Sacchetti di plastica: a Losanna diventano opera d’arte

Trenta artisti e designer di fama internazionale raccontano il sacchetto di plastica attraverso l’arte contemporanea, dando voce agli interrogativi e le sfide attuali sollevati dal suo utilizzo massivo in tutto il mondo375607

Serena  Carta

Ve la ricordate la fiaba di Raperonzolo? C’era un volta una principessa che aveva i capelli così lunghi che ci si poteva arrampicare su per raggiungere la sommità della torre in cui abitava… Ecco, invece dei capelli, immaginate una liana con petali fatta di sacchetti di plastica che risale la tromba delle scale di un palazzo moderno. Il palazzo in questione è il Museo di design e arti applicate contemporanee (MUDAC) che ha sede a Losanna, in Svizzera. Qui, fino a ottobre, sarà allestita “Coup de sac!“, una mostra dedicata al sacchetto di plastica. La liana “Raperonzolo” (foto 1) è un’opera realizzata da Claudia Borgna, eclettica artista di origini nostrane che ama dare vita a paesaggi fiabeschi attraverso installazioni tanto monumentali quanto effimere che nascono dal suo interesse per il paesaggio e il nostro pianeta invaso dai rifiuti.  Simbolo per eccellenza della società consumistica, all’interno del MUDAC il sacchetto di plastica viene rappresentato come un supereroe dai poteri stra-ordinari: la resistenza e (quasi) indistruttibilità e la capacità di inquinare al punto da generare la morte. Fotografato, accartocciato, ricoperto d’oro, gonfiato, ricamato, è considerato nella sua duplice natura di oggetto d’uso comune “da non disperdere nell’ambiente” e opera d’arte. Trenta artisti e designer di fama internazionale lo hanno raccontato attraverso l’arte contemporanea, esprimendone tutti gli interrogativi e le sfide attuali sollevati dal suo utilizzo massivo. L’ecologia e il riciclo, l’effimero e la trasformazione, il design e l’artigianato, la società di consumo e la politica sono alcuni dei temi affrontati dagli artisti. La mostra gioca sui contrasti e le contraddizioni. E’ il caso ad esempio della collezione dei sacchetti distribuiti nelle strade svizzere e tedesche per raccogliere i bisogni del proprio cane. Un paradosso tutto contemporaneo quello di invitare ad imballare un prodotto organico e biodegradabile con del materiale inquinante difficilmente riciclabile. E cosa pensare di un sacchetto griffato Louis Vuitton abbandonato in un angolo come fosse pieno di spazzatura (foto 2); oppure di sacchetti in seta finemente ricamati esposti in una teca, come fossero oggetti preziosissimi (foto 3)?

L’intento della mostra è quello di osservare il sacchetto di plastica con un nuovo sguardo. «Trasformandolo in oggetto di valore gli abbiamo dato una nuova importanza. Ci penseremo due volte prima di gettare il prossimo sacchetto di plastica» hanno dichiarato gli organizzatori. Ed è per questo motivo hanno scelto di esporre un sacchetto ricoperto d’oro 24 carati (foto 4): un oggetto delicato che rivela una grande complessità, allegoria della nostra società consumistica per cui l’oro e il petrolio sono diventati due materiali indispensabili. Insomma, dopo la contemplazione estetica si finisce necessariamente per riflettere sul significato che il sacchetto di plastica ha assunto nelle nostre vite. Oggetto di culto o rifiuto, adorato o criticato, il sacco di plastica divide gli animi, li polarizza e rivela il nostro comportamento di consumatori. Rafforza il nostro statuto e la nostra identità, indebolisce l’ambiente, è collezionato per amore o per coscienza ambientale, costituisce un tema di attualità in politica come nell’arte. Ed è così che va letta l’opera forse più virulenta di tutta l’esposizione: la croce gigante composta dai sacchetti di Lidl e Aldi, le due catene di supermercati low cost dominanti in Germania, simbolo di una società che ha fatto del consumo una religione (foto 5). La croce fluttua nell’aria, costantemente gonfiata da un piccolo asciugacapelli. Cosa succederebbe se qualcuno staccasse la spina?ecodallecitta

Fonte: eco dalle città

 

Bike messenger: a Losanna il campionato mondiale dei postini in bicicletta

In Svizzera, fra luglio e agosto, si assegnerà il titolo iridato dei messaggeri a pedalibanniereweb_welcome-586x293

Una volta c’era i “postini”, quelli della Us Postal Service dello schiacciasassi Lance Armstrong, poi ci si è accorti che quello era stato tutto un bluff, un illusionismo chimico-farmacologico con derive autoritarie. I postini in bicicletta slow continuano, invece, a essere tantissimi. A quelli tradizionali dei servizi nazionali di posta si sono aggiunti quelli privati, piccole imprese che si occupano di consegnare buste, plichi e pacchi nelle città e nelle metropoli di tutto il mondo. Il bike messenger è mestiere in rapida e travolgente ascesa, qualche tempo fa Ecoblog ha pubblicato gli indirizzi di alcune delle principali agenzie italiane. Oggi ci occupiamo dell’aspetto agonistico della vicenda, vale a dire del Campionato Mondiale dei bike messenger che quest’anno si svolgerà a Losanna, in Svizzera, da martedì 30 luglio a domenica 4 agosto. Già immaginiamo le fiammanti bici a scatto fisso che si sfideranno sulle strade elvetiche. Giunti alla ventunesima edizione, finora questi particolari campionati iridati di ciclismo si sono svolti a Londra, San Francisco, Barcellona, Budapest, Zurigo, Dublino, Chicago e tante altre metropoli. Quest’anno si correrà sul selettivo percorso di Losanna, città dalla quale proviene il pluricampione Raphael Faiss, tre volte iridato. Se la prova principale è quella che simula una normale giornata lavorativa con tanto di consegne di pacchi, le prove collaterali vanno da quella sprint a quella di salto con gli ostacoli (un ciclista è riuscito a superare una barra posta a 127 cm da terra!), dal bike polo alle consegne di carichi pesanti. I bike messenger più instancabili, quelli da Guinness, coprono una distanza giornaliera fra i 90 e i 120 chilometri al giorno. Dunque l’allenamento non gli manca di certo: per tutti gli “umani” da 40-50 chilometri al giorno, decoubertianamente, l’importante è partecipare.

Fonte: Cycle Messenger World Championship

In 1500 a Losanna contro lo sfruttamento delle materie prime di banche e multinazionali

Si è tenuto a Losanna il secondo Summit mondiale delle materie prime organizzato dal Financial Times: 1500 persone hanno manifestato contro un giro d’affari da 191 miliardi di euro negli ultimi 10 anni fatto di speculazione e sofferenza.losanna1-620x350

Oltre 1500 persone hanno sfilato contro ilSummit delle materie prime che si è tenuto dal 15 al 17 aprile a Losanna. A partecipare al’evento organizzato dal Financial Times i colossi delle banche e della finanza mondiale per cui le commodities sono fondamentali e le multinazionali che per sopravvivere necessitano di materie prime: il matrimonio perfetto. Mercato in crescita dal 2000 e trainato dall’Asia con i mercati della Cina e di Singapore, le commodities restano ancora la pietra miliare su cui incardinare le migliori speculazioni finanziarie. Nel frattempo però le organizzazioni che non stanno al gioco di finanza e multinazionali sono scese in strada pacificamente a denunciare il loro dissenso ai principali attori della compravendita mondiale di materie prime, nomi sconosciuti per la stra grande maggioranza dell’opinione pubblica, quali: Glencore, Vitol, Trafigura, Gunvor, Cargill, Archer Daniels Midland, Louis Dreyfus, Wilmar, Noble, Mitsubishi e Mitsui che hanno ottenuto profitti dal 2003 al 2012 per 191 miliardi di euro; 179 miliardi di euro dal 2003 al 2012 per Toyota, Volkswagen, BMW, Renault et Ford; 171 miliardi di euro per JPMorgan, Goldman Sachs e Morgan Stanley. Soldi tutti dragati direttamente dalle risorse naturali e non redistribuite. I manifestanti su trattori e biciclette hanno ricordato il ruolo che la finanza, banche e multinazionali giocano nello sfruttamento delle materie prime piegando alla povertà e alla miseria le persone e devastando l’ambiente. I manifestanti rappresentano il Collettivo contro la speculazione della materie prime composto da circa 30 organizzazioni, associazioni, partiti politici che hanno colto l’occasione di questo secondo vertice per denunciare che le loro “opportunità di affari” si traducono molto spesso in miseria per milioni di persone. Per l’occasione è stato organizzato un contro-summit durante il quale sono intervenuti Jean Ziegler sociologo svizzero e Relatore speciale sul diritto all’alimentazione per il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e Jo Lang in rappresentanza dei Verdi svizzeri. Da un palco improvvisato davanti al Beau-Rivage Palace, il leader contadino del Congo Victor Nzuzi coordinatore di GRAPR e NAD Kinshasa (RDC) ha affrontato le compagnie minerarie presenti al Summit per ricordare loro l’esperienza del suo Paese, con risorse incredibili, tra cui il coltan usato per telefoni e computer oggetto di una vera predazione e ha testimoniato la guerra combattuta tra le milizie che rappresentano le società minerarie e gli interessi dei paesi coinvolti nell’estrazione del coltan e l’inferno e il martirio vissuto dalle persone che abitano in Congo. A prendere la parola anche Il capo indiano Arthur Manuel, venuto dal Canada che ha testimoniato le innumerevoli violazioni imposte “Madre Natura”, così come alle persone che vivono nelle zone di estrazione dello shale gas.

Fonte: Comunicato stampa del Collectif contre la spéculation sur les matières premières su Suisse attac, Le Monde