Quanto è inquinata l’Italia

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Siamo un paese abbastanza virtuoso per quanto riguarda emissioni di gas serra e superficie boscata. Ma dobbiamo ancora lavorare molto per migliorare la qualità dell’aria nelle zone metropolitane e tenere sotto controllo il rischio idrogeologico. Sono queste le principali conclusioni cui sono giunti gli esperti dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), relative all’anno 2012 e appena pubblicate nell’Annuario dei dati ambientali presentato il 17 luglio scorso. Ecco una rapida carrellata dei dati più significativi emersi dallo studio.

Gli italiani si spostano sempre meno, sia per vacanza sia per lavoro: il 2011 ha visto diminuire il numero di viaggi effettuati dai connazionali di ben il 16,6%. Per contro, aumentano gli arrivi e le presenze di turisti stranieri, rispettivamente del 5% e del 3%. Le stagioni calde sono quelle di maggior afflusso turistico, per lo più diretto sulle coste. Nel 2011, l’Italia presenta 4.901 acque di balneazione, di cui il 91,9% è conforme ai limiti imposti dalla Direttiva 76/160/CEE. Per 7 regioni costiere la percentuale di conformità ai valori guida è compresa tra il 90% e il 100%, in 4 è superiore all’80%, nelle restanti 4 è tra il 50% e il 72%. Il mezzo di trasporto più utilizzato dagli italiani per i viaggi e dagli stranieri che visitano il nostro paese rimane l’automobile(rispettivamente il 62,9% e il 65%). Il settore trasporti, in Italia, nel 2012, è responsabile del 23,4% delle emissioni totali di gas serra. Le stime provvisorie di emissioni di gas serra per il 2012 (aggiornate al 30 giugno 2013), pari a 464,55 milioni di tonnellate di CO2equivalente, evidenziano un’ulteriore diminuzione del 5% rispetto al 2011, per il perdurare della congiuntura economica negativa, mostrando una riduzione complessiva rispetto al 1990 del 10,5%. La distanza dall’obiettivo del Protocollo di Kyoto si assottiglia sempre di più, tanto da consentire all’Italia di arrivare al traguardo con uno sforzo limitato, attraverso l’utilizzo dei crediti consentiti dai meccanismi del Protocollo stesso e dei crediti derivanti dalle attività forestali. Buone notizie, come anticipavamo, per quanto riguarda i preziosi “polmoni verdi” del nostro paese: si attesta al 36%, nel 2010, il coefficiente di boscosità, ben più alto di quel 28,8% registrato nel 1985. Un contributo importante alla crescita della superficie boscata è dato dall’espansione delle foreste sulle aree abbandonate dall’agricoltura. Fenomeno, questo, condizionato dalla crisi del settore agricolo e dalle politiche comunitarie. La principale minaccia è oggi ancora rappresentata dagli incendi, il 72% dei quali, nel 2011, è risultato essere di natura dolosa, il 14% colposa e il restante 14% di natura dubbia. Rimane tuttavia pesante la pressione esercitata sull’ambiente dalle attività industriali: continuano a preoccupare, infatti, gli effetti negativi sulla salute dell’uomo e sugli ecosistemi causati dalla presenza di sostanze pericolose nel suolo, nel sottosuolo, nei sedimenti e nelle acque sotterranee. Rilasciati, nel 2012, 13 provvedimenti di Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale): 1 raffineria, 3 centrali termoelettriche e 9 impianti chimici. Negli anni, il ricorso a questo provvedimento è fortemente cresciuto: gli impianti vigilati sono passati da 25 nel 2009 a 140 nel 2012, mentre quelli ispezionati da 5 nel 2009 a 76 nel 2012. Per quanto riguarda i pollini, l’Ispra ha rilevato che i valori dell’Italia centrale, tendenzialmente sopra la media, risentono della forte presenza di cupressaceae, che determinano anche i picchi di Firenze, Perugia e Castel di Lama; i valori del Nord sono, invece, più condizionati dai pollini di urticaceae e, nell’Arco prealpino, dalla spiccata biodiversità. La componente aerobiologica diventa particolarmente importante per la corretta valutazione della qualità dell’aria, soprattutto nelle aree metropolitane, dove si registrano dati stazionari per quanto riguarda biossido di azoto e benzene ma cifre insoddisfacenti per quanto riguarda il PM10, il cui valore limite giornaliero è stato superato nel 48% delle stazioni di monitoraggio. Ozono oltre i limiti (obiettivo a lungo termine) nel 92% delle stazioni, mentre nel 20% di esse si è rilevato un superamento dei limiti annuali consentiti di biossido di azoto. Preoccupante il dato relativo al benzo(a)pirene i cui livelli, seppur misurati in un numero ancora troppo limitato di stazioni di monitoraggio (69), superano i valori consentiti nel 20% dei casi. L’Italia ha un territorio particolarmente tendente al dissesto geologico-idraulico, sia per le proprie caratteristiche geologiche e geomorfologiche, sia per l’impatto dei fenomeni meteoclimatici oltre che per la diffusa e incontrollata presenza dell’uomo e delle sue attività. Dal 1 novembre 2011 al 31 dicembre 2012, sul territorio nazionale, sono avvenuti 4.129 terremoti di magnitudo maggiore o uguale a 2, ed è sensibilmente aumentato il numero di quelli con magnitudo superiore a 5. Le frane censite sono circa 487.000 e interessano un’area pari al 6,9% del territorio nazionale. La popolazione esposta a fenomeni franosi ammonta a 987.650 abitanti. Nel 2012 sono stati censiti dall’ISPRA 85 eventi di frana principali sul territorio nazionale. È stato inoltre stimato che in Italial e persone esposte ad alluvioni sono 6.153.860. Arriviamo infine alla cementificazione. In Italia, secondo l’Ispra, sono stati consumati, in media, 7 m2 al secondo per oltre 50 anni; oggi il consumo di suolo raggiunge gli 8 m2 al secondo. In pratica, ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una superficie pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e Firenze.

Riferimenti: Ispra

Tratto : galileonet.it

Ispra: “In Italia 1142 stabilimenti a rischio di incidente rilevante”

Secondo Ispra, al 31 dicembre scorso in Italia vi erano ben 1142 stabilimenti industriali a rischio di incidente rilevante (RIR): metà al nord e metà al sud, l’unità nazionale si fa con gli stabilimenti “Seveso”108115720-432x288

Se dopo più di 150 anni possiamo parlare di “unità nazionale” lo dobbiamo all’industria pericolosa: secondo il rapporto Ispra sulla mappatura dei pericoli di incidente rilevante in Italia, presentato ieri mattina a Roma, metà degli impianti a rischio Seveso si trovano nelle quattro grandi regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna) e metà si trovano sparpagliati lungo il resto dello Stivale. Se il 25% di tutti gli impianti a rischio di incidente rilevante (RIR) si trovano in Lombardia, è la Valle d’Aosta la regione meno a rischio, con soli 6 stabilimenti: per rischio di incidente rilevante si intendono quegli stabilimenti industriali ed impianti che, in caso di incidente, rischiano di danneggiare e compromettere quasi irrimediabilmente l’ambiente circostante, rappresentando in tal senso un serio pericolo per la salute della popolazione. In tal senso si parla di “rischio Seveso”, tornando indietro alla tragedia dell’Icmesa che, sul finire degli anni ‘70, ha rappresentato un disastro ambientale per tutto il Paese: i 1142 stabilimenti RIR rappresentano, ognuno di essi, punti di rischio, fattori di interesse (giornalistico, ambientale, ma anche politico), elementi di forte preoccupazione per chi vive in certi territori. Se nelle quattro grandi regioni del nord Italia si trovano il 50% di questi impianti, una consistente presenza si rileva anche nel centro-sud (Sicilia, Campania e Lazio, ognuna con la sua quota del 6%, Toscana, 5%, Puglia e Sardegna, 4%); nel Rapporto, edizione 2013, sono riportati ed analizzati i 6 indicatori rappresentativi della distribuzione territoriale, della tipologia degli impianti, delle loro caratteristiche e delle tendenze evolutive di tutti questi impianti. Non c’è solo Ilva a Taranto, Eni a Brindisi. Non ci sono solo Porto Tolle, Sarroch, Brescia: le recenti vicende ambientali italiane si intrecciano fittamente con il panorama industriale nostrano, arretrato, quasi antiquato, fortemente suscettibile di causare incidenti che, qualora avvenissero (e prevenire è sempre meglio che curare) sarebbero altre tragedie ambientali per il nostro Paese. L’acquisizione di informazioni, la prevenzione, la diffusione con tempestività a tutti i livelli (operatori sanitari, opinione pubblica, amministratori locali, dirigenti d’azienda) degli elementi conoscitivi sui fattori di pressione per il territorio connessi alle attività industriali, e di tutti i fattori di rischio, rientrano nel classico, einaudiano, principio “conoscere per deliberare”, ma anche in un discorso, ben più ampio, riguardante la prevenzione e la messa in sicurezza di tutti questi impianti. Se nella quasi totalità (con l’eccezione di Macerata) delle province italiane è collocato almeno uno di questi 1142 impianti RIR, è sempre il nord a fare da capofila con Milano (69 stabilimenti), Brescia (45), Ravenna (37), Novara e Varese (28), Venezia (26), Torino (24). Al centro è Roma a fare da capofila con 26 stabilimenti, seguita a ruota dalla provincia di Frosinone (21) mentre la “regina del Sud” è Napoli con 33 stabilimenti. Rispetto al 2012 le riduzioni maggiori sul numero di impianti a rischio si è registrata al centro-sud (Lazio, Campania, Umbria, Sicilia e Sardegna) mentre il nord si dimostra poco virtuoso, con incrementi di tali impianti in Piemonte, Liguria, Veneto e Friuli Venezia-Giulia. Sono 756 i Comuni italiani a rischio Seveso (il 9% del totale), in 40 dei quali sono presenti 4 o più stabilimenti (il podio va a Lombardia, Sicilia e Lazio). Gli stabilimenti più a rischio sono i petrolchimici (il 25% del totale), concentrati in particolare al nord, seguiti a ruota dai depositi di gas liquefatti (sopratutto GPL, il 24%), presenti in particolare il Campania e Sicilia. Il rapporto, che potete scaricare qui, è completo, una vera cartina tornasole dello stato generale dell’industria italiana (non ottimale a dire la verità), è uno di quei documenti che andrebbero messi sul comodino di tutti gli amministratori pubblici, amministratori delegati e dirigenti d’azienda d’Italia, per aprire gli occhi, con chiarezza, sul tipo di paese che si sta lasciando. Perchè le persone passano ma gli impianti no, quelli restano. Per tanto tempo.

Fonte: ecoblog

 

Gas serra, Ispra: in Italia nel 2011 emissioni in calo del 5,8% rispetto al 1990

Pubblicato dall’Ispra l’inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra per l’anno 2011. Gas climalteranti in calo, soprattutto a causa dei ridotti consumi energetici e dello sviluppo delle rinnovabili 374707

In Italia le emissioni totali dei 6 principali gas serra, espresse in CO2 equivalente, sono diminuite nel 2011 del 2,3% rispetto all’anno precedente e del 5,8% rispetto all’anno base (1990), a fronte di un impegno nazionale di riduzione del 6,5% nel periodo 2008-2012. Questo il dato comunicato nell’ambito della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC) e del protocollo di Kyoto dall’Ispra che, in accordo ai suoi compiti istituzionali, ha realizzato l’inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra per l’anno 2011.
Il calo registrato a partire dal 2008 è conseguenza sia della riduzione dei consumi energetici e delle produzioni industriali a causa della crisi economica, sia della crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico) e di un incremento dell’efficienza energetica. Le emissioni dalle industrie energetiche e manifatturiere, che nel periodo 2008-2011 incidono mediamente per il 58,8% delle emissioni nazionali, mostrano una riduzione del 15,5%, mentre quelle dei restanti settori si sono ridotte del 5,1%. Tra il 1990 e il 2011 le emissioni di tutti i gas serra considerati dal Protocollo di Kyoto sono passate da 519 a 489 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, variazione ottenuta principalmente grazie alla riduzione delle emissioni di CO2, che contribuiscono per l’85% del totale e risultano, nel 2011, inferiori del 4,7% rispetto al 1990. Le emissioni di metano (CH4) e di protossido di azoto (N2O) sono rispettivamente pari a circa il 7,5% e 5,5% del totale e sono in calo sia per il metano (-16,4%) che per il protossido di azoto  (-28,1%).  Gli altri gas serra, gas fluorurati quali idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) e esafluoruro di zolfo (SF6), hanno un peso complessivo sul totale delle emissioni che varia tra lo 0,1% e l’1,9%; le emissioni degli HFC evidenziano una forte crescita, mentre le emissioni di PFC decrescono e quelle di SF6 mostrano un minore incremento. I settori delle industrie energetiche e dei trasporti sono quelli piu’ importanti, contribuendo a piu’ della meta’ delle emissioni nazionali di gas climalteranti. Rispetto al 1990, le emissioni di gas serra del settore trasporti sono aumentate del 15,4% a causa dell’incremento della mobilità di merci e passeggeri; per il trasporto su strada, ad esempio, le percorrenze complessive (veicoli x km) per le merci sono aumentate del 44%, e per il trasporto passeggeri del 36%. Per il secondo anno consecutivo, pero’, si riscontra una riduzione delle percorrenze di merci e anche i consumi energetici del settore, dopo aver raggiunto un picco nel 2007, sono in riduzione. Nel periodo 1990-2011, le emissioni del settore residenziale e servizi sono aumentate del 9,7%. A questo proposito si puo’ osservare che in Italia il consumo di metano nel settore civile era gia’ diffuso nei primi anni ’90 e la crescita delle emissioni, in termini strutturali, e’ invece correlata all’aumento del numero delle abitazioni e dei relativi impianti di riscaldamento oltre che, in termini congiunturali, ai fattori climatici annuali. Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, infine, le emissioni sono diminuite del 15,9%, e sono destinate a ridursi nei prossimi anni, per la riduzione delle emissioni dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in discarica.

Fonte. Eco dalle città

Acque con 166 pesticidi diversi, le analisi nel rapporto ISPRA

Salgono a 166 i tipi di pesticidi rilevati nelle acque italiane e la macroarea più contaminata è la pianura padano -veneta.

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Acque superficiali e acque sotterranee sempre più inquinate dai pesticidi. L’ISPRA che ha appena pubblicato il Rapporto nazionale pesticidi nella acque ne ha contati 166 diversi e ha calcolato che il 13,2% delle acque superficiali ha livelli di tossicità superiori ai limiti e pericolosi per gli organismi acquatici. Nel 2010 sono stati trovati residui di 166 tipologie di pesticidi per il 55,1% nei 1.297 punti di campionamento delle acque superficiali e per il 28,2% nei 2.324 punti delle acque sotterranee. Nel biennio 2007-2008 furono rilevati 118 pesticidi. I veleni che contaminano le acque italiane provengono dall’agricoltura e sono per lo più residui di fitosanitari e biocidi. Si consideri che ad esempio si usano circa 140 mila tonnellate di fitosanitari all’anno per una diffusione nelle acque e nell’ambiente di 350 sostanze diverse. Risulta fortemente contaminata la pianura padano-veneta sia a causa delle caratteristiche idrogeologiche sia per la forte presenza di agricoltura intensiva, anche se a fronte di un aumento dei controlli al Sud stanno emergendo sacche di inquinamento significative. Veniamo alla presenza di miscele: le analisi hanno rilevato 23 sostanze diverse in un solo campione, ma mancando però dati sperimentali sugli effetti delle miscele si pensa che il rischio sia sottostimato e dunque ISPRA invita a tenere in considerazione anche quei livelli di contaminazione giudicati minimi. E mette in guardia anche rispetto alla velenosità per l’uomo:

Le sostanze concepite per combattere organismi nocivi, infatti, sono potenzialmente pericolose anche per l’uomo. La rete ambientale è finalizzata alla salvaguardia degli ecosistemi acquatici e non al controllo delle acque utilizzate per scopo potabile, ma, queste ultime, spesso attingono agli stessi corpi idrici e l’uomo un’esposizione indiretta ai contaminanti, attraverso, ad esempio, la catena alimentare.

Sul mercato arrivano sempre nuove sostanze e appunto come fa notare ISPRA non conosciamo gli effetti di queste nuove combinazioni tra componenti diversi che si vanno a mescolare nelle acque. Al momento sono stati riscontrate molto diffusamente e comunemente i seguenti pesticidi:

glifosate, AMPA, terbutilazina, terbutilazina-desetil, metolaclor, cloridazon, oxadiazon, MCPA, lenacil, azossistrobina.

Nelle acque sotterranee sono stati trovati:

bentazone, terbutilazina e terbutilazina-desetil, atrazina e atrazina-desetil, 2,6-diclorobenzammide, carbendazim, imidacloprid, metolaclor, metalaxil

Resta diffusa la contaminazione da erbicidi triazinici quali la terbutilazina e sono state trovate anche sostanze da tempo fuori commercio come l’atrazina e la simazina, il che ci dice che i tempi di assorbimento non sono assolutamente da tenere in considerazione.

Fonte: ecoblog

 

Specie aliene, in Europa cresce l’emergenza

 

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Secondo il rapporto ‘The impacts of invasive alien species in Europe’ pubblicato dall’ Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea) le specie aliene introdotte dall’uomo in Europa (volontariamente e non) hanno un impatto fortemente negativo sulle specie autoctone, incapaci fino ad oggi di adattarsi per combattere l’invasione di specie aliene. I dati raccolti e pubblicati dall’Eea dimostrano inoltre che in un numero sempre più crescente di casi le specie esotiche invasive possono anche causare danni alla salute umana e alla società: sarebbero oltre 10mila le specie allotone presenti in Europa, con un tasso di aumento esponenziale e costante. Dalla zanzara tigre al giacinto d’acqua, dalle vongole aliene nel lago Maggiore, all’ambrosia, almeno il 15% delle specie aliene hanno un impatto ecologico negativo. Le specie invasive hanno un fortissimo impatto sull’ecosistema e sull’economia europea: basti pensare che delle 395 specie europee autoctone classificate come in pericolo di estinzione ben 110 sono in pericolo a causa delle specie esotiche invasive con effetti che potrebbero essere devastanti. In primis per gli esseri umani, considerando che uno degli effetti più pericolosi delle specie esotiche invasive è legato alla trasmissione di malattie, come la febbre gialla che viene trasmessa dall’asiatica zanzara tigre. Ma anche il paesaggio ne risente, basti pensare ai danni che il punteruolo rosso ha causato alle palme di mezzo continente (ora fa rotta sull’altra metà):

La comparsa della febbre chikungunya in Nord Italia nel 2007 ha dimostrato la serietà del problema e l’importanza della sfida potrebbe crescere: le proiezioni dei cambiamenti climatici mostrano che la zanzara tigre probabilmente si diffonderà ancora, in particolare nel Mediterraneo, ma anche più a Nord

ha spiegato Jacqueline McGlade, direttore esecutivo dell’Aea. L’area mediterranea, e in particolare il ponte su questo mare rappresentato dalla penisola italiana, è la più esposta a questo tipo di “invasione”. Questo, congiuntamente ai cambiamenti climatici, sta minando un intero ecosistema: l’invasione dell’Ambrosia dal Nord America, giunta in Europa grazie all’importazione dei mangimi per uccelli, colpisce con i suoi allergeni il 10-15% della popolazione europea, cosa che si aggrava quando l’ambrosia interagisce con gli effetti allergenici di altre piante. C’è l’annoso problema delle cozze zebra, contenute nelle acque si zavorra delle navi ed oggi proliferanti nei laghi di mezz’Europa, del punteruolo rosso, della terribile Vespa velutinanigrithorax che ha devastato gli alveari francesi ostacolando incredibilmente l’impollinazione effettuata dalle api, problemi che l’Eea quantifica in 12 miliardi di euro:

In Italia solo nella provincia di Milano si contano due milioni di euro all’anno di spesa sanitaria per l’allergia causata dall’ambrosia

ha spiegato Piero Genovesi dell’Ispra, coautore del rapporto europeo. Che tipi di soluzione vede l’Europa? Lo ha spiegato il Commissario europeo all’Ambiente Janez Potocnik, il quale ha parlato sopratutto di prevenzione:

Siamo pronti ad adottare la nuova legislazione nelle prossime settimane. Queste specie saranno identificate con un approccio basato sul rischio: possono avere un impatto potenziale su diversi Stati, oppure sono così dannose da meritare un approccio coordinato. […] Vogliamo avere un solido sistema di allerta e prevenire danni economici, all’ambiente, alla salute: è chiara la necessità di un intervento e questo va riconosciuto ai massimi livelli politici.

Fonte: EEA – Agenzia Europea per l’Ambiente

 

 

Un uomo per un albero: da sabato è legge


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E’ entrata in vigore sabato scorso la nuova legge che obbliga i Comuni sopra i 15mila abitanti a piantare un albero per ogni bambino registrato all’anagrafe o adottato: la norma, specificatamente la legge n.10 del 14 gennaio 2013, riprende in realtà un vecchio “obbligo” introdotto in Italia con la legge Cossiga-Andreotti n.113 del 29 gennaio 1992. Quella legge, in verità molto poco applicata fatto salvo per qualche ente locale “sperimentatore” (come se piantare un albero fosse un esperimento, quando il vero esperimento per l’essere umano è vivere in megalopoli dall’aria irrespirabile) punta ad incentivare gli spazi verdi urbani: la vera novità della nuova normativa rispetto alla precedente sono alcune modifiche sostanziali per assicurarne l’effettiva applicazione e rispetto. La storia, per quanto mi riguarda, affonda le radici nel lontano 1953: in quell’anno mio nonno piantò una prima palma in seguito alla nascita della figlia primogenita, mia zia, per poi piantarne nel terreno altre due, alla nascita degli altri due suoi figli, tra cui mia madre. Quelle palme sono rimaste piantate nello stesso terreno per più di 50 anni, fino a quando il maledetto punteruolo rosso non ha deciso di devastarne l’interno, mortificando il ricordo che si era oramai radicato in una terra che è anche il mio sangue. L’obbligo introdotto dalla nuova legge non riguarderà tutti i comuni d’Italia ma solo i comuni superiori ai 15mila abitanti, e non interesserà solo le nascite ma anche le adozioni: per ogni nuovo uomo ci dovrà essere un albero nuovo, che dovrà essere piantato (a norma di legge) entro sei mesi e non più entro l’anno. Secondo l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) questo dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, contrastare la perdita di quegli 8mq al secondo di aree verdi in Italia, nonostante il tasso di natalità in Italia non sia esattamente altissimo. A vigilare sul rispetto della normativa sarà il nuovo Comitato per lo sviluppo del verde pubblico istituito presso il Ministero dell’Ambiente: saranno i Comuni a dover comunicare i dati sulle piantumazioni, fornendo anche informazioni relative al tipo di albero scelto e il luogo in cui questo è stato piantato, provvedendo anche ad un censimento annuale delle piantumazioni ed informando il Comitato al Ministero, che dal canto suo monitorerà l’intera attività. In base alla nuova normativa inoltre il 21 novembre prossimo, e via via ogni 21 novembre, si festeggerà la Giornata nazionale dell’albero:

per perseguire, attraverso la valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo, l’attuazione del protocollo di Kyoto.

La legge 10/2013 introduce nuove disposizioni sulla tutela degli alberi monumentali: i Comuni italiani dovranno censire e monitorare gli alberi presenti nei loro confini, istituendo un vero e proprio catasto e sanzionando chiunque danneggi tali piante monumentali con ammende da 5.000 a 100.000 euro.

La legge si propone di realizzare due operazioni: da un lato, una mappatura completa del patrimonio arboreo italiano, in particolare degli alberi monumentali, per capire qual è la situazione del verde dentro i centri urbani di tutto il Paese e realizzare un’efficace azione di manutenzione; dall’altro di realizzare una grande operazione salva-verde in città che coinvolga le scuole, le istituzioni e le imprese.

ha spiegato ad Unomattina Massimiliano Atelli, capufficio legislativo del Ministero dell’Ambiente.

Fonte:ecoblog