Isochimica, ad Avellino è pericolo amianto

In attesa della bonifica dello stabilimento avellinese, va avanti il procedimento giudiziario a carico di 24 persone146635841-586x390

Ad Avellino l’aria è avvelenata dall’amianto. È una storia che  Andrea Spinelli Barrile vi aveva raccontato mesi fa e che, purtroppo, si arricchisce quotidianamente con le cifre dell’emersione di un dramma che per troppo tempo è stato tenuto nascosto. La bomba ecologica si chiama Isochimica, un’azienda dismessa nel cui cortile sono a tutt’oggi depositati 500 enormi cubi di cemento-amianto friabile e deteriorato. Sotto terra le tonnellate di amianto sono 2276 e i periti nell’aria hanno rilevato fibre libere e respirabili. Lo scorso 31 ottobre l’Arpac ha prescritto la necessità di una pulizia dell’area esterna, tanto più che l’Asl ha segnalato al sindaco che i teli che ricoprivano i cubi di cemento-amianto sono risultati distrutti dalle intemperie e dagli agenti atmosferici. Gli esami sono stati depositati nell’ambito del procedimento giudiziario a carico di 24 persone fra cui vi sono dirigenti dell’azienda, amministratori del comune, dell’Arpac, dell’Asl e della giunta comunale del 2005. Il capo della procura avellinese Rosario Cantelmo e il pm Elia Taddeo hanno avviato un’indagine che è sfociata in un sequestro d’urgenza dello stabilimento poiché resta altissimo il pericolo che le fibre d’amianto si liberino nell’aria con il rischio di causare mesoteliomi pleurici e peritonali. Il dramma dell’Isochimica inizi nel 1990 quando l’azienda viene incaricata di operare la scoibentazione di 2500 carrozze delle Ferrovie dello Stato. L’amianto invece di essere condotto in discariche ad hoc, veniva sotterrato in profondità dagli operai che operavano senza protezioni e, talvolta, a mani nude. Vent’anni dopo quelle persone si stanno ammalando. All’interno dello stabilimento i blocchi di cemento amianto non si contano, i teli di protezione sono deteriorati, così come i silos dentro i quali, secondo quanto dichiarato dagli ex dipendenti, sarebbero custoditi quintali i residui tossici. Il tutto a pochi metri di distanza da un campo da calcio dove si allenano i ragazzini. Nella zona ci sono case e scuole. Le madri si sono riunite in un comitato:

I nostri bambini hanno diritto ad avere l’aria pulita e non a vivere e giocare con il mostro alle spalle. Le istituzioni devono farsi carico subito di una bonifica, altrimenti tra altri venti anni scopriremo tutti di essere ammalati.

Ma la bonifica è stata sospesa con una delibera e affidata alla curatela fallimentare dell’Isochimica. La prevenzione è ferma. La polvere killer, invece, continua a diffondersi e l’unico argine possibile è, ancora una volta, la magistratura.

Fonte:  Corriere

 

Il dossier sui treni all’amianto al vaglio del pm Guariniello

Sul tavolo del procuratore Raffaele Guariniello, anima del processo Eternit di cui, in queste settimane, si sta consumando l’appello, è arrivato il dossier sul “viaggio” verso sud compiuto dalla scoibentazione dell’amianto dei vagoni ferroviari.

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A fare da tramite fra Guariniello e Vittorio Grimaldi, ex dipendente delle FS costretto a letto a causa di un mesotelioma pleurico, è l’avvocato Ezio Bonanni che ricopre il ruolo di presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. Proprio come accaduto su vasta scala nel maxi-processo torinese all’Eternit, Bonanni punta a stabilire il nesso di casualità tra il mesotelioma e gli anni in cui Grimaldi ha lavorato a contatto con la fibra killer. Dal 1971 al 1978 Grimaldi ha lavorato presso le Officine Grandi Riparazioni di Torino e Firenze, poi fino al 1985 a quelle di Roma, senza che nessun datore di lavoro o responsabile prendesse le dovute cautele o lo informasse della dannosità del materiale con il quale entrava quotidianamente in contatto. Solo dalla metà degli anni Ottanta la scoibentazione si è spostata dalla capitale ad Avellino, precisamente alla Isochimica di Elio Graziano, vincitrice dell’appalto delle Ferrovie dello stato. Si racconta che gli ispettori preposti ai controlli sulla sicurezza sul lavoro avessero detto, al ritorno da un controllo “tanto o muoiono di fame, o muoiono di amianto”. Erano gli anni in cui anche Casale Monferrato era chiamata alla fatidica scelta fra la tutela della salute e quella del posto di lavoro. Secondo la testimonianza di Grimaldi, dopo aver ricavato le fibre di amianto da lavorare per i manufatti, il pietrisco residuo sarebbe stato utilizzato fra i binari. Quindi fra i binari della nostra rete ferroviaria ci sarebbero tonnellate di residui della lavorazione dell’amianto, frantumati nel Mulino Hazemag di Casale Monferrato. Eternit, purtroppo, non è che la punta dell’iceberg, o, meglio, il punto di partenza di una serie di processi che toglieranno il velo sul dissennato senso degli affari di un’industria i cui vertici sapevano già tutto cinquant’anni fa.

Fonte: Il Ciriaco