Rifiuti a Roma: gli inceneritori non servono e una nuova economia è possibile

Alcune settimane fa è stato presentato ufficialmente il “Piano per la riduzione e la gestione dei materiali post-consumo” di Roma Capitale. Un programma di lavoro per certi aspetti rivoluzionario.9548-10308

Da “romano” sono stato sempre indotto a pensare che la continua crescita dei rifiuti a Roma fosse un fatto dovuto, un prezzo da pagare per l’espansione e la crescita economica della città. Da “ambientalista praticante” non ho mai accettato questo connubio e osservo che, per la prima volta, un’amministrazione capitolina disegna un percorso diverso, indica una strada nuova, che peraltro altre amministrazioni locali stanno già percorrendo ma che, considerando la dimensione della città di Roma, desta curiosità, interesse e partecipazione per i tanti cittadini romani che vivono sulla propria pelle da anni l’emergenza rifiuti. Ma ci sono certamente altri portatori di interesse che si stanno preoccupando che stavolta le cose cambieranno veramente a Roma e che ciò che per anni è stato un vero e proprio business per pochi diventerà un bene per la collettività. Non sarà facile attuare il nuovo Piano che viene qui di seguito sintetizzato e sarà necessario il continuo supporto di tutti i cittadini romani in quanto quello che accadrà nei prossimi cinque anni decreterà il successo o meno dell’intera operazione. Raggiungere l’obiettivo finale “rifiuti zero” sarà possibile solo con una seria programmazione di cui la prima fase 2017-2021 risulta la più difficile e delicata, visto il pregresso e i continui “ammonimenti” che arrivano da istituzioni che dovrebbero plaudere e sostenere azioni come quella lanciata da Roma Capitale invece che suggerire, inadeguatamente, di percorrere altre strade, le solite vecchie strade che portano all’incenerimento dei rifiuti, bengodi dei pochi che ci guadagnano e croce per i cittadini che ne subiscono gli effetti socio-sanitari, ambientali ed anche economici.

Il Piano per la riduzione e la gestione dei materiali post-consumo 2017-2021

In estrema sintesi, gli obiettivi che il Piano quinquennale 2017-2021 si pone riguardano la riduzione annuale di 200mila tonnellate di rifiuti, la raccolta differenziata portata al 70% e l’adozione di una “tariffa puntuale”. Queste linee programmatiche sono state ben esposte dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi, e dall’Assessore alla Sostenibilità Ambientale, Pinuccia Montanari, nel corso di una conferenza stampa nella quale è stato evidenziato che il nuovo Piano prevede la riduzione entro il 2021 della produzione di rifiuti annuali di 200mila tonnellate (circa il 12% rispetto al totale), l’aumento della raccolta differenziata dal 44% al 70%, la realizzazione di nuovi impianti di riciclo e compostaggio e una nuova organizzazione di AMA Spa (l’azienda capitolina che gestisce i rifiuti) basata su unità di Municipio. Il tutto per avviare Roma verso un’economia circolare e a Rifiuti Zero. Sulla base delle indicazioni fornite dall’Amministrazione capitolina, il Piano si basa su quattro importanti azioni: prevenire, riutilizzare, differenziare e valorizzare economicamente i materiali post-consumo, sviluppando un’economia fondata sul riciclo eco-efficiente ed il recupero di materia.  Oggi la città di Roma produce circa 1 milione e 700mila tonnellate di rifiuti all’anno che già con l’identificazione della terminologia “materiali post-consumo” si fa capire che possono diventare nuovamente risorse in grado di creare nuovi posti di lavoro utili e sostenibili, sviluppando al contempo una vera economia circolare nel rispetto dell’ambiente. Il primo obiettivo della riduzione della produzione di rifiuti del 12% entro il 2021 potrebbe essere ampiamento superato se tutte le azioni previste saranno attuate con successo. E’ stimata una riduzione potenziale fino al 16,5% del totale, circa 280.000 tonnellate/anno (vedi Tabella). Fondamentale sarà l’azione di rinnovo di AMA Spa, che, con il completamento della due diligence, permetterà di stabilire il punto di partenza della nuova gestione ed attuare un nuovo piano industriale coerente con il Piano quinquennale lanciato dall’Amministrazione capitolina. In particolare, risulta interessante l’idea della realizzazione delle AMA di Municipio (il territorio di Roma è suddiviso in quindici Municipi, ex Circoscrizioni), al fine di rendere l’Azienda più vicina ai cittadini e più efficace nei suoi servizi. Il Piano che porterà Roma Capitale verso l’obiettivo “rifiuti zero”, consta di 12 azioni e 5 progetti che, con il coinvolgimento della cittadinanza e del tessuto delle imprese della città, hanno lo scopo di far diventare Roma una delle città più virtuose in termini di riduzione della produzione pro-capite di materiali post-consumo. Le azioni e i progetti riguardano, tra gli altri, la Green Card per premiare i comportamenti virtuosi al programma contro lo spreco alimentare, il compostaggio domestico, la realizzazione di Centri di riparazione e riuso, il progetto Scuole Rifiuti Zero e quello dei Mercati rionali ad impatto zero fino all’adozione della tariffa puntuale che si basa sul principio del “più riciclo meno pago”. L’elenco completo delle azioni e dei progetti nelle tabelle che seguono:tabellarifiutiroma

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A monte di tutto vi è quindi il concetto di prevenzione e riduzione della produzione dei rifiuti che si attua attraverso interventi di carattere programmatico, con conseguenti vantaggi sia per il territorio che per i cittadini.  Attraverso il Piano non solo si ridurranno i quantitativi di materiali post-consumo, ma si svilupperà un’importante innovazione tecnologica del sistema di raccolta basato sulla raccolta domiciliare, da estendere gradualmente a tutta la città – entro il 2021 – valutando, insieme ai 15 Municipi, specifiche modalità contestualizzate rispetto alle diverse realtà territoriali.  È prevista la costruzione di Isole Ecologiche di Municipio, integrando e migliorando i Centri di Raccolta attualmente esistenti, introducendo per specifiche realtà, sia private che pubbliche, le Domus Ecologiche: piccole aree per la raccolta differenziata riservate a utenze specifiche (circa 50.000 nuove utenze raggiunte).  Il piano di ampliamento della raccolta differenziata domiciliare prevede un incremento di 100.000 nuove utenze ogni anno iniziando dal VI Municipio.  Attualmente, oltre 900.000 abitanti sono serviti dal porta a porta.

TARIFFA PUNTUALE: MENO PRODUCI, MENO PAGHI

L’obiettivo finale, per cittadini e utenze non domestiche, è applicare la tariffa puntuale per tutti, attraverso l’innovazione tecnologica ed un capillare programma di informazione. Varie esperienze hanno già dimostrato che, nei Comuni in cui è stata adottata la tariffa a volume, i rifiuti residui sono diminuiti in media del 15-20% mentre la sola raccolta domiciliare, unita sempre ad una efficace azione di comunicazione con il concreto coinvolgimento di tutti i cittadini, realtà associative ed imprese, potrà portare ad una riduzione della produzione di materiali post-consumo pari ad almeno al 10%. In base ai dati forniti da AMA Spa, nell’arco dell’ultimo bimestre (Febbraio-Marzo 2017), risulta una riduzione di materiali post-consumo del 3% con un conseguente risparmio in termini di costi di smaltimento e costi di raccolta pari a 3 milioni di euro.  Meno materiali post-consumo si producono, attraverso buone pratiche e nuovi stili di vita e abitudini, più risorse si possono risparmiare, con conseguenti benefici ambientali ed economici.  Questo è il concetto che l’Assessore Montanari e la sindaca Raggi hanno più volte sottolineato nel corso dell’avvio del Piano.

IMPIANTI DI COMPOSTAGGIO – SELEZIONE MULTIMATERIALE 

Il Piano prevede anche la costruzione, da parte di AMA Spa, di impianti per la valorizzazione della frazione organica, causa spesso di problemi ambientali se non raccolta, conferita e trattata correttamente. È in corso l’individuazione di aree per la costruzione di impianti di compostaggio aerobico che possano trattare almeno 120.000 tonnellate di organico.  Grazie al compostaggio di comunità, saranno installate 120 micro-compostiere a servizio della collettività. Per le esigenze della città di Roma, è allo studio la realizzazione di un impianto di selezione per multi-materiale (imballaggi di metallo e di plastica).  Il sistema impiantistico previsto sarà flessibile e innovativo, e basato su impianti di recupero di materia e riciclo eco-efficiente.

PIANO PARTECIPATO

Per un approccio partecipativo alle Politiche Ambientali, è stato convocato per la prima volta il Forum Ambiente di Roma Capitale con la partecipazione di oltre 50 associazioni che contribuiranno attivamente alle strategie per Roma sostenibile. Uno dei quattro tavoli di lavoro è specificatamente dedicato al tema della gestione sostenibile dei materiali post-consumo. Le realtà coinvolte potranno approfondire lo studio del Piano, divulgarlo tra i loro associati e suggerire anche dei miglioramenti.   Il Piano per la riduzione e la gestione dei materiali post-consumo 2017-2021 di Roma Capitale sarà parte integrante del nuovo Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) che sarà annunciato a breve dall’Amministrazione Capitolina e che punterà a ridurre le emissioni di gas climalteranti del proprio territorio di oltre il 40%. Tutte le informazioni di dettaglio e le schede tecniche delle azioni e progetti previsti nel Piano per la riduzione e la gestione dei materiali post-consumo 2017-2021 di Roma Capitale sono disponibili sul sito http://www.comune.roma.it/pmpc.

Fonte: ilcambiamento.it

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Inceneritori: la propaganda e il vero diritto alla salute

C’è chi fa il tifo per gli inceneritori, affermando che sono innocui e che non provocano danni alla salute. Ma non si tratta dei soliti imprenditori che hanno interessi economici nel fare queste affermazioni. Si tratta di medici. E alcuni medici in particolare… Ecco cosa risponde loro l’oncologa Patrizia Gentilini.

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L’antivigilia di ferragosto dall’agenzia adnkronos è stato diffuso un comunicato della SItI(Società Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) con 7 “verità” a supporto della presunta utilità e innocuità degli inceneritori di nuova generazione, posizione che sarebbe condivisa anche dall’Istituto Superiore di Sanità. Purtroppo sul sito ufficiale della SItI non è reperibile il comunicato originale e quindi ci si deve limitare a quanto diffuso da adnkronos e ampiamente ripreso dai media. C’è da rimanere profondamente sconcertati davanti alle “7 verità” perché non solo nessuna di esse è scientificamente supportata, ma addirittura alcune affermazioni sono in netto contrasto con ciò che emerge dalla letteratura scientifica. Non sono mancate pronte repliche sia da parte dell’Isde (l’Associazione dei Medici per l’Ambiente) che di Medicina Democratica, ma alcune considerazioni della SItI meritano di essere prese in esame.
Si afferma ad esempio che gli inceneritori “non provocano rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti” e che dallo studio epidemiologico Moniter “una delle più sofisticate ricerche al mondo sul rischio connesso alle emissioni di inceneritori […] si evidenzia chiaramente la assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti”. Come già tante volte ho avuto modo di scrivere sono viceversa numerosi gli studi scientifici (anche recentissimi) che dimostrano esattamente il contrario e descrivono effetti sia a breve (esiti riproduttivi, malformazioni, esiti cardiovascolari, respiratori) che a lungo termine (soprattutto tumori). E’ vero che per la gran parte (ma non per la totalità) si tratta di studi che riguardano impianti di “vecchia generazione”, ma dove sono studi epidemiologici che valutano gli effetti a lungo termine degli inceneritori di “nuova” generazione?
Quanto poi al Moniter – condotto dopo gli allarmanti risultati per la salute femminile emersi dall’indagine sugli inceneritori di Forlì, e costato ben 3 milioni e 400.000 euro di soldi pubblici – si fa presente che sono solo 2 gli studi usciti da questo immane lavoro che sono stati pubblicati su riviste internazionali. Tali studi segnalano un incremento statisticamente significativo del rischio di nascite pre-termine e di abortività spontanea in relazione alle emissioni degli impianti. Abortività spontanea e prematurità sono quindi per la SItI inquadrabili come “assenza di rilevanti rischi sanitari”? Ancora si afferma che le discariche inquinano più degli inceneritori, dimenticando che gli inceneritori (anche di terza generazione) necessitano di discariche speciali per le ceneri leggere, quelle che residuano dai filtri e dai processi di lavaggio dei fumi, residui tossici che non ci sarebbero senza la combustione. Ancora si parla di “un bilancio energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di teleriscaldamento come accade virtuosamente da anni in città come Brescia, Lecco e Bolzano”. In realtà dal punto di vista energetico, anche con le migliori tecnologie disponibili, si raggiunge un rendimento pari al 40% dell’energia associata ai rifiuti in ingresso, risultato che si può ottenere solo attraverso un uso efficiente del teleriscaldamento e di fatto realizzato solo nelle 3 città citate. In realtà secondo i dati della Epa a parità di materiale l’energia risparmiata con il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con l’incenerimento! E’ davvero deprimente constatare che si ridicolizza il concetto di “rifiuti zero”, non si conosce il concetto di “economia circolare” e si dipinge l’incenerimento come soluzione del problema rifiuti. Sono invece proprio questi impianti che ostacolano la soluzione dell’“emergenza rifiuti” perché – una volta costruiti – devono essere alimentati per decine di anni con grandissime quantità di rifiuti, impedendo riduzione, riuso e riciclo dei materiali. C’è quindi una “caccia” ai rifiuti per ogni dove – con ovvio aggravio del traffico pesante – o addirittura si assimilano i rifiuti speciali non pericolosi(prodotti da utenze commerciali e produttive) ai rifiuti urbani (gli unici di cui dovrebbe farsi carico l’amministrazione pubblica) pur di avere quantità adeguate da bruciare. La pratica della assimilazione è ampiamente diffusa in Emilia Romagna e Toscana e questo anche se la normativa comunitaria prevede che i rifiuti speciali siano gestiti a mercato libero, in quanto per la massima parte facilmente riciclabili. Si dimentica che gli inceneritori sono finanziati ogni anno con 500 milioni di euro pagati da tutti noi con la bolletta elettrica e questo trasforma l’incenerimento in un ottimo investimento per i gestori, ma non certo per la salute e l’occupazione. Non è certo da oggi che andiamo ribadendo questi concetti: se fossimo stati ascoltati e le risorse spese a favore degli inceneritori fossero state impiegate per raccolta domiciliare e centri di riciclo, quanti problemi avremmo risolto? Quanti ricoveri ospedalieri, sofferenze e morti avremmo risparmiato?
Davanti ad argomentazioni così banali e superficiali della SItI c’è solo da arrossire: come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella classe medica se una parte qualificata di essa si dimostra quanto meno così poco informata? Personalmente voglio ancora credere nel ruolo dei medici e della sanità pubblica e non rassegnarmi davanti a quella che vorrei fosse solo superficialità e incompetenza, ma non vorrei nascondesse intrecci con interessi che nulla hanno a che fare con la tutela della salute.
Dal blog di Patrizia Gentilini su Il Fatto Quotidiano

Inceneritori, 5 Regioni contro. Ma il governo va avanti

È passato con il sì di 15 Regioni e il no di 5 il cosiddetto “decreto inceneritori”, con cui il governo punta a costruire in Italia altri nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti. Un paese, il nostro, piantato nelle paludi degli interessi privati!inceneritori_decreto

Dalla conferenza Stato Regioni è uscito il sì al decreto inceneritori del governo Renzi (DPCM attuativo dell’articolo 35 del decreto legge 133/2014 che individua gli inceneritori considerati strategici a livello nazionale), ma non all’unanimità. Quindici Regioni hanno detto sì e 5 un no secco. Queste ultime sono Lombardia, Marche, Umbria, Abruzzo e Molise. Tutte le altre stanno agli “ordini” ma… con una foglia di fico: hanno condizionato l’ok all’accoglimento di un emendamento che introduca nel decreto il passo secondo cui possano essere le Regioni a decidere l’effettiva realizzazione e pianificazione degli impianti sulla base dell’evoluzione dei piani regionali di raccolta differenziata. Molti pensano che si tratterà soltanto di una mera ratifica di quanto deciso ai piani “più alti”… Intanto le associazioni ambientaliste si sono dichiarate profondamente deluse dal decreto. «Punti critici e ipotesi irricevibili»: questo in sintesi il commento di Zero Waste Italy, Fare Verde, Greenpeace, Legambiente e WWF Italia. Non bisogna dimenticare che il decreto era già respinto nel settembre scorso grazie alla mobilitazione delle associazioni e a un vasto fronte di Regioni che ne avevano rigettato l’impostazione e il disegno. «Il decreto, pur riducendo gli impianti cosiddetti strategici da 12 a 9, conferma gli assunti erronei pro-inceneritori di quello precedente. Si continua a puntare sull’incenerimento quando l’andamento della produzione di rifiuti solidi urbani è da anni in calo. E si presuppone che per corrispondere alle necessità di trattamento del rifiuto, obbligo previsto dalla Direttiva 99/31 sulle discariche, sia necessario far passare il rifiuto urbano attraverso sistemi di trattamento termico. Ma non è così, e lo ribadiamo al Ministro dell’Ambiente Galletti, che con questo assunto testimonia il suo sbilanciamento a favore dell’incenerimento, in contrasto con le sue dichiarazioni pubbliche».

Il nuovo decreto sull’incenerimento

«L’unica novità rispetto alla bozza dell’agosto scorso è l’eliminazione dei 3 nuovi inceneritori previsti al Nord (Piemonte, Veneto, Liguria). Per il resto viene confermata la previsione di 9 nuovi inceneritori nelle altre regioni già individuate (oltre all’ampliamento di un paio in Puglia e Sardegna) – spiegano le associazioni – Non vi è alcuna connessione logica con gli scenari incrementali previsti dal nuovo Pacchetto europeo sull’Economia circolare pubblicato il 2 dicembre 2015. Non vi è nessuna revisione dei calcoli per le Regioni con nuove programmazioni in corso di preparazione. Viene introdotto all’articolo 6 un comma che prevede la possibilità di revisione periodica delle previsioni del Decreto, ma solo “in presenza di variazioni documentate”, dunque solo a consuntivo e non in base alle previsioni delle programmazioni regionali per il futuro. In un altro comma dell’articolo 6 viene prevista la possibilità di tenere in considerazione anche “le politiche in atto relative alla dismissione di impianti (…) per le sole Regioni (…) caratterizzate da una sovraccapacità di trattamento (…)”: si tratta di un comma che intendeva evidentemente depotenziare il conflitto istituzionale con la Lombardia, ove il caso della sovraccapacità è clamoroso, ma senza alcuna coerenza».

Fonte: ilcambiamento.it

Inceneritori: oltre al danno anche la beffa

L’Italia rischia una procedura di infrazione e una multa per le autorizzazioni agli inceneritori, per non aver ottemperato all’adeguamento della propria normativa di classificazione secondo le norme europee. «Per accontentare le lobby di inceneritoristi pagheremo noi, prima in salute poi in soldoni» dice Sandra Poppi, battagliera esponente della lista civica ModenaSaluteAmbiente che a Modena si sta battendo contro un maxi-impianto sovradimensionato, ma la cui battaglia sta diventando la battaglia di tutti i comitati italiani di cittadini che chiedono a gran voce un radicale cambiamento della politica di gestione dei rifiuti.inceneritori_inquinamento

«Nell’agosto 2013 il governo Letta vara un decreto ministeriale per determinare il calcolo dell’efficienza energetica degli impianti di incenerimento. Scrive però numeri divergenti rispetto ai parametri europei: gli inceneritori italiani guadagnano un illecito vantaggio competitivo rispetto agli altri inceneritori europei e viene autorizzata, di fatto, l’emissione nell’aria di una quantità maggiore di inquinanti» spiega Sandra Poppi, che da anni si batte contro il maxi-inceneritore di Modena gestito dalla multiutility Hera, sovradimensionato rispetto alle esigenze locali. «Cosi, ogni inceneritore in Italia, e anche quello di Modena, che non stia lavorando a pieno regime puo’ importare rifiuti da bruciare sino al tetto massimo consentito, senza più alcun limite per quanto riguarda la provenienza. In Emilia Romagna la capacità totale degli inceneritori è di bruciare oltre 1 milione di tonnellate l’anno. Per il “fabbisogno” interno si bruciano invece “solo” circa 630.000 tonnellate di RSU. Questo significa che, potenzialmente, ci sono altre 400.000 tonnellate di rifiuti speciali da smaltire. Per l’inceneritore di Modena significa che la Società per Azioni Hera potrà bruciare 240.000 tonnellate l’anno di rifiuti e forse più, visto che andranno a saturazione del carico termico. Anche se per le nostre necessità ne basterebbero 130.000! Figurarsi se facessimo il porta a porta con tariffa puntuale, con ulteriore calo di rifiuti indifferenziati prodotti!». «Nel caso dell’inceneritore di Modena,  Medicina Democratica, nel gennaio 2014, denunciò tutto questo e numerose male-interpretazioni delle norme. Con una determinazione provinciale del novembre 2013 la Provincia di Modena ha riconosciuto, su richiesta del gestore Herambiente, l’applicazione al calcolo dell’efficienza energetica di un fattore correttivo (KC) in relazione alle condizioni climatiche dell’area, nella misura di 1,382. Questo riconoscimento è avvenuto sulla base dei contenuti del Decreto del Ministero dell’Ambiente varato appunto durante il governo Letta. Ed è proprio su questo decreto che è intervenuta l’Europa; nel 2014 ha chiesto al governo italiano di cambiare i parametri che erano stati introdotti pe poter arrivare a classificare gli inceneritori di rifiuti come valorizzatori di energia (mossa subdola, nda); la UE ha ritenuto quei parametri non conformi a quelli della direttiva europea Rifiuti del 2008.E sapete cos’ha fatto il governo? Ha aggravato la situazione perché con il decreto Sblocca Italia ha consentito cambi di classificazione degli inceneritori ancora una volta in modo non rispettoso della direttiva europea. Dopo le denunce, la Commissione europea ha avviato una procedura d’indagine, la UE-Pilot 5714/13/ENVI, che è ancora in corso. Le autorità italiane dovranno modificare il DM 7/8/2013, in modo da renderlo compatibile con le nuove disposizioni che verranno adottate, altrimenti una procedura di infrazione può essere aperta dalla Commissione».  Con che serietà, dunque, i governi italiani stanno portando avanti la politica di gestione dei rifiuti? E con quale obiettivo? Che sia l’interesse dei cittadini e dell’ambiente è assai poco probabile!

Fonte: ilcambiamento.it

Trivelle, incenerimento senza limiti, beni comuni svenduti e cemento senza regole: lo Sblocca Italia è legge

L’ex vicepresidente della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, ha definito il decreto Sblocca Italia «eversivo». Intellettuali, politici e movimenti lo hanno definito «una minaccia per la democrazia». Il decreto è stato convertito in legge la notte del 5 novembre scorso, dopo che il Governo ha posto per due volte la fiducia. Un’imposizione che ha tutto il sapore del “regime di Stato”.italiaapezzi

«Questo provvedimento costruisce un piano complessivo di aggressione ai beni comuni tramite il rilancio delle grandi opere, misure per favorire la dismissione del patrimonio pubblico, l’incenerimento dei rifiuti, nuove perforazioni per la ricerca di idrocarburi e la costruzione di gasdotti, oltre a semplificare e deregolamentare le bonifiche. E rilancia con forza i processi di privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali»: sono le parole con cui il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua commenta il decreto convertito in legge. Il Forum si è mobilitato a fianco degli operai che a Bagnoli hanno protestato il 7 novembre scorso contro «un atto che smantella le garanzie per un governo democratico del territorio, promuovendo l’assalto a risorse ambientali e beni comuni». Renzi se l’è data a gambe; doveva essere a Bagnoli quel giorno ma si è ben guardato dall’affrontare la folla, che si è scontrata con le forze dell’ordine con scene cui si sperava di non dover più assistere. Il Forum lancia un suo appello: «La lotta continua sui territori con cittadini, Regioni ed enti locali per evitare la devastazione dei mari italiani, del territorio e la mercificazione dei beni comuni». «Lo Sblocca Italia è solo un ulteriore favore fatto alle lobbies – spiega il Forum – Alle lobby dei rifiuti, incrementando l’incenerimento; a quelle dell’acqua, incentivando le privatizzazioni; a quelle del cemento, deregolamentando il settore; a quelle del petrolio, favorendo nuove trivellazioni come in alta Irpinia, nel Sannio, nei golfi di Napoli e di Salerno». Domenica 9 novembre sono scesi nelle piazze d’Italia anche gli attivisti del Movimento 5 Stelle: «Con questo provvedimento – dicono – si consegneranno le nostre coste ai signori delle trivelle, che potranno senza troppi pensieri scavare la terraferma e i fondali marini per la ricerca di petrolio. Noi diciamo stop alle trivellazioni!

Il decreto Sblocca Italia in realtà è uno Sfascia Italiache non farà altro che affondare il paese, in questo caso, in un mare di petrolio. Il governo di Matteo Renzi ha deciso di tendere una mano alle compagnie petrolifere. A tutti i progetti di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi in terraferma ed in mare, si vuole attribuire carattere di interesse strategico e di pubblica utilità, finanche a considerarli urgenti e indifferibili. Si cancella così, con un colpo di mano, la competenza autorizzativa che la nostra Costituzione riserva alle Regioni». Un’analisi puntuale del provvedimento la si trova nell’e-book di Altreconomia, che potete scaricare cliccando qui: “Rottama Italia”. Emerge chiaramente come il decreto incentivi e finanzi la realizzazione di infrastrutture pesanti (autostradali ma anche energetiche), porti all’estremo la deregulation in materia edilizia, fomenti la privatizzazione dei beni demaniali, scommetta sui combustibili fossili, affossi i meccanismi di controllo istituiti dallo Stato nell’interesse pubblico. Massimo Bray, già ministro dei Beni culturali del governo Letta e oggi parlamentare del Pd, afferma: «Siamo di fronte all’ennesimo intervento emergenziale, derogatorio ed eterogeneo con cui si bypassa il dibattito parlamentare». E parla di una «erosione delle competenze parlamentari», e di un governo come «dominus incontrastato della produzione normativa». Nel suo intervento nell’e-book Salvatore Settis, archeologo e già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, spiega in che modo lo Sblocca-Italia introduca un meccanismo radicale, «sperimentandolo (per cominciare) con la costruzione di nuove linee ferroviarie: l’Ad delle Ferrovie è Commissario straordinario unico e ogni eventuale dissenso di una Soprintendenza può essere espresso solo aggiungendo ‘specifiche indicazioni necessarie ai fini dell’assenso’», affermando «così implicitamente che qualsiasi progetto, pur con qualche aggiustamento, deve sempre e comunque passare». Alle Regioni, inoltre, è negata la possibilità di effettuare le procedure di Valutazione d’impatto ambientale (Via)per le «istanze di ricerca, permessi di ricerca e concessioni di coltivazione [di idrocarburi]», la cui competenza passa al ministero dell’Ambiente. «L’obiettivo è snellire il tempo delle autorizzazioni ed evitare impedimenti dai territori» scrive Pietro Dommarco, richiamando anche l’incostituzionalità delle “pacchetto energetico” dello Sblocca-Italia, che estromette gli enti locali dai processi decisionali. Dice Tomaso Montanari, storico dell’arte dell’Università di Napoli e curatore del volume: «Vogliamo un Paese che sappia distinguere tra cemento e futuro. E scelga il futuro». Mai come ora, dunque, è l’ora della mobilitazione; i cittadini possono organizzarsi, protestare, fare sentire a loro voce, la loro presenza, la loro indignazione. E’ il momento di schierarsi.

Fonte: ilcambiamento.it

Piove governo ladro

Se non ci fosse da piangere, ci si potrebbe anche fare una risata alla battuta ormai trita ma sempre attuale: piove governo ladro. Piove, non c’è dubbio alcuno: alla prima pioggia autunnale mezza nazione affoga, le scuole vengono chiuse in diverse regioni…piove_governo_ladro

Il resoconto è un bollettino di guerra urbana: Carrara sott’acqua, acqua alta a Venezia, Roma in allerta con scuole chiuse, Liguria in regime di terrore con le ferite ancora aperte dell’alluvione di qualche settimana fa, fiumi dovunque ai livelli limiti o già esondati, eccetera eccetera. Ma il governo ladro cos’ha a che fare con tutto ciò? «L’Italia sprofonda, manca la gestione del territorio» dicevano i geologi nel dicembre 2013 quando le alluvioni devastarono Abruzzo, Sardegna, Marche e Basilicata. Le Regioni avevano stimato in 40 miliardi le risorse necessarie per mettere in sicurezza i territori, il governo aveva stanziato 180 milioni…non è un refuso, è proprio così. E l’attuale decreto Sblocca Italia ha stanziato altri fondi insufficienti (il ministro parla di poco più di 2 miliardi che verranno sbloccati [sbloccati badate bene, non destinati ex novo: vuol dire che c’erano già ma non sono stati spesi per quello a cui dovevano servire], c’è chi annuncia cifre superiori, ma sempre lontanissime da quanto servirebbe), prevedendo tra l’altro che i lavori urgenti siano svolti senza gara pubblica; ciò permetterebbe da una parte di accelerare i cantieri e dall’altra presta evidentemente il fianco al rischio di infiltrazioni mafiose (che già peraltro sono massicciamente presenti anche con le gare pubbliche) e al rischio che la gestione dell’emergenza e della messa in sicurezza si costruisca sopra un sistema di deroghe ed eccezioni da schizofrenia. A Genova dovrebbero andare 100 milioni, peccato che solo la scorsa alluvione abbia generato danni per 300 milioni. In “compenso”, nello Sblocca Italia sono inserite anche tutte le norme che daranno il via libera al moltiplicarsi degli inceneritori e delle trivelle e alla privatizzazione dell’acqua. Come dire…se volete i soldi per i lavori delle emergenze, dovete cuccarvi anche tutto il resto! A un prezzo per nulla vantaggioso, dal momento che l’attuale governo annuncia tagli di tasse ma di fatto le aumenta. Ha fatto i conti Giacomo Zucco, blogger de Il Fatto Quotidiano: «Guardando l’insieme della slide (di Renzi, nda) e considerando come valide tutte le ipotesi più ingenuamente ottimistiche, abbiamo: 17,5 miliardi di tagli di tasse e 19,4 miliardi di aumenti di tasse, attuali o future (come minimo 2 miliardi di tasse in più);15 miliardi di tagli di spesa e 18,5 miliardi di aumenti di spesa(come minimo 3,5 miliardi di spesa in più)».

Piove, governo ladro!

Fonte: ilcambiamento.it

Inceneritori, per Legambiente il dl Sblocca Italia è uno “sblocca inceneritori”

L’associazione definisce il decreto legge Sblocca Italia inutile e dannoso e lo soprannomina decreto “sblocca inceneritori”: “Il successo della raccolta differenziata ha notevolmente ridimensionato il bisogno del recupero energetico da combustione di rifiuti urbani non altrimenti riciclabili”380590

Il decreto legge Sblocca Italia, varato dal governo Renzi il 13 settembre scorso, continua ad essere contestato. Dopo le dure critiche di Peacelink, che ha definito il dl “un attacco all’ambiente senza precedenti”, le proteste di numerose regioni del nord italia che si oppongono all’articolo 35 “che favorisce la libera circolazione dei rifiuti nazionale e incrementa il carico termico degli inceneritori esistenti, e le preoccupazioni espresse dall’Asso Arpa, l’associazione delle agenzie regionali per l’ambiente, per l’aumento del rischio sanitario, anche Legambiente ha espresso nuove critiche. L’associazione era già intervenuta in occasione della campagna “Puliamo il mondo” di fine settembre, attraverso le parole di Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, il quale aveva detto che “con lo Sblocca Italia il governo fa una scelta sbagliata affidandosi a una tecnologia declinante, prospetta un futuro di investimenti per la costruzione di nuovi inceneritori e per il potenziamento di quelli esistenti: investimenti che richiederanno anni per essere operativi mentre la gestione efficiente dei rifiuti sta già mettendo fuori mercato gli inceneritori attuali”. Adesso arriva una nuova nota dalla segreteria nazionale che non lascia spazio a dubbi, definendo lo Sblocca Italia un decreto “sblocca inceneritori”. Ecco il comunicato dell’associazione:

Lo sblocca inceneritori è inutile oltre che dannoso. Il successo della raccolta differenziata finalizzata al riciclaggio di questi anni ha infatti determinato due conseguenze: ha sostenuto sempre di più la filiera industriale del recupero delle materie prime seconde, uno dei pilastri della nostra green economy, e ha notevolmente ridimensionato il bisogno, per la chiusura del ciclo nei vari territori, del recupero energetico da combustione di rifiuti urbani non altrimenti riciclabili.
Alla crescita importante del recupero di materia si sta aggiungendo, finalmente, anche la novità della riduzione della produzione dei rifiuti. Negli ultimi anni c’è stata una riduzione che non auspicavamo, quella causata dalla crisi economica che ha avuto conseguenze anche sui consumi e quindi sulla produzione dei rifiuti. Nel frattempo però si cominciano a vedere i primi effetti delle politiche di prevenzione locale messe in campo soprattutto da alcuni enti locali (Regioni, Province, Comuni) con un contenimento, in alcuni casi con una riduzione, dei quantitativi di rifiuti prodotti. E tutto questo è avvenuto in assenza di un efficace programma nazionale di prevenzione (quello approvato dal ministero dell’Ambiente nell’autunno 2013 è una dichiarazione di intenti non vincolante).
L’aumento del riciclaggio e il trend di riduzione dei rifiuti rendono problematica l’alimentazione di impianti “rigidi” come gli inceneritori che notoriamente non possono essere modulati nel flusso di rifiuti che li alimentano. Il quadro impiantistico sull’incenerimento in Italia è ormai saturo: ci sono regioni dove la potenzialità impiantistica di combustione dei rifiuti è sovradimensionata e quindi va ridotta dismettendo gli impianti più vecchi (è il caso della Lombardia e dell’Emilia Romagna); ci sono regioni, soprattutto al centro sud, dove sono stati costruiti negli ultimi 10 – 15 anni impianti per bruciare i rifiuti per colmare un deficit impiantistico “immaginario”, spacciato furbescamente come uno dei motivi alla base delle emergenze rifiuti; ci sono regioni dove i risibili quantitativi di rifiuti in gioco rendono superfluo realizzare un impianto dedicato. In questo scenario non ha più senso costruire nuovi impianti di incenerimento/gassificazione per rifiuti (il contrario sarebbe un incomprensibile regalo alla lobby dell’incenerimento). È invece fondamentale procedere alla realizzazione di impianti di digestione anaerobica per l’organico da raccolta differenziata e per altri rifiuti biodegradabili compatibili (fanghi di depurazione, residui agroindustriali, etc.), ancora poco presenti soprattutto nelle regioni centro meridionali.

Fonte: ecodallecitta.it

Renzi sdogana trivelle e inceneritori

Un futuro per l’Italia pieno di trivelle e di inceneritori, dove bruciare rifiuti è più conveniente che fare la raccolta differenziata e dilaniare territorio per cercare idrocarburi viene definito strategico. Un “affarone” che questo premier sta confezionando pezzo per pezzo dileggiando chi critica e obietta e preparandosi a farsi largo “a prescindere”.inceneritore_renzi

Mercato libero non più solo per i rifiuti speciali (quelli già girano da sud a nord e viceversa facendo girare tanti soldi e non sempre puliti), ma anche per i rifiuti solidi urbani che verranno bruciati non solo negli inceneritori già esistenti ma anche in nuovi impianti che sarà sempre più conveniente costruire ma che poi, per far tornare i conti, dovranno continuare a bruciare senza sosta e sempre di più. L’impegno per la raccolta differenziata è solo a parole, ma siccome sarà meno conveniente dell’incenerimento, sfidiamo anche il più allocco o il più in malafede a pensare o raccontare che sarà la priorità. E gli inceneritori saranno gestiti da società partecipate con l’aiuto dello Stato; così i cittadini pagheranno gli inceneritori prima con le tasse e anche dopo con le bollette. Il decreto sblocca Italia, messo a punto dal ministro Gian Luca Galletti, prevedrebbe una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”, dando di fatto il via libera alla circolazione dell’immondizia da una regione all’altra senza più bisogno di procedure particolari; tra gli obiettivi ci sarebbe anche quello della costruzione di nuovi impianti “di termotrattamento”, definiti “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”. Finora a far sentire a voce alta la sua protesta sono stati movimenti e cittadini della Lombardia, che, come le altre del Nord e Centro, sarà penalizzata da queste norme. E non solo: la Regione Lombardia, denunciando come svolta autoritaria il decreto stesso, ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale contro di esso. Intanto molto ci cova anche per le trivellazioni, insomma, come sostengono le associazioni ambientaliste, Renzi sembra proprio inseguire «il miraggio di un Texas nostrano», considerando «strategiche tutte le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, diminuendo l’efficacia delle valutazioni ambientali, emarginando le Regioni e forzando sulle norme che avevano dichiarato dal 2002 off limits l’Alto Adriatico, per il rischio di subsidenza». La denuncia arriva da WWF, Legambiente e Greenpeace che chiedono ai membri della Commissione Ambiente della Camera dei deputati di decidere per l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge Sblocca Italia n. 133/2014. «L’Italia stenta a definire una roadmap per la decarbonizzazione. Punto di riferimento delle politiche governative è ancora la SEN – Strategia Energetica Nazionale – mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, nella quale viene presentata una stima di 15 miliardi di euro di investimento (un punto di PIL!) e di 25 mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia» dicono le associazioni. «Ma è da tempo noto che il nostro petrolio è poco e di scarsa qualità. Secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 8 settimane. Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi». Gli ambientalisti sottolineano come «l’accelerazione indiscriminata impressa dal Governo metta a rischio la Basilicata che è interessata in terra ferma da 18 istanze di permessi di ricerca, 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi per circa i 3/4 del territorio. E non è esonerato dalla corsa all’oro nero neanche il mare italiano. In totale le aree richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per circa 29.209,6 kmq di aree marine, 5000 chilometri quadrati in più rispetto allo scorso anno. Attività che vanno a mettere a rischio il bacino del Mediterraneo dove si concentra più del 25% di tutto il traffico petrolifero marittimo mondiale provocando un inquinamento da idrocarburi che non ha paragoni al mondo». Ci sono 7 buoni motivi per chiedere l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge 133/2014, perché le disposizioni in esso contenute:

1) consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi senza individuare alcuna priorità;

2) trasferiscono d’autorità le VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente;

3) compiono una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni cui al vigente Titolo V della Costituzione;

4)  prevedono una concessione unica per ricerca e coltivazione in contrasto con la distinzione tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi del diritto comunitario;

5) applicano impropriamente e erroneamente la Valutazione Ambientale Strategica e la Valutazione di Impatto Ambientale;

6) trasformano forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico legato alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in “progetti sperimentali di coltivazione”;

7) costituiscono una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/13/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

Fonte: ilcambiamento.it

Inceneritori, diossina e salute: Atia Iswa Italia risponde ai comitati anti inceneritore

L’Associazione Tecnici Italiani Ambientali che aderisce all'(International Solid Waste Association ribatte alle affermazioni dei comitati anti inceneritore, riprese negli ultimi giorni anche da Beppe Grillo. Di seguito il botta e risposta fra le associazioni, su inquinamento, diossine e conseguenze per la salute376053

La posizione di Atia IswaLa concentrazione media delle polveri inquinanti nei fumi prodotti dagli impianti di incenerimento si sono ridotte in 50 anni di 1.000 volt ee quella delle diossine di oltre 5.000 volte
“Molti cittadini pensano che gli inceneritori siano inquinanti”, evidenzia David Newman – Presidente di Atia Iswa Italia, “e lo erano sicuramente negli anni passati (vedi tabella in allegato), ma oggi svedesi, tedeschi, danesi, austriaci, francesci, belgi, norvegesi, bresciani, bolognesi, milanesi (e l’elenco potrebbe continuare) convivono tranquillamente con questi impianti, anche nei centri delle loro pulitissime città. Occore capire perché Beppe Grillo semina una paura che i nostri concittadini europei non condividono; è interessante notare che nelle aree del mondo in cui esistono gli inceneritori la gente non ne ha paura, mentre laddove non ci sono impianti la gente convive con i disagi delle discariche e spesso con i rifiuti per strada. E’ un paradosso davvero strano. Grazie all’efficacia delle battaglie ambientaliste e all’evoluzione normativa degli ultimi quattro decenni le emissioni legate alla termovalorizzazione dei rifiuti si sono sensibilmente ridotte. Quindi, mangiate tranquillamente il parmiggiano e il prosciutto di Parma, usate meno l’automobile, non bruciate in modo incontrollato i rifiuti e non utilizzate i fuochi d’artificio”.
“Per capire il reale impatto delle emissioni degli inceneritori – si legge nella nota di Atia– è utile confrontare queste emissioni con le altre fonti. Gli inceneritori di ultima generazione inquinano complessivamente meno dei fuochi d’artificio, del traffico stradale o della generazione di elettricità. (Vedi tabella2). Prendendo in considerazione, ad esempio, le fonti delle emissioni inquinanti in atmosfera in Gran Bretagna nel 2012, appare evidente che il contributo all’inquinamento proveniente dal trattamento rifiuti è veramente ridotto rispetto ad altre fonti industriali e al traffico. Senza contare i danni associati alla combustione abusiva dei rifiuti solidi all’aria aperta. Numerose ricerche hanno evidenziato che la combustione di rifiuti all’aperto crea un rischio sanitario elevato. Addirittura, negli inventari delle fonti inquinanti compilati dall’UNEP sugli inquinanti organici persistenti, la combustione all’aria aperta di rifiuti rappresenta la più grande sorgente di emissioni di diossine (PCDD/F) per le nazioni povere o in via di industrializzazione: fino all’80% del totale delle emissioni di diossine. Uno studio dell’USEPA ha stimato che bruciare i rifiuti giornalieri di circa 30 – 40 famiglie produce emissioni di PCDD/PCDF comparabili a quelle di un inceneritore attrezzato con tecnologie di abbattimento ad alta efficienza dalla capacità di 200 t/g, che cioè serve circa 150.000 famiglie: da 50.000 a 4.000 volte superiori”.

Il comunicato della Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma  GCR
Due righe di Beppe Grillo sul rischio diossina-inceneritore e scoppia il mondo. Il web ribolle di notizie, repliche, rilanci, indignazione. Ma come, un camino emette diossina (e metalli pesanti, furani, ed altri mille infinitesimi veleni) e si deve far finta di nulla? Ancora la storia della sordina per il bene di Parma e della food valley? Quanti anni abbiamo passato a ripetere lo stesso identico concetto: il forno è un rischio per la food valley. Lo abbiamo detto a tutti gli incontri, con politici, sindacalisti, imprenditori, partiti, associazioni, cooperative, industriali, commercianti, sindaci, assessori, preti, vescovi. Lo abbiamo ripetuto agli incontri pubblici, nelle trasmissioni televisive, alle manifestazioni, nelle interviste radiofoniche, nelle migliaia di articoli pubblicati, sui siti, nei blog, nei social networks. Sono anni (il Gcr è nato nell’aprile 2006, quando Ugozzolo era un campo agricolo rigoglioso e fiero di prodotti della terra) che andiamo cocciutamente a scandire il nostro tam-tam sempre uguale: “Dovete scegliere tra la valle del cibo buono e la valle delle grige ceneri”. Non è servito a niente. Si accende il camino, finalmente hanno detto in tanti, e scoppia il caos. La food valley sull’orlo del baratro. E di chi è la colpa? Ma di Grillo, naturalmente. Che ha avuto il coraggio di raccontare la verità che tutti conoscono. Che questi impianti sono industrie insalubri di classe prima.  A Torino, dopo la recente inaugurazione dell’altro inceneritore Iren nuovo di zecca, siamo al quarto fermo impianto. A Parma ad aprile Arpa ha mandato un esposto in procura per le emissioni fuori norma di Ugozzolo in fase di prova di accensione. Un inceneritore è una minaccia, una pistola carica costantemente puntata alla tempia. A Montale le diossine hanno inquinato i campi e i prodotti dei campi. A Pietrasanta il camino ha inquinato i torrenti a fianco dell’impianto, 3 km dalla spiaggia, l’inceneritore è stato sequestrato, il processo iniziato, gli imputati hanno chiesto il patteggiamento. A Colleferro 13 arresti per dati di emissione taroccati e traffico illecito di rifiuti pericolosi. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Del resto, aldilà delle evidenze penali e dei casi di sequestro, sono i medici che da tempo hanno lanciato l’allarme su questo tipo di impianti. Le alte temperature di esercizio, motivate dal tentativo di abbattere la produzione di diossine (quindi le diossine si producono eccome) provoca il classico altro lato della medaglia. La massiccia produzione di polveri ultrafini che oggi sono state riconosciute a livello mondiale dall’Oms come responsabili certe di molte malattie respiratorie e cardiovascolari, ma anche degenerative, ormai abituali dei tempi contemporanei. E’ per questo che l’ordine dei medici dell’Emilia Romagna fece richiesta nel 2007 di una moratoria sui nuovi impianti di incenerimento, mettendo in allarme la comunità scientifica ma non riuscendo nel loro intento. Moratoria chiesta di nuovo nel 2012. Anche gli studi ufficiali come Moniter, nonostante i limiti insiti nella metodologia, hanno evidenziato una diretta correlazione tra vicinanza agli impianti e parti pre termine, un indice di sofferenza del feto che non possiamo ignorare. Le polveri ultrafini, impossibili da bloccare nemmeno per i filtri più efficienti e con maglie fittissime, entrano direttamente negli alveoli polmonari, opprimendo gli organi, addirittura mettendo a rischio la corretta trasmissione del Dna, con la loro capacità di “confondere” le nostre cellule più preziose.  Nelle grida di queste ore non abbiamo letto da nessuna parte un approfondimento sulla reale incidenza degli inceneritori nella salute delle popolazioni che abitano nel raggio della loro azione. La salute dovrebbe invece porsi davanti a tutto il resto. E’ per questo motivo che la nostra associazione non attenuerà la propria opposizione a questo impianto pericoloso e porrà in atto tutte le strategie per farlo chiudere nel più breve tempo possibile. Per il bene di Parma. E della food valley.ecodallecitta

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Fonte: eco dalle città

No inceneritori, biomasse e biogas in Umbria: 11 maggio manifestazione a Terni

Decine di impianti a biomasse, biodigestori e in generale impianti a combustione già attivi o previsti in tutta la regione senza il coinvolgimento della popolazione locale nel processo decisionale. Comitati e associazioni di cittadini dell’Umbria scenderanno in piazza l’11 maggio a Terni per denunciare questo atteggiamento delle amministrazioni e riaffermare il diritto a lottare in difesa dei territori, della salute e di un futuro sostenibile.impianto_biogas

I comitati e le associazioni di cittadini firmatari, attivi in diversi comuni della regione Umbria denunciano la condizione di emergenza che i nostri territori stanno sopportando a seguito della costruzione di decine di impianti a biomasse, bio digestori e in generale a combustione già in produzione e/o previsti in tutta la regione. Alla data di oggi infatti se ne contano circa trenta. In nessuno di questi casi la popolazione locale è stata coinvolta nel processo decisionale dalle amministrazioni, ma solo ex post messa di fronte al fatto compiuto, spesso con l’impianto in avanzato stato di costruzione. Del resto la stessa legislazione vigente permette ciò, non recependo l’importanza della decisione condivisa in merito a impianti che hanno una ricaduta consistente in termini di accumulo di inquinanti. Valga come esempio la situazione della conca Ternana, già pesantemente colpita da emissioni di origine industriale, alle quali si sommano, malgrado la ferma opposizione dei cittadini e le stesse caratteristiche orografiche, un impianto di incenerimento di rifiuti da 10 Mw a cui presto si sommerà una seconda centrale a biomasse e linoleum da 4 Mw. L’Umbria, conosciuta anche come ‘polmone verde’ d’Italia, è già punteggiata da centinaia  di ettari di impianti fotovoltaici a terra, progetti eolici e metanodotti sui crinali. Inoltre la vocazione agricola della nostra regione volta alla salvaguardia dell’ambiente e delle biodiversità è altamente compromessa dal proliferare di queste decine di centrali a biomasse e bio digestori, poiché il loro approvvigionamento di combustibile rende  necessarie anche le coltivazioni dedicate, le quali, oltre all’inquinamento dei terreni e la loro degradazione nel corso di un solo decennio per l’uso massiccio di concimi e diserbanti, mettono a repentaglio la sovranità alimentare di intere popolazioni più o meno vicine e causano di fatto l’estinzione delle piccole produzioni agricole già duramente provate dalle normative vigenti in materia. Note sono le società, per le quali l’Italia vanta un triste primato numerico, che su tali fenomeni speculano e non può che spaventare il loro ingresso sul nostro territorio. Riteniamo che ciò sia possibile esclusivamente grazie ad una incentivazione alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e assimilate che non ha alcuna rispondenza con una strategia di reale efficienza energetica, ma che per ora di contro alimenta solo circuiti speculativi; tale inefficienza è stata reinterpretata anche dal Piano Energetico Regionale che peraltro ha fissato una percentuale obbiettivo di energia da fonti rinnovabili già ampiamente superata. Risulta poi foriero di dubbi e sospetti, e ne chiediamo conto anche alla Presedente Marini, il fatto che l’attuale Assessore Regionale all’Ambiente Silvano Rometti, di cui sono già state chieste le dimissioni, continui a ricoprire l’incarico malgrado il suo personale conflitto di interessi. Allo stesso modo chiediamo la sospensione del Direttore dell’ARPA di Terni fin quando non siano chiarite le sue responsabilità oggi oggetto di indagini giudiziarie.

Comuni, Province e Regione hanno dimostrato di non essere in grado di rappresentare un interlocutore serio per le popolazioni. Riteniamo indispensabile denunciare questo atteggiamento e di contro riaffermare il nostro diritto a lottare in difesa dei territori, della salute e di un futuro di vera sostenibilità. Per questo invitiamo alla manifestazione regionale dell’11 maggio a Terni, ore 16 Piazzale della Rivoluzione Francese al lato della stazione.

Comitato No Inceneritori Terni, Italia Nostra Terni, WWF Terni, Comitato Salviamo la Valnerina, Comitato No Biomasse Avigliano, Coordinamento regionale Terre Nostre, Coordinamento Regionale Rifiuti Zero, Comitato tutela patrimonio ambientale Acquasparta, Italia Nostra Regionale, Italia Nostra Valnerina, Coordinamento regionale Fonti Energie Rinnovabili, Comitato Colle Umberto, Comitato Aria Pulita Massa Martana, Comitato Inceneritori Zero, No Biogas Narni, Movimento contadino Genuino Clandestino Umbria.

Fonte: il cambiamento