Isde, quando proteggere l’ambiente è tutelare la salute

Inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, del cibo; dissesti ambientali, depositi di rifiuti radioattivi, sostanze cancerogene in ogni dove: oggi più che mai, l’inquinamento dell’ambiente è spesso causa o motivo di aggravamento di numerose patologie. Ne è consapevole in particolar modo una Associazione internazionale di medici, quella dell’International Society of Doctors for the Environment (Isde). Che, dal 1990, si interessa appunto alle problematiche sanitarie connesse a quelle ecologiche.ambiente_salute

 

L’Associazione dei Medici per l’Ambiente, Ong ormai presente in ben 25 nazioni, ha la sua sede a Basilea, in Svizzera, dove fra le altre cose ospita un ufficio scientifico in cui si coordinano ricerche, informazioni e attività di formazione. In Italia, è rappresentata da un nutrito gruppo di medici decisi a stimolare l’impegno dei loro colleghi, oltre che della società civile, per la salvaguardia del martoriato ecosistema in cui tutti viviamo. Obiettivo dell’associazione? Diffondere conoscenze sul legame tra l’inquinamento ambientale e la salute umana, ma soprattutto avviare e sostenere iniziative per far sì che il degrado ambientale non minacci in modo irreparabile la salute e la sicurezza di tutte le persone. Incluse quelle non sono ancora nate. Abbiamo intervistato il presidente di Isde Italia, il dottor Roberto Romizi.

Dottore, sul sito www.isde.it si scrive: “Sono decenni che nei convegni medici si parla di salute e di inquinamento, e che i ricercatori si impegnano per evidenziarne le correlazioni”. Ma cosa è stato fatto di concreto, in tutti questi anni, per ridurne la portata?
In primis si è cercato di sensibilizzare attraverso molte attività informative la popolazione, le istituzioni, ma anche gli stessi professionisti della salute e dell’ambiente, tra i quali è cresciuto enormemente il livello di attenzione sulle tematiche ambiente e salute correlate. Resta il fatto che si può sempre fare di più: è necessario trovare un modo per coinvolgere anche i legislatori e i decisori politici per vedere davvero dei cambiamenti.

Qual è la risposta dei cittadini nei confronti delle vostre iniziative?

La reazione da parte della popolazione, sensibile, interessata e “preoccupata” rispetto ai temi affrontati da ISDE, è sempre più positiva, vista con favore e con attenzione per il rigore scientifico delle affermazioni e delle tesi sostenute.

E da parte delle Istituzioni, avete supporto o solo dichiarazioni di buoni propositi?

Principalmente il rapporto con le Istituzioni dipende dalla sensibilità e dal senso di responsabilità delle singole persone che vi lavorano. Dove esiste stima e considerazione reciproci, è facile compiere dei percorsi comuni che hanno anche portato a scelte coerenti. In altri casi è evidente il “fastidio”…

Non vi capita di scontrarvi con omertà o barriere corporative all’interno della categoria?

Anche all’interno della categoria medica, poiché le informazioni epidemiologiche sono discordanti (e talvolta e scarso l’interesse alle tematiche ambiente-salute correlate), c’è chi preferisce avere un atteggiamento di precauzione, altri no. E’ necessario insistere poiché la scienza non può essere asservita a logiche di interessi.

Ma i medici sono tutti d’accordo, con il vostro approccio? Se no, cosa li frena dall’esserlo?

È un problema di cultura specifica: dovrebbe infatti esistere nel corso di laurea in medicina una disciplina sul rapporto medico e ambiente. Cambiare la pratica clinica richiede un’adeguata formazione scientifica, quindi risulta difficoltoso accettare nuovi approcci per le patologie ambiente correlate. Alcuni medici si mostrano indifferenti, altri rassegnati, e non si rendono conto della loro enorme responsabilità. Un altro ostacolo è posto dall’industria e dal conseguente rischio di perdere privilegi acquisiti o la paura di scontrarsi con i poteri forti.

Cosa pensa dell’influenza del mondo dell’industria (farmaceutica e non) in campo medico e sanitario?

Come diceva Renzo Tomatis: “le pressioni sulla ricerca sono fortissime e questo purtroppo non è indipendente”. ISDE lotta perché venga attuata la prevenzione primaria e cioè ma messa in atto di tutte quelle strategie che non determinino l’insorgenza della malattia. Esistono comunque esempi di ottima collaborazione tra medici, fisici e industria, pur nella sostanziale diversità di mission. Il medico, per essere credibile, dovrebbe rifuggire dalle suggestioni della propaganda medica, assumendo un atteggiamento di critica prudente e attenta.

Sempre sul vostro sito Web viene scritto: “È altresì necessario intervenire, anche per via legale, contro i soggetti, pubblici e non, che perseguono iniziative non rispettose della salute dell’ambiente”. Vi è mai capitato di condurre battaglie legali di questo tipo, in un Paese in cui si verificano decine di reati ambientali ogni giorno?

Esiste un problema di tutela generale e individuale della salute che non possono essere ignorati in quanto previsti dalle norme di rango Costituzionale. Riteniamo giusto percorrere questa strada con correttezza e alla luce delle dimostrazioni di nocività di tutte quelle sostanze che hanno creato enormi problemi di sanità pubblica, senza che vi sia stato un intervento di chi istituzionalmente ne aveva dovere e responsabilità.

Qual è fra i vostri obiettivi quello che trovate più complesso da raggiungere?

Trasformare le evidenze scientifiche in azioni concrete di policy. E’ difficile far recepire l’importanza sociale, politica e sanitaria della prevenzione primaria sulla base del principio di precauzione: è necessario cambiare stile di vita e mettere la salvaguardia dell’ambiente al primo posto.

Cosa vi dà maggiori soddisfazioni, come medici per l’ambiente?

Essere testimoni attivi di una stimolante battaglia culturale e morale per la conservazione dell’ambiente e della salute. Constatare la crescente consapevolezza di responsabilità e di sensibilità da parte dei colleghi e dei cittadini che si fidano del medico.

Come vede il futuro della tutela dell’ambiente e della pratica medica?

Difficile, ma non impossibile, anzi stimolante. E’ un’occasione formidabile per siglare un patto tra arte medica e salubrità ambientale, partendo dalla formazione degli operatori della salute e dell’ambiente, al fine di evitare di scivolare nel degrado ambientale, morale e sociale dell’uomo. Ma il medico è solo uno degli attori che deve mettersi a disposizione di un’operazione così complessa.

Un dettaglio che tutti noi, in gran parte artefici del nostro destino ma sempre pronti a lamentarci e soprattutto a delegare ad altri tutto quel che concerne la politica, l’ambiente e la salute, dovremmo iniziare a tenere ben presente.

 

@AndreaBertaglio

Fonte: ilcambiamento.it

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L’India tassa il consumo di Coca Cola per tutelare la salute pubblica

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Che bere Coca Cola faccia male alla salute, esperti e scienziati lo affermano ogni giorno, accendendo aspri dibattiti tra i sostenitori e gli oppositori di uno dei più grandi colossi del mercato alimentare. Ma c’è chi ha fatto qualcosa in più che mettere semplicemente in guardia i consumatori.  Il governo del Partito del Popolo Indiano (BJP) ha infatti deciso di creare una nuova imposta sulla bevanda gassata tra le più consumate nel mondo, per scoraggiarne l’acquisto. La decisione di creare una nuova imposta del 5% sulla Coca Cola è contenuta nella legge finanziaria 2014-2015. La motivazione che ha portato a questa decisione, fanno sapere i politici del neo governo indiano di Narendra Modi, è semplicissima ed è che questa bevanda fa male alla salute. La tassazione, effettuata come misura volta a tutelare la salute pubblica, è stata accompagnata da un rincaro di altri prodotti nocivi, come le sigarette, il tabacco e il “pan masala”, una miscela di spezie da masticare. L’urgenza di prendere provvedimenti per bloccare il consumo di coca cola sembra essersi presentata anche a fronte della costante crescita delle vendite del prodotto. Nei mercati nuovi ed emergenti dell’Asia, come quello cinese, la Coca Cola registra un aumento di vendite di nove punti percentuali all’anno, mentre in quello indiano la crescita delle vendite si attesta al 10% annuo. Naturalmente, c’è anche chi ha commentato il provvedimento con un certo scetticismo, affermando che un semplice rincaro non scoraggerà il consumo delle bibite gassate, soprattutto visto che continuano a essere pubblicizzate dalle star di Bollywood. L’annunciato rincaro ha incontrato il favore dei medici, sempre più preoccupati per l’aumento di casi di diabete e obesità, soprattutto nei bambini. Contrari, ovviamente, i produttori che saranno costretti ad aumentare i prezzi. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidianogli affari per la Coca Cola in India, nonostante la crescita del consumo, non stanno andando bene. Lo stabilimento di Varanasi, ad esempio, ha dovuto temporaneamente chiudere a causa dell’assenza di un permesso che avrebbe dovuto autorizzare l’uso delle falde acquifere della città. L’azienda avrebbe investito 5 miliardi di dollari sul territorio per aumentare i guadagni e adesso rischia di vedere i suoi progetti di ampliamento andare in fumo. Nonostante le ripetute azioni di  Greenwashing adottate dall’azienda in questi ultimi anni, non ultima la Coca-Cola life dolcificata con la stevia, sembra proprio che questo colosso stia iniziando a perdere presa sui consumatori. Almeno su quelli più attenti.

Un’azione simile a quella dell’India, e sicuramente più drastica, è stata proposta ad esempio due anni fa dalla Bolivia. Il governo di allora, infatti, decise di bandire dal Paese il prodotto fissando una dead line al 21 dicembre 2012.
La decisione fu presa perché, secondo quanto affermato dall’allora ministro degli esteri, David Choquehuanca: “il contenuto della Coca Cola ha sostanze che pregiudicano la salute e che potrebbero provocare attacchi cardiaci e tumori. Si tratta di una decisione di salute ma anche di cultura”.

Non solo, in Bolivia, la multinazionale è stata più volte attaccata anche per i modus operandi utilizzati nei processi di produzione. In questa sede abbiamo più volte parlato dei rischi di bere bevande gassate. In particolare, abbiamo visto cosa questi prodotti provocano nel nostro organismo minuto per minuto e come riescano ad arrecare ai nostri denti gli stessi danni creati da cocaina e metanfetamine.

(Foto: Thomàs)

Fonte: ambientebio.it/

La dieta vegetale fa bene alla salute e dimezza le emissioni di CO2

Lo abbiamo sempre sostenuto: la dieta a base vegetale, meglio vegana, fa bene alla salute e all’ambiente perché fa risparmiare emissioni di gas CO2. Oggi, grazie a una ricerca inglese sappiamo anche quante emissioni risparmiamo

Il consumo di carne è dannoso sia per l’ambiente sia per la salute: mangiare troppa carne rossapuò creare problemi alla salute e tutto ciò era noto. Ciò che invece non conoscevamo era la stima relativa ai gas serra associati alla produzione dei vari alimenti. A risultare meno inquinanti per l’ambiente i prodotti vegetali legati ai menù sia vegani sia vegetariani.

Spiega Ilaria Ferri direttore scientifico dell’ENPA:

Per soddisfare la richiesta giornaliera di chi consuma carne in grande quantità vengono prodotti ben 7,2 chilogrammi di anidride carbonica a persona, pari al doppio di quelli necessari per la dieta vegan (appena 2,9 chilogrammi) e vegetariana (3,8 chilogrammi).460297605-536x350

Lo studio Dietary greenhouse gas emissions of meat-eaters, fish-eaters, vegetarians and vegans in the UK dunque mette a confronto quattro grandi gruppi di consumatori: di carne, pesce, vegetariani e vegani. Gli alimenti più dispendiosi sono legati alla produzione della carne bovina per cui 1 kg di polpa lo paghiamo 68,8 chilogrammi CO2; seguono la carne ovina (64,2 kg) e le interiora (35,9 kg). Si capovolge la stima se si guarda alle emissioni prodotte per ottenere 1 kg di mais appena 0,7 kg di anidride carbonica; 0,8 per un chilo di fagioli e 0,4 per un chilogrammo di patate.

Nella prefazione allo studio si legge:

In conclusione, le emissioni di gas serra per i consumatori di carne sono due volte circa superiore a quelle dei vegani. E ‘probabile che la riduzione dei consumi di carne possa portare alla riduzione delle emissioni di gas serra derivati dalla produzione alimentare.

La dieta vegetariana (che include latte e uova) e la dieta vegana (priva di alimenti di origine animale), dunque, grazie al loro contenuto di vegetali si attestano sempre più per essere lo stile alimentare più sano. Ricordo che in una dieta equilibrata devono essere inclusi legumi, cereali e verdure di stagione in almeno 5 porzioni al giorno.

Fonte:  ENPA

© Foto Getty Images

Nasce la rete italiana per la salute sostenibile

Un sistema sanitario che abbia come priorità la sostenibilità sociale e ambientale e la tutela della salute dei cittadini, non il profitto economico. È questo ciò che serve oggi in Italia secondo la neonata Rete Sostenibilità e Salute. «Nell’ottica della sostenibilità, i modelli di salute, sanità e cura devono porre al centro la persona, privilegiando l’attenzione al paziente», spiega Jean Louis Aillon, portavoce del sodalizio che raggruppa ventuno associazioni attive da tempo nell’ambito della salute che hanno deciso di unirsi per coordinare i propri sforzi su tutto il territorio nazionale.
Oggi il parametro su cui si basano tutte le valutazioni sono le prestazioni erogate. Numeri e statistiche che però non sono in grado di dirci se le persone che ricorrono alle cure mediche traggono realmente beneficio da esse, in termini di salute fisica e spirituale, di benessere e di qualità della vita. «Nell’ottica della sostenibilità – spiega Jean –, i modelli di salute, sanità e cura devono porre al centro la persona, privilegiando l’attenzione al paziente. Integrazione tra saperi, interazione dei professionisti e delle organizzazioni e importanza delle sinergie con le medicine tradizionali e non convenzionali, sono parole chiave importantissime».3b-Foto-rete-seria

Manifesto della Rete Sostenibilità e Salute è la “Carta di Bologna per la sostenibilità e la salute”, che si apre constatando come l’attuale modello di sviluppo, basato sul paradigma della crescita infinita, non sia sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale, ma anche in termini di salute dei cittadini di oggi e di domani. È quindi necessario prima di tutto un nuovo approccio culturale, che ponga l’attenzione sulla salutogenesi piuttosto che sulla patologia, evitando la medicalizzazione eccessiva – uno studio rivela che su 2.500 prestazioni sanitarie supportate da buone evidenze scientifiche, solo il 46% è sicuramente utile e il 4% è giudicato addirittura dannoso. Ma la Carta affronta anche aspetti pratici, suggerendo misure importanti in termini di prevenzione delle frodi, coordinamento dei servizi, criteri di valutazione, gestione della fiscalità e condizioni di accesso. «È indispensabile – aggiunge in proposito Jean – che il Servizio Sanitario Nazionale, basato sulla prevenzione e sull’assistenza primaria, resti una risorsa per tutti, senza disuguaglianze di accesso, indipendente dalle influenze del mercato, sulla base di un sistema che valuti i risultati in termini di “produzione di salute” e non solo di numero di prestazioni sanitarie erogate». Vengono anche fissati gli obiettivi della Rete: favorire la circolazione delle informazioni, organizzare momenti di incontro, coinvolgere le istituzioni, attivare collaborazioni e sinergie, avviare un percorso di reciproca conoscenza fra le associazioni aderenti. Da Slow Food al Movimento per la Decrescita Felice – di cui Jean è vicepresidente nazionale –, dal Centro Salute Internazionale dell’Università di Bologna a Medicina Democratica, si è creato un network eterogeneo in termini di competenze, ma coeso e unito negli intenti.6Logo-ufficiale

A questa iniziativa aderisce con entusiasmo anche Italia Che Cambia, inserendosi perfettamente in una rete che promette di accoppiare in maniera così efficace ciascun ingranaggio per far funzionare il grande meccanismo del cambiamento, per di più in un ambito così importante come quello della salute e del benessere delle persone.
«C’è davvero un’Italia che cambia vorticosamente», ha commentato Jean. «È sotto i nostri occhi e stiamo cominciando a rendercene conto. Chi avrebbe mai detto qualche anno fa che, quasi contemporaneamente al successo del progetto “Italia che Cambia”, si sarebbe creato un gruppo di 21 associazioni che per la prima volta parlano di salute e sostenibilità, mettendo in dubbio il dogma della crescita economica? Due reti che vengono alla luce insieme e che mi auguro possano felicemente incontrarsi per lavorare insieme a quel cambiamento che solo unendo le forze possiamo portare nel mondo!».

 

Francesco Bevilacqua

 

Fonte: italiachecambia.org/