Nigeria, un’autostrada rischia di cancellare la foresta degli Ekuri

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Sviluppo contro ambiente, profitto contro comunità. La storia del land grabbing è universale, riguarda tutti. In Italia la comunità No Tav lotta da un quarto di secolo contro un’opera che numerosi studi hanno già descritto come inutile e dannosa, inAfrica la sottrazione dei terreni nel nome del progresso e del benessere è un modus operandi diffuso che prolifera grazie alla corruzione della politica a opera dei potentati economici. È dalla Nigeria che arriva l’ennesima storia della prevaricazione della politica nei confronti delle comunità locali, precisamente dallo stato di Cross River situato nel sud-est del paese, quasi al confine con il Camerun, nel cuore delle foreste pluviali della Nigeria. A essere minacciata è la comunità del popolo Ekuri, la cui sopravvivenza dipende totalmente dalle foreste che forniscono frutta, verdura, piante medicinali e altri prodotti che sono la base della loro cultura e della loro identità. In passato questo ecosistema è stato minacciato dall’industria del legname, ma, anche grazie alla costituzione della Ong Ekuri Initiative, la comunità Ekuri è riuscita a preservare il proprio habitat, proseguendo con la propria gestione comunitaria della foresta. Ora, però, una nuova minaccia per questa popolazione è rappresentata dalla costruzione di un’autostrada di 260 km che dalla costa dovrebbe giungere sino alla piccola città di Katsina-Ala, nello stato di Benue. Il progetto non apporterebbe alcuna miglioria poiché l’attuale strada statale, Calabar-Obudu, è già in grado di assorbire la quantità di traffico fra le due località. Il governatore dello stato ha disposto l’appropriazione di 10 km di terreno su entrambi i lati dell’autostrada a 6 corsie, un land grabbing che devasterebbe la foresta e gli equilibri ecosistemici da cui dipende la vita dei suoi abitanti.

Fonte:  Salviamo la Foresta

 

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Che cosa mangeremo quando saremo 10 miliardi?

10 Billion di Valentin Thurn ha aperto la diciottesima edizione del Festival Cinemambiente di Torino.

Non poteva che essere legato al tema del cibo, della sostenibilità globale dell’alimentazione e dello spreco alimentare il film di apertura della diciottesima edizione di Cinemambiente che ha “traslocato” dalla primavera all’autunno per creare un link torinese con Expo 2015. In un cinema Massimo tutto esaurito, dopo il saluto di Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema, e di Gaetano Capizzi, da diciotto anni “anima” della manifestazione, il professor Andrea Segrè ha introdotto i temi del film d’apertura con un monologo sul cibo di oggi e il cibo di domani. Che cosa mangeremo nel 2050 quando, secondo le proiezioni demografiche, saremo 10 miliardi di persone? A questa domanda cerca di rispondere il regista Valentin Thurn con 10 Billion – What’s on your Plate? un documentario che, in giro per Europa, Asia, Africa e America, cerca di comprendere in quali direzioni dovremo muoverci per poter garantire la sopravvivenza al Pianeta. Il film si apre in un mercato thailandese dove si vendono insetti fritti. Per alcuni si tratta di immagini scioccanti e disgustose, ma molti specialisti dell’alimentazione sostengono che entro 20 anni il 10% dell’apporto proteico su scala globale verrà fornito proprio da questi insetti.10billion_quererdelabor_bassa

Il dilemma dell’agricoltura

E l’agricoltura? Thurn cerca di comprendere se l’ingegneria genetica possa essere la soluzione per sostenere la crescente domanda di cereali e vegetali. Nei laboratori di chi controlla le sementi si cerca, per esempio, di migliorare le performance dei semi: alla Bayer CropScience di Gand si tenta di migliorare la resistenza del riso alla salinità delle zone sommerse dalle acque marine. Nella sua indagine, Thurn vola in Asia e scopre che gli ibridi di Bayer non resistono alle inondazioni, mentre le sementi tradizionali ci riescono. Anche i fertilizzanti minerali, da molti visti come la soluzione a tutti i problemi, generano un surplus di azoto che finisce nelle falde acquifere. “Non possiamo bruciare in un enorme fuoco d’artificio tutte le risorse che abbiamo a nostra disposizione” spiega uno dei contadini che continuano a utilizzare fertilizzanti naturali. Di fronte alla crescente domanda di cibo, l’agricoltura si trova pressata fra un’agricoltura intensiva e industriale che aumenta la produzione con prodotti che hanno effetti collaterali sugli ecosistemi e la salute e un’agricoltura tradizionale e “bio” che ha una minore redditività (intorno al -25%) e non può, quindi, far fronte all’aumento della richiesta di cibo. Come risolvere questo dilemma?10billion_pflanzen_bassa

L’allevamento fra pratiche intensive e sperimentazioni

Una delle questioni nodali è che cosa mangiamo e non soltanto quanto mangiamo. Il documentario si sposta in India dove il 40% della popolazione non mangia carne, ma dove la crescita economica ha portato a una maggiore richiesta di pollame. Thurn entra in una fabbrica che confeziona circa 7 milioni di capi alla settimana. Il pollame viene suddiviso in due categorie: una deve produrre le uova e viene mantenuta con un regime alimentare sufficiente a farle produrre uova, l’altra categoria è destinata alla macellazione e le viene inoculato un inibitore del senso di sazietà che, facendo mangiare i polli in continuazione, ne aumenta il peso unitario. Per sostenere gli allevamenti ci vogliono campi di mais e di soia e questa “fame” di territorio porta alla deforestazione e al fenomeno del land grabbing, come ci mostra Thurn nella sua tappa in Mozambico. In Giappone, invece, l’insalata viene prodotta in fabbriche che consentono 9 raccolti l’anno in un ambiente asettico, con costi elevati che solo un mercato come quello nipponico è in grado di sostenere. L’indagine si sposta poi in Canada, all’AquAdvantage che produce salmoni transgenici in grado di crescere a una velocità di 5-6 volte superiore a quella normale. Lo stesso tipo di studi si sta ora spostando su ovini e suini. Intanto in Olanda c’è chi sta studiando il modo per produrre carne in laboratorio partendo dalle cellule staminali. Per ora gli hamburger artificiali “costano” 250mila euro, ma l’obiettivo è riuscire ad arrivare all’indistinguibilità con la carne normale e a una produzione su larga scala. Thurn ha l’umiltà di porre domande e di mettersi in ascolto cercando le soluzioni. Il suo 10 Billion sposta il cuore del problema a un livello più elevato rispetto alla questione di partenza. Non quanto cibo possiamo produrre in più, ma quanto questo cibo in più possa essere accessibile a tutti, quanto la bilancia delle carenze e degli sprechi alimentari possa essere riequilibrata. La soluzione sembra essere quella di un avvicinamento dei consumatori alla produzione: orti urbani, agricoltura comunitaria e familiare, guerrilla gardening e valorizzazione della produzione stagionale e a km zero sono alcune delle soluzioni per far sì che si possa guardare al futuro senza l’angoscia di non sapere quanto e quale cibo finirà nei nostri piatti.

Foto | Cinemambiente

Fonte: ecoblog.it

35 milioni di ettari divorati dalle multinazionali in 6 anni

Le multinazionali si accaparrano ettaro su ettaro, erodendo il patrimonio naturale e divorando i terreni soprattutto nel sud del mondo. Dal 2006 al 2012, secondo Grain.org, si sono assicurate 35 milioni di ettari sottratti ai piccoli coltivatori. Questo è il land grabbing e se i governi non mettono uno stop, allora che sia la gente a farlo con i movimenti dal basso.land_grabbing_africa

Con il land grabbing le multinazionali si sono accaparrate nel mondo almeno 35 milioni di ettari dal 2006 al 2012 in 66 paesi e questo rappresenta solo ciò che l’associazione Grain è riuscita a documentare. Ma le vittime del land grabbing possono unirsi; spesso nemmeno immaginano quanto potente ed efficace sia l’unione tra forze “dal basso”, quindi l’informazione anche in questo caso può fare la differenza. Per lottare contro l’accaparramento dei terreni «bisogna creare forti movimenti sociali e cercare di cambiare le leggi. Questa è l’unica soluzione» dice Eric Holt-Giménez di Food First. La raccolta dei dati fornisce un’istantanea di come l’agribusiness sia in rapida espansione in tutto il mondo e come tutto ciò stia sottraendo la produzione di cibo dalle mani degli agricoltori e delle comunità locali. L’Africa è l’obiettivo primario dei land grabbers, ma sono ingenti anche i veri e propri saccheggi in America Latina, Asia ed Europa dell’Est, a dimostrazione che questo è un fenomeno globale. Chi sono i land grabbers? Nella maggior parte dei casi si tratta di società del settore agroalimentare, ma ci sono anche società finanziarie e fondi sovrani,  responsabili di circa un terzo delle offerte. Investitori europei, soprattutto da Regno Unito e Germania, e asiatici, da Cina e India, rappresentano i due terzi dei land grabber. In corsa anche gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Il Mozambico è uno dei Paesi che maggiormente sta subendo il land grabbing, con un totale di 25 investimenti da parte di ben 13 nazioni (Brasile, Cina, Francia, India, Italia, Libia, Mauritius, Portogallo, Singapore, Sud Africa, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) di cui 21 portati a termine e 5 in via di definizione per un totale di 1 milione e 583.149 ettari di terreno espropriati ai contadini. «Abbiamo una legge che difende la terra, ma non è osservata» dice Ana Paula Tauacale, vicepresidente dell’UNAC, Unione Nazionale di Contadini del Mozambico. Insieme a una rete di cooperative e associazioni ha fatto partire una petizione contro ProSavana, progetto che ha come obiettivo di trasformare un’area di 14,5 milioni di ettari, 145mila chilometri quadrati, in un territorio di scorribanda per imprese nippo-brasiliane interessate alla monocoltura da esportazione. «Noi vogliamo portare avanti la nostra agricoltura familiare tradizionale e non abbiamo nessuna terra da regalare alle multinazionali». Il concetto fondamentale è quello di resistenza sul campo, come spiega Themba Chauke di Landless Peoples Movement del Sud Africa. «La resistenza si fa sul campo ma anche con l’educazione dei contadini, insegnando loro che è possibile coltivare sementi sane e creando una rete di scambio tra gli agricoltori». La lotta deve continuare anche nell’opposizione alle scelte sbagliate dei governi, che troppo spesso svendono le terre in nome del profitto. «Vogliamo continuare a essere contadini, indigeni e persone affezionate alla terra», afferma María Luisa Albores González della cooperativa Tosepan Titataniske del Messico. «Molto spesso siamo intimoriti di fronte a queste difficili battaglie, ma sappiamo che vale la pena combattere perché non siamo soli e, anzi, abbiamo qualcuno che ci sostiene». Poi, non solo land grabbing, ma ocean grabbing, l’attacco ai nostri mari. «La privatizzazione delle zone di pesca, dovuta all’ossessione della crescita economica dei Governi, ha permesso il proliferare del fenomeno», dichiara Naseegh Jaffer, segretario generale del World Forum of Fisher Peoples. «È ora non solo di parlare di queste cose, ma di agire, e tutti noi possiamo fare la differenza. È sufficiente cambiare il nostro stile di vita e abbracciare una filosofia più ecosostenibile per arrivare all’obiettivo finale: la sovranità alimentare dei popoli».

Fonte: ilcambiamento.it

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Land Grabbing: l’Africa del nuovo colonialismo

E’ in atto una silenziosa ricolonizzazione dell’Africa su vasta scala. Come? Con il consumo, anzi il furto di suolo. Ed è di questo che si parlerà alla prima Conferenza africana sul land grabbing che terrà in Sud Africa dal 27 al 30 ottobre prossimo.lan_grabbing_africa

A raccontare con una lucidità esemplare quanto è accaduto e sta accadendo in Africa è Bwesigye Bwa Mwesigire, scrittore e avvocato ugandese, co-fondatore del Center for African Cultural Excellence di Kampala. E mette subito il dito su una piaga aperta: «Si dice che una delle ragioni per le quali il sistema dell’apartheid in Sud Africa non è stato smantellato, malgrado gli sforzi di Mandela, sia la questione della terra». Perché? Perché «la decolonizzazione resta incompleta se la terra non ritorna ai proprietari di diritto, quelli che ne furono brutalmente defraudati». Mwesigire afferma senza ombra di dubbio che è in atto una «silenziosa ricolonizzazione su vasta scala», travestita da sviluppo economico e da lotta alla povertà ma la cui finalità è unicamente la soddisfazione degli interessi delle multinazionali che vogliono profitti sui mercati e più cibo da commercializzare, mentre agli africani vengono negati i diritti e i bisogni.
La terra è fonte di vita e di morte 

La terra non è solo un bene materiale. Nel 1997 la Church Land Conference di Johannesburg ha attestato come la terra è e dovrebbe essere al di sopra e al di là dei mercati e della politica, perchè la terra è fonte di vita, come la madre che dà nutrimento ai figli i quali altrimenti morirebbero di fame. Come diceva Andile Mngxitama sul The Chimurenga Chronic nell’aprile 2013, «la terra è sempre con noi, ci dà la vita e, quando moriamo, ci riaccoglie». Nello stesso articolo Andile raccontava la storia di Sipho Makhombothi, fondatore  del Landless People’s Movement, che aveva lasciato istruzioni affinchè alla sua morte lo si seppellisse vicino ai suoi antenati. I membri del movimento lo hanno accontentato sfidando le armi dei bianchi che rivendicavano la proprietà di quelle terre. Due anni dopo il corpo di  Makhombothi venne riesumato per ordine del tribunale. Andile ci ricorda che «le ossa di Makhombothi, senza terra in vita e senza terra nella morte, chiedono ancora giustizia». Gli effetti del furto della terra non sono visibili solo in Sud Africa.Il Kenya, ad esempio, ci rimanda storie di famiglie che possiedono intere contee e che  sostengono politici di ben definite idee. In Namibia gli europei che vi risiedono possiedono territori enormi, terre dalle quali i nativi sono esclusi. Da quando nel nord dell’Uganda sono state deposte le armi, la guerra ha virato verso la terra. I profughi che erano fuggiti avevano lasciato le loro terre e gruppi industriali vi hanno poi scoperto giacimenti di materie prime; sono quindi emersi nuovi conflitti che vedono i gruppi industriali e il governo da una parte e i cittadini dall’altra. Le donne del distretto di Amuru  – dove la macchina del land grabbing utilizza metodi anche intimidatori – protestano senza abiti contro i leader politici in segno di spregio e rabbia. Nel sud dell’Uganda la gente non voleva che la foresta di Mabira venisse trasformata  nell’ennesima piantagione di canna da zucchero. Ci fu una grandissima manifestazione a Kampala, durante la quale si sparò ai dimostranti. I giornali riportarono che il land grabbing era stato fermato ma in realtà interi pezzi di foresta furono disboscati per far posto alle coltivazioni.

L’African Union è complice

Mwesigire sostiene che il linguaggio dello sviluppo economico è la giustificazione che si tenta di dare al land grabbing. E’ un’azione ben pianificata e spesso presentata con finalità positive. «Ironicamente l’African Union è complice in questo nuovo piano – spiega l’avvocato ugandese – E questo piano prevede il “New Alliance for Food Security and Nutrition in Africa” del G8 and l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA)». Secondo l’African Centre for Bio-Safety, la nuova ondata di colonialismo è chiarissima. La pianificazione include l’omogeneizzazione delle leggi in Africa a favore degli investimenti stranieri in agricoltura, leggi di proprietà a favore delle multinazionali straniere e l’autorizzazione all’utilizzo di sementi geneticamente modificate.   Tutto ciò danneggia irreparabilmente la stragrande maggioranza dei piccoli agricoltori e la cosiddetta agricoltura di sussistenza. Depauperare di tutto i piccoli agricoltori significa controllare le loro vite e trasformarli in consumatori di prodotti . L’uso di sementi ogm permette alle multinazionali di esigere le royalties dagli agricoltori e distrugge la biodiversità che aveva permesso di garantire un’agricoltura sostenibile nel continente. I piani per la ricolonizzazione stanno già funzionando. Un rapporto pubblicato nell’aprile scorso dall’inglese World Development Movement (WDM), intitolato Carving up a continent: How the UK government is facilitating the corporate takeover of African food systems , affermava che enormi tratti di terreni nei paesi africani con accesso al mare e alta crescita economica sono nel mirino di gruppi come Monsanto e Unilever con l’aiuto dei governi inglese e Americano.  Secondo quel rapporto, gli accordi siglati con alcuni paesi africani chiave (Benin, Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Costa d’Avorio, Malawi, Mozambico, Nigeria, Senegal e Tanzania) espongono enormi distese di terra africana al rischio di “furto” da parte delle multinazionali dietro la scusa di combattere la povertà e garantire il cibo. Come riporta l’African Centre for Bio-Safety, grandi progetti come il Pro-Savanna nel nord del Mozambico stanno già cacciando gli agricoltori dalle loro terre imponendo sistemi su larga scala per l’export. Come nel colonialismo del 19imo secolo, anche in questa nuova forma di colonialismo contemporaneo entità africane stanno collaborando, politici e governanti che firmano accordi e permettono alla macchina coercitiva delle miltinazionali di agire.

«Il colpevole mantra dello sviluppo e del mercato che soddisfa tutti i bisogni – dice Mwesigire – non considera il fatto che le popolazioni africane vengono nutrite grazie ai piccoli agricoltori e non dai grandi gruppi che invece pensano solo all’export e ai mercati ricchi. Si pensa all’Africa come alla macchina produttrice di ciò che andrà poi a soddisfare i bisogni dell’Occidente. Le multinazionali e i governi stranieri che le finanziano non hanno alcun interesse nella sicurezza alimentare e nella sovranità alimentare delle popolazioni africane». Nel 2012, l’Human Rights Watch ha riportato che il governo etiope ha costretto decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro terre per darle agli “investitori”. La BBC ha spiegato come la terra sia stata acquistata dai cinesi e dall’Arabia Saudita che vogliono coltivarci oltre un milione di tonnellate di riso per esportarlo poi a casa loro. In Liberia, una comunità della contea Grand Bassa sta resistendo all’Equatorial Palm Oil (EPO), una società inglese che vuole ricavare in quelle terre l’olio di palma. Il governo ha concesso alla società 169.000 ettari di terreni senza consultare le oltre 7.000 persone del clan Jogbahn che vive in quelle terre da generazioni. Il presidente liberiano ha fatto promesse a quella gente, ma appunto sono solo promesse.
A fronte di questa situazione, si terrà dal 27 al 30 ottobre 2014 la prima Africa Conference on Land Grab al Parlamento Pan Africano, in Sud Africa.

Si ringrazia Bwesigye Bwa Mwesigire

Fonte: il cambiamento.it

Industria dei Biocarburanti, “le maniere forti dei Governi al CFS”

Nel corso dei negoziati all’interno del Comitato Mondiale sulla sicurezza alimentare (CFS), i governi stanno difendendo gli interessi dell’industria dei biocarburanti: “non solo hanno rifiutato di approvare le raccomandazioni sui biocarburanti, ma hanno anche sistematicamente respinto ogni riferimento ai diritti umani, ai legami con l’aumento dei prezzi del cibo e al land grabbing”. Lo rende noto l’Aiab. Intanto, la società civile si mobilita.7

I movimenti della società civile, tra cui ‘La Via Campesina’ hanno accusato i governi di negoziare sugli agrocarburanti, nell’ambito del Comitato Mondiale sulla sicurezza alimentare (CFS), in difesa degli interessi dell’industria dei biocarburanti, piuttosto che delle tante persone che soffrono la fame proprio a causa delle politiche che incentivano questo tipo di carburanti.

Nel corso dei negoziati, i governi non solo hanno rifiutato di approvare le raccomandazioni sui biocarburanti, ma hanno anche sistematicamente respinto ogni riferimento ai diritti umani, ai legami con l’aumento dei prezzi del cibo e al land grabbing. I governi hanno riconosciuto che le colture finalizzate alla produzione di biocarburanti competono con le colture alimentari e ne influenzano i prezzi, ma non hanno avuto il coraggio di proporre alcuna azione per fermare tutto questo. La predominanza nei colloqui dei Paesi a favore degli agro carburanti ha indotto decisioni estremamente favorevoli per l’espansione di questo tipo di combustibili. Al contrario, la posizione dei governi che hanno mostrato forti perplessità in merito è stata per lo più ignorata. “I piccoli produttori hanno espresso con forza le proprie opinioni sulle difficoltà quotidiane: le colture di biocarburanti competono con quelle finalizzate all’alimentazione, per la terra che coltivano e per l’acqua di cui hanno bisogno per sostenersi. Si sono rivolti a questa assemblea per difendere il proprio diritto al cibo dall’impatto dei biocarburanti, ma le raccomandazioni finiscono nel difendere in maniera preponderante gli interessi dell’industria degli agrocarburanti e legittimano le violazioni del diritto al cibo” . Nel mese di giugno l’High Level Panel of Experts (HLPE) – Gruppo di esperti di alto livello – ha pubblicato su richiesta del CFS un rapporto sulle politiche di biocarburanti allo scopo di dare un valido contributo ai negoziati. Il documento ha chiaramente sottolineato l’esistenza di un legame tra politiche energetiche e sicurezza alimentare, ma ha anche evidenziato che uno dei fattori chiave alla base della volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari degli ultimi anni è proprio rappresentato dai biocarburanti. Queste tesi sono state avvalorate anche da altre ricerche indipendenti, di cui una della Commissione Europea. Le stime attuali suggeriscono che circa sei milioni di ettari di terra nell’Africa sub-sahariana sono sotto il controllo di imprese e società europee di agro carburanti, mentre 293 appezzamenti di terra, oggetto di land grabbing su scala globale sono utilizzati ai fini della produzione di questi combustibili “verdi”, coprendo una superficie globale di oltre 17 milioni di ettari. Lunedì scorso, più di 80 organizzazioni della società civile hanno inviato una lettera ai membri del CFS, avvertendo loro che le attuali raccomandazioni non sono in grado di sostenere in nessun caso il diritto al cibo né possono contribuire a fermare la fame indotta dai biocarburanti.

Note:

Il CFS è un forum che rientra nel Sistema delle Nazioni Unite per la revisione delle politiche in materia di sicurezza alimentare mondiale. La società civile partecipa al CFS attraverso il più grande meccanismo internazionale di organizzazioni della società civile che cercano di influenzare le politiche e azioni l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la nutrizione. Il mandato e lo spirito della riforma del CFS è quello di creare un organismo inclusivo che comprenda tutti i paesi e le parti interessate. Al centro della riforma del CFS vi è un Quadro Strategico Globale incentrato sul diritto al cibo che fornisce una guida chiara per coordinare le azioni in materia di sicurezza alimentare e nutrizione. L’High Level Panel of Experts (HLPE) fornisce analisi scientifiche finalizzate a informare i governi sulle questioni prioritarie.

Fonte: ilcambiamento

Le banche europee accusate di sovvenzionare il land grabbing in Uganda

Alcune banche europee avrebbero finanziato il land grabbing per la produzione di olio di palma in Uganda con l’uso di fondi pensioneland-grabbing-620x350

Secondo un rapporto presentato da FoE, Friends of the Earth alcune banche note quali HSBC, BNP Paribas, Deutsche Bank e Rabobank hanno offerto oltre € 1 miliardo di dollari di assistenza a Wilmar International società agro-alimentare con sede a Singapore a (FOE) per operazioni di accaparramento di 3600 ettari di foresta sull’isola di Kalangala in Uganda, che saranno rase al suolo e destinati alla produzione di olio di palma con la popolazione scacciata via. Il progetto per la coltivazione di palme da olio in Uganda è gestito da Palm Oil Uganda Limited (OPUL), una joint venture in cui Wilmar possiede circa il 39% delle azioni; partecipa anche il governo ugandese con un finanziamento da 12 milioni di dollari. Il progetto a Kampala è partito nel 1998 e allora era presente anche la Banca Mondiale che però si è ritirata 6 anni più tardi per evitare il conflitto con la sua politica di garanzia per le foreste. Secondo la ricerca del FoE, l’espansione delle piantagioni di palma da olio della Wilmar ha violato diverse leggi nazionali terrestri, tra cui:

Sezione 26 della Costituzione ugandese che impedisce di acquisire con la forza i terreni; il Land Acquisition Act, che definisce le procedure di risarcimento per il terreno acquistato dal governo; la legge nazionale per l’ambiente del 1988, che il progetto viola, non rispettando una zona cuscinetto di 200 metri tra la piantagione e il lago Vittoria.

EurActiv che ha diffuso la notizia ha provato a contattare un rappresentante della Wilmar che però si è rifiutata di fornire commenti o spiegazioni. Spiega Anne van Schaik finance campaigner per FoE:

Queste violazioni non sono una novità. Wilmar è stata coinvolto in conflitti sui diritti conflitti della terra e sulla violazione delle norme ambientali per molti anni.

Infine, negli ultimi due anni la rivista Newsweek ha classificato la Wilmar cone azienda peggiore al mondo per prestazioni ambientali tra le 500 più grandi aziende quotate in borsa.

Fonte: Euractiv