Una famiglia alla ricerca di una scuola diversa

È possibile vivere e imparare al di fuori dei consueti stili di vita e schemi scolastici tradizionali? È quanto hanno deciso di indagare Lucio Basadonne e Anna Pollio, genitori di Gaia e registi dei documentari Unlearning e Figli della Libertà. Ecco la storia di una famiglia che ha deciso di cambiare le proprie abitudini e la propria vita per documentare la trasformazione e la ricchezza di vedute nel mondo dell’istruzione.  “La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno ne raccoglie un frammento e sostiene che lì è racchiusa tutta la verità”. Teniamo a mente questa frase, nella storia di oggi ci tornerà utile per capire cosa stiamo leggendo.

Lucio Basadonne e Anna Pollio sono una coppia, nella vita e nel lavoro (entrambi si occupano di documentaristica). Hanno una figlia che si chiama Gaia e che con loro condivide un’attitudine importante: non smettere mai di interrogarsi e continuare a farsi delle domande. Nei bambini sembra normale, negli adulti un po’ meno, ma è con questo spirito che questa famiglia da tempo si interroga su alcuni aspetti importanti del vivere: quella che ci circonda è davvero l’unica realtà possibile? Esistono altri stili di vita, altri metodi di apprendimento che potremmo almeno tentare di conoscere per non delegare sempre tutto a qualcun altro?

Qualche anno fa Gaia disegnò un pollo che aveva quattro zampe. Questo disegno è stata la scintilla per Lucio e Anna per partire insieme a Gaia per (passateci il gioco di parole) “imparare a disimparare”: un viaggio di sei mesi alla scoperta di tutte quelle famiglie che hanno deciso di cambiare le proprie abitudini e il proprio stile di vita attraverso ecovillaggi, comunità e famiglie itineranti.Tutto questo è raccontato in “Unlearning”, il primo documentario del trio.

Il tema a stretto contatto su come impostare la propria vita all’interno del proprio nucleo familiare è anche quello dell’educazione. Poteva una famiglia nata con l’intento di curiosare, domandare, scoprire e uscire dalla “zona di comfort” non approfondire questo tipo di argomento?

“Figli della Libertà” è il secondo lavoro di Lucio, Anna e Gaia e affronta il (delicato) tema dell’istruzione, sempre da un punto di vista di una famiglia che, tra molti dubbi, ha la sola certezza di dover esplorare il più possibile per scoprire una strada che volutamente non sarà mai del tutto definitiva: “Uno immagina la scuola con la maestra, la lavagna, i banchi, il quaderno, i compiti. Noi ci siamo trovati a vivere un’idea di scuola completamente diversa e abbiamo deciso di raccontarla” ci racconta Lucio Basadonne “ed ovviamente una scuola diversa ti mette molti dubbi, perché quando sei fuori da quella che è una strada ordinaria i dubbi aumentano.  Ecco perché è anche un racconto fatto di domande”.13423772_1146096155450958_3395146445794716498_n

Il film, nello specifico, è la storia di una bambina (Gaia) che chiede di non andare più a scuola e il viaggio dei genitori nel cercare di esaudire questo desiderio cercando la migliore strada educativa e istruttiva possibile per la propria figlia, in base all’articolo 30 della Costituzione italiana che chiarisce come sia l’istruzione ad essere obbligatoria e non la scuola. La scelta della famiglia si chiama “Officina del Crescere”, una scuola familiare e una comunità educante con sede a Genova e che Gaia frequenta. Da questo punto di partenza, sempre all’insegna della curiosità nei confronti di modelli educativi alternativi alla classica scuola, il viaggio dei tre si dipana tra la scoperta di esperienze di homeschooling e quella di realtà scolastiche particolari come l’inglese Summerhill (uno dei più significativi esperimenti di pedagogia libertaria), così come nell’incontro con persone che hanno sia intrapreso un percorso educativo differente che con personalità come Silvano Agosti, Daniele Novara e Paolo Mottana per citarne alcuni,impegnati da anni in importanti riflessioni sul mondo del lavoro e della scuola in particolare.12301563_1025618744165367_2950275522330764565_n

Immagine tratta dal documentario “Unlearning”

“L’esperienza più grande che ci è arrivata dal nostro percorso di vita, di scoperta e di lavoro è scoprire verità diverse dalla tua” ci spiega Lucio “entrare come essere umano e come documentarista in sintonia con queste storie e capire le motivazioni di chi ne è protagonista o attore. Io non ero affatto a conoscenza dell’homeschooling, a dir la verità pensavo a quanto fosse lontana questa esperienza dal mio immaginario, mentre invece dopo due anni lo sto sperimentando personalmente”.

Tutto il percorso legato al cambiamento di Lucio, Anna e gaia ci riporta così all’inizio del nostro pezzo: “L’aspetto principale del nostro percorso è assimilabile ad uno specchio caduto: ogni frammento è parte della verità, in questo momento crediamo che abbandonare le proprie certezze sia fondamentale.” Per cambiare vita e scoprire una nuova scuola, Lucio, Anna e Gaia hanno fatto così.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/io-faccio-cosi-166-famiglia-ricerca-scuola-diversa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Ivan Fantini: una vita di cambiamenti… verso la libertà

Cuoco “eterodosso e dimissionario”, agricoltore e scrittore per urgenza. La stimolante esperienza di Ivan Fantini e gli innumerevoli cambiamenti affrontati nella sua vita permettono di porci domande sul senso del nostro agire quotidiano.

Ivan Fantini è una di quelle persone che va dritta al punto e, così anche noi, prima di raccontarvi la sua storia, ve lo introduciamo subito con le sue parole, nude e crude.

“L’unica soluzione è non entrare dentro il sistema. Tu sei uno ed unico, non è che ti isoli. Costruisci te stesso, nel contesto in cui vivi. Apparentemente sembra non serva a nulla, ma la teoria del tuo esempio se contamina ha fatto la rivoluzione. Io non devo convincere nessuno. È la condotta dell’essere umano che sta al mondo che porta ai cambiamenti”.

E lui di cambiamenti nella vita ne ha vissuti parecchi. Cerchiamo di ripercorrere la sua vita, partendo dalla definizione data a lui da Franco Arminio, di “cuoco eterodosso e dimissionario”. “Forse lo sono sempre stato. Non mi sono mai trovato bene nei gangli della cucina canonica o quella che viene definita tale. Il pensare di poter cucinare adoperando prodotti che provengano dai contadini vicino casa era un discorso che non faceva né tendenza né moda, non pensava ce ne fosse bisogno. Parlo di venticinque anni fa”.

Era un discorso che ai tempi non aveva le mire di riconvertire le persone ad un certo tipo di alimentazione. “Lo facevo e basta, sono cresciuto in una famiglia per metà contadina e per metà operaia. Ho cominciato a lavorare in cucina per forza a 17 anni perché la famiglia lo richiedeva”. Così nel tempo ha continuato a fare il cuoco perché gli garantiva l’indipendenza a livello economico.

La svolta è stata incontrare persone che appartengono alla cultura italiana che non avevano nulla a che fare con la gastronomia ma che “mi hanno aperto gli occhi su quella che doveva essere la vita. Ho trasportato quelle esperienze nella gastronomia”.

Così decide di non rifarsi ad una filiera commerciale già al tempo di un mercato semi-globalizzato e delle multinazionali. Lavorava con vignaioli, i contadini, i norcini locali in maniera diretta. “E questo provocava fastidio”.

Quando sosteneva questi concetti a livello teorico veniva snobbato da quando nel 1994 ho avuto la possibilità di lavorare con persone che mi ascoltavano è cominciata la diatriba con il mercato vero e proprio, con i ristoratori, con i clienti. Con le persone che circondano un luogo che fa della ristorazione e dell’accoglienza la sua vita. Inizia a cucinare per il centro culturale “Quadrare il circolo”. Il giornalista Michele Marziani scrisse un articolo sulla sua cucina, invitando le persone ad andare a provarla in un luogo “nascosto, buio e che per trovare l’entrate si fa fatica”.

In molti, così, vennero a vedere cosa succedeva all’interno di questo circolo culturale. “Si accorsero che con niente si faceva una gastronomia sufficientemente buona, dove venivano serviti piatti con due o tre ingredienti con i loro colori in un luogo scuro e introvabile. E questo accadeva senza far parte di quella filiera legata al mercato commerciale e delle multinazionali”. Questa esperienza durò tre anni, prendendo il nome di “Stalla di Pegaso”.

“Lavoravo a stretto contatto con quella che per me era la verità, e cioè i contadini. Andavo a seminare, a coltivare le verdure che mi servivano. Andavo ad uccidere il maiale e a scegliere le carni che mi servivano nel mio luogo. La spinta verso la verità me l’hanno data persone che, apparentemente, non c’entravano nulla con il mondo della gastronomia”. Come vi dicevamo, Ivan è una persona schietta e dice cose non banali. “L’approccio di ogni uomo è con il cibo. In una società opulenta come la nostra, ciò accade anche tre volte al giorno. Se te osservi una persona per come si sceglie il cibo, per come lo manipola, qualcosa lo impari se hai un punto di vista sano”.ivanfantini1

Ivan Fantini

 

Una visione che non è giunta tra i fornelli e i coltelli. “Non sono stati i cuochi a insegnarmi tutto ciò. I cuochi mi insegnavano a cuocere bene la bietola, mi nascondevano i limoni sotto la stufa per punizione. Era una camerata nella quale tu, fin quando non arrivavi all’apice, subisci le angherie di un manipolo di persone che credevano che quella fosse la strada obbligatoria”.

Chiusa l’esperienza in Quadrare il circolo, ha lavorato in un bar nel paese di Morciano di Romagna, creando relazioni e progetti tra i giovani e gli anziani del posto. Dopodiché ha collaborato a Torino con la Scuola Holden per diverse istallazioni gastronomiche. Dopo diverse esperienza, tra le quali anche quella teatrale, venne richiamato da un amico a San Clemente. Sentiva parlare di me e mi disse: “Devi tornare a fare l’Ivan a casa tua”. Così “ho realizzato il sogno della mia vita, proprio nel mulino dove andavamo a giocare da bambini. Ho visto lo spazio e quel luogo è diventata l’osteria Veglie in volo, dove ho cominciato davvero a fare Ivan Fantini. Ho fatto il cuoco – continua così Ivan – come desideravo. Aperto solo quattro giorni a settimana, solo per 28 persone, con quello che riuscivo ad avere come materia prima. Il menù cambiava ogni giorno. Gli altri giorni li passavo in campagna a fare i formaggi e le carni”.

Per cinque anni ha funzionato molto bene, era infatti considerato tra i migliori cuochi della Romagna. Dal 2008 è iniziato il declino, “in seguito alle nuove leggi sul fumo, sul controllo dell’alcool e del protocollo haccp”. Gli chiediamo in che senso tali nuove regolamentazioni hanno influenzato la sua attività. “Andavano fatte in maniera diversa. La biodiversità non era considerata. Io avevo un pubblico che da mezzanotte alle quattro ascoltava del jazz, leggeva poesie, sorseggiava distillati e mangiava cioccolata, marmellate e fumava sigari”.

Fu, quello, un periodo molto difficile per Ivan. “Ho avuto una crisi psico fisica, che si è riversata sul colon discendente. Sono dimagrito 10 chili. La mia passione mi stava ammazzando. L’unica cosa che potevo fare era smettere. Sono stato sconfitto da un sistema che non ho combattuto ma che credevo, almeno nel mio luogo e con la mia gente, potesse cambiare. Non ci sono riuscito. Ho accettato la sconfitta, perché le sconfitte possono servire. Ho smesso di voler cambiare il mondo e ho iniziato a voler cambiare me stesso in questo mondo”.

Siamo concentrati nell’ascoltarlo, le sue parole ci coinvolgono.ivanfantini2

Le enormi energie che ciò gli aveva generato le ha trasferite nel tagliare legna, disboscando un intero bosco e facendone un orto. Da lì è nato Boscost’orto, nome che si trova ora nei vasetti di marmellata da lui prodotti. L’orto ha iniziato a dargli un minimo di autonomia alimentare.

“Mi venne chiesto di buttare tutta la sua rabbia che avevo addosso per iscritto”. Così è nato il primo romanzo, Anonimo fra gli anonimi. Anche questa esperienza è servita molto a Ivan nel suo percorso di crescita. “Non avevo accettato le regole dell’editoria. Mi volevano diverso, ero bello e tatuato e potevo sfondare come personaggio”. Così decide di lasciare la casa editrice e regalarlo nel web. Lì “un piccolo editore l’ha considerato un manifesto politico e l’ha voluto stampare, a patto che non ne fosse cambiata una virgola da quello originale”. Dopo il primo romanzo è così uscito anche il secondo, Educarsi all’abbandono.

Così iniziano lunghe passeggiate, raccogliendo frutti selvatici e bacche. Da lì nasce l’idea di produrre marmellate e succhi di frutta. Con il baratto gli giungono cose che non riesce a prodursi, come il caffè, il riso, la farina di farro.
“Da una cassa di mele vengono fuori 14/15 barattoli di marmellata. È un qualcosa di enorme. È chiaro che ci vuole una persona che faccia e curi questa attività”.ivanfantini4

“Ci sentiamo molto ricchi. Una regola c’è, anche per noi anarchici: noi non abbiamo paura dell’altro, mai. Chi arriva, arriva. Hai difronte una persona anticapitalista e antifascista, decidi tu se starci o meno assieme”.

 

Io non posso più credere al senso collettivo della cosa, credo a tanti uno che che fanno il collettivo.
L’Italia che cambia c’è e fa davvero. Se io cambio quotidianamente è perché mi è arrivato qualcosa di nuovo ed è sempre qualcosa di cui non ho paura ed è qualcosa che mi fa reagire. Conosco dei romagnoli che fanno sul serio”.

E, sul serio, ringraziamo Ivan per aver condiviso con noi la sua illuminante vita da cuoco dimissionario eterodosso e scrittore per urgenza.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/io-faccio-cosi-139-ivan-fantini-una-vita-cambiamenti-verso-liberta/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

«Libertà? È non essere schiavi di ciò che si possiede…liberandosene»

Matteo, 29 anni, nato e cresciuto a Verona. Lo scorso anno decide di cambiare vita, lasciare il lavoro di tecnico informatico, sicuro e ben pagato, che svolgeva da quasi dieci anni, e partire per il Sud America, zaino in spalla, alla scoperta di se stesso e di un’altra vita. A distanza di sette mesi ci racconta come (e dove) sta andando.mateo_baraldo

Matteo un lavoro sicuro, tanti amici e una vita felice, perché hai deciso di mollare tutto? Cosa ti mancava?

Sembrerà assurdo, ma non mi mancava proprio niente. Avevo un buon stipendio, amici e famiglia che mi vogliono bene e una carriera lavorativa che andava a gonfie vele. L’avere, più che il non avere, mi ha fatto mettere tutto in discussione.

Ci puoi spiegare meglio?

Ho cominciato a farmi delle domande, domande sempre più affamate di risposte, una tra le tante: è solo materialismo o c’è dell’altro? Ho iniziato a chiedermi quale fosse l’utilità di tante cose che possedevo. Ho iniziato a pensare che molte di queste cose ci stanno trasformando in robot, in automi.

Cosa è successo da lì in poi?

Ho deciso di lasciare il lavoro e ho dato il preavviso al mio capo. Da lì in poi ho iniziato a metabolizzare davvero quello che stavo facendo e che avrei voluto fare. L’idea del viaggio si concretizzava sempre più: non volevo fare un viaggio normale, volevo mettermi alla prova e, soprattutto, volevo mettermi a disposizione degli altri, in particolare delle persone meno fortunate di me.

Cosa hai provato il giorno in cui ti sei licenziato?

Non so come si senta un leone, dopo aver vissuto in gabbia per molto tempo, a essere liberato. Ma credo di aver provato un’emozione simile. Con questo non voglio dire che non stavo bene al lavoro, anzi. Non smetterò mai di ringraziarli per come mi hanno trattato. Però ho sempre avuto problemi ad essere comandato e inquadrato, mi sentivo come una bomba ad orologeria, pronta a esplodere. Mi ricordo ancora le forti emozioni del giorno che ho annunciato le dimissioni in ditta, quando sono uscito dalla porta dell’ufficio mi è salita un’energia fortissima, in radio davano Jumping Jack Flash dei Rolling Stones e l’ho cantata a squarciagola. Era il primo passo verso la libertà.

Com’è stata presa questa decisione dalla tua famiglia e dai tuoi amici?

Tra i miei amici si sono formati due gruppi: uno che mi ha caricato e fatto i complimenti fino al giorno della partenza e l’altro che mi ha chiesto varie volte se ero sicuro e cosa farò dopo, alimentando le paure pre-viaggio. Ancora oggi ci sono persone che non hanno capito la mia decisione e non credo la capiranno mai. Ma del resto non si può piacere a tutti. La mia famiglia invece mi ha colpito molto. Papà Luciano, da sempre molto ponderato e con i piedi per terra, è stato il primo a darmi la carica e a dirmi “vai”. Mia mamma Carla ha continuato a chiedermi se fossi sicuro fino alla partenza. Ma credo che qualsiasi mamma lo avrebbe fatto. Mio fratello Emanuele invece era entusiasta: mi ha detto subito che mi sarebbe venuto a trovare e avremmo fatto surf o snowboard insieme.

Perché proprio il Sud America?

Volevo partire da solo, zaino in spalla e viaggiare con meno mezzi a motore possibili, facendo esperienze di volontariato, dedicando il mio tempo agli altri, magari in cambio di vitto e alloggio, immergendomi nella natura e in me stesso. Le due mete possibli erano l’Asia e il Sud America. Ho scelto la seconda perché l’associazione di volontariato con cui collaboro opera in Perù, Ecuador, Bolivia e Brasile.

Da quanto sei in viaggio e come sta andando?

Sono partito il 5 novembre scorso e ringrazio Dio e l’universo per avermi dato la forza di prendere questa decisione. Sto vivendo un sogno, a tratti non me ne rendo conto e mi schiaffeggio la faccia per vedere se è vero. Non posso far altro che dire grazie, più volte al giorno: grazie. Il primo Paese che ho visitato è stato il Perù dove ho fatto un’esperienza di volontariato nella Sierra. Ho vissuto in comunità locali, mangiando i prodotti che offre la terra e scoprendo i suoni e i colori della natura più incontaminata. Dopo il Perù sono stato in Ecuador dove, grazie a un sito internet che si chiama Couchsurfing (dove crei un profilo e chiedi ospitalità), ho potuto girare praticamente tutto il Paese spendendo pochissimo. Poi sono andato in Colombia e ho lavorato in cambio di vitto e alloggio in una fattoria organica che produce caffè. Ora sono in Brasile, per arrivarci ho attraversato in barca il Rio delle Amazzoni in piena. E’ stata un’esperienza molto forte.matteo470

Dove andrai domani?

Sto per partire per la Bolivia. Viaggerò su un treno molto vecchio che qui chiamano “trem da morte”, spero che il nome sia di fantasia… In Bolivia vorrei perdermi in qualche paesino. In questo cammino ho constatato che la vera cultura non è nelle grandi città ma nei piccoli villaggi.

Qual è stata l’esperienza più bella che hai fatto finora? 

Tra le esperienze più bella c’è sicuramente quella vissuta in Perù. Lì ho abitato in un caserio, un piccolo villaggio sperduto nella sierra peruviana in alta quota, dove io e altri due operai della parrocchia abbiamo costruito una casa per una famiglia del villaggio. Il mio letto era fatto di paglia, avevo una coperta (presumo) piena di pidocchi e dormivo insieme a una ventina di animaletti simili a conigli. Le persone che ci ospitavano, pur non avendo niente, sorridevano sempre. E io non facevo altro che domandarmi: perché?

Con quanti soldi vivi? Quanto ti sta costando il viaggio?

Non so di preciso con quanti soldi vivo al giorno ma quando sono partito mi sono prefissato un budget di 1500 euro per 5 mesi. Ci sono riuscito ma penso di poter fare ancora di meglio.

Quando pensi di tornare? Cosa farai dopo?

Ho messo in preventivo un anno, vedremo… Per ora sto scrivendo un diario che spero al mio ritorno di trasformare in un libro: una guida per chi vuole intraprendere un percorso del genere, tra il viaggio low cost e la meditazione sulla vita. Vorrei pubblicarlo per donare il ricavato ad alcune famiglie che ho conosciuto. Famiglie che pur non avendo niente hanno un cuore grande e mi sono ripromesso di aiutare.

A volte la parte più difficile di un viaggio è partire, decidere di mollare tutto. Cosa consiglieresti a chi vuole farlo ma non ha il coraggio?

Dico solo che la vita, che io sappia, è una e che i nostri limiti e le nostre paure sono tutte nella nostra testa. Sta a noi conoscerle, superarle o conviverci. Quindi molliamo gli ormeggi e partiamo, sempre pensando a casa, che è il nostro porto. Una volta partiti sarà come camminare in un sogno, una vera e propria scuola di vita, che ci cambierà in meglio.

Sei felice?

Molto felice. A volte non credo a quello che vedo, chiudo gli occhi e li riapro per essere sicuro.

Segui Matteo sulla sua pagina facebook:https://www.facebook.com/matteo.baraldo.73

Fonte: ecoblog.it

Leggere in libertà, la rivoluzione si fa anche a suon di libri e (belle) parole

C’era tantissima gente lunedì sera alla Casetta Rossa, nel quartiere Garbatella di Roma, ad assistere all’incontro “Letture Partigiane” con Paco Ignacio Taibo II, Paloma Saiz, Jek Tessaro, Pino Cacucci, Erri De Luca, Gianni Minà e Federico Mastrogiovanni. Un’occasione per presentare il progetto della “Brigada para leer en libertad”, associazione nata con lo scopo di regalare libri e diffondere cultura in Messico. C’era tantissima gente ma, comunque, ne mancavano quarantatré…

Viviamo in una società dominata da analfabeti funzionali…”, sono le prime parole di Paco, scrittore, giornalista, attivista politico, “ma grazie ai libri e alla lettura un giorno torneremo liberi”. “E quel giorno tutti questi liberali, imperialisti, neocolonialisti, li vedremo scappare a gambe levate, in aereo, verso Miami”. Ci crede davvero Paco, perché lui è un ottimista, “a differenza di voi italiani, che siete sempre pessimisti! Ma sapete qual è la vera differenza tra un pessimista e un ottimista? Il dopo. Un ottimista si dispiace dopo. Un pessimista si dispiace prima, durante e dopo”.
Del resto, deve essere ottimista per forza chi decide di mettere in piedi un progetto come quello della Brigada para leer en libertad. Un’associazione nata con lo scopo di regalare libri e diffondere cultura nei luoghi più periferici, abbandonati e degradati di città del Messico.IlCambiamento_IMG_7701

Pensavamo di non durare più di quindici giorni – racconta Paloma Saiz – e invece, attraverso i nostri programmi di fomento alla lettura, abbiamo stampato e regalato più di 500mila libri, abbiamo messo in circolazione più di 4milioni e mezzo di testi, abbiamo creato 39 biblioteche, con 18mila volumi a disposizione“. Tutto questo in cinque anni.
Cinque anni dedicati a sviluppare programmi di fomento alla lettura: presentazioni e festival letterari indipendenti; laboratori per la condivisione dei saperi; “tianguis”, ovvero bancarelle di libri nei luoghi pubblici di tutta Città del Messico; conferenze gratuite nei quartieri popolari e periferici; un progetto chiamato “Para Leer de boleto del metro” che ha messo in circolazione sulla metro di città del Messico 250mila testi che i viaggiatori possono prendere, leggere durante il tragitto e poi riporre alla fine della corsa.IlCambiamento_IMG_7700

E ancora, ci sono gli stendini di poesia: “Abbiamo degli stendini in cui appendiamo fogli di poesie, la regola è di prendere solo quella che si preferisce. Ovviamente, per scegliere prima si devono leggere tutte”, ci spiega Paloma. “Un giorno una signora quasi analfabeta impiegò un pomeriggio intero per leggere tutte le poesie appese – prosegue Paco – alla fine ne scelse una: M’illumino d’immenso. Sorrisi pensando che la scelta era stata fatta perché era la più corta. No, mi disse lei, è quella che mi è piaciuta di più”. Il riscontro che ha ottenuto questa associazione è incredibile: “Si formano code lunghissime alla fine di ogni presentazione, per avere libri gratis. Spesso ci tocca dire che non ci sono libri per tutti. Ma le persone si mettono in fila comunque – spiega Paco –una volta  mi sono accorto che una signora aveva in mano due testi. Avevamo detto massimo uno a famiglia! Non potevo permetterlo. Cercai di farmene ridare uno. Mi morse un dito!“.
Il potere della scrittura!IlCambiamento_IMG_7705

PS: Quei quarantatré sono gli studenti della Escuela Normal Rural “Raul Isidro Burgos” del municipio di Ayotzinapa, a Iguala nello stato del Guerrero, in Messico, che dal 26 settembre scorso sono desaparecidos. Sono i protagonisti dell’ultimo libro di Federico MastrogiovanniNi vivos ni muertos, presentato proprio ieri sera. Ma sono anche tutte quelle persone sparite all’ombra di una strategia del terrore funzionale a troppi interessi. 30.000 negli ultimi nove anni.

Fonte: ilcambiamento.it

Il Controllo dell’umanità (e cosa possiamo fare)

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Negli ultimi anni abbiamo visto una straordinaria erosione delle libertà e uno speculare accentramento di potere e ricchezza salire verso l’alto. L’unica cosa che possiamo fare per difenderci da questo attacco alla Vita, è ripartire in silenzio, unendoci tra di noi, che stiamo in basso, anziché farsi quella che “guerra tra poveri” che è l’obiettivo di quelli che stanno in alto.

Da quando esiste la storia esistono dominio, controllo e guerra. Nella preistoria no ma nella storia sì. Se noi guardiamo alla storia con discernimento vediamo che questa non è altro che una sequela infinita di atti di aggressione contro il pianeta, contro i viventi in generale e di conseguenza anche contro gli umani (che sono a tutti gli effetti dei viventi come tutti gli altri, né più né meno). Ciò che è cambiato dunque non sono gli effetti finali della storia (che è sempre stata dominio, controllo, guerra) quanto le modalità con cui questa viene portata avanti. In questa ottica è fuori di dubbio che all’immenso avanzamento delle tecnologie siano corrisposte forme di dominio, controllo, guerra all’umanità (oltre che a tutto il resto) sempre più avanzate e di fronte alle quali siamo ovviamente sempre più indifesi. L’avanzata politico-economica che sta prendendo piede sempre più fattivamente in questi anni è di tipo accentrante. In altre parole è una guerra che quei pochi che stanno in alto portano avanti nei confronti di chi sta in basso (cioè sotto). Tutto il resto sono unicamente corollari utili alla realizzazione del piano. Il destino dell’umanità, a meno di un cambio di prospettiva enorme e di cui francamente si vedono ben pochi segnali, almeno per i decenni a venire, è molto chiaramente segnato. E non è un bel destino. L’avanzata tecnologica, concentrando in un unico punto, quello del dominio e controllo (guerra), tutte le sue armi (biometria, ingegneria genetica, farmaceutica, medicina, alimentazione, energia, ma anche (dis)informazione, istruzione, intrattenimento (imbonimento), e ancora “democrazia”, politica in generale, leggi, burocrazia, istituzioni nazionali e sovranazionali, l’invenzione del terrorismo come nemico globale, l’indebitamento globale (Stati, aziende, famiglie, individui), ecc.), ha reso le masse sempre più docili, belanti e impaurite, rendendo questi controllo e dominio di facile realizzazione, il tutto in tempi e modi impensabili fino a solo poco anni addietro. Se vogliamo andare alla sostanza, come umani abbiamo ben pochi margini di manovra per vivere in maniera libera e dignitosa o comunque questi margini sono in costante riduzione. Io credo che i nodi verranno al pettine definitivamente e drammaticamente nel momento in cui il degrado socio/ambientale arriverà ad un punto di rottura, congiuntamente alla definitiva eliminazione del denaro contante (che già oggi si attesta indicativamente ad un ben misero 7% dell’intera massa circolante) e alla totale mercificazione dell’esistente portata avanti sempre più serratamente (vedi l’ormai famoso TTIP). Sarà allora che con qualche scusa di sicurezza globale o forse anche solamente con l’imbonimento, verrà a tutti installato un bel microchip (la cosa del resto non deve sorprenderci. Non chippiamo il cane e anche tutti gli altri che ci fa comodo chippare? Che cambia? Perché il cane sì e noi no? La logica non è sempre la stessa?). Così il controllo dell’umanità sarà globale, totale, definitivo, il tutto alla faccia di quel “mondo libero” in cui ancora molti sono convinti di vivere. In una situazione simile, cioè una situazione in cui la sopravvivenza sarà estremamente difficile, è evidente che ci sarà un’escalation di violenza generalizzata. Questo è ciò che sta accadendo oggi in sempre più numerose aree del mondo. Molti sostengono che tutte queste manovre che abbiamo cercato succintamente di indicare nelle righe precedenti, hanno lo scopo di far diventare le multinazionali e chi le governa (cioè il potere economico) ancora più ricche di ciò che già sono ma non è così. Non è affatto così. L’economia non è più, almeno per i controllori, un mezzo di arricchimento ma semplicemente uno strumento di controllo sociale (cioè di tutti noi che siamo costretti a lavorare per andare avanti). Siamo noi che dobbiamo lavorare per campare, non loro per arricchirsi.

A che servono un profitto e una ricchezza derivanti dall’economia quando questa ricchezza viene letteralmente creata dal nulla dal potere bancario-finanziario, quello stesso potere bancario-finanziario che controlla in toto l’economia? Che ci fanno con altra ricchezza se quella già esistente (creata dal nulla come abbiamo detto) è sufficiente per comprarsi tutti i pianeti, gli universi, le galassie? La logica dunque è un’altra. Molto banalmente è una logica di dominio e di controllo ed è la stessa logica che l’umanità in generale applica da diecimila anni (cioè dall’inizio della storia) all’intero pianeta ed ai suoi abitanti. E’ la prospettiva antropocentrica poi trasformatasi in egocentrica ad averci ridotto così. Proviamo a pensare a quell’orribile fabbrica di morte che sono i moderni allevamenti industriali di animali e capiremo che la logica che vi sta dietro è la stessa. Come noi ci consideriamo di un’altra categoria rispetto agli animali, i dominatori dell’universo si considerano di un’altra categoria rispetto a noi. E, bisogna dirlo, secondo questa (per me inaccettabile) logica, lo sono. Ce ne accorgiamo solo adesso per due motivi: il primo è perché sta cominciando a toccare anche a noi occidentali in prima persona (agli africani, tanto per dirne una, è già toccato da un pezzo), e il secondo è perché gli strumenti tecnologici di controllo sono diventati talmente avanzati (ed utilizzati sempre più esplicitamente) che finalmente qualcuno sta cominciando ad aprire gli occhi (ancora un po’ pochini per la verità). Questo dominio sociale sempre più esasperato e esasperante si è esplicato in maniera molto evidente negli ultimi anni attraverso la progressiva destabilizzazione di sempre più aree del mondo (basta pensare al medio oriente e ora all’Ucraina), attraverso crisi economiche indotte, migrazioni forzate di milioni e milioni di uomini, donne e bambini (e ci sono dementi, lasciatemeli chiamare per ciò che sono, che ce l’hanno con gli emigranti e che dicono che “devono tornare a casa loro”) e tanto altro ancora. Tutto ciò genera in ultima analisi paura e insicurezza, oltre ad una progressiva scarsità di beni essenziali alla vita, che rendono l’umanità sempre più docile, piegata ed incline ad accettare qualunque sopruso; come difatti sta accadendo.

Cosa possiamo fare?

Veniamo a noi. Cosa possiamo fare per provare a vivere bene in un mondo sempre più difficile? Premesso che non credo si possa combattere i dominatori dell’universo con le loro armi (hanno tutto, assolutamente tutto, per vincere con la violenza, e difatti è proprio con quella violenza che stanno già “vincendo”), e premesso anche che le dinamiche di questo futuro sono comunque impossibili da dettagliare, io credo che il primo, fondamentale passo sia quello di giocare ad un altro gioco, il nostro gioco, di cui noi facciamo le regole. Ad esempio non credo sia sensato guardare al futuro con speranza e come ad un qualcosa di positivo come si è fatto fino ancora a pochi anni fa. Mi pare molto più logico concentrarsi sul presente. Ovviamente questo è un cambio di prospettiva di difficile applicazione visto che veniamo da millenni di cultura che spinge sul futuro. Ma questo è solo un esempio.

Concretamente penso sia necessario dedicarsi con molto impegno e piena consapevolezza a ricostruire un senso di comunità e di famiglia (più o meno estesa), dove l’unità, la collaborazione e la condivisione superino, definitivamente e una volta per tutte (almeno tra noi comuni mortali) quella competizione a cui oggi come oggi, volente o nolente, chi più chi meno, siamo tutti costretti. Sostituire una volta per tutte il rispetto reciproco a quell’aggressività reciproca che caratterizza la nostra vita di oggi. Sostituire una volta per tutte l’aiuto reciproco a quel cercare di essere “più furbi” che caratterizza il mondo di oggi. In altre parole smettere di farsi la guerra tra noi (cioè tra “poveri”) quando questa guerra l’hanno mossa coloro che stanno in alto per sistemare una volta per tutte chi sta sotto.

In senso assoluto io non vedo la cosa come una tragedia. Si tratta essenzialmente di rimodellare i nostri pensieri e conseguentemente le nostre azioni su dinamiche diverse a quelle a cui siamo abituati. A ben vedere non è che il mondo e il modo in cui viviamo oggi ci facciano godere troppo. Vorrei far notare che la cosiddetta “crisi” che ha colpito milioni e milioni di persone, è una tragedia per molti (la stragrande maggioranza) ma non per tutti. C’è anche chi grazie alla crisi ha riscoperto stili di vita più semplici, naturali, solidali. C’è chi grazie alla crisi vive meglio. Chiedere la “ripresa” significa essenzialmente chiedere “di più” di quel mondo che ci ha ridotto come siamo. Io credo che la nostra spiritualità, nelle sue svariate applicazioni concrete, sia ciò che in ultima analisi può fare la differenza tra il dramma e una vita degna di essere vissuta. I cambiamenti spirituali richiedono tempo e di sicuro non si inventano in quattro e quattr’otto, e dunque è bene intraprendere questo cammino sin da ora, senza azzuffarsi fino all’ultima briciola o all’ultimo osso lasciato cadere dall’alto dai padroni dell’Universo. Da ultimo vorrei dire che trovo del tutto insensato manifestare, fare cortei, scioperi, petizioni via internet, addirittura continuare ad andare a votare. Dico, ma almeno smettiamola di farci prendere per il culo. Tutto quanto sopra non serve a nulla se non a dare alle masse l’illusione che qualcosa possa cambiare e con ciò tenerle ancora più docili. Lo sappiamo benissimo che le cose stanno così, perché se così non fosse avrebbero già vietato tutto quanto (e difatti questo è ciò che fanno, e anche con violenza estrema, quando qualcuno oltrepassa un dato limite). E’ ora di entrare nello stato di idee che qualunque istituzione, nazionale e ancor più sovranazionale, qualunque, nessuna esclusa, non è lì per difenderci ma per difendere il Sistema e con ciò i suoi controllori. Non sono lì per noi ma contro di noi. Sono strumenti (e lo Stato è il primo tra questi) utilizzati dal potere costituito per tenerci sotto. Tutte le istituzioni servono a questo, nessuna esclusa. Bisogna metterselo in testa. Bisognerà dunque ripartire da zero e difendere semmai quel territorio che abitiamo e che ci dà la Vita, difendere la famiglia (intesa in senso esteso), la comunità in cui viviamo. Difendere quel poco di margini di manovra che ancora ci sono rimasti cominciando a tirarsi fuori dal Sistema (e non a chiederne ancora di più), a disubbidire, a non riconoscere, a boicottare (in silenzio), a non pagare tasse, multe, ecc., insomma smetterla di sostenere tutto ciò che ci ruba la Vita. Non tanto, e comunque non solo, per cambiare l’ordine costituito quanto più semplicemente per vivere con dignità. E’ ora di capire definitivamente che non si può chiedere il permesso a qualcuno, a nessuno, per vivere. E ricordarsi che si deve morire comunque. La preservazione della vita a tutti i costi ha un senso se questa vita è degna di essere vissuta. Oltrepassato quel limite non è più così. Proviamo tutti a cominciare a vivere davvero bene da adesso e soprattutto a farlo a modo nostro.

Con fiducia, buona Vita

Andrea Bizzocchi, 05 maggio 2015

Fonte: italiachecambia.org

«Il nostro modo per essere felici? Insegnare la libertà ai bambini»

La storia di Stefania, Federico, Veronica e Livia: “Non trovavamo noi stessi, ora siamo felici”. Sono tornati al loro paese d’origine e hanno fondato una cooperativa che applica un metodo all’avanguardia nell’educazione dei piccoli mettendo il bambino al centro.cooperativa_kiriku

“Siamo felici”. E si vede. Stefania, Federico, Veronica e Livia sono quattro trentenni normali con una storia eccezionale. Persone “sistemate” e “tranquille” che decidono di lasciare tutto – carriera, lavoro, università, città, certezze e incertezze – per dedicare anima e corpo ai propri sogni, fare delle proprie passioni un mestiere, investire nei più piccoli e insegnargli la libertà. E lo fanno in un piccolo paese della Valtellina: Tirano, un comune di circa dieci mila abitanti in provincia di Sondrio. “Solo partendo dal piccolo può avvenire il vero cambiamento”, mi racconta Stefania con non poca convinzione. Lei, Stefania, classe ‘86, università di lingue orientali a Venezia e un futuro proiettato nella carriera accademica: “Volevo diventare professore, lavorare nell’università. Avevo lasciato il mio paesino per studiare e mai avrei pensato di farci ritorno. Poi la morte di mio padre mi ha portato a riflettere e a rivoluzionare completamente le mie priorità. Mi sono chiesta: voglio davvero questo? E’ davvero questa la mia vita?”. Così Stefania decide di lasciare Venezia per tornare al suo paese natale. E qui inizia a ripensare la propria vita, i propri bisogni e a seguire i propri desideri. Federico è un batterista, nove anni impiegato (con successo) in un’azienda di impianti agroalimentari: “Il giorno in cui mi sono licenziato sono andato in ufficio, mi sono sfilato la giacca e l’ho lanciata contro la scrivania e me ne sono andato. E’ stato memorabile”. Nel suo dna una passione smodata per la musica e una forte attrazione per l’insegnamento: “Ma non quello accademico, ho provato anche a iscrivermi all’università poi al secondo anno ho lasciato. Non faceva per me”. Così, dopo aver sbattuto anche la seconda porta in faccia alla “strada più sicura”, decide di seguire Stefania in Valtellina e di fare delle proprie passioni un lavoro. Veronica, invece, lascia una frenetica vita a Milano e molte, moltissime, strade: “Avevo fatto del viaggiare il mio lavoro, pensavo fosse quello che volevo ma mi mancava sempre qualcosa. Come Stefania, mai avrei pensato di trovare quel qualcosa tornando a casa, riaffacciandomi alla mia vecchia vita. Per me il paese era un capitolo chiuso”. Invece, proprio lì,  tra i monti e la natura, le vecchie amicizie e i soliti luoghi riscopre le proprie origini: “ritornando ho sentito le mie radici affiorare, ora sono davvero felice”. E a casa ritrovano anche Livia, pure lei partita per Milano alla ricerca di un lavoro e di un perché. “Mi sono iscritta all’università, ho dato tutti gli esami ma non sono mai riuscita a prendere la laurea. Non riesco a trovare interesse in quel pezzo di carta”. Dai lavori si è sempre licenziata: “Cercavo me stessa, un modo per esprimermi e non riuscivo a trovarlo. L’unica cosa che sapevo è che volevo fare qualcosa con le persone, per le persone. Avevo bisogno di relazioni umane”. Quattro storie come tante (forse), da cui però nasce un progetto come pochi: una cooperativa sociale in cui si parla il linguaggio dei più piccoli e in cui si insegna la libertà. “In un modo o nell’altro tutti e quattro eravamo molto attratti dall’insegnamento – afferma Federico – Io insegnavo già batteria ai bambini. Sono un operatore del metodo Ritmìa® (pratica di propedeutica musicale per l’infanzia riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione, ndr). Mi dà molta gioia farlo. Da qui a farne un mestiere il passo è stato breve.” “Tornare piccoli ci ha fatto scoprire noi stessi”, prosegue Veronica. Il piccolo paese dell’infanzia, i bambini con cui confrontarsi quotidianamente, la voglia di coltivare i propri sogni, il ritorno alla natura: “Abbiamo riscoperto nelle nostre radici una strada per il nostro futuro. E’ da qui che siamo ripartiti”. Oggi la cooperativa Kirikù compie un anno: “Siamo partiti investendo 1.500 euro a testa e tutte le nostre energie. La burocrazia è la cosa più estenuante da affrontare ma ce la stiamo mettendo tutta e per ora sembra che ce la stiamo facendo”. In effetti le soddisfazioni non mancano: “Facciamo doposcuola tutti i giorni, in estate organizziamo campi estivi, teniamo laboratori e letture animate, corsi di musica e teatro. E’ bellissimo poter fare delle proprie passioni il proprio lavoro”, racconta Federico. “Ora seguiamo circa 40 bambini – continua Stefania – ci relazioniamo con i genitori e le scuole, la collaborazione aumenta di giorno in giorno e anche con le varie istituzioni i rapporti sono ottimi. Il nostro metodo sembra trovare sempre più sostenitori… del resto basta osservare i bambini per capire che funziona!”. In cosa consiste il metodo Kirikù? “Un po’ di Maria Montessori, un po’ di Rudolph Steiner. Ma anche un po’ di Gianni Rodari, di Bruno Munari e di Gianfranco Zavalloni. Insomma, ci accostiamo al mondo dell’infanzia con rispetto e fiducia cercando di mettere in atto quella “pedagogia della lumaca” proposta da Zavalloni come modello per un nuovo cammino educativo basato sul rallentamento”, mi spiega Livia. “Come tutti loro anche noi crediamo che la libertà sia alla base dell’educazione del bambino – prosegue Veronica -. Libertà intesa come capacità di agire e relazionarsi nel rispetto di sé stessi e degli altri. Libertà conquistata tramite momenti di gioco guidato, di laboratori creativi, di attività libere supervisionate e di rilassamento a stretto contatto con la natura. Libertà che pone il bambino al centro dell’azione e gli permette di essere protagonista attivo e creativo dei percorsi suggeriti”. “L’anno scorso siamo stati ospitati per i nostri campi estivi negli spazi di Legambiente – aggiunge Livia – poter svolgere il nostro lavoro a contatto con la natura, in luoghi in cui si può interagire in libertà con l’ambiente e gli animali è un’esperienza meravigliosa, per noi e per i bambini”. “Nel futuro sogniamo di potere avere una nostra sede, di ampliare ulteriormente le nostre offerte e magari anche la stessa cooperativa – conclude Stefania – Chiunque avesse voglia di partecipare a questo percorso o di condividere con noi il proprio tempo e le proprie conoscenze è il benvenuto”.

Contatta Kirikù su Facebook

Qui la mappatura della scuola che cambia

Fonte: ilcambiamento.it

Ogm: i paesi UE aprono alla libertà di scelta

I 28 paesi dell’Unione Europea aprono alla proposta legislativa che dà ai singoli stati membri la facoltà di scelta se autorizzare o meno la coltivazione di ogm sul loro territorio. È emerso nel corso del Consiglio Ue ambiente. Lontana anni luce la possibilità di un no secco collettivo. Ora si apre un ulteriore grande problema: come evitare le contaminazioni se un Paese deciderà di permettere le coltivazioni ogm e quello confinante no? E inoltre: come garantire il consumatore se si è sempre più restii a sottolineare nell’etichetta la provenienza ogm degli ingredienti?ogm_liberta_di_scelta

Durante il Consiglio UE Ambiente la maggioranza dei 28 Paesi che aderiscono all’Unione, Italia compresa, si è espressa a favore della proposta di lasciare libertà di scelta agli Stati sulle coltivazioni geneticamente modificate.  Solo un paese è rimasto fermamente contrario, il Belgio, e alcuni stati hanno assunto posizioni più sfumate, in particolare Portogallo, Bulgaria e Polonia. La Francia ha invece presentato una sua propria proposta che, seppure nella stessa direzione, potrebbe costituire un rallentamento dell’iter. L’Italia sostiene la proposta presentata dalla presidenza greca dell’Ue sulla coltivazione degli ogm che lascia ai singoli stati membri la facoltà di decidere. Per molti che si battono contro le coltivazioni ogm il fatto di avere portato il dibattito sulla decisione di lasciare o meno libertà agli Stati di decidere significa che si è passati allo sdoganamento irreversibile degli ogm stessi, li si è accettati, li si dà per scontati. Ed è qui che viene rimproverato da molti l’errore di fondo, voluto o meno. Occorrerebbe invece riportare il dibattito sul divieto totale alla coltivazione degli ogm visto che ormai è assodata la loro pericolosità per l’ambiente, la biodiversità e la salute umana e certa, documentata nei fatti la contaminazione ormai già in corso.

Fonte: il cambiamento

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Le Nazioni Unite approvano la Carta contro la violenza sulle donne

Il 15 marzo scorso è stata firmata all’ONU la Carta per l’eliminazione e la prevenzione di ogni forma di violenza sulle donne e sulle bambine e per la salvaguardia dei loro diritti e delle loro libertà fondamentali.

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È stata una giornata storica quella dello scorso venerdì a New York durante la cinquantasettesima sessione della Commissione della condizione della donna che si è conclusa con un emozionate e lunghissimo applauso. La Carta contro la violenza viene infine approvata con il voto di 131 paesi su 198. Non può che commuovere fortemente il raggiungimento di questo primissimo traguardo storico e simbolico. Occorre avere la consapevolezza che l’emozione e la contentezza sono istantanee e momentanee perché, resta inteso, la Dichiarazione che condanna ogni forma di violenza alle donne, è solo un punto di partenza sul quale, si spera, potere costruire un nuovo mondo e una nuova maniera di intendere la vita e il vivere. Del resto, lo dimostra anche l’iter che ha portato a questo risultato; contrariamente a quanto si possa pensare non si è trattata di un’approvazione immediata né tanto meno semplice e scontata. Lo dimostra il numero di paesi favorevoli, di quelli sfavorevoli e di quelli che hanno opposto obiezioni o espresso contrarietà su vari punti della Carta, lo confermano le tensioni durante lo svolgimento dei lavori della Commissione e infine, più in generale, ne sono una prova sconfortante i decenni di disaccordi su una materia che è assolutamente legittima e indiscutibile. In altre occasioni, per esempio nel 2003 e poi nel 2012, gli Stati membri dell’ONU si erano riuniti per affrontare la problematica della violenza sulle donne senza mai arrivare ad un accordo. La violenza contro le donne è un tema universale e secolare che tocca e riguarda ogni paese del pianeta, nessuno escluso.

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L’accordo approvato qualche giorno fa ha un carattere esortativo e non è vincolante per gli Stati membri, ma è lo start di un processo che paradossalmente sarà lungo e difficoltoso che mira a scardinare quelle mentalità e quelle culture ancora molto radicate che discriminano le donne. La Carta esorta ogni paese ad agire per eliminare gli usi, i costumi, le tradizioni o le considerazioni religiose che portano alla violenza nei confronti delle donne e che divergono dagli intenti stabiliti dalla Dichiarazione dell’ONU e dalla Carta universale dei diritti umani. Il testo adottato si focalizza sulla prevenzione, attraverso l’istruzione e la sensibilizzazione, sulla lotta alle ineguaglianze sociali, politiche e economiche e pone l’accento su un maggiore impegno nell’assicurare l’accessibilità delle vittime alle vie della giustizia. Sottolinea inoltre l’importanza di creare dei servizi multi settoriali per le vittime di violenza in grado di offrire supporto medico, psicologico e sostegno sociale e incentiva a muoversi per sanzioni più dure per gli aggressori ma, ancor prima, a combattere la frequente impunità degli autori dei crimini. Nel documento, i paesi membri, che ribadiscono l’anacronismo della discriminazione e della violenza sulle donne e le bambine, assumono l’impegno e la responsabilità di dare vita ad azioni concrete per eliminarle. Occorrono azioni concrete ed esempi che possano sancire definitivamente la valenza e la validità della Carta delle Nazioni Unite e degli accordi presi dalla maggior parte dei paesi del mondo. Atti reali, cambi di atteggiamento e di comportamenti sia a livello istituzionale che individuale che possano tracciare adesso il cammino legislativo e sociale internazionale di condanna alla violenza contro le donne per non rischiare di assistere a dei pericolosi retromarcia per l’intera umanità.

Fonte: il cambiamento

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