Le auto elettriche sono pericolose in caso di incidente?

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La Commissione Federale di coordinamento per la sicurezza sul lavoro della Svizzera ha di recente messo in guardia circa i “rischi particolari” e i pericoli derivanti dalle auto elettriche incidentate. Secondo il Sonntags Zeitung infatti gli operatori delle forze antincendio e di soccorso correrebbero gravi pericoli durante gli interventi successivi ad incidenti nei quali sono coinvolte auto elettriche: in questi veicoli infatti sono presenti cavi elettrici e batterie da 450, addirittura sistemi di trasmissione da 600 volts, che in caso di incidente restano in tensione e potrebbero emettere scosse elettriche pericolosissime. La polizia di Zurigo sembra essersi trovata di fronte a diverse problematiche già varie volte: “Su un auto a benzina è possibile rimuovere la chiave di accensione per portare l’intero sistema di funzionamento in uno stato ‘sicuro'” ha spiegato al Welt Kurt Bopp, vigile del fuoco a Zurigo, mentre nel caso di auto elettriche è successo diverse volte che l’auto restasse sotto tensione elettrica: “In un caso, dopo tre settimane abbiamo rilevato una tensione da 158 volt. E parliamo di un veicolo che era completamente bruciato”.

Per ridurre il rischio i sistemi di trasmissione dei motori elettrici vengono montati tra gli assi del veicolo e l’intero sistema è protetto dal kevlar; in caso di incidente il sistema di controllo disattiva il circuito di alta tensione tra alimentatore e batteria, ma secondo le autorità svizzere questa tecnica non sempre è efficace. Le autorità svizzere puntano l’indice in particolare sull’uso improprio delle batterie ad alta tensione, un grave rischio per la sicurezza anche perché i soccorritori non sono ancora addestrati ad eventuali problematiche. E questo problema riguarda anche gli autisti, che sono impreparati ad affrontare problematiche legate alla tensione elettrica che può disperdersi da questo tipo di batterie: l’autorità svizzera ADAC, che si occupa proprio della sicurezza stradale, suggerisce alle case produttrici di auto elettriche di editare dei manuali di soccorso, contenenti le best practice e le accortezze da adottare per evitare rischi inutili, rendendoli disponibili su internet. Mercedes, ad esempio, tramite un QRcode indirizza il cliente ad una pagina contenenti tutte le informazioni utili per abbattere i rischi derivanti dal cattivo funzionamento, e dal cattivo uso, delle batterie ad alta tensione.  Immaginate un’auto elettrica incidentata in autostrada che prende fuoco e continua a trasmettere tensione da 450 Volts (quella delle prese di casa, per chi non lo sapesse, è 220 Volts, quella industriale 380 Volts) e magari viene spruzzata con acqua da parte dei pompieri: il rischio enorme per eventuali sorpavvissuti all’incidente, per i soccorritori e per le altre auto che transitano.  La “carta di salvataggio” da inserire in dotazione in tutti i veicoli elettrici acquistati è, secondo l’autorità svizzera di sicurezza stradale, una priorità assoluta. In secondo luogo, occorrerà formare gli operatori di soccorso e dotarli di strumentazione adeguata ad affrontare scosse elettriche importanti, come ad esempio fornire loro guanti isolanti resistenti fino a 1000 Volts.

Fonte: ecoblog.it

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Colorado, il fiume Animas contaminato dopo un incidente in una miniera d’oro

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Quasi quattro milioni di litri di liquido provenienti da una miniera d’oro hanno tinto di un anomalo color senape il fiume Animas che scorre in Colorado, nei pressi di Durango. Lo sversamento del liquido contaminato è avvenuto a una velocità di 548 litri al minuto: i residui metallici di cadmio, arsenico, rame, piombo e zinco hanno contaminato il corso d’acqua alcuni giorni fa mentre gli uomini dell’EPA (l’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti) erano impegnati nei lavori di pulizia per trattare le acque reflue. L’incidente ha avuto gravissime conseguenze sulle città che alimentano il proprio sistema idrico grazie al fiume Animas e che si sono viste costrette a chiudere i propri impianti. Il colore giallo sta progressivamente svanendo, ma i tossicologi sostengono che ci potranno essere effetti sulla salute per molti anni a venire. “Si tratta di un vero e proprio disastro. Questi livelli sono scioccanti” ha detto Max Costa, presidente del dipartimento di medicina ambientale presso la New York University School of Medicine.L’esposizione a livelli elevati di questi metalli può causare una serie di problemi alla salute fra cui il cancropatologie renali e problemi nello sviluppo dei bambini. Il livello di piombo nel fiume Animas è 12mila volte superiore a quello consentito dall’EPA, mentre l’arsenico è presente in quantità 800 volte superiori ai livelli consentiti.

Fonte:  CNN

Foto | Youtube

Disastro ambientale in Israele: milioni di litri di greggio nella riserva di Evrona

In seguito all’incidente si è creato un fiume di greggio della lunghezza di 7 chilometri. Conseguenze anche in Giordania. Ci vorranno anni perché il disastro avvenuto in Israele la scorsa settimana possa essere normalizzato: milioni di litri di greggio sono fuoriusciti da un oleodotto nel deserto dell’Aravà causando uno dei maggiori disastri ambientali mai avvenuti in territorio israeliano. A causa dell’incidente alle tubature dell’oleodotto si è creato un fiume di greggio lungo 7 chilometri nella riserva naturale di Evrona, in una regione nota per ospitare una folta popolazione di cervi. Da giorni pompieri, polizia, squadre di emergenza e protezione civile sono impegnati per contenere il disastro causato da un incidente avvenuto durante i lavori per la costruzione del nuovo aeroporto di Timna, nel sud del Paese. La fuoriuscita di greggio, avvenuto nei pressi del kibbutz Keturà, è stata stoppata chiudendo l’oleodotto a monte della dispersione, ma l’intervento è stato effettuato solamente due ore dopo l’incidente quando diversi milioni di litri di greggio erano ormai dispersi nel terreno. L’oleodotto nel quale è avvenuto l’incidente collega le città di Ashkelon ed Eilat e fu aperto negli anni Sessanta per consentire al petrolio iraniano di arrivare sul Mediterraneo, per essere venduto sui mercati europei. Il Ministero della Protezione dell’ambiente israeliano ha avviato un’inchiesta che dovrà chiarire, oltre alle cause del disastro, quelle del ritardo nelle operazioni di tamponamento e il clamoroso errore nella prevenzione dell’incidente. Il disastro ambientale ha avuto conseguenze anche in Giordania, dove 80 persone sono state ricoverate per problemi respiratori conseguenti all’inalazione dei fumi nocivi.israele

Fonte:  La Stampa

© Foto Getty Images

Embargo della Corea del Sud al pesce di Fukushima

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La Corea del Sud vieta i prodotti provenienti dalla prefettura di Fukushima a causa della mancanza d’informazioni certe sull’acqua radioattiva fuoriuscita dalla centrale nucleare

Dopo le preoccupanti notizie degli scorsi giorni sugli altissimi livelli di radioattività delle acque marine nei pressi di Fukushima, la Corea del sud ha deciso quest’oggi, venerdì 6 settembre 2013, di vietare nel, proprio territorio, la produzione ittica proveniente dalla prefettura di Fukushima. Dopo l’incidente dell’11 marzo 2011, la Corea del Sud aveva già diminuito il consumo di pesci e crostacei, dopo che il Governo di Seul aveva limitato l’importazione di prodotti alimentari marini provenienti da Fukushima e dalle sette prefetture più vicine al luogo dell’incidente. Ora la proibizione concerne praticamente tutti i prodotti di questa natura.

L’inquietudine della popolazione è cresciuta a causa del fatto che centinaia di tonnellate di acqua contaminata dalle radiazioni stanno disperdendosi ogni giorno nel mare,

ha spiegato il Ministro degli Oceani e della Pesca coreano, Yoon Jinsook, che ha inoltre aggiunto che le informazioni fornite dal Giappone non permettono di sapere come la situazione andrà evolvendosi. A Tokyo, il portavoce del governo, Yoshihide Suga, ha avuto parole di biasimo nei confronti del provvedimento sudcoreano:

Le nostre norme di sicurezza sono strette, compresi i prodotti del mare, e si fondano sulle norme internazionali. Noi ci augureremmo che il governo sudcoreano agisse partendo da elementi scientifici.

Dalla centrale di Fukushima sono già sfuggite circa 400mila tonnellate d’acqua ricca di cesio, stronzio, trizio e alter sostanze radioattive. Questo volume aumenta di circa 400 tonnellate al giorno a causa delle infiltrazioni nei depositi in cui è stoccata l’acqua che ha il compito di raffreddare i reattori.

 

Fonte: Le Monde

 

Bombe Usa su barriera corallina in Australia, per i militari è stato un incidente

Due aerei da combattimento statunitensi hanno sganciato 4 bombe sulla barriera corallina in Australia. I militari si difendono e spiegano che è stato un incidente involontarioreef-594x350

Quattro bombe disarmate, sono state sganciate sabato, durante la Talisman SABER, l’esercitazione militare congiunta Usa-Australia lungo la barriera corallina, Parco marino e patrimonio dell’Unesco. I due AV-8B Harrier jet della Settima Flotta sono decollati dalla portaerei USS Bonhomme Richard che si trovava al largo delle coste del Queensland per una esercitazione in mare sabato mattina. Al momento dell’esercitazione, peraltro, sembra che nella zona prescelta fossero presenti anche imbarcazioni di civili. La causa dell’incidente, ossia il rilascio delle bombe in area protetta, secondo le prime spiegazioni fornite dai militari, sembra sia dovuta al fatto che gli aerei avessero terminato il carburante. I piloti così hanno deciso di disfarsi del peso a causa dell’emergenza. La Marina degli Stati Uniti e le autorità australiane stanno indagando sull’incidente. Le esercitazioni della Talisman SABER iniziate lo scorso 15 luglio dovrebbero concludersi il prossimo 6 agosto. La US Navy sta pianificando di recuperare le bombe che giacciono a circa 100 chilometri al largo e circa 16 miglia nautiche a sud di Bell Cay nel Parco Marino della Grande Barriera Corallina e i militari rassicurano circa il fatto che le bombe siano inerti. Anche la Difesa australiana ha dichiarato che:

Le bombe rappresentano il minimo rischio o pericolo per il pubblico, l’ambiente marino o il trasporto civile.

Ma Larissa Waters senatrice australiana del Partito dei Verdi Senatore ha dichiarato che è scandaloso che anche per emergenza siano sganciate bombe su un Patrimonio dell’Umanità:

Siamo completamente impazziti? È questo il modo in cui si tutelano le nostre aree Patrimonio Mondiale adesso? Lasciare che una potenza straniera ci sganci sopra delle bombe?

La Grande Barriera Corallina è un patrimonio mondiale dell’UNESCO ed è il più grande sistema di barriera corallina del mondo, composto da oltre 2.900 barriere individuali e 900 isole, si estende per più di 2.600 chilometri (1.600 miglia) lungo la costa nord-est dell’Australia.

Fonte: RT

Congo, affonda piattaforma petrolifera. “Fermare trivellazioni nei nostri mari”

È affondata nella notte del 2 luglio nell’Oceano Atlantico il Perro Negro 6, una delle 6 piattaforme marine ‘offshore’ di Saipem, sussidiaria di Eni. Il disastro, afferma Greenpeace, ripropone con urgenza la questione della sicurezza di questi impianti.

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Il Perro Negro 6, piattaforma marina che fa parte del gruppo Saipem (azienda leader nella realizzazione di impianti petroliferi e in ambito di perforazioni) è affondato, nella notte tra l’1 e il 2 luglio scorso, nelle acque dell’Oceano Atlantico. A renderlo noto, un paio di giorni fa, è stata la stessa Saipem, con un comunicato in cui vengono spiegati e ricostruiti gli andamenti dei fatti. Il bilancio dell’incidente, a quanto si sa fino adesso, è di un disperso e 6 feriti. Le cause, sembrano da imputarsi al cedimento del fondo marino sotto una delle 3 gambe del Perro. Altro dettaglio: la piattaforma, costruita nel 2009 in Indonesia e capace di lavorare in acque profonde più di 100 metri, si è inabissata precisamente all’altezza della foce del fiume Congo, tra l’Angola e la Repubblica Democratica del Congo (ad una profondità di circa 40 metri). Nella notte in questione, il mezzo stava compiendo delle operazioni di posizionamento che sarebbero state utili alla perforazione. Venendo meno il fondale, la struttura ha incominciato ad imbarcare acqua ed è scomparsa nelle profondità dell’oceano intorno alle 10.30 del mattino. Fortunatamente, avendo attivato per tempo l’allarme e avendo fatto evacuare la piattaforma, non c’erano membri dell’equipaggio. Eppure, nonostante questo, su 103 membri si contano un disperso e 6 feriti. La Saipem, per adesso, non sa se ci sono stati danni ambientali e sottolinea di aver preso tutte le misure di prevenzione previste e di essere assicurata sia per la perdita dell’impianto, sia che per eventuali danni ambientali e per la rimozione del relitto. Il fatto poi che il Perro Negro 6 operasse in acque non particolarmente profonde, attenuerebbe ancora di più l’investimento economico per rimediare a questo incidente. Il dramma della piattaforma Perro Negro 6, di proprietà dellaSaipem – sussidiaria di Eni – affondata ieri in Congo, ripropone con urgenza la questione della sicurezza di questi impianti, proprio quando anche nei nostri mari è in corso un vero e proprio assalto all’oro nero. E’ quanto afferma Greenpeace che ricorda come “a poco meno di un mese dallo sversamento di petrolio a Gela, Eni é di nuovo sul banco degli imputati”. “Pensare che la Saipem sarà capace di trivellare in piena sicurezza a 700 metri di profondità nel Canale di Sicilia mentre non riesce a gestire una perforazione a 40 metri in Congo è una follia. Eppure, negli studi di impatto ambientale presentati per farsi autorizzare i pozzi esplorativi nel Canale di Sicilia, Eni continua a non prendere in considerazione l’eventualità di un serio incidente”, dichiara Alessandro Gannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. Eni millanta procedure d’avanguardia che escluderebbero ogni rilevante pericolo, ma alla luce di quello che è successo alla Perro Negro 6, non sembrano eccessive le richieste delle autorità norvegesi che (dopo l’incidente della piattaforma Scarabeo8)avevano già chiesto a Saipem di rivedere “la gestione dei processi” e di “applicare misure che garantiscano la conformità con i requisiti relativi alla salute, sicurezza e l’ambiente, nella compagnia in generale.” Nonostante i continui disastri, e le ovvie carenze negli Studi di Impatto Ambientale, la Commissione di valutazione di impatto ambientale (VIA) avrebbe già dato parere favorevole per progetti di trivellazione dei giacimenti Cassiopea e Argo nel Canale di Sicilia, e ora si accinge a valutare la richiesta su Vela 1 [1]. Questa è l’ennesima dimostrazione che Eni non è in grado di operare in condizioni di sicurezza. “Non possiamo permetterci di rischiare nuove catastrofi sulle nostre coste. I progetti di estrazione di Eni – continua Greenpeace – rappresentano un serio pericolo per l’ambiente, per la nostra salute e per la nostra economia. Per questo motivo, chiediamo al Ministro dell’Ambiente di fare finalmente qualcosa e intervenire affinché la Commissione VIA effettui finalmente una seria e indipendente valutazione dei rischi delle attività petrolifere in mare. Allo stesso tempo, chiediamo a tutte le Regioni di schierarsi contro le speculazioni di giganti petroliferi senza scrupoli”.

Fonte: Greenpeace