Scuola parentale: come, con chi e perché? Facciamo chiarezza!

Con la pedagogista Cecilia Fazioli e l’avvocato Gabriele Bordoni ci addentriamo nel mondo della scuola parentale, provando a dare una risposta ai dubbi e agli aspetti meno conosciuti di questa scelta educativa. Parallelamente, cerchiamo di capire cos’è che non funziona nella scuola pubblica e quali sono i margini di miglioramento.

Cecilia Fazioli – pedagogista, counselor, formatrice – e l’avvocato Gabriele Bordoni, esperto di tematiche legali associate alla scuola parentale, hanno approfondito – ospiti di ATuxTu condotto dal nostro Paolo Cignini – il grande tema delle proposte alternative alla scuola convenzionale.

Cecilia Fazioli

Cecilia ha pubblicato per Terra Nuova Edizioni il libro “La scuola parentale: Come farla diventare una vera opportunità formativa per bambini e ragazzi”. Si tratta di una guida pratica per capire come strutturare, passo dopo passo, una proposta alternativa alla scuola statale, un approccio che ponga al centro i bisogni dei ragazzi. Il libro nasce per colmare un vuoto in questo ambito ancora poco conosciuto e per risolvere la confusione creatasi attorno all’argomento. L’autrice ha lavorato nella scuola pubblica, si occupa di sostegno alla genitorialità ed è co-fondatrice di una scuola parentale. Partendo dalla riflessione che la scuola pubblica italiana risulta essere debole e insufficiente nell’affrontare i cambiamenti sociali e culturali, è lecito chiedersi quali sono le possibilità di scelta di un’educazione “alternativa”. Cecilia risponde partendo dalla definizione di scuola parentale, descrivendola come «un gruppo di famiglie che inizia un progetto educativo in comune, in collaborazione anche con educatori esterni, in cui si vive una dimensione collettiva, di comunità».

La scuola parentale può essere una valida alternativa, ma bisogna sapere come fare: «Chi vuole percorre questa strada – prosegue – deve affrontarla con i giusti strumenti e un’adeguata formazione. Altrimenti si rischia, pur avendo le migliori intenzioni, di non ottenere il risultato sperato. È una scelta di responsabilità del genitore che deve essere fatta in modo consapevole, a partire da una profonda indagine personale».cecilia fazioli

Ma quali sono gli ingredienti necessari per avviare una scuola parentale? Si parte prima di tutto dall’identità del progetto che deve essere «chiara e condivisa da tutti i genitori coinvolti, perché inevitabilmente la dimensione del desiderio individuale si intreccia e si scontra con la dimensione collettiva. Nelle mie consulenze parto proprio da qui e non è semplice perché si mettono in gioco le identità e i valori dei singoli genitori. Questa fase richiede tanta volontà di ascoltarsi, di interagire con gli altri, di essere aperti all’incontro con l’altro e nutrire il pensiero del gruppo, attraverso il confronto. Le famiglie sono tanti microcosmi che si uniscono e interagiscono per dare vita a una identità collettiva».

Un altro ingrediente fondamentale è la responsabilità. «Questo approccio all’educazione – sottolinea Cecilia in proposito – non si basa sulla delega. La scuola parentale non può vivere, resistere e crescere se non c’è un atteggiamento partecipativo. Tutti i componenti devono contribuire in modo attivo. Ogni giorno la scuola prevede attività, mansioni e non esistono figure come il bidello, l’insegnante o il dirigente. Tutti sono coinvolti e responsabili nel portare avanti la struttura».

Il modello della scuola pubblica è rimasto granitico. Non si è evoluto con le esigenze delle persone. Nella scuola si predispone un protocollo che deve andare bene per tutti, ma è evidente che qualcuno rimarrà fuori. «Chi non è conforme non è sbagliato, anche se passa questa idea. Siamo noi che abbiamo creato un ambiente che non è in grado di gestire la pluralità», spiega la Fazioli. «La scuola parentale invece offre l’opportunità di guardare il bambino per come è fatto e si muove per trovare un modo per cui si possa esprimere secondo i suoi talenti».

«Da qui è importante saper coltivare il dubbio nel suo significato di stare dentro i processi, interrogarsi e indagare. Il dubbio dovrebbe essere presente in tutti gli ambiti della vita e in particolare nell’ambito educativo perché implica muoversi verso l’altro, vederlo, mettendo in discussione le proprie certezze e riconoscendo gli eventuali errori». Un dialogo e un continuo confronto da coltivare anche verso l’esterno con le realtà del territorio, con altre scuole e con le istituzioni, poiché è importante per i bambini non rimanere chiusi dentro la propria situazione, per evitare anche di essere percepiti come elitari. Anche gli aspetti pratici sono centrali e da pianificare con attenzione: scegliere un luogo idoneo, darsi delle regole e una forma giuridica chiara e ordinata. A tal proposito interviene l’avvocato Gabriele Bordoni, curatore di un capitolo del libro proprio dedicato alle questioni legali: «La costituzione contiene delle norme che prevedono la libertà di istruzione e di educazione dei figli nel rispetto di alcuni parametri fondamentali per la crescita dei ragazzi. Esiste una gamma molto estesa di forme giuridiche che può assumere la scuola parentale. Viene definito un ambito spaziale in cui si va ad operare con delle caratteristiche di sicurezza, di igiene e pensato per evitare l’esposizione al rischio. In base alle dimensioni del progetto e alle intenzioni, si decide quale strada prendere, ad esempio creando un’associazione, una società di persone o una cooperativa sociale. Le possibilità sono tante, da esperienze ristrette ad altre molto più strutturate. L’intento è di proteggere l’asse educativo sia dall’interno che dall’esterno».

Oltre agli obblighi esistono anche agevolazioni fiscali. L’importante è avere consapevolezza di cosa si sta facendo: lasciare al caso o essere superficiali è dannoso perché si rischia di essere poi dequalificati, perdere di credibilità anche come realtà alternativa di scuola parentale. È un’esperienza complessa e gli aspetti pedagogici si intrecciano con quelli giuridici: «Tengo a dire – prosegue il legale – che non si tratta di una competizione tra scuola pubblica e scuola parentale. Ci vorrebbero collaborazione, confronto e contaminazione tra le due strutture così da avere un arricchimento e un miglioramento reciproco. Credo sia fondamentale recuperare l’aspetto umanistico dell’educazione. La scarsa capacità di confrontarsi, di aiutarsi, dello scambio di idee, di collaborare ha sicuramente una responsabilità nella scuola che non ha la capacità di indirizzare e arginare questa deriva pessima che si riscontra nel mondo giovanile».

Il quadro sembra dunque delinearsi più chiaramente e ulteriori dubbi sono fugati dalla riflessione conclusiva di Cecilia: «Bisogna capire il senso educativo più in profondità, ragionare su domande che hanno a che fare con la nostra esistenza, il tempo di oggi ce lo sta chiedendo. La scuola pubblica non riesce a dare queste risposte, non si pone nemmeno le domande. La scuola parentale può essere portatrice di un pensiero rinnovato con un’attenzione agli aspetti umanistici, che oggi purtroppo sono lasciati da parte».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/scuola-parentale-facciamo-chiarezza/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Dopo 17 anni fa la cosa giusta e rimedia ai suoi errori

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per rimediare ai propri errori e lo dimostra la storia di un uomo tormentato dal senso di colpa per aver derubato la sua scuola quando aveva solo 12 anni: e così, dopo 17 anni, ha deciso di inviare alla scuola una lettera di scuse e una busta piena di soldi. E’ successo in California, a Nevada City, dove James Berardi – preside della Grizzly Hill Elementary School – si è visto recapitare una lettera scritta a mano, firmata e accompagnata da 300 dollari. Nella lettera, il mittente spiegava che 17 anni fa, quando frequentava la scuola ed aveva solo 12 anni, aveva rubato dei soldi che dovevano essere destinati ad una gita scolastica o alla festa di fine anno. “Ho fatto irruzione a scuola”, ha scritto l’autore della lettera, di cui non è stato reso noto il nome, “poco prima della fine dell’anno scolastico. Ho rubato il denaro di alcune classi (che lo avevano messo da parte per una gita o per la festa di fine anno) e, dall’ufficio del preside, ho rubato alcuni oggetti che erano stati confiscati. Ho rotto qualche serratura e i telai di alcune finestre. Non so esattamente quant’è costato riparare i danni, né quanti soldi avevo rubato. Secondo i miei calcoli, dovrebbero essere 300 dollari. Ho allegato alla lettera questa cifra per rimediare a ciò che ho fatto, per cercare di risarcire i danni e riparare ai miei errori”. La bella missiva, infine, si chiudeva con questa frase: “Se, a scuola, lavora ancora qualcuno che si ricorda di questo episodio e ritiene che 300 dollari non siano sufficienti a coprire i danni, non esitate a contattarmi”. Il preside Berardi ha subito contattato l’ex allievo per ringraziarlo del bellissimo gesto e per comunicargli che i soldi inviati erano più che sufficienti. Ed ha commentato, visibilmente commosso: “Mi auguro che questo gesto gli abbia dato la serenità che stava cercando. Forse l’ha fatto per liberarsi da un grosso peso o dal senso di colpa”. Secondo gli insegnanti della Grizzly Hill School la lettera vale molto più del denaro che conteneva, perché ha dato agli studenti un’importante lezione di vita. “Questa persona ha fatto una cosa sbagliata”, ha sottolineato Willow De Franco, “E forse si è sentita così male e così in colpa per aver fatto scelte sbagliate, che alla fine ha deciso di rimediare al suo errore”.

Fonte: buonenotizie.it

La storia di Yash: vedere il mondo in modo positivo

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Yash Gupta, 17enne di origine indiana residente a Irvine (California), è un ragazzo molto speciale: già da qualche anno ha fondato un’associazione che raccoglie occhiali da vista usati – che altrimenti finirebbero nella spazzatura – per donarli ai bambini che ne hanno bisogno ma che non possono permetterseli. Yash, che porta gli occhiali da vista da quando aveva 5 anni, sa molto bene cosa significa non vedere perfettamente e si ricorda ancora di quando era alle elementari ed aveva rotto gli occhiali da vista. Yash ha dovuto aspettare una settimana per averne un paio nuovo e questa esperienza lo ha segnato profondamente. “ Non riuscivo a vedere niente”, ha raccontato, “In classe non vedevo nulla, così mi distraevo molto facilmente. E non riuscivo nemmeno a fare i compiti”. E’ stato in quel momento che si è reso conto di quanto fosse importante possedere un paio di occhiali da vista. Tutti i bambini che non possono permettersi un paio di occhiali, specialmente nei paesi a basso reddito, soffrono di uno svantaggio enorme, perché se non riescono a vedere bene, non possono beneficiare dell’istruzione che ricevono. “Per loro diventa impossibile riuscire ad esprimere al meglio le loro potenzialità. Io ho avuto questo problema per una settimana, ma questi bambini ce l’hanno da tutta la vita”. Ecco perché 3 anni fa, quando aveva solo 14 anni, Yash ha avuto l’idea di recuperare gli occhiali da vista che la gente non utilizza più, per donarli a chi ne ha bisogno. Spesso i vecchi occhiali vengono dimenticati nei cassetti o gettati nella spazzatura, quando ci sono tanti bambini che non vedono bene ma che non possono comperarli. “Io, a casa, ho trovato da 10 a 15 paia di occhiali solo aprendo i cassetti in modo del tutto casuale”, ha detto. Resosi conto che quegli occhiali potevano fare la differenza nella vita di almeno 10 bambini, Yash con il supporto del padre, ha fondato una associazione che raccoglie gli occhiali da vista usati per darli ai bambini meno fortunati di lui.  Come primo passo, ha contattato tutti gli optometristi di Irvine, che hanno accettato di esporre nei loro negozi un contenitore nel quale i loro clienti, dopo aver comprato un nuovo paio di occhiali, potevano donare quelli usati.Yash6-150x150

“Quel primo esperimento è stato davvero incoraggiante”, ha dichiarato Yash. “Alcuni (optometristi) avevano già molte paia di vecchi occhiali, che avevano accumulato nel tempo e dei quali non sapevano che fare” . la sua associazione no profit si chiama “Sight Lerning” e raccoglie occhiali usati presso gli optometristi californiani per darli ad organizzazioni internazionali. Dal 2011 ad oggi Yash ha raccolto e regalato circa 9.500 paia di occhiali, per un valore di quasi 500.000 dollari, soprattutto ai bambini di Haiti, Honduras, India e Messico. Per il suo altruismo Yash ha partecipato ad un evento alla Casa Bianca lo scorso mese di luglio ed è stato nominato CNN Nero 2013. Aiutare gli altri è molto importante per Yash, la cui famiglia è emigrata dall’India verso gli Stati Uniti quando aveva solo 1 anno di età. “ E’ stata dura riuscire ad integrarci per questo sono molto solidale con tutte le persone che vivono momenti di difficoltà. In questo momento stiamo collaborando con organizzazioni che hanno attività internazionali. Ma in futuro, mi piacerebbe portare questo servizio anche in tutte le città degli Stati Uniti” ha spiegato Yash. “Nel Mondo”, ha concluso, “ ci sono 300 milioni di persone che non possono permettersi un paio di occhiali da vista, ma ne hanno bisogno. Gran parte di loro (circa un terzo, n.d.a.) sono studenti e credo che non sia giusto che non riescano ad avere un’istruzione adeguata solo per questo motivo. E’ entusiasmante vedere l’espressione meravigliata dei bambini che indossano gli occhiali per la prima volta, vedere la gioia e felicità sui loro volti”

Fonte: buonenotizie.it

Iniziativa dal basso e solidarietà in Nicaragua: la sfida dei Phoenix Projects

In Nicaragua un gruppo di giovani di diversa nazionalità ha deciso di aiutare le popolazioni indigene costruendo scuole e creando un sistema che partendo dall’istruzione riesce, allo stesso tempo, a lottare contro la malnutrizione e lo sfruttamento minorile. Si tratta dei Phoenix Projects, nati da un’idea di Dom Williams.phoenix_projects

È un’altra delle storie invisibili che mi preme raccontare. La racconto non solamente perché nel silenzio e senza eroismi ha un impatto profondo sul territorio ma, anche perché in questo periodo di aridezza internazionale rappresenta una luce e dimostra come delle azioni individuali portate avanti a livello locale da persone comuni con tanta determinazione e armandosi di umanità possano, a tendere, divenire modello potenzialmente perseguibile anche a livello macro. È la storia di quanto accade in America Centrale ed in particolare in Nicaragua dove da tempo un gruppo di giovani di diversa nazionalità ha deciso di dare una mano concretamente alle popolazioni indigene costruendo scuole e creando un sistema armonico che partendo dall’istruzione riesce, allo stesso tempo, a lottare egregiamente contro la malnutrizione e lo sfruttamento minorile. Un gruppo di giovani costituito da Dom e Doreen Williams che due lustri fa hanno deciso di spendere la propria vita in America Centrale e che, facendo appello semplicemente al buon cuore di donatori privati, sono riusciti a creare un sistema educativo parallelo a quello statale in maniera da garantire a tutti quanti, specie agli abitanti indigeni di comunità difficilmente raggiungibili, un livello minimo d’istruzione oltre che un maggiore livello di benessere e nuove opportunità di lavoro sul territorio. Nei paesi centroamericani il sistema scolastico nazionale pubblico impone alle famiglie di incorrere nel pagamento di tasse oltre che nell’acquisto di tutto il materiale scolastico e di uniformi, ciò che, in un contesto molto spesso di estrema povertà, scoraggia i genitori dal fare andare i propri figli a scuola.phoenix_projects_2

Così nasce l’idea di Dom Williams la cui intenzione era quella di spendersi in prima persona per garantire gratuitamente un livello educativo minimo ai bambini di alcune comunità indigene iniziando da quelle di una regione del Guatemala. Un’idea che diventa ben presto concreta progettualità attraverso i Phoenix Projects. L’avventura conosce e vive un crescendo inimmaginabile di anno in anno e così l’idea di costruire delle scuole rapidamente varca anche i confini dell’Honduras, del Nicaragua, dell’Ecuador e del Perù . Il programma strategico di Dom, accerchiatosi nel frattempo di fidati collaboratori locali ed internazionali, ha rapidamente dimostrato come fosse possibile attraverso la scuola lottare anche contro la malnutrizione e la fame, creando all’interno delle scuole delle mense scolastiche che assicurano ai bambini molto spesso l’unico pasto nutriente e completo della loro giornata. Ma non è tutto, convincere le famiglie a credere nell’istruzione dei propri figli ha altresì permesso di strapparli dai durissimi lavori di campo ai quali di regola sono destinati sin dalla tenera età per la raccolta del caffè che ci fa da sveglia ogni mattino. È la sfida di Dom e Doreen. Sin dal primo minuto hanno voluto mettere in piedi una strategia che non seminasse dipendenza e passività nei beneficiari locali. Il loro programma mira per di più a creare lavoro localmente in seno alle comunità, a farle crescere nelle loro capacità manageriali per la gestione del sistema e delle strutture scolastiche e, nel medio-lungo termine, nel rendere la progettualità scolastica auto sostenibile e totalmente slegata dagli aiuti internazionali.phoenix_projects3

È una storia d’intraprendenza, di coraggio, di rischio, di sfida al sistema ma anche di tanta solidarietà. Infatti in questi anni molti donatori di diversi paesi del mondo hanno appoggiato il progetto non solamente con un apporto finanziario ma spesso anche direttamente e concretamente impegnandosi sul territorio dopo la donazione. Parecchivolontari (oltre 2000 in 10 anni) hanno insegnato come docenti ai bimbi mentre altri hanno aiutato le famiglie nella costruzione di camini, come per esempio in Guatemala, all’interno delle fatiscenti abitazioni degli indigeni in maniera da contribuire a lottare contro le malattie respiratorie e le principali cause di morte legate all’utilizzo delle braci come mezzo di riscaldamento e di cottura all’interno delle case. Di anno in anno, si è passati così dalla diffidenza e dall’indifferenza delle famiglie al loro diretto coinvolgimento e all’incremento del numero di frequenze scolastiche. Si è presentata la necessità di costruire altre classi e poi anche altre scuole. Ma in questa parte del mondo niente sembra impossibile e grazie all’impegno di tanta gente di buon cuore e soprattutto grazie agli aiuti internazionali di donatori privati i sogni e le esigenze si sono trasformati in realtà concreta. Un circolo virtuoso dunque che culmina con la storia della scuola di Alexis Arguello in Nicaragua. Creata nel 2010, nel corso degli ultimi tre anni ha conosciuto un forte incremento delle presenze di scolari grazie anche all’importante apporto e contributo economico di un nutrito gruppo di donatori italiani, svizzeri e di altri europei che hanno permesso l’ampliamento della scuola con la costruzione di nuove classi, di cucine e bagni.

La scuola e l’intera struttura scolastica sono così cresciute molto da ogni punto di vista guadagnando in tutto il Nicaragua in notorietà e in ottima reputazione sia per il numero di scolari iscritti, impegnati e meritevoli che per il livello e la qualità dell’insegnamento. Ed ecco che arriva in Agosto scorso la buona notizia per Dom e Doreen. La perseveranza, la determinazione, gli sforzi e i contributi di tante persone, federatesi attorno a questa causa solidale, trovano il riconoscimento e l’apprezzamento del Ministero dell’Educazione nicaraguense (MINED) che, alcune settimane fa, in considerazione degli importanti progressi realizzati, dell’importanza e del benefico impatto del progetto nell’intera area di Chiriza in cui si è sviluppato, ha deciso di impegnarsi supportando la scuola con aiuti finanziari per coprire spese correnti e costi in maniera da prolungarne l’esistenza e permettere la realizzazione di uno dei sogni di Dom e cioè quello di arrivare all’auto sostenibilità del programma.phoenix_projects4

La decisione dell’autorità nicaguarense, che prende come modello il sistema di scuola ideato da Dom, rappresenta una prima in assoluto tra le scuole dei Phoenix Projects tra i vari paesi in cui sono attivi ed è senza dubbio un atto straordinario ed unico che, si spera, possa, creare dei precedenti importanti. “Ci sono voluti 10 per arrivare a questo stadio e ottenere i risultati odierni” ci racconta Dom. “Negli anni abbiamo formato delle persone locali che adesso sono capaci di condurre i progetti scolastici. Oggi le comunità indigene sono in grado di gestire autonomamente questi progetti ed è senz’altro un enorme passo in avanti.” ci dice con fierezza e poi continuando: “La prossima meta da raggiungere è quella di rendere tali progetti indipendenti dagli aiuti internazionali attraverso una pianificazione di sostenibilità già esistente”. Negli anni, parallelamente ai progetti scolastici, Dom e il suo team si sono preoccupati di aiutare il territorio e le famiglie degli scolari investendo sul futuro delle nuove generazioni attraverso una sorta di programma di microcredito non finanziario con il quale sono stati distribuiti semi e semenze per lanciare il processo agricolo di coltivazione che permette oggi non solo di soddisfare i fabbisogni alimentari delle comunità ma anche di sviluppare le loro attività commerciali. Si è dato il via inoltre al turn-over di animali da produzione come galline e mucche in maniera che le comunità possano dedicarsi all’allevamento migliorando le proprie condizioni di vita grazie alla diversificazione del sostentamento in terre che frequentemente vengono colpite da catastrofi ambientali. Dopo un certo numero di anni (2-3) in cui gli animali vengono presi in cura, da una delle famiglia degli scolari che frequentano la scuola, questi vengono poi restituiti e riassegnati ad altre famiglie. Tutto ciò ha innescato un lento processo di auto sostenibilità che si stima possa conseguirsi completamente per i prossimi lustri. È stato possibile così creare lavoro e opportunità lavorative non solo legate all’ambito scolastico ma nel settore agricolo, dell’allevamento, del commercio, dell’edilizia. In breve i risultati conseguiti nel corso degli anni dai progetti di Phoenix sono concreti, rilevanti, impattanti ed impressionanti. Un’altra storia invisibile che cerchiamo di rendere un po’ visibile perché di questo tipo di amore è bene raccontare e nutrire le persone e la società odierna. L’accoglienza dell’altro, il suo rispetto, il desiderio di dare dignità alla persona, la generosità e la passione unitamente all’impegno sociale e alla solidarietà tra gente aperta e vogliosa di un reale cambiamento di paradigma sono gli ingredienti, tanto semplici da mettere insieme quanto indispensabili, che lentamente possono fare convergere le nostre migliori potenzialità al servizio del benessere collettivo e verso la direzione di un concreto progresso umano.

Fonte: il cambiamento

Sviluppo sostenibile al Green Cross International, Gorbaciov propone la “Perestrojka della sostenibilità”

In occasione del ventennale della nascita di Green Cross International l’ex presidente dell’Urss Mikhail Gorbaciov ha lanciato il suo monito sulla sostenibilità: “la comunità internazionale ha fallito, serve la Perestrojka della sostenibilità.603-0-20110228_153907_D20188F8-586x389

La conferenza stampa tenutasi ieri a Ginevra in occasione del ventennale di Green Cross International, un’organizzazione ambientalista internazionale legata alle idee ambientaliste dell’ultimo residente dell’Urss, ha registrato l’intervento di apertura in collegamento da Mosca dell’ispiratore e fondatore Mikhail Gorbaciov, 80 anni lo scorso 2 marzo: era il 1987, cinque anni prima del primo Vertice della Terra di Rio de Janeiro quando l’ex leader Urss organizzò un raduno nella città artica di Murmansk, il primo evento di ampio respiro legato ai concetti di tutela ambientale, disarmo nucleare, e relativo alle più ampie preoccupazioni per la sicurezza e lo sviluppo del pianeta.

L’inizio della conferenza è stato dato proprio dalle parole dell’ex Presidente russo:

Negli ultimi due decenni la comunità internazionale ha fallito miseramente nel tentativo di rispondere alle minacce per l’umanità e l’ambiente, e sta, invece, mettendo i profitti al di sopra delle persone con il suo approccio miope e pericoloso nell’occuparsi dei cambiamenti climatici e dello sviluppo sostenibile.

Una crisi che, per il leader della Perestrojka, ha una chiara origine nell’insostenibilità degli stili di vita del genere umano: entro il 2050 la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di individui cosa, una pressione demografica insostenibile per un economia fatiscente e lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali. Provate ad immaginare un prossimo futuro con 3 miliardi di abitanti in più ma con meno cibo e senza più petrolio: materia letteraria per Asimov, McCarthy o, peggio, Orwell. Il tema dualistico crescita/decrescita è ormai materia economica quanto ambientale, trattata in mille salse da decine di esperti diversi: il problema, spesso, è trovare un punto di incontro tra le esigenze ambientali con quelle economiche, complesso quasi quanto trovare un economista che parli con cognizione di causa di ambientalismo e viceversa. Gorbaciov pare più incline ad un processo di decrescita economica per una maggiore sostenibilità: la sofferenza, la povertà che deriverebbero dal procedere lungo la strada che attualmente il mondo sta percorrendo ridurrebbero necessariamente la sicurezza degli esseri umani, inducendo a nuovi conflitti e degradando ulteriormente l’ambiente:

Una “Perestrojka” della sostenibilità è necessaria per rivoluzionare il modo in cui le persone danno valore alla vita: alla propria, a quella dei loro figli e a quella dell’unico pianeta che condividiamo.

Una ristrutturazione dell’intero concetto di sostenibilità, dell’economia che ad esso ruota attorno, necessaria perchè “i potenti” del mondo non sanno, non riescono, a fronteggiare i pericoli che il pianeta si trova davanti, che l’intera umanità dovrà affrontare; Gorbaciov, e con lui tutta l’organizzazione, ha lanciato in questo senso un appello internazionale:

Ai responsabili delle nazioni di lavorare insieme per proteggere l’ambiente e garantire i diritti umani.

Ambiente e diritti umani.

Due concetti talmente nobili, insiti nell’essere umano sin dalla nascita e dimenticati durante la crescita, fino all’anestesia dell’età adulta, che vanno prepotentemente riproposti come centrali: il chairman di Green Cross International Jan Kulczyk ha insistito sulla necessità di puntare in particolare sulla green economy:

L’economia mondiale deve prendere una direzione completamente nuova. Una forte collaborazione tra governi, società civile e imprese è di vitale importanza e le forze di mercato da sole non possono portare a questa trasformazione. […] Le imprese possono e devono dare l’esempio, affinché tutto il ciclo della produzione dei beni e servizi, partendo dalla progettazione degli stessi, sia improntato alla sostenibilità. Le strategie e gli obiettivi devono essere a lungo termine e strutturati in modo tale che i nostri figli e nipoti possano vivere in armonia con il nostro pianeta. La green economy è una soluzione praticabile per trasformare le nostre visioni in realtà.

Sempre attraverso i cinque pilastri di Green Cross, istruzione, smilitarizzazione, salute e bisogni sociali, energia ed acqua, l’organizzazione promuove la sostenibilità, anzi la Perestrojka della sostenibilità, utilizzando il dialogo e le iniziative sul territorio.

Fonte: Green Cross International