Le informazioni raccolte dal governo accessibili ai cittadini: una proposta di legge

Si chiama Freedom of Information Act quella legge che rende ormai in 90 paesi la conoscenza delle informazioni raccolte dal governo un diritto universale, ponendolo alle fondamenta della libertà di espressione dei cittadini. Ora in Italia a chiederlo sono 29 associazioni con un progetto di legge.archivi_governo

Ventinove realtà della società civile hanno elaborato una proposta di legge per un Freedom of Information Act italiano. La bozza del testo, disponibile sul sito Foia4italy.it, è stato presentato a Venezia. Questa legge rende la conoscenza delle informazioni raccolte dal governo un diritto universale, ponendolo alle fondamenta della libertà di espressione dei cittadini. L’accesso alle informazioni raccolte in nome dei cittadini e con risorse della collettività è, infatti, riconosciuto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come il presupposto di una piena partecipazione degli individui alla vita democratica. In base a queste norme, la pubblica amministrazione non ha solo obblighi di informazione, pubblicazione e trasparenza, ma riconosce ai cittadini anche ampi diritti a chiedere ogni tipo di informazione prodotta e posseduta dalle istituzioni a patto che la loro diffusione non contrasti con la sicurezza nazionale o la privacy. In Italia, nonostante i recenti provvedimenti sulla trasparenza come il decreto numero 33/2013 e la legge “anticorruzione” numero 190/2012, non esiste ancora un Freedom of Information Act. La sua presenza permetterebbe, per esempio, di conoscere con facilità dati non solo sulla mortalità negli ospedali, ma anche di ottenere informazioni aggiornate sulla sicurezza delle nostre città e sulla solidità degli edifici pubblici frequentati ogni giorno da milioni di persone. Il  testo presentato da Foia4Italy è ispirato alla legislazione dei paesi più avanzati nel campo dell’accesso all’informazione e sarà presto sottoposto a un crowdsourcing nazionale volto a migliorarlo ancora, accompagnato da una campagna pubblica per sostenerne l’adozione entro l’anno. In questo modo si aprirà un’azione di scrittura collettiva, nel solco della migliore tradizione dell’Open Government, che vede nella partecipazione e nella cooperazione due pilastri a favore della trasparenza.

Fonte: ilcambiamento.it

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Nucleare, negli Stati Uniti sarebbero difettosi tutti e 104 i reattori

Secondo Gregory B. Jaczko, ex-chairman della“Nuclear Regulatory Commission”, l’organo statunitense che si occupa di sovrintendere alla sicurezza degli impianti, tutti i reattori nucleari presenti negli Stati Uniti sarebbero difettosi e avere problemi di sicurezza.3596889720_f52826d665_z-586x390

I 104 impianti a stelle e strisce in funzione sul territorio americano sarebbero, secondo Jaczko, sostanzialmente irrecuperabili: impensabile infatti trovare una sostituzione, andrebbero tutti sostituiti con impianti più moderni e sicuri; altrettanto impensabile però sarebbe chiuderli tutti: le ripercussioni energetiche su tutto il suolo statunitense sarebbero incalcolabili. Occorre però fare assolutamente qualcosa per scongiurare una Chernobyl americana: chiuderli tutti insieme, è il parere dell’ex presidente della commissione sul nucleare, sarebbe poco pratico ma bisognerebbe scaglionarli invece che cercare di prolungare la loro vita. Il tema sicurezza nucleare negli Stati Uniti non è nuovo: il genio di Matt Groening è arrivato persino ad esorcizzarlo nel famoso cartone animato The Simpson e da molti anni numerose associazioni ambientaliste cercano di portare il problema all’attenzione di tutto il paese. Questa volta, anche se il New York Times sottolinea alcune questioni che vi riporteremo più avanti, l’allarme proviene da chi ha guidato la Nuclear Regulatory Commission fino all’anno scorso: Jaczko infatti, nominato nella Commissione da George W. Bush jr nel 2005, ne è arrivato al vertice solo nel 2009. Dopo le sue dimissioni sembrerebbe un nuclearista redento,lui stesso ha dichiarato:

Sono arrivato a questa conclusione solo recentemente.

mentre secondo il New York Times

Non è comune che un ex presidente di una commissione nucleare critichi in questo modo la sicurezza di un’industria che fino a poco prima era incaricato di assicurare.

La questione sta più o meno così. I tre anni di presidenza Jaczko in Commissione sono stati caratterizzati da costanti polemiche, sopratutto sui suoi modi di fare con i collaboratori e le aspre battaglie aperte con il Congresso; molti subordinati infatti hanno pubblicamente accusato Jaczko di nascondere loro informazioni, di aver esercitato mobbing su alcune dipendenti di sesso femminile, di aver creato un ambiente lavorativo “freddo” e, sopratutto, di aver minato numerose capacità di funzionamento dell’agenzia stessa. Il suo carattere è stato al centro di un aspro dibattito anche all’interno del Congresso, che si è diviso tra chi lo accusava di mal gestire l’intera agenzia e chi invece sosteneva che i problemi fossero solo di natura relazionale con i colleghi ed i subalterni: in molti si sono lamentati di Jaczko quando, immediatamente dopo il disastro giapponese di Fukushima, avrebbe chiuso in fretta e furia ogni dibattito sulla sicurezza degli impianti nucleari americani. La battaglia più famosa, vinta, dall’ex chairman riguarda la strenua opposizione al progetto di smantellamento delle scorie radioattive nella Yucca Mountain in Nevada (accantonato dall’amministrazione Obama anche grazie alle battaglie di Herry Reid, senatore democratico per il quale Jazcko ha lavorato precedentemente), cosa che però è stata bollata dal Government Accountability Office come

rinuncia politica e non tecnica.

Dal canto suo Jaczko ha sostenuto un colpevole lassismo da parte dell’agenzia proprio sulla questione sicurezza: accusando alcuni membri di aver atteso decenni per risolvere alcuni problemi, Jaczko ha promosso un nuovo approccio ad esempio sulla sicurezza antincendiomandare in giro, a turni regolari, i lavoratori a sniffare l’aria per captare odore di fumo (no, non sto scherzando). Visti i precedenti piuttosto recenti dunque le dichiarazioni di Jaczko sulla sicurezza nucleare americana vanno prese con le dovute precauzioni; secondo l’ex chairman della Nuclear Regulatory Commission molti degli impianti cui è stata concessa l’autorizzazione ad operare per ulteriori 20 anni (40 anni quelli previsti all’inizio) non arriveranno al limite dei 60 anni: andrebbero dunque chiuse. Il rischio è invece che le aziende proprietarie dei reattori possano, e riescano ad ottenere, un’ulteriore autorizzazione all’utilizzo del reattore, fino ad un totale di 80 anni. Prendendo ad esempio Fukushima il dott. Jaczko ha spiegato che il futuro del nucleare è in piccoli impianti di breve vita, il cui calore non raggiunge temperature capaci di fondere le barre del combustibile nucleare.

Fonte: Ansa