Rapporto Ispra: ambiente fanalino di coda in Italia

Biodiversità minacciata, aumento della temperatura media, inquinato il 60% di fiumi e laghi, aumentano consumo di suolo e siti contaminati, raccolta differenziata dei rifiuti ferma al 47%. È l’impietoso ritratto del nostro paese che si ricava dal quattrodicesimo rapporto annuale sull’ambiente dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, appena reso pubblico.9433-10171

L’edizione 2016 ha introdotto anche il raffronto tra l’Italia e un contesto europeo in costante evoluzione per quanto concerne i nuovi indirizzi delle politiche ambientali e delle metodologie di reporting.

Ma vediamo voce per voce qual è la situazione italiana.

Biodiversità

Resta alto il livello di minaccia per vertebrati, piante vascolari, briofite e licheni, in crescita  l’introduzione di specie alloctone. Aumentano le Zone di Protezione Speciale (ZPS) e Siti di Interesse Comunitario (SIC), invariato il numero delle aree protette terrestri e marine e delle zone umide.

Clima

Aumenta la temperatura media, ma diminuiscono le emissioni totali di gas serra. L’aumento della temperatura media registrato negli ultimi trent’anni nel nostro Paese è stato quasi sempre superiore a quello medio globale rilevato sulla terraferma. Il 2015 in Italia è stato l’anno più caldo dal 1961. L’anomalia della temperatura media (+1,58 °C) è stata superiore a quella globale (+1,23 °C) e rappresenta il ventiquattresimo valore annuale positivo consecutivo. Gli scarti rispetto ai valori normali sono stati particolarmente marcati nel mese di luglio e negli ultimi due mesi dell’anno, quando il clima mite ha accompagnato un lungo periodo di tempo stabile e secco su quasi tutto il territorio nazionale. Nuovi record di temperatura sono stati registrati soprattutto nelle regioni settentrionali e nelle stazioni in quota dell’arco alpino

Inquinamento atmosferico

La situazione della qualità dell’aria permane critica. L’Italia con il bacino padano  rappresenta una delle aree di maggior criticità a livello europeo.

Qualità acque interne

Lo stato di qualità dei fiumi (16 regioni e due province autonome, per un totale di 2.440 corpi idrici e 35.144,5 km monitorati) risulta in uno stato ecologico da “elevato” a “buono” per il 40% e inferiore al buono per il 60%. Lo stato di qualità dei laghi (10 regioni e 2 province autonome per un totale di 139 corpi idrici) presenta una classe di qualità tra elevato e buono  per il 35%, inferiore a buono per il restante 65%. Lo stato chimico delle acque sotterranee, su 4.023 stazioni di monitoraggio il 69,2%  ricade in classe “buono”, mentre il restante 30,8% in classe “scarso”.

Mare e coste

Negli ultimi decenni i litorali italiani presentano significative evoluzioni geomorfologiche dovute ai  processi naturali all’intervento dell’uomo. Situazioni di elevata criticità si evidenziano per i distretti del Po, dell’Appennino Settentrionale, per la Campania [Distretto Appennino Meridionale] e la Puglia [Distretto Appennino Meridionale] con più del 50% (esattamente il 50% per il distretto del Po) dei corpi idrici marino costieri in stato chimico “non buono.

Il suolo

Il consumo di suolo in Italia non accenna a diminuire, si è passati dal 2,7% di suolo consumato negli anni ’50, al 7% nel 2014 (stima). In media più di 7 m al secondo. Al 2014 sono stati consumati irreversibilmente circa 21.000 km (stima) i valori percentuali più elevati di suolo consumato si registrano nel Nord, in particolare nel Nord-Ovest (2014). A livello provinciale, la percentuale più alta di suolo consumato, rispetto al territorio amministrativo, si osserva per la provincia di Monza Brianza con quasi il 35%. Tra i comuni il valore più alto di suolo sigillato (85%) è stato rilevato per il comune di Casavatore (NA)

Rifiuti

La produzione nazionale dei rifiuti urbani è in lieve diminuzione. La raccolta differenziata si attesta al 42,3% della produzione totale dei rifiuti urbani, crescita ancora non sufficiente a raggiungere l’obiettivo previsto per il 2012 (65%). Aumento dei tassi di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti urbani, ma ancora non viene raggiunto l’obiettivo fissato dalla normativa.

Agenti fisici

Rimane costante l’attenzione dei cittadini verso la problematica dei campi elettromagnetici. Gran parte della popolazione italiana è esposta a livelli di rumore, diurni e notturni, considerati importanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La principale fonte di rumore è costituita dal traffico stradale

Radioattività ambientale

Il Radon rappresenta, in assenza di incidenti nucleari rilevanti, la principale fonte di esposizione alla radioattività. Nel Lazio e nella Lombardia si evidenzia un’elevata concentrazione di Radon (Rn-222)

Problematiche idrogeologiche e sismiche

Nel 2014 eventi alluvionali di rilievo hanno provocato morti e ingenti danni economici.

Numerosi gli eventi franosi tanto al Nord quanto al Sud. Eventi sismici di rilievo si sono verificati nelle Alpi Cozie e nello Ionio. L’indice di fagliazione superficiale in aree urbane segnala un progressivo peggioramento della situazione dovuto all’avanzare dell’urbanizzazione anche in aree prossime a faglie capaci.

Pericolosità di origine antropogenica

Aumenta il numero di siti contaminati oggetto di intervento e di quelli bonificati. Sono oltre un migliaio gli stabilimenti a rischio di incidente industriale rilevante. Il numero degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante presenti in Italia è 1.104. Circa un quarto è concentrato in Lombardia e che regioni con elevata presenza di industrie a rischio sono anche: Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna (tutte al Nord e rispettivamente il 10%, il 9% e l’8% ciascuno).

QUI per leggere il Rapporto integrale

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Energia: l’Italia può fare meglio della Danimarca?

Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile.9436-10174

Prendo spunto dal messaggio lanciato da Paolo Ermani dal portale “Il Cambiamento” a seguito dell’esito referendario, per una breve riflessione. Paolo scrive che “… in futuro, con l’esaurimento delle risorse determinato dalla crescita infinita in un mondo dalle risorse finite, tutti i poteri centrali perderanno forza … e la partita si giocherà a livello locale, dove rifioriranno le comunità e il controllo dei cittadini sarà diretto”.

Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile. Rafforzamento territoriale che deve seguire di pari passo le linee programmatiche che si detteranno a livello nazionale; in altri termini quel Piano Energetico-Ambientale Nazionale che il nostro paese non ha (ancora). Volendo intervenire non si parte da zero: l’affermazione del NO referendario impone, sul tema dell’energia, di prendere fin da subito in considerazione il Programma Energetico che il M5S presentò lo scorso 20 Aprile alla Camera dei Deputati e che poco spazio ha avuto sui media nazionali. Per la prima volta si era visto un programma energetico con una “visione” chiara e, soprattutto, sostenibile che punta al bene del Paese e non agli interessi delle lobby fossili. Ecco, chi governerà l’Italia nei prossimi anni ha un ottimo punto di partenza per non continuare a perpetrare i soliti errori. Con un tale Piano, finalmente, potremmo metterci alla testa dei paesi europei che guidano la transizione energetica. Anche davanti a paesi come la Danimarca (paese nel quale vivo attualmente), che per alcuni aspetti viene considerato il paladino della sostenibilità ambientale ed energetica. Mi piace pensare che la piccola comunità di italiani in Danimarca che si è espressa a favore del NO (50,21%) rispetto al SI (49,79%), tra l’altro uno dei pochi Paesi esteri ove il NO ha prevalso, avesse chiaro in mente che il loro voto era anche per un diverso modo di affrontare le questioni ambientali, oltre che al tema generale delle riforme costituzionali. Il governo danese si è posto, tra gli altri, l’obiettivo di coprire il 50% dei consumi energetici nazionali con le fonti rinnovabili entro il 2030 e di diventare il primo paese al mondo ove l’eolico offshore possa reggere il mercato. Anche l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti è ambizioso: – 40% entro il 2020 rispetto al 1990. Di recente un’ampia maggioranza dei partiti politici danesi ha deciso di smantellare la PSO (tassa sugli oneri di servizio pubblico) e finanziarla attraverso il bilancio nazionale. Questa ristrutturazione consentirà da una parte di ridurre il prezzo dell’energia elettrica e dall’altra di aumentare il consumo della stessa. Nel breve periodo si potrà verificare un aumento delle emissioni di gas climalteranti a livello nazionale, almeno fino a quando il phase-out del carbone non sarà completamente attuato, ma allo stesso tempo si gettano le basi per quella transizione verso una società basata sull’elettricità verde. Nel medio-lungo periodo, la riduzione delle emissioni climalteranti sarà rilevante. Nel 2015 le fonti rinnovabili hanno coperto il 56% del consumo elettrico nazionale, in particolare con l’eolico (41,8%) e le biomasse (11%). L’obiettivo europeo al 2030 é quello di avere il 27% dei consumi energetici coperti dalle fonti rinnovabili. La Danimarca ha già raggiunto questo obiettivo e, come già detto, intende arrivare fino al 50%. L’obiettivo di lungo periodo al 2050 è quello di avere una società a basse emissioni e indipendente dalle fonti fossili, raggiungendo l’obiettivo della riduzione delle emissioni climalteranti dell’80-95% entro il 2050, indicato dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite quale obiettivo fondamentale da raggiungere per non compromettere i delicati equilibri climatici del pianeta. Questo percorso sui temi energetici della Danimarca prescinde dai partiti che la governano in quanto continua adesso con un governo conservatore in carica ma che vigeva anche con il precedente governo socialista. Per entrambi gli schieramenti politici è chiaro che la transizione energetica verso le rinnovabili é un passo obbligato da farsi. In Italia è accaduto finora il contrario: se la sinistra in qualche modo rivendicava una supremazia sui temi ambientali ed energetici, di fatto, una volta al governo non ha brillato ma anzi, per alcuni aspetti (si vedano le trivellazioni petrolifere) ha marcatamente segnato la differenza, in negativo. Mi auguro che il prossimo governo in Italia faccia tesoro di queste esperienze e lavori veramente per un futuro migliore e la risposta alla domanda posta nel titolo è ovviamente SI (adesso si può dire), possiamo fare meglio della Danimarca.

Fonte: ilcambiamento.it

Energia: l’Italia può fare meglio della Danimarca?

Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile.

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Prendo spunto dal messaggio lanciato da Paolo Ermani dal portale “Il Cambiamento” a seguito dell’esito referendario, per una breve riflessione. Paolo scrive che “… in futuro, con l’esaurimento delle risorse determinato dalla crescita infinita in un mondo dalle risorse finite, tutti i poteri centrali perderanno forza … e la partita si giocherà a livello locale, dove rifioriranno le comunità e il controllo dei cittadini sarà diretto”.
Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile. Rafforzamento territoriale che deve seguire di pari passo le linee programmatiche che si detteranno a livello nazionale; in altri termini quel Piano Energetico-Ambientale Nazionale che il nostro paese non ha (ancora). Volendo intervenire non si parte da zero: l’affermazione del NO referendario impone, sul tema dell’energia, di prendere fin da subito in considerazione il Programma Energetico che il M5S presentò lo scorso 20 Aprile alla Camera dei Deputati e che poco spazio ha avuto sui media nazionali. Per la prima volta si era visto un programma energetico con una “visione” chiara e, soprattutto, sostenibile che punta al bene del Paese e non agli interessi delle lobby fossili. Ecco, chi governerà l’Italia nei prossimi anni ha un ottimo punto di partenza per non continuare a perpetrare i soliti errori.
Con un tale Piano, finalmente, potremmo metterci alla testa dei paesi europei che guidano la transizione energetica. Anche davanti a paesi come la Danimarca (paese nel quale vivo attualmente), che per alcuni aspetti viene considerato il paladino della sostenibilità ambientale ed energetica. Mi piace pensare che la piccola comunità di italiani in Danimarca che si è espressa a favore del NO (50,21%) rispetto al SI (49,79%), tra l’altro uno dei pochi Paesi esteri ove il NO ha prevalso, avesse chiaro in mente che il loro voto era anche per un diverso modo di affrontare le questioni ambientali, oltre che al tema generale delle riforme costituzionali.
Il governo danese si è posto, tra gli altri, l’obiettivo di coprire il 50% dei consumi energetici nazionali con le fonti rinnovabili entro il 2030 e di diventare il primo paese al mondo ove l’eolico offshore possa reggere il mercato. Anche l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti è ambizioso: – 40% entro il 2020 rispetto al 1990. Di recente un’ampia maggioranza dei partiti politici danesi ha deciso di smantellare la PSO (tassa sugli oneri di servizio pubblico) e finanziarla attraverso il bilancio nazionale. Questa ristrutturazione consentirà da una parte di ridurre il prezzo dell’energia elettrica e dall’altra di aumentare il consumo della stessa. Nel breve periodo si potrà verificare un aumento delle emissioni di gas climalteranti a livello nazionale, almeno fino a quando il phase-out del carbone non sarà completamente attuato, ma allo stesso tempo si gettano le basi per quella transizione verso una società basata sull’elettricità verde. Nel medio-lungo periodo, la riduzione delle emissioni climalteranti sarà rilevante. Nel 2015 le fonti rinnovabili hanno coperto il 56% del consumo elettrico nazionale, in particolare con l’eolico (41,8%) e le biomasse (11%).
L’obiettivo europeo al 2030 é quello di avere il 27% dei consumi energetici coperti dalle fonti rinnovabili. La Danimarca ha già raggiunto questo obiettivo e, come già detto, intende arrivare fino al 50%. L’obiettivo di lungo periodo al 2050 è quello di avere una società a basse emissioni e indipendente dalle fonti fossili, raggiungendo l’obiettivo della riduzione delle emissioni climalteranti dell’80-95% entro il 2050, indicato dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite quale obiettivo fondamentale da raggiungere per non compromettere i delicati equilibri climatici del pianeta.
Questo percorso sui temi energetici della Danimarca prescinde dai partiti che la governano in quanto continua adesso con un governo conservatore in carica ma che vigeva anche con il precedente governo socialista. Per entrambi gli schieramenti politici è chiaro che la transizione energetica verso le rinnovabili é un passo obbligato da farsi. In Italia è accaduto finora il contrario: se la sinistra in qualche modo rivendicava una supremazia sui temi ambientali ed energetici, di fatto, una volta al governo non ha brillato ma anzi, per alcuni aspetti (si vedano le trivellazioni petrolifere) ha marcatamente segnato la differenza, in negativo.
Mi auguro che il prossimo governo in Italia faccia tesoro di queste esperienze e lavori veramente per un futuro migliore e la risposta alla domanda posta nel titolo è ovviamente SI (adesso si può dire), possiamo fare meglio della Danimarca.
Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/energia-l-italia-pu-fare-meglio-della-danimarca

Tecnologie per la Mobilità Urbana: Italia fanalino di coda

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Dei 25.000 parcometri presenti in Italia meno della metà è abilitato ai pagamenti elettronici e quindi a norma e da Gennaio 2017 il via alla trasmissione telematica dei corrispettivi

In Italia sono presenti circa 25.000 parcometri, di cui quelli abilitati ai pagamenti elettronici e quindi conformi alla Legge di Stabilità 2016 non superano le 12.000 unità. La Legge stabiliva che, entro il primo luglio 2016, tutti i Comuni abilitassero i parcometri installati ad accettare i pagamenti con bancomat e carte di credito/debito.  Molte Amministrazioni si sono, dunque, attivate per adeguarsi alla normativa, ma parecchie ancora o, appellandosi ad una “oggettiva impossibilità tecnica” che, tuttavia, si verifica esclusivamente in poche zone non raggiungibili dalle linee telefoniche su cui viaggiano le transazioni con le carte. Nonostante questa mancanza, i Comuni continuano a sanzionare. Da qui nasce l’incomprensione, che ha coinvolto Comuni, aziende ed utenti finali, sulla legittimità di non pagare la sosta se il parcometro non è dotato di bancomat – carte di credito/debito e la conseguente illegittimità di eventuali sanzioni per il mancato pagamento della sosta. L’opinione pubblica e le prime interpretazioni legali si sono divise in proposito, generando una gran confusione negli utenti. Tuttavia, essendo la problematica assai recente, bisognerà attendere l’esito delle prime sentenze sul punto per poter esprime una corretta interpretazione. A confermare l’importanza dell’adeguamento dei parcometri alle disposizioni di cui alla Legge di Stabilità 2016 ed in particolar modo per quanto ci interessa i commi 900 e 901, si riporta qui di seguito, quanto dichiarato da Gildo Campesato, Direttore Responsabile di CorCom, in apertura del convegno Digital Payment Revolution, tenutosi lo scorso settembre a Roma. “Siamo partiti in ritardo ma cresciamo a ritmi più alti dell’Europa. Nel 2018 è previsto un valore di 246 miliardi di euro per il digital payment: la forchetta con i pagamenti cash si riduce. Ciò non toglie che l’Italia resta il paese del contante, con tassi di utilizzo della moneta digitale inferiore a tutti i paesi Ue tranne la Grecia. È ora di colmare il ritardo perché anche la trasformazione nei pagamenti contribuisce alla trasformazione del Paese (Fonte)”.

Il tema dei pagamenti digitali introduce, inoltre, un’altra importante tematica, che è quella della trasparenza e della tracciabilità dei pagamenti. A partire dal primo gennaio 2017, per adeguarsi al provvedimento dell’Agenzia delle Entrate emanato in attuazione del Decreto Legislativo n. 127 del 5 agosto 2015, tutti i soggetti passivi Iva che erogano prodotti e servizi tramite distributori automatici su richiesta dell’utente, tra cui rientrano anche i parcometri, previo incasso di un corrispettivo, devono garantire la memorizzazione elettronica e il trasferimento telematico all’Agenzia delle Entrate dei corrispettivi giornalieri incassati in qualsiasi forma dalle singole periferiche di pagamento. In pratica tutte le macchinette di distribuzione automatica compresi i parcometri dovranno comunicare ogni giorno l’incasso percepito direttamente all’Agenzia delle Entrate territorialmente competente. Sarà pronta l’Italia ad affrontare i cambiamenti in atto, coordinando Amministrazioni Comunali, fornitori di parcometri e gestori della sosta, con l’obiettivo comune di fornire dei servizi aggiuntivi per il cittadino?

Fonte: ecodallecitta.it

Riqualificazione energetica in Italia: il quadro aggiornato tracciato da Rete IRENE

“Riqualificazione energetica in Italia: a che punto siamo?” Una nota di Rete IRENE, il network dedicato all’efficienza energetica degli edifici, traccia un quadro sul tema alla luce delle ultime novità legislative386302_1

Sono numerosi i segnali che il Governo Italiano ha lanciato nella prospettiva di intervenire in maniera più efficace e pragmatica rispetto al tema della riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare. A dare ulteriore significato a quanto sopra, si aggiunge la notizia ufficiale di pochi giorni fa che vede rinnovato l’Ecobonus fino al 2017.

Ad incentivare l’avvento di nuove prospettive sembrano essere, da un lato la debolezza del PIL e le mancate performance del settore edile ed impiantistico, dall’altro gli accordi di Parigi approvati dal Parlamento Europeo ieri a Strasburgo, in via di ratifica definitiva nelle prossime settimane e le sempre più rigide direttive europee.

Sebbene però l’Ecobonus rappresenti uno strumento importante, la sua proroga è realmente una strategia efficace per incoraggiare le opere di efficientamento energetico degli edifici esistenti?

“Sull’efficacia dell’Ecobonus si stanno finalmente diffondendo i dubbi che, a rischio di essere noiosi, continuiamo a ripetere. Se non ci si limita a una visione superficiale della situazione ma si vanno ad analizzare i numeri nel profondo, è chiaro che uno strumento come questo non è sufficiente a cambiare in misura significativa le caratteristiche energetiche degli edifici. I dati parlano chiaro: l’Ecobonus finora ha aiutato la sostituzione delle caldaie e dei serramenti di singoli appartamenti. L’isolamento di facciate e coperture è l’eccezione e ha riguardato meno del 5% in valore di tutti gli interventi incentivati. L’integrazione, poi, è assolutamente sconosciuta. Ormai è chiaro che questo meccanismo più di tanto non è in grado di fare. L’ecobonus ha fallito con le riqualificazioni profonde ed è inutile pensare che limitarsi a prorogarlo possa aiutare lo sviluppo – ha esordito Virginio Trivella, coordinatore comitato scientifico di Rete IRENE e membro d Renovate Italy.

Per dare vero slancio al settore della riqualificazione energetica degli edifici e realizzare un cambiamento che si identifichi come concreto, duraturo e profittevole è necessario costruire un nuovo sistema di regole concentrato sull’incentivazione di riqualificazioni profonde ed estese, inducendo i proprietari di immobili a non realizzare interventi frazionati ed irrisori.  Ad integrazione del regime di detrazione fiscale attualmente in vigore, dovrebbe essere strutturato un sistema di “certezza” che consenta anche agli incapienti attuali e futuri di poter godere del contributo. La certezza della disponibilità delle risorse consentirebbe quindi di organizzare meccanismi finanziari particolarmente efficienti e convenienti, riducendo il costo delle operazioni e aiutando a creare il consenso sulle decisioni assembleari.

“Oggi le banche sono più disponibili che in passato a finanziare i condomini. Rete Irene, per esempio, ha alcune convenzioni molto interessanti con i principali istituiti bancari. Se il contributo dello Stato potesse essere trasformato in una somma liquida e certa, i processi decisionali e i finanziamenti sarebbero di gran lunga semplificati e gli interventi di riqualificazione si moltiplicherebbero. Un conto è indebitarsi per 100, un’altro per 35, soprattutto se il 35 rientra con il risparmio ed è garantito da un buon contratto di prestazione energetica” – ha continuato Trivella.

La deep renovation si costituisce come materia quanto più integrata, affinché il mercato della riqualificazione energetica possa prendere avvio è importante stimolare un interesse da parte dei condomini ad intervenire sia sulle parti comuni che su quelle private.

 

“E’ insito nel concetto di deep renovation agire su tutte le componenti dell’involucro e degli impianti, per questo abbiamo suggerito di creare le condizioni per alimentare un reale interesse ad intervenire non solo sulle parti comuni dei condomini, ma anche su quelle private, come i serramenti. Bisogna indurre i singoli a collaborare con il soggetto collettivo condominiale. L’interesse di uno deve corrispondere a quello di tutti” – ha aggiunto il Coordinatore del Comitato scientifico di Rete IRENE.

La riqualificazione energetica rappresenta per l’Europa una possibilità di cambiamento e sviluppo su diversi fronti, ma soprattutto necessaria ad elaborare nuove soluzioni utili a ridurre le emissioni climaleteranti e migliorare la qualità della vita.

Come coordinatore scientifico di Rete IRENE e membro attivo di Renovate Italy credo fermamente che lo sviluppo di un vasto mercato della deep renovation sia un bene per tutti e presenti molteplici vantaggi.  Un nuovo meccanismo di incentivi ben congegnato potrà indurre un reale cambiamento. I tempi sono maturi, ora occorre solo agire – conclude Virginio Trivella.

Sin dalla sua fondazione Rete IRENE, attraverso Renovate Italy,ha sviluppato azioni propositive nei confronti del mondo istituzionale volte a stimolare lo sviluppo di un mercato vasto e articolato qual è quello della riqualificazione profonda degli edifici esistenti, per il futuro l’obiettivo è di contribuire concretamente a uno slancio definitivo di questo settore in vista del rispetto delle normative europee e dell’Accordo di Parigi, attualmente in via definitiva di ratifica.

Fonte: ecodallecitta.it

Bioedilizia ed etica, la soluzione all’Italia che si sbriciola

E’ risaputo che siamo paese di terremoti e un paese a rischio idrogeologico. Le scosse in centro Italia rappresentano un’altra di una lunga serie di tragedie. Ebbene, bioedilizia ed etica sono scelte imprescindibili per rilanciare economia e occupazione e per prevenire proprio tali tragedie.terremoto_amatrice

Quando si parla di economia e di occupazione, sentiamo spesso discorsi altisonanti che propongono soluzioni che tali non sono e che non portano a niente. Si dovrebbe invece guardare all’Italia e alle sue caratteristiche per capire (lo può fare anche chi frequenta le scuole elementari) che basterebbe lavorare su quelle caratteristiche per risolvere ogni problema economico e occupazionale. E’ risaputo che siamo paese di terremoti e a rischio idrogeologico; quale modo migliore per rilanciare economia e occupazione se non intervenire anche per prevenire questi due aspetti?

Prendiamo un esempio per tutti e cioè come vengono costruite o ristrutturate la case in Italia; gli studiosi seri della materia sanno che il migliore materiale per la prevenzione dai terremoti è il legno, per la sua resistenza, versatilità ed elasticità. Quando ne parlavo già all’inizio degli anni Novanta, aggiungendo anche case in terra cruda e paglia, isolanti leggeri ma performanti in fibra di cellulosa, gli “esperti”, gli architetti, gli ingegneri erano prodighi di battute e commenti spiritosi sulle case dei tre porcellini, ecc. Eppure oggi in tanti sono rimasti sotto a case in cemento e mattoni, case progettate e costruite da gente senza scrupoli, la stessa gente senza scrupoli che le ricostruirà grazie alla tangente, alla bustarella, all’amico dell’amico e che lo farà con gli stessi materiali e progettazioni scadenti e con lo stesso menefreghismo di quando le ha costruite. Il legno è un materiale eccezionale, rinnovabile, locale e darebbe solo risultati positivi. Con una politica di massiccia riforestazione tra l’altro si darebbe risposta ai continui incendi che si sviluppano in questo paese provocati da gente folle e masochista che distrugge il territorio che abita. Inoltre ci si darebbe un’opportunità di assorbimento di CO2 non indifferente e in prospettiva poi di esaurimento e minore uso dei combustibili fossili; il legno è il migliore materiale per sostituire la plastica in moltissimi usi. Quindi occorre incentivare tutta la filiera del legno che, come ulteriore vantaggio attraverso il rimboschimento, previene frane e smottamenti che si verificano anche perché gli alberi vengono sempre più abbattuti per fare spazio all’edilizia; edilizia che poi viene spazzata via ad ogni alluvione o che ci cade in testa ad ogni terremoto. Il legno da solo però non basta; servono tecnici preparati, qualificati dall’esperienza sul campo, guidati dall’onestà e dai valori etici e non esclusivamente dai soldi, dal numero di certificati, lauree, master e ridicoli fogli che attestano il nulla, magari comprati in internet. Ci sono tecnici che non hanno mai preso in mano un martello da carpentiere in vita loro e un cantiere lo visitano attraverso un computer. Se non ci sarà una chiara volontà di cambiamento, si piangeranno i morti, ci si accuserà a vicenda sulle responsabilità, nessuno sarà colpevole e tutto proseguirà come se nulla fosse, fino al prossimo terremoto, fino ai prossimi morti.

Fonte: ilcambiamento.it

Cop21, Italia ancora non ratifica: “È come se l’accordo di Parigi non ci fosse mai stato”

“Il ministro Galletti ha affermato di voler trasmettere in Parlamento la proposta entro il mese di settembre. In realtà quello che preoccupa è la mancanza di un vero piano di riduzione delle emissioni climalteranti”. L’intervento di Gianni Silvetrini per Eco dalle Città dopo la ratifica da parte di Cina e Usa dell’Accordo di Parigi386113_1

di Gianni Silvestrini (direttore scientifico di Kyoto Club)

La ratifica da parte della Cina e degli Usa è molto importante perché avvicina a una rapida entrata in vigore dell’Accordo sul Clima. Se questo avverrà prima del cambio di presidenza negli Stati Uniti, si eviterà tra l’altro il rischio di un loro defilarsi (degli Usa, ndr) per i prossimi quattro anni, anche in caso di vittoria di Trump. Ma queste novità evidenziano anche la debolezza e le divisioni dell’Europa la cui ratifica deve passare attraverso un’adesione da parte di tutti i paesi. Così se Francia e Ungheria hanno già ratificato, questo passaggio non è ancora stato avviato o concluso per gli altri paesi, Italia inclusa.386113_2

Il ministro Galletti ha affermato di voler trasmettere in Parlamento la proposta entro il mese di settembre. In realtà, aldilà della lentezza nell’attivazione delle procedure necessarie, quello che preoccupa è la mancanza di un vero piano di riduzione delle emissioni climalteranti e di un coordinamento delle politiche nei vari settori: un vuoto preoccupante, tanto più che nelle scorse settimane sono stati proposti gli obiettivi di riduzione al 2030 per i settori non ETS (escludendo cioè le industrie energivore) che per l’Italia sono del 33% rispetto alla media 2016-18. In realtà ci sono singole iniziative interessanti: pensiamo alla proposta di finanza innovativa per avviare la riqualificazione energetica “spinta” del patrimonio edilizio, all’avvio dell’incentivazione del biometano, alle riflessioni in atto sul lancio della mobilità elettrica… ma sono azioni scoordinate in assenza di un piano complessivo con obiettivi di riduzione verificabili. E manca un coordinamento che per l’ampiezza delle politiche deve essere gestito presso la presidenza del consiglio. Il governo, insomma, dovrebbe prendere sul serio la sfida climatica e, a partire da questa, dovrebbe indirizzare la ricerca sui filoni più promettenti, avviare una politica industriale innovativa, rilanciare l’occupazione.

Ma, purtroppo, pare che per l’Italia è come se l’accordo di Parigi non sia mai stato firmato. Ne parlano i principali leader mondiali, ma Renzi su questo tema è totalmente assente.

Fonte: ecodallecitta.it

Consumo di suolo: l’Italia perde terra per l’agricoltura

La progressiva urbanizzazione del territorio italiano rischia di mettere in ginocchio la produttività agricola del nostro paese, con pesanti conseguenze anche sul rischio idrogeologico. Basterà una legge appena approvata dalla Camera a invertire la rotta?agricoltura

(Credits: Denkrahm/Flickr CC)

L’eccellenza italiana nel settore agroalimentare rischia di diventare presto un lontano ricordo. E il motivo è semplice: la percentuale di suolo fertile a disposizione degli agricoltori continua a diminuire. Secondo la Coldiretti, negli ultimi venticinque anni in Italia si è registrata una perdita del 28% della terra coltivata. Le conseguenze, in termini di quantità e qualità della produzione, sono ormai tangibili. In quindici anni sono scomparsi circa 140mila ettari di piante da frutto, tra cui mele, pere, pesche e albicocche, mentre il primato dell’enogastronomia Made in Italy è a forte rischio, tanto che la percentuale di carne, salumi, latte e formaggi importati dall’estero e immessi sul mercato italiano è ormai vicina al 40%. Secondo l‘ultimo rapporto dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul consumo di suolo, ossia la progressiva copertura artificiale del territorio dovuta all’urbanizzazione, la percentuale di territorio italiano urbanizzato è passata dal 2,7% degli anni Cinquanta a circa il 7% nel 2014. In particolare, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2013 il consumo di suolo ha inciso in prevalenza (60%) proprio sulle aree agricole coltivate.

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La politica recentemente ha provato a correre ai ripari, attraverso un disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo approvato dalla Camera lo scorso 12 maggio (vedi a seguire). La legge si pone un obiettivo ambizioso: arrivare all’azzeramento della cementificazione entro il 2050. “La legge va nella giusta direzione – sottolinea ancora la Coldiretti nel commentare l’approvazione del provvedimento – ma non basta: l’Italia deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola”. Ma le conseguenze del consumo di suolo agricolo, oltre a intaccare pesantemente la produttività, ricadono inevitabilmente anche sul dissesto idrogeologico. Secondo un altro rapporto dell’Ispra pubblicato lo scorso marzo, più di sette milioni di persone in Italia vivono in territori potenzialmente a rischio per frane e alluvioni. Alessandro Trigila, geologo dell’Ispra e co-autore del rapporto, spiega in che modo il consumo di suolo incide sul rischio idrogeologico: “I fattori che contribuiscono a quantificare il rischio sono tre: la pericolosità, cioè la probabilità che si verifichi una frana o un’alluvione in un certo posto e in un dato intervallo di tempo, gli elementi esposti, cioè la presenza di abitazioni e infrastrutture, e la vulnerabilità, ossia la propensione degli elementi esposti a essere danneggiati in seguito a un fenomeno violento. Un aumento del consumo di suolo comporta automaticamente un aumento degli elementi esposti, e quindi una crescita del rischio. Se poi ciò che si costruisce non è realizzato a regola d’arte, come a volte accade, si ha un aumento anche della vulnerabilità e il rischio cresce ulteriormente”. Altra cosa è quantificare quanto sia aumentato realmente il dissesto idrogeologico a causa del consumo di suolo: “Non avendo a disposizione mappe dettagliate dell’urbanizzato nel passato, non è possibile sbilanciarsi. Solo oggi siamo in grado di produrre mappe con un sufficiente grado di risoluzione, che potranno essere utilizzate come riferimento in futuro”.

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Tra il 2008 e il 2013 si è registrata una lieve flessione della velocità di avanzamento del consumo di suolo, che resta però alta: tra i sei e i sette metri quadrati al secondo. È difficile prevedere se la legge appena approvata sarà davvero sufficiente a cambiare il trend, soprattutto a breve scadenza, ma i numeri in gioco impongono un’inversione di rotta immediata, sia per preservare la produttività agricola del nostro paese che per evitare un’esposizione ancora maggiore dei cittadini al rischio idrogeologico.

La nuova legge sul contenimento del consumo di suolo

Con 256 voti favorevoli, 140 contrari e 4 astenuti, lo scorso 12 maggio la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo. Si tratta di una legge in qualche modo storica: è infatti la prima volta che nel nostro ordinamento viene introdotto il concetto di consumo di suolo. Per l’approvazione definitiva, si attende ora il via libera del Senato. Il provvedimento ha avuto un iter molto lungo: presentato per la prima volta nel novembre 2012 dall’allora ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, è rimasto a lungo in naftalina prima di subire l’accelerata decisiva negli ultimi mesi. L’obiettivo del disegno di legge è arrivare all’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050, come richiesto dall’Unione Europea. Il punto di partenza per raggiungere questo traguardo è semplice: il consumo di suolo sarà consentito solo quando non esistono alternative al riutilizzo di aree già edificate e dismesse. E si parte da subito: tra le norme transitorie della legge c’è una moratoria di tre anni per tutte le costruzioni che comportino nuovo consumo di suolo, a meno che non siano già inserite in piani urbanistici. I comuni avranno poi un ruolo importante: dovranno predisporre censimenti di edifici e aree dismesse, per verificare se eventuali nuove costruzioni possano essere realizzate attraverso la riqualificazione di queste stesse aree degradate. Per fare questo, riceveranno finanziamenti statali e agevolazioni fiscali, mentre le procedure burocratiche saranno semplificate. Il ddl prevede infine che i fondi comunitari destinati a terreni agricoli non possano essere destinati a usi diversi per cinque anni.

Articolo Realizzato in collaborazione con il Master Sgp

Fonte: galileonet.it

L’Italia riscopre la vita in montagna

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Sono sempre di più gli italiani che scelgono di vivere in montagna. A dirlo sono i numeri del Censis che fotografano un aumento della popolazione sulle montagne italiane che rappresentano il 54,3% della superficie nazionale e contano attualmente sul 17,9% della popolazione complessiva. La montagna non subisce più l’impoverimento demografico degli scorsi decenni e, secondo i dati Censis, fra il 2004 e il 2014 ha visto crescere la propria popolazione dell’1,3%. Ci sono altri dati molto interessanti: una maggiore longevità, un livello di istruzione e un tasso di occupazione in media con quelli nazionali. In montagna si produce il 16,3% della ricchezza totale generata nel paese, inoltre il tasso di imprenditorialità risulta più alto nei comuni montani (86,7 imprese ogni 1000 abitanti) rispetto ai comuni non montani (84,7 imprese su 1000). I recenti dati Censis, quindi, fanno piazza pulita di molti luoghi comuni e sottolineano anche come il consumo del suolo (edificazione, infrastrutturazione e impermeabilizzazione) nei territori montani (2,7%) si sia verificato in una misura decisamente inferiore a quanto è avvenuto nei comuni non montani (9,7%). Questo anche grazie al fatto che il 33,3% dei comuni montani è collocato all’interno di un parco nazionale o regionale.

Fonte:  Vita

 

Divieto sacchetti di plastica monouso e compostabilità: le differenze tra Francia e Italia

Cerchiamo di capire in cosa si differenzia, rispetto al caso italiano, il provvedimento francese di messa al bando dei sacchetti di plastica che entrerà in vigore all’inizio di luglio. Intervista a Marco Versari, presidente di Assobioplastiche5

Il 1° luglio 2016, in Francia, entrerà in vigore il divieto alla vendita e distribuzione (gratuita o a pagamento) degli shopper monouso in plastica per asporto merci. Sono esclusi dal divieto i sacchi frutta e verdura ottenuti da materie prime rinnovabili e idonei al compostaggio domestico. Quest’ultimo requisito rappresenta una differenza rispetto al provvedimento in vigore in Italia (che prevede per i sacchi monouso in plastica, requisiti di compostabilità a livello industriale). Abbiamo approfondito questa differenza insieme a Marco Versari, presidente di Assobioplastiche, l’Associazione Italiana delle Bioplastiche e dei Materiali Biodegradabili e Compostabili: “Il requisito francese sulla compostabilità domestica fa riferimento ai sacchi frutta e verdura e non fa riferimento alle buste della spesa. Quest’ultimi dovranno essere sopra i 50 micron come previsto dalla direttiva europea. Sotto quella dimensione non potranno circolare”. Indipendentemente dalla loro compostabilità. Nell’analisi delle differenze, occorre sottolineare come lo scenario francese sia diverso rispetto a quello italiano. “La Francia – ha spiegato il presidente di Assobioplastiche – ha un tipo di utilizzo di buste per asporto merci diverso dall’Italia. I francesi adoperano buste grosse con forme diverse dalla nostra monouso: sono sacchi riutilizzabili con le maniglie, conosciute in Francia come sacs cabas. Loro già da tempo sono passati a quella tipologia di sacco intraprendendo un percorso che favorisse la diffusione delle borse riutilizzabili”. Nell’analisi dei due provvedimenti, inoltre, bisogna tenere conto della diversa struttura del commercio: Oltralpe c’è una diffusione dei supermercati molto superiore alla nostra. “Di conseguenza – ha osservato Versari – vi è una forte presenza dei sacchetti per frutta e verdura. Da qui nasce la scelta francese, diversa da quella italiana. L’obiettivo era quello di andare ad agire sull’uso massiccio collegato ai rotolini del supermercato. È lì che si spiega perché hanno toccato quel terreno. Le buste di plastica tradizionale, molto probabilmente, per i francesi, sono già un fattore sotto controllo”. Le scelte, sia quella francese che quella italiana, si inseriscono comunque nel quadro generale europeo. “Il fatto di andare a livelli particolari di analisi dei livelli della degradazione, non è un fatto che ha inventato la Francia con la sua legge, visto che – ha continuato il presidente di Assobioplastiche – esistono a livello europeo dei requisiti di compostaggio per i sacchetti: l’OK compost industriale e quello “home”. Nel caso francese è stato scelto il secondo. Come mai? Verrebbe nuovamente da chiedersi, visto che per il compostaggio domestico, non vi sarebbe teoricamente la necessità di utilizzare la busta. Ma anche in questo caso, per capire le scelte, bisogna analizzare inquadrare lo scenario nel quale sono state prese. “Nel sistema francese, ad esempio, la diffusione della raccolta differenziata non è così estesa come nel nostro Paese. Di conseguenza – ha concluso Versari – una gestione industriale della frazione organica non è altrettanto capillare. Il legislatore francese si è quindi preoccupato di garantire un livello di degradazione che sia collegato a sistemi locali”.

Fonte: ecodallecitta.it