Inquinamento e cancro: ecco perché i tumori infantili non sono più una «patologia rara»

Generalmente si pensa al cancro come a una malattia della terza età e si sostiene che il trend continuo di incremento di tumori nel corso del XX secolo in tutti i paesi industrializzati possa essere spiegato mediante la teoria dell’accumulo progressivo di lesioni genetiche stocastiche e il miglioramento continuo delle nostre capacità diagnostiche.9922-10711

Troppo spesso si dimentica che l’aumento, dalla fine degli anni ’80 ad oggi, ha riguardato tutte le età e in particolare i giovani e, soprattutto, i bambini. L’incremento significativo di tumori infantili in Europa (ACCIS: Automated Childhood Cancer Information System) e specialmente in Italia negli anni ’90 ha destato apprensione, anche perché impone una riconsiderazione critica dei modelli di cancerogenesi. Ancora pochi decenni fa i tumori infantili erano una patologia rara e la forma tumorale prevalente era la leucemia linfoblastica, anche nota come “common”, che è oggi curabile nella stragrande maggioranza dei casi. Oggi, invece, uno su 5-600 nuovi nati è destinato ad ammalarsi di cancro prima del compimento del quindicesimo anno d’età; nonostante i miglioramenti prognostici il cancro rappresenta la prima causa di morte per malattia nei bambini che hanno superato l’anno d’età; sono in continuo aumento le forme tumorali prima rare come linfomi, sarcomi, tumori del sistema nervoso e leucemie diverse dalla “common” (e in genere caratterizzate da prognosi molto più severa). Tali dati provengono dal più grande studio europeo, lo studio ACCIS, coordinato dalla IARC (Agenzia Europea di Ricerca sul Cancro) e non devono essere sottovalutati per almeno quattro ragioni: le notevoli dimensioni del campione in studio (oltre 60 registri oncologici di 19 Paesi europei, per un totale di oltre 150 mila tumori di tutti i tipi); il tempo di osservazione sufficientemente protratto (25 anni); l’incremento massimo nel primo anno di età, che depone per un’origine transplacentare (da esposizione materno-fetale ad agenti pro-cancerogeni) o addirittura transgenerazionale (epigenetica/gametica); il concomitante incremento in tutto il Nord del mondo di tutta una serie di patologie cronico-degenerative (endocrino-metaboliche: obesità, diabete 2; immunomediate: allergie, malattie autoimmuni; del neuro sviluppo e neuro-degenerative: autismo, ADHD, malattia di Alzheimer), per le quali è stato ipotizzato un ruolo patogenetico significativo degli stessi meccanismi di disregolazione epigenetica precoce (fetal programming) a carico di vari organi e tessuti (Developmental Origins of Health and Diseases) e, quindi, in ultima analisi, un ruolo preponderante dell’ambiente (traffico veicolare, pesticidi, interferenti endocrini, radiazioni ionizzanti e, con sempre maggior evidenza, campi elettromagnetici). È vero che non tutti gli esperti concordano con queste valutazioni, evidentemente preoccupanti. Alcuni hanno anche affermato che l’incremento massimo si era avuto negli anni ’90 e che i dati più recenti sembravano più confortanti. Purtroppo, l’ultima accurata e ampia revisione dei dati pubblicata recentemente su The Lancet conferma appieno le valutazioni precedenti.

Un’attenta riflessione su questi dati è necessaria e urgente: non soltanto perché nei bambini dovrebbero svolgere un ruolo minore l’esposizione ad agenti inquinanti legata alle cattive abitudini personali (in primis il fumo di sigaretta) e lo stress ma, soprattutto, perché non potrebbe realizzarsi in così breve tempo a partire dal concepimento l’accumulo di alterazioni genetiche tuttora considerate la causa prima di qualsiasi degenerazione tessutale in senso neoplastico.

È opportuno ricordare come, per quanto concerne i tumori della prima infanzia, le prime fasi del processo siano già presenti alla nascita. L’importanza degli eventi genetici insorti in utero è stata per molti anni sospettata sulla base di studi di concordanza su gemelli affetti da leucemia e poi confermata da studi genetici, che hanno trovato nei campioni di sangue calcaneare di neonati, che avrebbero in seguito sviluppato forme leucemiche, le traslocazioni e le sequenze geniche corrispondenti ai geni di fusione successivamente trovati nei blasti. Oggigiorno traslocazioni e cloni pre-leucemici si formano nel feto e nel sangue cordonale con grande frequenza. Tutto questo è difficilmente accettabile per chi si attenga al paradigma tradizionale del cancro come incidente genetico da mutazioni stocastiche del DNA. È sempre più evidente che il cancro, soprattutto nella prima infanzia, deve essere considerato la conseguenza di una instabilità epigenetica secondaria all’esposizione sempre più precoce e massiccia ad agenti epi-mutageni: una sorta di processo evolutivo/adattativo, potenzialmente fallito o distorto.

Soltanto la riduzione dell’esposizione materno-fetale e infantile a questi fattori e agenti procancerogeni può aiutarci a ridurre l’incremento continuo non solo di tumori infantili e giovanili ma di tutte le patologie croniche – obesità, diabete 2 giovanile, malattie allergiche e autoimmuni, disturbi del neurosviluppo – che sembrano poter avere questa stessa origine.

*European Cancer and Environment Research Institute, Bruxelles

L’articolo è comparso su Il Sole 24 Ore Sanità

Fonte: ilcambiamento.it

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Educazione ambientale: contest di Bosch per sensibilizzare gli alunni delle scuole

I disegni degli studenti vincitori del contest di Bosh trasformati in murales contro l’inquinamento.missione-ambiente-bosch-04

Il rispetto dell’ambiente parte dall’educazione e le scuole hanno un ruolo di primaria importanza su questo fronte. Missione Ambiente by Bosch punta proprio su ciò per alimentare una coscienza green, grazie anche a contest come “Opera d’Aria: lasciamo un segno contro l’inquinamento“. Il progetto di Corporate Social Responsability del Gruppo Bosch Italia, giunto alla decima edizione, mette insieme ambiente, tecnologia e creatività, stimolando la sensibilità dei giovani studenti verso lo spinoso tema e chiamandoli ad esprimersi con disegni in stile graffito dedicati proprio alla qualità dell’aria. Ad aggiudicarsi il contest è stato quest’anno, fra le scuole primarie, l’istituto “G. Mazzini” di Besozzo Superiore (VA), i cui alunni hanno interpretato al meglio il tema espressivo, poi tradotto in un murale da parte degli artisti di Artkademy-Officina Creativa Italiana, che hanno dato un tocco di colore all’edificio scolastico. La premiazione è stata un momento di festa, ma anche di riflessione su un tema quanto mai attuale: quello dell’inquinamento atmosferico. I ragazzi che hanno partecipato alla gara creativa hanno anche attribuito alle loro opere un titolo in grado di esprimere appieno il concetto raccontato attraverso i colori e la fantasia. A partecipare sono state 194 scuole primarie e 197 scuole secondarie di primo grado, i cui elaborati sono stati valutati e selezionati da una giuria di esperti che ha decretato i 6 disegni migliori. La cosa più importante è stata però la metabolizzazione del messaggio per cui ognuno, nel suo piccolo, può contribuire a salvaguardare il pianeta. La premiazione è stata anche l’occasione per conoscere l’astronauta Maurizio Cheli che ha raccontato ai ragazzi com’è l’aria vista dallo spazio e come la Terra da lassù sia bella e fragile: un motivo in più per averne cura.

Fonte:  Bosch.it

4 Guarda la Galleria “Missione Ambiente by Bosch”

Londra sperimenta le strade a emissioni zero

La Low Emission Zone voluta dal sindaco Khan non basta a limitare l’inquinamento e Londra pensa di limitare la circolazione alle sole auto elettriche e ibride.http _media.ecoblog.it_3_3f7_londra-strade-emissioni-zero

Solo auto elettriche e ibride plug in in alcune strade di Londra: è così che la capitale del Regno Unito sta pensando di risolvere lo storico problema dell’inquinamento cittadino causato dalla circolazione di automobili diesel e benzina.

L’idea, perché di questo ancora si tratta, è stata annunciata da Ruth Calderwood, air quality manager della City of London. In una intervista rilasciata al Financial Times la Calderwood ha candidamente ammesso che la cosiddetta Ultra Low Emission Zone (la zona a traffico limitato voluta dal sindaco Sadiq Kahn e che entrerà in vigore a partire da aprile 2019) non basterà a far scendere l’inquinamento.

Comprendiamo che l’Ultra Low Emission Zone non sarà sufficiente per soddisfare i valori limite, quindi dovremo guardare a ulteriori misure per le nostre strade più trafficate. Stiamo studiando la fattibilità di una Ultra Low Emission Street“, ha spiegato la Calderwood.

Una strada con restrizioni al traffico ancora più forti, sulla quale potranno circolare praticamente solo automobili elettriche e ibride plug in. A questa si aggiungeranno agevolazioni tariffarie per il parcheggio delle auto ecologiche. Ma come funzionerà questa strada riservata alle auto elettriche e, soprattutto, quale sarà? Ce ne sarà più di una?

L’air quality manager ammette che è ancora tutto da studiare: “Poiché non lo abbiamo ancora mai fatto, ci sarà un programma pilota su una piccola strada per capire quanti veicoli saranno autorizzati a passare. Vogliamo essere sicuri della disponibilità dei veicoli: non vogliamo introdurre qualcosa destinato a diventare un problema“.

Tutto ancora da decidere, quindi. L’unica cosa certa è che Londra ha seri problemi di inquinamento, dovuti (anche) al traffico urbano. Dal 2010, praticamente ininterrottamente, la città sfora i livelli consentiti di biossido d’azoto.

Tra i punti più critici, secondo i dati forniti dalle centraline di rilevazione degli inquinanti, del particolato e dei PM10, ci sono Thames Street e Beech Street. Al momento a Londra circolano solo 12.000 veicoli elettrici, ma questo numero è destinato a salire grazie alle recenti normative in vigore da inizio 2018 che impongono ai tassisti l’acquisto di veicoli “Zero Emission Capable“, cioè in grado di percorrere almeno 30 miglia esclusivamente a batteria. Nel frattempo la capitale inglese sta lavorando anche sul trasporto pubblico locale: è infatti in corso un corposo programma di sostituzione della flotta di autobus urbani, attualmente in gran parte a gasolio, con autobus elettrici. Recentemente ne sono stati acquistati altri 68, portando il numero totale di mezzi pubblici elettrici a 240.

Fonte: ecoblog.it

Plastica: riciclare non basta. Che fare allora?

L’uscita del rapporto Greenpeace sulla plastica è l’occasione per fare il punto sulla più grande fonte di inquinamento dei nostri tempi. Davvero può bastare il riciclaggio? E soprattutto, qual è il contributo che ciascuno di noi può dare per ridurre il danno? Ecco dieci azioni quotidiane che tutti noi possiamo mettere in pratica ogni giorno.

“Sì, compro bottiglie di plastica. Ma faccio la differenziata”. Quante volte ho sentito questa frase quando facevo notare – ahi, quanto sono pedante – che le nostre azioni di acquisto e consumo hanno sempre una conseguenza diretta sul degrado e l’inquinamento che vediamo nei nostri mari e nelle nostre città. Siamo onesti. Quella della separazione della spazzatura per consentirne il riciclaggio è la consolazione di molti di noi, sensibili ai temi ambientali ma non abbastanza focalizzati da farli diventare una priorità nella nostra vita quotidiana. La verità è che il riciclo non è la soluzione per combattere l’inquinamento da plastica, ossia l’emergenza ambientale col maggior tasso di incremento del decennio. Non lo dicono soltanto la logica e l’osservazione di ciò che ci circonda, ma anche i risultati del nuovo rapporto “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza. Nel documento, commissionato all’istituto di ricerca da Greenpeace, viene analizzata – fra le altre cose – la capacità dei sistemi di riciclo della plastica presenti in Italia, comparandola con la sua produzione, distribuzione e consumo effettivi.plastic-631625_960_720

In particolare, nel rapporto si nota come la forte crescita della produzione globale di plastica usa e getta – che raddoppierà i volumi attuali entro il 2025 – rende le capacità attuali e potenziali di riciclo alla stregua di un semplice palliativo. Facciamo un esempio sugli imballaggi, che sono una voce molto  importante sul totale (40% del totale plastica prodotta in Italia). Sebbene gli imballaggi riciclati siano passati dal 38% al 43% negli ultimi 4 anni, la quantità di quelli non riciclati nel nostro Paese è rimasta praticamente invariata nello stesso periodo (da 1,29 a 1,28 milioni di tonnellate). In altre parole, su 10 imballaggi prodotti, solo 4 vengono effettivamente riciclati; altri 4 invece vengono bruciati negli inceneritori e i restanti 2 dispersi nell’ambiente. Insomma, riciclare è da un lato un gesto importante, perché la sua diffusione significa aumento della sensibilità ambientale, ma dall’altro può essere addirittura dannoso se iniziamo a credere che possa essere sufficiente. Ma allora qual è la soluzione? L’unica possibile è ridurre a monte, e drasticamente, i quantitativi di oggetti prodotti per il monouso, rimodulando totalmente sia il sistema di imballaggio dei prodotti sia la loro progettazione intrinseca, in maniera che vengano fabbricati per essere riutilizzati il più a lungo possibile. Una soluzione che, tuttavia, presenta due problemi. Il primo, ben descritto nel rapporto, è di ordine economico. Se l’obiettivo dei governi, i cui provvedimenti regolano le leggi del commercio, sono i livelli occupazionali, e se l’obiettivo delle aziende che producono e utilizzano plastica monouso è il profitto, quale governo interverrà nell’obbligare queste imprese a prendere provvedimenti – Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), incentivi e disincentivi fiscali,  ecc. – che ne aumentino i costi e quindi ne limitino i profitti, rischiando che vadano a investire altrove?garbage-2369821_960_720

L’altro problema, non sottolineato dal rapporto ma sul quale puntiamo noi l’attenzione, è di ordine culturale. Da più di 50 anni siamo stati abituati a moltiplicare le nostre esigenze fino a far diventare indispensabile la più superflua delle merci, la cui durata prima di trasformarsi in rifiuto diventa sempre più breve. Come possono le imprese – ammesso che improvvisamente decidano di aumentare la propria attenzione alla responsabilità sociale – cambiare atteggiamento quando i propri clienti non mostrano un’esponenziale crescita di sensibilità sulla questione?
Come spesso capita in questi casi, bisogna intervenire su più di un elemento fra quelli che governano il sistema. Se Greenpeace nei mesi scorsi ha lanciato una petizione  – sottoscritta finora da più di un milione di persone in tutto il mondo – in cui si chiede a grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre l’utilizzo della plastica monouso, anche noi, da semplici consumatori, dobbiamo fare di più.  Dobbiamo farlo perché il nostro comportamento da cittadini può influenzare in maniera più incisiva sia la politica, che regola il commercio attraverso le leggi, sia le imprese stesse, alle quali va fatto capire che se non soddisfano anche le nostre esigenze di rispetto dell’ambiente, perderanno quote di mercato. L’esperienza di Ekoplaza, il primo supermercato senza plastica del mondo, ci insegna che le imprese sanno adattarsi molto bene alle esigenze espresse con chiarezza da consumatori evoluti. Certo non tutti siamo in grado di fare come la blogger statunitense Lauren Singer, che dal 2012 vive con l’obiettivo di promuovere nel mondo la riduzione dei rifiuti non compostabili di ciascuno. Sul suo blog Trash is for tossers (in italiano, “la spazzatura è per gli stronzi”), Lauren è arrivata a postare le foto di minuscole ampolle di rifiuti non compostabili etichettate come propria produzione mensile.  Esistono però anche casi più semplici da imitare. Chi vi scrive, per esempio, sta sperimentando da qualche anno – con un certo divertimento – uno stile di vita che, se non può ancora essere definito a rifiuti zero, è quantomeno a marcata riduzione dei rifiuti. Come faccio? Semplice. Poche regole personali a costo zero che mi sono dato e che, se volete, potete considerare piccoli spunti anche per voi. Vi riporto quelli relativi al solo cibo:

1) Vado sempre in giro con una borraccia  che riempio ogni volta dal rubinetto di casa, dei bar o delle fontane pubbliche. E casomai qualcuno osasse contestarvi che l’acqua del rubinetto è meno sicura di quella in bottiglia, spammategli pure ovunque possiate The story of bottled water.

2)   Al bar, concludo sempre un ordine con la frase “senza cannuccia, per favore”. Nel caso mi chiedessero perché, gli mostro una foto dei veri utilizzatori finali di questo “indispensabile” strumento, senza il quale – com’è noto – non potremmo bere…dolphin-1019616_960_720

3)  In gelateria preferisco sempre il cono alla coppetta. Anche perché il sapore della coppetta non è tra i miei preferiti.

 

4)  Al ristorante, prima di ordinare acqua o bibite, chiedo ai camerieri se le bottiglie sono in vetro. Nel caso fossero in plastica, chiedo una brocca d’acqua del rubinetto. Lo faccio con gentilezza e ad alta voce, dicendo che soffro di intolleranza alla plastica usa e getta e sperando che mi sentano non solo gli altri clienti, ma soprattutto il proprietario del ristorante.

 

5)  Se organizzo un pasto conviviale con amici a casa, apparecchio il buffet con bicchieri di vetro e piatti di ceramica, accanto ai quali metto un pennarello e del nastro adesivo sul quale scrivere il proprio nome. Poi ricordo a tutti che la mia casa è allergica alla plastica e che quindi il cibo che ciascuno porta preferirei sia trasportato in contenitori riutilizzabili (da restituire a fine serata: non vorrete mica riempirmi la cucina di tupperwere?).

 

6)  Faccio la spesa ai mercati rionali, invece che al supermercato, portando con me non solo una sporta riutilizzabile all’infinito, ma anche una decina di buste di carta da pane. In questo modo evito non solo gli imballaggi inutili, ma diminuisco anche il cibo industriale in favore di quello fresco. La mia salute ringrazia.

 

7)  Quando posso, acquisto il cibo fresco presso un GAS-Gruppo di Acquisto Solidale, dove il cibo è anche biologico e posso guardare i produttori negli occhi. Se vivete in una città di media grandezza è molto probabile che ce ne sia uno anche vicino a voi. Nel caso cercatelo su www.economiasolidale.net/.apples-1841132_960_720

8)  Le poche volte in cui vado al supermercato per acquistare ciò che non posso trovare al mercato o al GAS, porto anche lì la mia sporta con le buste di carta riutilizzate. A quel punto peso il solo cibo fresco sulla bilancia, senza buste di plastica e senza toccare quegli stupidi guanti usa e getta  con i quali vorrebbero farci credere di trovarci in un ambiente asettico, e attacco l’etichetta adesiva con il prezzo direttamente sulla sporta. L’unica volta che una cassiera ha tentato di dirmi che non potevo evitare le buste monouso, ho risposto con fermezza: “La prego, mi faccia una multa per aver tentato di ridurre i rifiuti; stavo appunto pensando di sostituire la mia faccia su Facebook con qualcosa di cui andare più fiero”.

 

9)  Se in un negozio tentano di darmi una busta di plastica, rifiuto con gentilezza mostrando la mia sporta oppure lo zainetto da città che porto sempre con me e nel quale metto anche la mia bellissima borraccia vintage.

 

10) Nel caso fossi proprio costretto ad adattarmi alle circostanze e, ad esempio, a non poter rifiutare una bevanda versata in un bicchiere di plastica, non ne faccio un dramma. Un paio d’anni fa, durante un  viaggio in bicicletta di cui abbiamo già parlato, ho imparato che, se anche esistesse davvero, la coerenza perfetta alzerebbe muri più che ispirare emulazione.

 

Bene. Questo era il mio mini decalogo senza troppe pretese. Ora tocca a voi, quando commenterete questo articolo sulla nostra pagina Facebook, dirci quali sono le vostre piccole regole per ridurre di almeno un po’ il vostro contributo inquinante all’era della plastica. Chissà che, facendo circolare quelle di ciascuno, non ne ricaviamo, tutti, nuove idee per rispettare di più l’ambiente che ci ha regalato la vita.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/plastica-riciclare-non-basta-che-fare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Giornata Mondiale dell’Ambiente: Greenpeace lancia il Plastic Radar

Il tema di quest’anno della Giornata Mondiale dell’Ambiente è l’inquinamento da plastica, soprattutto in mare. Ecco una iniziativa Greenpeace per combatterlo.http _media.ecoblog.it_5_5d3_giornata-mondiale-ambiente-plastica-green-peace

Si svolge oggi la Giornata Mondiale per l’Ambiente promossa dall’ONU e il tema che la caratterizza quest’anno è la lotta all’inquinamento da plastica nei mari e sulla terra ferma. Le stime parlano chiaro: ogni anno finiscono in mare almeno 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Per la stragrande maggioranza si tratta di imballaggi monouso, o uso e getta se preferite, derivanti dal consumo di acqua e bibite in bottiglia di plastica o fustini di detersivi liquidi. Greenpeace non perde occasione per dichiarare che i principali responsabili di questo inquinamento sono Coca-Cola, Unilever, Nestlé e Procter&Gamble: “È necessario che i governi e le grandi multinazionali riconoscano che il riciclo non è la soluzione del problema – spiega Graham Forbes, responsabile della campagna plastica di Greenpeace – Bisogna fermare l’inquinamento da plastica prima che sia troppo tardi. In tutto il mondo, migliaia di persone si battono quotidianamente contro l’inquinamento da plastica, ma questa crisi ambientale necessita di interventi urgenti e azioni concrete per ridurre la produzione e il consumo di plastica monouso”.

Secondo l’associazione ambientalista la soluzione non sta nella raccolta differenziata e nel riciclo, ma nella non produzione dei rifiuti: alcuni imballaggi in plastica sono del tutto evitabili e il consumo di acqua minerale e bibite zuccherate (che tra l’altro, queste ultime, fanno anche male alla salute) deve essere nettamente ridotto.

Nel frattempo Greenpeace Italia ha lanciato l’iniziativa Plastic Radar: se trovi un rifiuto plastico in spiaggia puoi fotografarlo, attivando la geolocalizzazione, e inviarlo all’associazione che raggrupperà le segnalazioni raccolte per stilare una mappa dell’inquinamento delle coste italiane. Il tutto funziona tramite WhatsApp, quindi l’operazione è alla portata di tutti. L’importante, spiega Greenpeace, è che si veda il simbolo che identifica il tipo di plastica, la marca del prodotto imballato in plastica, e che sia attivata la localizzazione GPS. Greenpeace insiste sul fatto che si fotografi la marca: “Negli ultimi mesi, McDonald’s, Starbucks, Procter & Gamble, Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever hanno pubblicato piani volontari relativi all’inquinamento da plastica, ma nessuna delle aziende ha adottato interventi drastici per ridurre la produzione di imballaggi monouso“.

Una mappa contenente l’indicazione di chi ha prodotto il rifiuto non fa altro che mettere nero su bianco chi sta inquinando le nostre coste e i nostri mari.

Fonte: ecoblog.it

Addio plastica monouso? La nuova direttiva europea contro l’usa e getta

Addio a cotton fioc, posate, piatti e cannucce di plastica monouso. È quanto prevede una delle misure presentate dalla Commissione europea nell’ambito della strategia per ridurre l’inquinamento da plastica. Greenpeace e Legambiente accolgono favorevolmente la nuova proposta ma chiedono misure più ambiziose e obiettivi attuabili nel breve periodo.

Entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, per esempio con sistemi di cauzione-deposito. Questa – insieme al divieto di vendita di stoviglie, cannucce, agitatori per bevande, bastoncini di cotone per le orecchie e bastoncini per palloncini in plastica – è una delle misure più ambiziose presentate oggi dalla Commissione europea, nel quadro della strategia Ue per ridurre i rifiuti plastici.plastica-monouso

Secondo il progetto di direttiva, inoltre, i contenitori per bevande in plastica saranno consentiti soltanto se i tappi e i coperchi restano attaccati al contenitore. Per i contenitori per alimenti e tazze per bevande in plastica, gli Stati membri dovranno fissare obiettivi nazionali di riduzione. I produttori saranno poi chiamati a coprire i costi di gestione dei rifiuti per prodotti come i mozziconi di sigaretta, palloncini e attrezzi da pesca in plastica. Altri prodotti come gli assorbenti igienici e le salviette umidificate dovranno avere un’etichetta chiara e standardizzata che indica il loro impatto negativo sull’ambiente. Bene l’impegno della Commissione europea su plastica monouso ma servono misure più ambiziose.  Greenpeace, insieme alla coalizione ReThink Plastic Alliance, accoglie favorevolmente la nuova proposta di direttiva della Commissione Europea sulla plastica usa e getta e la considera un primo passo, importante e positivo, verso la riduzione degli imballaggi e dei contenitori in plastica monouso. La proposta prevede, tra i vari provvedimenti, il bando per cannucce, piatti e posate di plastica usa e getta e l’incremento del riciclo delle bottiglie.

“Se vogliamo invertire la rotta – commenta Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia – è fondamentale eliminare al più presto tutti quegli oggetti per i quali sono già disponibili alternative sostenibili. La proposta della Commissione Ue è un buon passo avanti ma è necessario avere più coraggio e ambizione: chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di definire obiettivi precisi sulla riduzione della produzione e immissione sul mercato di imballaggi monouso. La proposta, altrimenti, è inefficace e non sufficiente per affrontare il grave inquinamento da plastica dei nostri mari”.garbage-1255244_960_720

Sulla direttiva Ue sulla riduzione dell’inquinamento da plastica usa e getta si è espressa anche Legambiente. “Il progetto di direttiva sulla riduzione dell’inquinamento da plastica presentato oggi dalla Commissione europea è un primo e fondamentale passo per contrastare il marine litter, una delle due più gravi emergenze ambientali globali insieme ai cambiamenti climatici, e più in generale per ridurre gli impatti che l’uso non responsabile di questo materiale causa all’ambiente. Non tutte le misure previste però affrontano alla radice i problemi veri. Mancano ad esempio norme sui bicchieri di plastica usa e getta e sull’eliminazione di sostanze tossiche. L’assenza di obiettivi specifici di riduzione per gli Stati membri, inoltre, rischia di essere controproducente. Per questo chiediamo al Parlamento e al Consiglio di mettere in atto obiettivi concreti e attuabili nel breve periodo per andare oltre la plastica monouso e per alimentare sempre di più il modello di economia circolare europeo con la gestione dei rifiuti plastici”.

Così Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, commenta le nuove norme proposte dalla Commissione europea per i prodotti di plastica monouso e per gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati che ora passeranno ora al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio.

“Su questo tema l’Italia può vantare una indiscussa leadership normativa, essendo stata la prima a mettere al bando gli shopper di plastica, i cotton fioc non biodegradabili e le microplastiche nei cosmetici – prosegue Ciafani-.  È importante ora che tutta Europa faccia fronte comune, promuovendo le misure previste anche a tutti gli altri Paesi del Mediterraneo. Chiediamo al Parlamento europeo e ai ministri dell’UE, che nei prossimi mesi discuteranno di queste norme, di mettere in atto obiettivi ancora più stringenti, prevedendo una revisione intermedia non dopo sei ma tre anni dall’entrata in vigore in modo da garantire una sua applicazione più efficace”.inquinamento-plastica

Nella direttiva europea, sottolinea Legambiente, va inoltre prevista una norma anche sulle bottiglie di plastica. Oltre la responsabilità dei produttori e l’obiettivo di raccogliere entro il 2025 il 90% delle bottiglie in Pet, la direttiva deve spingere sull’uso delle acque del rubinetto più controllate, sane e meno inquinanti di quelle in bottiglia. Secondo l’ultimo rapporto Beach Litter di Legambiente, solo sulle spiagge italiane il 31% dei rifiuti censiti è stato creato per essere gettato immediatamente o poco dopo il suo utilizzo. Parliamo di imballaggi di alimenti, carte dei dolciumi, bastoncini per la pulizia delle orecchie, assorbenti igienici, barattoli e latte alimentari, mozziconi di sigaretta. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti nel 95% delle spiagge monitorate, a dimostrazione della gravità del problema.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/addio-plastica-monouso-nuova-direttiva-europea-contro-usa-e-getta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’esempio delle donne messicane: sposano gli alberi per combattere il disboscamento

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Il problema del disboscamento in Messico è una questione annosa, che desta molta preoccupazione. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, un gruppo di attivisti di Oaxaca ha deciso di intraprendere un’iniziativa all’apparenza strana: celebrare dei matrimoni tra persone e alberi.

Ecco cos’è successo a San Jacinto Amilpas.

Combattere il disboscamento con creatività

«Sposare un albero è un modo per protestare, per dire che dobbiamo smettere di sterminare la Madre Terra ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo».

Queste parole sono state pronunciate da Dolores Leycigi, una delle attiviste che a febbraio scorso ha deciso di sposare un albero per combattere il disboscamento. E Dolores non è la sola. Nello stato di Oaxaca, ben 30 attivisti ambientali si sono legati in matrimonio ad altrettanti alberi. L’evento, che prende il nome di Marry a Tree, è volto a sensibilizzare l’opinione pubblica contro il disboscamento illegale e la deforestazione nello stato di Oaxaca. Non è la prima volta che in Messico un uomo si lega a un albero. È tuttavia la prima volta che accade un evento di gruppo del genere.

La cerimonia

La cerimonia è stata celebrata da Richard Torres, attore e ambientalista peruviano che nel 2014 aveva già sposato un albero a Bogotà, in Colombia, nel tentativo di incoraggiare i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia di piantare alberi invece di incitare alla guerra.

In Messico, la cerimonia a cui le spose hanno partecipato con tanto di vestito matrimoniale, si è svolta nel municipio di San Jacinto Amilpas, parte della grande area metropolitana della città di Oaxaca.

«Siamo riuniti per compiere questo grande atto di amore eterno, consacrazione e impegno con gli alberi», ha affermato Torres durante la cerimonia, pensata per sensibilizzare e mettere in guardia le persone contro la crisi ecologica nel paese. Alla fine della cerimonia, i partecipanti hanno anche piantato 16 alberi.

Disboscamento e crisi ambientale in Messico

I matrimoni non sono ovviamente vincolanti da un punto di vista legale, ma sembrano essere un ottimo modo per attirare l’attenzione pubblica su un tema importantissimo in Messico.

«La pratica di trasportare e vendere illegalmente legname ha avuto un impatto ambientale devastante in Messico ed è ritenuta la causa di un aumento della siccità», osserva l’ Huffington Post . E in effetti, il disboscamento illegale sta infliggendo un duro colpo alle foreste messicane. In parte anche a causa del commercio illegale di legname.

Una crisi ambientale che rischia di diventare irreversibile.Secondo Torres, parte della colpa sarebbe della classe politica e degli interessi economici in ballo. La protezione dell’ambiente dovrebbe essere uno dei principali impegni della classe politica “perché sono stati scelti dal popolo”, ha detto Torres, che guida il gruppo di difesa ambientale Corazones Verdes (Green Hearts).

Fonte: ambientebio.it

Smog, emergenza cronica in tutto il nord: Torino è la città più inquinata d’Europa

Spetta a Torino il triste primato di città più inquinata d’Italia e d’Europa, al terzo posto Alessandria. La situazione è critica per ben sei capoluoghi piemontesi su otto. Sono questi alcuni dei preoccupanti dati emersi da “Mal’Aria 2018”, il rapporto di Legambiente sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane. “Non servono misure sporadiche, occorre ripartire da un diverso modo di pianificare gli interventi nelle aree urbane”.

In Italia l’emergenza smog è sempre più cronica e a guidare la classifica nazionale è Torino, con il record negativo di 112 giorni di livelli di inquinamento atmosferico illegali. Nel 2017 in ben 6 capoluoghi piemontesi su 8 è stato superato, almeno in una stazione ufficiale di monitoraggio di tipo urbano, il limite annuale di 35 giorni per le polveri sottili con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi/metro cubo. Sono questi alcuni dati emersi da Mal’Aria 2018 – “L’Europa chiama, l’Italia risponde?”, il rapporto sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane di Legambiente. Dal report emerge che nel 2017 in ben 39 capoluoghi di provincia italiani è stato superato il limite. Le prime posizioni della classifica sono tutte appannaggio delle città del nord (Frosinone è la prima del Centro/Sud, al nono posto), a causa delle condizioni climatiche che hanno riacutizzato l’emergenza nelle città dell’area del bacino padano.emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa-1517339711

Ben cinque su 39 capoluoghi hanno oltrepassato addirittura la soglia di 100 giorni di smog oltre i limiti: Torino (stazione Grassi) guida la classifica con il record negativo di 112 giorni di livelli di inquinamento atmosferico illegali; Cremona (Fatebenefratelli) con 105; Alessandria (D’Annunzio) con 103; Padova (Mandria) con 102 e Pavia (Minerva) con 101 giorni. Ci sono andate molto vicine anche Asti (Baussano) con 98 giorni e Milano (Senato) con le sue 97 giornate oltre il limite. Seguono Venezia (Tagliamento) 94; Frosinone (Scalo) 93; Lodi (Vignati) e Vicenza (Italia) con 90.

Il dossier Mal’Aria 2018 contiene anche il focus “Che aria tira in città: il confronto con i dati europei” dal quale emerge che le principali città italiane sono tra le più critiche a livello europeo per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico, secondo i dati elaborati da Legambiente a partire dall’ultimo report del 2016 dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Legambiente ha confrontato le medie annuali di PM10 di 20 grandi città di Italia, Spagna, Germania, Francia, e Regno Unito (dati 2013). I valori peggiori si registrano proprio a Torino e negli anni successivi al 2013 la situazione delle città italiane non è migliorata.

“Come ribadiamo da anni non servono misure sporadiche, ma è urgente mettere in atto interventi strutturali e azioni ad hoc sia a livello nazionale che locale – ha spiegato Stefano Ciafani, direttore generale Legambiente –. Una sfida che la prossima legislatura deve assolutamente affrontare. Gli innumerevoli protocolli e accordi non devono riguardare solo le regioni padane, ma tutte le regioni e le città coinvolte da questa emergenza. Occorre ripartire da un diverso modo di pianificare gli interventi nelle aree urbane, con investimenti nella mobilità collettiva, partendo da quella per i pendolari, nella riconversione sostenibile dell’autotrazione e dell’industria, nella riqualificazione edilizia, nel riscaldamento coi sistemi innovativi e nel verde urbano”.emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa-1517339695

I dati riferiti da Legambiente confermano i risultati del monitoraggio effettuato da Greenpeace nei pressi di dieci scuole dell’infanzia e primarie di Torino. La situazione riscontrata nelle scuole torinesi, all’orario della prima campana, è stata la peggiore emersa dai monitoraggi fatti dall’associazione ambientalista nelle quattro città italiane maggiormente interessate dalla concentrazione di biossido di azoto. Classificato tra le “sostanze certamente cancerogene”, il biossido di azoto negli ambienti urbani proviene per il 70-80% dal settore dei trasporti, e in massima parte dai diesel. I suoi effetti patogeni sono principalmente a carico delle vie respiratorie, del sistema sanguigno, delle funzioni cardiache. È inoltre particolarmente nocivo sui bambini causando infezioni alle vie respiratorie, asma, polmoniti, ritardo nello sviluppo del sistema nervoso e dei processi cognitivi.

Greenpeace afferma: “C’è un solo modo per abbattere le concentrazioni di biossidi di azoto nelle grandi città: limitare progressivamente la circolazione dei diesel, fino a vietarla nei prossimi anni”.

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Chi inquina, paga? I danni sanitari e ambientali delle attività economiche in Italia: quanto costa l’inquinamento alla collettività (e chi lo paga)

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Il documento redatto dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica lascia intravedere la possibilità che si può rilanciare “l’economia con l’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite” .

Nel nuovo documento dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica Chi inquina, paga? i costi esterni ambientali generati da ciascun settore dell’economia nazionale sono confrontati con l’ammontare complessivo delle imposte ambientali pagate dal settore (accise sui prodotti energetici, imposte sui veicoli, tasse sul rumore e altre imposte su inquinamento e risorse naturali) e, a seguire, anche con l’ammontare delle agevolazioni fiscali e di altri sussidi dannosi per l’ambiente che vanno a beneficio dello stesso settore, allo scopo di formulare un’ipotesi complessiva di riforma della fiscalità ambientale.388824_2

Una riforma che potrebbe essere completata dall’introduzione graduale di imposte speciali su specifici inquinanti e sull’estrazione di risorse naturali scarse, opportunamente calcolate con un’attività sistematica e regolamentata di misura dei costi esterni sanitari e ambientali associati a tali fattori d’impatto. Questa nuova prospettiva potrebbe agevolare l’attesa riduzione delle tasse sul reddito del fattore lavoro, migliorando l’equità e la trasparenza del sistema fiscale nazionale. Rappresenta, dopo il Catalogo dei sussidi dannosi per l’ambiente, un ulteriore passo verso una proposta per una fiscalità più ecologica per l’Italia. Accise sui prodotti energetici, imposte sui veicoli, tasse sul rumore o su inquinamento e risorse naturali: le tasse ambientali pagate dai residenti in Italia hanno assicurato, nel 2013, un gettito di 53,1 miliardi di euro. Ma è possibile quantificare anche i costi ambientali sopportati dalla collettività, cioè i danni per l’inquinamento prodotto da famiglie e imprese?388824_3

Un primo conto – limitato per il momento alle sole emissioni in atmosfera e al rumore dei trasporti – ha visto le famiglie produrre, nel 2013, danni sanitari e ambientali per 16,6 miliardi, seguite dall’industria (13,9 miliardi) e dall’agricoltura (10,9). Esiste però un forte squilibrio tra chi inquina e chi paga: nel 2013 le famiglie hanno pagato il 70% in più rispetto ai danni creati, le imprese il 26% in meno. Il record degli sconti, 93%, va all’agricoltura. Ci sono margini per una riforma della fiscalità ambientale all’insegna di maggiore equità e trasparenza? Il dossier propone un nuovo approccio per applicare meglio il principio Chi inquina paga, tenendo conto non solo delle tasse ambientali ma anche dei sussidi dannosi per l’ambiente.

Se accompagnata dalla parallela riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi da lavoro, – si legge tra le osservazioni fatte dall’ufficio Valutazione del Senato – la riforma della fiscalità ambientale potrebbe avvenire senza incidere sulla pressione fiscale complessiva. Inoltre, essa consentirebbe di finanziare anche un piano di interventi green (infrastrutturali e di sostegno alla green economy) che coniughi gli obiettivi di rilancio dell’economia con l’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.”

Ai seguenti link il Focus e il Dossier realizzato dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica

 

Fonte: Senato della Repubblica e Arpa Piemonte

Microplastiche: l’inquinamento coinvolge anche i laghi. L’indagine di Legambiente ed Enea

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Sei i laghi campionati nel 2017, in tutti rinvenute microparticelle di plastica. I laghi di Como e quello Maggiore sono quelli in cui è stata trovata la maggiore densità media di particelle al chilometro quadrato: rispettivamente 157mila e 123mila

Il problema del marine litter e delle microplastiche in acqua non riguarda solo mari e oceani, che rischiano di diventare zuppe di plastica, ma anche i bacini lacustri e fiumi. A confermare la presenza di questo fenomeno nelle acque interne, i dati di Legambiente che, nel corso della sua campagna itinerante Goletta dei Laghi 2017, ha realizzato per il secondo anno consecutivo, in collaborazione con ENEA, un campionamento ad hoc sulle microplastiche, con dimensione inferiore ai 5 millimetri, presenti nei laghi monitorando sei bacini: Iseo, Maggiore, Garda, Trasimeno, e per la prima volta Como e Bracciano, per un totale di quasi 50 chilometri percorsi dalla manta, la rete utilizzata per i vari campionamenti. Allo stesso tempo, per la prima volta, sono stati campionati anche alcuni corsi fluviali immissari ed emissari, a monte e a valle degli impianti di trattamento delle acque presenti: il fiume Oglio per l’Iseo, in entrata e in uscita dal lago, l’Adda per il Lago di Como, il Sarca in entrata nella parte trentina del Garda e il Mincio come emissario, visto che le particelle di plastica sono trasportate il più delle volte da corsi d’acqua e dagli scarichi. Dalla ricerca di Legambiente ed ENEA, l’unica a livello nazionale di questo tipo, emerge che, nei sei laghi monitorati sono state rinvenute microparticelle di plastica. Tra i bacini lacustri che presentano più microparticelle ci sono quello di Como e il lago Maggiore. Il primo con una densità media di 157mila particelle per chilometro quadrato, nella parte settentrionale, e con un picco di oltre 500mila particelle nel secondo transetto collocato più a nord, in corrispondenza del restringimento tra Dervio (Lc) e Santa Maria Rezzonico (Co). Il lago Maggiore presenta una densità media di 123mila particelle per chilometro quadrato, con un picco di oltre 560mila particelle in corrispondenza della foce del fiume Tresa, tra Luino e Germignaga (Va), sul quale insiste il depuratore e campionato successivamente ad un evento temporalesco, che potrebbe aver aumentato l’apporto degli scarichi e quindi di particelle dal fiume. Non se la passano bene neanche quello di Bracciano e di Iseo. Il primo, fortemente colpito quest’estate dalla siccità e dell’eccessiva captazione che hanno creato condizioni ambientali critiche, nei dieci transetti campionati dai tecnici di Goletta dei Laghi presenta una media di 117mila particelle per chilometro quadrato. Il secondo, quello di Iseo, una media 63 mila particelle. Valori medi più bassi invece per il lago di Garda – quasi 10mila particelle per chilometro quadrato – e per il Trasimeno con 7.914 particelle su chilometro quadrato. Per i vari campionamenti, i tecnici di Goletta dei laghi hanno utilizzato una rete tipo “manta” costruita appositamente per navigare nello strato superficiale della colonna d’acqua e per filtrare grandi volumi, trattenendo il materiale d’interesse. La Manta – costituita da una bocca rettangolare metallica da cui si diparte il cono di rete e un bicchiere raccoglitore finale; e due ali metalliche vuote, esterne alla bocca, che la mantengono in galleggiamento sulla superficie – è stata trainata lungo rotte prestabilite per 20 minuti, percorsi ad una velocità media di 2,5 nodi. In tutti i campioni analizzati sono state trovate microplastiche: un dato per Legambiente inconfutabile sulla diffusione di questa contaminazione in ambiente lacustre, nonostante le diversità di ogni lago.

“Le microplastiche – dichiara Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – sono ormai sempre più presenti negli ecosistemi marini e terrestri, si tratta di un inquinamento di difficile quantificazione e impossibile da rimuovere totalmente. Con la Goletta dei laghi e grazie alla collaborazione con Enea, abbiamo realizzato il primo studio a livello nazionale sull’inquinamento da microplastiche nei fiumi e nei laghi, uno strumento fondamentale per capire e conoscere la portata del fenomeno. Le cause sono per lo più alla cattiva gestione dei rifiuti a monte e l’apporto che deriva dagli scarichi degli impianti di depurazione e da quelli che ancora oggi finiscono nei fiumi e nei laghi senza trattamento alcuno”.

Per fronteggiare questo problema e ridurre gli impatti, aggiunge Zampetti: “servono politiche di buona gestione su tutto il bacino idrografico, attività di sensibilizzazione e azioni efficaci di prevenzione. A questo riguardo ben venga l’approvazione arrivata ieri degli emendamenti, a prima firma di Ermete Realacci, che prevedono la messa al bando dal 2019 dei cotton fioc non biodegradabili e non compostabili e lo stop dal 2020 all’uso delle microplastiche nei cosmetici. Una bella notizia per l’ambiente e la conferma della leadership dell’Italia nel contrastare il marine litter che soffoca mari, fiumi e laghi anche nel nostro Paese. Infine è prioritario che il monitoraggio delle microplastiche sia inserito tra le attività istituzionali di controllo ambientale previste dalle norme sulla qualità dei corpi idrici, come fatto per il mare e le spiagge, considerando le microplastiche come indicatore per la definizione dello stato di salute delle acque interne”.

Per quanto riguarda i corsi fluviali immissari ed emissari dei bacini, Legambiente ricorda che i fiumi attraversano ampie porzioni di territorio e sono nastri trasportatori di ciò che ricevono, soprattutto in termini di rifiuti legati spesso ad una malagestione a livello urbano o portati dal dilavamento delle acque meteoriche, e legati al problema della maladepurazione. Per questo Goletta dei Laghi 2017 ha voluto allargare il fronte della ricerca campionando, prima e dopo gli impianti di depurazione, i corsi fluviali. In particolare per l’Iseo è stato esaminato il fiume Oglio in entrata e in uscita, per quello di Como il fiume Adda, per il Garda il Sarca in entrata nella parte trentina e il Mincio come emissario. La differenza tra i campioni prelevati a valle e a monte dei depuratori può arrivare fino all’80% di particelle per metro cubo, come nel caso dell’Oglio e del Mincio. Nel fiume Oglio, come affluente del lago di Iseo, è stato rilevato un incremento di particelle a valle dell’impianto di depurazione pari all’81%. Nell’Oglio emissario, la differenza tra la media delle particelle per metro cubo a monte e a valle del depuratore, mostra un incremento del 13%. Per l’Adda, come affluente del lago di Como, l’incremento del numero di particelle a valle del depuratore risulta pari al 62%, mentre, nell’Adda emissario del lago di Como l’incremento del numero di particelle ogni metro cubo è pari al 58%. Per il fiume Sarca, affluente del Garda nella parte trentina, la situazione vede un incremento del numero di particelle ogni metro cubo di acqua pari al 74%; l’incremento di particelle registrate nel Mincio prima e dopo due impianti di trattamento delle acque è pari all’80%. Nei vari campionamenti fluviali, la manta è stata calata da ponti, a centro fiume, permettendo il filtraggio dell’acqua per un tempo standard di 20 minuti. Durante ogni campionamento sono stati registrati i dati della stazione e le condizioni climatiche e ambientali, utili dall’interpretazione dei risultati.

“I risultati sulla densità e composizione delle microplastiche campionate nel corso della passata edizione di Goletta dei Laghi di Legambiente – dichiara Maria Sighicelli, ricercatrice ENEA – hanno evidenziato un’importante presenza di microparticelle nei laghi italiani. In particolare, i transetti vicini a input fluviali e ristringimenti sono quelli più ricchi di plastica. I dati analizzati relativi ai campionamenti eseguiti nella campagna 2017 confermano una forte eterogeneità tra i transetti, sicuramente fisiologica, legata alla dinamica del fenomeno e in particolare a fattori naturali e antropici, che concorrono alla diffusione delle particelle nelle acque superficiali. Ad esempio, oltre 500 mila particelle per chilometro quadrato nel lago Maggiore, sono state registrate nel transetto in prossimità della foce del fiume Tresa a valle del depuratore”.

“Dai dati ottenuti sulla presenza di microplastiche negli immissari ed emissari dei laghi subalpini – spiega Loris Pietrelli, ricercatore ENEA – è evidente la stretta correlazione fra numero di microplastiche e presenza di impianti di depurazione delle acque reflue urbane. Sarebbe pertanto opportuno migliorare i processi di depurazione e contemporaneamente aggiornare la normativa. Ad esempio, qual è il numero di microfibre per metro cubo ammissibile per lo scarico in acque superficiali?”

Infine uno sguardo anche ai macrorifiuti e alle attività di citizen science. Oltre al campionamento delle microplastiche dei laghi, Goletta dei laghi ha attivato una campagna di citizen science per il monitoraggio dei rifiuti presenti sulle spiagge sulle sponde dei bacini lacustri. Nel 90 % dei siti campionati è stata registrata la presenza di plastica, molto spesso frammenti di piccole dimensioni dovuti in larga parte ai rifiuti urbani, che a causa di una non corretta gestione da parte delle amministrazioni oltre all’abbandono, arrivano sulle sponde o direttamente in acqua e lì si degradano in frammenti sempre più piccoli. A questo si aggiunge un inefficace servizio di depurazione dei reflui urbani che contribuisce al fenomeno della diffusione di rifiuti. Tra tutti i cotton fioc, che sono stato oggetto di una campagna specifica di Legambiente #norifiutinelwc.

Fonte: ecodallecitta.it