Cancro, i rischi ambientali sono sottostimati in Francia: e in Italia?

Jean-Paul Vernant professore di ematologia all’università ha consegnato al ministro per la Salute francese il terzo Plan cancer, ossia lo studio, ricerche e raccomandazioni per prevenire il cancro dal 2014 al 2018159978713-594x350

Si legge nel rapporto Plan cancer 3:

I dati epidemiologici recenti e le stime di rischio attribuiscono alle esposizioni ambientali un numero importante di decessi per cancro. In effetti le esposizioni sono multiple e soggette a numerosi fattori che causano confusione. Solo il radon è divenuto oggetto di una legge per la tutela per la salute pubblica nel 2004, deplora il documento. Se la diagnostica è stata organizzata non lo sono state le misure di protezione, mai recensite. Il secondo Plan cancer ha esteso il controllo circa la salubrità dell’habitat e fornito informazione alle persone ma è ancora insufficiente.

Il documento ricorda che i campi elettromagnetici possono essere cancerogeni come anche il particolato emesso dai motori diesel e dunque gli autori raccomandano di diminuire le soglie tollerabili per l’esposizione e di limitare le fonti di inquinamento industriale e urbano inclusa anche una limitazione della contaminazione delle acque per elementi tossici come i pesticidi. Altro punto in discussione è la richiesta di aumento del numero di gruppi di ricerca che lavorino sui legami cancro/ambiente:

Il numero riconosciuto di cancro di origine professionale è ancora incerto, particolarmente per il cancro non legato all’amianto. Sui 1773 casi di cancro riconosciuti nel 2010 (-3,1% rispetto al 2009), 1473 risultano per esposizione all’amianto ma solamente 74 risultano causati da esposizione a polvere di legno, 63 a oli e catrame e 41 al benzene. Ciò è dovuto evidentemente a una documentazione insufficiente per cui viene proposta la dichiarazione dell’esistenza del cancro come malattia professionale.

Purtroppo nota il professore Vernant:

La messa in atto di una politica di trattamento dei siti inquinati da cancerogeni riconosciuti, ossia le bonifiche, è ancora minima.

Lo studio inoltre sottolinea i rischi più estesi di contrarre cancro come malattia professionale per i lavoratori delle classi svantaggiate, ossia più povere.

Fonte:  Actu-Environment

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“Il giorno che verrà”, Brindisi e la vita ai tempi del carbone

Non solo Taranto. In Puglia vi è anche un altro territorio devastato dall’inquinamento industriale. Il regista brindisino Simone Salvemini svela nel suo docufilm “Il giorno che verrà”, ansie, paure e speranze di chi ogni giorno a Brindisi, convive con il nemico “silenzioso”.

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Come si vive in una città stretta dalla morsa dell’inquinamento di una centrale a carbone? Quali sono gli effetti sulla vita e sulla salute delle persone? Ce lo spiega il giovane regista brindisino Simone Salvemini, nel suo “Il giorno che verrà”, un docufilm amaro che racconta attraverso la forza delle sole immagini la realtà del territorio brindisino che da anni convive con la presenza ingombrante ma silenziosa di una centrale a carbone fra le più grandi e inquinanti d’Europa. L’opera, prodotta da La Kinebottega in coproduzione con AIACE Brindisi e Metaluna production, è stata realizzata con il sostegno della Apulia Film Commision e del Salento Film Fund. Nel 2011 ha vinto il bando Euro Connection ed il progetto  è stato presentato al Festival Internazionale di Clermont Ferrand , in Francia, la più importante manifestazione europea di cinema breve. “La centrale Enel a carbone di Cerano, vicino Brindisi, è una realtà subdola, nascosta, non la vedi, ma la senti nell’aria. Ubicata nelle campagne, è lontana dalla vista dei brindisini e dei leccesi, che però ne subiscono gli effetti, ogni giorno. Ho provato a dare un’impronta cinematografica al documentario, non ci sono commenti, le immagini parlano da sole”.

Simone Salvemini, giovane regista brindisino, formatosi, come quasi tutti al Nord, racconta: “Ho ripreso la vita quotidiana di quattro persone: c’è Paola che sta per incidere un disco, Pierpaolo, che ha censito tutti gli impianti industriali della zona, Gianni che ha un blog che parla del suo paese, Torchiarolo, il più colpito dalle terribili polveri della centrale. E infine Daniela, una donna incinta che porta avanti una gravidanza in una città dove la percentuale di malformazioni neonatali supera del 18 per cento il dato europeo complessivo, e passa i mesi della gravidanza a chiedersi che futuro sta offrendo al suo bambino”.
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Alle storie dei personaggi principali si affiancano informazioni sui rischi ambientali prodotti dal carbone: “Ho raccolto tutti i dati ufficiali sulla movimentazione del carbone e gli studi sulle patologie neonatali presenti sul territorio. Uno studio sul rapporto tra inquinamento industriale e malformazioni neonatali, pubblicato quasi un anno fa dell’Istituto Fisiologia Clinica del Cnr di Lecce , in collaborazione con l’Università di Pisa, ha ottenuto la pubblicazione nella rivista BMC Pregnancy and Childbirth e ha dimostrato che qui le malformazioni neonatali qui sono più frequenti che in altri posti”. Quei dati, a un anno dalla pubblicazione e di cui aveva dato notizia anche Il Cambiamento, il 27 dicembre scorso hanno assunto validità scientifica e sono entrati a far parte delle banche dati della letteratura scientifica mondiale. Perché un docufilm su questo argomento? “L’obiettivo è quello di informare e aumentare la consapevolezza dei brindisini sul problema. La preoccupazione non è evidente, la comunità non si ribella e le manifestazioni di dissenso sono limitate ai movimenti. È una battaglia impari, stiamo parlando di grandi gruppi industriali in grado di comprare e coprire tutto”. Intanto a Brindisi è in corso il primo processo a carico di alcuni dirigenti Enel per reati ambientali: “Si sono accorti che l’Ilva inquinava dopo 25 anni. Bisogna reagire insieme, subito e non aspettare che prima si ammalino i bambini”.
Fonte: il cambiamento

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