Olio di palma, l’Indonesia verso il divieto di nuove piantagioni

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L’Indonesia potrebbe porre il divieto a nuove piantagioni di palme da olio dopo i numerosi incendi che negli ultimi anni hanno causato gravi problemi di tipo ambientale. Visto che l’olio di palma rappresenta uno dei pilastri dell’economia del Paese asiatico, i gruppi ambientalisti rimangono scettici. Il presidente Joko Widodo ha proposto di vietare ulteriori concessioni per deforestare e produrre questa materia prima sempre più utilizzata nell’industria alimentare, ma anche nella cosmetica e nei prodotti per l’igiene personale. Widodo ha dichiarato che le concessioni in essere sono sufficienti e ha invitato l’industria alimentare a concentrarsi sull’uso di produttori di semi migliori per aumentare i loro rendimenti. In tempi recenti le piantagioni si sono moltiplicate nell’isola di Sumatra e nella parte indonesiana del Borneo per far fronte a una domanda crescente di questa materia prima; questo boom ha portato a enormi profitti e a importanti entrate per il Governo. Negli ultimi due anni, però, gli effetti collaterali delle coltivazioni intensive hanno annullato i benefici per le economie private e statali. Gli incendi delle aree boschive hanno provocato gravi problemi di inquinamento atmosferico, squilibri agli ecosistemi e il fenomeno di El Niño ha aggravato il tutto. Ora dal governo potrebbe arrivare un giro di vite a un settore che dà lavoro a circa24 milioni di persone, includendo anche l’indotto. Un conto è stabilire nuove leggi, un altro farle applicare e l’Indonesia è un arcipelago di 17mila isole in cui le regole della Capitale vengono spesso trascurate dalle amministrazioni locali. Le battaglie degli ambientalisti, quindi, non finiranno nemmeno con un eventuale stop alle deforestazioni.

Fonte: Abc

Pesca, la maggiore pressione sugli ecosistemi è generata dall’Asia Orientale

I tropici contribuiscono ormai al 42% delle catture. Il consumo in Indonesia, Cina, Filippine e Vietnam è cresciuto di 12 milioni di tonnellate. Non è solo il consumo di pesce del ricco occidente a minacciare il futuro delle specie marine; secondo il rapporto State of the Tropicsla pesca nelle zone tropicali è in crescita, mentre nel resto del mondo è in lieve calo dal 1988. Se i tropici pesavano per il 12% negli anni ’50, la loro fetta è oggi arrivata al 42% del totale delle catture (esclusa quindi l’acquacoltura). La crescita maggiore si è riscontrata nell’Asia Sud Orientale: Indonesia, Cina, Filippine e Vietnam hanno aumentato i propri consumi di 12 milioni di tonnellate. La combinazione di crescita demografica e miglioramento del livello di vita ha contribuito ad aumentare la pressione sugli ecosistemi marini. Oggi in questa regione il consumo pro capite di pesce (32 kg/anno) supera del 70% la media planetaria (dati FAO). Il rischio è che un sovrasfruttamento degli stock possa portare al collasso della pesca in questa regione, colpendo soprattutto le comunità più povere che basano la propria sopravvivenza sulla pesca di piccola scala. Questo è già avvenuto in Perù, dove la pesca delle acciughe è cresciuta da 75000 a 12 milioni di tonnellate tra il 1950 e il 1970, per poi crollare brutalmente negli anni ’70 per la distruzione della popolazione. Solo ora gli stock stanno iniziando a riprendersi. Una situazione simile si è verificata con la catastrofe del merluzzo nel nord Atlantico. Si ritiene che il sofrasfruttamento e gli sprechi nel mondo della pesca causino danni per circa 50 miliardi di dollari all’anno.  Una gestione più sostenibile della pesca è quindi vitale di fronte alla duplice minaccia dei cambiamenti climatici e della crescita della popolazione.

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Fonte: ecoblog.it

I dieci luoghi più tossici della Terra

Il Blacksmith Institute e la Croce Verde Svizzera hanno stilato la classifica dei dieci luoghi più tossici della Terra. Eccolitop1-586x267

1) Agbobloshie, Accra, Ghana

Al primo posto nella graduatoria dei luoghi più tossici della Terra compilata dall’Istituto Blacksmith e dalla Croce Verde Svizzera c’è la discarica di Agbobloshie ad Accra, in Ghana, dove 40mila persone vivono in un’immensa città di rifiuti dove giungono annualmente 215mila tonnellate di vecchi elettrodomestici e computer provenienti dall’Europa. In questo luogo il livello di piombo è 45 volte superiore alla norma.

2) Chernobyl, Ucraina

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Il secondo posto è occupato da Chernobyl, in Ucraina, luogo in cui, nel 1986, si verificò il maggiore incidente nucleare della storia con 10 milioni di persone interessate dalle conseguenze dell’incidente. Da allora si sono registrati 4mila casi di cancro alla tiroide e il numero delle vittime continua a crescere.

3) Fiume Citarum, Indonesiatop3-586x389

Il terzo posto fra i luoghi più tossici del pianeta è occupato dal fiume Citarum, in Indonesia, dove 9 milioni di persone vivono in un bacino che tocca Jakarta e in cui 2000 fabbriche sversano materie pericolose come pesticidi, piombo, cadmio e cromo.

4) Dzerzhinsk, Russiatop4-586x431

Il quarto posto è Dzerzhinsk, in Russia, una città di 250mila abitanti che sconta ancor oggi il prezzo di essere stato il maggior centro di produzione di armi chimiche dal 1930 fino al crollo del comunismo. Nel 2006 l’aspettativa media di vita per le donne era di 47 anni, per gli uomini di 42.

5) Hazaribagh, Dacca, Bangladeshtop5-586x391

Il quinto luogo più tossico del pianeta è Hazaribagh, nella periferia di Dacca, uno slum in cui 160mila persone sono in balia degli effetti provocati dalle migliaia di materiali tossici che vengono sversati dalle fabbriche del luogo.

6) Kabwe, Zambiatop6-586x389

Il sesto posto è Kabwe, in Zambia, dove hanno sede enormi miniere di piombo attive da un secolo. Il livello di piombo nel sangue dei bambini del luogo è altissimo.

7) Kalimatan, Indonesiatop7-586x408

Settima posizione per Kalimatan, località dell’Indonesia dove 43mila persone entrano in contatto con il mercurio utilizzato per l’estrazione dell’oro e di altri metalli.

8) Rio Matanza, Argentinatop8-586x389

Ottava posizione per il rio Matanza (anche noto come Riachuelo), nella provincia di Buenos Aires: sono circa 15mila le fabbriche a rilasciare fluidi e materiali tossici sulle sue sponde e nelle sue acque.

9) Delta del Niger, Nigeriatop9-586x389

Nona posizione per il delta del fiume Niger in Nigeria, dove ogni anno vengono dispersi accidentalmente circa 240mila barili di petrolio. L’inquinamento è ormai entrato prepotentemente nella catena alimentare.

10) Norilsk, Russiatop10-586x391

L’ultima posizione della top ten è occupata da Norilsk, la città russa che da quarant’anni accoglie uno dei maggiori centri di produzione di nichel al mondo. Nel raggio di 30 chilometri le foreste sono totalmente sparite e l’inquinamento è tale che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera 2 milioni di tonnellate di diossido di zolfo.

fonte: Blacksmith Institute

 

 

Indonesia: “l’olio di palma è la prima causa di deforestazione”

La principale causa della deforestazione in Indonesia tra il 2009 e il 2011 continua a essere la produzione di olio di palma. È quanto rivela il rapporto pubblicato ieri da  Greenpeace che denuncia come dall’olio di palma dipenda ben un quarto della perdita di superficie forestale del Paese.indonesia__foreste

La principale causa della deforestazione in Indonesia tra il 2009 e il 2011 continua a essere la produzione di olio di palma. È quanto rivela il rapporto pubblicato ieri da  Greenpeace International dal titolo “Certificando la distruzione”, che denuncia come dall’olio di palma dipenda ben un quarto della perdita di superficie forestale del Paese. La ricerca, condotta sul campo dagli attivisti, dimostra come la maggior parte della deforestazione avvenga in concessioni controllate da membri della RSPO (Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile) un’organizzazione nata per garantire la sostenibilità della produzione dell’olio di palma in Indonesia. Tra queste la multinazionale Wilmar International con sede a Singapore. Il dato più allarmante contenuto nel rapporto è proprio che il 39 per cento degli incendi forestali che hanno coinvolto la Provincia di Riau nel primo semestre del 2013 si sono verificati in concessioni certificate come “sostenibili” dalla stessa RSPO. La RSPO si vanta di annoverare tra i propri membri i leader della sostenibilità nel settore dell’olio di palma ma gli standard della propria certificazione lasciano gli stessi membri liberi di distruggere le foreste, drenare le torbiere e appiccare incendi dolosi. “Anno dopo anno gli incendi forestali creano il caos, rendendo irrespirabile l’aria dall’Indonesia a Singapore e producendo migliaia di sfollati dalle aree forestali in fiamme – denuncia Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia -. I membri della RSPO dicono di avere delle precise politiche che vietano l’uso del fuoco per preparare il terreno alle nuove piantagioni ma non si rendono conto che le torbiere, una volta distrutta la foresta e drenata l’acqua diventano delle polveriere. Basta una scintilla per scatenare l’inferno”. Dal mese di giugno, Greenpeace ha contattato più di 250 aziende internazionali che consumano olio di palma per i propri prodotti chiedendo come fanno a garantire che le loro filiere non siano contaminate da fenomeni come la deforestazione e l’incendio delle ultime torbiere indonesiane. Dalle risposte ricevute finora sembra che la maggior parte di queste si basi solo ed esclusivamente sulla certificazione RSPO per garantire la sostenibilità dei propri prodotti. L’unica soluzione per le aziende che acquistano olio di palma indonesiano è andare oltre la certificazione RSPO. Alcuni lo stanno già facendo. Questa è la sfida che Greenpeace lancia oggi all’industria dell’olio di palma. “Sapone, cioccolata, sughi pronti, biscotti, shampoo e persino prodotti per la pulizia della casa sono tutti fatti con olio di palma. Le aziende che producono questi comunissimi beni di consumo devono poter garantire a noi consumatori che acquistando questi prodotti non stiamo inconsapevolmente accelerando la distruzione di uno degli ultimi polmoni del Pianeta e i cambiamenti climatici” – conclude Campione.

Fonte: il cambiamento

Le foreste dell’Indonesia scompariranno nell’arco di vent’anni

L’economia sta distruggendo le foreste indonesiane per trasformarle in carta e olio di palma. Facciamo la nostra parte per non devastare uno straordinario ecosistemaDeforestazione-Indonesia-586x356

L’Indonesia possiede (ancora) la terza grande foresta pluviale dopo l’Amazzonia e l’Africa Centrale. Secondo le statistiche ufficiali,  tra il 1990 e il 2010 sono stati tagliati 274 mila km² di foresta, un’area pari al 90% dell’Italia, ovvero un quarto dell’estensione originaria. In realtà, si sa che la devastazione è molto maggiore e il taglio illegale è pratica comune anche nelle aree protette. Se la deforestazione (1) continuerà al ritmo attuale si prevede che le foreste di fatto scompariranno nell’arco di vent’anni. Il killer delle foreste si chiama “economia”, anche se molti non lo vogliono riconoscere e riguarda due prodotti di largo consumo in occidente: il famigerato olio di palma e la carta. Le piantagioni di palma da olio sono passate da 10 mila a 54 mila km² tra il 1995 e il 2012. Il taglio della foresta produce tra i 7 e gli 8 milioni di m³ di legno all’anno. Non stiamo parlando solo di legname pregiato o da costruzione, ma anche di legna per cucinare e di carta per fotocopie oppure carta igienica… «Se continua così, tra 20 anni ci saranno poche aree frammentate di foresta circondate da piantagioni enormi. Ci saranno incendi, inondazioni e siccità,  e scompariranno gli animali selvatici» dichiara Yuyun Indradi, portavoce di Greenpeace. Secondo l’IUCN sono rimaste poche centinaia di tigri, cento rinoceronti e anche i numeri degli oranghi stanno calando rapidamente. I problemi non riguardano però solo gli animali: l’espansione delle piantagioni crea conflitti con le popolazioni locali, con scontri e violazioni dei diritti umani. E tutto ciò per sprecare carta e imballaggi inutili? Per ingurgitare un olio malsano con il 50% di grassi saturi? Non riesco a rassegnarmi a questa assurdità. Lo scorso anno ho creato in FB la causa “STOP ALL’OLIO DI PALMA NEL NOSTRO CIBO” che partendo da zero ha raggiunto quasi oltre 1700 adesioni. Non fatemi sentire l’ultimo giapponese disperso a combattere (appunto) nella giungla. Aderite alla causa, iniziate a leggere le etichette e smettete di comprare prodotti con olio di palma (2). Tutto serve per salvare il pianeta.

(1) Fonti: per la mappa e per i dati del grafico

(2) Guardate le etichette: se c’è scritto “olio vegetale” o “grasso vegetale”, quasi sicuramente è in tutto o in parte olio di palma. Come riprova controllate la tabella nutrizionale; se i grassi saturi sono più o meno la metà del totale, si tratta indubbiamente di olio di palma. Imparerete così a distinguere i prodotti “buoni” da quelli “cattivi”

Fonte:ecoblog

Foreste, fonte di vita e patrimonio di biodiversità

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“Senza le foreste non ci sarebbe vita sulla Terra”, ricorda Greenpeace in occasione della Giornata Internazionale delle Foreste (21 marzo 2013), proclamata lo scorso novembre dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In tempi di cambiamenti climatici, ricorda l’associazione, le foreste trattengono circa 300 miliardi di tonnellate di carbonio, ovvero 40 volte le emissioni di gas serra che emettiamo ogni anno a livello globale. Sono la casa di milioni di persone che vivono delle foreste, ma anche mammiferi, uccelli, rettili, insetti, alberi, fiori e pesci. “La distruzione di una foresta in una parte del globo può avere un impatto disastroso dall’altra parte del Pianeta. Alcuni scienziati hanno recentemente dimostrato come la perdita di foreste in Amazzonia e in Africa centrale riduca notevolmente le precipitazioni nel Midwest negli Stati Uniti” spiega Chiara Campione, responsabile campagna Foreste Greenpeace Italia. Dall’Amazzonia all’Africa Centrale, dal Canada alla Siberia, dalla Papua Nuova Guinea all’Indonesia, da Sumatra alla nostra Europa Greenpeace ha diffuso immagini delle foreste più belle del mondo, con l’auspicio di raggiungere presto l’obiettivo Deforestazione Zero e conservare questi preziosi ecosistemi.

Sumatra

“Tutelare le foreste significa tutelare e garantire un futuro più verde. È questo il messaggio che in Italia Federparchi, Kyoto Club e Legambiente hanno lanciato in occasione della Giornata. Un’occasione per ribadire l’importanza di una maggiore tutela e valorizzazione di questo prezioso patrimonio, minacciato dai cambiamenti climatici e dalla conversione, sempre più diffusa, del suolo ad altri usi. Ogni anno vengono, infatti, perduti circa 13 milioni di ettari di foreste. Per fronteggiare questa perdita, le tre associazioni nel 2007 hanno dato vita al Comitato Parchi per Kyoto, che si occupa di attivare in Italia progetti di forestazione nelle aree protette e promuovere campagne d’informazione per una gestione sostenibile del territorio. Fino ad ora il Comitato ha avviato quasi 30 progetti, coinvolgendo 44 aree protette per un totale di 76.051 alberi piantumati.

“Salvaguardare le foreste – dichiara Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi – significa avere impatti positivi sul clima, sulla biodiversità, sulla salute ed il benessere dei cittadini. In questi anni Parchi per Kyoto, oltre a dare un contributo concreto in termini di contenimento della CO2, ha cercato di creare una sinergia tra le imprese e le aree protette italiane per avviare progetti di forestazione. I parchi naturali, che in Italia coprono circa il 10% del territorio, sono infatti soggetti del tutto funzionali e strategici ad ospitare progetti di rimboschimento finalizzati a sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera”.

Indonesia

Le foreste rappresentano il più importante serbatoio di biodiversità per l’80% delle specie animali e vegetali della Terra, garantiscono la protezione del suolo, la qualità dell’aria e delle acque e forniscono importanti beni e servizi pubblici per ben oltre 7 miliardi di persone. Inoltre mitigano gli effetti dei cambiamenti climatici, poiché funzionano come serbatoi di assorbimento del carbonio, e forniscono una protezione naturale contro gli effetti del dissesto idrogeologico.
Siberia

“Ogni albero nel corso del suo intero ciclo di vita – spiega Catia Bastioli, Presidente Kyoto Club – permette l’abbattimento di una quantità stimata in circa 700 Kg di CO2. Per questo riteniamo importanti i progetti di forestazione e i risultati ottenuti fino ad ora lo stanno dimostrando. Inoltre non dimentichiamo che l’importanza degli interventi di forestazione è stata riconosciuta sia dal Protocollo di Kyoto sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici”.

Fonti: Greenpeace, Parchi per Kyoto, il cambiamento

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