Ogm, le lobby contro l’obbligo di segnalazione in etichetta

L’industria alimentare contro l’obbligo di segnalazione in etichetta della presenza di ingredienti geneticamente modificati.mais

Cosa preoccupa l’industria alimentare più di tutto? Informare i consumatori ed essere trasparente con chi riempie il carrello della spesa. Il consumatore informato e consapevole possiede gli strumenti per scegliere e il mercato, così come è stato strutturato, vuole ridurre al minimo le possibilità di scelta. Due anni fa in Vermont è stata avviata una legge che è entrata in vigore lo scorso venerdì e che prevede di specificare la presenza di ingredienti geneticamente modificati nell’etichetta dei prodotti alimentari. Si tratta di un importante riconoscimento del diritto all’informazione per il consumatore e arriva, non a caso, dallo Stato in cui è senatore Bernie Sanders, il candidato battuto nelle primarie dem da Hillary Clinton. Secondo recenti sondaggi 9 americani su 10 sono favorevoli alla trasparenza degli Ogm, ma le lobby dell’industria che fanno pressione sul Congresso cercano in tutti modi di contrastare l’entrata in vigore di questa legge.

Se in Vermont la legge è riuscita a passare, al Senato i lobbisti si sono presi la loro rivincita. Come? Con un compromesso grazie al quale le aziende potranno scegliere se indicare la presenza di Ogm con una scritta o un simbolo, con un QR code o, ancora, con un rimando a un sito web o a un numero verde. Tante scappatoie per rendere faticose le verifiche dei consumatori e dare una bella mano alle industrie che lavorano con prodotti geneticamente modificati. Sono in molti a criticare questa proposta senatoriale e fra loro vi è anche il senatore Bernie Sanders. In Italia, un rapporto del Ministero della salute ha evidenziato come nel 2.6% degli alimenti provenienti dall’agricoltura tradizionale siano presenti tracce di Ogm vietati dalla legge.  Negli Stati Uniti d’America, invece, la grande industria non si accontenta del fatto che gli Ogm non siano vietati, ma vuole anche avere la possibilità di rendere opaca la loro presenza.

Fonte: ecoblog.it

Il solare termico per l’industria alimentare che ha bisogno di calore di processo

Molti comparti industriali, come l’alimentare, richiedono più del 50% del loro fabbisogno termico a una temperatura contenuta e spesso inferiore ai 100 °C. Una soluzione molto conveniente, grazie al meccanismo del ‘conto energia termico’, e completamente compatibile è quella che prevede l’utilizzo di collettori solari termici. Le condizioni per la fattibilità e le modalità di integrazione.solare-termico-caseificio

La bolletta energetica di alcuni comparti industriali non è legata al solo consumo elettrico, ma dipende molto anche dal fabbisogno termico per la produzione di calore di processo. Tale fabbisogno è spesso richiesto in un campo di temperature piuttosto contenuto e, perciò perfettamente compatibile con un funzionamento efficiente dei collettori solari termici. Il grafico che segue riporta la distribuzione percentuale in temperatura del consumo di calore totale per alcuni settori industriali.solare-termico-calore-processo

Si può notare come alcuni comparti come quello alimentare (“Food and tobacco”), tra l’altro caratteristici del panorama industriale italiano, richiedano più del 50% del loro fabbisogno termico a una temperatura inferiore ai 100 °C. Ciò implica che impianti solari termici con collettori commerciali convenzionali, vale a dire che utilizzino la tecnologia piana vetrata o a tubi sottovuoto, sono utilizzabili per soddisfare tale domanda di calore. Il settore alimentare, in particolare, presenta numerosi sotto-processi interessanti per il solare termico, proprio perché necessitano di un contributo di energia termica in campi di temperature piuttosto contenuti, come riassunto nella tabella. Molti sono gli esempi operativi in Italia e in Europa di applicazione di impianti solari in questo comparto industriale.solare-termico-calore-processo_tabella_0

Le principali condizioni per la fattibilità di un tale impianto sono:

  • la presenza di una domanda di calore a temperatura bassa o media
  • una certa continuità della domanda stessa nel tempo
  • la fattibilità tecnica di inserimento nel preesistente sistema di produzione e distribuzione del calore.

Riguardo quest’ultimo punto, lo schema tecnico semplificato, riportato nel seguito, mostra come esistano tre modalità di integrazione per il solare:

  • l’azione in preriscaldamento (collegamento in serie con il sistema preesistente)
  • la produzione in parallelo al generatore convenzionale
  • l’accoppiamento diretto con un sotto-processo.solare-termico-calore-processo_integrazione

La terza modalità, sebbene spesso difficilmente praticabile per ragioni impiantistiche, sarebbe la più interessante in un’ottica di massimizzazione dell’efficienza, perché è proprio sul singolo processo che si verificano le temperature minime nel sistema di distribuzione del calore. Un caseificio artigianale italiano, ad esempio, ha investito 150.000 € in un impianto solare termico, con un risparmio annuo di gas attorno ai 30.000 € e un ritorno economico in 5 anni. L’impianto (vedi foto in alto, fonte: Kloben), con quasi 300 m2 di collettori sottovuoto, fornisce calore ai seguenti processi: preriscaldo dell’accumulo esistente, pastorizzazione in centrifuga a 72 °C, riscaldamento della pre-cagliata a 40 °C, formatura e stufatura a 60 °C, preriscaldo in ricottura a 80 °C. Un altro interessante campo di applicazione è quello dell’industria enologica. Un impianto localizzato nel nord Italia produce acqua calda sanitaria per: lavaggio superfici, lavaggio bottiglie, lavaggio filtri e macchinari per il trattamento vini. Una superficie di collettori pari a 60 m2 fornisce 31 MWh/anno di calore a temperature comprese tra i 35 °C e i 60 °C, contribuendo a coprire ben il 70% del fabbisogno termico per gli usi sopra elencati. Gli impianti solari termici di grande taglia presentano un costo al metro quadrato installato solitamente molto più contenuto rispetto ai piccoli sistemi a uso residenziale: 400÷600 €/m2. Esiste una notevole variabilità dovuta a numerosi parametri come l’installazione a terra o su tetto, la necessità di opere civili, la presenza di un serbatoio di accumulo, ecc. I costi di esercizio sono legati al consumo elettrico delle pompe di circolazione e dei dispositivi di regolazione. i costi di manutenzione sono stimabili annualmente tra 1 e 2% dell’investimento. È importante ricordare che c’è l’interessante possibilità di usufruire dell’incentivo del “conto termico“, che prevede per questi impianti un contributo forfettario pari a 55 €/m2 ogni anno per un periodo di 5 anni.

Questo articolo è tratto dallo Speciale Tecnico “Impianti solari termici di grande taglia per applicazioni speciali” (R. Battisti).efficienza-rinnovabili-piccola-media-industria

Riccardo Battisti

 

Fonte: qualenergia.it

Ritornare all’agricoltura contadina, intervista a Massimo Angelini

L’industria alimentare ha ormai soppiantato la piccola agricoltura di sussistenza, schiacciata dal peso di un sistema economico e legislativo non più a misura d’uomo. Massimo Angelini, autore del libro “Minima Ruralia”, analizza il problema e propone le soluzioni.agricoltura9__3

“Se vuoi cercare le verdure, la frutta e i grani di una volta […], lascia da parte internet, dimentica il telefono, non ti curare di cosa se ne dice o se ne legge. Se li vuoi cercare, bisogna che ti muovi a piedi, paese per paese, cascina per cascina; e non ti scoraggiare quando ti dicono che sono scomparsi: qualche volta sono solo ‘invisibili’ allo sguardo e alla memoria. Ci vuole pazienza, gusto per l’ascolto e rispetto perché chi è anziano, se ancora li conserva, accetti di mostrarteli o di mostrarne la semenza”. È questo il consiglio con cui Massimo Angelini – autore, docente, studioso e “coltivatore d’idee nell’orto”, come si definisce lui stesso – accoglie i lettori nelle prime pagine di “Minima Ruralia”(Pentagora Edizioni, aprile 2013), una guida alla riscoperta delle tradizioni contadine italiane e, in particolare, della Liguria, terra natia dell’autore. Scopo del viaggio, recuperare quell’antico legame fra uomo e natura, quella dimensione oggi cancellata dall’industria del cibo, che frappone macchine e sostanze chimiche fra il contadino e il suo campo, ponendosi in una logica di mero sfruttamento delle risorse offerte dalla terra.

Da sempre l’agricoltura è un punto d’incontro fra natura e cultura, fra i cicli biologici spontanei e l’intervento migliorativo umano. È possibile individuare il ‘punto di rottura’ che ha portato dall’attività contadina tradizionale all’agroindustria?

Non so se si possa individuare un preciso punto di rottura, ma osservo che questa rottura è avvenuta e ora pare insanabile. Quello che oggi appare evidente è che l’agricoltura contadina e quella industriale non sono aspetti differenti di una medesima attività, distinguibili su parametri quantitativi – minore o maggiore estensione, produzione, marcato e capitale – ma attività del tutto differenti e, per ciò che riguarda gli effetti sociali ed ecologici, opposte. L’agricoltura contadina mira a conservare la fertilità della terra, la quantità di acqua disponibile, la diversità di colture e, all’interno di ciascuna coltura, di varietà, laddove, invece, l’agricoltura industriale agisce come un’attività estrattiva, mineraria: erode la fertilità, consuma le risorse di acqua, riduce la diversità in termini di colture e varietà. E potremmo ribaltare questa contrapposizione su molti altri piani: sociale e culturale, prima di tutto. Forse un fattore di rottura, non l’unico, può essere riconosciuto nel diverso modo di porsi dell’uomo di fronte alla natura e alla storia: prima organico, simbolico; oggi frammentario e astratto, con l’uomo separato dal cielo come dalla terra e autocentrato sul proprio sé in un vortice di scissione e isolamento. In questo caso, se questa ipotesi meritasse un approfondimento, dovremmo ricercare la rottura nelle radici della modernità, tra XII e XIII secolo.minima_ruralia

Può citare alcuni interventi pratici riguardanti la sfera normativa – regolamenti da abolire, leggi di tutela da attuare ecc. – che andrebbero effettuati in maniera urgente per salvaguardare il mondo rurale e coloro che vi appartengono?

Il primo passo è riconoscere che esiste un’agricoltura contadina, non riducibile a quella imprenditoriale e, ancora di più, industriale. Non dimentichiamo che la parola “contadino” esiste per il lessico corrente, non per quello giuridico dove non compare in alcun provvedimento. Il secondo passo è lasciare che chi lavora per il prevalente obiettivo dell’autosussistenza e della vendita diretta e senza intermediari dell’eccedenza possa farlo senza vessazioni burocratiche e amministrative. Oggi spesso i contadini sono costretti a produrre più carta che alimenti, pagano controlli del tutto astratti per rischi del tutto ipotetici. Raccontava il dott. Ferigo, responsabile di una ASL del Friuli, che non si conosce un solo caso di avvelenamento da marmellate domestiche avariateù; per questa e altre cento ragioni aveva scritto un libro-denuncia intitolato “Il certificato come sevizia”.

Oltre alla qualifica di IAP, esiste anche quella di coltivatore diretto, più vicina all’idea di contadino ma pur sempre gravata da un’eccessiva burocrazia. Ritiene che possa essere una buona base per semplificare la legge o va ripensato tutto il quadro normativo?

Bisogna integrare il quadro normativo col riconoscimento di regole e spazi di libertà per chi esercita un’agricoltura familiare, di piccola scala economica, fondata più sul lavoro che sul denaro, dove si coltiva la terra e non i contributi, fondata sul lavoro personale di sé e della propria famiglia dove non si è dipendenti e non si hanno dipendenti, sulla prevalente autosussistenza e sulla trasformazione e vendita diretta senza intermediari. Per chi fa questo, per chi non svolge un’attività industriale, servono norme, tutele e sgravi specifici. Non servono soldi, serve che chi ha voglia di lavorare e coltivare la propria vita senza speculare sul denaro, sul lavoro degli altri e sul cibo possa farlo in pace._agricoltura9__

Pensa che possa esistere un equilibrio fra la mercificazione (e quindi banalizzazione) del ‘locale’ e la giusta diffusione di questo concetto a livello culturale e pratico?

Nel mercato di prossimità, dove può esistere un controllo diretto e la rete delle informazioni confidenziali (il “pettegolezzo”!) funziona, “locale” vuole dire qualcosa. È nel mercato generale, nelle economie di scala e nella grande distribuzione che perde significato ed è solo uno slogan pubblicitario, frusto e ingannevole.

Allo stesso modo, è possibile concepire un quadro normativo che non strangoli i contadini con cavilli burocratici ma che anche riesca a tutelarli dalla concorrenza dell’industria alimentare di bassa fascia?

Sì, è possibile. Ma quale governo ha l’autorità morale per uscire dalla sudditanza di norme sull’agricoltura scritte a Bruxelles, in buona sostanza, dai quattro paesi (Francia, Germania, Paesi Bassi e Danimarca) che dettano le politiche agricole e dove l’agricoltura è pressoché solo di livello e qualità industriale?

Leggendo le sue considerazioni mi è parso di cogliere la necessità, da parte della nostra società, di sgravarsi di un’imponente mole di convenzioni, norme e consuetudini – non solo scritte ma anche astratte, di ordine sociale – e ‘decrescere’ anche nel modo in cui ci approcciamo alla vita quotidiana, recuperando genuinità e semplicità. È d’accordo?

Torno all’ultima parte della prima risposta e osservo che la conversione del nostro sistema economico e sociale può solo essere la conseguenza di una profonda conversione interiore, nella quale ci si riaccorda con la terra, con il cielo, con le generazioni che ci hanno preceduto e quelle che sono per venire. Fuori da questa conversione profonda e dolorosa come una rinascita, fuori dalla riconciliazione con noi stessi, tre passi più in là del silenzio, c’è solo spazio per agire comportamenti di moda, per il nuovo perbenismo di chi ha capito qual è ‘la cosa giusta’ e se ne fa un vanto da ostentare, un nuovo tic compulsivo di chi, per estrazione sociale o culturale, non può fare a meno di sentirsi protagonista nel teatro del mondo. Genuinità e semplicità non sono abiti buoni da indossare per una nuova austerità.

Il suo libro è giustamente incentrato sulla realtà rurale della Liguria. Conosce lavori simili che parlano di altre zone d’Italia? Ritiene possibile e utile, qualora non ce ne siano, provare a realizzarli?

Tolti pochi capitoli dove è il richiamo al caso di una varietà locale recuperata in Liguria e alcuni dove si fa menzione del lunario agricolo ligure, il Bugiardino, per il resto credo che la maggior parte delle considerazioni non siano circoscrivibili a un’area particolare. Lo stesso caso della varietà locale che ho citato è presentato nel libro come un esempio riproducibile, declinato con i dovuti adeguamenti locali, su altre regioni. Oggi si conoscono ottime pubblicazioni dove si riflette sul mondo contadino e sull’agricoltura locale, sempre utili benché spesso orientate a un approccio puramente sociologico o socio-economico.

In diversi passaggi si percepisce da parte sua un netto rifiuto delle derive quasi ideologiche di localismo e biologico. A cosa è dovuta questa posizione? Ritiene che sia comunque importante il ricorso a metodi naturali?

Negli ultimi quindici anni l’attenzione verso l’agricoltura e, in particolare, verso il mondo contadino qualche volta è degenerata in una visione astratta da arte di chi, orfano delle ideologie fiorite e sfiorite negli anni precedenti, sulla terra ha visto un nuovo ‘fronte’ di antagonismo o uno spazio di libertà refrattario alle istituzioni o un luogo privilegiato dove riconnettere i legami con la vita recisi nel tempo della virtualità. Sono espressioni di un’ideologia sostanzialmente urbana portata avanti da chi non conosce la terra e spesso non ha l’umiltà e la pazienza di avvicinarcisi sottovoce, per imparare. In questi trent’anni ho conosciuto un numero rilevante di persone che volevano ‘tornare’ sulla terra portando i nuovi credi di un’agricoltura di volta in volta naturale, sinergica, olistica, permanente senza neppure avere ancora sperimentato un orto. Non c’è niente di male, sono espressioni di fragilità e buona volontà, sono esperimenti con la vita e con se stessi. Ma questi atteggiamenti diventano sgradevoli forme di superbia quando chi non conosce l’agricoltura se non sui libri e attraverso le proprie buone intenzioni pretende di catechizzare – come tante volte ho visto – chi l’esercita per viverci, spiegandogli che per essere un ‘vero’ contadino deve anche essere biologico, consapevole, solidale, magari vegetariano…

Fonte: il cambiamento

Hamburger artificiale: 3 italiani su 4 non lo mangerebbero

Prodotto da cellule staminali prelevate da un muscolo bovino verrà cucinato a Londra la prossima settimana. Il 73% degli italiani non lo mangerebbe 89936127-586x406

Il primo hamburger di manzo creato artificialmente sarà cotto e mangiato la prossima settimana, a Londra. Chi sarà il “fortunato” assaggiatore? Scherzi a parte, se l’esperimento andrà a buon fine si potrebbe avviare una rivoluzione dell’industria alimentare che fino a poco tempo fa era relegata alla fantascienza. L’hamburger verrà realizzato con carne coltivata in laboratorio con cellule staminali prelevate dal muscolo di un bovino. Il costo sarà un po’ più elevato degli omologhi tradizionali che si possono trovare nei fast food: circa 250mila sterline (290mila euro), le risorse economiche impiegate da Mark Post, scienziato dell’Università olandese di Maastricht. Il progetto è stato sovvenzionato dal governo di Amsterdam e da un anonimo milionario. Secondo i futurologi fra una decina d’anni la produzione da staminali verrà praticata in massa per supportare la crescente richiesta di carne che nel 2050 dovrebbe addirittura raddoppiare. Alla notizia del tecno-hamburger è arrivata puntuale un’indagine di Eurobarometro rilanciata da Coldiretti: tre italiani su quattro (il 73%) l’hamburger “coltivato” invece che allevato non lo mangerebbero nemmeno se cucinato da uno chef di fama. Come sempre molto ferma la posizione di Coldiretti:

La possibilità di degustare il prodotto ottenuto in laboratorio non contribuisce certamente ad aumentare l’attrattività del piatto. La realtà è che nonostante il rincorrersi di notizie miracolistiche sugli effetti benefici delle nuove modificazioni genetiche effettuate su animali e vegetali in laboratorio (dal supersalmone ad accrescimento rapido al riso ipervitaminico fino al latte materno da mucche transgeniche) rimane elevato il livello di scetticismo dei cittadini. Per questo, come hanno dimostrato le esperienze del passato a partire dalla mucca pazza (Bse), le innovazioni in un settore come quello alimentare, particolarmente esposto ai rischi per la salute, devono percorrere la strada della naturalità e della sicurezza.

Fonte: Coldiretti