Contro la distruzione dell’Amazzonia, boicottare i killer del pianeta

La paura di finire arrostiti da un effetto serra ormai fuori controllo inizia a crescere sempre di più, se pure personaggi come Madonna, Ronaldo, Ferragni, che con il loro stile di vita sono fra i più inquinanti del pianeta, hanno fatto appelli per fermare gli incendi in Amazzonia…

La paura di finire arrostiti da un effetto serra ormai fuori controllo inizia a crescere sempre di più, se pure personaggi come Madonna, Ronaldo, Ferragni, che con il loro stile di vita sono fra i più inquinanti del pianeta, hanno fatto appelli per fermare gli incendi in Amazzonia. Incredibilmente pure l’Unione Europea con a capo la Finlandia, che detiene la presidenza a rotazione, sta valutando se fermare le importazioni di carne dal Brasile. Un lampo di genio è passato nelle menti dei parlamentari Europei? Chissà, staremo a vedere. Intanto lo spettro di sanzioni internazionali (cioè commerciali) sta facendo tremare il presidente del Brasile Bolsonaro e dimostra ancora una volta quale sia l’unico elemento che produce risultati: colpire i killer del mondo sui soldi. A poco infatti servono proteste, richiami ufficiali, manifestazioni e lamentale, l’unica cosa che li frena è togliergli la terra sotto i piedi, senza violenza ma solo con intelligenza.  Le multinazionali killer ambientali vivono del supporto dei consumatori, senza di noi, loro sono spacciate nonostante sembrino invincibili. E’ risaputo infatti che un arma potente sono proprio i boicottaggi. Tu mi avveleni, inquini, distruggi il pianeta? E io non compro più nulla da te e condivido questo mio gesto dandone il più ampio risalto possibile. Differentemente da quanto si pensa, anche piccole percentuali di boicottaggio sono fastidiose per i grandi killer, perché subiscono soprattutto perdite di immagine, si pensi alle campagne contro la Shell, McDonald’s o le campagne contro l’olio di palma. Si dirà ad esempio che McDonlad’s comunque continua ad operare e a fare profitto, certo ma la sua immagine è compromessa da decine di campagne di boicottaggio e il suo nome è associato immediatamente a cibo spazzatura e attacco all’ambiente, di certo non è una bella reputazione. E infatti cerca in tutti i modi di darsi una impossibile immagine sostenibile.  L’Amazzonia brucia perché un personaggio di nome Bolsonaro, votato dai suoi concittadini amanti del suicidio, ha dato ulteriore via libera all’agroindustria per fare piazza pulita di “inutili” alberi, persone e animali che abitano nella foresta amazzonica e sostituirli con allevamenti e produrre foraggio con in primis la soia. Foraggio che va ad alimentare gli animali che mangiano soprattutto gli occidentali e i cinesi. La distruzione della vita e le conseguenze drammatiche che ci sarebbero nella fine di uno dei polmoni del pianeta con la sua biodiversità di valore inestimabile, per il presidente del Brasile sono dettagli trascurabili, stupidaggini degli ambientalisti da salotto, come li chiama Salvini. Il prode padano che asfalterebbe definitivamente tutta l’Italia da Trapani ad Aosta, compreso il Mar Mediterraneo, così facciamo circolare più merci e il prodotto interno lordo aumenta. E quando il prodotto interno lordo aumenta, bisogna iniziare a farsi il segno della croce e pregare perché i tempi si fanno durissimi. Ma non bisogna però pensare che Bolsonaro improvvisamente sia impazzito, prosegue e accelera solo il lavoro che i governi di pseudo sinistra precedenti hanno portato avanti tranquillamente e il filo che lega entrambe le azioni è proprio la stessa trinità che adorano gli schieramenti di destra e sinistra: crescita, denaro e PIL. Infatti Marina Silva che è stata ministra dell’Ambiente del governo Lula, anch’esso al servizio dell’agroindustria, si dimise proprio in polemica con le politiche di distruzione della foresta amazzonica.  Le azioni veramente efficaci quindi per fermare questa follia, sono quelle di andare a cercare tutti i supporti economici che ha chi sta dietro alle devastazioni e boicottarli. Non solo boicottare le aziende che agiscono direttamente ma anche le banche che le sostengono. Infatti nessuna multinazionale esisterebbe senza il sistema finanziario che la tiene in vita. Non ci vuole molto, non serve nemmeno scendere in piazza a manifestare se poi con il proprio stile di vita si sostengono coloro contro i quali si è manifestato. Servono azioni concrete ed efficaci, non slogan se poi si foraggiano i killer del pianeta come se nulla fosse.

Fonte: ilcambiamento.it

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I sette peccatori capitali dei cambiamenti climatici

USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito hanno contribuito per il 62% al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 20057-peccatori-global-warming

Questa è la mappa dei peggiori killer del clima su scala mondiale: l’area di ogni nazione è rappresentata in proporzione al proprio contributo al global warming, secondo una ricerca appena pubblicata della Concordia university, Canada. Le aree in grigio mostrano le dimensioni effettive dei continenti. I primi sette della lista, che si iniziano già a chiamare peccatori capitali del global warming sono USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito e hanno contribuito per il 62%al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 2005. La ricerca ha preso in considerazione le emissioni di CO2 e il loro minore assorbimento per la deforestazione, le emissioni degli altri gas serra oltre all’effetto di segno contrario degli aerosol (1). Germania e UK pesano così tanto anche per il loro ruolo di bruciatori di carbone nella prima parte del ‘900. Tra i primi venti inquinatori compaiono nazioni che ci si aspettava di trovare come Francia, Canada, Giappone e Australia, ma anche new entries abbastanza a sorpresa come Messico, Colombia, Thailandia e Polonia. L’Italia, a nostra consolazione e scherno, non vi è compresa. Nell’ultimo decennio, il nostro paese ha ridotto le emissioni di CO2 del 18%, ma in un certo senso a nostra insaputa: oltre alla crescita delle rinnovabili, non dobbiamo dimenticare la delocalizzazione di molte imprese produttive in paesi in cui è più facile sfruttare la manodopera.

Le nazioni che contribuiscono maggiormente al global warming a causa della sola deforestazione sono nell’ordine: Cina, Brasile, USA, India e Indonesia. In India la perdita delle foreste pesa il doppio delle emissioni di CO2, mentre in Brasile pesa otto volte tanto. Prendere in considerazione le emissioni nazionali è un modo per riconoscere le proprie responsabilità, come riconoscono gli autori nella conclusione dell’articolo:

«Riequilibrare le attuali disuguaglianze tra nazioni nei contributi pro cpaite al global warming potrebbe essere un requisito fondamentale per essere in grado di fare i cambiamenti necessari a ridurre le emissioni e stabilizzare le temperature globali.»

(1) Gli aerosol sono dovuti all’inquinamento e riflettono la luce solare riducendo un po’ il forcing radiativo.  Se non ci fossero stati, l’aumento di temperatura sarebbe stato di 1,3 °C invece che di 0,7 °C. A differenza dei gas serra che rimangono nell’atmosfera per decenni o secoli, gli aerosol restano in sospensione al massimo per qualche settimana. Finché ci saranno emissioni di aerosol, esisterà una situazione stazionaria, mentre quando queste si ridurranno a causa della diminuzione dei combustibili fossili e dell’inquinamento, paradossalmente il global warming crescerà in modo significativo.

Fonte: ecoblog

Amianto killer, “risanamenti urgenti per la salute dei cittadini”

“Censimenti al palo e bonifiche a rilento: killer sottovalutato, risanamenti urgenti per tutelare la salute dei cittadini”. È quanto afferma Legambiente che ieri ha partecipato alla manifestazione nazionale amianto per chiedere che nella legge di stabilità vengano finanziati interventi di bonifica per eliminare l’amianto dai Siti di Interesse Nazionale più compromessi.

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Legambiente aderisce alla manifestazione nazionale amianto promossa ieri a Roma dal Coordinamento nazionale amianto per chiedere che nella legge di stabilità vengano finanziati interventi di bonifica per eliminare l’amianto dei Siti di Interesse Nazionale più compromessi, l’estensione del Fondo per le Vittime dell’Amianto operante per i lavoratori colpiti da malattie da amianto a tutti i cittadini ex esposti ugualmente colpiti per esposizioni casalinghe o ambientali, il riconoscimento delle esposizioni per i lavoratori colpiti da malattie professionali o comunque a rischio di malattia da amianto. “L’amianto è stato messo al bando da una legge del 1992 ma da allora è stato fatto molto poco per rimuovere questa fibra letale dal territorio nazionale e garantire ai cittadini il loro diritto alla salute – ha dichiarato il coordinatore del settore scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti, presente ieri mattina davanti alla protesta davanti a Montecitorio – Oggi, ancora una volta, torniamo a denunciare il grave ritardo con cui si sta procedendo alla bonifica dei siti industriali e degli edifici contaminati. Il CNR ha calcolato che ci sono oltre 32 milioni di tonnellate di amianto presenti sul territorio nazionale, prendendo in considerazione solo le onduline di cemento amianto. Secondo i dati elaborati lo scorso anno da Legambiente, sono in attesa di bonifica circa 50mila edifici pubblici e privati e 100 milioni di metri quadrati strutture in cemento-amianto, a cui vanno aggiunti 600mila metri cubi di amianto friabile. È lo stesso piano nazionale amianto – ha proseguito il responsabile scientifico di Legambiente – a porre un extra-incentivo per la sostituzione dell’eternit con il fotovoltaico tra gli strumenti per finanziare e accelerare le bonifiche. Uno strumento cancellato dai recenti conti energia, nonostante abbia portato alla rimozione di oltre 20 milioni di metri quadrati di eternit dai tetti e all’installazione di 2.159 MW da fonti energetiche pulite e rinnovabili. Con un finanziamento di 20,8milioni di euro l’anno, attraverso questo meccanismo di incentivi che dovrebbe essere ripristinato, si raggiungerebbe l’obiettivo di bonifica di rimozione di 10 milioni di metri quadri di coperture in eternit: un primo passo per il risanamento dell’amianto. Ci auguriamo – ha concluso Zampetti – che finalmente parlamento e governo decidano di mettere in bilancio le risorse necessarie ad avviare gli interventi di risanamento necessari in tutta Italia, insieme alla pianificazione e alla realizzazione di impianti di trattamento e smaltimento dei materiali”.

Fonte: il cambiamento

Allevamenti killer: moria di pesci in laguna a Venezia

Migliaia di pesci galleggiano senza vita nella laguna di Venezia. All’origine della moria di pesci vi sarebbe il maggior rilascio di azoto e fosforo, che proviene dagli allevamenti. “La scelta per l’ambiente è incompatibile con l’alimentazione carnivora”.laguna_venezia

Di che cosa sono morti le migliaia di pesci che galleggiano senza vita nella laguna di Venezia, dopo una lunga e penosa agonia? Secondo quanto riportato dai giornali, la proliferazione e successiva decomposizione delle alghe ha provocato la carenza di ossigeno nelle acque e il conseguente“soffocamento” dei pesci; questo fenomeno ha visto sì come causa scatenante le intense precipitazioni prima e l’aumento di temperatura poi, ma il problema di base, come ribadito dalle fonti citate dai vari quotidiani, rimane il livello troppo alto di composti a base di azoto e fosforo, che da decenni le imprese e le aziende agricole sversano in laguna e che funzionano da fertilizzante per le alghe. Il Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione intende proporre una riflessione proprio su questo aspetto, facendo notare come, in ogni parte del mondo, sia l’industria dell’allevamento di animali per la produzione di carne, latticini e uova ad avere la maggior responsabilità relativamente all’inquinamento delle acque. Ciò è confermato anche dal dossier della FAO del 2006 “Allevamenti, una grande minaccia per l’ambiente” in cui si afferma che, per quanto riguarda le acque, i maggiori agenti inquinanti sono proprio le deiezioni degli animali, ricche di antibiotici e altre sostanze chimiche usate nell’allevamento nonché i fertilizzanti e pesticidi usati nella coltivazione dei mangimi per gli animali. Infatti, i raccolti assorbono solo da un terzo alla metà dell’azoto applicato al terreno come fertilizzante: le sostanze chimiche rimaste inutilizzate inquinano il suolo e l’acqua. Dato che, secondo le statistiche della FAO, metà dei cereali e il 90% della soia prodotti nel mondo sono usati come mangimi per animali, e che queste sostanze chimiche sono per la maggior parte usate nelle monocolture per la produzione di mangimi animali, è chiaro che la maggior responsabilità per questo enorme uso di sostanze chimiche sta proprio nella pratica dell’allevamento.pesticidi8__

Un ulteriore problema sono le deiezioni degli animali allevati: le deiezioni liquide e semi-liquide contengono livelli di fosforo e azoto al di sopra della norma, perché gli animali possono assorbire solo una piccola parte della quantità di queste sostanze presenti nei loro mangimi. Quando gli escrementi animali filtrano nei corsi d’acqua, l’azoto e fosforo in eccesso rovina la qualità dell’acqua e danneggia gli ecosistemi acquatici e le zone umide. Circa il 70-80% dell’azoto fornito ai bovini, suini e alle galline ovaiole mediante l’alimentazione, e il 60% di quello dato ai polli “da carne” viene eliminato nelle feci e nell’urina e finisce nei corsi d’acqua. Oggi, le deiezioni in eccesso vengono sparse sul terreno e nelle acque, mettendo in pericolo la salubrità delle acque e i pesci che ci vivono. Questo accade in ogni zona del mondo, perché ormai la pratica dell’allevamento intensivo è diffusa ovunque. Per esempio, lo spandimento delle deiezioni animali è strettamente collegato alla “zona morta” di 7.000 miglia quadrate nel Golfo del Messico, che non contiene più vita acquatica. Nel giugno 2010 il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite ha pubblicato un report intitolato “Calcolo degli impatti ambientali dei consumi e della produzione” le cui conclusioni affermano: “Si prevede che gli impatti dell’agricoltura aumentino in modo sostanziale a causa dell’aumento di popolazione e del conseguente aumento del consumo di alimenti animali. Una riduzione sostanziale di questo impatto sarà possibile solamente attraverso un drastico cambiamento dell’alimentazione globale, scegliendo di non usare prodotti animali”. Lo stesso report specifica: “La produzione di cibo è quella che più influenza l’utilizzo del terreno, e quindi il cambiamento di habitat, il consumo di acqua, il sovrasfruttamento delle zone di pesca e l’inquinamento da azoto e fosforo”.allevamento__vacche_2

Gli animali d’allevamento, oggi considerati come “macchine” che producono “proteine animali”, hanno bisogno di una grande quantità di mangime per “produrre” una quantità di carne, latte, uova molto più bassa. Si possono definire in questo senso “fabbriche di proteine alla rovescia”, perché per ottenere un kg di carne sono necessari mediamente 15 kg di vegetali coltivati appositamente. Ernst von Weizsaecker, uno scienziato ambientale dell’IPCC (il Panel di scienziati dell’ONU sui cambiamenti climatici), ha dichiarato nel 2010: “Il bestiame oggi consuma la maggior parte dei raccolti mondiali, e di conseguenza la gran parte dell’acqua potabile, di fertilizzanti e di pesticidi”. Se le persone, anziché basare la propria alimentazione sui cibi animali, si nutrissero di cibi vegetali, come accadeva fino a pochi decenni fa, il risparmio, in termini di risorse e di inquinanti emessi, sarebbe enorme. Nello studio “Alimentazione e ambiente: quel che mangiamo è importante?” pubblicato nel 2009 dalla rivista scientifica “American Journal of Clinical Nutrition”, i risultati mostrano che la dieta non vegetariana richiede 13 volte più fertilizzanti rispetto a una dieta vegetariana. Dal punto di vista dell’ambiente, concludono gli scienziati, quello che ciascuno sceglie di mangiare fa la differenza. Se la terra fosse usata per produrre cibo per il consumo umano diretto, infatti, da un lato servirebbero molti meno terreni, dato che la quantità di vegetali da produrre sarebbe molto minore (perché viene eliminato lo spreco della trasformazione da prodotti vegetali a prodotti animali, che da 15 kg di vegetali fa ottenere 1 solo kg di carne), dall’altro la produzione potrebbe avvenire in maniera sostenibile, con la tradizionale coltivazione a rotazione, che non richiederebbe l’attuale uso massiccio di sostanze chimiche. E i pesci non morirebbero soffocati. Prima scegliamo di spostare i nostri consumi verso i cibi vegetali anziché quelli animali, prima potremo contrastare i danni enormi che il pianeta e tutti gli esseri che ci vivono (noi inclusi) è costretto a subire. E potremo così evitare che la meravigliosa laguna di Venezia rischi di diventare una delle “zone morte” del pianeta.

Fonte: il cambiamento

Dead zone di dimensioni record nel Golfo del Messico per eccesso di fertilizzanti

I responsabili sono i fertilizzanti chimici, abusati dall’agricoltura industriale, che finiscono nelle acqua e provocano crescita eccessiva di alghe e poi ipossia per la loro decomposizione. A rigor di logica, il costo del disastro andrebbe addebitato ai responsabili.Mappa-dead-zone-golfo-messico-586x319

La dead zone, cioè la zona morta del Golfo del Messico potrebbe quest’anno raggiungere dimensioni record, tra i 19000 e i 22000 km² (cioè tra la Puglia e la Toscana), superando il record del 2002 di 21950 km². Il killer dei mari è naturalmente l’uomo che usa pesantemente il doping chimico in agricoltura, abusando di fertilizzanti chimici che finiscono nelle acque e che il grange Mississippi trasporta nel golfo del Messico. I nutrienti provocano una crescita abnorme di fitoplancton e alghe; la loro successiva decomposizione consuma l’ossigeno disciolto in acqua, soprattutto nella zona più vicina ai fondali. Quando la concentrazione di O2 scende sotto 2 mg/l (ipossia) gli organismi immobili e lenti muoiono, i pesci abbandonano l’area e si crea un vero e proprio deserto liquido. La mappa in alto mostra l’estensione della dead zone di qualche anno fa. La grande estensione di quest’anno è dovuta con ogni probabilità alle abbondanti piogge che hanno aumentato il dilavamento dei fertilizzanti. E’ appena il caso di ricordare che i fertilizzanti azotati come l’urea vengono prodotti dall’ammoniaca, prodotta a sua volta dall’azoto atmosferico con abbondante uso di metano come reagente e combustibile per raggiungere la temperatura di reazione. Meraviglie dell’agricoltura chimica-industriale: si consumano risorse non rinnovabili per inquinare l’aria (oltre alla CO2 anche l’ N2O, un potentissimo gas serra) e l’acqua, facendo dei mari un deserto. Secondo la NOAA, la presenza della dead zone causa ogni anno un danno di 82 milioni di dollari. In un mondo “normale” tale costo dovrebbe andare a carico dei produttori di fertilizzanti; oppure no?

 

Fonte: ecoblog

Smog, in Asia è un killer più pericoloso della malaria

 

Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Environmental Health Perspectives nelle aree ricche di smog e più inquinate dai metalli pesanti, nei paesi in via di sviluppo, i danni alla salute causati dall’inquinamento sono più gravi di quelli causati dalla malaria.237657295_3037b9915c_o-586x390

 

Lo smog fa male alla salute molto più che la malaria: lo studio di 373 siti in Indonesia, Filippine e India ha dimostrato, secondo i ricercatori della Icahn School of Medicine di New York, un’incidenza dell’inquinamento sulla salute umana ben più marcata dell’impatto che ha invece, nelle stesse zone del pianeta, la malaria. Che vivere circondati dall’inquinamento non sia esattamente il top per la nostra salute è stato dimostrato più volte, ultima ma non ultima (non fosse per il fattore geografico) con la mappatura dell’incidenza dello smog sulla qualità della vita dei cittadini milanesi, avviata e realizzata dal professor Luigi Bisanti, Direttore del Servizio di Epidemiologia dell’Asl di Milano. Che però l’inquinamento fosse più dannoso, nei paesi in via di sviluppo, della malaria è qualcosa che ha stupito in molti: degli 8,6 milioni di abitanti vicino ai siti di ricerca in Indonesia, India e Filippine, scrivono gli autori nello studio pubblicato sull’autorevole rivista Environmental Health Perspectives, circa 8 milioni soffrono di qualche malattia, disabilita’ o muoiono a seguito dell’esposizione costante all’inquinamento atmosferico: secondo gli studiosi due terzi di questi sono bambini o mamme in età fertile. Piombo, cromo e altri metalli pesanti, tutti fattori di incidenza su gravi malattie cardiovascolari e respiratorie, che sempre più spesso hanno conseguenze peggiori, sulla salute umana, della tanto temuta malaria; insomma, la malattia che ha infettato l’umanità negli ultimi 50mila anni è oggi battuta su tutta la linea da ciò che l’uomo ha prodotto negli ultimi 200 anni: il folle inquinamento. Di questo passo entro il 2050 la causa di morte principale su tutto il pianeta sarà l’inquinamento, per quella che qualcuno ha ribattezzato Airpocalypse: secondo alcune indiscrezioni non confermate in Cina è già la quarta causa di morte prematura.1,2 milioni di morti in Cina dal 2010: la stima fatta recentemente dal New York Times, riprendendo i dati dell’Oms, è spaventosa, ci figura un mostro più cattivo e spietato del nazismo. 1,2 milioni di morti. Il 40% del totale, sull’intera faccia della terra. Di questo passo potrebbero arrivare, sommando Cina ed India, a 3,6 milioni di morti all’anno nel giro di pochi anni.

Fonte. Ecoblog

Api, Ue mette al bando i pesticidi killer

Grazie ad Avaaz e a tutti coloro che si sono mobilitati per salvare le api, l’Europa ha finalmente deciso di mettere al bando tre neonicotinoidi, i pesticidi responsabili della moria degli insetti impollinatori. La messa al bando da parte dell’UE durerà per 2 anni e dovrà essere poi riconfermataape1_

Ce l’abbiamo fatta: l’Europa ha appena messo al bando i pesticidi ‘ammazza-api’! Mega-aziende come Bayer si sono scagliate con tutte le loro forze contro questa decisione, ma una grande mobilitazione, la scienza e delle istituzioni che si sono finalmente aperte ci hanno permesso di vincere! Vanessa Amaral-Rogers dell’organizzazione per la conservazione delle specie Buglife, ha detto: “è stato un voto dal risultato incerto fino all’ultimo ma, grazie a un’enorme mobilitazione dei membri di Avaaz, degli apicoltori e di molti altri, abbiamo vinto! Non ho alcun dubbio sul fatto che i fiumi di chiamate e email ai ministri, le iniziative a Londra, Bruxelles e Colonia, e la gigantesca petizione firmata da 2,6 milioni di persone hanno reso possibile questo risultato. Grazie ad Avaaz e a tutti quelli che hanno lavorato così duramente per salvare le api!” Le api sono fondamentali per la produzione di circa due terzi di tutto il nostro cibo: per questo non appena gli scienziati hanno cominciato a notare che silenziosamente stavano morendo a un tasso terrificante e senza precedenti, Avaaz è entrata in azione, e abbiamo continuato a spingere finchè abbiamo vinto. La vittoria di questa settimana è il risultato di due anni in cui abbiamo sommerso i ministri di messaggi, organizzato manifestazioni per attirare l’interesse dei media assieme agli apicoltori, finanziato sondaggi e molto, molto altro. Ecco come ci siamo riusciti, tutti assieme: Spingendo la Francia a resistere. Nel gennaio del 2011, un milione di persone hanno firmato la nostra richiesta alla Francia di mantenere il bando sui mortali pesticidi neonicotinoidi. I membri di Avaaz e gli apicoltori hanno incontrato il ministro francese dell’agricoltura e hanno riempito l’etere facendo pressione su di lui affinché si opponesse all’aggressivo lobbying dell’industria e mantenesse il bando, mandando un forte segnale agli altri paesi europei. Affrontando l’industria a testa alta. Bayer si è trovata di fronte ad Avaaz e ai suoi alleati che hanno portato la protesta alle sue ultime tre assemblee annuali. I manager e gli investitori del gigante dei pesticidi sono stati accolti da apicoltori, ronzii assordanti ed enormi striscioni con oltre 1 milione di persone che chiedevano loro di sospendere l’uso dei neonicotinoidi finché gli scienziati non avessero verificato il loro effetto sulle api. Avaaz ha perfino tenuto una presentazione all’interno di uno dei loro incontri, ma la Bayer ha detto ‘no’.api9_

Facendo in modo che la scienza conti. A gennaio l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare ha rilevato che tre pesticidi mettono a rischio in modo inaccettabile le api, così siamo entrati in azione per assicurare che i politici europei rispondessero ai loro esperti scientifici. La nostra petizione è cresciuta velocemente fino a raggiungere 2 milioni di firme. Dopo molte discussioni con i funzionari dell’UE, Avaaz ha consegnato la richiesta proprio nella sede dell’UE a Bruxelles. Quello stesso giorno la Commissione ha proposto una messa al bando per due anni! Cogliendo l’opportunità. La battaglia per salvare le api ha cominciato a diventare incandescente tra febbraio e marzo. In tutta l’UE i membri di Avaaz sono entrati in azione mentre tutti i 27 stati dell’UE stavano per decidere se approvare o bocciare la proposta. Non appena i giganti dell’agricoltura Regno Unito e Germania hanno dichiarato che non avrebbero votato sì, Avaaz ha pubblicato sondaggi che mostravano l’esistenza di un’enorme maggioranza di inglesi e tedeschi a favore della messa al bando. I membri di Avaaz hanno mandato quasi mezzo milione di email ai ministri UE dell’Agricoltura. Evidentemente preoccupato di avere a che fare con i cittadini invece che con i soliti lobbysti dell’industria, il ministro britannico Owen Paterson si è lamentato di un “cyber-attacco”, che i giornalisti hanno trasformato in una storia in nostro favore! E poi arriva Bernie: la nostra ape di 6 metri a Bruxelles. Un modo davvero impressionante per consegnare la nostra petizione mentre i negoziati entravano nelle fasi finali. I giornalisti si affollano attorno a Bernie, e ci dicono che abbiamo contribuito a spingere il ministro spagnolo a valutare i risultati scientifici in modo più approfondito e a fargli cambiare posizione. Ma non abbiamo ottenuto la maggioranza di cui avevamo bisogno per far approvare la messa al bando.alveare_api

Il via libera definitivo. Ad aprile la proposta per salvare le api viene mandata a una commissione d’appello, dandoci la speranza di poter far cambiare posizione ad altri paesi. Nella tirata finale, Avaaz si unisce a gruppi tra cui la Fondazione per la Giustizia Ambientale, gli Amici della Terra e la Rete d’Azione sui Pesticidi, oltre ad apicoltori e famosi stilisti di moda amanti delle api, per organizzare un’azione fuori dal Parlamento Inglese. In Germania, gli apicoltori lanciano loro stessi una petizione rivolta al governo, firmata da oltre 150mila tedeschi in soli due giorni che viene consegnata a Colonia poco dopo. Ancora altre chiamate piovono sui ministri in diverse capitali quando Avaaz deve rispondere a un emendamento abrogativo dell’Ungheria, e schiera l’ape Bernie di nuovo a Bruxelles. Le aziende di pesticidi comprano spazi pubblicitari nell’aeroporto per catturare l’attenzione dei burocrati in arrivo, e comprano spazi radio suggerendo altre misure come piantare fiori di campo. Ma la loro macchina da propaganda viene ignorata e per prima la Bulgaria e poi, il premio più grande, la Germania cambiano posizione e questa settimana abbiamo vinto, con oltre la metà dei paesi UE che votano a favore della messa al bando! È stato un lungo viaggio raggiungere questa obiettivo, e non sarebbe stato possibile senza scienziati, specialisti della materia, membri delle istituzioni a noi vicini, apicoltori e i nostri alleati nelle campagne. Possiamo essere fieri di quello che abbiamo contribuito a raggiungere assieme. Un importante attivista a difesa delle api, Paul de Zylva, a capo dell’Unità Pesticidi e Impollinatori degli Amici della Terra ha detto: “grazie ai milioni di membri di Avaaz che si sono mobilitati online e per le strade. Senza dubbio l’enorme petizione di Avaaz e le sue campagne creative hanno contribuito a far fare il salto di qualità, sostenendo il nostro lavoro e quello di altre ONG”. È il momento di festeggiare questa boccata d’aria per una delle creature più preziose e importanti per la terra. Ma la messa al bando da parte dell’UE durerà solo per 2 anni e dovrà essere riconfermata. E in tutto il mondo le api continuano a morire per i pesticidi che le indeboliscono e le mandano in confusione e per la perdita di habitat mentre noi ariamo e costruiamo ovunque nelle campagne. In Europa e in tutto il mondo c’è molto lavoro da fare per permettere alla scienza di valore di guidare le nostre politiche sui temi dell’agricoltura e dell’ambiente. E noi siamo la comunità giusta per questo compito.

Fonte: il cambiamento

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Api: passo avanti Ue verso il bando dei pesticidi killer

La maggioranza dei Paesi UE ha votato ieri a favore della proposta della Commissione Europea per il bando temporaneo di tre pesticidi riconosciuti a livello scientifico come altamente nocivi per la salute delle api.ape8

I neonicotinoidi rappresentano un “rischio acuto” per le api

La maggioranza dei Paesi UE ha votato ieri a favore della proposta della Commissione Europea per il bando temporaneo di tre pesticidi riconosciuti a livello scientifico come altamente nocivi per la salute delle api. Si tratta di Imidacloprid e Clothianidin prodotti dalla Bayer e del Thiamethoxam di Syngenta. “Il voto di oggi ci dice chiaramente che esiste una forte determinazione a livello scientifico, politico e civile a sostenere il bando. Adesso la Commissione deve fermare immediatamente l’uso di questi pesticidi, il primo passo per proteggere colture ed ecosistemi. Qualunque tentennamento significherebbe cedere di fronte alle pressioni di giganti come Bayer e Syngenta” afferma Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace Italia. Imidacloprid, Clothianidin e Thiamethoxam appartengono al gruppo dei neonicotinoidi, pesticidi che, generalmente, vengono utilizzati per la concia delle sementi. In Italia, l’utilizzo di questi tre prodotti per il trattamento dei semi è già sospeso dal 2008, ma continuano a essere diffusi in ambiente anche nel nostro Paese sotto forma granulare per la disinfestazione dei suoli e come spray per i trattamenti fogliari. Come specificato nei pareri dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) pubblicati all’inizio di quest’anno (gli stessi che hanno dato il via alla proposta di bando della Commissione Europea), i neonicotinoidi rappresentano un “rischio acuto” per le api. Studi scientifici hanno inoltre confermato che esiste un rapporto diretto tra l’uso di neonicotinoidi, anche a basse dosi, e la diminuzione delle difese immunitarie delle api, danni al sistema neurologico e fisiologico, e alterazioni nei modelli comportamentali legati alla ricerca di cibo dunque alla sopravvivenza. Anche l’Agenzia Europea dell’Ambiente ha recentemente diffuso un rapporto sui pesticidi che ci mette in guardia sui pericoli che corriamo se continueremo a ignorare il problema. Greenpeace sostiene che Syngenta e Bayer stanno portando avanti una dura campagna di pressione nel tentativo di ritardare il bando dei neonicotinoidi, fingendo di non sapere o ignorando consapevolmente i dati scientifici sulla tossicità di questi pesticidi. Imidacloprid, Clothianidin e Thiamethoxam non sono nemmeno gli unici prodotti di queste aziende a minacciare la sopravvivenza delle api e degli altri insetti impollinatori. Nel rapporto di Greenpeace “Api in declino”, oltre ai tre neonicotinoidi, vengono individuati altri quattro pesticidi killer delle api, prodotti da Syngenta, Bayer, BASF e altre aziende. Con la campagna SalviamoLeApi, Greenpeace chiede la rimozione di questi pesticidi dal mercato: il primo e indispensabile passo verso un’agricoltura sostenibile. “Il declino delle api è uno degli effetti più visibili e inequivocabili del fallimento dell’agricoltura di stampo industriale, che inquina l’ambiente e distrugge i migliori alleati degli agricoltori, gli insetti impollinatori. È ora di smettere di incentivare pratiche agricole intensive basate sull’uso della chimica, per investire, invece, nello sviluppo di un’agricoltura di stampo ecologico e sostenibile sul lungo periodo”, conclude Ferrario. Anche il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e quello dell’associazione degli apicoltori UNAAPI Francesco Panella hanno commentato la notizia diffusa da Bruxelles. “Salutiamo positivamente la notizia dell’esito della votazione del comitato Ue sulla moratoria di due anni su tre tipi di pesticidi dannosi per molti insetti e in particolare per le api. Nonostante l’Italia sia tra i paesi che hanno votato contro questa decisione, per motivi legati alla maggiore regolamentazione dell’uso di queste molecole, stimiamo positivamente il fatto che il voto a favore espresso dalla maggioranza dei paesi membri corrisponda all’opinione più diffusa tra i cittadini e gli operatori del settore europei”. “Ora – hanno concluso – attendiamo fiduciosi la formalizzazione della moratoria da parte della Commissione”.

Fonti: Greenpeace, Legambiente, UNAAPI

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API: NESSUN DIVIETO PER I PESTICIDI KILLER

 

Nessun divieto per i pesticidi killer delle api. L’Unione europea ha respinto il provvedimento: i neonicotinoidi che uccidono le api non sono stati banditi. Al termine di due giornate di discussioni Bruxelles ha annunciato che sulla proposta non c’è stata né una maggioranza a favore né una contraria.

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Nessun divieto per i pesticidi killer delle api. L’Unione europea ha respinto il provvedimento: i neonicotinoidi che uccidono le api non sono stati banditi. Al termine di due giornate di discussioni Bruxelles ha annunciato che sulla proposta non c’è stata né una maggioranza a favore né una contraria. A favore, si sono pronunciati 13 Stati, tra cui l’Italia, 9 i contrari e 5 gli astenuti. La Commissione rifletterà ora sui prossimi passi da farsi. Greenpeace aveva esortato i governi europei chiamati ad esprimersi sul divieto parziale a tre neonicotinoidi che hanno dimostrato di danneggiare pesantemente le api a non cedere alle pressioni dell’industria dei pesticidi, ma di proteggere l’agricoltura europea vietando queste sostanze, come già diversi pareri scientifici invitano a fare. Il servizio di impollinazione delle colture svolto dalle api e dagli altri insetti impollinatori si stima che abbia un valore di circa 22 miliardi di euro per l’agricoltura europea. In seguito alla pubblicazione di una serie di allarmanti studi scientifici sugli effetti negativi dei neonicotinoidi, la Commissione Europea ha proposto lo scorso gennaio il divieto in discussione nei giorni scorsi dagli Stati membri dell’UE. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e l’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) hanno entrambe pubblicato rapporti specifici, sollecitando una drastica azione. Il divieto proposto riguardava tre pesticidi di Syngenta e Bayer (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam), che sono estremamente tossici per le api e per questo già oggetto di specifico bando temporaneo in Italia, limitato però alla sola concia delle sementi. “La comunità scientifica italiana, europea e mondiale ha messo in guardia più volte sul pesante contributo che neonicotinoidi e altri pesticidi apportano al drammatico declino delle api. Agire con urgenza per vietare questi prodotti, sia nella concia che nelle altre formulazioni, insieme agli altri pesticidi killer delle api, è il passo più urgente ed efficace per salvare le api e la loro opera essenziale per la nostra agricoltura e il nostro ecosistema”, ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace. In tutta risposta, le aziende agrochimiche hanno dato il via a forti azioni di comunicazione e pressioni politiche nel tentativo di scongiurare l’adozione di un divieto su scala europea. Tutto ciò nonostante il fatto che le previsioni catastrofiche dell’industria agrochimica sulla necessità dei neonicotinoidi per prevenire colossali perdite di raccolto rimangono infondate. I neonicotinoidi vengono irrorati su foglie, distribuiti sul suolo come geodisinfestanti o utilizzati come rivestimento delle sementi, e vengono poi assorbiti e distribuiti in tutta la pianta durante la crescita. Divieti parziali per i neonicotinoidi sono già in vigore in Italia, Francia, Germania e Slovenia. I tre prodotti oggetto di bando temporaneo nel nostro Paese dal 2008 (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam) sono estremamente tossici per le api, con tossicità acuta orale a 4-5 ng/ape.

Fonte: il cambiamento