Vivere ecologico: concorso per il miglior video

Ispra e l’Agenzia europea per l’ambiente premiano i migliori video che sapranno esprimere un messaggio reale e articolato per la salvaguardia dell’ambiente. Ecco come presentare il proprio lavoro e cosa c’è in palio.9715-10488.jpg

Come sei arrivato al lavoro o a scuola oggi? In auto, in bicicletta o con i mezzi pubblici? E l’elenco delle possibili domande alle quali dare risposta potrebbe essere lunghissimo. Ogni giorno prendiamo decisioni che possono avere un impatto sull’ambiente. Alcune delle nostre decisioni quotidiane sono sforzi consapevoli per vivere in un ambiente più pulito e più sano. Il concorso video “I LIVE GREEN”, ideato dagli NRC for Communication di ISPRA e organizzato dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), invita tutti gli europei a mostrare la loro creatività e a condividere le loro azioni per aiutare l’ambiente. I migliori video riceveranno un premio in denaro. Quello che mangiamo e compriamo, come ci muoviamo o riscaldiamo le nostre case, e molte altre grandi e piccole scelte hanno un impatto sull’ambiente e sulla nostra salute. Nel concorso video “I LIVE GREEN”, gli europei possono condividere le loro azioni verdi attraverso brevi video, votare per i migliori filmati e incoraggiare gli altri a fare ancora di più.

“I LIVE GREEN” si concentra su quattro argomenti:

  1. Cibo sostenibile

Il cibo nutriente è essenziale per una vita sana. Tuttavia, la produzione alimentare richiede risorse preziose, come terra e acqua. Ogni volta che sprechiamo cibo, sprechiamo anche queste risorse. Inoltre, pesticidi e fertilizzanti possono avere un impatto sul suolo e sulle falde acquifere. Come ridurre gli impatti ambientali del cibo sul piatto?

  1. Aria pulita

Molte attività economiche dai trasporti all’agricoltura rilasciano inquinanti atmosferici. Tuttavia, le nostre abitudini quotidiane possono contribuire a migliorare la qualità dell’aria e migliorare la nostra salute e la qualità della vita. Quali sono le scelte che fai per contribuire all’aria più pulita?

  1. Acqua pulita

I nostri laghi, fiumi e mari sono sottoposti a numerose pressioni, tra cui il cambiamento climatico e l’inquinamento. In molte regioni in tutta Europa, utilizziamo le nostre riserve di acque sotterranee più velocemente di quanto possano essere reintegrate. Queste pressioni hanno impatti sulla natura e sulla nostra salute. Come possiamo aiutare a mantenere le risorse idriche pulite e libere dall’inquinamento?

  1. Rifiuti minimi

Le cose che acquistiamo spesso hanno una durata limitata, ma ci sono modi per evitare che finiscano in discarica. Forse puoi mostrare agli altri un buon esempio di riutilizzo, riparazione o riciclaggio di qualcosa?

Regole di partecipazione

QUI per inviare i video

Le iscrizioni chiuderanno il 31 marzo 2018.

Il voto pubblico apre il 1° maggio 2018 e si chiude il 31 maggio 2018.

I vincitori verranno annunciati il 5 giugno 2018.

I premi

I vincitori di ciascuna categoria (cibo sostenibile, aria pulita, acqua pulita e rifiuti minimi) riceveranno un premio in denaro di 1000 euro. Il premio Public Choice, scelto tramite il voto online, è di 500 euro.

Fonte: ilcambiamento.it

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Consumo di suolo: l’Italia perde terra per l’agricoltura

La progressiva urbanizzazione del territorio italiano rischia di mettere in ginocchio la produttività agricola del nostro paese, con pesanti conseguenze anche sul rischio idrogeologico. Basterà una legge appena approvata dalla Camera a invertire la rotta?agricoltura

(Credits: Denkrahm/Flickr CC)

L’eccellenza italiana nel settore agroalimentare rischia di diventare presto un lontano ricordo. E il motivo è semplice: la percentuale di suolo fertile a disposizione degli agricoltori continua a diminuire. Secondo la Coldiretti, negli ultimi venticinque anni in Italia si è registrata una perdita del 28% della terra coltivata. Le conseguenze, in termini di quantità e qualità della produzione, sono ormai tangibili. In quindici anni sono scomparsi circa 140mila ettari di piante da frutto, tra cui mele, pere, pesche e albicocche, mentre il primato dell’enogastronomia Made in Italy è a forte rischio, tanto che la percentuale di carne, salumi, latte e formaggi importati dall’estero e immessi sul mercato italiano è ormai vicina al 40%. Secondo l‘ultimo rapporto dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul consumo di suolo, ossia la progressiva copertura artificiale del territorio dovuta all’urbanizzazione, la percentuale di territorio italiano urbanizzato è passata dal 2,7% degli anni Cinquanta a circa il 7% nel 2014. In particolare, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2013 il consumo di suolo ha inciso in prevalenza (60%) proprio sulle aree agricole coltivate.

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La politica recentemente ha provato a correre ai ripari, attraverso un disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo approvato dalla Camera lo scorso 12 maggio (vedi a seguire). La legge si pone un obiettivo ambizioso: arrivare all’azzeramento della cementificazione entro il 2050. “La legge va nella giusta direzione – sottolinea ancora la Coldiretti nel commentare l’approvazione del provvedimento – ma non basta: l’Italia deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola”. Ma le conseguenze del consumo di suolo agricolo, oltre a intaccare pesantemente la produttività, ricadono inevitabilmente anche sul dissesto idrogeologico. Secondo un altro rapporto dell’Ispra pubblicato lo scorso marzo, più di sette milioni di persone in Italia vivono in territori potenzialmente a rischio per frane e alluvioni. Alessandro Trigila, geologo dell’Ispra e co-autore del rapporto, spiega in che modo il consumo di suolo incide sul rischio idrogeologico: “I fattori che contribuiscono a quantificare il rischio sono tre: la pericolosità, cioè la probabilità che si verifichi una frana o un’alluvione in un certo posto e in un dato intervallo di tempo, gli elementi esposti, cioè la presenza di abitazioni e infrastrutture, e la vulnerabilità, ossia la propensione degli elementi esposti a essere danneggiati in seguito a un fenomeno violento. Un aumento del consumo di suolo comporta automaticamente un aumento degli elementi esposti, e quindi una crescita del rischio. Se poi ciò che si costruisce non è realizzato a regola d’arte, come a volte accade, si ha un aumento anche della vulnerabilità e il rischio cresce ulteriormente”. Altra cosa è quantificare quanto sia aumentato realmente il dissesto idrogeologico a causa del consumo di suolo: “Non avendo a disposizione mappe dettagliate dell’urbanizzato nel passato, non è possibile sbilanciarsi. Solo oggi siamo in grado di produrre mappe con un sufficiente grado di risoluzione, che potranno essere utilizzate come riferimento in futuro”.

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Tra il 2008 e il 2013 si è registrata una lieve flessione della velocità di avanzamento del consumo di suolo, che resta però alta: tra i sei e i sette metri quadrati al secondo. È difficile prevedere se la legge appena approvata sarà davvero sufficiente a cambiare il trend, soprattutto a breve scadenza, ma i numeri in gioco impongono un’inversione di rotta immediata, sia per preservare la produttività agricola del nostro paese che per evitare un’esposizione ancora maggiore dei cittadini al rischio idrogeologico.

La nuova legge sul contenimento del consumo di suolo

Con 256 voti favorevoli, 140 contrari e 4 astenuti, lo scorso 12 maggio la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo. Si tratta di una legge in qualche modo storica: è infatti la prima volta che nel nostro ordinamento viene introdotto il concetto di consumo di suolo. Per l’approvazione definitiva, si attende ora il via libera del Senato. Il provvedimento ha avuto un iter molto lungo: presentato per la prima volta nel novembre 2012 dall’allora ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, è rimasto a lungo in naftalina prima di subire l’accelerata decisiva negli ultimi mesi. L’obiettivo del disegno di legge è arrivare all’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050, come richiesto dall’Unione Europea. Il punto di partenza per raggiungere questo traguardo è semplice: il consumo di suolo sarà consentito solo quando non esistono alternative al riutilizzo di aree già edificate e dismesse. E si parte da subito: tra le norme transitorie della legge c’è una moratoria di tre anni per tutte le costruzioni che comportino nuovo consumo di suolo, a meno che non siano già inserite in piani urbanistici. I comuni avranno poi un ruolo importante: dovranno predisporre censimenti di edifici e aree dismesse, per verificare se eventuali nuove costruzioni possano essere realizzate attraverso la riqualificazione di queste stesse aree degradate. Per fare questo, riceveranno finanziamenti statali e agevolazioni fiscali, mentre le procedure burocratiche saranno semplificate. Il ddl prevede infine che i fondi comunitari destinati a terreni agricoli non possano essere destinati a usi diversi per cinque anni.

Articolo Realizzato in collaborazione con il Master Sgp

Fonte: galileonet.it

Acque inquinate da pesticidi: il rapporto ISPRA 2014

Sono 175 le sostanze attive trovate nelle acque italiane e in alcune zone l’ISPRA ha rinvenuto contemporaneamente fino a 36 sostanze per campione. Il rapporto pubblicato qualche giorno fa da ISPRA ha portato alla luce indagini svolte sulle acque italiane (superficiali e sotterranee) nel periodo che va dal 2011 al 2012 evidenziando la presenza di 175 sostanze attive. Nel 2012 i punti di campionamento sono stati 3.500 per 14.250 campioni (nel biennio 2011-2012 sono stati analizzati 27.995 campioni) e sono state cercate complessivamente 335 sostanze. I pesticidi nelle acque superficiali erano presenti nel 56,9 per cento dei 1.355 punti controllati; mentre nelle acque sotterranee erano presenti nel 31 per cento dei 2.145 punti. In generale sono state osservate basse concentrazioni a fronte di una ampia diffusione; nelle acque sotterrane i livelli di contaminazione sono più bassi sebbene si spingano fino alle falde profonde e in taluni campioni si sono conteggiate anche 36 molecole diverse. Si consideri che nel rapporto dello scorso anno, le sostanze attive erano 166. Il punto è che le molecole non scompaiono rapidamente e si assiste così all’effetto accumulo, per cui si vanno a sommare nel corso del tempo. Tra le regioni che presentano acque maggiormente contaminate ci sono la Lombardia (92 per cento), Sicilia (88 per cento) e Emilia Romagna (87,5 per cento), quest’ultima in classifica anche per la maggiore percentuale di acque sotterranee inquinate (72 per cento). In generale però sono la Pianura Padana e quella Veneta a risultare le zone maggiormente contaminate in Italia.2015_ispratab-620x339

L’agricoltura è la fonte principale di questa contaminazione sia delle acque superficiali, sia delle acque sotterranee e infatti nel 2012 sono state usate 400 sostanze diversi per 134.242 tonnellate di prodotti fitosanitari. Le molecole non sono altro che i residui di prodotti fitosanitari quali erbicidi, insetticidi, funghicidi immessi nell’ambiente che si ritrovano come molecole di bentazone, metalaxil, desetil-terbutilazina, atrazina e atrazina-desetil, oxadixil, imidacloprid, oxadiazon, bromacile, 2,6-diclorobenzammide. Desta particolare preoccupazione l’imidacloprid noto anche all’EFSA per cui è stato richiesto l’abbassamento dei livelli guida essendo considerato dannoso per il sistema nervoso dei bambini. Eppure, ci ricorda l’ISPRA, nell’ultimo decennio le vendite di pesticidi sono diminuite del 10 per cento anche se questa riduzione non corrisponde poi alla presenza dei veleni nell’ambiente anche se le concentrazioni non appaiono particolarmente alte.

Fonte:  VASMieli d’ItaliaIspra ambiente

Ispra e Federambiente, on line il Rapporto sul Recupero Energetico da rifiuti urbani in Italia

A livello nazionale gli impianti di trattamento termico di rifiuti di origine urbana sono 45, con una capacità nominale complessiva pari a 21.969,8 t/g. La produzione di energia elettrica ha raggiunto, nel 2013, 4.193 GWh mentre la produzione di energia termica è stata di 1.508 GWh. I punti salienti del rapporto (fonte Arpat News) e il documento completo381520

Federambiente ed ISPRA hanno realizzato congiuntamente il “Rapporto sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia”. I dati sono stati raccolti attraverso l’invio agli operatori presenti sul territorio nazionale di un apposito questionario, integrato,ove necessario, da interviste telefoniche e richieste di ulteriori informazione e/o chiarimenti.
A livello nazionale gli impianti di trattamento termico di rifiuti di origine urbana sono 45 (vedi elenco impianti) con una capacità nominale complessiva pari a 21.969,8 t/g, la capacità termica risulta pari a 3.044,6 MW mentre la potenza elettrica installata è pari a 847,8 MW. Di seguito, in sintesi, quanto emerge, dal rapporto.
Una parte consistente degli impianti censiti (21 su 45) presenta una capacità di trattamento piuttosto ridotta, non superiore alle 300 t/g. La capacità nominale media di trattamento dell’ intero parco su base annua risulta di circa 161.000 tonnellate, corrispondenti a quasi 490 t/g

Distribuzione impianti per capacità di trattamento

L’ apparecchiatura di trattamento termico di più larga diffusione è costituita dai combustori a griglia che rappresentano l’84% per numero di linee installate (74 su 88) e l’ 87% in termini di capacità nominale di trattamento. Il resto è suddiviso tra il letto fluido (10 linee, pari al 10,8% in termini di capacità nominale di trattamento) e 4 linee a tamburo rotante.
Tipi di trattamento termico

Il recupero energetico viene effettuato nella totalità degli impianti e prevede in tutti i casi la produzione di energia elettrica. La produzione di energia termica è effettuata nell’ ambito di uno schema di funzionamento cogenerativo (produzione combinata di energia elettrica e termica), su base principalmente stagionale, e riguarda solo 13 impianti, tutti situati nel Nord Italia. La potenza elettrica installata è pari a circa 848 MW
Per quanto riguarda il trattamento dei fumi, finalizzato alla rimozione delle polveri e dei gas acidi, si rileva che i sistemi maggiormente diffusi sono quelli di tipo “a secco” e quelli di tipo “multistadio”, adottati rispettivamente in 43 e 37 delle 88 linee di trattamento complessive; il sistema a secco rimane prioritario, con il 58,4%, anche in termini di capacità di trattamento. Le rimanenti 8 linee sono interessate dal sistema a semisecco.
In tema di controllo degli ossidi di azoto la riduzione selettiva non catalitica (SCNR) all’ interno del generatore di vapore rappresenta il sistema più utilizzato (42 linee su 88). Tuttavia i sistemi di riduzione catalitica (SCR), attualmente installati in 19 impianti per un totale di 31 linee di trattamento, prevalgono in termini di capacità di trattamento con il 44%. Si rileva anche l’adozione in 14 linee di sistemi combinati SNCR + SCR per una capacità di trattamento pari al 24%.
L’ammoniaca viene rilevata al camino nella maggior parte degli impianti e in almeno 39 impianti tale inquinante è oggetto di monitoraggio in continuo. La rimozione dei microinquinanti organici ed inorganici viene per lo più effettuata tramite adsorbimento su carboni attivi, di norma iniettati assieme al reagente alcalino. In accordo con quanto previsto dalla legislazione, la rilevazione di tali inquinanti viene fatta tramite campionamento periodico. In base alle informazioni raccolte, almeno 16 impianti effettuano il monitoraggio in continuo del mercurio, 25 impianti effettuano il campionamento in continuo delle diossine, la cui determinazione analitica viene sovente effettuata con frequenze molto superiori a quelle minime previste dalla normativa, infine almeno 30 sono gli impianti che effettuano rilevazioni periodiche dei PCB.
In termini di emissioni in atmosfera tutti gli impianti rispettano i valori limite fissati dalla legislazione per gli impianti di incenerimento, talvolta anche più restrittivi, sebbene 17 impianti risultino autorizzati come impianti di coincenerimento.
Per quanto riguarda il quantitativo totale di rifiuti trattati, esso è stato nel 2013 pari a circa 5,81 milioni di tonnellate (+67% rispetto ai livelli del 2003). I rifiuti trattati sono costituiti da RU indifferenziati (44%) e da flussi da essi derivati (frazione secca e CSS) (49%) e, in misura minore, da rifiuti speciali (7%), che comprendono anche i rifiuti sanitari e le biomasse.
Tipologia e quantitativi di rifiuti trattati

La produzione di energia elettrica ha raggiunto, nel 2013, 4.193 GWh, con un incremento del 32% rispetto ai 3.172 GWh registrati nel 2009, mentre la produzione di energia termica è stata di 1.508 GWh, con un aumento del 56% circa rispetto ai 965 GWh del 2009.

Per leggere il rapporto completo clicca qui.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Mare Adriatico senza rifiuti con il progetto Defishgear dell’ISPRA

Un documentario dell’ISPRA evidenza lo stato dell’inquinamento degli habitat rocciosi del mare Adriatico, le Tegnùe, dove sono le reti da pesca abbandonate a creare notevoli problemi di sopravvivenza alla flora e fauna marina

L’ISPRA ha presentato con un documentario realizzato a bordo della nave oceanografica Astrea il progetto Defishgear frutto della cooperazione transfrontaliera e in collaborazione con la squadra sommozzatori della Polizia di Stato di Venezia, gli attivisti dell’associazione Tegnùe di Chioggia ONLUS e i ricercatori del Laguna Project (nell’ambito del progetto europeo Life Ghost), dell’ISMAR-CNR di Bologna. In pratica i ricercatori e i volontari monitorano e rimuovono i rifiuti in mare in una zona, detta Tegnùe di Chioggia, ricca di formazioni rocciose. Le Tegnùe di Chioggia sono chiamate così dai pescatori locali e consistono in formazioni rocciose che si trovano tra 15 e 40 m. di profondità. Sono tipiche della fascia costiera dell’Alto Adriatico e trattengono le reti da pesca rompendole. Sono queste rocce però anche sede di un ecosistema marino molto complesso e variegato e perciò sono Zona di Tutela Biologica (ZTB) e Sito di Interesse Comunitario (SIC).defish-620x350

I rifiuti marini che si trovano in questa zona, come mostrano i dati del monitoraggio, consistono principalmente in reti da pesca e lunghi cavi che arrivano a coprire vaste superfici del fondale: infatti i sommozzatori della Polizia e i volontari dell’associazione “Tegnùe di Chioggia ONLUS” hanno tirato su tra gli altri rifiuti tre reti e due attrezzi da pesca a strascico. La campagna è iniziata il 1 novembre 2013 e terminerà nel 2016 e coinvolge oltre l’ISPRA anche altri 15 partner di Paesi che si affacciano sull’Adriatico, dall’Albania alla Bosnia e Herzegovina, alla Croazia, alla Grecia, al Montenegro e Slovenia.

Fonte: Comunicato stampa ISPRA

Foto | Defishgear @ facebook

Ispra, Consumo di suolo, non lo frena nemmeno la crisi: in 3 anni divorata un’area grande come 5 città

Nonostante la crisi, è ancora record: non accenna a diminuire la superficie di territorio consumato: ricoperti, negli ultimi 3 anni altri 720 km2, pari alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo. La velocità del consumo è di 8m al secondo | Il nuovo rapporto ISPRA378640

Non accenna a diminuire, anche nel 2012, la superficie di territorio consumato: ricoperti, negli ultimi 3 anni, altri 720 km2, 0,3 punti percentuali in più rispetto al 2009, un’area pari alla somma dei comuni di Milano,
FirenzeBolognaNapoli Palermo. In termini assoluti, si è passati da poco più di 21.000 km2 del 2009 ai quasi 22.000 km2 del 2012, mentre in percentuale è ormai perso irreversibilmente il 7,3% del nostro territorio.
Nonostante la crisi, è ancora record. A dimostrarlo, anche la velocità con cui si perde terreno che, contrariamente alle aspettative, non rallenta e continua procedere al ritmo di 8m al secondo. Ma non è solo colpa dell’edilizia. In
Italia si consuma suolo anche per costruire infrastrutture, che insieme agli edifici ricoprono quasi l’80% del territorio artificiale (strade asfaltate e ferrovie 28% – strade sterrate e infrastrutture di trasporto secondarie 19%), seguite dalla presenza di edifici (30%) e di parcheggi, piazzali e aree di cantiere (14%).
Forti gli impatti sui cambiamenti climatici: la cementificazione galoppante ha comportato dal 2009 al 2012, l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2 – valore pari all’introduzione nella rete viaria di 4 milioni di utilitarie in più(l’11% dei veicoli circolanti nel 2012) con una percorrenza di 15.000 km/anno – per un costo complessivo stimato intorno ai 130 milioni di euro.  A segnalare l’avanzata del cemento a discapito delle aree naturali e agricole è l’ISPRA che, per la prima volta con un Report, ricostruisce l’andamento – dal 1956 al 2012 – del consumo di suolo in Italia. L’indagine, la più significativa collezione di dati a livello nazionale, analizza i valori relativi alla quota di superficie “consumata”, fornendo un quadro completo del fenomeno. Il Report rappresenta un valido strumento per l’individuazione di strategie utili a contrastare le minacce dovute alle attività antropiche. è solo attraverso la conoscenza dell’intero sistema e dei processi che lo governano che sarà possibile porre le basi per interventi concreti sulle cause del suo deterioramento ed alterazione. Il Rapporto dell’ISPRA non si configura soltanto come raccolta di dati e informazioni validate, rese interoperabili e condivise, ma sarà un tassello fondamentale, con il contributo di tutti gli altri soggetti istituzionalmente preposti, per fornire una visione complessiva dei processi fisici, chimici e biologici che governano il suolo e l’ambiente nella sua totalità, a supporto di chi dovrà decidere e operare scelte in questi settori. A livello regionale, Lombardia e Veneto, con oltre il 10%, mantengono il “primato nazionale” della copertura artificiale, mentre Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia si collocano tutte tra l’8 e il 10%. I comuni più cementificati d’Italia rimangonoNapoli (62,1%), Milano (61,7%), Torino (54,8%), Pescara (53,4%), Monza (48,6%),Bergamo (46,4) e Brescia (44,5).  La trasformazione del suolo agricolo in cemento non produce impatti solo sui cambiamenti climatici, ma anche sull’acqua e sulla capacità di produzione agricola. In questi 3 anni, tenendo presente che un suolo pienamente funzionante immagazzina acqua fino a 3.750 tonnellate per ettaro – circa 400 mm di precipitazioni – per via della conseguente impermeabilizzazione abbiamo perso una capacità di ritenzione pari a 270 milioni di tonnellate d’acqua che, non potendo infiltrarsi nel terreno, deve essere gestita. In base ad uno studio del Central Europe Programme, secondo il quale 1 ettaro di suolo consumato comporta una spesa di 6.500 euro (solo per la parte
relativa al mantenimento e la pulizia di canali e fognature), il costo della gestione dell’acqua non infiltrata in Italia dal 2009 al 2012, è stato stimato intorno ai 500 milioni di Euro. Ancora, il consumo di suolo produce forti impatti anche sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione: solo per fare un esempio, se i 70 ettari di suolo perso ogni giorno fossero coltivati esclusivamente a cereali, nel periodo 2009-2012 avremmo impedito la produzione di 450.000 tonnellate di cereali, con un costo di 90 milioni di Euro ed un ulteriore aumento della dipendenza italiana dalle importazioni.
Disponibile anche una App per segnalare nuove perdite di terreno. I ricercatori hanno messo a punto un’applicazione per individuare nuove zone consumate. Attraverso uno smarthphone, basta inserire coordinate e foto per vederle subito on line sulla mappa dell’ISPRA (www.consumosuolo.isprambiente.it).  “Difendere il suolo dalle aggressioni indiscriminate – spiega il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – significa tutelare non solo una risorsa economica strategica, ma anche proteggere il Paese dalla minaccia del dissesto idrogeologico che, proprio a causa dell’uso dissennato del territorio, spesso ha conseguenze gravissime, soprattutto in termini di perdita di vite umane. Per questo il Rapporto dell’ISPRA – continua – assume particolare rilievo; è la dimostrazione che in Italia esiste un sistema pubblico in grado di assicurare elevati standard di qualità nel monitoraggio dell’ambiente e di rendere disponibile una base informativa utile alla valutazione del fenomeno”.

Fonte: ecodallecittà.it

Nasce il master per Manager faunistico

Dalla collaborazione fra Ispra, il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara e i tre Parchi dei Monti Sibillini, della Maiella e del Velino Sirente, un nuovo master che ha l’obiettivo di colmare il gap fra Italia e resta d’Europa nell’ambito del wildlife management

L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e i tre Parchi dei Monti Sibillini, della Maiella e del Velino Sirente, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara lanciano il master universitario di secondo livello in Manager Faunistico, un corso post laurea nel cui percorso formativo saranno inseriti laboratori didattici in aree protette, finalizzati alla salvaguardia della biodiversità, con un particolare occhio di riguardo per la fauna selvatica. L’obiettivo, spiega il coordinatore del master e docente di Ambiente all’Università D’Annunzio Giampiero Di Plinio è di“individuare un comparto economico sostenibile” e consentire all’Italia di mettersi “alla pari con in paesi dell’Unione. Ad annunciare il master, in una conferenza stampa, è stato l’assessore allo Sviluppo Forestale della Regione Abruzzo Mauro Febbo. Il percorso innovativo con Ispra aggiungerà un ulteriore titolo, quello in “Tecnologo della Fauna Selvatica”, disciplinato dalla legge n.157 del 1992, art.7: “Protezione della Fauna Selvatica Omeoterma” (specie selvatica comprendente animali a sangue caldo, esclusi insetti, invertebrati). Della durata di un anno, il master, rivolto a laureati in discipline ambientali e giuridiche, e al personale della Pubblica Amministrazione, inizierà prima dell’estate e sarà anticipato da un bando in via di definizione, “consultabile sul portale, in corso di allestimento, dell’assessorato regionale”, ha aggiunto Giacomo Nicolucci, docente dell’Università di Urbino).

Il wildlife management rappresenta, secondo Febbo, una fra le più innovative frontiere

di competenze e di azione specifica verso la tutela, conservazione, gestione della fauna selvatica, sulla quale converge una crescente esigenza di azione e intervento dei settori della P.A. competenti in materia, anche per espresse previsioni normative di livello interno e sovranazionale.108472842-586x413

fonte: Ansa

Ciafani, Legambiente: «Ancorare il ciclo integrato dei rifiuti a una gerarchia economica»

«Il comune di Roma e di Genova, o tutti i comuni della Sicilia o della Puglia – ha detto il vicepresidente di Legambiente – continuano a smaltire in discarica a prezzi ridicoli. La politica deve effettuare una rimodulazione del sistema in modo da ancorare il ciclo integrato dei rifiuti a una gerarchia economica». Appello ai parlamentari: «Occorre eliminare il tetto massimo dell’ecotassa che ammonta a 25 euro»375724

Intervenuto alla conferenza stampa di presentazione dei Associazione dei Comuni Virtuosi “Accordo quadro ANCI – CONAI: riscriviamolo da protagonisti”, il vicepresidente di Legambiente Stefano Ciafani, spiega i problemi italiani legati allo smaltimento dei rifiuti in discarica. «Secondo i dati dell’Ispra – ha detto Stefano Ciafani – nel 2012, il 40% dei rifiuti italiani finisce in discarica come media nazionale. E’ una media quindi significa che si sono alcuni comuni che inviano a smaltimento solo il 25% dei loro rifiuti, ce ne sono altri, come in Sicilia, che ne portano in discarica il 90%. Da 16 anni Legambiente , da quando c’è il decreto Ronchi, cerca di far applicare la norma della gestione integrata dei rifiuti. L’Italia, però, ne verrà capo se la politica farà mollare la presa alle lobby che ingessano il sistema. Il ciclo dei rifiuti italiano potrà finalmente seguire la gerarchia disposta dalla norma europea (le azioni di riduzione e riciclaggio prima del recupero dell’energia e dello smaltimento), quando il ciclo integrato dei rifiuti sarà fondato anche su una gerarchia economica. Cioè quando le opzioni di smaltimento in discarica e il recupero energetico diverranno trattamenti più costosi del riciclaggio e della riduzione». «Noi sappiamo benissimo che così non è in buona parte del paese. Il comune di Roma e di Genova, o tutti i comuni della Sicilia o della Puglia, continuano a smaltire in discarica a prezzi ridicoli. Quando si smaltisce una tonnellata di rifiuti a 70 euro, oppure a 50 (o a 45€ come a Trani, ndr), i comuni più volenterosi sono tentati comprensibilmente a far quadrare il bilancio inviando i loro rifiuti in discarica. Allora per far in modo che ci sia anche una gerarchia economica, e dunque che la discarica diventi il trattamento più costoso, bisogna effettuare una rimodulazione del sistema. Su questo la politica ha una straordinaria responsabilità». «Una norma del ’95 – ha concluso facendo un appello ai parlamentari – prevede un limite massimo di 25€ per l’ecotassa. Occorre eliminare questa soglia, in modo che le regioni possano disincentivare l’uso intensivo della discarica da parte dei comuni».

Fonte: eco dalle città

 

Più alberi in Italia ma le città restano camere a gas per lo smog: i dati ambientali ISPRA

ISPRA ha presentato l’Annuario dei Dati Ambientali dove si nota una crescita dei boschi anche se in città si sforano più spesso i limiti per le emissioni di PM10ispra2-620x350

ISPRA fotografa nell’Annuario dei Dati Ambientali la situazione dell’ambiente nel nostro Paese e ciò che emerge è una situazione in bianco e nero. Il rapporto è organizzato in diversi capitoli tra cui “Tematiche in primo piano”, “Tematiche in primo piano light”, “Annuario in cifre”, “Database”, “Multimediale” e “Fumetto”, destinato a un pubblico giovane di non esperti. Da un lato l’inquinamento è sempre più concentrato nelle grandi città a causa dello smog e dei continui sforamenti dei livelli di emissione dei PM10, dall’altro si è registrato un aumento del coefficiente di boscosità al 36%, molto più alto di quel 28,8% registrato nel 1985. Nelle aree metropolitane, restano stazionari i dati relativi a biossido di azoto e benzene ma il PM10, fa registrare sforamenti dei limiti giornalieri nel 48% delle stazioni di monitoraggio. Ozono oltre i limiti nel 92% delle stazioni e sforamento dei limiti di biossido di azoto nel 20% delle centraline di monitoraggio. Preoccupano i livelli di benzo(a)pirene che superano i limiti nel 20% dei rilevamenti. In realtà poi su tutto il territorio si registrano meno spostamenti in auto tanto che gli italiani, probabilmente a causa della crisi, hanno ridotto gli spostamenti del 16,6% a fronte di un aumento del turismo dall’estero. Amiamo sempre l’auto però che preferiamo come mezzo di trasporto scelto dal 62,9& mentre gli stranieri che arrivano da noi e scelgono di farlo in auto sono il 65% il che sembra dire che effettivamente non si fidano del nostro sistema di trasporto pubblico. Le emissioni di gas serra dal settore trasporti sono state parti al 23,4% del totale. Il che evidenzia una diminuzione del 5% rispetto al 2011 portandoci sempre più vicini agli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Crescono i boschi e le foreste su aree abbandonate dall’agricoltura anche se cresce la minaccia incendi per cui il 72% che si sono registrati nel 2011 erano di natura dolosa, il 14% colposa e il restante 14% non classificabile. Ce la caviamo bene anche con le acque di balneazione per cui il 91,9% è conforme ai limiti imposti dalla Direttiva 76/160/CEE. Ma cresce il consumo del suolo per cui in media sono stati consumati 7 m2 al secondo per oltre 50 anni e oggi arriviamo agli 8 m2 al secondo: ossia ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una superficie pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e Firenze. L’inquinamento industriale però resta preoccupante e nel 2012 sono stati rilasciati 13 provvedimenti di AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) a 1 raffineria, 3 centrali termoelettriche e 9 impianti chimici e gli impianti vigilati sono stati 140 nel 2012 contro i 25 del 2009 mentre sono stati ispezionati nel 2012 76 impianti contro i 5 del 2009. Un capitolo nuovo e molto utile è dedicato ai pollini con l’inserimento dei dati relativi alla stagione pollinica e all’indice pollinico allergenico. In Italia centrale dunque, emerge una presenza di pollini al di sopra della media e sono per lo più cupressaceae con picchi a Firenze, Perugia e Castel di Lama; a Nord si notano più pollini del tipo urticaceae così come nell’Arco prealpino, dalla spiccata biodiversità. L’Italia ha un territorio particolarmente tendente al dissesto geologico-idraulico, sia per le proprie caratteristiche geologiche e geomorfologiche, sia per l’impatto dei fenomeni meteoclimatici oltre che per la diffusa e incontrollata presenza dell’uomo e delle sue attività. Dal 1° novembre 2011 al 31 dicembre 2012 in Italia sono stati registrati 4.129 terremoti di magnitudo maggiore o uguale a 2, ed è aumentato il numero dei sismi con magnitudo superiore a 5. Si sono censite circa 487.000 frane 987.650 persone le hanno subite. Nel 2012 risultano a ISPRA 85 eventi di frana principali e le persone esposte ad alluvioni sono 6.153.860.

Fonte: Comunicato stampa

 

Non solo Ilva: ecco tutti gli impianti a rischio

Sono 1142 gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Rir) in Italia: ovvero stabilimenti e impianti industriali che, in caso di incidente, potrebbero compromettere e danneggiare irrimediabilmente l’ambiente circostante. E che rappresentano un potenziale pericolo per la sicurezza della popolazione che vive nel territorio. A svelarlo è un rapporto dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, elaborato in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente. Il pericolo correlato a questi impianti viene spesso identificato come“rischio Seveso”, richiamando alla mente il disastro ambientale del 1976, che causò la fuoriuscita di una nube tossica di diossina che investì una vasta area di territori della bassa Brianza, in seguito all’esplosione in un reattore chimico. L’incidente indusse i paesi della comunità europea a elaborare una normativa, la direttiva Seveso, volta proprio a evitare che si verificassero simili eventi in futuro. Si sente parlare spesso di Ilva Taranto, ma i comuni italiani con stabilimenti a rischio Seveso sono ben 756, e in 40 di questi ci sono quattro o più impianti Rir, ognuno dei quali rappresenta un potenziale fattore di rischio ambientale. Il 50% degli stabilimenti Rir, spiega il rapporto, si trova distribuito tra quattro regioni del nord Italia, LombardiaEmilia RomagnaVeneto e Piemonte, mentre La Valle d’Aosta, con soli 6 stabilimenti, è invece la regione che ne ha di meno. In quasi tutte le province italiane poi c’è almeno uno stabilimento Rir, ma il primato va a Milano per quanto riguarda il nord Italia, con 69 stabilimenti, nel centro a Roma, con 26 stabilimenti, e al sud a Napoli, che sul territorio ne conta 33. Aree di particolare concentrazione sono state individuate in corrispondenza di tradizionali poli di raffinazione e/o petrolchimici. Per quanto riguarda le tipologie di stabilimenti Rir più diffuse, il primato va a chimici e petrolchimici, che rappresentano il 25% del totale e sono concentrati in particolar modo nel nord Italia, seguiti da depositi di gas liquefatti come il Gpl (24%) soprattutto in Campania e in Sicilia. In prossimità di grandi aree urbane e nelle città con importanti porti industriali, come Genova e Napoli, risultano molto concentrate anche industrie della raffinazione e depositi di oli minerali. Il rapporto non ha analizzato solo il numero di stabilimenti Rir, ma anche le tipologie e le caratteristiche di quelli individuati, quali appunto la distanza da corpi idrici superficiali come fiumi, laghi e torrenti, il rischio sismico associato agli impianti e i quantitativi di sostanze pericolose per l’ambiente detenute. detail-mappe rischi

Emerge così come i prodotti petroliferi come benzina, gasolio e cherosene sono presenti in modo cospicuo su tutto il territorio nazionale, insieme a metanolo, cloro, formaldeide, triossido di zolfo e nitrati di ammonio e potassio lasciati dai fertilizzanti. Circa il 22% degli stabilimenti Seveso notificati inoltre, e soggetti ai controlli previsti dalla normativa, detengono prodotti classificati come pericolosi per l’ambiente in quantità superiore alle soglie consentite. Ma non solo: queste sostanze si trovano entro 100 metri da un corpo idrico superficiale (circa il 46% per i prodotti petroliferi regolarmente notificati). L’edizione precedente del Report analizzava i dati tra il 2007 e il 2012, ed è stata utilizzata per un confronto così da individuare le regioni più virtuose che avevano effettuato le riduzioni maggiori nel numero di stabilimenti Rir. Le vincitrici risultano essere principalmente regioni del centro sud, Lazio e Umbria, a fronte di un Nord che in alcuni casi, come Piemonte, Liguria, Veneto e Friuli Venezia Giulia, ha invece presentato un aumento nel numero di impianti. Rispetto al rapporto precedente, inoltre, è aumentato significativamente il numero di stabilimenti per il trattamento superficiale e la lavorazione dei metalli, dei depositi di esplosivi e degli impianti di trattamento e recupero. Sensibilmente calato infine è il numero dei depositi di oli minerali (da 271 nel 2004 a 110 nel 2012) e delle centrali termoelettriche, che si sono più che dimezzate.

Fonte: galileonet.it