Rondine, il piccolo borgo dove si costruisce la pace

Grazie al progetto Rondine – Cittadella della Pace’, un piccolo borgo in provincia di Arezzo ospita studenti provenienti da paesi in conflitto tra loro che qui sperimentano una vita di convivenza, di formazione e di studio. L’obiettivo è quello di far riscoprire la persona che si nascondeva dietro lo spauracchio del ‘nemico’ rendendo evidenti le similitudini tra le due parti e l’umanità che le accomuna.

Rondine è un borgo che sorge nei pressi di Arezzo e che negli anni ’50 stava per essere definitivamente abbandonato. La diocesi, però, decise di affidare il borgo ad alcune famiglie molto attive nel territorio e diciotto anni fa successe l’impensabile. Un luogo praticamente deserto diventò occasione di incontro e confronto per decine di ragazze e ragazzi provenienti da Paesi in conflitto tra loro: nacque infatti il progetto ‘Rondine – Cittadella della Pace’.

Questo straordinario esperimento di coabitazione e formazione alla Pace vide la luce un po’ per caso: le famiglie di Rondine, capitanate dal professor Vaccari – oggi presidente dell’associazione – volevano proporre uno spettacolo sulla vita di San Francesco in Russia. Una volta ottenuto il visto si trovarono in una situazione di guerra tra russi e ceceni. Parlavano di Pace in un contesto di guerra. Ebbero quindi il desiderio di contribuire in qualche modo alla Pace ‘nel quotidiano’ e si offrirono di agevolare il dialogo tra le opposte fazioni durante il conflitto. In quel contesto, il rettore dell’università di Grozny chiese ospitalità per alcuni studenti dell’università locale che era stata bombardata. Vaccari si rese disponibile ponendo però una condizione: il borgo di Rondine avrebbe dovuto ospitare anche studenti russi, con l’intento di creare un luogo ‘terzo’ neutro, in cui i due popoli in guerra potessero vivere a stretto contatto abbandonando così gli schemi tipici delle guerre.  “L’obiettivo – ci spiega Davide Berutti, neo Direttore Generale di Rondine – era far riscoprire la persona che si nascondeva dietro lo spauracchio del ‘nemico’ rendendo evidenti le similitudini tra le due parti e l’umanità che le accomuna”.rondine2

Il progetto fu un successo e venne presto replicato con giovani provenienti dai Paesi più disparati: Caucaso, Pakistan, India, Palestina, solo per citarne alcuni.  Questi studenti, appena laureati e provenienti da Paesi in guerra tra loro, si trovano quindi a condividere gli spazi abitativi, aiutati dai formatori di Rondine che li guidano attraverso un percorso sulla gestione del conflitto, sulla comunicazione non violenta e sul riconoscimento dell’altro.

“I ragazzi scoprono che l’identità è qualcosa di più complesso di ‘noi contro loro’ – continua Berutti – si smonta la conflittualità e si da una immagine più genuina della realtà, anche se qui trovano più domande che risposte.
La mensa è in comune, gli studenti pranzano e cenano insieme ed è un momento molto comunitario. I ragazzi si organizzano poi per giocare o suonare, organizzano concerti e sono spesso chiamati in varie parti d’Italia per raccontare la loro esperienza”.

 

La lingua obbligatoria a Rondine è l’italiano. Questo garantisce che si parta tutti dallo stesso livello e non ci siano culture più ‘avvantaggiate’ di altre. Tutti parlano male l’italiano! Per questo i primi tre mesi gli studenti devono frequentare un corso di italiano. A questo punto “c’è una cerimonia di accettazione, i ragazzi prendono un impegno consapevole e danno il via alle attività”.rondine3

È molto formativo dover raccontare e rielaborare il proprio vissuto in presenza del ‘nemico’ che probabilmente nel frattempo è diventato amico. “Vivono un forte contrasto tra la necessità di ribadire la propria identità e la propria sofferenza e il desiderio di non far male al nuovo ‘amico’. Così il lavoro diventa interessante: quando questi giovani torneranno al loro Paese di origine dopo i due anni trascorsi a Rondine, avranno sviluppato la capacità di difendersi senza aggredire, sapranno lottare per i propri diritti senza pretendere che l’altro rinunci ai suoi. In diciotto anni abbiamo accolto oltre centosessanta giovani. La selezione dei partecipanti al progetto avviene con un bando che esplicita chiaramente la sfida che lanciamo; i ragazzi sanno quindi a cosa vanno incontro”.

Rondine provvede a tutte le spese, dal visto al master, dal trasporto al vitto e alloggio. La struttura si mantiene grazie a diversi tipi di sostenitori, micro e major. Ogni studente costa circa venticinque mila euro per un anno. Al progetto lavorano venti persone, alcune full time e altre part time. L’ispirazione è laica: la dimensione religiosa dell’individuo, infatti, viene sottratta dalle strumentalizzazioni, mentre viene proposto il dialogo tra le religioni.  “Qui si fa sempre festa, perché festeggiamo tutte le feste, cristiane, musulmane, ebraiche e così via. Tutti gli studenti si devono sentire liberi di festeggiare le proprie festività e spiegarle agli altri per viverle insieme. All’ultima cena di natale, per esempio, un Ave Maria è stata cantata da una ragazza musulmana”.

Da quando Rondine è stata fondata il mondo è cambiato e di conseguenza sono cambiati anche i progetti portati avanti nella struttura.

“Oggi abbiamo molti progetti nuovi in mente per promuovere la pace – afferma Berutti – vogliamo continuare a seguire i ragazzi anche dopo la residenza italiana, nel momento del loro rientro in patria. Abbiamo già cominciato! Questo anno, ad esempio, abbiamo deciso di seguire per un anno un ragazzo a distanza, con costanza e presenza. L’associazione “rondini d’oro” (formata dagli studenti che hanno concluso la residenza positivamente) – inoltre – chiede di collaborare con noi come soggetto autonomo per concretizzare progetti ispirati a questa esperienza da riproporre nel loro paese”.rondine

E non è tutto. Rondine ha deciso di agire anche sul tessuto italiano attivando e sviluppando alcuni progetti con le scuole, in una duplice forma. Da un lato i ragazzi residenti a Rondine portano nelle scuole italiane la loro esperienza, dall’altro è stato attivato un “quarto anno d’eccellenza liceale”: gli studenti liceali, infatti, possono frequentare il quarto anno proprio nel piccolo borgo Toscano. “Seguono il programma ministeriale la mattina mentre il pomeriggio frequentano percorsi formativi integrativi sulla trasformazione del conflitto, l’innovazione tecnologica e l’integrazione con l’ambiente”.

Questi studenti si trovano a condividere l’esperienza di ventisei colleghi internazionali. L’auspicio è che una volta tornati nei licei di origine, questi ragazzi avranno sviluppato uno sguardo critico sulla complessità del mondo e del territorio su vari temi e in particolare sui fenomeni migratori. I fatti di Parigi non hanno cambiato molto il sentire dei residenti di Rondine. “Sono persone che vivono queste cose nella quotidianità. Chi viene da Gaza, per esempio, non è rimasto troppo scosso. Il dibattito sui fatti di Parigi non è stato su un piano religioso, ma i nostri ragazzi sono rimasti sorpresi del fatto che i media hanno parlato di questi conflitti solo quando hanno coinvolto Paesi europei. Si sono detti: ‘Queste cose da noi capitano tutti i giorni, perché ne parlano solo ora?’”.

 

Il sito di Rondine 

 

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/io-faccio-cosi-107-rondine-piccolo-borgo-pace/

Gli scambi scolastici di Intercultura: incontrare il mondo per costruire il dialogo

Costruire il dialogo interculturale attraverso gli scambi scolastici, aiutando così persone di tradizioni culturali diverse a comprendersi e collaborare in modo costruttivo. Con questa finalità è nata nel 1955 l’esperienza italiana di Intercultura  che “da decenni promuove il dialogo rispettoso tra uomini e donne di tutte le culture, nella convinzione che la conoscenza reciproca e la comprensione delle diversità costituiscano un prezioso antidoto allo ‘scontro tra le civiltà’”, oggi quanto mai attuale.

L’associazione promuove e organizza scambi ed esperienze interculturali, inviando ogni anno circa 1800 ragazzi delle scuole secondarie a vivere e studiare all’estero ed accogliendo nel nostro Paese un migliaio di giovani di ogni nazione. “Abbiamo cominciato a parlare di queste cose quando nessuno poteva immaginare nemmeno che potessero esistere”, ci racconta Roberto Ruffino, socio fondatore e segretario generale di Intercultura. Il programma è destinato ai giovani di circa diciassette anni. Questi hanno la possibilità di trascorrere un anno scolastico in uno dei Paesi che aderiscono al circuito, dove lo studente viene ospitato da una famiglia del posto. L’organizzazione prepara i ragazzi e gestisce le problematiche che possono sorgere durante l’esperienza. D’altra parte, Intercultura si occupa dell’accoglienza dei ragazzi stranieri in Italia.intercultura

“Lo sforzo di uscire da un angolo in un Paese in cui nessuno ti conosce – spiega Roberto Ruffino – è una lezione che ti porti dietro per tutta la vita. I ragazzi italiani quando vivono questa esperienza si sentono per la prima volta autonomi, vivi, capaci di fare qualcosa e, normalmente, capiscono cosa vogliono fare nella vita. D’altra parte anche l’Italia, che da un giorno all’altro è divenuta terra di arrivo per migliaia di persone, ha molto bisogno di imparare come ci si rapporta a chi proviene da altre parti del mondo”. A dar vita ad Intercultura è stato un gruppo di volontari che avevano vissuto esperienze interculturali all’estero e ne avevano apprezzato il potenziale educativo e la carica innovativa rispetto ai programmi scolastici tradizionali. Oggi l’associazione conta circa quattromila volontari italiani suddivisi in più di 140 centri locali. Altri duecentomila, poi, fanno parte delle associazioni consorelle in sessanta Paesi. La struttura professionale conta oltre mille persone in tutto il mondo: “un vero e proprio ‘esercito di pace’ al servizio di tutti coloro che sono interessati all’apprendimento interculturale”.MG_2567

Roberto Ruffino, socio fondatore e segretario generale di Intercultura

 

Come si legge sul sito, il progetto educativo di Intercultura vuole così “contribuire alla creazione di una società mondiale pacificata, non attraverso la presenza egemone di poche culture ai danni di tutte le altre, ma attraverso il riconoscimento degli apporti che ogni cultura (non mitizzata, né fossilizzata, ma nel suo divenire) può dare alla soluzione di problemi comuni”. Si tratta di collaborare alla costruzione di “una società in cui il conflitto non sia dissimulato o risolto con la violenza, ma sia fonte di soluzioni originali e di progresso e dove le soluzioni emergenti non siano sempre quelle delle nazioni più ricche, ma riflettano anche quelle emarginate”. Fondamentale è inoltre per Intercultura dialogare con il sistema educativo italiano al fine di sensibilizzarlo alle tematiche interculturali ed aprirlo alla conoscenza e allo studio delle relazioni con le altre culture. “Uscire dai propri punti di riferimento è straordinario – afferma Roberto Ruffino – Si smette di considerare ‘normale’ ciò a cui si è abituati, e si allargano le prospettive”.

 

Il sito di Intercultura

 

Fonte : italiachecambia.org

Il coraggio della condivisione: la comunità “Don Milani” di Acri

Nello Serra ha cominciato 33 anni fa in Calabria ad agire in nome della condivisione e dell’integrazione e oggi, con un bagaglio immenso di esperienze ed umanità, accoglie, insieme agli altri membri della comunità “Don Milani” di Acri tutti coloro che hanno bisogno di ritrovarsi: giovani, anziani, sani e malati, italiani e stranieri. E tutti partecipano con ciò che hanno al benessere collettivo.aceto-di-mele-1

La “Don Milani” è una comunità che vive e opera in una terra difficile, la Calabria. Ma il progetto umano delle persone che ne fanno parte è cresciuto negli anni insieme alla consapevolezza di essere sulla strada giusta. La “Don Milani” di Acri ha 33 anni di vita e oggi accoglie “le persone che scelgono di viverci siano essi giovani, anziani, italiani o stranieri, sani o malati; ognuno dà quello che può o quello che ha e tutti partecipano al benessere collettivo, chi con i soldi della pensione, chi col lavoro” spiega il punto di riferimento del gruppo, Nello Serra. “Il mio pensiero va ancora spesso al 1982, anno in cuiprendemmo la decisione, con un gruppo di giovani portatori di handicap impegnati in un corso di formazione professionale, di fondare una cooperativa alla quale dare un nome emblematico, ricco di significato, quello di Don Milani” spiega Nello. “In molti si domandano perché abbiamo utilizzato un nome così importante. Lo abbiamo fatto perché il priore di Barbiana sperimentò, senza volerne fare un metodo, un modo di fare scuola che motivasse gli allievi a diventare protagonisti del loro progetto educativo. A chi gli chiese, infatti, di scrivere un metodo rispose: non è come bisogna fare a far scuola ma come bisogna essere per far scuola. Da giovane ero affascinato da Lorenzo Milani, vivendomi come uno dei suoi ragazzi bocciati a scuola perché figli di operai e contadini e come loro volevo affrancarmi dalla subalternità. Strada facendo, mi convinse la scelta di andare verso una cooperativa-comunità per tutti”. Una scelta che andava e va in una direzione differente rispetto alle tante strutture esistenti pensate per una “categoria”: anziani, malati mentali, tossicodipendenti, immigrati, ragazze madri, orfani, “che vengono così etichettati e ghettizzati”. “A me è toccato il privilegio di rimanere legato a questa realtà dall’inizio e a volte mi chiedo se sia per la fedeltà al progetto o perché il progetto è fedele a un ideale unificante degli esseri umani a prescindere dalle loro condizioni personali e sociali. Crediamo di avere creato un luogo con spazi e attività in cui le diversità sono esaltate anziché represse, in cui tutto quel che si pensa, si dice e si fa aiuta ad affrontare i bisogni per superarli, imparando ad accettare l’aiuto e a darlo quando è il momento della restituzione. Siamo impegnati a perseguire l’autofinanziamento mediante attività sostenibili che garantiscono un legame con la storia, le tradizioni, le attività tipiche della civiltà artigianale e contadina, soprattutto perseguiamo il ritorno alla terra, con le coltivazioni biologiche su terreni marginali, tuttavia, ricchi di biodiversità che vogliamo conservare e valorizzare. Questo ha creato le condizioni di non dipendenza dai finanziamenti pubblici e/o privati o dal ricorso continuo a campagne di beneficenza. In ogni cosa che facciamo cerchiamo la sobrietà e l’essenzialità e lavoriamo per la conquista di stili di vita che ribaltino le logiche incentrate sull’essere più che sull’avere, guardando a ciò che serve veramente alla vita: consumo critico, corretta e sana alimentazione con cibo buono, possibilmente autoprodotto, ricerca di relazioni fiduciose e solidali, educazione al rispetto della natura, riscoperta del riciclo, del riuso, del baratto. Per fortuna, o forse per meriti conquistati sul campo, godiamo della fiducia e dell’aiuto della comunità locale che abbiamo imparato a stimolare piuttosto che provocare, perciò siamo riusciti ad aiutare giovani con disabilità, ragazze madri, immigrati, giovani con problemi familiari e, in ultimo, anziani, soprattutto non autosufficienti, che sarebbero finiti in strutture dove si muore dopo pochi mesi dal ricovero. Grazie a questa relazione felice siamo riusciti a raccogliere, negli anni, una consistente somma di denaro (parliamo di qualcosa come un milione di euro) con cui abbiamo costruito una grande casa – senza finanziamenti pubblici – in cui vivere, lavorare, riposare, divertirsi, recuperare forze perdute, riscoprire potenzialità residue. La gente comune ci ha aiutato con piccole offerte, ci ha destinato il cinque per mille sulla dichiarazione dei redditi, ha comprato i prodotti del nostro laboratorio (giocattoli artigianali, fiori di seta, saponi, libri, liquori, tisane, creme e unguenti). Una singola benefattrice ci ha donato il terreno su cui edificare la struttura, una somma di denaro e una casa nel centro storico che non siamo riusciti ancora a ristrutturare e ad abitare”.  Poi la “Don Milani” di Acri ha un’altra peculiarità. “Abbiamo ripreso ad allevare il baco da seta, attività una volta fiorente in Calabria. Con i bozzoli facciamo composizioni floreali e bomboniere per le spose, saponi unguenti e creme; con le more di gelso marmellate e liquori, con le foglie tisane. Nel periodo d’allevamento accogliamo scolaresche e persone interessate alla gelsi bachicoltura, alla sericoltura e alla tessitura. Tra le attività messe in piedi nei circa cinque ettari di terra di proprietà vi è quella dei frutti perduti che sono stati recuperati, delle piante spontanee che utilizziamo per l’alimentazione e la fitoterapia. Grazie alla collaborazione gratuita di un valente chimico, il dottor Silvio Faragò della Stazione della seta di Milano, siamo in grado di estrarre dai bozzoli di seta le proteine cosiddette nobili come la sericina, la fibroina, l’olio di crisalide, sostanze molto valide per la cosmetica che sappiamo utilizzare. Pur empirici, siamo mossi da principi e valori fondamentali mai rigidamente fissati. Prima di tutto la cultura dell’integrazione e del mutuo aiuto: vogliamo abolire la tradizionale divisione delle persone in categorie e stimolare il mutuo aiuto (il più anziano aiuta il meno anziano, il più autonomo aiuta il meno autonomo, il ricco aiuta il povero. Poi crediamo nella natura mutualistica e nel carattere non speculativo: il fine non è il profitto per i soci, ma procurare beni e servizi a condizioni vantaggiose (la “Don Milani” è una onlus. Puntiamo all’autogestione: partendo dal presupposto che la “Casa” è autogestita dagli operatori e dai residenti, essa è bene prezioso, da salvaguardare, innanzitutto da parte di chi la abita e la vive. Pratichiamo la cultura della parità: pur nel rispetto della diversità dei ruoli, le persone hanno pari diritti e pari dignità. Non ci sono operatori e utenti in senso stretto ma tutti sono operatori e utenti allo stesso tempo. Lavoriamo sulla parte sana: anche nelle persone più in difficoltà esiste una parte sana sulla quale scommettere. Ricerchiamo il benessere personale e sociale: obiettivo principale è il raggiungimento del livello più alto possibile di benessere personale e sociale fatto di autostima, di relazione autentica con gli altri, di consapevolezza delle proprie risorse e dei limiti e di capacità di stare, progettare e costruire insieme agli altri. Non vogliamo sostituirci a nessuno, né siamo taumaturghi a cui delegare i problemi della marginalità e del disagio sociale. Vogliamo contaminare, disseminare segni. E’ questo il motivo per il quale non vogliamo convenzionarci con gli enti pubblici. Chi viene da noi devi volerci venire per scelta, non perché qualcuno ce lo manda per scaricarselo. Crediamo nel cambiamento come valore, all’importanza di educare ed educarsi al cambiamento per saper divenire. Sviluppiamo la socialità e la creatività, elementi essenziali della disponibilità al cambiamento. Vogliamo più giustizia sociale: non ci si pone come antagonisti nei confronti della realtà sociale ma come forza che cerca di limitare i danni e a realizzare, nei fatti, una maggiore giustizia sociale. Siamo portatori di una cultura che educa all’ottimismo e alla speranza, ci sforziamo di pensare al nostro lavoro come una provocazione in grado di suscitare attenzione, riflessione, dibattito. Vogliamo essere co-promotori di una cultura basata sulla cooperazione piuttosto che sull’agonismo, sull’ascolto delle ragioni degli altri piuttosto che sull’affermazione esasperata delle proprie e sul giudizio. La nostra esperienza ha un forte radicamento nella comunità locale”.

Per saperne di più: www.Comunitadonmilani.it e www.Bachicoltura.it.

Chi voglia meglio conoscere fatti specifici, esperienze vissute, storie di vita, programmi e progetti futuri ha la possibilità di farlo chiedendo una copia del libro “Guarda che fa quel matto di Nello Serra” edito dalla casa editrice Progetto 2000 di Demetrio Guzzardi. Nel libro è riassunta l’utopia che è in fondo una filosofia di vita, è una vita spesa per capire che la pace vince sulla guerra se è disarmo unilaterale; che il perdono vince sulla vendetta se è perdono vero; che l’ interesse altruistico se autentico vince sull’indifferenza; che l’ amore supera l’odio se è amore operoso e generoso; che l’agire per l’intesa funziona di più dell’agire per un fine…

 

Fonte: ilcambiamento.it

Citytech, il mantra di mobilità e trasporti è “Innovazione, integrazione, sostenibilità”

Citytech-BUStech, l’evento sul mondo della “Mobilità urbana e del trasporto pubblico”, diventa sempre più importante a livello nazionale. Roma e Milano guidano le rivendicazioni “locali” e chiedono che le aree metropolitane possano interloquire direttamente con il Governo380787

L’incontro istituzionale di Citytech “Le sfide della mobilità urbana: progettare il futuro delle città per dare nuove risposte a nuovi bisogni”, moderato da Giampaolo Roidi, Direttore di Metro, ha avuto una larga partecipazione di addetti ai lavori e di pubblico ed è servito per inquadrare ancora una volta i problemi principali che l’Italia deve affrontare sui fronti della mobilità urbana sostenibile e dello sviluppo e potenziamento del trasporto pubblico.“Innovazione, integrazione e sostenibilità” riassumono bene gli obiettivi verso cui la mobilità deve puntare e sono stati concetti più volte ripetuti sia dagli amministratori locali presenti, che dai rappresentanti del settore produttivo dei trasporti pubblici.
Il confronto più importante è stato quello tra Regione Lombardia, con Alberto Cavalli, l’Assessore alle Infrastrutture e Mobilità, e il Comune di Milano, con Pierfrancesco Maran, delegato ANCI per la mobilità e Assessore alla Mobilità e Ambiente di Milano. Pur accomunati nella ben nota denuncia della drammaticità dei tagli annunciati dal Governo alle Regioni, che colpiranno anche i trasporti, con Expo dietro l’angolo, Comune e Regione hanno mostrato anche posizioni e numeri diversi. Maran si è fatto portavoce, insieme a Carlo Maria Medaglia, nuovo AD di Roma Servizi per la Mobilità, della rivendicazione delle città metropolitane: potere interloquire direttamente sulla mobilità, con il Governo, come fanno le Regioni. Qualche numero. Medaglia ha ricordato che nel Lazio ben l’88% degli spostamenti riguarda l’Area metropolitana di Roma. Maran ha ricordato come Milano sia riuscita a coprire il 50% dei costi del proprio trasporto pubblico con la tariffazione, ben oltre il 35% richiesto dalla legge nazionale, e ha chiesto ancora una volta che sia fatta chiarezza, a livello nazionale, su quelli che devono essere i costi standard dei trasporti. Alberto Cavalli, assessore regionale alle Infrastrutture e Mobilità di Regione Lombardia, ha criticato Comune e Provincia di Milano per non aver aderito al nuovo sistema di governance integrato predisposto dalla Regione, ma ha ammesso le critiche che piovono su Trenord: “È ormai noto ha tutti che non siamo assolutamente soddisfatti e che il servizio continua a peggiorare. Le penalità del contratto di servizio sono lì a dimostrarlo”. Anche la Lombardia, comunque, negli ultimi 10 anni “ha aumentato del 50% l’offerta dei mezzi di trasporto pubblico ed è arrivata a coprire il 46% dei costi con la tariffazione”.
Più un grido d’allarme quello giunto dai produttori del settore, rappresentati, tra gli altri, da Francesco Fontana Giusti, di Renault Italia, Giovanni Pontecorvo, Vicepresidente ANFIA e Presidente Sezione Costruttori, Gianni Scarfone, Presidente ASSTRA Lombardia. La crisi economica, i tagli del Governo e la mancanza di politiche di investimento degli enti locali stanno mettendo a dura prova il settore. Con l’eccezione naturalmente di chi si occupa di car sharing. Thomas Beermann, CEO car2go Europe, “ha consegnato a Milano” la Smart in condivisione numero 700. Davide Corritore, Presidente Metropolitana Milanese, ha fatto un discorso di sistema economico, legato alla mobilità urbana e al trasporto pubblico, ricordando come nel mondo vi sia in atto un “fermento impressionante” sul tema delle infrastrutture urbane dei trasporti e grandissimi investimenti, che spesso trovano forme di raccolta anche del risparmio famigliare. L’adeguamento a questa corsa, che in Italia ancora non avviene, sarebbe un’enorme leva sul tasso di crescita economica.  Successo di pubblico, comunque, per l’esposizione nei cortili del Castello Sforzesco di“Autobus del futuro, auto elettriche e scooter ecologici”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Agricoltura sociale nel blog della Regione Toscana

La Regione Toscana ha dedicato un blog all’agricoltura sociale, ovvero a quella forma di collaborazione etica e responsabile che usa la terra e la sua cura per favorire terapie e integrazione

La Regione Toscana ha avviato un blog per diffondere i progetti legati all’agricoltura sociale riconosciuta anche dalla FAO. In sostanza si ricorre all’agricoltura nella sua forma più genuina, etica e responsabile per sostenere persone che necessitano di particolari terapie, sostegno, riabilitazione o svantaggiate perché con bassa capacità contrattuale. Insomma è una sorta di ritorno alle origini sociali dell’agricoltura quando non era solo produzione agroalimentare ma fulcro della vita di molte comunità. Oggi l’agricoltura sociale torna al centro dell’attenzione sopratutto della Regione Toscana che propone numerosi progetti a cui partecipano ARSIA e le università della Toscana con Pisa in prima linea.FRANCE-SOCIAL-POVERTY-CHARITY-RESTOSDUCOEUR

Il blog dunque si presenta come uno strumento aperto a tutti e non solo agli addetti ai lavori o ai beneficiari poiché proprio dalla condivisione possono nascere le migliori idee.

Fonte:  Lucca in diretta, Fao

© Foto Getty Images –

L’OMS approva un piano di utilizzo e integrazione delle medicine non convenzionali e tradizionali per il prossimo decennio

L’Organizzazione mondiale della sanità ha emanato il tanto atteso documento che riguarda la strategia per le medicine tradizionali per il periodo 2014-2023 che prevede la promozione dell’uso sicuro ed efficace delle medicine complementari e tradizionali da parte degli Stati membri, nell’ottica di incrementare la salute e il benessere anche mediante l’autocura del pazientenatural_remedy

La strategia decennale messa a punto dall’Organizzazione mondiale della sanità in tema di medicine tradizionali e complementari nel documento World Health Organization Traditional Medicine Strategy 2014-2023 (qui la versione integrale) si propone come una “bussola per orientare i leader sanitari in due sensi: sviluppare il concetto di salute e aumentare l’autonomia del paziente”, spiega Paolo Roberti di Sarsina, presidente dell’Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona ONLUS-Ente Morale ed Esperto per le medicine non convenzionali del Consiglio superiore di sanità, nonché unico ricercatore italiano citato nelle referenze bibliografiche elencate dal gruppo di lavoro dell’OMS in calce al documento. Il testo ha due obiettivi fondamentali: sostenere gli Stati membri a sfruttare il contributo delle medicine tradizionali e non convenzionali per la salute, il benessere e la sanità e la medicina centrata sulla persona e promuovere l’uso sicuro ed efficace di medicine tradizionali e non convenzionali attraverso la regolamentazione dei medicinali e delle competenze professionali. Obiettivi che saranno raggiunti attraverso l’attuazione di tre target: 1) la costruzione della conoscenza base a formulare politiche nazionali; 2) il rafforzamento della sicurezza, della qualità e dell’efficacia attraverso la regolamentazione; 3) la promozione della copertura sanitaria universale inserendo le medicine tradizionali e non convenzionali nei sistemi sanitari nazionali, aumentando le capacità di autocura delle persone e inserendo il concetto di autocura nei sistemi sanitari nazionali. “Il documento aiuterà i leader sanitari a trovare soluzioni per una visione più ampia che sviluppi il concetto di salute e che aumenti l’autonomia del paziente”. Da un lato, infatti, il rapporto indirizza il contributo delle medicine tradizionali e non convenzionali verso il concetto di salute, il benessere e la sanità incentrata sulla persona, dall’altro promuove la sicurezza e l’uso effettivo di questo approccio attraverso un’appropriata regolamentazione dei medicinali e delle figure professionali. “Questi due passi chiave saranno raggiunti attraverso l’attuazione di tre obiettivi strategici”, ha proseguito Roberti di Sarsina. “La costruzione della conoscenza base e di politiche nazionali; il rafforzamento della sicurezza, della qualità e dell’efficacia attraverso la regolamentazione; la copertura sanitaria universale inserendo le medicine tradizionali e non convenzionali nei sistemi sanitari nazionali, aumentando le capacità di autocura delle persone e introducendo il concetto di autocura nei sistemi sanitari nazionali”. Dalla comprensione dell’importanza delle medicine tradizionali al rafforzamento della conoscenza e delle evidenze di questo approccio, dal riconoscimento del ruolo della regolamentazione allo sviluppo di pratiche e controlli, fino ai finanziamenti per migliorare i servizi e i risultati sanitari: sono alcune delle strategie messe in atto per raggiungere i tre obiettivi citati sopra. Uno dei punti in cui si parla nel testo, inoltre, riguarda proprio la Copertura sanitaria universale (UHC), verso la quale si sta muovendo l’OMS. “L’UHC è il modo migliore per cementare i miglioramenti ottenuti durante la decade precedente. È la massima espressione della giustizia”, ha affermato il Direttore generale dell’OMS, Margaret Chan, durante la 65a Assemblea mondiale della sanità. Rispetto all’autocura, poi, la diffusione di informazioni facili da comprendere è la chiave dell’uso sicuro e adeguato delle pratiche T&CM: questo include la necessità di stimolare i pazienti a informare le figure sanitarie che li seguono riguardo all’uso di prodotti T&CM. Come si legge nel documento, la medicine tradizionali (TM) hanno una storia millenaria e si occupano di difendere la salute attraverso la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il miglioramento delle malattie di origine fisica e mentale. Utilizzate a livello mondiale e apprezzate per diverse ragioni, le medicine tradizionali e non convenzionali comprendono diversi approcci, includendo dunque le cure, le pratiche e le competenze professionali delle due medicine. L’uso di esse varia in maniera profonda da paese a paese e dipende dalla cultura, dalla comprensione delle tematiche sanitarie e dalla possibilità della popolazione di accedere alla medicina convenzionale. La scelta delle medicine tradizionali e non convenzionali dipende da vari fattori tra cui la domanda crescente di una gamma completa di servizi sanitari, l’insoddisfazione dei servizi esistenti e il rinato l’interesse per la “cura della persona nella sua interezza”.Anche il risparmio economico fa parte di questi fattori.

Fonte: il cambiamento