondo c’è e ci ha portato grandissimi vantaggi, se pensiamo alla scienza. Se viene usata male, invece, porta enormi danni. Sarebbe bello usare il sapere prodotto da una certa parte dell’umanità per fecondare anche quell’altra parte che si comporta in modo stupido.

Si sente ottimista o pessimista?

Comincio ad essere pessimista. Non perché non ci siano i mezzi per uscire dal problema ma perché ci ostiniamo a non praticarli. E questa perdita di tempo è cruciale perché se non usiamo bene i prossimi anni subiremo tutti i danni causati dalle nostre azioni. E questo significa sofferenza distribuita per tutti.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Scala Mercalli, l’ambiente in prima serata nel sabato di Raitre

Dal 28 febbraio al 4 aprile, su Raitre, sei puntate del nuovo programma di Luca Mercalli dedicato alla crisi ambientale e alle vie della sostenibilità

Sovrappopolazione, cambiamenti climatici, eventi estremi, sovrasfruttamento delle risorse, delle foreste e degli oceani, inquinamentorifiuti e cementificazione sono argomenti troppo spesso relegati in nicchie dell’informazione, quando dalla risoluzione di queste problematiche dipendono le sorti del Pianeta. Proprio per questa ragione la scelta di Raitre di scommettere su Scala Mercalli, un programma a tematica eco nel prime time del sabato sera è una di quelle sfide da seguire con interesse. A partire da sabato 28 febbraio e per sei puntate Luca Mercalli, già noto al pubblico televisivo per i suoi interventi a Che tempo che fa, parlerà delle emergenze ambientali e delle soluzioni sostenibili già esistenti per contrastarle: dall’economia circolare al riciclo degli scarti, dall’agricoltura sostenibile alle energie rinnovabili. La sfida di Mercalli sarà quella di comunicare in maniera chiara e semplice le rivoluzioni globali sempre più urgenti. Le sei puntata di Scala Mercalli verranno trasmesse dal Centro Multimediale “Sheikh Zayed” della F.A.O.: l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura. Documentari originali da tutto il mondo – dai ghiacci delle Ande alle megalopoli cinesi – e grandi ospiti del mondo scientifico contribuiranno all’approfondimento di temi quali i cambiamenti climatici, le risorse energetiche fossili e rinnovabili, la gestione dei rifiuti, l’uso del territorio e la vulnerabilità agli eventi estremi, la protezione civile e l’agricoltura sostenibile. Dagli orti del Marocco che strappano la terra alla desertificazione alla politica energetica della Danimarca, ampio spazio verrà dato anche agli esempi virtuosi. Pur tenendo alta la guardia sulle urgenze ambientali, il direttore della Società Meteorologica Italiana adotterà uno stile costruttivo e rigoroso, lontano da qualsiasi forma di sensazionalismo. A firmare il programma, oltre a Mercalli, saranno Stefano Di Gioacchino, Elisabetta Marino e Mariella Salvi.80538682-586x390

Fonte:  Rai

© Foto Getty Images

I cambiamenti climatici e la biodiversità: un futuro in pericolo.

Sono sempre più frequenti gli allarmi dei climatologi per quanto riguarda il riscaldamento globale. Il ticchettio del tempo che sta per scadere è un rintocco esasperato. Ma del clima che sta cambiando ormai ce ne accorgiamo tutti i giorni e se ne accorgono i ricercatori delle più disparate discipline naturalistiche.cambiamenticlimatici

Dai botanici, che osservano fioriture straordinarie che iniziano a gennaio con tre mesi di anticipo, ai glaciologi che rilevano la perdita consistente delle calotte polari e dei ghiacci perenni ( Luca Mercalli “Che tempo che farà”) , agli ornitologi che osservano la vita e il comportamento degli uccelli, e hanno constatato come questi ultimi stiano cambiando radicalmente le loro abitudini (“Bird migration times, climate change, and changing population sizes” – Global Change Biology). Molti uccelli non migrano più negli storici luoghi segnalati da secoli, ed invece di svernare in Africa subsahariana, passano la “brutta stagione” nel bacino del Mediterraneo. Altre specie di uccelli trovano il cibo di cui sono ghiotti (semi e germogli) a quote molto più elevate rispetto ad un tempo, e così li si può incontrare in montagna sulle Alpi, mentre un tempo non superavano le quote collinari. Episodi di nidificazione assolutamente anomali sono all’ordine del giorno. Proprio alcuni giorni fa stavo accompagnando un gruppo in escursione nella Maremma toscana. Si tratta di un periodo molto buono per osservare gli uccelli svernanti ma, con sommo stupore di tutti noi, abbiamo trovato una colonia di aironi (garzaia) che si accingeva a nidificare e, fatto ancor più straordinario, all’interno di alcuni nidi si potevano osservare dei giovanissimi aironi già grandicelli. Questo significa che la deposizione delle uova era avvenuta a fine novembre, dal punto di vista climatico dunque in piena stagione invernale. Fatti di questo genere potrebbero sembrare innocui o addirittura positivi, ma in verità testimoniano enormi squilibri in atto a livello biologico. Tali squilibri stanno portando o hanno già portato all’estinzione numerose specie animali e vegetali. In alcuni casi lo scenario può essere apocalittico. Infatti, cambiamento così repentini del clima potrebbero far scomparire interi ecosistemi dai loro luoghi di origine. Per fare degli esempi: la macchia mediterranea in Sardegna potrebbe lasciare il posto a steppe aride o semi aride, le praterie alpine potrebbero scomparire nell’arco di qualche secolo per lasciare il posto ai cespuglietti. Ciò significherebbe la scomparsa pressoché completa di tutte le specie che costituivano quel tipo di ambiente, e gli effetti che ne deriverebbero sarebbero catastrofici tanto per la natura quanto per le popolazioni umane che vivono e lavorano in quei luoghi. Basti pensare alle attività agricole e pastorali legate a questi tipi di ambiente. Se a questo si aggiunge l’arrivo di nuove specie in ambienti che prima non le ospitavano (vedi il caso di diverse specie di insetti parassiti che insidiano l’agricoltura e le foreste), questo comporterà degli effetti a cascata anche per l’uomo. Nei prossimi anni assisteremo a grandi mutamenti, ma noi tutti potremmo ancora mitigare e rallentare la catastrofe climatica e biologica; dobbiamo solo impegnarci concretamente e con forza, consapevoli che un cammino per una società diversa è possibile e necessario.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Frattaminore: nella Terra dei fuochi il comune più virtuoso d’Italia

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È il comune di Frattaminore (NA) ad aggiudicarsi l’ottava edizione del Premio Comuni Virtuosi. a La cerimonia di premiazione si è svolta il 20 settembre nella splendida cornice del comune virtuoso di Agerola (NA). Ad assegnare il Premio una giuria di esperti composta, tra gli altri, da Luca Mercalli, Andrea Segré e Paolo Pileri.

“Frattaminore – spiega la giuria – è nel cuore della cosiddetta Terra dei fuochi. Da anni questo è l’epicentro delle cattive notizie, il luogo simbolo dove lo Stato perde e a vincere è sempre e comunque l’inquinamento e il malaffare. Ma come spesso accade quando si guardano le cose più da vicino, tolte le lenti dei media urlanti, si può scorgere una realtà parallela, diversa”.

“Il Comune di Frattaminore – prosegue la giuria – è a pieno titolo il vincitore 2014 del Premio Comuni Virtuosi. Per la somma della grandi e piccole progettualità messe in campo. Per la raccolta differenziata, la cura del territorio, le politiche energetiche. Perché è l’esempio della possibilità di cambiare (in meglio) anche nelle situazione più compromesse, apparentemente irrecuperabili”.

Il Comune di Frattaminore si è aggiudicato un audit energetico del valore commerciale di 3.500 euro, che realizzerà su un edifico comunale indicato dal comune il Polo Tecnologico per l’Energia di Trento, partner tecnico del Premio. Ecco invece i premi di categoriaRivalta (TO)  si aggiudica il primo posto nella categoria “Gestione del territorio”, dove riceve una menzione speciale il Comune di Gangi (PA). Per la categoria “Impronta ecologica” il primo classificato è il Comune di Casteldidone (CR). Per i rifiuti vittoria ex-equo per i comuni di Trento e Zero Branco (TV). Per la “Mobilità sostenibile” il primo classificato è il Comune di Saronno (VA). Infine, nella categoria “Nuovi stili di vita”, il migliore è risultato il Comune di Este (PD). Tutti i progetti dei vincitori sono visionabili nell’apposita sezione del sito dell’Associazione dei Comuni virtuosi.

 

Fonte: italiachecambia.org/

Luca Mercalli: “l’Italia che cambia è l’unica garanzia per il futuro”

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“Per ora l’Italia che cambia è una sorta di fiume carsico, qualcosa che non si vede. È l’unica Italia che dà a me ottimismo ma è ancora un’Italia piccola. Ritengo che si tratta forse del 10% degli abitanti. Sono persone estremamente informate, che hanno voglia di uscire da un mondo che non le soddisfa più. Io credo in queste persone e lavoriamo ormai da tempo insieme. Possono essere associazioni, singoli, ma anche amministrazioni comunali: ci sono eccellenti esempi di piccoli o grandi comuni che stanno facendo scelte di transizione. Purtroppo la mancanza di una politica nazionale che accompagni tutto ciò continua a lasciare in una posizione di marginalità queste esperienze e non le fa decollare come meriterebbero perché sono l’unica garanzia di assicurazione su un futuro che vorremmo stabile e di benessere. Invece, in questi anni così critici, temo che il mantenere le condizioni del passato ci porterà alla rovina”.

Inizia così a parlare dell’Italia che cambia Luca Mercalli che abbiamo intervistato il 10 maggio ad Arco in occasione del Festival dell’ l’informazione Indipendente  organizzato da Mattia Detoni e La Busa Consapevole. Il meteorologo noto al pubblico italiano per la partecipazione al programma televisivo “Che tempo che fa” ci invita a riflettere sul nostro impatto sul pianeta e sull’urgenza di cambiare immediatamente rotta. L’Italia che cambia la vede anche lui, sei milioni di persone che vivono e sentono in modo diverso. Tanti o pochi? Questione di punti di vista.

Fonte: italiachecambia.org

Clima bene comune

Abbiamo intervistato Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, che ha scritto recentemente, insieme all’economista Alessandra Goria, un libro sul problema dei cambiamenti climatici in atto e sulle possibili soluzioni che è possibile adottare a livello individuale e sociale per arginare il problema, e stabilizzarlo a un livello accettabile per la sopravvivenza prima di tutto dell’Umanità e poi del maggior numero di specie animali e vegetali del pianetaluca_mercalli_foto

Luca Mercalli insieme ad Alessandra Goria ha scritto recentemente un nuovo libro sul cambiamento climatico e le sue problematiche (Clima bene comune, Bruno Mondadori, 2013). Mercalli è un climatologo e affronta la questione sollevando il velo delle errate informazioni sul tema e proponendo soluzioni individuali, sociali e istituzionali per fermare la pericolosa mutazione dei climi. Gli scenari e gli impatti attuali e futuri descritti nel suo testo, tutti documentati secondo le più recenti acquisizioni della ricerca scientifica internazionale, sono impressionanti e lo sono tanto più alla luce dei costi che imporranno alle nostre società opulente e all’umanità intera, sia dal punto di vista economico che sociale e umano. Tuttavia è ancora possibile agire per tentare di arginare il problema se ci si orienta verso un altro modo di vivere, sia a livello individuale che sociale. Abbiamo chiesto a Luca Mercalli il suo punto di vista, chiedendogli anche di aprirci spiragli sulle soluzioni possibili per un cambiamento di rotta.

V.P. – La questione del cambiamento climatico è sempre più impellente e lo vediamo (parlo delle persone ecologicamente sensibili) ormai con i nostri occhi (non sono più teorie) “grazie” agli eventi climatici drammatici cui ogni tanto anche le nostre regioni sono sottoposte. La domanda iniziale però è questa: qual è secondo te la percezione reale della gente comune? A tuo parere il cosiddetto uomo della strada crede nella possibilità di fare qualcosa per arginare questo pericoloso disordine del clima?

L.M. – Innanzitutto va detto che il problema del cambiamento climatico è di una complessità enorme. Non si possono ad esempio trarre conclusioni generali da fenomeni locali e siamo costretti a fare i conti con molte incertezze. Tanto più che spesso ci sono concause dovute ad altri fattori. Nell’ultimo grave episodio alluvionale in Sardegna, il 18 novembre 2013, una parte consistente del problema è stato generato da un cattivo uso del territorio, da abuso edilizio e da una scarsa conoscenza delle norme di protezione civile più sicuramente una certa percentuale dovuta a una nuova strutturazione climatica, che tuttavia non siamo in grado di quantificare. In ogni caso, molti altri sintomi generali di cambiamento in atto li abbiamo già. L’aumento della temperatura del globo è infatti un fatto ormai inequivocabile, così come è accertato che ciò sia di origine umana. Il recente quinto Rapporto dell’ONU-IPCC sul clima effettua una diagnosi della tendenza termica all’aumento che non lascia dubbi in questo senso. E ci sono accadimenti importantissimi come la fusione dei ghiacciai e della banchisa polare che sono drammatici.

V.P. – Come mai, nonostante appunto concreti esempi di stravolgimenti stagionali ed eccessi di manifestazioni atmosferiche in molti luoghi del pianeta, i capi di stato e le istituzioni internazionali che dovrebbero essere i soggetti maggiormente coinvolti e artefici di piani difesa e di riconversione delle abitudini umane che concorrono al riscaldamento terrestre, si ostinano a negare, ignorare o a ridimensionare tali cambiamenti in atto? Alcuni sostengono che questi cambiamenti ci sono sempre stati, altri che non è colpa dell’uomo se ora si stanno verificando e altri ancora, seppure li ammettono e capiscono, di fatto non danno luogo ad azioni collettive concrete.

L.M. – Ci sono due grandi ostacoli che congelano qualsiasi percorso di cambio di direzione societario rispetto al problema del clima. Il primo è quello economico. C’è una lobby molto forte che preme a tutti i livelli per impedire che non ci siano penalizzazioni sul fronte del consumo energetico e della crescita economica. Il mercato del carbone e del petrolio è uno dei mercati più grandi al mondo con una potenza di fuoco e capacità di corruzione politica impareggiabile. Lo stesso Obama, un capo di stato di un paese di importanza fondamentale a livello mondiale, e che ha consapevolezza del problema, ha dimostrato di non avere possibilità di manovra perché la lobby dei petrolieri staunitensi è potentissima. Ma anche altri grandi paesi in via di sviluppo come l’India o la Cina non hanno alcun interesse a fermare la loro corsa, rimpallando semmai la questione agli stati occidentali che sono partiti prima e che hanno maggiori responsabilità nella faccenda. Il secondo ostacolo è invece di tipo culturale: l’uomo non è attento alle problematiche che si manifestano nel lungo termine. Se lo fosse, dovrebbe scommettere sulla credibilità della scienza e sul futuro, e in generale a nessuno interessa farlo. La metafora del fumo di tabacco e dei suoi effetti nocivi risaputi è assolutamente calzante. Anche in quel caso, nessuno o quasi si preoccupa del fatto che dopo vent’anni di fumo potrebbe sviluppare con grandissime probabilità un tumore al polmone e quindi tutti continuano a fumare, rischiando per un piccolo piacere sicuro oggi una grave ma incerta conseguenza domani. Allo stesso tempo, le lobby produttrici di tabacco fanno il loro lavoro per continuare a produrre e vendere in santa pace il loro prodotto. La stessa cosa avviene nel caso dei cambiamenti climatici e dell’uso irresponsabile delle energie fossili e quant’altro.

V.P. – Se non ci saranno azioni individuali e collettive per modificare questo andamento, cosa ci potremo aspettare e in che tempi?

L.M. – Sicuramente si tratta di un cambiamento epocale per la storia umana. Dalla metà di questo secolo in poi l’evoluzione climatica e ambientale entrerà in un territorio inesplorato dove tutto potrà capitare e si vedranno cose mai viste. Un adattamento di tutte le specie a quello che avverrà è impossibile. Batteri e insetti certamente si adatteranno meglio, ma per le altre specie ci saranno difficoltà notevoli. Ci vorrebbe un formidabile salto culturale di visione del futuro per arrivare a comprendere che stiamo scherzando col fuoco.

V.P. – Su questo giornale parliamo spesso del ruolo delle scelte individuali per un mondo migliore, ovviamente anche sul piano del riscaldamento del pianeta. Ma dal punto di vista istituzionale e sociale collettivo cosa pensi sia possibile fare? In generale hai delle proposte?

L.M. – Prima di tutto occorre prendere coscienza che una parte di cambiamento climatico ormai è in atto e non si può più invertire. Un aumento di un paio di gradi della temperatura media dell’atmosfera terrestre entro questo secolo è quindi irreversibile, con i suoi scompensi e mutamenti che stiamo vedendo e che vedremo ancor più nei prossimi anni. Tuttavia non fare più nulla per mitigare la situazione e continuare a spingere le emissioni climalteranti senza limite significa anche che potremmo andare verso un cambiamento equivalente a 5 gradi di aumento che sono moltissimi. Cinque gradi a livello globale significa che in certe aree si può arrivare a punte di 10 gradi di differenza rispetto al presente. Con conseguenze sull’agricoltura, sull’innalzamento del livello dei mari e quindi sulle migrazioni dei popoli di portata eccezionale. Un fronte su cui agire è sicuramente un’evoluzione tecnologica che ci porti a sganciarci dalle energie fossili e a puntare verso quelle rinnovabili per contenerci entro i 2-3 gradi, i quali, ripeto, sono purtroppo ormai assodati come futura situazione che dovremo vivere. Al momento, quindi, abbiamo questo spazio di manovra per non oltrepassare questo limite, che ha già i suoi notevoli problemi per l’equilibrio del pianeta, ma più si aspetta e più questo spazio si riduce. Proprio per questo ho pensato di scrivere questo libro a quattro mani insieme a una economista come Alessandra Goria. Occorre dare un messaggio forte che esistono linee di coesistenza con l’ambiente e socialità umane diverse anche dal punto di vista economico e che l’economia predatoria che oggi regge il pianeta, può cambiare. Anzi, sebbene non emerga, esiste già un’economia diversa, che potrebbe far fronte a queste problematiche e svelarci un percorso verso rapporti societari ed ecologici più equilibrati, più rispettosi del necessario e meno inclini al superfluo, più sobri nei consumi e più attenti verso il riciclo degli scarti. Queste sono le prospettive che illustriamo nel libro e che speriamo stimolino l’azione concreta di quante più persone e istituzioni possibili.

Fonte: il cambiamento

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Prepariamoci…a vivere meglio con meno

Luca Mercalli ci spiega come ridurre la nostra impronta ecologica sul Pianeta. Risparmiando…Immagine

Luca Mercalli ci spiega quale futuro ci attende a livello di cambiamenti globali del clima e della gestione delle risorse e come possiamo ridurre, attraverso semplici e impor­tanti gesti, la nostra impronta ecolo­gica sulla terra. Con la certezza che l’impegno di ognuno è importante e significativo, dal momento che i pro­blemi del pianeta altro non sono che la somma dei comportamenti di sette miliardi di persone, chi più chi meno.

Il titolo del suo ultimo libro “Prepariamoci” è un invito a impe­gnarci tutti, in prima persona, per far fronte al mondo che verrà, un mondo che si prospetta ben diver­so da quello in cui siamo abituati a vivere. Quali sono secondo lei le sfide più difficili e i cambiamenti più drastici a cui dobbiamo essere preparati? La preoccupazione maggiore deriva dalla combinazione di tanti cambia­menti, che presi uno per uno sarebbe­ro più facili da affrontare ma che ten­dono ormai a combinarsi in un unico stato di crisi: i cambiamenti climatici si sommano all’esaurimento delle fonti di energia a basso costo, alla crisi della produzione di cibo, all’au­mento della popolazione terrestre, ai problemi ambientali legati per esem­pio all’inquinamento chimico dell’ac­qua, dell’aria e dei suoli, alla cemen­tificazione e conseguente riduzione di terreno fertile per l’agricoltura, al costo maggiore delle materie prime e dei minerali. Mettendo insieme tutti questi fattori, abbiamo a livello glo­bale, ma ancor più a livello nazionale, una elevata fragilità. Se però comin­ciamo a ragionare su questi fatti con un certo anticipo ecco che è possibile attrezzarsi per non avere poi delle sor­prese sgradite. Perché abituandoci a vivere con meno possiamo essere più felici? Se guardiamo alla nostra società occi­dentale ci accorgiamo prima di tutto che è affetta da un’enorme quantità di sprechi, almeno il 30% di tutto ciò che facciamo e utilizziamo è spreco. Ci siamo abituati ad avere una bassa efficienza: quando le cose costavano di meno era più facile sprecare che occu­parsi di usare al meglio le risorse. Oggi, in un momento di contrazione economica, tagliare lo spreco non significa ridurre la propria qualità di vita, significa soltanto avere un po’ di attenzioni e non rinunciare a nulla. Anzi, si comincia a guadagnare perché lo spreco si traduce in spreco di denaro. Ne guadagniamo noi e ne guadagna l’ambiente in termini di meno rifiuti, meno emissioni di gas a effetto serra. Dopo l’abbattimento dello spreco viene una visione del mondo un po’

La maggior parte delle case, in Italia, è un colabrodo energeticoImmagine

diversa: si vede chiaro che nei Paesi occidentali oltre un certo limite di crescita economica e di consumi, la felicità non cresce di conseguenza – filosofi e sociologi stanno studiando questo fenomeno da tempo. C’è in tutti noi una sorta di effetto satura­zione e al di là della soddisfazione dei nostri bisogni fondamentali – che sono sacrosanti e inviolabili – quando si entra nel campo dei desideri si sco­pre che gran parte di essi sono indotti dalla pubblicità. I messaggi pubbli­citari sono ingannevoli e ci dicono che saremo persone adeguate e che valgono nella società solo se acquiste­remo il determinato profumo, vestito, automobile. Dobbiamo imparare a fermarci un attimo e a pensare che di tante cose non abbiamo davvero alcun bisogno.

Secondo lei è veramente possibile che ognuno, nel proprio piccolo, attraverso costanti azioni quotidia­ne di risparmio delle risorse possa contribuire significativamente alla salvaguardia del Pianeta? Di fronte ai piccoli sacrifici che nuovi stili di vita comportano molti si demotiva­no pensando di essere una piccolis­sima goccia nell’oceano… I problemi del Pianeta altro non sono che la somma dei comportamenti di sette miliardi di persone, chi più chi meno. E anche le grandi lobby eco­nomiche che controllano in parte le nostre scelte, alla fine terminano nel mercato dei consumatori. Quindi, in fondo, il piccolo può anche controllare il grande attraverso i propri consumi, attraverso la gestione oculata del pro­prio portafoglio e quindi delle scelte di ogni giorno: se compro un certo ogget­to faccio una scelta ben precisa, do un voto. Anche il cambiamento delle abi­tudini può influire sulle grandi scelte economiche, certo non su tutte, penso ad esempio alla difficoltà d’influire sulle spese militari.

Quali sono le principali azioni che una famiglia che vive in città può adottare per ridurre il proprio impatto ambientale? Prima di tutto penso si debba fare un bilancio non solo economico ma anche e soprattutto energetico della propria vita. Una delle voci di spesa più impor­tanti di una famiglia è proprio quella dell’energia: riscaldamento, gas, elet­tricità, combustibile per la macchina. Avendo chiaro qual è il proprio bilancio energetico possiamo agire sull’efficien­zaImmagine1Immagine2

e diminuire i nostri consumi. Ad esempio, la maggior parte delle case, in Italia, è un colabrodo energeti­co: attraverso opere di ristrutturazione, sulle quali ci sono anche sgravi fiscali e incentivi, possiamo cominciare a taglia­re del 50-70% i consumi della nostra abitazione, a parità di confort. Anche per l’automobile vale lo stesso discorso: è molto diverso muoversi in suv piuttosto che con una piccola utilitaria. Conosco molte persone che hanno fatto bene i loro conti e hanno deciso di vendere la macchina, riuscendo a spostarsi age­volmente con i mezzi pubblici e noleg­giandola o utilizzandola in car sharing quelle poche volte all’anno in cui non è proprio possibile farne a meno. La voce “energie” è sicuramente la più importante in un discorso di descrescita felice; poi viene quella delle mode: abiti, cosmetici, profumi e tanti altri beni di consu­mo costano davvero cari solo perché “firmati”. Eliminando molti di questi orpelli la vita diventa più semplice, non si deve rispondere a nessuno del proprio comportamento e si rispar­miano un bel po’ di soldi.

Ci racconta brevemente come vive con la sua famiglia? Quali scelte ha intrapreso verso la resilienza? Oltre a quella del risparmio energe­tico della casa (isolamento termico e installazione di pannelli fotovoltaici per la produzione dell’energia elettri­ca) sono riuscito a fare scelte ancora più ampie trasformando un improdut­tivo giardino che assorbiva risorse in un fecondissimo orto che mi dà delle ottime verdure e mi evita di andare a fare attività fisica a pagamento in palestra: la mia palestra è diventata l’orto e in più produce i pomodori. Inoltre ho modificato radicalmente le mie scelte di acquisto – cosa che tutti possono fare. La classica spesa settimanale al supermercato si è tra­sformata per me in una spesa ormai più che bimestrale andando ad acqui­stare solo quello di cui ho veramente bisogno e facendo una scelta molto ragionata sui prodotti che metto nel carrello. Ho ridotto sempre più il prodotto alimentare confezionato, precotto, a favore di cibi freschi o che possono essere cucinati in mille modi e hanno un basso costo iniziale, come i fantastici legumi.

In un mondo in cui tutto si compra, si rompe e si butta e in cui nelle nostre case siamo sempre al caldo e l’acqua esce abbondante dai nostri rubinetti, come possiamo insegnare ai nostri figli il valore del risparmio delle risorse? Penso ad esempio alla scuola materna di mia figlia in cui usano i bicchieri di plastica usa e getta ad ogni merenda o pasto: fanno tre pasti al giorno e sono sessanta bambini, il conto è presto fatto… Prima di tutto è un fatto culturale: dobbiamo far capire anche ai bambini da un lato la preziosità delle risorse, quindi riflettere sul fatto che quel bicchiere di plastica è del petrolio che magari ha creato una guerra in un Paese lontano e che è arrivato con un lungo viaggio da noi: lo usiamo cinque minuti e poi si trasforma in un rifiuto. Dobbiamo far capire loro che il rifiuto fa male alla salute, che poi lo ritroviamo nell’acqua che beviamo, nell’aria, nei cibi. Dopo questo passo viene il momento del comitato dei cittadini, dei genitori che chiedono alla scuola, al comune di cambiare metodo: so che questa battaglia è già stata fatta in diversi comuni italiani e ho nella mente il chiaro esempio degli studenti dell’U­niversità di Padova, che hanno dato vita a un comitato per l’abolizione dei bicchieri in plastica alla mensa universitaria, presentando uno studio realizzato da loro, relativo all’impatto ambientale di questa prassi. A questo punto la grande politica dovrebbe intervenire: riconosciuta l’evidenza dell’impatto ambientale nocivo delle stoviglie usa e getta, una legge nazionale dovrebbe proibirne l’uso in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Pensa che in Italia ci sia una mag­giore difficoltà a far passare un certo tipo di concetti di risparmio, tutela, bene comune e senso civico rispetto ad altri Paesi? Questo è sicuramente vero anche per un fatto di pessima educazione ambientale: queste tematiche non si studiano a scuola, si studiano male o non sono collegate in una visione complessiva. Non ci sono spesso le basi per spie­gare a gran parte dei nostri concit­tadini cosa s’intende per risparmio delle risorse, tutela del territorio e del paesaggio ecc. Mentre queste tema­tiche sono molto meglio comprese e convertite in pratica dalla politica nei Paesi del Nord Europa, che sono cer­tamente da prendere come modello: non bisogna neanche sforzarsi molto, basterebbe imparare a copiare da chi le cose le ha già fatte bene.

Abbiamo intervistato Luca Mercalli

Nato a Torino nel 1966, ha iniziato giovanissimo a interessarsi di atmosfera.

Ha studiato scienze agrarie all’Università di Torino, con indirizzo uso e difesa dei suoli e agrometeorologia, ma ha approfondito la preparazione in climatologia e glaciologia in Francia, tra Grenoble e Chambéry, dove si è laureato in geografia e scienze della montagna. È autore di centinaia di articoli scientifici, di saggi di divulgazione sui temi ambientali e di ricerca sul clima e non solo. Ha tenuto un migliaio di conferenze, in Italia e all’estero. Svolge incarichi di docenza per università, corsi di specializzazione e formazione professionale in scuole di ogni ordine e grado. Divulga le tematiche che gli sono care anche in numerosi programmi televisivi tra cui Che Tempo Che Fa condotto da Fabio Fazio. Abita in Val di Susa, si scalda con legna e pannelli solari, fa una differenziazione minuziosa dei rifiuti, coltiva l’orto e ama le biblioteche.

Fonte: viviconsapevole.it

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