La Foresta, la vecchia stazione dei treni trasformata in “accademia di comunità”

Ha aperto i battenti a fine novembre 2021 l’accademia di comunità La Foresta, che offre percorsi basati sul “fare” aperti a tutti, tra i quali gli EcoLab, progettati di mese in mese. Vi proponiamo l’intervista a Fabio Franz e Irene Manfrini, che hanno raccontato a Marianna Malpaga, della redazione di Fa’ la cosa giusta Trento, come è nato il progetto e come si sta sviluppando.

TrentoTrentino Alto Adige – Lo spazio era inutilizzato da trent’anni e da novembre 2021 ospita un’accademia di comunità, “La Foresta”. Stiamo parlando dell’ala nord della stazione dei treni di Rovereto che, grazie a un percorso partito nel 2017, si è trasformata in un contenitore sociale che crea comunità lavorando su temi quali l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, l’inclusione sociale e il cambiamento climatico.

«Ci sarebbero un sacco di cose da raccontare su La Foresta. È un progetto che stiamo costruendo da ormai quattro anni: era l’agosto del 2017 quando abbiamo organizzato i primi incontri tra persone attive sul territorio, che a noi piace chiamare “attori del cambiamento”», racconta Fabio Franz, designer sociale, assieme a Irene Manfrini, artista in residenza all’accademia di comunità di Rovereto. «Abbiamo cominciato a incontrarci al Centro di Educazione alla Pace di Rovereto, una struttura condivisa da diverse associazioni che lavorano sui temi della pace e dei diritti umani».

“LA FORESTA”, L’ACCADEMIA DI COMUNITÀ DOVE “I FORESTI” SI INCONTRANO PER ATTIVITÀ BASATE SUL “FARE”

Fabio è di Nomi (TN), ma è nato in Germania; Irene invece è originaria di Rovereto. A La Foresta si intrecciano le storie di persone che provengono da tanti Paesi diversi. «Tutti collegano il nome La Foresta al luogo fisico – spiega Fabio –, un ecosistema di piante, animali ed esseri viventi che generano un sacco di cose. La Foresta però è anche la “donna foresta”, straniera, per sottolineare lo spirito femminista del progetto e l’accoglienza nei confronti di tutti».

Quando qualcuno varca la soglia dell’accademia di comunità nessuno domanda la sua provenienza. Le storie emergono in modo spontaneo, durante dei laboratori basati sul “fare”. «Siamo delle persone molto pratiche – dice Fabio –, ma ci piace anche la teoria, e vediamo nella dimensione del “fare in comune”, dell’imparare insieme, un mezzo per creare dialogo tra persone che provengono da percorsi di vita molto diversi tra loro, che magari in una situazione ‘normale’ non avrebbero trovato una connessione».

UN PERCORSO NATO DALLA COLLABORAZIONE TRA LA COMUNITÀ DE LA FORESTA, IL COMUNE DI ROVERETO E LE POLITICHE SOCIALI DI FS

La Foresta si è costituita come un’associazione mista ed è nata grazie a una collaborazione tra la comunità di “attori del cambiamento” che lavora al progetto, le politiche sociali del Comune di Rovereto – che ha messo 200mila euro per ristrutturare i 150 metri quadrati dell’ala nord, dove si trova l’accademia di comunità – e le politiche sociali di FS (Ferrovie dello Stato italiane). La Foresta ha un finanziamento di tre anni da parte del Comune di Rovereto, che mette 25mila euro all’anno per le attività dell’accademia di comunità.

«Un quarto attore è ONDS, l’Osservatorio Nazionale della Solidarietà nelle Stazioni Italiane – spiega Fabio –, che gestisce la rete degli help center di bassa soglia in 17 stazioni italiane. Noi siamo il 18° help center: facciamo parte di questa rete anche a livello formale, anche se siamo una sorta di esperimento, perché non lavoriamo sulla bassa soglia».

«Il massimo che possiamo offrire a La Foresta sono una doccia, una lavatrice e un’asciugatrice per le persone che ne hanno bisogno: non siamo né un centro diurno né un centro notturno, come accade invece per tante altre stazioni». La Foresta è aperta trenta ore a settimana, dal lunedì al sabato. Gli orari sono: lunedì e giovedì (9.30-12.30 e 13.30-16), martedì e mercoledì (9.30-12.30 e 16-20), venerdì e sabato (15-18).

L’ASSEMBLEA DE LA FORESTA: “ABBIAMO ADOTTATO IL METODO DELLA SOCIOCRAZIA”

«Non ci riconosciamo troppo nella forma di associazione – precisa Fabio Franz –, anche se ovviamente abbiamo un consiglio direttivo che si assume le responsabilità, anche penali. Noi crediamo però nell’assunzione collettiva di responsabilità: perciò abbiamo mantenuto il consiglio direttivo il più ristretto possibile, cercando di delegare le decisioni a un’assemblea orizzontale che lavora con il metodo della sociocrazia».

Nelle riunioni del lunedì, che si tengono ogni due settimane, l’assemblea orizzontale – composta da una quindicina di persone – prende delle decisioni che vengono poi confermate dal consiglio direttivo.

UNO SPAZIO COSTRUITO INSIEME (E ANCORA IN FASE DI COSTRUZIONE) NELL’ALA NORD DELLA STAZIONE DEI TRENI

L’accademia di comunità ha aperto a fine novembre 2021, ma lo spazio è stato consegnato ai “foresti” a marzo dello stesso anno. «Ci è stato consegnato l’involucro – dice Fabio – perché, in accordo con il Comune di Rovereto, abbiamo deciso di autocostruire l’interno attraverso dei laboratori. Qui a La Foresta abbiamo anche un piccolo spazio di falegnameria».

Si tratta quindi di un processo in divenire, che fa parte dello spirito stesso del progetto: «Le persone non si trovano davanti uno spazio completamente disegnato e finito, ma un luogo che possono vedere come una “superficie di proiezione”, in cui metterci anche del loro». L’autocostruzione è iniziata la scorsa estate, con una settimana di “Forestival”. Entrando nell’ala nord della stazione, ci sono quindi due stanze, uno spazio-cucina per le attività basate sul cibo, e un ingresso che, spiega Fabio, “potrebbe diventare una sala di attesa sociale”.

IL TECH-CORNER SOLIDALE NASCENTE, IL FORNO VAGABONDO, GLI ECOLAB E COMUNITÀ FRIZZANTE: “LA FORESTA È UN CONTENITORE”

«Adesso stiamo cercando di costruire un tech-corner solidale con l’aiuto di un richiedente protezione internazionale, Fahad, che è molto bravo a riparare ogni genere di device elettronico, in particolare i cellulari», spiega Fabio Franz. «Stiamo preparando una postazione con l’attrezzatura necessaria e un tavolo di lavoro mobile dove lui possa mettere a disposizione le sue capacità, gratuitamente, alle persone che ne hanno bisogno».

Abbiamo mantenuto il consiglio direttivo il più ristretto possibile, cercando di delegare le decisioni a un’assemblea orizzontale che lavora con il metodo della sociocrazia

Un altro progetto che si sta sviluppando a La Foresta è quello del Forno Vagabondo, una cargobike elettrica sulla quale è montato un forno per fare la pizza e il pane: «Lo abbiamo portato in tutta la Vallagarina – dice Fabio – perché il nostro obiettivo non è quello di rimanere confinati in stazione dei treni. La Foresta vuole essere invece un hub che poi rilancia sul territorio, anche attraverso collaborazioni con altri attori: non possiamo aspettarci che tutti vengano in stazione».

C’è poi ancheComunità Frizzante, che continua la produzione di bibite create con l’aiuto della comunità della Vallagarina e che ha vinto da poco il Lush Spring Prize, e verranno organizzati fino a settembre 2022 degli “EcoLab”, dei laboratori molto pratici in cui si mettono le mani in pasta e si affronta il tema della sostenibilità. Il progetto “EcoLab” è organizzato dall’Associazione Italia – Nicaragua, di cui La Foresta è partner.

Il calendario delle attività viene definito mese per mese, in base agli interessi e alle capacità dei partecipanti. Sono partner del progetto, sostenuto da un bando del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Provincia di Trento, il Centro di Salute Mentale, il Comune di Rovereto con i suoi servizi sociali e altri attori locali.

LO SWAP PARTY E GLI EVENTI LE “DISCO SOUP”

Fuori dalla stazione c’è uno “swap party” non convenzionale: «Le persone possono portare vestiti in buono stato – dice Fabio – che poi altre persone prendono gratuitamente senza dovere per forza, come nello swap classico, portare un altro capo per fare uno scambio. È anche un modo per incuriosire le persone che magari, senza questo incentivo, non entrerebbero a La Foresta».

Bloccati gli eventi musicali che erano stati organizzati nel periodo pre-natalizio. «Vorremmo però riprendere anche quest’attività, magari all’aperto, con il Forno Vagabondo e con musicisti», dice Fabio, che aggiunge: “Abbiamo vinto un bando Welfare KM0 con altri tre partner trentini: Luogo Comune di Riva del Garda, il nascente emporio di comunità di Trento e la cooperativa Le Rais della Val di Fassa. Il progetto che porteremo avanti assieme si chiama “Alimentare cultura”: la nostra parte è “Alimentare popolare”».

«Organizzeremo da marzo, ogni due settimane, degli eventi che abbiamo nominato “disco soup” – conclude Fabio –, con l’idea di dare un piatto di zuppa e un panino autoprodotto a prezzi accessibili con un evento musicale di accompagnamento. Faremo però anche dei laboratori di trasformazione alimentare collettiva, acquistando per esempio pomodori in quantità per poi fare qui la passata, che le persone potranno portare a casa a un prezzo accessibile».

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Fonte: https://www.italiachecambia.org/2022/02/la-foresta-ccademia-di-comunita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La strage degli alberi di Vallombrosa

Il clima è ingovernabile, anzi: ci governa. Così le tragedie dei giorni scorsi in Toscana: stragi di alberi, boschi e foreste. Venti e piogge impensate che si abbattono con una furia che dimentichiamo troppo presto. E così se ne è andata anche parte della foresta di Vallombrosa.alberi_vallombrosa

L’aumento dell’effetto-serra è ormai evidente e distruttivo, anche se gran parte della gente sembra non accorgersene. I segni inequivocabili dello squilibrio naturale e delle sue conseguenze ci circondano, ma continuiamo ad ignorarli come se niente fosse. Eppure negli ultimi tempi inizia a serpeggiare in una parte della popolazione una certa inquietudine. Un’inquietudine che è più evidente e marcata in chi vive a contatto della natura, tra i contadini, nei piccoli paesi, nelle montagne, dove le conseguenze del cataclisma sono più evidenti e tangibili. Serpeggia inquietudine nei pochi abitanti di Vallombrosa, una località sull’Appennino toscano a due passi da Firenze, luogo storico di villeggiatura e di pellegrinaggio (vi si trova una delle più belle abbazie del centro Italia), nonché sede di uno dei più antichi e maestosi arboreti (orti botanici e vivai) del nostro paese. Intorno all’abbazia di Vallombrosa e al piccolo centro abitato di Saltino si estende per migliaia di ettari una foresta secolare, che nel corso dell’ultimo millennio è stata piantata e usata (oltre che ampliata) dagli stessi monaci e dagli abitanti del posto prima, per diventare poi patrimonio del demanio e riserva naturale protetta. Nella foresta si trovano, o meglio si trovavano, abeti bianchi di oltre duecento anni di età, alti più di trenta metri, faggi dai tronchi imponenti ricoperti di muschio, aceri montani, tigli, frassini, castagni, oltre a conifere piantate circa sessanta anni fa per produrre legname di pregio. Questo polmone verde è importante anche per molte specie animali, tra cui il picchio nero, l’astore, il falco pecchiaiolo, il lupo e l’istrice. Ma questa foresta non sarà più come prima, e come lei molte altre foreste del Casentino, compresa quella famosissima del santuario de La Verna, luogo di culto di San Francesco. Infatti, ad inizio marzo, una perturbazione proveniente dal nord Europa ha investito tutta l’Italia e in particolare l’Italia centrale: le temperature si sono abbassate di dieci-dodici gradi in una giornata e tempeste di vento hanno spazzato, con raffiche fino a centocinquanta chilometri all’ora, le vallate e i pendii delle montagne. La foresta non ha retto. Nella sola riserva naturale di Vallombrosa si stima che siano andati distrutti tra i quindicimila e i ventimila alberi, molti dei quali secolari. La fauna e la flora ne sono state stravolte. Tutto ciò potrebbe anche essere considerato normale. Gli eventi catastrofici di portata eccezionale, come questo, si sono sempre verificati sul nostro pianeta; il problema è che ormai tali eventi si ripetono con una frequenza e una diffusione incredibili. La foresta di Vallombrosa aveva infatti subito la violenza di una tempesta “eccezionale” anche nel novembre del 2013, con ampi danni alle piante. Ora il paesaggio è in alcuni luoghi apocalittico: al posto degli alberi ci sono spianate di ettari di legno sfasciato, contorto e martoriato, senza più traccia di vita alcuna. Ovunque nel mondo questi fenomeni si centuplicano e, dalla foresta slovena (vedi articolo sul gelicidio http://www.ilcambiamento.it/clima/gelicidioslovenia.html ) alle praterie e ai fiumi del centro Europa, ai boschi italiani e spagnoli, nessuno è al riparo. Ogni mese si viene a sapere di eventi apocalittici come grandinate spaventose, venti da uragano, alluvioni, siccità devastanti, nevicate e gelate improvvise che si spingono fino a zone tropicali sterminando interamente la vegetazione e la fauna, non adattati a tali temperature. Questi danni rendono fragili gli ecosistemi; le piante, indebolite dagli stress climatici e dall’inquinamento, contraggono malattie che si espandono a macchia d’olio, i parassiti si moltiplicano e la catena alimentare si altera. Tutto questo avviene a causa nostra, non è un campanello d’allarme ma un campanone da cattedrale che rimbomba, ma noi ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti dicendo “qualcuno dovrebbe fare qualche cosa”, ma quel qualcuno siamo noi. Siamo noi la causa, con i nostri viaggi aerei (http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/aereo_disastro.html), con il nostro modo di mangiare, di spostarci, di riscaldarci, di divertirci, con le scelte più elementari e quotidiane che comportano “effetti collaterali” degni di una guerra USA.

Quante foreste dovremo veder distrutte prima di aprire gli occhi e rimboccarci le maniche?

Il destino dell’uomo altrimenti è segnato perché, se oggi sono le foreste a cadere, domani sarà la produzione agricola e, quando la produzione di cereali subirà i colpi del cambiamento climatico, le conseguenze colpiranno tutti noi con la violenza di un cazzotto.

Possiamo e dobbiamo inceppare il meccanismo; le soluzioni sono alla portata di tutti, basta che ce ne sia la volontà. Lo dobbiamo a noi stessi e agli alberi di Vallombrosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Abdul, l’uomo che protegge la foresta

Circa 40 anni fa Abdul Kareem comprò cinque acri di terra in un’area disabitata di Kasargod, nel distretto di Malabar, nel nord del Kerala, in India. Poi ha comprato altra terra, fino ad arrivare a oltre 30 acri e ha piantato molto alberi. Lì ha fatto crescere e ha custodito la sua foresta, un inno alla natura.abdulkareem

Faceva l’agente di viaggio ed era lontano cinque giorni a settimana; in un primo momento aveva pensato che quel terreno gli sarebbe servito per trovare un po’ di relax tra uno spostamento e l’altro. Abdul Kareem ha comprato prima cinque acri, poi è arrivato a oltre 30, ha piantato alberi e ha trasformato quella terra in una foresta vibrante. Mano a mano che la sua foresta cresceva, allo stesso modo cresceva in lui l’amore per quella vittoria della natura. «Prendersi cura della natura è la principale missione della mia vita» afferma Abdul, che oggi ha 68 anni. E’ nato in un villaggio vicino al mare, dove c’erano solo colline e giungla. Da bambino fantasticava sulle foreste  e quando ha comprato quella terra brulla e rocciosa, che a fatica permetteva alla vegetazione di crescere, è riuscito a vederci ciò che sarebbe diventata. «Ho lasciato che la foresta crescesse da sè» spiega. Nessuna irrigazione né fertilizzati, nessuna interferenza umana. In pochi anni è cresciuta una vegetazione fitta e verde con circa 300 specie di piante. Sono arrivati gli uccelli e hanno diffuso i semi ovunque. Quando ci si mette piede, sembra di entrare in un santuario, ha detto Roshan Shah, uno scrittore che è stato ospite di Abdul. Tutt’intorno a quegli ettari di verde i terreni sono coltivati intensamente e forse è anche per questo che così tante specie animali hanno trovato rifugio proprio tra gli alberi di Abdul, dagli uccelli ai serpenti, dai mammiferi agli insetti. E c’è acqua pura, rigenerata grazie al rigenerarsi dell’ambiente. La temperatura all’interno della fitta vegetazione è la più bassa dell’intera regione e proprio nel cuore della foresta c’è un piccolo cottage dove Abdul vive con la moglie. Quest’uomo buono e generoso permette ai vicini di attingere alle sorgenti sulla sua terra e di cogliere frutti e foglie per ricavarne medicamenti. «Un giorno mi ha fermato il proprietario di una catena di hotel – spiega Abdul – voleva comprare la mia terra e costruirci un albergo con un resort ayurvedico. Offriva un’enorme somma di denaro e mi avrebbe anche permesso di restare qui, ma ho rifiutato». Si è ricordato di quanto valga l’esempio e di quanto valga anche un solo pezzo di foresta per ispirare l’inversione di rotta di cui c’è assoluto bisogno.

Fonte: ilcambiamento.it