Italiani più veg, più attenti alla sostenibilità e al risparmio: l’Eurispes “fotografa” una crescente consapevolezza

Il Rapporto Eurispes 2018 “fotografa” l’italianità in tutte le sue caratteristiche, positive e negative: abitudini, scelte, tendenze che vanno per la maggiore, convinzioni. Fra queste ci sono anche segnali incoraggianti.9750-10527

Magari sono segnali ancora timidi, sicuramente graduali, ma qualcosa c’è. Il Rapporto Eurispes 2018 indica che nell’acquisto di beni alimentari gli italiani prediligono innanzi tutto i prodotti Made in Italy (74,1%). Molti (53,1%) acquistano spesso prodotti con marchio Dop, Igp, Doc. In oltre la metà dei casi (59,3%) ad essere privilegiati sono i prodotti a km zero e nell’80,4% quelli di stagione. Più basso invece, il numero (39,4%) di chi acquista spesso prodotti biologici. Il 75,4% dei consumatori controlla l’etichettatura e la provenienza degli alimenti; evita di comperare prodotti nei negozietti etnici (62%) e di marche che non conosce (66,9%). Il 59,9%, inoltre, preferisce non acquistare prodotti contenenti olio di palma. Il 7,6% del campione segue una dieta vegetariana o vegana. In particolare, il 4,6% degli intervistati si dichiara vegetariano (-2,5% rispetto al 2016) mentre i vegani raggiungono il 3% della popolazione (erano l’1%). Anche la sharing economy è entrata nell’ottica italiana, almeno in qualche sua parte: quasi 2 persone su 10 usano il car sharing, ad esempio. Nell’era della condivisione, il 18,6% degli italiani ha usato il servizio di car sharing (+7,5% rispetto al 2016), il 17,1% ha utilizzato biciclette pubbliche con il servizio di bike sharing (+9%), il 15,4% ha provato il servizio di ride sharing (+5%) e il 14,7% ha condiviso libri tramite la pratica del bookcrossing (+1,7%); solo l’8,4% ha fatto couchsurfing(+3,8%), mentre il 6,2% ha condiviso un ufficio con il coworking (+1,1%). I cambiamenti climatici fanno paura al 77,5% degli italiani. La larga maggioranza è disposta ad adottare comportamenti di virtuosi per risparmiare energia elettrica e acqua. Ma occorre sottolineare che tra il 2008 e il 2018 i timori dell’opinione pubblica sulla questione dei cambiamenti climatici, pur restando largamente condivisi, sono complessivamente diminuiti: dall’81,5% del 2008 al 77,5% del 2018. Ridurre i consumi quotidiani al fine di limitare il riscaldamento terrestre è un comportamento da adottare, ma che serve solo se lo fanno in tanti tutti i giorni (è quello che pensa il 41% della popolazione italiana, nel 2008 la pensava così il 34,9% dei cittadini); sono invece convinti che si tratti di una strategia giusta da adottare sempre e comunque il 23% degli italiani (erano il quasi il 40% nel 2008). Un cittadino su 5 pensa al riscaldamento terrestre come un problema troppo grande, che il singolo non può affrontare (+6,7 rispetto al 2008). Per risparmiare energia elettrica e acqua, si è pronti ad usare meno il riscaldamento durante l’inverno (61,4%) e i condizionatori in estate (70,3%), a diminuire i consumi di acqua (72,6%), a far installare pannelli fotovoltaici (61,6%), ad acquistare lampadine a basso consumo energetico (81,6%), a prendere meno l’automobile privata (61,9%). Bene, se da oggi stesso tutti mettessero in pratica tendenze, convinzioni e opinioni su sobrietà e decrescita, avremmo già fatto un enorme passo avanti. Che aspettiamo?

Fonte: ilcambiamento.it

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Vaccini a valanga: la rabbia degli italiani

Vaccini a valanga, con furia, fretta e con la minaccia costante di sanzioni, rifiuti, provvedimenti, sospensione della patria potestà. È la strada che ha scelto il governo, ma una valanga di critiche e proteste lo sta travolgendo.9564-10325

«Davanti ai mezzibusti che spiegano il decreto vaccini, quanti si sono straniti come me per questa improvvisa efficienza, multe salate, controlli serrati? Quanti hanno pensato: che strana questa risposta pronta dello stato, questo pugno di ferro che non si è mai visto, contro l’evasione fiscale, contro la mafia, gli abusi edilizi, la corruzione, l’inefficienza generale?».  Ci voleva Sabina Guzzanti per dare voce a ciò che molti si chiedono dopo la furia con cui è stato dato l’ok dal Consiglio dei ministri al decreto legge che porta a 12 le vaccinazioni obbligatorie per poter frequentare gli asili e le scuole materne. Per le elementari, le medie e i primi due anni di superiori (quindi fino all’assolvimento dell’obbligo scolastico dei 16 anni) invece andrà bene versare soldi cash allo Stato, sotto forma di multe dai 500 ai 7500 ogni anno. Inoltre i genitori che non faranno vaccinare i figli, anche se pagheranno le sanzioni, saranno segnalati al Tribunale dei minori che (molto teoricamente! Ricordiamoci le battaglie condotte vent’anni fa) potrebbero sospendere la patria potestà ai fini della somministrazione coatta delle vaccinazioni. E se succede qualcosa al bambino che viene vaccinato? Un effetto collaterale anche grave? Intanto, i presidi che si rifiuteranno di segnalare all’Ausl i bambini non vaccinati rischiano la denuncia per omissione. Un quadro che ha ben poco da invidiare al Ventennio e questo in una condizione di assoluta assenza di emergenze epidemiche tali da giustificare interventi di questa portata e una simile espropriazione di diritti.

«Non pensate anche voi che se avessero a cuore la salute dei bambini farebbero qualcosa per la terra dei fuochi, per l’ambiente, per tutti i veleni contenuti nel cibo?» ha aggiunto la Guzzanti.

In questi giorni non sono mancate nemmeno le voci critiche di medici e ricercatori.

Scrive sul suo blog Antonio Clavenna, Capo dell’Unità di Farmacoepidemiologia presso il Laboratorio per la Salute Materno Infantile dell’Istituto Mario Negri: «Ci sono due aspetti del provvedimento che mi lasciano particolarmente perplesso. Il primo è il ricorso al decreto legge: è pur vero che da anni c’è stata un’elasticità (forse eccessiva) nell’interpretare i criteri di necessità e urgenza che consentono di ricorrere a questo atto, ma su temi così delicati sarebbe stato meglio affidare direttamente al parlamento il compito di legiferare. Il secondo è l’ampio numero di vaccini a cui il provvedimento si riferisce. Il decreto Lorenzin pone l’Italia a essere tra le nazioni con il maggior numero di vaccinazioni obbligatorie e la prima in Europa (dove per altro nella maggior parte dei paesi non vige l’obbligo). Non solo, ma è un deciso cambio di rotta rispetto alle scelte della politica sanitaria degli ultimi 20 anni, che indirizzavano verso un percorso di superamento dell’obbligo vaccinale. Tra i 12 obbligatori, vi sono vaccini che hanno un beneficio che riguarda prevalentemente o esclusivamente il singolo bambino. Questo significa che sono inutili o meno importanti? No. Significa, però, che impedire a un bambino che non ha effettuato questi vaccini di frequentare il nido o la scuola dell’infanzia non è motivabile con la (comprensibile) necessità di tutelare la salute dei compagni, soprattutto dei più vulnerabili». (…) «La presenza dei  vaccini contro la meningite è, invece, davvero poco comprensibile – prosegue Clavenna – Il meningococco ha una contagiosità poco elevata: la maggior parte dei casi di contagio avviene da portatori sani del batterio, e la prevalenza di portatori sani è maggiore tra gli adolescenti e i giovani adulti. Questo significa che per ridurre la capacità del batterio di circolare  è importante vaccinare gli adolescenti e i giovani fino a 21-22 anni, mentre le vaccinazioni effettuate nell’infanzia servono soprattutto a proteggere il singolo bambino. Anche in questo caso, la probabilità che un bambino in età prescolare non vaccinato per il meningococco rappresenti un pericolo per i suoi compagni è molto bassa. Desta particolare stupore la scelta di rendere obbligatorio il vaccino contro il meningococco B: è un vaccino introdotto in commercio da pochi anni e inserito nel calendario vaccinale solo a gennaio con il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale. Molte nazioni europee hanno scelto di non inserirlo nei programmi di vaccinazione perché il costo economico è maggiore rispetto ai benefici prodotti (alcuni paesi lo raccomandano, ma il costo dell’acquisto è a carico delle famiglie). A oggi l’efficacia sul campo e nella pratica del vaccino contro il meningococco B necessita di essere approfondita: dai dati disponibili sembra, per esempio, che l’efficacia protettiva si riduca dopo 2 anni e che il vaccino potrebbe non essere in grado di ridurre i portatori sani. Inoltre, i casi di meningococco B si concentrano nei bambini minori di 4 anni e in particolare nel primo anno di vita. L’esclusione dalle scuole dell’infanzia dei non vaccinati contro il B ha davvero poco senso (tra l’altro, un bambino vaccinato nel primo anno di età potrebbe anche non essere più coperto dal vaccino)».

E sempre Clavenna scriveva poco tempo fa: «Rispetto alle misure coercitive per le vaccinazioni (di cui l’obbligo per l’iscrizione al nido è un esempio) non si tratta di avere differenti visioni sui vaccini, ma sul modo di intendere la società in cui viviamo e il ruolo che la medicina e la scienza devono avere. Si tratta di scegliere se la comunità deve essere capace di includere, coinvolgere, e di tollerare/gestire il dissenso o se la medicina e la scienza debbano avere la possibilità di decidere al posto del paziente. Decidere se i cittadini debbano essere sudditi o sovrani».

E prosegue: «Da vent’anni è stato avviato un percorso per il superamento dell’obbligo vaccinale, di cui si parla nei piani nazionali dei vaccini che si sono succeduti nel tempo. Un percorso stimolato dal parere del Consiglio Superiore di Sanità, espresso nella seduta del 15 novembre 1995, che “ravvisava l’opportunità di considerare, in virtù dell’evoluzione culturale ed economica della società italiana, lo spostamento delle vaccinazioni dagli interventi impositivi a quelli della partecipazione consapevoli della comunità” (citazione tratta del PNV 1999-2000). Con il Decreto del Presidente della Repubblica del 26 gennaio 1999 è stato abolito l’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione a scuola. Il piano vaccini del 2005-2007 identificava (a pagina 66) alcuni requisiti necessari per permettere alle regioni di sperimentare la sospensione dell’obbligo, misura attuata dalla regione Veneto a partire dai nati del 2008. Non si è trattato, dunque, come sostenuto da alcuni, di un’azzardata decisione di improvvidi governanti, ma di una scelta avvenuta all’interno di un percorso condiviso con il Ministero della Salute. Ecco, invece, che dopo vent’anni il superamento dell’obbligo non sembra essere più considerato un obiettivo da raggiungere (stando ai provvedimenti approvati o in discussione in alcune regioni e alle notizie riportate dai media); al contrario si prospetta un suo potenziamento, sia come allargamento ad altri vaccini che per la reintroduzione dell’obbligo scolastico. Sembra un’improvvisa inversione di marcia. Paradossalmente, chi oggi continua a sostenere la necessità di superare l’obbligo è ritenuto un eretico. E considerando la numerosità delle voci che entusiasticamente lo difendono appare incredibile che possa essere stato messo più volte nero su bianco nei piani nazionali vaccini».

E il morbillo? È una «malattia per cui non è mai stata raggiunta (né tanto meno mantenuta nel tempo) una percentuale di vaccinati maggiore del 95%. Questo significa che rimaniamo esposti al ripresentarsi di epidemie ogni 3-4 anni. Nel caso del morbillo, quindi, la situazione che stiamo affrontando in questo periodo non è direttamente collegabile al “calo vaccinale”. A rendere particolarmente complesso il ragionamento riguardante il morbillo c’è il fatto che le sole coperture elevate in età infantile non sono da sole sufficienti per eliminare la malattia».

Nel dibattito emerge la voce critica (una delle pochissime tra i media mainstream) di Guglielmo Pepe, giornalista, sul suo blog su La Repubblica.

«Vaccini a valanga dunque, senza se e senza ma – scrive – ma una società democratica non impone senza aver prima tentato altre strade. Che sui vaccini sono state escluse a prescindere. Perché si è voluta fare una campagna ideologica, forzando in modo fazioso le situazioni di fatto. Perché l’oltre 93 per cento di vaccinazioni per quelle obbligatorie, non rappresenta una emergenza (perfino il premier Gentiloni lo afferma), e su questo calo, progressivo ma lento, si poteva lavorare, convincendo soprattutto i medici scettici. Perché i duemila e passa casi di morbillo, che stanno dando segnali di decrescita, non sono numeri da epidemia sanitaria, come una parte della comunità scientifica sostiene. Perché i calendari vaccinali pubblici che si sovrappongono a quelli privati delle aziende, alimentano solo i dubbi. Perché i controlli della vaccino-vigilanza fanno ridere i polli. Ed è poco responsabile decidere di moltiplicare le vaccinazioni obbligatorie, senza mettere preventivamente in funzione un sistema di controlli, sugli effetti negativi, degno di questo nome (e non è un motivo valido quello di chi dice che le reazioni avverse sono pochissime: anche se fossero rare andrebbero registrate, catalogate, analizzate). Oggi nelle Asl non hanno registri telematici ad hoc, i medici non raccolgono le segnalazioni e non riportano gli effetti negativi che proseguono oltre le 36 ore di ordinanza. Perché, come sostengono le società scientifiche in un documento di due giorni fa a proposito degli incrementi di malattie da non vaccino, il problema non riguarda solo gli asili e le materne e le scuole dell’obbligo, ma anche tutto il personale scolastico e soprattutto, come nel caso del morbillo, il personale sanitario, a rischio di infezione e “veicolo” di infezione. Perché c’è una impostazione ideologico-dirigista sui vaccini che metà Europa neanche si sogna di adottare (e parlo di paesi a democrazia avanzata, e civilmente molto più avanti di noi). Portando da 4 a 12 i vaccini obbligatori facciamo i primi della classe, mentre il nostro Servizio sanitario nazionale fa acqua da parecchie parti, con tagli vistosi al Fondo sanitario come denunciano associazioni, medici, sindacati, studiosi, ricercatori.  Non faccio previsioni su quanto accadrà. Però chi vince senza convincere non dimostra autorevolezza bensì prepotenza. Mascherandosi dietro la difesa della salute dei bambini alla quale tengono sicuramente tutti i genitori. Compresi i dubbiosi e i no vaxx. Perciò chi addita queste madri, questi padri, come irresponsabili, non merita alcuna considerazione.  Infine le multe: si tratta di un provvedimento davvero sconcertante perché chi potrà pagarle continuerà a dissentire, chi non potrà dovrà adeguarsi. Siamo dunque alla vaccinazione classista, alle punizioni in base al reddito. Se questa è la mediazione tra le posizioni Lorenzin e Fedeli, peggiore soluzione non poteva essere trovata».

Chi vuole opporsi a un obbligo aggressivo e totalitario? Molte associazioni stanno studiando azioni legali. Tra queste, il Codacons che ha annunciato l’impugnazione del decreto. Poi si stanno mobilitando con iniziative associazioni come il Comilva, Assis e altri comitati e gruppi che sono sorti in tutta Italia. E’ stata anche avviata una raccolta di firme che potete sottoscrivere QUI

 

Fonte: ilcambiamento.it

Riciclo incentivante: da Nord a Sud i progetti che cambiano le abitudini degli italiani

Riciclare correttamente per risparmiare su tasse dei rifiuti e bollette o per ricevere buoni sconti e premi: sono ormai decine i progetti che in tutta la Penisola mettono al centro il riciclo incentivante per promuovere l’economia circolare grazie alla tecnologia avanzata degli eco-compattatori di Eurven.
Le regioni più virtuose si confermano quelle del Nord, ma cresce l’attenzione al riciclo anche tra gli abitanti del Centro e del Sud Italia.

 

 

 Non è un segreto che sempre più italiani abbiano un occhio attento al corretto smaltimento dei rifiuti, complice la diffusione della raccolta differenziata sul territorio nazionale, ma anche dell’arrivo di esperienze innovative e vantaggiose per l’utenza come i compattatori incentivanti di Eurven.
L’azienda veneta leader nel settore dei compattatori, infatti, da anni lavora perché su tutto il territorio nazionale si diffondano progetti in grado di rendere la raccolta differenziata un gesto non solo corretto per l’ambiente, ma anche vantaggioso per le tasche dei cittadini.
Collocati in scuole, fabbriche, ospedali, supermercati, stazioni, aeroporti, centri commerciali, comuni e piazze di tutta Italia, i sistemi di raccolta – incentivanti e non – sono in grado di raccogliere mediamente 1.000 bottiglie di plastica al giorno, per un totale di circa 27 milioni di bottiglie al mese.
Cash for trash: le municipalizzate italiane riducono le tasse sui rifiuti
Innovazione e riciclo sono le parole chiave di “Cash for Trash”, il progetto che, in collaborazione con l’app 2Pay e con le municipalizzate italiane, permette di ridurre la tassa sui rifiuti. I cittadini che conferiscono correttamente i rifiuti negli eco-compattatori possono accedere agli sconti offerti dall’associazione commercianti del territorio o dai supermercati e ottenere 1 centesimo per ogni pezzo consegnato sul proprio borsellino elettronico tramite 2Pay, l’app su smartphone che semplifica il processo di pagamento abbattendo i costi delle transazioni. L’importo maturato può essere speso nei negozi convenzionati, per pagare la bolletta dei rifiuti o essere inviato al proprio conto corrente. Il progetto ha preso il via con il supporto di Evergreen in Veneto, Toscana, Liguria, Campania ed Emilia Romagna.

A Nord i cittadini risparmiano sulla Tari
Le regioni più virtuose sono quelle del Nord, dove si concentra oltre il 60% dei riciclatori incentivanti targati Eurven. Apripista il Veneto con numerosi progetti attivi, tra cui “Equaazione – Tu ricicli, io ti pago” che ha preso il via nei comuni di Conegliano, Adria, Piove di Sacco e Monselice e che sarà attivato tra marzo e aprile anche a Vittorio Veneto, Oderzo, Soresina, Piadena e Lavarone. Il progetto permette ai cittadini più virtuosi di risparmiare sulle tasse, riconoscendo un centesimo per ogni bottiglia inserita e pagando la TARI annuale al cittadino che nel mese avrà riciclato di più. I centesimi accumulati con il riciclo vengono scalati direttamente dalla bolletta della luce. Da fine gennaio ad oggi sono stati circa 250.000 i conferimenti nei quattro comuni in cui è già attivo l’eco-compattatore.
Ottimi risultati anche a Este (PD), dove presso il Centro Commerciale Extense con il progetto “Riduci, Ricicla, Ricompensa” sono state recuperate in soli due mesi 41.380 bottiglie di plastica: il macchinario premia i clienti consegnando loro buoni sconto da spendere presso i negozi del Centro Commerciale, compreso l’ipermercato Interspar.
In provincia di Belluno spicca il progetto “Acquistare Riciclando Feltre” promosso dal comune di Feltre, dove è stato inaugurato un eco-compattatore per raccogliere bottiglie di plastica, lattine e scatolame in acciaio. Installato a metà gennaio 2017, ha da subito suscitato curiosità da parte dei cittadini: ad oggi sono oltre 24.000 i pezzi conferiti. I coupon ricevuti in cambio dei rifiuti possono essere spesi presso oltre cinquanta attività commerciali del luogo e i musei comunali: con due coupon si può avere un biglietto d’ingresso ridotto anziché intero.
Molto particolare il progetto del Politecnico di Torino: si tratta di un compattatore di bottiglie in PET basato sull’interazione, che si propone di studiare i comportamenti dell’utente finale per proporre nuovi servizi. A ogni bottiglia consegnata al BlueTotem corrisponde una risposta interattiva sul video touch: l’utente può esprimere desideri e pareri sui progetti per lo stesso Campus e visualizzare una mappa interattiva costantemente aggiornata con le reazioni di tutti gli utilizzatori e la rete dei soggetti coinvolti nel corretto riuso del PET.

Al Centro Italia i rifiuti si trasformano in acqua
Al Centro il Lazio è tra le regioni con più installazioni di eco-compattatori e progetti. Tra i più interessanti c’è il progetto “Greeny Ecopunti – La plastica si trasforma in acqua” di Genazzano (RM) che mostra come anche i rifiuti possano trasformarsi in un bene prezioso: conferendo le bottiglie di plastica nell’eco-compattatore, i cittadini  ricevono in cambio ecopunti da caricare su una card e da utilizzare per prelevare gratuitamente l’acqua presso la Casa dell’AcquaSi (Lorenzoni). In un mese, il macchinario ha raccolto oltre 15.000 bottiglie di plastica.
Anche in Umbria crescono le iniziative: a Gubbio è partito a febbraio 2017 “Ricompattiamoci” con il posizionamento di due ecocompattatori. Gli abitanti della città possono conferire le bottiglie di plastica nelle macchine, inserire il codice fiscale dell’intestatario della tassa sui rifiuti e ritirare l’eco-bonus. Lo scontrino può essere utilizzato presso le attività commerciali del territorio aderenti, consultabili sul sito www.ricompattiamoci.it, oppure per ottenere uno sconto sulla TARI di 5 euro ogni 300 conferimenti o di 10 euro ogni 600 conferimenti. In 28 giorni di attività ci sono stati 12.000 conferimenti ciascuna, per un totale di 24.000. I cittadini che si sono identificati attraverso tessera sanitaria sono stati 450 e 5 di loro hanno già superato la soglia  dei 200 conferimenti.
Ad Assisi (PG) invece sono le scuole a cogliere l’opportunità di fare educazione ambientale attraverso il riciclo incentivante: all’interno di due istituti comprensivi sono stati installati i RAEE box, punti di conferimento incentivanti che in cambio di vecchi dispositivi erogano sconti e bonus a studenti e cittadini.

Sud Italia: Molise e Basilicata premiano cittadini e commercianti
Riciclare e sostenere i piccoli esercenti locali è lo scopo di Mon€y4Trash, l’innovativo progetto lanciato a fine gennaio dal Comune molisano di Gambatesa: conferendo bottiglie in plastica PET e lattine, infatti, non soltanto i cittadini ricevono sconti da spendere presso i negozi aderenti, ma anche i commercianti hanno la possibilità di risparmiare concretamente. Conservando gli scontrini erogati dal macchinario incentivante, gli esercenti possono detrarre la somma accumulata dalla TARI annuale. I cittadini hanno dimostrato grande sensibilità nei confronti dell’iniziativa: in media, vengono raccolti 1.500 rifiuti al giorno, tra lattine e bottiglie di plastica
Anche a Latronico, in provincia di Potenza, il progetto “La banca del riciclo” premia sia cittadini che commercianti: per ogni bottiglia di plastica o lattina conferita, il macchinario eroga al cittadino virtuoso un Ecopunto del valore di 0,08 centesimi di euro. Conservando gli Ecopunti dei clienti e arrivando ad un ammontare di almeno 20 euro (oppure un qualsiasi importo ma solo dopo 4 mesi), i commercianti che aderiscono all’iniziativa potranno essere rimborsati monetariamente dell’intera somma presentando gli scontrini in Comune. Dal 21 febbraio ad oggi sono stati conferiti nel macchinario 5.270 imballi.
“Dal Nord al Sud, tutti questi progetti mostrano come in Italia il riciclo incentivante sia la formula vincente per promuovere l’economia circolare”, spiega Carlo Alberto Baesso, General Manager di Eurven. “Riciclare correttamente per risparmiare su tasse dei rifiuti e bollette o per ricevere buoni sconti e premi è sicuramente un incentivo che stimola i cittadini e che permette di avere ricadute positive su economia locale e ambiente”.

 

 

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Chi è Eurven

Eurven è leader nei sistemi a monte di raccolta differenziata, compattazione e riciclo rifiuti. Tra i suoi clienti Coca Cola, Ikea, San Benedetto, Despar, Conad, Coop, Pam, Panorama, Autogrill, Unes, Gardaland, Mirabilandia, Leroy Merlin e molti altri.

Maggiori informazioni su: www.eurven.com

 

 

Fonte: agenziapressplay.it

 

Gli italiani e il senso civico, ecco i dati del sondaggio Ipsos-Comieco

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Gli affetti si confermano al primo posto nelle priorità, seguiti da aspetti legati alla qualità della vita e dai valori e dall’impegno individuale. La raccolta differenziata secondo l’86% degli italiani rappresenta una delle pratiche più semplici per contribuire al benessere della collettività.

Gli affetti si confermano anche quest’anno al primo posto nelle priorità degli Italiani, seguiti da aspetti legati alla qualità della vita (salute, sicurezza per il futuro, ecc) e dai valori e dall’impegno individuale. Continua quindi il ripiegamento su se stessi in atto dal 2004, con un indice di fiducia verso gli altri che si attesta oggi al 37%. Per circa il 60% degli intervistati, è proprio in famiglia che si forma la nostra propensione al senso civico; non è tuttavia da sottovalutare il ruolo della scuola, ritenuta dal 58% degli Italiani il soggetto più idoneo a stimolare il civismo nelle giovani generazioni. Rispetto ai valori che stanno alla base del senso civico, gli Italiani sono stati classificati in 5 “tribù di civicness” dai più individualisti a quelli più votati alla collettività. In base a questa classificazione gli italiani si confermano sempre più ‘Latini’, caratterizzati cioè da grande individualismo e da grande senso di appartenenza territoriale: in questa tribù si riconosce 1 italiano su 2. Sono sempre meno, invece, i “Samurai(3%), coloro che credono maggiormente nel valore delle istituzioni, e gli “Eschimesi” (10%), fortemente legati ai valori collettivi. Ma di fronte a momenti di difficoltà e situazioni di emergenze, rispetto e senso civico tornano ad essere i valori più sentiti indipendentemente dalla tribù di provenienza. Lo ha dimostrato ancora una volta la reazione dei cittadini delle zone colpite dal sisma del centro Italia del 2016 che, per il 91% degli intervistati ha saputo alzarsi e reagire meglio rispetto a quanto successo per altri eventi catastrofici. Questa grande emergenza è riuscita a smuovere la collettività e risvegliare in tutti la solidarietà: 9 italiani su 10 hanno riscontrato un grande impegno da parte dei cittadini negli aiuti concreti per i terremotati. Altrettanto positivamente è stata giudicata l’iniziativa di Comieco che, a settembre 2016, ha fatto un appello e coinvolto i cittadini in una speciale raccolta differenziata di carta e cartone a sostegno delle zone colpite dal terremoto a seguito della quali il Consorzio ha potuto donare oltre 255 mila euro ai sindaci dei comuni coinvolti dal sisma.   Anche in questa modalità, dunque, la raccolta differenziata si è confermata uno dei più importanti indicatori di senso civico e rientra in quell’attenzione ai temi ambientali e alla sostenibilità che è sempre più in crescita e ad oggi si attesta sul 94%.  La raccolta differenziata è senza dubbio un gesto semplice ed è entrato ormai nel nostro quotidiano: secondo l’86% degli italiani rappresenta una delle pratiche più semplici e immediate per contribuire al benessere della collettività e non solo un modo per smaltire i rifiuti.

Fonte: ecodallecitta.it

 

L’inquinamento accorcia la vita degli italiani

Secondo il Ministero della Salute, l’inquinamento dell’aria accorcia la vita di dieci mesi.ilva

Sono stati resi noti quest’oggi i dati relativi al progetto Viias sulla mortalità attribuibile all’inquinamento dell’aria in Italia. Sono 30mila le vittime annuali del combinato di particolato, biossido di azoto e ozono, il 65% delle quali al Nord e con un’incidenza del 7% sulla mortalità complessiva. Insomma non si è certo ai livelli insostenibili della Cina, ma di inquinamento, in Italia, si continua a morire. Ben 5mila sono le vittime nella sola provincia di Milano, la più urbanizzata e inquinata d’Italia. Il rapporto traccia una strada per il futuro e spiega come 11mila vite all’anno potrebbero essere salvate, entro il 2020 se venissero rispettati i limiti di legge per l’inquinamento.

Le soluzioni? Innanzitutto la riduzione del traffico provato a favore della mobilità sostenibile (trasporto pubblico, pedonalizzazione e biciclette), poi un regolamento più severo sulla combustione delle biomasse. Gli effetti dell’inquinamento sono particolarmente gravi nel Nord Italia dove l’aspettativa di vita si riduce di 14 mesi, mentre nel Centro Italia la riduzione dovuta all’inquinamento è di 6,6 mesi e al Sud e nelle Isole di 5,7 mesi. In un’ottica nazionale l’accorciamento medio dell’aspettativa di vita è di 10 mesi. La maglia nera spetta alla Lombardia con 164 decessi attribuibili ai PM2,5 ogni 100mila residenti. Seguono, nettamente distaccate, l’Emilia Romagna e il Veneto con tassi, rispettivamente, di 124 e 111 decessi ogni 100mila abitanti. Il rapporto Viias disegna due scenari ottimistici per il 2020: nel primo si auspica il rispetto dei limiti di legge, nel secondo una diminuzione del 20% degli inquinanti. In entrambi i casi si salverebbero fra le 10mila e le 20mila vite l’anno.

Fonte:  Corriere 

Ambiente, differenziata e RAEE: italiani sempre più sensibili, informati e consapevoli

Da una recente indagine emerge che gli italiani sono sempre più interessati e consapevoli in materia di ambiente, raccolta differenziata e corretto smaltimento dei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). Le risposte sono positive e i risultati molto incoraggianti, anche se si può ancora – e si deve – migliorare.

 

Sono stati presentati a Roma i risultati di un’indagine sulla consapevolezza degli Italiani in materia di ambiente, raccolta differenziata e RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). La ricerca, intitolata “Conosciamo l’ambiente?” e realizzata da Adiconsum  (Associazione di consumatori) ed Ecodom  (Consorzio Italiano Recupero e Riciclo Elettrodomestici), dimostra che gli italiani hanno un’elevata sensibilità verso i temi ambientali.

L’indagine è stata realizzata nell’ultimo trimestre del 2014, sottoponendo a 2.500 consumatori un questionario online suddiviso in tre parti, che riguardavano

1) la conoscenza della questione ambientale in generale,

2) la conoscenza specifica dei RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche),

3) le problematiche della raccolta differenziata (nel proprio Comune/a livello locale).RAEE3

L’obiettivo era quello di rispondere a domande quali: “che rapporto hanno gli italiani con l’ambiente? adottano comportamenti sostenibili anche nella vita di tutti i giorni? hanno informazioni adeguate su come differenziare i rifiuti? sanno dove smaltire il vecchio cellulare, la lavatrice o il frigorifero?”.

Ma andiamo con ordine. Per quanto riguarda il tema della qualità ambientale, solo il 13% degli intervistati ritiene che la qualità dell’ambiente in cui vive sia “buona” o “ottima”, mentre un 40% afferma che è “discreta” e per il restante 47% è “sufficiente” o “scarsa”. Un dato molto interessante è che l’83% del campione dichiara di sentirsi “moltissimo” e “molto” responsabile e coinvolto in prima persona della salvaguardia dell’ambiente, anche se – al tempo stesso – il 71% sostiene che le responsabilità maggiori non siano da attribuire ai singoli ma piuttosto alle istituzioni.RAEE

Fonte: indagine DOXA per Ecodom

 

Rispetto al secondo tema, le risposte sono positive e incoraggianti: il 70% degli intervistati, infatti, è in grado di dare una definizione corretta di RAEE e il 90% afferma di essere informato che è obbligatorio fare la differenziata anche per le apparecchiature elettriche ed elettroniche. Per quanto riguarda lo smaltimento dei grandi elettrodomestici o “bianchi” (frigo, lavatrice, lavastoviglie, ecc.), il 74% del campione dichiara di averli portati personalmente all’isola ecologica e il 26% di essersi avvalso del ritiro a domicilio effettuato dalla locale azienda di igiene urbana. Per lo smaltimento dei piccoli elettrodomestici, invece, solo il 10% ammette di averli buttati nel sacco della spazzatura o nel cassonetto, mentre il restante 90% dichiara che lo smaltimento corretto consiste nel portarli all’isola ecologica. Un dato singolare e degno di nota che emerge dall’indagine è che nessuno degli intervistati ha mai riconsegnato un piccolo elettrodomestico rotto al proprio negoziante. Eppure, già dal mese di aprile dello scorso anno, esiste l’obbligo da parte dei negozi con superficie superiore ai 400 mq del ritiro “uno contro zero” dei RAEE di piccole e piccolissime dimensioni. È possibile, cioè, consegnare un piccolo elettrodomestico da smaltire ad un rivenditore di grandi dimensioni senza alcuna spesa e, soprattutto, senza essere obbligati a comprarne uno nuovo. Fino a marzo 2014 era in vigore l’obbligo del ritiro “uno contro uno”, cioè il grande rivenditore, al momento dell’acquisto di un RAEE di piccole dimensioni, era obbligato a ritirare e smaltire il vecchio elettrodomestico del cliente, ma di questa vecchia norma, solo il 60% del campione ne conosceva l’esistenza.RAEE2

Ma veniamo alla raccolta differenziata: solo il 31 % del campione giudica “ottimo” o “buono” il sistema di raccolta differenziata del proprio Comune, il 22% lo giudica “discreto” e la restante metà (47%) “sufficiente” o “scarso”. L’intervista, inoltre, fa luce su una serie di importanti problematiche e criticità che dovrebbero essere affrontate e risolte al più presto: il 57% del campione ritiene inadeguato il locale servizio di raccolta a domicilio, il 29% ritiene troppo complicata la suddivisione dei rifiuti e il 14% ritiene troppo limitati gli orari di apertura delle isole ecologiche. La ricerca, infine, ha evidenziato come gli italiani che hanno risposto a questa indagine costituiscono un campione di per sé molto interessato alle questioni ambientali. I promotori dello studio sottolineano, giustamente, che i rispondenti sono stati reclutati attraverso i siti di Ecodom e Adiconsum, la pagina Facebook e il canale Twitter di Adiconsum e tramite invio alle rispettive mailing list e che, quindi, appartengono ad un target già orientato alle tematiche ambientali. Di conseguenza, le opinioni e i comportamenti emersi vanno letti come provenienti da una popolazione sensibile e informata sul tema e non possono essere rappresentativi dell’intera popolazione italiana.RAEE41

Tuttavia a questa indagine va il merito di aver consentito ai cittadini di esprimere la propria opinione sulle criticità presenti sul territorio, segnalando errori, insufficienze o inadempienze nella gestione dei rifiuti da parte degli enti locali e le mancanze dal punto di vista della corretta informazione al cittadino. Riguardo allo smaltimento dei RAEE in modo particolare, lo studio dimostra quanta strada sia stata compiuta negli ultimi anni per sensibilizzare e informare i consumatori sul loro corretto smaltimento, anche se resta ancora poco diffusa la consapevolezza sul reale livello di inquinamento prodotto dagli elettrodomestici dismessi.

“La conoscenza è il primo passo verso la consapevolezza”, ha dichiarato Giorgio Arienti, Direttore Generale di Ecodom, commentando i risultati del sondaggio. “Avere ben chiaro che il futuro dell’ambiente in cui viviamo è nelle nostre mani è un ottimo punto di partenza La conoscenza, però, è solo uno dei due elementi che servono per decidere. L’altro elemento è la volontà. La volontà di ciascuno di noi, che con i propri comportamenti può giocare un ruolo decisivo nel trasformare un ‘rifiuto’ in una ‘risorsa’ per il Paese; ma anche la volontà delle Istituzioni, cui spetta il compito sia di informare che di mettere a disposizione dei cittadini norme più semplici e servizi ambientali adeguati. È fondamentale che i consumatori siano a conoscenza di tutte le modalità disponibili per effettuare correttamente la raccolta differenziata dei RAEE. L’industria del riciclo degli elettrodomestici, quella virtuosa, soffre in Italia di un vero e proprio ‘nanismo’, perché gestisce solo 240.000 tonnellate di RAEE all’anno invece delle 800.000 che si generano ogni anno”.

Una ricerca del 2012 effettuata per conto di Ecodom da United Nations University, IPSOS e Politecnico di Milano, infatti, ha evidenziato che ogni italiano dismette quasi 13 kg di RAEE all’anno, ma di questi solo 4 kg (molto lontani dall’obiettivo della nuova Direttiva europea sui RAEE fissato a 12 kg/abitante/anno entro il 2019) vengono intercettati dal sistema gestito dai produttori di AEE-Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, che garantisce il pieno rispetto della normativa vigente e la tutela ambientale. Ciò significa che in Italia ci sono altri 9 kg per abitante – pari a circa 600.000 tonnellate all’anno – che si disperdono lungo vie non sempre legali ed eco-friendly: operatori che, seppur in possesso delle autorizzazioni, adottano processi semplificati che puntano alle materie prime seconde più remunerative senza curarsi delle sostanze inquinanti contenute nei RAEE; soggetti che tolgono dai RAEE solo le parti economicamente interessanti e abbandonano il resto in discariche abusive oppure operatori che esportano in modo illegale verso Paesi extraeuropei (Ghana, Nigeria, India, Cina) dove il trattamento è effettuato senza rispetto per le questioni ambientale, umana e sociale. Con questa analisi, Adiconsum e Ecodom hanno voluto attirare l’attenzione sull’anello iniziale della catena di gestione dei RAEE domestici – il cittadino italiano – perché questo sembra essere il tratto della catena in cui si verificano le maggiori “perdite”.  “Questa indagine”, ha sottolineato Pietro Giordano, Presidente nazionale di Adiconsum, “rappresenta un punto di arrivo ed al contempo di ripartenza di un percorso più ampio che stiamo portando avanti per promuovere un modello di mercato non più sterile e incentrato solo sul profitto, ma proiettato verso la sostenibilità. Una sostenibilità che, a nostro avviso, deve essere coniugata su più fronti: economico, sociale, ed infine, ma non ultimo, ambientale, che non possono prescindere l’uno dall’altro. La sostenibilità ambientale ha potenzialità enormi per lo sviluppo del Paese. All’informazione e alla consapevolezza dell’importanza dello smaltimento va accompagnata l’informazione e la consapevolezza dell’importanza del recupero e del riciclo”.

 

Fonte : italiachecambia.org

Solare, agli italiani piace sempre di più e l’80 per cento chiede più incentivi

E’ stato presentato il XII Rapporto “Gli italiani e il solare” in cui emerge che per l’80 per cento dei cittadini lo gradisce. Per il terzo anno consecutivo il Rapporto Gli italiani e il solare, giunto alla sua dodicesima edizione e realizzato dall’Osservatorio sul Solare della Fondazione UniVerde con la collaborazione di IPR Marketing, conferma il trend positivo degli ultimi tre anni che non è mai sceso sotto l’80 per cento, del gradimento per questa forma di energia rinnovabile. Anzi, per il 92 per cento degli italiani è proprio l’energia solare a essere amica dell’ambiente tanto che il 70 per cento degli intervistati ha preso seriamente in considerazione la possibilità di usufruirne. Grande apertura anche verso le altre fonti di energia rinnovabile che convincono il 51 per cento degli italiani per quanto riguarda l’eolico,il 38 per cento per l’idroelettrico (+6% rispetto alle rilevazioni del maggio scorso); il 19 per cento apprezza il geotermico mentre interessa al 17 per cento le biomasse. Una preferenza, dunque, che va nella strada opposta appena dettata dal governo con lo Sblocca Italia e che si fonda sulle trivellazioni nei mari della penisola.

Spiega così le percentuali Alfonso Pecoraro Scanio presidente di UniVerde:

Più dell’80% dei cittadini chiede incentivi per le rinnovabili. Se non è possibile predisporre un sistema di incentivazione economica sarebbe almeno opportuno semplificarne la burocrazia. Nonostante il Governo abbia addirittura previsto tasse sull’autoconsumo, l’Italia è tuttavia ancora il secondo produttore al mondo di energia dal sole. Dobbiamo però intervenire con lungimiranza se vogliamo rilanciare un settore economico che a partire dal 2007 ha dato lavoro a decine di migliaia di persone. È necessario diffondere le smart grids perché le rinnovabili hanno stabilizzato le reti, ridotto le dispersioni e permesso al nostro Paese di risparmiare sulla bolletta energetica. Oggi 550 mila italiani tra famiglie, enti e istituzioni beneficiano e producono energia dal sole.italiani-e-solare-620x350

Secondo il sondaggio a contrarsi maggiormente è il favore verso il nucleare sceso al 4 per cento e restano basse anche le preferenze per carbone, al 2 per cento, petrolio al 3 per cento e metano al 10 per cento. Veniamo poi a un nuovo dato che risulta particolarmente interessante e emerso a seguito del focus proposto quest’anno: Accumulo di energia e riciclo dei componenti di sistema. In pratica appena l’8 per cento degli intervistati conosce le smart grid, ovvero le reti intelligenti sostenute proprio nell’Unione Europea e con cui ogni cittadino potrà produrre o ricevere energia. Alessandro Fiocco A.d. Terna Plus e Terna Storage ha commentato:

Terna ha già fatto e continua a fare la sua parte per ammodernare e realizzare la rete elettrica in favore del pieno sfruttamento delle energie rinnovabili. La società in questi anni si è fortemente impegnata investendo già 1,3 miliardi di euro in opere concrete e previsto ulteriori 2,5 mld di euro fino al 2016 per far sì che la rete si evolva in sincronia con il nuovo sistema. Sta inoltre sperimentando sistemi di accumulo di energia localizzati nel sud Italia, dove le Fer stanno diventando la principale fonte di copertura del fabbisogno.

Infine, un dato interessante riguarda la consapevolezza del riciclo dei pannelli solari giunti a fine ciclo di vita, che risulta essere un passaggio importante per il 65 per cento dei cittadini ma che va anche sostenuto con incentivi statali. E infatti alla presentazione era presente il Cobat, Consorzio per la raccolta e riciclo di pile e accumulatori che metterà a disposizione il suo know-how fatto di 25 anni di esperienza per collaborare a nuovi sistemi di stoccaggio dell’energia prodotta.

Foto | Fondazione UniVerde@facebook

Fonte: ecoblog.it

Unione Italiana Ristoratori: “Portarsi a casa gli avanzi? E’ giusto. Gli italiani si vergognano, i turisti no”.

“Se un cliente chiede di potersi portare a casa il cibo avanzato non c’è nessun motivo per non fornirgli questo servizio. Il problema è che non lo fa quasi nessuno, si teme la brutta figura. E invece è un modo intelligente per non sprecare, né cibo né denaro” Intervista a Mario Palmieri (Vicepresidente UIR)380127

Andare al ristorante, non riuscire a terminare il cibo ordinato, e non trovare il coraggio di fermare il cameriere che porta via il piatto, perché chiedere di incartarci gli avanzi “pare brutto”. Una scena tanto comune in Italia quanto incomprensibile per un turista americano, fedele alla filosofia della doggy bag.  Di doggy bag si cominciò a parlare negli anni Settanta, quando il termine divenne di moda fra la stampa statunitense. Fin dall’inizio però, il riferimento al presunto cane in trepidante attesa di una pappa da chef, ebbe un carattere sostanzialmente ironico: non sempre le pietanze contenute nelle doggy bags finivano nella ciotola del quadrupede. Soprattutto quando l’avventore era perfettamente consapevole di non possedere alcun quadrupede.

Ma allora perché in Italia la prassi di portarsi a casa gli avanzi fa così fatica a farsi strada? Sono gli italiani che si vergognano o i ristoranti che non collaborano? Ne abbiamo parlato con Mario Palmieri, Vicepresidente di Unione Italiana Ristoratori.  “Il cliente ha tutto il diritto di portarsi a casa il cibo che non è riuscito a terminare, e – sempre che ne faccia richiesta – la cosiddetta doggy bag, per quanto il termine sia fuorviante, è una prassi condivisa e diffusa fra i ristoratori. Ma è la domanda ad essere scarsissima. Non ci dovrebbe essere nessuna preclusione da parte dei ristoratori, e infatti non c’è, ma sono i clienti a non avere questa abitudine, che invece in altri Paesi, e negli Stati Uniti in particolare, è assolutamente banale. In Italia ci si vergogna. Si ha paura del giudizio, e non solo del ristoratore, ma anche di chi è seduto agli altri tavoli. Farsi impacchettare il cibo avanzato viene ancora percepito come un segno di povertà, di bisogno”.

Secondo un sondaggio on line pubblicato da Coldiretti, un italiano su tre si sarebbe portato a casa gli avanzi almeno qualche volta, e il 10% lo farebbe regolarmente. Un risultato che sembrerebbe trovare ben pochi riscontri empirici…

Infatti non è assolutamente così. Può capitare nei locali più frequentati dai turisti, soprattutto in città come RomaFirenze o Venezia, dove forse si arriverà ad un 15-20% di richieste, ma non certo fra i locali, soprattutto se non sono giovanissimi. Fra i ragazzi è un po’ diverso, ci si fa meno problemi, ma non parlerei certo di una prassi a cui gli italiani siano avvezzi. Va anche detto però che l’opportunità di chiedere una doggy bag dipende anche dal genere di ristorante. Di solito ci si fa incartare il pesce, un buon secondo, piatti di qualità e serviti in porzioni abbondanti. Non avrebbe molto senso farlo in un luogo dozzinale o in un ristorante dalla cucina minimal insomma…
Al di là della timidezza del cliente, i ristoratori sono sempre attrezzati per venire incontro a un’eventuale richiesta?
Sarebbe un guaio se non lo fossero: per impacchettare gli avanzi di un pasto bastano delle vaschette di alluminio, mi sembra improbabile che una cucina di un ristorante non sappia dove trovarle. Oltretutto non sono necessari contenitori che garantiscano particolari prestazioni termiche, a differenza degli imballaggi da asporto per il take away. Se ordino una pizza mi aspetto che il cartone in cui è contenuta non la lasci raffreddare, ma se chiedo che mi mettano da parte gli avanzi di un pasto non pretendo certo che arrivino a casa ancora caldi.

Poco a poco cambieranno idea gli italiani?

Io credo di sì, ma sarebbe importante riuscire a diffondere una nuova filosofia della ristorazione, che in qualche modo aiuti il cliente a fare la richiesta, magari esplicitando questa possibilità per vincere l’imbarazzo.
Se la parola doggy bag è fuorviante, come si potrebbe chiamare?

Forse non ci ha ancora pensato bene nessuno. Così su due piedi, mi viene in mente qualcosa di un po’ buffo, come “fruizione del pasto risparmioso”. O “Spending review menu”. No, non è facile. Ma il concetto deve essere questo: non c’è nulla di cui vergognarsi a portarsi a casa gli avanzi. Al contrario, è un bel messaggio contro lo spreco, di denaro e di cibo.

Fonte: ecodallecitta.it

Pappa reale, miele e propoli bio stranieri spacciati per italiani: sequestrati dalla Forestale

I Forestali di Bari hanno sequestrato un ingente quantitativo di pappa reale biologica cinese venduta come biologica italiana, miele di origine serba commercializzato come miele biologico italiano e propoli con denominazione illecita Propoli D.O.C..forestale1-620x622

Ingenti quantitativi di miele serbo ma venduto come biologico italiano, propoli Doc e pappa reale bio ma proveniente dalla Cina su cui erano state apposte etichette Made in Italy sono stati sequestrati dai Forestali del Nucleo Tutela Regolamenti Comunitari e della Sezione di Analisi Criminale di Bari in collaborazione col personale dei Comandi Provinciali di Ancona e Milano, per le indagini in corso sulla sicurezza a tutela del “Made in Italy”. La frode consiste nell’aver messo in vendita prodotti stranieri spacciandoli per Made in Italy, ingannando il consumatore così circa la reale origine del miele, propoli e pappa reale. Al momento risulta una persona segnalata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trani che peraltro ha anche ha emesso un provvedimento di sequestro probatorio dei prodotti su tutto il territorio italiano. Il traffico illegale di prodotti esteri con etichetta italiana si realizzava nel Nord Italia a opera di due aziende che importavano i prodotti e che provvedevano poi a trasferirli in una terza azienda ma in Puglia. Qui avveniva l’etichettatura falsa con enorme guadagno: la pappa reale veniva acquistata a 100 Euro al chilo e rivenduta all’ingrosso a 700-800 euro al chilo, per essere poi commercializzata dalle migliori erboristerie a 12-14 euro ogni 10 grammi. Le indagini sono partite dopo le denunce inoltrate da una associazione di produttori nazionali che hanno subito gravi danni dal commercio fraudolento poiché i prodotti stranieri, spesso di basso valore commerciale e di difficile tracciabilità, entravano in concorrenza sleale con i prodotti delle aziende degli apicoltori nazionali che subiscono maggiori costi e controlli. E infatti le indagini dei Forestali proseguono ora con le analisi sui prodotti sequestrati al fine di valutare la presenza di metalli pesanti o altri contaminanti pericolosi per la salute.

Fonte/ Foto : Corpo Forestale

Lo smog e gli italiani: dati e percezioni non coincidono

Confrontando le concentrazioni di Pm10 registrate in Italia negli ultimi anni con le risposte date dai cittadini al sondaggio Istat, emerge una forte discrepanza tra le tendenze dello smog e la sua percezione. Emblematico il caso Lombardia, in cui ogni anno sono diametralmente opposte378114

L’inquinamento dell’aria rappresenta indubbiamente uno dei principali problemi ambientali, soprattutto in ambito urbano. La concentrazione di inquinanti e odori sgradevoli varia considerevolmente sul territorio, in relazione alla densità abitativa, alla concentrazione di attività economiche, al traffico stradale. È interessante perciò la dichiarazione delle famiglie italiane circa la propria percezione della presenza di tali elementi nella zona in cui vivono.
Vediamo cosa hanno risposto ai sondaggi Istat racchiusi nell’edizione 2014 del Rapporto Annuale Noi Italia.
Nel 2013, il 36,7% delle famiglie italiane segnala problemi relativi all’inquinamento dell’aria e il 18,7% lamenta la presenza di odori sgradevoli. Il confronto con il 2012 mostra una sostanziale stabilità nella quota di famiglie che evidenziano i problemi suddetti nella zona in cui abitano.  Ma è rimasto stabile anche lo smog? In realtà no. Tra 2011, 2012 e 2013 le variazioni del Pm10 sono state piuttosto ingenti, soprattutto nelle città più inquinate d’Italia,Torino Milano. Nel 2011 i risultati erano stati pessimi, soprattutto in confronto con un 2010 particolarmente positivo (Smog: 2011 annus horribilis o 2010 particolarmente fortunato?). Nel 2012 la situazione era leggermente migliorata, confermando poi la tendenza positiva anche nel 2013, per quanto ben lungi dall’essere al riparo delle soglie europee, come invece si è letto su alcuni quotidiani.(Pm10 nei limiti europei? Veramente no…). E’ interessante vedere come invece la percezione dell’inquinamento atmosferico da parte dei cittadini sia andata aumentando negli stessi tre anni di riferimento.

Dati e percezione, perennemente in contrasto?

Nel Rapporto 2011 i cittadini lombardi che dichiaravano di avvertire la presenza di inquinamento nell’aria erano il 49,2% della popolazione regionale. Attenzione: il dato fa in realtà riferimento alla percezione sull’anno 2010. Nel Rapporto 2012 erano scesi al 47,5%, proprio mentre invece il 2011 – anno sul quale si esprimevano – aveva registrato un incremento delle polveri particolarmente alto. Nel Rapporto 2013 la quota saliva invece al 50,1%, nuovamente in contrasto con i dati che indicavano un miglioramento della qualità dell’aria. La percentuale è rimasta costante nel Rapporto 2014, evidenziando quindi la mancata registrazione da parte della popolazione dell’ulteriore miglioramento.
Il Rapporto 2014 nelle diverse RegioniSecondo Istat, la quota di famiglie che dichiarano la presenza di problemi di inquinamento dell’aria è sistematicamente superiore a quella delle famiglie che lamentano la presenza di odori sgradevoli. Nel 2013, per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria, è il 44,4% dalle famiglie del Nord-ovest a segnalare il problema, ma la quota sale al 50,1% tra le famiglie che vivono in Lombardia. Nel Nord-est la quota scende al 33%; in Veneto, tuttavia, raggiunge il 36,5%, mentre la quota più bassa si osserva in Trentino-Alto Adige (24,7%). Tra le regioni del Centro, il Lazio registra un significativo aumento rispetto al 2012 e mostra il valore più elevato (43,6%); ToscanaUmbria Marche presentano percentuali inferiori alla media nazionale. Nel Mezzogiorno la situazione peggiore è quella della Puglia, dove il41,9% delle famiglie segnala il problema; seguono le famiglie della Campania(40,1%) e della Sicilia (35,1%). Nel resto delle regioni del Mezzogiorno si osservano valori molto più bassi, in particolare in Molise (11,2%) e in Sardegna (15,6%). Per ciò che riguarda la percezione di odori sgradevoli, la situazione appare migliore su tutto il territorio nazionale. Nel Nord-ovest la regione con la percentuale più alta di famiglie che segnalano questo problema è la Lombardia (22,6%); nel Nord-est è il Veneto(20,0%). Nel Centro sono le famiglie del Lazio a mostrare il valore più elevato (21,3%), mentre nel Mezzogiorno sono quelle della Campania (22,8%), Puglia(21,4%), Calabria (19,9%) e Sicilia (19,6%).

Fonte: ecodallecittà