Ecco i costi ambientali ed economici degli incendi. Le soluzioni? Ci sono, basta volerle applicare

È un’analisi agrodolce quella che tira le somme dei danni provocati dai roghi dell’estate 2021. Da un lato abbiamo milioni di euro spesi non sempre avvedutamente e politiche regionali spesso inspiegabilmente carenti nei confronti della prevenzione. Dall’altro ci sono tecnologie all’avanguardia che hanno già dimostrato la loro efficacia e una rete di cittadini e associazioni sempre più attiva nel chiedere che l’emergenza incendi venga affrontata finalmente in maniera seria e definitiva.

80.000.000 di euro è il costo del servizio aereo per i tre mesi estivi. La flotta Canadair dello stato, pilotata dalla società Babcock, ha effettuato 5547 ore di volo dal 15 giugno al 22 settembre e 1048 ore di volo con gli elicotteri dei Vigili del Fuoco, per un costo di oltre 59 milioni di euro comprensivi della quota fissa dell’appalto. Le regioni interessate dagli incendi questa estate sono state Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo, Toscana e Liguria. Oltre 50.000 roghi hanno richiesto l’aiuto di forze francesi. Rispetto al 2020 si è registrato un aumento del 256% in tema di incendi. La Sicilia detiene il record: nel 2021 sono andati a fuoco 78.000 ettari. Seguono la Sardegna con oltre 20.000 – tra aree verdi e uliveti millenari – e la Calabria con oltre 11.000 ettari e 5 morti. Senza contare le migliaia di animali morti, l’impatto devastante sul territorio provocato dai fuochi e la spesa economica richiesta per fronteggiare questo disastro.

A leggere questi dati, peraltro incompleti, lo sconforto prende il sopravvento. Un’emergenza che vale non solo per l’Italia, ma anche per altri paesi dell’Europa e del mondo. Eppure esiste una rete attiva di cittadini e associazioni che si batte quotidianamente per evitare che gli incendi proliferino nel nostro territorio. Sono anche disponibili tecnologie capaci di rilevare un principio d’incendio entro 100 secondi e, grazie a un sistema di geolocalizzazione, avvertire immediatamente le sale operative. In Italia succede però che una regione come il Lazio decide di avvalersi di sistemi del genere e un’altra come la Sardegna, nonostante abbia installato dei dispositivi simili già nel 1985, decide di smantellarliLa tecnologia è un valido aiuto se è al servizio dell’uomo e se viene adattata alle singole aree e agli operatori, altrimenti può risultare poco efficace e dannosa. Claudio Becchetti – responsabile del progetto SES5G, Secure Environment supervisor empowered by Satellite and 5G technology, co-finanziato da Leonardo in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana e ASI e da vari partner come EPG e Giorgio Pelosio, esperto in sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi da più di 35 anni – in occasione dell’evento “La prevenzione degli incendi boschivi”, svoltosi lo scorso 16 ottobre in Sardegna, ha raccontato degli esiti più che vantaggiosi attuati all’interno del parco di Castel Fusano, vicino Roma, sotto il profilo dell’ordine pubblico, degli incendi e della protezione dell’ambiente attraverso tecnologie innovative, come satelliti e droni.

«Questa estate a Castel Fusano veniva innescato un incendio quasi ogni giorno. All’interno della pineta vi sono centinaia di piccole radure, luoghi perfetti per lasciare rifiuti e appiccare fuochi. Sono tanti i pini secchi, negli anni è andato distrutto circa il 30% della pineta. Quest’anno si sono ridotti parecchio gli incendi, anche perché era stato annunciato l’uso di questi dispositivi di sorveglianza e controllo del territorio attraverso anche telecamere nei punti di accesso alla pineta».

«Non ha bruciato nulla e gli interventi effettuati hanno utilizzato solo mezzi di terra. Questo tipo di tecnologia rileva un principio di incendio entro 100 secondi. Se si interviene subito non servono elicotteri e mezzi aerei. Tutti gli strumenti sono geolocalizzati e consentono di avvisare immediatamente le sale operative e i vigili del fuoco. Gli incendi sono visibili anche a 15 chilometri di distanza».

Il sistema si avvale anche dell’esperienza di Leonardo, che sviluppa tecnologie per incendi da un centinaio di anni: ha cominciato con gli elicotteri nel 1907, poi i droni, fino ad arrivare ai satelliti nel 1985. Dallo spazio viene in aiuto una serie di satelliti come Prisma, con un sensore tra i più evoluti a livello mondiale che indica qual è il livello di acqua sul territorio, dove sono le biomasse e quale vegetazione ha più difficoltà, calcolando così l’indice di rischio.

Si gioca tutto sulla tempestività: più minuti trascorrono dall’inizio del fuoco, più ingenti e gravi saranno i danni. Eppure in Sardegna – ad Arzana per l’esattezza –, dove una sperimentazione simile è partita più di vent’anni fa, si sta pensando di smantellare tutti gli impianti esistenti. Già nel 1999 c’era stata una forte opposizione da parte del Corpo Forestale Regionale che aveva portato allo spegnimento degli impianti nel 2000. Dal 2003 al 2005 9 impianti su 25 furono riaccesi per volere della Corte dei Conti e dell’Assessore all’Ambiente dell’epoca. Da allora sono completamente inutilizzati. Si tratta di 55 impianti totali e 15 centri operativi. Sono andati “in fumo” oltre 9 milioni di euro con lo smontaggio di tralicci, basamenti e sistemi di alimentazione. La rete coprirebbe un territorio di oltre 1.800.000 ettari con tre stazioni e una sala operativa, per un costo totale di 25 milioni di euro, che equivale al danno registrato la scorsa estate in Sardegna a seguito degli incendi.

«Ci siamo bruciati tutto questo in una sola estate. La tecnologia c’è e funziona, Roma è un esempio. In Sardegna siamo in una fase di pre-smantellamento, il costo per riattivare sarebbe stato di 2 o 3 milioni di euro e ci sarebbero voluti un paio di anni. Smantellando tutto ci vorranno 10 anni per ricostruire e minimo 40 milioni di euro per rifare tutto. Speriamo che qualcuno si possa rifare in seguito al decreto legge 120 dell’8 settembre scorso, che attribuisce a questo tipo di tecnologia una valenza importante per la prevenzione dei boschi», dice Giorgio Pelosio, direttore tecnico della EPG. Gli esempi virtuosi e la voglia di molti cittadini di contrastare fortemente gli incendi sono più vivi che mai. Abbiamo anche intervistato alcuni di lorosingole persone e reti che si adoperano per condividere le buona pratiche, denunciare ciò che non funziona e colmare le mancanze della macchina istituzionale. In Sicilia, ad esempio, è stato proposto anche un pool investigativo sul tema degli incendi. Al livello nazionale è appena nata la Rete Nazionale Basta Incendi, che raggruppa diversi organismi nazionali e regionali e si pone come obiettivo l’analisi degli incendi, lo studio del ripristino ambientale, la prevenzione e la tutela dei boschi. La buona notizia è che tutti, ma proprio tutti – cittadini singoli e/o associazioni, reti – possono farne parte. E bisogna agire subito perché un’altra estate è già alle porte!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/11/costi-incendi-soluzioni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un’apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile.

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un'apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile di zone incontaminate poichè da settembre a oggi sono bruciati 8,4 milioni di ettari in tutta l’Australia, una superficie pari a quella dell’Austria. E laddove il fuoco non è riuscito a ucciderli gli animali, verranno abbattuti migliaia di cammelli per impedire loro di abbeverarsi alle riserve di acqua rimaste. Nelle fiamme che non accennano a placarsi, a oggi sono morte 25 persone e sono bruciate almeno 2 mila case. Il fumo degli incendi è visibile fino in America Latina dove una nube ha coperto il cielo in Cile e Argentina. E in Nuova Zelanda le nevi e i ghiacciai si sono coperti di cenere, aumentando con ciò l’assorbimento del calore dai raggi solari che non vengono riflessi a sufficienza e quindi aggravando ancora di più la situazione. Purtroppo ancora una volta ci tocca registrare di avere tristemente ragione: non solo si verifica quello che noi disperatamente diciamo da sempre ma ciò accade in maniera ancora più disastrosa di quello che ci si attendeva. Eppure c’è ancora chi taccia gli ambientalisti di essere catastrofisti, esagerati ed estremisti. Andatelo a dire in Australia, enorme girone dantesco in preda alle fiamme che l’uomo non sa più come affrontare. Quello stesso piccolo, arrogante distruttore e completamente folle uomo che crede che con la sua tecnologia risolverà qualsiasi problema. Dov’è in Australia la fantastica tecnologia che tutto può? Come mai tutta la mirabolante intelligenza artificiale unita, che ci dovrebbe mandare pure su Marte, non è in grado di fare niente, nemmeno di salvarci sulla terra? Come mai tutte le techno corporation informatiche che ci inondano di prodotti strabilianti, facendo stratosferici profitti, non risolvono il problema con le loro bacchette magiche tecnologiche in grado di farci credere dai nostri scintillanti cellulari che ormai possiamo qualsiasi cosa? Dove sono gli Elon Musk, gli eredi del mitico Steve Jobs dello “Stay hungry, stay foolish” che tanti uomini e donne rampanti affascina, dove è il re Mida Zuckerberg con le sue montagne di miliardi. Perché non risolvono il problema? Sarà perché a prescindere da quello che si racconta su questi personaggi edulcorandoli, non hanno altro obiettivo che il profitto. E quando non c’è altro che quello, la natura, la sopravvivenza umana è l’ultima delle preoccupazioni, anzi è la vittima sacrificale. E così nemmeno gli Dei tecnologici possono fare nulla e un intero continente è in fiamme alimentate da temperature che hanno sfiorato i 50 gradi, conseguenza diretta dei cambiamenti climatici.

Ma chi sono i responsabili di questa apocalisse? I governanti australiani ma anche chi li ha votati in un impeto suicida e ovviamente i media che sono in gran parte in mano al multimiliardario Rupert Murdoch, australiano anch’esso e convinto negazionista.  E perché negano i cambiamenti climatici? Perché l’Australia è il primo esportatore mondiale di carbone e gas e fra i maggiori produttori di emissioni climalteranti pro capite. Quindi venendo anche in questo caso prima di tutto il profitto,  la vita degli esseri viventi è solo un incidente di percorso, da mandare in fumo appunto. E mentre c’è chi fa profitti, il paese brucia, muoiono persone, animali, piante in una tragedia che in maniera perversa alimenterà ancora di più i cambiamenti climatici ed eventi del genere, così come avviene ormai da anni anche in California, patria tra l’altro dei famosi Dei tecnologici informatici di cui sopra. Tutto questo in un paese come l’Australia che anche solo con la tecnologia solare applicata ovunque potrebbe alimentarci mezzo mondo e dare lavoro a milioni di persone; altro che carbone e gas! Quello stesso gas che è ancora il perno del Piano energetico nazionale del Paese del sole ovvero l’Italia e mica vorremmo essere più intelligenti degli australiani e puntare sul solare, per carità, non sia mai… Ancora una volta si conferma la profonda stupidità dell’uomo che si autodistrugge da solo portandosi dietro tutto e tutti, nonostante abbia a portata di mano le soluzioni per risolvere ogni  problema.  Chissà di cosa avranno bisogno ancora gli australiani e gli umani in genere per capire che si stanno scavando la fossa. A quanto pare non serve nulla, nemmeno la famosa pedagogia delle catastrofi di Latouchiana memoria, perché è di sicuro più importante seguire il gossip sui giornali di Murduch piuttosto che preoccuparsi della propria sopravvivenza e quella dei propri cari. E alle prossime elezioni, gli australiani voteranno pervicacemente gli stessi? Fino allo sterminio finale? Molto probabile.

Oggi l’Australia, domani il mondo intero, sarà il caso di darci una mossa?  Chissà? Ma aspettiamo ancora un po’, facciamo qualche altra inutile conferenza sul clima, discutiamo ancora con i negazionisti pagati dalle multinazionali dei fossili, accapigliamoci fra i partiti per ridicole questioni, tanto c’è tempo, andiamo avanti tranquillamente, non sta succedendo nulla di serio.

Fonte: ilcambiamento.it

Incendi: a rischio in Africa la seconda foresta pluviale del pianeta

Da settimane le fiamme stanno devastando diversi Paesi africani mettendo a rischio la foresta pluviale del Congo che ospita milioni di indigeni, custodisce migliaia di specie animali e vegetali e immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2. Dopo gli incendi in Siberia e Amazzonia, Greenpeace rilancia l’allarme: “Se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando”.

Dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016. In meno di una settimana – dal 21 agosto – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.

Incendio in una foresta (immagine generica tratta da Pixabay)

«Facciamo presto. In Siberia e Amazzonia sono mancati interventi tempestivi e gli incendi hanno assunto proporzioni drammatiche. Chiediamo ai governi dei Paesi del bacino del Congo di adottare misure adeguate per impedire che le fiamme dalla savana si diffondano nella foresta», dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta. La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali.

«I cambiamenti climatici e le attività industriali che si svolgono nella foresta la rendono più vulnerabile agli incendi. È necessario porre fine a tutte le attività industriali che minacciano questa preziosa foresta: se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando», afferma Borghị. 

«Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste, i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali». Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/incendi-rischio-africa-seconda-foresta-pluviale-pianeta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Incendi in Svezia: cosa dicono gli scienziati

Al Circolo Polare Artico si registrano 33 gradi, la Svezia è in ginocchio per gli incendi nelle foreste, cosa sta succedendo nel paese leader della lotta per il clima.http _media.ecoblog.it_e_e2f_incendi-svezia-caldo-record

In questi giorni si sta meglio in Sicilia che non in Svezia, nonostante sia fine luglio. Non è una battuta, è la verità: il paese nordico è alle prese con una ondata di caldo record, che sta causando decine di grossi incendi boschivi e mettendo in ginocchio la macchina dei soccorsi. La situazione è così grave che il Governo ha chiesto aiuto agli altri membri dell’UE. La lontanissima Italia ha inviato due Canadair, la vicinissima Norvegia sei elicotteri. Ma la situazione è tutt’altro che sotto controllo. Dan Eliasson, director general della Swedish Civil Contingencies Agency (equiparabile alla nostra Protezione Civile, ma diretta dal Ministero della Difesa) ha messo in guardia dal sottovalutare lo stato delle cose: “Voglio essere molto chiaro a riguardo. Siamo in quella che è probabilmente la più seria e grave situazione che i servizi di emergenza svedesi abbiano mai affrontato. La zona colpita dagli incendi è adesso più grande di quella colpita dagli incendi nel 2014 nel Västmanland, e molti incendi non sono ancora sotto controllo e altri fuochi partono ogni giorno. Voglio mettervi in guardia dal sottostimare la gravità della situazione. Anche se cambia il tempo e arriva la pioggia, le cose possono peggiorare ulteriormente. La situazione è molto grave“.

Questo basterebbe a far capire di cosa stiamo parlando, ma un altro dato può ulteriormente aiutare: a Stoccolma sono stati registrati 34 gradi centigradi (praticamente il doppio della media storica di luglio), più a nord e in pieno Circolo Polare Artico 32 gradi. La stessa temperatura massima di oggi a Palermo. Intervistata da Radio Sweden la dottoressa Kimberly Nicholas del Lund University Centre for Sustainability Studies (LUCSUS) ha dichiarato: “Sappiamo dagli studi sul clima che gli eventi estremi aumentano con il crescere delle emissioni umane di gas serra e, purtroppo, gli incendi boschivi sono tra gli eventi che possiamo aspettarci che diventino più frequenti. Specialmente la siccità aumenta il rischio di incendi boschivi e i servizi di emergenza potrebbero non essere preparati a fronteggiare questi rischi su larga scala“.
La situazione svedese è solo l’ultima delle conferme pratiche di quanto possano essere devastanti gli effetti dei cambiamenti climatici e di quanto essi siano imprevedibili. Proprio il paese del nord Europa, infatti, è all’avanguardia nelle politiche ambientali di riduzione delle emissioni di CO2, è uno dei più importanti mercati per le auto elettriche (nonostante la bassissima popolazione, neanche 10 milioni di abitanti) ed è all’avanguardia nelle politiche pubbliche di incentivazione delle energie rinnovabili e della mobilità sostenibile. Tuttavia sia la Svezia, che brilla per virtuosismo ambientale, sia gli Stati Uniti, che hanno appena cancellato il tax credit per le auto elettriche, sono sullo stesso pianeta. E così lo siamo tutti e tutti siamo esposti alle stesse conseguenze del riscaldamento globale.

Fonte: ecoblog.it

Smog record a Torino mentre continuano gli incendi dei boschi delle Alpi

pianura padana

Toccati 200 microgrammi nella giornata di giovedì mentre non è neppure attivo il blocco dei diesel. Nella notte di giovedì 26 ottobre a Torino i livelli di polveri sottili sono schizzati alle stelle. Secondo i dati validati dall’Arpa Piemonte ieri sono stati raggiunti i 199 µg/m³ di PM10. Mentre i dati rilevati da sistemapiemonte.it e pubblicati dal vice presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Federico Vozza sul suo profilo Facebook raccontano di un progressivo ed esponenziale aumento del PM10 durante tutta la giornata di ieri. Infatti se alle ore 17 i valori, se pur altissimi, si attestavano sui 173 µg/m³ alle ore 22 hanno toccato la vertiginosa cifra di 388 µg/m³.Senza nome

Sempre nella serata di ieri lo stesso Comune di Torino, in una nota, aveva detto “è presumibile un ulteriore peggioramento delle condizioni di inquinamento atmosferico nel caso gli incendi dovessero proseguire con l’intensità attuale” ma, dati alla mano, le speranze dell’amministrazione sono state del tutto disattese dai fatti.Senza nome1

Intanto da Palazzo di Città, per ora, non è stato ancora preso nessun provvedimento e nessuna indicazione viene fornita ai cittadini su come ci si deve comportare in casi eccezionali come questi.

Fonte: ecodallecitta.it

Il Piemonte brucia e con esso la nostra indifferenza

incendi-piemonte-indifferenza

La Val di Susa e il Piemonte sono in fiamme. “Non sorprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente”. Agiamo adesso. Spegniamo gli incendi e cambiamo la nostra energia. Sono giorni che il Piemonte brucia. Giorni che vediamo foto, video o vere fiamme illuminare le notti di questo fine ottobre quasi estivo.  Giorni e notti che assistiamo impotenti allo svanire di ettari di terra, boschi, foreste, ecosistemi. Le nubi di fumo raggiungono le città, le fiamme lambiscono i paesi della Val di Susa, i canadair volano impotenti e allora qualcuno si accorge e si lamenta. I piromani, borbotta qualcuno. Il fato ingrato esclama qualcun’altro. E invece, purtroppo, la causa è un’altra, la colpa è la nostra. Nostra che per anni abbiamo contribuito inerti e indifferenti al cambiamento climatico. Nostra che ci scaldiamo e combattiamo quando toccano la salute dei nostri figli, ma nulla facciamo per non cancellare il loro futuro. Nostra che vogliamo la casa in inverno a 24 gradi e in estate a 16. Nostra che usiamo l’auto per andare a comprare il latte. Nostra che votiamo i politici in base alle false promesse sul lavoro e nemmeno gli domandiamo cosa intendono fare per clima e ambiente. E ora, dopo decenni in cui si parla di cambiamento climatico, non piove da mesi. Il Piemonte è un’unica distesa di terra secca in cui per fortuna svettano ancora foreste millenarie. Ma se arrivano le fiamme…

Non soprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente. Ricordiamoci di quante volte abbiamo ascoltato con insofferenza chi ci invitava a fare attenzione ai nostri consumi. Pensiamo a quante volte alla prima estate fresca abbiamo esclamato “altro che riscaldamento del pianeta”! Senza nemmeno sapere che il cambiamento climatico prevede sbalzi sempre più forti e non un caldo costante.

Luca Mercalli lo ha scritto anni fa. Dobbiamo preparci. Qui non si tratta più di fermare il cambiamento climatico, ma di adattarci al nuovo mondo che abbiamo costruito. Un mondo con siccità e bombe d’acqua, con estati lunghissime o estati assenti. Un mondo diverso ma ancora abitabile se decidiamo ADESSO, una volta per tutte, di fare di questa battaglia la nostra priorità. Vogliamo un futuro per noi, per i nostri figli e per le altre creature che popolano i nostri boschi e le nostre pianure? Allora fermiamo il cambiamento climatico. Informiamoci, cambiamo stile di vita, agiamo, votiamo con coscienza. E, nel frattempo, spegniamo questi incendi.

Per sapere cosa puoi fare concretamente vai alla sezione clima delle visioni 2040. Scopri come puoi cambiare il tuo impatto e cambia gestore di energia elettrica passando ad uno cento per cento rinnovabile!

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/incendi-piemonte-indifferenza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’uomo che pianta gli alberi

Riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi e, in generale, rimboschire il territorio. A questo scopo è nata nel 2012 a Cagliari l’associazione “L’uomo che pianta gli alberi” che, dalla sua fondazione, ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.Senza nome

Dalla spinta propositiva di Anna Cadoni è nata l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, che dal 2012 si occupa in Sardegna di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, ora sempre più allarmanti a causa della siccità e della stagione calda. Ecco un esempio di come tutti noi, nel nostro piccolo e in compagnia allo stesso tempo, possiamo cambiare il corso degli eventi. Anna Cadoni è un’imprenditrice agricola sarda originaria di Mandas. Famiglia contadina, sin da bambina è amante delle piante e degli alberi, tant’è che ha cominciato sin da allora a piantare e seminare alberi. È una signora timida e riservata, e come i più dolci paradossi dell’esistenza è quel tipo di persona che mi da la sensazione di avere tante cose da dire. Infatti ha contribuito a seminare tre milioni di semi e a piantare migliaia di alberi e ghiande. Bene, direi che è arrivato il momento di addentrarci nella storia di oggi!

L’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” è nata nel 2012 a Cagliari con l’obiettivo di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, in generale allo scopo di rimboschire il territorio. “Ho avuto l’ispirazione per fondare l’associazione quando ho visto il film ‘L’Uomo che piantava gli alberi’, una pellicola del 1987 di Frédérick Back tratta dal racconto allegorico omonimo di Jean Giono del 1953, in cui si racconta la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nei pressi del villaggio di Vergons, nella prima metà del XX secolo”, ci racconta Anna Cadoni, che è la presidente e fondatrice dell’associazione. “La differenza rispetto al racconto è che invece che farlo da sola, nonostante l’abbia sempre fatto sin da bambina, volevo creare un gruppo ed essere in tanti ad iniziare la semina. Lo scopo del seminare è certamente legato all’importanza del piantare alberi, ma soprattutto a seminare consapevolezza nel salvaguardare la nostra Terra. È importante rendersi conto del perché siamo arrivati alla crisi ecologica odierna e di come possiamo adoperarci tutti per cambiare le cose, non aspettando che qualcuno lo faccia al posto nostro. La Terra ci ospita, ci nutre, ci accoglie, grazie agli alberi possiamo respirare, mangiare: i boschi sono curativi anche con una passeggiata”.Senza nome2

Tre milioni di semi, trecentomila ghiande e seimila alberi

Nel 2014 l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” si era prefissata un obiettivo ambizioso: interrare un milione di semi in un anno e piantare quanti più alberi possibili. Una sfida lanciata a livello nazionale e non limitata alla sola regione Sardegna. Ci racconta Anna come tutti i membri dell’Associazione “abbiano lavorato tantissimo, coinvolgendo anche le scuole e gli insegnanti che ovunque hanno piantato alberi: per realizzare ciò abbiamo fornito alle scuole argilla e semi gratuitamente. Abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci siamo posti, anzi siamo andati oltre: abbiamo superato il milione di semi interrati e piantato tantissimi alberi. Dal 2012, anno della sua fondazione, l’Associazione di per sé ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.

Come si piantano i semi? Le palline di argilla

Per realizzare questo obiettivo, l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” organizza frequentemente degli eventi aperti ai partecipanti: in un primo evento si preparano le palline di argilla che contengono il seme, che vengono poi lasciati ad essiccare. In un secondo evento si lanciano le palline nel terreno. “Seguiamo il metodo ideato dal botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, utilizzato tra l’altro per rimboschire alcune aree semi-desertificate della Grecia” ci spiega Anna “I semi vengono messi nell’argilla, che viene poi bagnata con l’acqua. Si lavora poi l’impasto ottenuto come se si stesse lavorando il pane: si crea una consistenza né troppo morbida né dura. Noi interriamo semi della flora mediterranea: semi di Carrubo, di Fillirea, di Mirto e Ginepro, Querce, Corbezzoli, tutte piante e arbusti della flora mediterranea che si adattano benissimo al nostro clima in Sardegna.

Le persone che partecipano ai nostri eventi sono sempre più numerose, quando vengono ai nostri eventi se ne vanno poi con una soddisfazione interiore fortissima, perché capiscono che possono fare qualcosa per migliorare la loro vita e quella di tutti, non si sentono vittime della rassegnazione come capita ormai troppo spesso. Noi vogliamo che le persone, nel loro piccolo, si sentano protagoniste del cambiamento, così nel frattempo a questo scopo continuiamo ad organizzare eventi per seminare alberi e piante.

La sfida continua e continuerà sempre perché noi umani siamo in debito nei confronti della Terra, e siamo inoltre in ritardo rispetto a quello che potremmo fare per cambiare le cose davvero. Io vivo il piantare alberi e piante come un dovere, così’ come ho profondamente a cuore il far partecipare il maggior numero di persone”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-175-uomo-che-pianta-alberi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Indonesia, 100mila morti a causa degli incendi per le deforestazioni

Gli incendi boschivi sono finalizzati alle coltivazioni di olio di palma452167606

Secondo uno studio condotto da esperti in salute pubblica e in modelli atmosferici delle Università di Harvard e Columbia, i morti legati agli incendi boschivi del 2015 connessi alle deforestazioni del Sudest asiatico sarebbero più di 100mila. La ricerca, pubblicata su Environmental Research Letters, mette sotto accusa l’industria dell’olio di palma: la deforestazione, infatti, veniva messa in atto per fare spazio alla coltivazione intensiva delle palme da olio, diventate, negli ultimi anni, un pilastro dell’economia indonesiana. Mentre da più parti l’industria alimentare rinuncia all’ingrediente per non perdere clienti e i sostenitori organizzano una controffensiva mediatica per sminuirne l’impatto ambientale, in Indonesia hanno già fatto un passo indietro decidendo che non verranno incrementate le aree coltivate.

I roghi del 2015 avevano fatto annullare centinaia di voli, obbligato alla chiusura le scuole indonesiane, ma anche quelle della Malesia e di Singapore. Gli incendi avevano causato 500mila casi di infezione alle vie respiratorie, esponendo 50 milioni di persone ai fumi tossici, 24 ore al giorno per settimane.  Secondo lo studio le morti premature causate dagli incendi sarebbero state 90mila in Indonesia, 6mila in Malesia e 2200 a Singapore. Nelle zone maggiormente colpite dalle emissioni – Sumatra e il Kalimantan – i livelli di inquinanti dell’indice standard (PSI) hanno toccato il tetto dei 3000, a fronte di una soglia di pericolo fissata a 300.

Fonte:  Environmental Research Letters

“Preveniamo gli incendi”, parte la campagna

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Gli incendi si combattono prima di tutto con la prevenzione. Per questo motivo Vas Onlus (Verdi Ambiente e Società), Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) e Federconsumatori, come ogni estate, ripropongono la campagna “Preveniamo gli incendi”. Due gli obiettivi della campagna: sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto e alla difesa dell’ambiente e accendere un faro sul ruolo degli agricoltori e degli ambientalisti come “guardiani” del territorio per combattere fuoco e disastri. Il patrimonio boschivo italiano è un “serbatoio” di ossigeno e di biodiversità che va tutelato. Per questo motivo Vas, Cia e Federconsumatori invitano i cittadini a segnalare: zone degradate, cigli stradali e ferroviari non ripuliti da sterpaglie, aree agricole incolte, presenza di discariche abusive. I promotori della campagna invitano i cittadini a seguire delle precise regole: non accendere fuochi fuori dalle aree attrezzate; non gettare mozziconi di sigarette o fiammiferi ancora accesi; prima di parcheggiare l’auto accertarsi che la marmitta non sia a contatto con l’erba secca; non abbandonare rifiuti nei boschi; non bruciare, senza le dovute misure di sicurezza, le stoppie, la paglia e altri residui agricoli. L’impegno degli agricoltori e degli ambientalisti per la prevenzione degli incendi è uno strumento in più a supporto del lavoro del Corpo Forestale dello Stato e dei Vigili del Fuoco, soprattutto nei mesi estivi quando l’assenza di piogge e il caldo torrido favoriscono lo scoppio e l’espansione delle fiamme per chilometri e chilometri di vegetazione. Incendi, tra l’altro, causati spesso da veri e propri “piromani killer”, o comunque riconducibili a origini dolose legate alla speculazione edilizia oppure all’incuria e alla disattenzione dell’uomo. L’iniziativa “Previamo gli incendi” si svolge col patrocinio della Comunità Europea-Uffico di Roma, del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, del Corpo Forestale dello Stato e Corpo Nazionale Vigili del fuoco; delle Regioni Abruzzo, Calabria e Campania; gli Enti Parco delle Foreste Casentinesi Monte Falterona e Campigna, dei Monti Sibillini, del Circeo, delle Dolomiti Bellunesi, del Cilento e Vallo del Diano, dello Stelvio, dell’Alta Murgia, del Vesuvio e dell’Abruzzo Lazio e Molise.

Fonte: il cambiamento

Incendi boschivi: il decreto “svuota carceri” favorisce i piromani

Legambiente lancia un forte appello alla Commissione Giustizia del Senato, dove in questi giorni è in corso la discussione per la conversione del decreto legge cosiddetto ‘svuota carceri’ che, tra l’altro, prevede la concessione delle misura alternative per i criminali incendiari, condannati alla pena definitiva.incendi_boschi

“Sembra assurdo ma è così: proprio nel periodo estivo, il più difficile sul fronte dell’emergenza incendi boschivi, si propone di derubricare il reato di incendio boschivo cancellando, di fatto, il ruolo deterrente della pena carceraria. Non si può tutelare il paesaggio, l’ambiente e il patrimonio boschivo e forestale, facendo sconti a chi ha l’obiettivo di distruggerlo, accentuando inoltre il gravissimo fenomeno del dissesto idrogeologico del già fragile territorio italiano”. Con queste parole Legambiente lancia un forte appello alla Commissione Giustizia del Senato, dove in questi giorni è in corso la discussione per la conversione del decreto legge cosiddetto ‘svuota carceri’ che, tra l’altro, prevede la concessione delle misura alternative per i criminali incendiari, condannati alla pena definitiva. “È un grave errore di valutazione non avere inserito il 423 bis, che punisce con la reclusione chi si rende responsabile degli incendi boschivi tra i delitti di particolare allarme sociale, per i quali non possono scattare gli sconti di pena previsti dal decreto”, dichiara il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “Non si tiene conto, in questo modo dei gravissimi danni causati da queste attività criminali, dietro i quali si muovono forti interessi speculativi e mafiosi, ma soprattutto si finisce per azzerare l’efficacia preventiva di sanzioni adeguate. Ogni anno vanno in fumo in Italia decine di migliaia di ettari di bosco, causando vittime, danni al paesaggio e alle risorse naturali, alle economie locali delle aree interne. Basti pensare che negli ultimi trent’anni è andato distrutto il 12% del patrimonio forestale nazionale, tra i più importanti d’Europa per ampiezza e varietà di specie”. Solo nel 2012, come rivela l’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente, sono stati ben 8.304 gli incendi che hanno colpito il patrimonio boschivo del nostro paese, con 742 persone denunciate, 21 arresti e 154 sequestri. Numeri in crescita rispetto al 2011, che pure era stato un anno pesantissimo, con un +4,6% di roghi. Non a caso, nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) si concentra il 48,4% di incendi. “Per fermare questa emergenza criminale – ha aggiunto Cogliati Dezza – devono essere messi in campo tutti gli strumenti possibili, senza mai abbassare la guardia: dalla vigilanza delle aree boschive, che deve essere rafforzata, a un sistema di interventi tempestivi per lo spegnimento dei roghi; dalle attività investigative e di contrasto del fenomeno, anche queste da potenziare, fino alla realizzazione e l’aggiornamento da parte di tutti i Comuni del catasto delle aree percorse dal fuoco, uno strumento indispensabile per disincentivare le molte speculazioni sulle aree bruciate. In questo contesto sarebbe davvero incomprensibile depotenziare l’efficacia della pena prevista dal 423 bis. Siamo convinti che la Commissione Giustizia del Senato e lo stesso ministero correggeranno un grave errore di valutazione sull’effettiva pericolosità di questi fenomeni criminali, che il Paese rischia di pagare molto caro”.

Fonte: il cambiamento