Allevamenti lager? Colpa della nostra voracità

Gli allevamenti lager? Esistono perché noi vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet.9524-10281

Non esiste persona che di fronte alle immagini sconcertanti di violenza e incuria nei confronti degli animali da allevamento, dica che sia giusto o rimanga indifferente  alle denunce che ormai iniziano a diffondersi con sempre maggiore frequenza sui social, sui giornali, su internet e in tv. Le reazioni di chi sostiene la tesi di una sana alimentazione onnivora sono di seria e onesta distanza dai quei produttori così brutti e cattivi che non si fanno scrupoli di tenere esseri viventi (esattamente come noi) in strutture che hanno tutte le caratteristiche e le dinamiche di veri e propri  campi di sterminio organizzati. Nessuno è d’accordo. Ma, si sa, quelli sono casi particolari. Non è davvero così che avviene la produzione di carne. Non è così che si produce il latte o la nostra tradizionale e irrinunciabile mozzarella di bufala. Non è perpetrando ogni giorno e ogni notte della loro tristissima e breve vita maltrattamenti e torture ad esseri senzienti, pensanti e sofferenti (esattamente come noi) che si producono stragi di cuccioli per procurare piacere, diletto, divertimento sottoforma di “gusto”, “tradizione”, “cucina mediterranea” e altre espressioni che coprono come pesantissimi sipari le verità scomode, distanti e vergognose che non vogliamo vedere, che neghiamo, che allontaniamo il più delle volte consapevoli. Non c’è video di approfondimento, non c’è intervista o articolo che salvi questi modelli di produzione di esseri viventi destinati alla nostra tavola. Certo che sono condannabili, chi vuole essere così cattivo da dirsi favorevole, chi vuole apparire così poco sensibile, empatico o indifferente? Persino gli chef stellati, perfino i nutrizionisti  carnivori di tradizione e scelta “scientifica” si dissociano da codesto sistema che per un pugno di dollari è capace di costruire un’intera filosofia del mangiare sano su una tradizione fatta di violenza sempre meno sostenibile. Non c’è azienda che non si veda pronta a correre la gara del naturale e del rispettoso del benessere animale quand’anche la sua tradizione dice ben altro. Fioriscono pubblicità presentate al pubblico incipriate e confezionate a dovere col nastro brillante della mucca munta a mano o il filtro romantico quanto disonesto dei vitellini con la loro mamma. Ci vuole così poco a comprarci, così poco a farci convincere non perché quelle aziende e il sistema tutto abbiano chissà quali mezzi o siano geni criminali con l’unico obiettivo del guadagno. Ci vuole poco e ci vorrebbe ancora meno perché noi non vogliamo rinunciare al piacere. E’ il piacere quello che ci muove. E’ in nome del piacere che possiamo chiudere gli occhi davanti a ogni efferatezza che sappiamo molto bene esistere e compiersi nei confronti di milioni di animali ogni anno, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E’ il piacere che ci spinge a liquidare sotto forma di “estremismo” le opinioni diverse dalle nostre. E’ il piacere che, ancora, ci muove a prendere le distanze da queste realtà, sapendo bene che gli allevamenti intensivi non sono realtà isolate ma la vera e tristissima norma quotidiana. E allora gli allevamenti lager esistono perché noi, noi e nessun altro, vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet. Noi siamo i responsabili di tutto questo ogni giorno quando facciamo la spesa, quando redigiamo i nostri menu, quando chiudiamo gli occhi pensando che tutto sia giusto perché così è sempre stato. Ogni smorfia di disgusto, ogni parola di distanza in proposito deve essere rivolta a noi e solo ed esclusivamente a noi. Siamo i mandanti, i primi respnsabili, i primi che possono cambiare direzione. Dissociarsi non è più sufficiente. Diventare consapevoli e fermarci a riflettere su ciò che acquistiamo e scegliamo è l’unica, vera e indispensabile strada. Per noi e per gli altri animali (esattamente come noi), se vogliamo continuare a dirci umani.

Fonte: ilcambiamento.it

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I 10 cibi consumati dagli americani e vietati in Europa

Gli americani stanno lentamente realizzando che non tutto il cibo venduto nel loro Paese sia di ottima qualità. Ci sono alcuni alimenti che sono vietati altrove

Negli Stai Uniti gira merce di ogni genere e anche alimenti che altrove sono vietati per restrittive regole sanitarie. Con il TTIP, l’Accordo transatlantico che è discusso in queste ore tra Europa e Usa rischiamo di trovarci sul mercato italiano e europeo qualcuno di questi 10 alimenti che in Usa sono regolarmente venduti ma che da noi in Europa sono vietati. Ecco la lista dei 10 cibi consumati in Usa ma vietati altrove.

Latte con ormoni della crescita

La somatotropina ricombinante bovina (rBST) è stata sintetizzata con la tecnologia del DNA ricombinante da Monsanto che ha usato i batteri dell’E. Coli e è il farmaco da latte più venduto negli Stati Uniti con il nome di Posilac. rbGH è una versione sintetica della somatotropina bovina naturale (BST) e questo ormone sintetico è iniettato nelle mucche da latte per aumentarne la produzione. E’ vietato in almeno 30 altre nazioni, tra cui Australia, Nuova Zelanda, Israele, Unione europea e il Canada a causa dei rischi per la salute umana quali la possibilità di sviluppare cancro al colon-retto , della prostata e il tumore al seno attraverso la conversione delle cellule dei tessuti normali in cancerose. Anche le mucche da latte trattate con rBGH possono soffrire di almeno 16 diversi disturbi tra cui la mastite che viene curata con antibiotici. In molti hanno cercato di informare il pubblico circa i rischi legati all’uso di questo ormone nella vacche da latte ma i loro tentativi sono stati schiacciati dalle potenti industrie casearie e farmaceutiche e dai loro legami di governo. Nel 1997 due giornalisti Jane Akre e Steve Wilson affiliati della FOX proposero un servizio, mai andato in onda sui pericoli dell’ormone rBGH. Gliavvocati di Monsanto un inserzionista importante della rete televisiva in Florida minacciarono conseguenze disastrose se il documentario fosse stato trasmesso. Resta dunque autorizzato negli Usa e i consumatori per difendersi devono leggere molto bene l’etichetta e scegliere prodotti in cui è chiaramente indicato che il latte è senza rBGH.

La papaya OGMCOLOMBIA-AGRICULTURE-PACIFIC ALLIANCE-SUMMIT-FEATURE

La maggior parte della papaya hawaiana è OGM e ciò per sviluppare la resistenza al virus ringspot. E’ vietata nell’Unione Europea ed è un prodotto Monsanto. Bene, nel merito degli OGM in Europa abbiamo una serie di divieti che si basano sul principio di precauzione, il che è la nostra scelta almeno per ora. Una chicca: l’amministrazione Obama ha posto l’ex avvocato della Monsanto e Vice Presidente Michael Taylor quale responsabile della sicurezza alimentare degli Stati Uniti (Deputy Commissioner for Foods at the United States Food and Drug Administration) e Clarence Thomas altro ex avvocato di Monsanto quale giudice della Corte Suprema. Nessuno dei due crede vi sia conflitto di interesse
Carne di maiale con ractopamina

Pigs of German organic farmer and pig br

La ractopamina è farmaco beta- agonista e usato per curare l’asma ma è entrato nellle stalle quando si è scoperto che accresceva la massa muscolare e in grado di ridurre i grassi nella carne.La ractopamina è usata negli Stati Uniti per il 45% dei suini e per il 30% del bestiame. Fino al 20% di ractopamina resta nella carne che si compra al supermercato. Questo farmaco è vietato in 160 Paesi tra cui Europa, Russia, Cina e Taiwan a causa dei suoi effetti nocivi sulla salute umana poiché interferisce con il sistema cardiovascolare e si sospetta sia responsabile dell’iperattività nei bambini; causa anomalie cromosomiche e disturbi comportamentali. Negli animali interferisce con la fertilità, causa mastite e aumenta la mortalità e le disabilità.
Bevande con ritardante di fiamma BVOCoca Cola To Remove BVO From Powerade Sports Drinks
In alcune altre bibite al gusto di agrumi o negli integratori per sportivi è presente una sostanza chimica sintetica il BVO ossia oli vegetali bromurati, oli vegetali bromurati, originariamente brevettata da aziende chimiche come ritardante di fiamma. Dopo la petizione di una ragazza americana Coca Cola e Pepsi hanno bandito questa sostanza dalle loro bevande, ma ne restano molte altre in commercio. Il BVO si accumula nei tessuti e nel latte materno e studi sugli animali hanno dimostrato che interferisce con la fertilità e causa problemi comportamentali. Quando ingerito il bromo compete con gli stessi recettori utilizzati per catturare iodio e ciò porta a carenza di iodio. La tossicità del bromo può manifestarsi sotto forma di eruzioni cutanee, acne, perdita di appetito, stanchezza e aritmie cardiache. E’vietato in Europa e Giappone.

Coloranti artificiali179280755-620x350
Più di 3.000 additivi alimentari, conservanti, aromi, sono aggiunti agli alimenti inclusi quelli per lattanti e per bambini. Molti di questi sono vietati in diversi paesi, poiché considerati tossici e con effetti sulla salute pericolosi. Vietati in Norvegia e Austria mentre nel 2009 il governo britannico ha consigliato alle aziende di smettere di usare coloranti alimentari. L’Unione europea richiede che siano riportati in etichetta. Nei paesi in cui sono vietati questi coloranti le aziende alimentari come la Kraft utilizzano coloranti naturali, invece, come estratto di paprika o barbabietola.
Pollo con arsenicoUS-FOOD-CHICKEN
Farmaci a base di arsenico sono approvati per l’uso nei mangimi negli Stati Uniti, perché fanno crescere più rapidamente e fanno apparire la carne più fresca. La US Food and Drug Administration (FDA) ha dichiarato questi prodotti sono sicuri perché contengono arsenico organico considerato meno tossico rispetto agli altri in forma inorganica nono per essere cancerogeno. E’ vietato nell’Unione Europea poiché diversi studi hanno spiegato che l’arsenico organico può trasformarsi in inorganico ed è ciò che è stato trovato analizzando polli in vendita nei supermercati. L’ arsenico inorganico contamina anche il letame da dove passa nell’acqua e ciò ha causato alti livelli di arsenico nel riso coltivato negli Stati Uniti. Nel 2011 la Pfizer ha annunciato di voler interrompere volontariamente la commercializzazione del suo additivo per mangimi a base di arsenico roxarsone, ma altri prodotti sono ancora presenti sul sul mercato . Diversi gruppi ambientalisti hanno intentato una causa contro l’ FDA per richiederne la rimozione dal mercato. Nell’Unione europea i composti a base di arsenico non sono mai stati approvati come sicuri per l’alimentazione animale.
Pane al bromato di potassioHot dogs in buns at the official weigh-i

Negli Usa anche se non si è consapevoli ogni volta che si mangia pane di provenienza industriale si ingerisce bromato di potassio comunemente usato in farine. L’uso di bromato di potassio come additivo per pane e prodotti da forno commerciali è comune. E’ vietato in Canada, Cina e nella UE. Le farine sono arricchite con bromato di potassio poiché renderebbe l’impasto più elastico e maggiormente in grado di resistere alla conservazione. Studi hanno collegato il bromato di potassio a danni ai reni e al sistema nervoso, alla tiroide, disturbi gastrointestinali e al cancro. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro classifica il bromato di potassio come un possibile cancerogeno.
Olestra il grasso senza calorie467867553-620x350
Olestra è conosciuto con il nome commerciale di Olean, è stato inventato dalla Procter & Gamble ed è un grasso senza calorie non assorbito dall’intestino umano. E’ usato negli snack senza grassi come le patatine fritte. Purtroppo però non è la panacea che si credeva, anzi è stato piuttosto deludente poiché crea diversi problemi intestinali e interferisce con l’assorbimento delle vitamine liposolubili come A, D, E e K, tanto che la FDA richiede che queste vitamine siano aggiunti a qualsiasi prodotto preparato con Olean o olestra. In compensolega con le diossine e ne asseconda lo smaltimento dall’organismo. E’ vietato nel Regno Unito e in Canada.
Conservanti BHA e BHT
BHA (butilidrossianisolo) e il BHT (butilidrossitoluolo), in etichetta indicati con le sigle E320 e E321, sono comunemente utilizzati come conservanti nei cereali per la colazione, mix di noci, gomme da masticare, burro, carne, patate disidratate e birra, farmaci e cosmetici solo per citarne alcuni. BHA è noto per essere un agente cancerogeno.Può anche scatenare reazioni allergiche e iperattività, mentre BHT può causare tossicità. Il BHA è vietato nel Regno negli alimenti per l’infanzia, mentre BHA e BHT non sono vietati in Italia ma solo in alcuni stati europei e in Giappone.
Il rosa dei salmonisalmonfan-620x350
Se proprio si vogliono avere benefici nel mangiare pesci meglio evitare il salmone di allevamento americano poiché viene nutrito con mangimi che contengono sostanze chimiche pericolose. Se il salmone selvaggio ottiene il suo brillante colore rosso-rosato dai carotenoidi naturali presenti nella dieta, il salmone d’allevamento viene cresciuto con una dieta innaturale basata anche su semi OGM, antibiotici, farmaci e sostanze chimiche. Questa dieta lascia la carne del salmone grigiastra e per ottenere quel bel colore rosato gli viene somministrata lastaxantina sintetica a base di prodotti petrolchimici, non approvata per il consumo umano e che ha tossicità ben note. E’ vietata in Australia e Nuova Zelanda. La foto che vedete in alto si riferisce alle gradazioni di rosa che possono ottenere gli itticoltori in base alla quantità di astaxantina sintetica che vanno a somministrare. Dunque è da evitare il salmone atlantico ,che proviene per lo più da allevamenti ittici. Al contrario non sono d’allevamento il “salmone dell’Alaska” e “salmone rosso”.
Foto | Edward Tufte
Fonte: Eat local grow
© Foto Getty Images

Dimezzare i consumi di carne e latte per salvare il pianeta

Poichè mangiamo molte più proteine del necessario, sarebbe anche una buona scelta per la salute. Le sole emissioni di N2O della carne bovina sono pari a 25 volte quelle del grano, per cui si tratta di un impatto davvero pesante.

Il clima del pianeta sa cambiando non solo per le emissioni industriali, ma anche per le nostre abitudini alimentari. Secondo uno studio sostenuto dalla Commissione Europea, diventare demitariani, cioè dimezzare il consumo di carne e latticini (1)ridurrebbe del 40% le emissioni di N2O, un gas serra 300 volte più dannoso della CO2, oltre a giovare notevolmente alla nostra salute. I motivi? Sono semplici.

1. L’assunzione di proteine nell’Unione Europea è del 70% più alta rispetto ai valori raccomandati dall’OMS, quindi una buona parte delle proteine che mangiamo è superflua e dannosa.

2. L’inquinamento da azoto per kg di cibo consumato è 25 volte più alto per la carne di manzo che per il grano; per maiale, pollame, uova e latticini è da 3,5 a 8 volte più alto.

3. La terra non più usata per coltivare mangime potrebbe essere riforestata o riallocata per produzione locale di grano, mais, riso e legumi.

4. Le corrispondenti emissioni di N2O calerebbero tra il 25% (riallocazione) e il 40%(riforestazione). Le emissioni legate all’importazione della soia calerebbero del 75%.

Diventare demitariani è soprattutto una sfida culturale per chi consuma; dal punto di vista dei produttori, significherebbe puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità, ovvero, detto in forte sintesi, dimezzare la produzione raddoppiando i prezzi. Se volete conoscere la vostra impronta di azoto, potete provare a calcolarla qui.N-footprint

(1) La media italiana di consumo apparente (che include quindi anche lo spreco) è pari a 1,7 kg di carne  e 4,8 kg di latticini a settimana, ovvero rispettivamente circa 250 e 700 grammi al giorno.  Dimezzare i consumi non è probabilmente sufficiente per vivere in modo sostenibile, ma è comunque un buon modo per incominciare.

Fonte: ecoblog.it

“In Italia il comparto vetro è tenuto in piedi dal vino”, intervista al presidente di CoReVe Franco Grisan

Nel 2013 il 35% del vetro immesso al consumo è stato del comparto vinicolo, dove il vetro riciclato è oltre il 90%. L’intervista di ECO al Presidente del Consorzio Recupero Vetro Ing. Franco Grisan. Come va la raccolta differenziata, il problema delle “frazioni estranee” nel vetro, i progressi tecnologici nel riciclo e un po’ di storia del vuoto a rendere378321

Presidente Grisan, com’è andato il vetro nel 2013 in Italia, sia come immesso al consumo che come raccolta differenziata?
Non abbiamo ancora i dati definitivi, ma si può anticipare che per l’immesso al consumo il quadro generale è stato difficile, forse il solo comparto alimentare ha risentito un po’ meno. I consumi interni sono stati uguali o inferiori agli anni precedenti. Se l’industria del vetro tiene, è soprattutto grazie all’industria vinicola. Nel 2013 il 35% del vetro immesso al consumo è stato del comparto vino e nelle vetrerie che producono queste bottiglie il vetro è riciclato oltre al 90%.
Riguardo tutta la raccolta differenziata degli imballaggi in vetro, si conferma un’Italia a due velocità, anche se il sud sta inseguendo. Al nord la media è di 39 kg per abitante,16,4 kg quella del sud (Puglia al 13,7, Campania 22,4). Nel sud c’è però un aumento medio dell’8%. C’è ancora un problema “regole della raccolta”, molti cittadini non hanno le idee chiare, riceviamo ancora molto materiale inquinato da frazioni estranee al vetro. In sintesi: il sud migliora, ma c’è bisogno di più attenzione dai cittadini e più informazione da parte dei Comuni.

Quali sono gli errori più comuni nella raccolta differenziata degli imballaggi in vetro? Si fanno di più in alcune zone rispetto altre?

Noi dovremmo trattare solo imballaggi in vetro, ma spesso siamo costretti a raccogliere anche frazioni estranee, come il vetro cristallo. Ecco il perché della nostra ultima campagna, “Bottiglia vasetto, binomio perfetto”, quella con testimonial il geologo Tozzi. Il cristallo crea problemi alle vetrerie, il danno che subiamo con un bicchiere di cristallo è alto. Altro problema è la ceramica (come le tazze e tazzine buttate nel vetro) perché fonde ad una temperatura superiore al vetro. Se anche dei rottami in ceramica sono immessi nei forni per produrre la miscela del vetro, nel passaggio alla goccia, che poi diviene bottiglia, la ceramica rischia di restare in forma di microgranuli nel vetro della bottiglia, rendendola più fragile.

Ma perché è così dannoso il cristallo?

Faccia conto che un posacenere di cristallo rovina un intero camion di vetro (30 tonn vetro). E’ il problema non è la nocività del piombo, ma precise norme che dicono che il vetro da imballaggio non può contenere piombo, dovremmo cambiare le norme per accettare il cristallo. Nella situazione attuale non si può conferire insieme al vetro. Il cristallo è molto più pesante, brillante e sonoro, ma non è facile da distinguere dal vetro, quindi il problema c’è. Ecco perché in questa fase storica noi diciamo “solo bottiglie e vasetti, cioè imballaggi”.

Quindi tutto il resto (vetro non imballaggio, cristallo, ceramica) andrebbe nell’indifferenziato?
Sì, noi stiamo discutendo in questi giorni con ANCI, perché i Comuni indichino chiaramente dove mettere questi materiali. Veritas (l’azienda servizi ambientali di Venezia) lo fa. In realtà – allo stato attuale dell’organizzazione del riciclo – quei materiali dovrebbero andare negli inerti (gli scarti provenienti da lavori di costruzione e demolizione) o nell’indifferenziato. 
Qual è il valore del vetro a tonnellata sul mercato e quello che riconoscete ai Comuni?

Il vetro è soggetto ad asta in base a due variabili: il rapporto domanda-offerta sul mercato in quel momento; la posizione geografica, perché la maggior parte delle vetrerie è al nord, seguendo l’industria alimentare, soprattutto quella vinicola (Veneto, Piemonte, Friuli). Quindi il rottame vetro che si raccoglie al sud vede aggiungersi il costo del trasporto, ecco perché il prezzo delle aste al sud è inferiore. Il dato medio delle aste del 2013 è stato di 12,7 euro/tonnellata, un valore molto lontano rispetto al nostro corrispettivo medio ai Comuni, 30/32 euro a tonnellate, con punte di 40 euro per la prima fascia. Il corrispettivo serve a coprire gli extra-costi dei Comuni e come vede il Consorzio riconosce un valore che è circa 3 volte il valore di mercato del vetro. Nel 2013 CoReVe ha restituito ai Comuni l’82% dei ricavi del Consorzio:direttamente, tramite convenzioni con i Comuni o i delegati per il ritiro dei rifiuti di imballaggio in vetro raccolti, quindi del materiale “grezzo”; indirettamente, tramite convenzioni locali con vetrerie e gestori delegati titolari di impianti di trattamento del vetro per la consegna del rottame “pronto al forno” che, rispondendo al regolamento UE noto come “end of waste”, viene riciclato in vetreria.

La raccolta congiunta vetro bianco è colorato è sempre un problema?

Sì. Infatti molti vini bianchi stanno passando al vetro colorato (o verde), proprio perché più semplice da ottenere dal rottame misto (vetro verde più bianco). Ora però la tecnologia ci sta aiutando, ci sono macchine che vedono il pezzo di vetro colorato e lo separano. Sono macchine elettroniche, che usano telecamere, in grado di selezionare il tipo di vetro e anche la ceramica.

Qual è il vostro impianto più moderno?

L’azienda Vetreco, presso Supino (Frosinone), in funzione da fine 2013. E’ il più recente dei nostri impianti, il primo di elevato livello nel centro-sud, che era sguarnito di impianti di trasformazione (il che condannava il rottame del sud ad essere trasportato al nord). La Vetreco ha impianti di selezione per colore e di separazione di ceramica e cristallo.
Di recente abbiamo parlato di casi di restituzione del cittadino degli imballaggi in plastica, a fronte di buoni sconto Vede possibili casi simili nel vetro o un ritorno in Italia del “vuoto a rendere”?

Il vuoto a rendere è sicuramente “l’origine del vetro”, basta ricordare le bottiglie del latte (che pesavano moltissimo!). Ma ormai il sistema si è evoluto verso “contenitori a perdere”: sono più comodi e oggi la bottiglia in vetro pesa molto di meno di una volta. Ci sono altri problemi connessi al “rendere”: il vetro reso deve subire dei lavaggi, che implicano problemi ambientali di depurazione delle acque; il “rendere” aveva un senso quando l’industria delle acque minerali aveva bacini di consegna locali e limitati e si poteva accollare i costi di ritorno delle bottiglie.
Le do un numero significativo: negli anni ’90 300 milioni di bottiglie di acqua minerale a rendere sono state “barattate” con 6 miliardi di bottiglie di plastica “a perdere”; questo è stato il processo. A Torino si è tentato di reintrodurre il “rendere” del latte, con delle bottiglie molto belle e resistenti, ma il cittadino non seguiva l’operazione, non riportava le bottiglie. Teoricamente sarebbe un processo più sostenibile, ma poi sul piano pratico non si riesce a realizzare.
di Stefano D’Adda

 

Fonte: ecodallecittà

 

“Formaggi Veg”, intervista all’autrice Grazia Cacciola

Il primo manuale in italiano per preparare in casa latte, yogurt e formaggi vegetali prodotti con legumi e cereali senza aromi artificiali o conservanti. Con questo originale ricettario – adatto a chi ama la cucina naturale e l’autoproduzione – i vegetariani che vogliono abbracciare un’alimentazione vegan e gli intolleranti al lattosio non dovranno più rinunciare ai “gusti rotondi e corposi dei fermentati”. L’intervista all’autrice del libro, Grazia Cacciola.formaggi_veg_cacciola

Finalmente un ricettario unico nel suo genere. Formaggi Veg. Latte, yogurt e formaggi vegetali fatti in casa di Grazia Cacciola edito da Sonda, uscito in libreria il 25 settembre, si presenta come un manuale adatto a tutti, anche ai cuochi meno abili ed esperti, grazie alle spiegazioni dettagliate dell’autrice correlate da oltre 600 fotografie ad alta risoluzione. I vegani etici, consapevoli dell’enorme sofferenza animale ingiustificata che si cela dietro l’industria casearia, troveranno sicuramente in questo libro proposte fantasiose, bilanciate e altamente proteiche per diversificare la propria alimentazione. Mi sento però di consigliare questo manuale soprattutto a chi che non è vegan, perché tra le sue pagine potrà scoprire, conoscere e apprezzare, per usare le parole dell’autrice, “un universo diverso ma popolato di profumate e saporite creme: i formaggi vegan!”. Il cambiamento verso un’alimentazione consapevole ed etica potrebbe partire da questo libro. Abbiamo incontrato Grazia Cacciola.

Sei vegana per motivi etici. Cosa si cela dietro l’industria casearia?

Questa è una domanda che potrebbe richiedere due giorni di monologo! Per una risposta breve direi: molta sofferenza. Per quanto, infatti, i media mostrino immagini di mucche felici sulle confezioni di yogurt e formaggi, non c’è alcun animale felice in un allevamento; ci sono da decine a centinaia di animali tenuti in cattività, in condizioni di profondo disagio, di scarsa igiene e senza nemmeno lo spazio sufficiente per muoversi. A causa di queste pessime condizioni di vita, la maggior parte contrae una serie di malattie che trasmette immediatamente anche ai compagni di sventura sani, rendendo necessario l’uso massiccio di antibiotici e vaccini. Inoltre, per massimizzare la produzione, gli allevatori sono autorizzati ad impiegare ormoni per la crescita e la lattazione. Tutti questi medicinali passano, inevitabilmente, nel latte e nei derivati: i latticini. Questo vale anche per gli allevamenti ‘biologici’, il controllo in Italia è pessimo e volutamente “cieco”.

Le origini del tuo libro. Quale passione ti ha spinta a creare un ricettario di formaggi veg?

La gola! Avendo fatto una scelta di non violenza e salutista, decidendo di non alimentarmi più con prodotti animali, mi mancavano alcuni alimenti e tra questi il formaggio. Ho iniziato diversi anni fa a sperimentare, facendo cagliare o fermentare delle bevande vegetali come il classico latte di soia e poi man mano ho riprodotto ricette che trovavo nei libri, come il classico formaggio crudo di mandorle. Subito dopo ho sentito, però, la necessità di personalizzare, di inventare delle mie ricette come per esempio le sottilette sanissime, la formaggella ai semi di lino e i formaggi a pasta dura che si possono tagliare a fette. Ho visto che in rete giravano poche buone ricette e spesso bilanciate male o dai risultati discutibili; come si può pretendere di chiamare formaggio un prodotto al quale è stato aggiunto l’aroma artificiale di formaggio in un composto di glutine o addirittura su una patata! Abbiamo pensato, dunque, con Sonda, l’editore, di riunire le mie ricette e dare ai lettori, oltre al classico elenco di ingredienti e istruzioni per prepararle, anche le basi scientifiche del formaggio vegetale, affinché tutti possano avere la possibilità nel tempo di apportare modifiche o inventare, perché no, anche i propri formaggi veg!formaggella_semi_lino

Perché non aprire una tua attività di produzione e vendita invece di scrivere un libro?

Perché sono convinta che ognuno debba fare il proprio mestiere. Io scrivo e nei miei libri parlo soprattutto di quello che faccio e di come provare a cambiare il mondo. Questo manuale non è l’ennesimo libro di cucina; è uno strumento nuovo che credo possa servire a chi in questo cambiamento ci crede davvero. Un cambiamento che passa anche dal non utilizzare prodotti animali per una scelta di non violenza. Si pensa, spesso, che le automobili e le industrie siano tra le principali cause di inquinamento mondiale mentre invece sono gli allevamenti intensivi ad avere un forte impatto ambientale sul nostro pianeta. Lo scopo del mio lavoro è dare uno strumento ulteriore per cambiare tipo di alimentazione, non di brevettare delle ricette o delle formule segrete: non voglio che siano segrete o solo una piccola produzione locale! Ho avuto delle intuizioni per alcune ricette e per altre ci ho lavorato con molta passione, a colpi di millilitri e grammi. Queste ricette sono servite a me per affrontare il cambiamento e spero che possano servire a molte persone per affrontare il passaggio ad un’alimentazione completamente etica. E poi in Italia ci sono già ottimi artigiani che fanno squisiti formaggi vegan con materie prime da agricoltura biologica e senza conservanti, da consumare freschi.

Fai dei corsi di autoproduzione di formaggi?

Non faccio dei corsi perché non è il mio lavoro. Ci sono già degli ottimi insegnanti di cucina che tengono dei corsi in tutta la penisola. Io faccio alcuni workshop, di solito a scopo benefico, per aiutare le associazioni onlus di area animalista a raccogliere fondi. Oppure piccoli seminari in occasione di presentazioni del libro. Abbiamo appena fatto un workshop con la LAV a Montecatini, divertendoci tra ricotte e creme, mentre sarò a Bologna il 4 Ottobre per la NotteVeg con ANPANA e LAV e poi a Roma il 20 Ottobre al ristorante veg La Capra Campa. Per tutti gli eventi rimando alla pagina apposita del mio sito Erbaviola.com, perché alcuni sono ancora in fase organizzativa e li annunceremo prossimamente.

Sembrano ricette semplici e facili da preparare. In realtà quanto tempo ci hai messo per creare tutti questi prodotti e riunirli in un libro?

Quando ho iniziato a scrivere questo libro, come ti dicevo prima, avevo già delle ricette mie, in parte condivise sul mio sito. L’argomento è piuttosto nuovo e al momento esistono solo due libri in inglese che però documentano le ricette solo con il testo. Ho pensato che, oltre alla spiegazione, sarebbe stato di aiuto ai lettori anche un servizio fotografico per ogni ricetta che illustrasse passo dopo passo le varie fasi della preparazione. Un lavoro enorme durato un paio di anni e che conta ora più di 600 fotografie ad alta risoluzione. Credo di poter affermare che in questo modo le spiegazioni siano assolutamente chiare e alla portata di chiunque, anche di chi non cucina tutti i giorni o pensa di essere una frana!formaggi_veg_cacciola_1

Scusa la domanda diretta ma le fotografie sono reali o sono solo esempi riprodotti in uno studio fotografico per rendere il libro più “appettibile” da un punto di vista grafico?

Le fotografie le ho fatte io, sono assolutamente reali, non ci sono artifici. Anzi, uno c’è stato: rifare un formaggio anche cinque volte perché la foto non era invitante! Il mio compagno ha dovuto convivere con una fonduta di formaggi alla piemontese in pieno agosto perché dovevo rifare al volo l’immagine! Per non parlare dei ravioli alla scamorza con sfoglia tirata a mano! Non sono riuscita a farli diventare fotogenici! Dopo che io e il mio compagno abbiamo mangiato per quattro giorni consecutivi la stessa ricetta nella speranza di ottenere un’allettante fotografia, sono stata costretta ad optare per i tortellini!

Quali materie prime usi per produrli?

Solo materie prime naturali, soprattutto cereali e legumi per fare il latte da cui si ottengono in seguito i formaggi per cagliata o fermentazione. Pochi addensanti e solo naturali, come l’agar agar. Per questo libro ho selezionato solo ricette alla portata di tutti, limitando molto gli ingredienti difficili da reperire o molto costosi. Potete trovare la maggior parte delle materie prime nei comuni supermercati, come ad esempio il latte di soia (vi consiglio, comunque, di prepararlo in casa seguendo le diverse ricette che ho inserito nel libro). Tutti i formaggi utilizzano latti vegetali e questi arrivano da legumi e cereali. Nulla di più semplice: 100 gr di soia fanno 1 litro di latte di soia che fa una formaggella da 200 grammi. E così via con riso, orzo, avena, mandorle…

Alcuni ingredienti però non mi sembrano così comuni come ad esempio il nigari. Dove si possono reperire gli ingredienti “particolari” da te citati nel libro?

Ho dedicato la parte iniziale del libro agli ingredienti indicando anche come autoprodurli (se possibile) e dove reperirli. Quelli che non si trovano nei comuni negozi di alimenti possono essere acquistati in erboristeria o nei negozi di alimentazione naturale, come ad esempio il nigari, che può essere acquistato anche negli store online. Ha un costo esiguo, circa 1 euro per 100 gr. e se ne usano pochi grammi per volta. Si può comunque sostituire con cloruro di magnesio, acquistabile in tutte le farmacie e anche qui il costo è davvero basso.

Usi degli aromi artificiali o dei conservanti?

Chi mi conosce dalle precedenti pubblicazioni o dal blog sa che sono piuttosto agguerrita verso le sofisticazioni alimentari. Uso conservanti ma solo naturali: l’olio extravergine di oliva e l’olio di girasole, se da agricoltura biologica e spremuti a freddo, sono ottimi conservanti così come l’aceto di mele, che oltre ad essere un altro ottimo conservante, è anche un agente di fermentazione. Stesso discorso per quanto riguarda gli aromi. Ci sono alcuni alimenti, come ad esempio il classico lievito alimentare a scaglie, che oltre a conferire un’aroma di formaggio, è un ottimo alimento ricco di vitamina B12. Ho utilizzato nelle mie ricette un unico aroma che però ho autoprodotto. Vi invito a scoprire nel libro la ricetta per riprodurre l’aroma di affumicato!formaggi_veg

Ci sono degli attrezzi di cui non possiamo fare a meno per preparare i prodotti da te descritti nel libro?

Non si può fare a meno del frullatore che può essere a immersione, a boccale o di un robot da cucina. Ho volutamente semplificato l’attrezzatura affinché le ricette siano alla portata di tutti. Per questo motivo ho preferito utilizzare, invece degli stampi professionali, i contenitori per alimenti o le pirofile da cucina; sono articoli che si trovano facilmente nei nostri scaffali e sono funzionali per la produzione dei formaggi veg. Possiamo ottenere un’ottima fuscella per formaggi bucherellando un contenitore per alimenti. Per yogurt e cagliate, invece, è assolutamente indispensabile il termometro per alimenti.

Come e quanto si mantengono i formaggi veg?

Dipende dal tipo di formaggio. Diciamo che possiamo conservarli in frigo per circa 5-7 giorni; alcuni formaggi possono anche essere congelati (nelle ricette troverete anche questa indicazione). Per conservarli in modo corretto dobbiamo metterli in scatole da alimenti con coperchio e nel caso del tofu in acqua fino a coprirlo.

I celiaci possono mangiare i tuoi formaggi o contengono glutine?

Il 90% dei formaggi in questo libro non contengono glutine. In poche ricette si usa l’avena e ho approntato una tabella delle sostituzioni nei casi di formaggi prodotti con questo ingrediente.

Confrontando i formaggi tradizionali e quelli vegetali quali sono le differenze tra le proprietà nutrizionali?

Notevoli e per questo vi invito a guardare le comparazioni che ho fatto nell’introduzione. I dati dei formaggi tradizionali sono quelli dei protocolli IGP e DOP del Ministero, quindi, il meglio della produzione italiana. La prima cosa che salta immediatamente all’occhio è che i formaggi vegetali sono completamente privi di acidi grassi trans (TFA). Questi grassi, comunemente indicati come ‘colesterolo’, sono una componente del grasso che si origina dalla bioidrogenazione a livello ruminale di lipidi insaturi, presenti nell’alimentazione animale e assenti, invece, in latte e formaggio vegetale. Questi grassi sono all’origine della formazione di placche sclerotiche, dell’insorgenza di arteriosclerosi, malattie coronariche, eventi ischemici. Per non parlare del calcio: non c’è bisogno di latte animale per avere una buona biodisponibilità di calcio, anzi, il latte animale è in larga parte responsabile della fragilità ossea.

I prodotti vegetali di questo libro puntano solo verso la salute: non solo possiamo farci in casa ottimi formaggi vegetali, ma addirittura assumere un cibo ben bilanciato, che ci fa bene e per il quale possiamo finalmente non sentirci in colpa. La formaggella ai semi di lino, piuttosto che il kefyr, sono ottimi prodotti per la flora intestinale, i vari tipi di tofu hanno un ottimo contenuto di calcio e manganese, l’agar agar, con cui sostituisco le gelatine animali, è un’ottima fonte di calcio e ferro. Insomma, invece di sentirci in colpa per il pezzetto di formaggio che ingrassa, possiamo degustare dei formaggi vegetali che fanno bene alla salute!

Il tuo formaggio veg preferito, quello che secondo te è il tuo “capolavoro”?

Il formaggio Erbaviola! Ma ci sto ancora lavorando, ora è un pasta dura, ma potrebbe arrivare presto una versione fermentata. Il lavoro di ricerca non è finito…

Fonte: il cambiamento

Formaggi Veg - Libro

Voto medio su 3 recensioni: Da non perdere

€ 19.9

Gelato senza uova e latte in tanti gusti diversi

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Con l’arrivo dell’estate la voglia di gelato impazza? Se non volete rinunciare alle vostre abitudini alimentari e desiderate gustare un gelato buono come quello tradizionale ma senza l’aggiunta di latte e uova, eccovi una ricetta veg facile e veloce da preparare in casa. Le alternative al latte, infatti, sono diverse. Potete sostituirlo con il latte di soia, la panna vegetale, il latte di riso o quello di mandorle. Il risultato convincerà anche i più scettici!

 

GELATO VEG. Per il gelato veg senza latte né uova occorrono:

  • 200 ml di latte di soia (oppure di riso o mandorle) al gusto di vaniglia o cioccolato
  • 200 gr di panna vegetale (soia o yogurt)
  • 70 gr di zucchero di canna
  • 50 gr di amido di riso bio
  • semi di vaniglia, zenzero o cannella in polvere sciolti in un po’ di latte vegetale caldo

Preparazione. Frullate nel mixer tutti gli ingredienti per circa 5 minuti e versateli direttamente nella gelatiera o in una ciotola che posizionerete in freezer. In quest’ultimo caso, abbiate cura di mescolare di tanto in tanto il composto per far sì che gli ingredienti si amalgamino durante il processo di raffreddamento. Per ottenere un gustoso gelato al cioccolato aggiungete 100 gr di cioccolato fondente sciolto a bagnomaria, o in alternativa, della frutta di stagione tagliata a pezzetti. Guarnite il vostro gelato con della granella di mandorle, frutta secca, nocciole o pistacchio e servitelo in 4 coppette oppure in ciotole.

GELATO BASE  ALLA BANANA. Una variante ancora più semplice e naturale consiste nell’utilizzare come base per il gelato un solo ingrediente: la banana. Per il gelato veg alla banana occorrono:

  • 2 o 3 banane molto matureice-cream

Gelato senza uova né latte

Preparazione. Tagliate le banane a rondelle di medio spessore e disponetele in una ciotola per farle riposare in freezer per una notte fino cosicché la frutta solidificherà. Il giorno successivo ‘spezzate’ i blocchetti gelati e frullate le banane nel mixer per cinque minuti fino a che non cominceranno ad amalgamarsi. In questo modo la frutta decongelerà gradualmente e con un po’ di pazienza raggiungerà una consistenza morbida e omogenea, l’ideale per dar vita a gustose varianti di gelato senza l’aggiunta di nessun altro ingrediente, compreso il latte! Con un pizzico di fantasia potrete utilizzarla come base per creare gelati sempre diversi ai gusti preferiti. Ecco qualche esempio:

  • Fragola e cioccolato, aggiungendo una tazza di fragole congelate e mezza tazza di gocce di cioccolato fondente tritate
  • Cannella e burro di arachidi, aggiungendo 2 cucchiai di burro di arachidi e 1 cucchiaino di cannella in polvere
  • Cannella e pesche Pecan, aggiungendo una tazza di pecan tritate e 1 cucchiaino di cannella in polvere
  • Lamponi e granella di mandorle, aggiungendo una tazza di lamponi surgelati e ½ tazza di mandorle tritate
  • Fragole e pistacchi, aggiungendo una tazza di fragole congelate e ½ tazza di pistacchi tostati e tritati non salati
  • Cioccolato, aggiungendo alla base di gelato alla banana un cucchiaio di salsa di cioccolato vegan

Come al solito, è la vostra fantasia l’ingrediente fondamentale per dar vita ad altre, gustosissime ricette…

Fonte: tuttogreen

Il gelato senza latte e uova con la ricetta vegana

Iniziano le prime giornate estive e la voglia di gelato incombe. Ecco una ricetta di gelato senza latte ma con yogurt e panna di soia e latte di soia o latte di riso o latte di mandorle da fare in casa e da arricchire con tanta frutta fresca.gelato-vegan-620x350

Voglia di merenda e voglia di gelato, ma come farlo senza latte e uova? Non è una sfida impossibile, ma anzi molto possibile e anche semplice. Gli ingredienti base sono quelli tipici della cucina vegana, ossia la panna di soia o panna vegetale, lo yogurt di soia e il latte di soia, il latte di riso o il latte di mandorle che si prestano perfettamente a essere preparati sotto forma di gelato. Gli ingredienti si possono mescolare direttamente nel frullatore e a freddo considerato che non ci sono uova da pastorizzare. Ecco gli ingredienti necessari per 4 persone per la ricetta base del gelato vegan senza latte e uova: 200 ml di latte di soia al gusto di vaniglia o cioccolato; latte di riso o di mandorle; 200 gr. di panna vegetale o di soia o yogurt di soia; 70 gr. si zucchero di canna; 50 gr. di amido di mais bio; spezie a piacere quali vaniglia i cui semi vanno sciolti in un po’ di latte vegetale caldo; zenzero, cannella o zeist di limone. Questo il procedimento: mescolare nel frullatore tutti gli ingredienti e versarli o nella gelatiera oppure se non ne disponete in una ciotola da mettere nel congelatore e mescolare di tanto in tanto. Questa è la base del gelato. Per ottenere la versione al cioccolato aggiungiamo alla base anche 100 gr. di cioccolato fondente sciolto a bagnomaria con alcuni cucchiai di latte vegetale; se invece vogliamo arricchire la base con frutta possiamo aggiungerla tagliata a pezzi piccoli tra quella di stagione. Ottimo risultato se aggiungete granella di cioccolato e frutta secca come mandorle, nocciole o pistacchio di Bronte con una spruzzatina di sciroppo d’agave; buonissimo con l’aggiunta di uvetta rinvenuta del rum o brandy.

Fonte: Vegan Swiss, Savory Sweetlife, Eco dell’eco, semplice ecologico

L’acqua che mangiamo ci farà soffrire la sete dal 2025

L’acqua dolce è poca e ce ne servirà sempre di più in futuro. I beni e le merci per essere prodotte hanno bisogno di acqua e di qui al 2025 almeno i 2/3 della popolazione mondiale potrebbero soffrire la sete.

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L’acqua potabile è una delle risorse più scarse sul nostro Pianeta ma sembriamo non accorgercene e neanche sembra ci interessi. La maggior parte di noi è nato con l’acqua potabile in casa, sia calda sia fredda; acquistiamo merci prodotte con acqua ma non realizziamo questo uso continuo e costante che ne viene fatto e compriamo come assetati, pur non avendone bisogno. L’acqua si mangia e noi ne mangiamo tanta: almeno 3800 chilometri cubi di acqua dolce sono prelevati ogni anno in tutto il Pianeta e se nel 20125 avremo un miliardo di bocche da sfamare in più allora serviranno ancora altri 1000 chilometri cubi di acqua dolce all’anno pari a 20 fiumi come il Nilo. Su Mareeonline l’intervista a Francesca Greco e Marta Antonelli che hanno scritto L’acqua che mangiamo (ed. Edizioni Ambiente euro 25) in vendita dal 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, che presenta appunto i costi ambientali e economici di quell’acqua virtuale che viene consumata per produrre merci ma che non viene mai conteggiata.

Spiega Francesca Greco:

I consumatori non sono sempre al corrente di cosa ci sia dietro quello che consumano, in particolar modo riguardo all’acqua che viene usata per la produzione dei beni. Per questo motivo ogni consumatore dovrebbe iniziare a conoscere la filiera alimentare dei prodotti che compra e con quale acqua è irrigato. Alcune aziende private stanno cercando di attuare una tutela idrica e già alcune organizzazioni internazionali, una su tutte le Nazioni Unite, applicano questo tipo di tutela soprattutto nel settore alimentare.

In ogni caso se volete sapere quanta acqua si consuma per produrre merci sappiate che, come riporta waterfootprint:

  • con 300 litri di acqua si ottiene 1 litro di birra
  • con 1000 litri di acqua si ottiene 1 litro di latte
  • 2500 litri di acqua per avere 1 KG di riso
  • 15400 litri di acqua per avere 1 KG di carne di manzo
  • 10000 litri di acqua ci danno 1 KG di cotone
  • 1600 litri di acqua per avere 1 kg di pane di grano

Certamente le industrie dell’agroalimentare e l’agricoltura dovranno iniziare a porsi il problema e anche noi consumatori iniziando a premiare quelle aziende e imprese che sul serio applicano progetti e programmi per ridurre l’uso e non solo lo spreco dell’acqua.

Fonte: Mareeonline

 

FORNO A MICROONDE: energia dannosa alla salute?

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Rinunceresti al microonde? Riscaldi il latte, scongeli il pane e cucini cibo in un attimo. Ma cosa si cela di dannoso?

L’uso del forno a microonde è diventato così frequente che ormai pochi si pongono il problema sui danni che esso possa provocare. Tale dispositivo riscalda gli alimenti e le bevande in pochissimo tempo, vediamo però come funziona realmente. Grazie al flusso di microonde, l’acqua, i grassi e i carboidrati che costituiscono il cibo, assorbono l’energia delle microonde in un processo chiamato riscaldamento dielettrico. Tali molecole sono dei dipoli, ovvero hanno una estremità con carica elettrica positiva e un’altra con carica negativa; trascinate dal campo elettrico alternato delle microonde e indotte a ruotare, generano calore attraverso forze di attrito con le molecole vicine, provocando quindi un riscaldamento. Secondo varie ricerche questa forma di cottura distrugge alcune sostanze nutritive. I forni a microonde ad esempio convertono la vitamina B12 dalla forma attiva alla forma inattiva, rendendo il 30-40% circa di tale vitamina inutilizzabile. Diverse diatribe ci sono state anche sull’emissione di radiazioni e quindi sull’esposizione alle microonde in prossimità di forni a microonde accesi. Ci occuperemo però in questo caso soprattutto sulla cottura dei cibi e sugli studi eseguiti in merito.

A tal proposito si è molto discusso sul Dottor Hertel, medico nutrizionista svizzero, ricercatore dedito all’uso del forno a microonde e ai suoi effetti. Secondo alcuni esperimenti da esso eseguiti su persone tra i 20 e i 40 anni, il dottor Herten ha riscontrato e dedotto che l’uso del forno a microonde provoca: “una diminuzione a breve termine dei Linfociti (globuli bianchi); alterazione dei meccanismi naturali di riparazione delle cellule; forte calo dei valori degli eritrociti, dell’emoglobina degli ematrociti e leucociti (valori simili a quelli degli anemici) e derivante aumento dei livelli di colesterolo. Alterazione della permeabilità della membrana cellulare che diventa così preda di batteri, funghi e altri microorganismi”. Secondo poi altre sue conclusioni, la carne scaldata in microonde provoca: “d-nitrosoditanolamine (un agente ben conosciuto fra le cause del cancro); destabilizzazione dei composti biomolecolari della proteina attiva; le microonde alterano il comportamento catabolico degli alcaloidi di verdure, anche se queste vengano esposte per tempi molto brevi; i radicali liberi che causano il cancro si formano in alcune strutture molecolari; ingerire cibi trattati a microonde innalza la percentuale di cellule cancerogene nel sangue”. Altre ricerche poi suggeriscono di non riscaldare il latte nel forno a microonde, soprattutto quello destinato ai bambini e ai neonati, le microonde ne alterano la struttura rendendolo meno efficace (da un punto di vista nutrizionale) e potenzialmente tossico! Le più importanti industrie del settore negano tutto ciò e si difendono giustificandosi dal fatto che le radiazioni scompaiono non appena il forno si spegne e che non esistono seri riscontri sulle alterazioni proteiche dei cibi.

Fonte: supermoney

CIBO BIO ALTRO CHE CRISI: nel 2012 + 7.3% in Italia


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Nel 2012 la crisi ha indotto gli italiani a drastici tagli della spesa alimentare, una sforbiciata che, per la prima volta dopo vent’anni  ha visto il peso medio degli italiani in diminuzione rispetto all’anno precedente. Anche il cibo di qualità ha avuto una battuta d’arresto con un -3,4% di spesa per il pesce fresco e un -1,9% per la frutta. Al cospetto di questa contrazione c’è una nicchia che non solo ha tenuto, ma ha addirittura aumentato il giro d’affari: quella del cibo biologico. In controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato la spesa per i prodotti biologici è aumentata del 7,3% dopo il notevole +9% del 2011.

Se per biscotti, dolciumi e merendine (+22,9%) e bevande analcoliche (+16,5%) si può parlare di un vero e proprio boom, l’aumento è superiore alla media generale del settore anche per pasta, riso e sostituti del pane (+8,9%) e frutta e ortaggi (+7,8%). I prodotti bio lattiero-caseari registrano un +4,5%, mentre per quanto riguarda le uova i dati sono in calo di un -1,9%. Proprio le uova, nonostante il segno meno del 2012, restano il prodotto bio più gettonato con una quota del 12,5% sulla spesa complessiva; confetture e marmellate bio rappresentano l’8,8% del mercato bio, mentre il latte è all’8,6%.

Geograficamente il Paese è spezzato in tre con il 70,8% della spesa nelle regioni del Nord Italia, il 22,3% in quelle del Centro e 6,9% in quelle del Sud. Tra esportazioni e consumi interni il giro d’affari del biologico, secondo i dati FIBL-IFOAM, ammonterebbe a 3 miliardi di euro, un fatturato che fa del nostro Paese il quarto in Europa dopo Germania, Francia e Regno Unito e il sesto a livello mondiale.

Fonte: ecoblog