La Terra è più verde di 33 anni fa

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Trentasei milioni di chilometri quadrati di aree verdi in più, questo è, secondo uno studio della rivista Nature Climate Change, l’incremento verificatosi negli ultimi 33 anni a causa dell’innalzamento dei livelli di Co2. Al fine di fronteggiare questo innalzamento le piante avrebbero sviluppato più foglie incrementando le superfici verdi. I ricercatori dell’Università di Southampton, prendendo in esame i resti fossili dei microrganismi che popolavano gli oceani nell’Eocene, hanno scoperto che il drammatico cambiamento climatico avvenuto fra 53 e 34 milioni di anni fa (con una temperatura di 14 gradi superiore a quella attuale) fu dovuto alle alte concentrazioni di anidride carbonica. Riuscendo a capire che cosa è avvenuto in passato i ricercatori sono in grado di prevedere cosa potrebbe avvenire in futuro. L’anidride carbonica causò l’estremo riscaldamento della terra e, successivamente, con la riduzione dei livelli di Co2, avvenne un raffreddamento che portò alla formazione delle calotte polari. “La sensibilità del clima alla CO2, che ha portato al riscaldamento nell’Eocene è simile a quella prevista dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on climate change) per il nostro futuro”, ha spiegato Gavin Foster, coautore dello studio. Dopo un picco nel riscaldamento globale potrebbe dunque arrivare una nuova fase di raffreddamento, questo almeno è quello che si “legge” interpretando i resti geologici di milioni di anni fa.

Fonte:  Nature Climate Change Science Daily

 

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Più alberi e cura dei suoli per combattere il cambiamento climatico

Quando si parla di tecnologie che possano risolvere il problema del cambiamento climatico, si invocano chissà quali meraviglie ancora da inventare o aeroplani che disseminano sostanze chimiche in atmosfera o ancora enormi grattacielo che riescano ad inghiottire l’anidride carbonica. Eppure, secondo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford, la migliore delle soluzioni non è così complessa. Ci sono due cose che abbiamo già a disposizione: gli alberi e il terreno.riforestazione

Per combattere il cambiamento climatico le soluzioni migliori arrivano dagli alberi e dal miglioramento delle condizioni dei suoli: a dirlo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford (clicca qui per leggere il rapporto). I costi sarebbero estremamente contenuti, non ci sarebbero rischi. Nello specifico, le due tecniche suggerite dal rapporto sono quelle della afforestazione – piantare alberi anche dove prima non ce n’erano – e l’utilizzo del biochar, un ammendante del suolo che si produce utilizzando carbone di legna. Secondo i ricercatori di Oxford, percorrendo questa strada si riuscirebbe a far invertire la rotta ai cambiamenti climatici, mentre le tecnologie cosiddette ad emissioni negative servirebbero soltanto ad evitare il peggioramento delle attuali condizioni. D’altra parte il quinto recente rapporto dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, non lascia àdito a dubbi : il cambiamento climatico è in corso ed è di origine antropogenica, senza più alcun dubbio. Le opportunità di mantenere l’aumento della temperatura media terrestre entro i +2° si stanno inesorabilmente erodendo. La partita non è persa ma il tempo per agire è di pochi anni. Il Rapporto riconosce gli straordinari progressi fatti dalle tecnologie low-carbon, ma i dati pubblicati dicono che le emissioni globali continuano a crescere e che si è arrivati già a +0,7 °C di riscaldamento globale rispetto al periodo preindustriale. Progetti di afforestazione estesa cominciano a vedersi, anche se occorre senza dubbio che questa scelta rappresenti il cambio di paradigma globale. Face the Future sta portando avanti nella sierra dell’Ecuador un progetto di afforestazione comunitario che coinvolge, oltre al governo, le comunità locali. Sono inoltre in corso un progetto di riforestazione nella zona delle mangrovie sul delta del Sine-Saloum in Senegal e uno nel parco nazionale di Kibale in Uganda. In Australia è partita la Carbon Farming Initiative che garantisce agevolazioni ai proprietari di terreni che creano e mantengono foreste e boschi; in Tanzania vengono recuperati terreni agricoli in via di desertificazione piantando alberi con il Bagamoyo Afforestation Project e la lista è lunga, inclusi progetti di forestazione anche nel nostro paese. Non di rado si è di fronte a progetti pensati per utilizzare i meccanismi di compensazione volontaria delle emissioni introdotti dalla comunità internazionale, parallelamente al Protocollo di Kyoto. E’ nato quindi un mercato volontario di acquisto e scambio di certificati e crediti, originato da progetti di riduzione delle emissioni di gas serra in paesi terzi. Naturalmente, il passo auspicabile è che quello della afforestazione e riforestazione e del freno al consumo di suolo e al degrado del territorio divenga un modus operandi e una finalità, non solo un’azione frutto di un calcolo.

Fonte: ilcambiamento.it

Ipcc, presentata la sintesi del rapporto sul clima dell’Onu

“La scienza ha parlato. Non c’è ambiguità nel messaggio”. I leader devono agire. Il tempo non è dalla nostra parte”. Queste le parole del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon dopo la pubblicazione della sintesi del rapporto sul clima380837

Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto i più alti livelli “in 800 mila anni”, “resta poco tempo” per riuscire a mantenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi: è la sintesi del rapporto del Gruppo di esperti sul clima dell’Onu (Ipcc). “L’azione contro il cambiamento climatico può contribuire alla prosperità economica, ad un migliore stato di salute e a città più vivibili”: lo ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, dopo la pubblicazione a Copenaghen del nuovo rapporto Ipcc sui cambiamenti climatici. “Questa è la valutazione più completa del cambiamento climatico mai fatta. Dobbiamo agire ora per ridurre le emissioni di CO2 ed evitare un peggioramento del clima, che si riscalda a una velocità senza precedenti”, ha aggiunto.
“Il rapporto Ipcc sui gas serra è una chiamata alle responsabilità per il mondo. Europa guida verso Lima e Parigi2015, ma ora serve presa coscienza globale”: lo scrive il Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti su Twitter. Galletti è in Cina dove solleciterà il suo omologo ad un impegno sui gas serra. “Quelli che decidono di ignorare o di contestare i dati chiaramente esposti in questo rapporto, mettono in pericolo noi, i nostri figli e i nostri nipoti”: questo il commento del segretario di Stato Usa, John Kerry, dopo la pubblicazione del rapporto Ipcc sul clima. “Più restiamo bloccati sui questioni ideologiche e politiche più i costi dell’inazione aumentano”, aggiunge.
IL RAPPORTO ONU – Le emissioni mondiali di gas serra devono essere ridotte dal 40 al 70% tra il 2010 e il 2050 e sparire dal 2100, ha spiegato il Gruppo intergovernativo di esperti sul clima (Ipcc) nella più completa valutazione del cambiamento climatico dal 2007 ad oggi. La temperatura media della superficie della Terra e degli Oceani ha acquistato 0,85°C tra il 1880 e il 2012, hanno aggiunto gli esperti dell’Ipcc riuniti a Copenaghen.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Cambiamenti climatici: più rinnovabili ed efficienza e meno fossili secondo l’IPCC

Per ridurre le emissioni, l’IPCC auspica un incremento degli investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica e una significativa riduzione delle risorse utilizzate per le estrazioni fossili.

L’ultimo rapporto IPCC  tratta il tema della mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso la riduzione delle emissioni e l’aumento dell’assorbimento (terreno, foreste). La situazione è particolarmente grave perché ogni anno vengono immesse in atmosfera 49 miliardi di tonnellate di gas serra, cioè CO2, CH4, N2O (e non un miliardo come scrive incredibilmente Repubblica). La riduzione del 40% delle emissioni entro metà secolo costituisce un problema complesso che il rapporto affronta in modo lungo e articolato. E’ opportuno qui sottolineare un aspetto fondamentale, legato alle modifiche degli investimenti a livello globale. Secondo le valutazioni dell’IPCC occorre investire sulle energie rinnovabili (100-200 miliardi in più all’anno) e ancor più sull’efficienza energetica 350-650 miliardi in più). Al contrario, occorrerà ridurre gli investimenti relativi all’estrazione dei combustibili fossili di 350-650 miliardi all’anno. Questa riduzione non sarebbe di poco conto, dal momento che si tratta almeno del triplo di quanto viene investito ogni anno da tre delle principali multinazionali del petrolio.  Queste aziende non molleranno facilmente la presa, a meno che non vengano costrette da coloro che le tengono in pugno, cioè gli azionisti.Emissioni-GHG-IPCC-2014-620x420

Fonte: ecoblog.it

I GHIACCI ANTARTICI CRESCONO AL RITMO DI 200 MILA KMQ AL GIORNO

Questo e’ quanto ci risulta dalle ultime rilevazioni satellitari. In soli cinque giorni la banchisa antartica ha messo a segno 1 milione di kmq. Il ritmo di crescita dei ghiacci e’ doppio rispetto alle medie di espansione del periodo.

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La superficie totale dei ghiacci marini antartici attuale e’ di circa 6100000 kmq e cioè quasi 16500000 in più rispetto alla media trentennale,che e’ di 4460000. Il surplus pertanto e’ superiore al 30%. Si tratta di un ulteriore record assoluto sempre riferito al periodo.

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E mentre ieri a Berlino si e’ conclusa l’ennesima commedia dell’IPCC con i soliti scenari apocalittici provocati dal surriscaldamento del pianeta ( per fortuna non ne hanno mai azzeccata una),nessuno si preoccupa di informare la collettività di cosa realmente stia accadendo in quella parte cosi remota,ma cosi fondamentale per le sorti climatiche dell’intero globo. Tutti noi sappiamo che piu’ superficie del nostro pianeta e’ ghiacciata o innevata e più i raggi solari vengono riflessi nel vuoto dello spazio invece di essere assorbiti dagli oceani, e ciò provoca ulteriore raffreddamento con conseguente ulteriore crescita delle aree ghiacciate. Ma non solo : intorno all’antartico con moto orario,circola la corrente marina più grande (per volume d’acqua) di tutto il pianete e cioè la CORRENTE CIRCUMPOLARE ANTARTICA.

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La corrente circumpolare antartica e’ l’unica che ruota intorno all’intero pianeta ed e’ il motore di tutte le correnti marine dell’intero globo. Se dovesse rallentare l’ACC,ne risentirebbero tutte le correnti marine planetarie.
Al di fuori degli ambienti scientifici circola la voce che tale corrente sia più lenta del passato. Ovviamente si tratta di rumors e non ce la sentiamo di pronunciarci in merito. Il dato di fatto però e’ che la banchisa antartica sta crescendo enormemente e rapidissimamente come mai e’ successo dal 1980 ad oggi e qualcuno prima o poi dovrà pur pronunciarsi in merito.

GIORGIO

Fonte: ATTIVITA SOLARE.COM

Allevamenti intensivi: le immagini shock del doc Samsara

Una sequenza del documentario di Ron Fricke che mostra gli eccessi degli allevamenti intensivi e l’impatto sulla salute dei consumatori

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http://vimeo.com/73234721

Nelle religioni indiane quali Brahmanesimo, Buddhismo, Giainismo e Induismo, Samsara è il termine che indica la dottrina inerente il ciclo di vita, morte e rinascita. Dopo il video di Steve Cutts che Ecoblog vi ha proposto qualche giorno fa, ecco un estratto del documentario Samsara, un vero e proprio kolossal del genere che è il frutto di ben 5 anni di riprese in giro per 25 Paesi. Nella perfezione fotografica e nelle geometrie perfette degli ambienti, i registi mettono a nudo la crudeltà degli allevamenti intensivi. La sequenza inizia con il pollame risucchiato da due spazzole su di un nastro trasportatore verso dei cassettoni. Successivamente vi sono il macello e la pulizia. Dopo, i bovini che ruotano in una macabra giostra. Ma la sequenza più agghiacciante è, forse, quella dell’allattamento dei giovani maiali attaccati a una scrofa fatta crescere all’inverosimile e bloccata in uno spazio angusto. Dall’allevamento intensivo le immagini passano alle cucine dei fast food e da qui agli scaffali e alle casse dei supermercati, quindi alle tavole dei fast food. Una frenesia che ha delle conseguenze che i registi scelgono di descrivere senza parole, con una grande capacità di lasciar parlare le immagini. Oltre alle terribili condizioni ambientali nelle quali gli animali vengono allevati, gli allevamenti intensivi hanno un forte impatto sull’ambiente. L’8 dicembre 2008 il presidente dell’IPCC,Rajendra Pachauri, presentò una documento sulla relazione fra riscaldamento globale e produzione di carne evidenziando come la produzione di un chilogrammo di carne provochi un’emissione di 36,4 kg di anidride carbonica e un rilascio di 340 grammi di anidride solforosa e 59 grammi di fosfati. Praticamente un chilo di carne ha lo stesso impatto sull’ambiente di un’auto media europea che percorra 250 chilometri. Nella stessa ricerca viene evidenziato anche l’enorme squilibrio per quanto riguarda il consumo idrico: per un kg di mais sono necessari 900 litri d’acqua, per un kg di manzo ben 15.500 litri.

Fonte:  Vimeo

L’effetto serra: il fantasma del palcoscenico

Una presenza spesso impalpabile per i media, una quotidiana e catastrofica realtà per gli esseri viventi piccoli e grandi, per la vita intera.termometro_cambiamento_climatico

Pochi giorni fa, il 10 novembre, ho cucinato una padella di zucchine con relativi fiori. Le zucchine a novembre sono fuori stagione, noi non mangiamo verdure fuori stagione, ma quelle zucchine erano del nostro orto. Il nostro orto non è in Sicilia o in Marocco, è a cinquecento metri di altezza nella Toscana centro-settentrionale. Le zucchine alla fine di agosto avevano detto “basta” e cominciato a ingiallire e seccare. Poi, dopo un ottobre intero a venti gradi e oltre, hanno pensato di essersi sbagliate e hanno ricominciato a vegetare e dare frutti e fiori. Intanto, i boschi sono ancora verdi. Di un verde spento che vira al marrone spento. Le rose in giardino stanno fiorendo e così i tagete; in giardino sta anche crescendo una bella pianta di pomodoro, il cui seme sarà stato nel terriccio del composto con cui abbiamo concimato le piante. I cavoli invece sono attaccati inesorabilmente da lumache e chiocciole che, a novembre, non sono in letargo mentre dovrebbero, ma sono vispe e probabilmente si stanno riproducendo fuori stagione. L’altro giorno, mentre raccoglievamo le olive, ci siamo “beccati” una dose abbondante di punture di zanzare. A novembre. Non è un’annata eccezionale, è il normale, tragico andamento dell’effetto serra negli ultimi decenni. Nonostante ci siano “autorevoli” personaggi e famigerati scienziati che continuano a negarlo, con una faccia tosta degna di miglior causa. Lo negano anche di fronte ai risultati di ricerche rigorosissime, accuratissime, approfondite e decennali degli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

“Gli dei accecano coloro che vogliono perdere” (Pindaro).

Chi vive in campagna non ha bisogno di ricerche scientifiche a meno che non sia stato anche lui accecato, non dagli dèi, ma dal fragore cacofonico dei media ufficiali, impegnati a distogliere l’attenzione da qualsiasi riferimento ai disastri ambientali che vada al di là della macabra superficialità. L’evidenza quotidiana e stagionale glielo dimostra senza possibilità di dubbio. In trent’anni, nella zona del Chianti in cui vivo, sono scomparsi prima i peschi: gelate sempre più tardive, estati sempre più calde; poi gli albicocchi: a loro sono bastate le gelate sempre più tardive; infine i ciliegi: non sopportano calure e siccità estreme. I vecchi ricordano quando da bambini andavano a rubare le ciliegie primaticce in questo o quel podere particolarmente fornito di rigogliosi e generosi ciliegi primaticci. I pomodori degli orti, che un tempo qui da noi maturavano verso la fine di giugno, ora cominciamo a mangiarli in agosto, perché tutte le piantine messe a terra prima di maggio, sono destinate a soffrire e ammalarsi per temperature che, magari estive in marzo, si abbassano improvvisamente intorno ai dieci gradi in aprile, a maggio, e negli ultimi anni persino nella prima metà di giugno. Un clima in convulsioni che stermina gli impollinatori: la primavera scorsa tacevano tutti i loro ronzii, i fiori disertati sfiorivano tristemente senza allegare. Chi coltiva la terra e produce il cibo sa che ogni anno per lui e per le sue creature diventa più difficile. La vita delle piante, la vita degli insetti e degli animali selvatici è sempre più precaria, non della naturale precarietà di tutte le vite, ma della precarietà di una nave nella tempesta. La tempesta è un clima che sta diventando inadatto alla vita come si è sviluppata sul nostro pianeta in centinaia di migliaia di anni. L’11 novembre 2013 un vento di tramontana soffiava con raffiche a ottanta chilometri orari; un vento di tramontana “eccezionale”, dovuto alla “eccezionale” discesa della temperatura di circa dieci gradi in una notte. Squassava i cipressi come se volesse strapparli dalla terra, faceva cadere coppi dal nostro tetto e da quello dei vicini, strappava le foglie ancora verdi degli alberi nel frutteto e nel bosco. La strada che porta a casa nostra è ora coperta di un tappeto di foglie, come dovrebbe essere in autunno, peccato che le foglie (di quercia) siano verdi. Mentre un amico di Alzano Lombardo nello stesso giorno mi diceva al telefono che da loro, quattrocento chilometri più a nord, era una giornata primaverile da camicia e giacchetta. Quando ero bambina in Lombardia a novembre mettevamo il cappotto, dopo il soprabito in ottobre e la giacca sopra il golf in settembre. Eppure mi sembra di sentire come trapani nel cervello le voci dal tono sicuro e arrogante che dicono che questi eventi eccezionali ci sono sempre stati. Ma è vero! Il problema è che non sono più “eccezionali”! Sono ormai quotidiane eccezionali tempeste, eccezionali siccità, piogge eccezionali, freddi eccezionali, caldi eccezionali. Ma una società ormai in preda a un marasma non inferiore a quello climatico tenta ancora di negare l’innegabile. I Padroni del vapore pagano scienziati (una parte infima ormai) e organi di “informazione” (la gran parte ormai) per negare, mettere in dubbio, o semplicemente omettere, nascondere, confondere. Nelle Filippine un tifone apocalittico, come non se ne sono mai verificati prima, uccide decine di migliaia di persone, non si sa quante e probabilmente non lo sapremo mai, ma la notizia nel giro di due giorni viene spazzata sotto il tappeto: bisogna dimenticarla e, soprattutto, evitare di mettere in relazione questo “evento eccezionale” nella sua intensità (ossia ricorrente in quelle zone, ma a un altro livello di impeto però) con l’eccezionale riscaldamento del pianeta. Dobbiamo continuare a produrre, consumare, inquinare, distruggere, distruggerci.

Non dobbiamo allarmarci, riflettere, correre ai ripari: che ne sarebbe dell’economia, del PIL, dei profitti, del dominio?

Ma che ne sarà di loro, dei dominatori, dei loro figli e nipoti? I potenti e i loro servi hanno scoperto la formula magica per l’invulnerabilità e l’immortalità?

O sono semplicemente incapaci di comprendere?

Quelli che venivano chiamati “scemi di guerra”? Il risultato di una società aggressiva, feroce, competitiva, che seleziona ai suoi vertici i più psicologicamente disturbati?

Il guaio è però che al giorno d’oggi noi gente comune, noi che ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli e magari anche per il futuro del pianeta e di tutti i viventi, abbiamo contratto la malattia degli “scordoni”: non abbiamo più memoria, spirito d’osservazione, capacità critica. E questo grazie alla nostra (tossica) dipendenza dagli “organi d’informazione”. Se la televisione ci dice che piove, usciamo con l’ombrello anche se c’è il sole. Se televisione, radio, giornali ci bombardano con le manfrine sul debito pubblico e la necessità di “tagliare” (lo stato sociale, ovviamente, non le grandi opere), noi ci preoccupiamo del debito pubblico. I “media” sono ormai i nostri sacerdoti, la nostra religione, la nostra cultura, la nostra memoria; grazie a loro non siamo più in grado di vedere la vita, la realtà. E così tutti in coro ci dimentichiamo l’effetto serra e le sue devastazioni e, se a novembre a Milano ci sono venti gradi all’ombra, diciamo: “Che bella giornata!”. Mentre dovremmo correre a comprarci il manuale dell’autosufficienza, convincere quattro amici e creare di corsa una comune agricola biologica fondata sulla permacultura, con le pale eoliche per l’energia, e sbrigarci a imparare a tessere la lana e il lino e ad addestrare cavalli e asini per viaggiare e trasportare.

Ma come? Siamo matti? Qui si vuole tornare all’età della pietra? Al neolitico?

Niente paura. Le popolazioni più longeve del pianeta sono popolazioni di agricoltori e piccoli allevatori che vivono in luoghi rimasti fuori dal gran flusso del “Progresso”; che vivono in maniera poco diversa da come vivevano i loro antenati nel neolitico, in genere immuni alle cause legali, agli assassinii, al ridurre i propri simili in schiavitù. Sono popolazioni arretratamente felici.

«Un po’ di pazzia a primavera

è opportuna anche per un re,

ma Dio protegga il folle

che pondera su questo portentoso spettacolo

sull’intero esperimento verde

come se fosse roba sua».

Emily Dickinson

Fonte: il cambiamento

Per alcuni climatologi l’IPCC è troppo prudente sulle catastrofi climatiche

Secondo alcuni climatologi l’innalzamento dei mari sarà al minimo di un metro, mentre per l’IPCC questo è il massimo; inoltre viene trascurato il feedback del disgelo del permafrostPrevisioni-ipcc-432x342

Il sito Climate Progress ospita le opinioni di diversi climatologi che ritengono le previsioni dell’ IPPC troppo prudenti. Dal momento che è necessario raggiungere il consenso tra una grande moltitudine di esperti, in più di un caso si è cercato un minimo denominatore comune, con  la reale possibilità di minimizzare i rischi.

Questo riguarda in particolare due fenomeni: (i) l’innalzamento dei mari e (ii) il disgelo del permafrost.

(i) L’ IPCC prevede un aumento del livello oceanico al 2100 compreso tra 29 e 97 cm. Si tratta di un aumento di oltre il 50% rispetto al 4° rapporto (18-59 cm). Tuttavia, molti glaciologi ritengono che un metro di innalzamento sia una previsione minima e non massima.

(ii) A pagina 18 del sommario IPCC si afferma che lo strato superficiale di permafrost (i primi 3,5 m) si ridurrà tra il 37% e l’82% andando dallo scenario di emissioni minime a quelle massime.

Il permafrost artico contiene il doppio del carbonio presente in atmosfera e la sua fusione potrebbe innescare un meccanismo di feedback catastrofico, ma l’IPCC non ne tiene conto nelle sue previsioni. Eppure, secondo uno studio del NSIDC questo anello di feedback potrebbe fare crescere la temperatura di 0,3-0,9 °C in più  rispetto a quanto previsto. Quando si tratta di temperatura media globale, anche una frazione di grado non è trascurabile.

Fonte:ecoblog

“L’uomo è responsabile del riscaldamento globale in atto”, IPCC conferma

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Il riscaldamento globale è in atto e l’uomo è il principale responsabile dei cambiamenti climatici. A confermarlo è l’ultimo rapporto sul clima dell’IPCC (Intergovernmental panel on climate change) presentato venerdì scorso a Stoccolma. Secondo il rapporto molti dei cambiamenti osservati dal 1950 a oggi sono senza precedenti su una scala temporale che va dalle decine di anni ai millenni. Oceani e atmosfera si sono riscaldati, la quantità di neve e ghiaccio è diminuita, i livelli dei mari si sono alzati e sono aumentate le concentrazioni di gas serra in atmosfera. Tra 1880 e 2012, la temperatura media della Terra, ossia quella della superficie degli oceani e delle terre emerse combinate insieme, è cresciuta di 0,85 gradi Celsius. Per il livello del mare l’intervallo di tempo è lievemente differente, tra 1901 e 2010, e l’aumento in questo caso è di 19 centimetri. Secondo il rapporto il cambiamento del clima è causato dalle attività umane al 95-100 per cento o comunque è “estremamente probabile”. In base al rapporto, dal 1750 a causa dell’uso di combustibili fossili, agricoltura e deforestazione, la concentrazione atmosferica dei tre principali gas serra è aumentata e il record è stato raggiunto dalla CO2 che ha segnato un 40 per cento. Il rapporto spiega inoltre che entro questo secolo, le temperature aumenteranno fino a un massimo di 4,8 gradi Celsius e il livello del mare salirà da un minimo di 26 centimetri a un massimo di 82 centimetri. Ognuno degli ultimi tre decenni, inoltre, è stato più caldo di quello precedente e, in generale, più caldo di qualsiasi periodo negli ultimi 1400 anni. In particolare, il primo decennio del XXI secolo è stato in assoluto il più caldo dal 1850. Alla luce del nuovo report dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), Greenpeace chiede “ai governi di agire subito sui cambiamenti climatici”. Il report, secondo l’associazione, “mette in allarme su un intensificarsi degli impatti, ma mostra anche che si può ancora agire per prevenire gli effetti più disastrosi”. “L’unica risposta sensata ai segnali allarmanti che ci manda il Pianeta è l’azione immediata. Purtroppo chi è entrato in azione si trova ora in galera in Russia, mentre i responsabili del caos climatico sono protetti dai governi di tutto il mondo”, ha affermato Andrea Boraschi, responsabile clima di Greenpeace, riferendosi ai 30 attivisti e membri dell’equipaggio della Arctic Sunrise agli arresti. “Per salvare il clima e garantire un futuro ai nostri figli – prosegue – l’unica strada percorribile è quella delle energie rinnovabili. L’era dei combustibili fossili va definitivamente archiviata”. “La buona notizia di questo documento – dice ancora Greenpeace – è che abbiamo ancora una possibilità per scegliere il nostro futuro. Se i governi rispettano gli obiettivi che si sono dati e per i quali non si stanno impegnando come dovrebbero, se avviamo veramente la rivoluzione energetica nel segno dell’efficienza e delle rinnovabili, allora possiamo farcela”.

A.P.

Fonte: il cambiamento

Il ghiaccio artico fonde più in fretta anche perchè riflette meno la luce solare

Secondo uno studio finlandese il potere riflettente del ghiaccio artico è diminuito del 15% negli ultimi 30 anni. Assorbendo più energia fonde quindi più in fretta.Ghiaccio-artico-coperto-da-acqua-586x382

E’ proprio il caso di dire che il ghiaccio non è più quello di una volta. Uno studio finlandese appena pubblicato su Climate Change mostra che l’albedo(cioè il potere riflettente) del ghiaccio artico è calato di 0,03 per ogni decennio (1). Questo ha portato ad una diminuzione complessiva del 15% negli ultimi 30 anni. Questo non è dovuto, come si potrebbe pensare, alla fuliggine o all’inquinamento, ma alla presenza di uno strato di acqua sopra il ghiaccio, che riduce in modo significativo la riflessione della luce. Ecco un altro esempio di feedback positivo (2), dopo quello del metano nel permafrost di cui abbiamo parlato qualche giorno fa: un maggiore forcing radiativo fonde il ghiaccio, l’acqua riflette meno e la fusione accelera. Questo potrebbe spiegare il fatto che il ghiaccio polare fonde ad un ritmo superiore a quello previsto dai modelli climatici dell’IPCC. Lo scorso settembre si è arrivati al minimo assoluto di 3,5 milioni di km quadrati e la fusione completa potrebbe essere questione di meno di un decennio. (1) L’albedo è la frazione di radiazione incidente riflessa da una certa superficie; è pari a 1 per un corpo perfettamente riflettente ed è zero per un corpo nero.  (2) “Positivo” non significa “benefico”, ma che il feedback rafforza l’azione che lo ha provocato, come nel caso di una valanga.

Fonte: Ecoblog