Il consumo di carne da allevamenti intensivi è insostenibile per il pianeta

Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita. Il consumo di carne a questi livelli NON è sostenibile.

Nel 1961, poco più di tre miliardi di persone mangiavano una media di 23 kg di carne all’anno. Nel 2011, sette miliardi di persone mangiavano 43 kg di carne. Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita.

Tony Weis  – The ecological Hoofprint

Basterebbero questi pochi  dati per capire che il consumo di carne è insostenibile. Ci sono ormai letterature sterminate, studi di ogni tipo che lo dimostrano. Insostenibile dal punto di vista ambientale, energetico, agricolo, sanitario e per chi ha a cuore la questione, anche dal punto di vista della sofferenza degli animali. Ma parlare di alimentazione è sempre difficile perché è un aspetto molto personale. Si creano fazioni irriducibili fra onnivori, vegetariani, vegani con lotte di religione dalle varie parti. Ci sono però alcuni fatti innegabili a prescindere dalla propria convinzione, cultura o usanza alimentare. E’ infatti impensabile che la produzione e consumo di carne possa continuare a livelli esponenziali. Già ora l’impronta ecologica degli allevamenti è pesantissima e per il futuro non ci sono semplicemente abbastanza terre e cibo per sfamare gli eserciti di miliardi di animali che verranno e i danni all’ambiente derivanti, se si pensa anche solo alle emissioni climalteranti dei bovini derivanti dalla loro digestione. Il saldo dal punto di vista energetico è sempre negativo per quello che riguarda la carne. Il cibo che alimenta gli animali con cui si alimentano le persone, infatti potrebbe essere direttamente dato alle persone e saltare un passaggio. Già solo agendo in questo modo si risolverebbero tutti i problemi di fame nel mondo all’istante e si smetterebbero di sentire queste assurde teorie che dicono che la gente muore di fame perché siamo troppi. Non siamo troppi, bensì siamo in pochi ad avere troppo e tanti ad avere poco o niente.  Si potrebbe fare un esempio emblematico su tutti: le piantagioni di soia del Brasile, che vanno in gran parte ad alimentare gli animali degli allevamenti intensivi, si creano continuando a distruggere la foresta amazzonica e facendo danni incalcolabili, sia perché si distrugge per sempre una preziosa e inestimabile biodiversità, sia perché si diminuisce la capacità di assorbimento di CO2.  E quella soia è destinata anche al consumo di carne di maiale in Cina che ne mangia la metà a livello mondiale, con un aumento vertiginoso. Già ora siamo al collasso, cosa potrà succedere se anche i paesi cosiddetti emergenti volessero mangiare carne al nostro ritmo e quantità? Considerando che stiamo parlando di miliardi di persone.  Migliaia di animali stipati in lager producono un inquinamento da deiezioni pesantissimo e poi hanno bisogno di vari trattamenti medicinali, con conseguente ulteriore grave inquinamento delle falde.  Questi animali, che vivono in maniera aberrante, sono in condizioni igieniche pessime e ad ogni momento è in agguato qualche epidemia che può trasmettersi alle persone come purtroppo già verificatosi. Torturare e uccidere milioni di animali non è qualcosa di cui andare fieri, per non parlare poi dell’aspetto della salute dove la carne non è certo un toccasana per il nostro organismo e molte malattie dipendono proprio da un consumo eccessivo. Non si tratta quindi di lotte di religione o simili; il consumo di carne, soprattutto da allevamenti intensivi, è insostenibile da ogni lato lo si guardi. Volenti o nolenti, non per motivazioni spirituali o etiche ma per la mera sopravvivenza delle persone e del pianeta stesso, si dovrà arrestare e invertire la rotta su di una produzione e consumo di carne che già ora è un problema drammatico.

Fonte:ilcambiamento.it

In Italia gli habitat ecologicamente intatti saranno presto un ricordo

È il Wwf a sottolinearlo nel suo rapporto “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori”: nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione. E i suoli vengono costantemente erosi in fertilità e “resilienza”.9638-10410

Il nuovo rapporto del Wwf si intitola “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori” e i dati che emergono non lasciano molti dubbi. La presidente del WWF Italia Donatella Bianchi sottolinea: “Nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione, solo l’11% dei fiumi alpini si salva da interventi artificiali e dallo sfruttamento; solo il 30% delle coste è rimasto nel suo stato naturale mentre il 50% risulta compromesso; l’80% delle dune è scomparso. Il suolo, risorsa non rinnovabile e bene comune, svolge funzioni vitali per l’ecosistema, la resilienza dei sistemi naturali, la produzione alimentare, la conservazione delle risorse idriche, lo stoccaggio del carbonio: contenere il consumo di suolo è fondamentale per limitare il rischio idrogeologico, garantire la resilienza dei sistemi naturali e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici. È quindi indispensabile stabilire per legge quali siano le soglie da non superare”.

Dal report del WWF emerge che la quota di territorio italiano completamente artificializzato, sia per l’espansione urbana che per le infrastrutture, sale dal 7% al 10%. Molto diffuso anche lo sprinkling, ovvero la polverizzazione dell’edificato, a bassa densità, che favorisce necessariamente una mobilità su gomma; il nostro paese, infatti, è ai primi posti in Europa per motorizzazione privata, con 608 veicoli per 1000 abitanti. Dal secondo dopoguerra a oggi, si è avuta in Italia una repentina riduzione delle superfici agricole pari a più di 10 milioni di ettari, a causa dei mutamenti socioeconomici legati in particolare allo sviluppo della urbanizzazione. Solo negli ultimi 10 anni nel nostro Paese sono stati persi circa 1,5 milioni ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) che oggi ammonta complessivamente a 12.885.000 ettari.

Il report WWF avanza proposte per le Green cities, per migliorare la pianificazione urbana, recuperare le aree dismesse e contaminate, diffondere i giardini condivisi e gli orti urbani, ridurre i consumi energetici delle aree edificate e promuovere la mobilità dolce (pedonale e ciclabile). Il primo luogo, il WWF chiede ai Comuni di adottare il bilancio del consumo di suolo per contenere il consumo di suolo attraverso meccanismi dinamici di controllo e governo delle trasformazioni in atto basate sul riuso di spazi ed edifici, su strumenti perequativi, di scambio di crediti, di incentivazione, di fiscalità e di sanzione che sono stati descritti in una proposta di legge depositata in Parlamento. Al momento il disegno di legge su “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” è stato approvato alla Camera dei Deputati ed è all’attenzione del Senato. Inoltre, sempre nell’ottica di ridurre la perdita di suolo e contenere il consumo di energia e le emissioni di gas serra nelle aree urbane, il WWF suggerisce di realizzare insediamenti a tendenziale autosufficienza energetica, con impronta energetica vicino allo zero o addirittura negativa, che favoriscano lo sviluppo di politiche integrate di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici, contrastando la crescita della superficie urbanizzata pro capite e la dispersione insediativa e limitando la dispersione termica e i consumi di energia. Utili sono anche i giardini e orti condivisi, che consentono di recuperare territori dismessi, marginali o anche contaminati, si tratta di iniziative di impegno civico in campo ambientale e sociale delle comunità. I cittadini avviano percorsi di sostenibilità nelle città per la riqualificazione delle aree verdi, che permettono di reimmettere in un’economia circolare il valore del suolo e dei servizi ecosistemici da esso garantito. Nel rapporto si suggerisce anche di favorire la mobilità dolce, sostenibile, partendo dalla progettazione delle strade, che devono diventare uno spazio più equo, che favorisca la convivenza tra diversi mezzi di trasporto (senza dimenticare i pedoni) come accade in molte importanti città europee (Copenaghen, Berna, Basilea, Trondheim, ecc.).

Fonte: ilcambiamento.it

 

Al via l’undicesima edizione del Premio Comuni Virtuosi

388060_1

Al premio possono concorrere tutti gli enti locali che abbiano avviato politiche di sensibilizzazione e di sostegno alle “buone pratiche locali” con particolare riferimento alle seguenti categorie: gestione del territorio, impronta ecologica della “macchina comunale”, rifiuti, mobilità sostenibile, nuovi stili di vita. C’è tempo fino al 31 ottobre 2017

E’ ufficialmente aperto il bando per l’undicesima edizione del Premio nazionale dei Comuni Virtuosi, promosso dall’Associazione Comuni Virtuosi, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Al premio possono concorrere tutti gli enti locali che abbiano avviato politiche (azioni, iniziative, progetti caratterizzati da concretezza ed una verificabile diminuzione dell’impronta ecologica) di sensibilizzazione e di sostegno alle “buone pratiche locali” con particolare riferimento alle seguenti categorie: gestione del territorio (Opzione cementificazione zero, recupero aree dismesse, progettazione partecipata, bioedilizia, ecc.); impronta ecologica della “macchina comunale” (efficienza energetica, acquisti verdi, mense biologiche, ecc.); rifiuti (raccolta differenziata porta a porta spinta, progetti per la riduzione dei rifiuti e riuso); mobilità sostenibile (car-sharing, car-pooling, traporto pubblico integrato, piedibus, biocombustibili, ecc.); nuovi stili di vita (progetti per stimolare nella cittadinanza scelte quotidiane sobrie e sostenibili, quali: filiera corta, disimballo dei territori, diffusione commercio equo e solidale, autoproduzione, finanza etica, ecc.). Confermata anche quest’anno la possibilità che hanno i cittadini delle comunità locali nell’avanzare la candidatura del proprio comune, segnalando e valorizzando le buone pratiche del proprio territorio.

La Commissione Giudicatrice del Premio è composta da: Alessandra Bonoli (Università di Bologna), Marco Boschini (Associazione Comuni Virtuosi), Massimo Buccilli (A.D. Velux Italia), Giovanni Carrosio (Strategia Nazionale Aree Interne), Alessio Ciacci (Presidente ASM Rieti), Leyla Ciagà (Assessore Comune di Bergamo), Domenico Finiguerra (Salviamo il Paesaggio), Alessio Maurizio (Radio 24), Rossella Muroni (Presidente Legambiente), Carla Rocca (Sindaco Comune di Solza). La graduatoria finale con cui la giuria decreterà il comune più virtuoso dell’anno sarà stilata entro il mese di novembre, segnalando le progettualità ed esperienze più significative. Il termine per la presentazione dei progetti è fissato per il 31 ottobre 2017. La Cerimonia di Premiazione avverrà nel corso di un incontro pubblico che si terrà a Bergamo presso il “Salone Furietti” della Biblioteca Mai il 16 dicembre 2017. Il comune vincitore assoluto riceverà in premio sei mesi di abbonamento al sistema di allerte e di protezione della popolazione Nowtice. Il premio offerto dalla società Regola S.r.l. permetterà al vincitore di proteggere la cittadinanza in caso di emergenza e di inviare comunicazioni ordinarie via app, telefono, fax, social network, email e radio. Il sistema Nowtice potrà inoltre essere utilizzato per il coordinamento operativo di squadre tecniche, soccorritori e funzionari sia in emergenza che nel quotidiano.

Per informazioni, richieste e segnalazioni: Associazione dei Comuni Virtuosi – P.zza Matteotti, 17 – 60030 Monsano (AN) Tel. 3346535965 – info@comunivirtuosi.org

 

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Clima e COP21: questa sì che è una guerra da vincere

Molto si sta scrivendo in questi giorni in merito all’imminente inizio della Conferenza ONU sul clima (COP21) che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre. Per la prima volta (o forse la seconda, se andiamo con la memoria all’11 settembre 2001) ci si sta ponendo la domanda se vi siano comuni interessi tra gli attacchi terroristici accaduti pochi giorni fa e un malaugurato fallimento della COP21.

clima_cop21_parigi

Come ricorda l’acronimo, si tratta della 21esima Conferenza sul clima e se ci aggiungiamo anche tutti gli incontri preparatori di natura politica e tecnica, sono diverse centinaia gli incontri svolti ad oggi a livello internazionale (migliaia se ci aggiungiamo quelli a livello interregionale) per cercare di adottare una politica climatica che sia “compatibile” con la sopravvivenza della specie umana, almeno alle condizioni di cui una parte della popolazione terrestre beneficia già oggi e tenendo in mente i limiti che dobbiamo porre alla nostra impronta ecologica. Per la prima volta (o forse la seconda, se andiamo con la memoria all’11 settembre 2001) ci si sta ponendo la domanda se vi siano comuni interessi tra gli attacchi terroristici accaduti pochi giorni fa e un malaugurato fallimento della COP21 e, inoltre, se sia opportuno far riunire a Parigi oltre 10.000 delegati – numero che verosimilmente potrebbe raddoppiare se si considerano gli attivisti ed esponenti della società civile ed imprenditoriale che parteciperanno, a meno che non si introdurranno stringenti misure selettive – provenienti da tutto il mondo. Il primo aspetto viene ben descritto da Oliver Tickell su The Ecologist che mette in guardia i leader politici dai rischi di un fallimento della COP21, ipotizzando un introito di circa 500 milioni di dollari all’anno dalle vendite del petrolio che in parte è nella disponibilità dei terroristi di ISIS per finanziare le proprie attività criminali. Tickell sottolinea che un accordo a Parigi è sì una questione ambientale ma che adesso abbiamo un motivo in più per non fallire e ridurre la nostra dipendenza dal petrolio. Innegabile. Come innegabile è il fatto che non basta un accordo per limitare le emissioni di gas serra in atmosfera per togliere potenziali risorse ai terroristi, anche se la riduzione delle emissioni raggiungesse livelli “inaspettati”, come ad esempio quelli che da tanto tempo gli scienziati dell’IPCC ci indicano come la strada da seguire. Chi muove gli attacchi terroristici troverà altre risorse per finanziarsi, al di là di quelle che ad oggi sembrano provenire dalla vendita del petrolio. Sono profondamente convinto che se non si analizzano a fondo le condizioni che muovono tali attacchi non riusciremo mai a contrastarli e, soprattutto, a fare in modo che non accadano più. Su questo punto, faccio riferimento a quanto scritto da Marco Travaglio su l’Huffington Post e, nello specifico, le sue considerazioni di natura politico-economica a livello internazionale e da Paolo Ermani su Il Cambiamento. Quanto scritto da loro delinea chiaramente quali sono le azioni da intraprendere, certamente non quella di continuare a bombardare a spron battuto qua e là nella speranza di colpire qualche terrorista ed avere come “effetto collaterale” – giustificato da molti – centinaia di morti civili. E’ necessario intervenire, subito, ma con intelligenza ma soprattutto umiltà. Umiltà nel capire che le condizioni che scatenano questi attacchi terroristici nascono da come il mondo che si definisce civile si comporta nei riguardi di altri territori e persone.

Fonte: ilcambiamento.it

Una sola specie (indovinate quale) consuma quasi il 30% della produzione vegetale di tutta la Terra

Si tratta ogni anno di oltre una tonnellata di Carbonio per abitante. Nelle zone maggiormente antropizzate il prelievo supera il 70%.

 

Quanto pesa l’umanità su questo pianeta?

Oltre alla ormai celebre impronta ecologica, un buon sistema di misura è il cosiddetto HANPP (Human Appropriation of Net Primary Productivity), ovvero l’appropriazione umana della produttività primaria netta (cioè vegetale) in termini di raccolti, pascoli, mangime, legno, biofuel. Secondo uno studio dell’Istituto di Ecologia Sociale di Klagenfurt, Austria, l’uomo ogni anno si appropria in un modo o nell’altro del 28,8% di tutta la biomassa che cresce al di sopra del terreno (1). Questo equivale ad un prelievo di 1,2 tonnellate di Carbonio per ogni abitante del pianeta. Si tratta naturalmente di un valore medio, perchè come si può vedere dalla mappa qui sotto, nelle zone più antropizzate l’appropriazione supera in genere il 70%. L’India spicca per l’ enorme prelievo di biomassa su tutto il suo territorio e mostra chiaramente l’impatto dei consumi, ancorchè sobri, di un miliardo di persone. Tra le altre zone critiche, la Cina, l’Australia, il modwest americano, la Nigeria, il Rwanda e varie regioni di Europa, tra cui la pianura padana In certi casi (aree in azzurro nella mappa, corrispondenti alle zone irrigate in Egitto, Pakistan, Uzbekistan) i cambiamenti indotti dall’uomo hanno causato un’aumento della produzione vegetale rispetto allo stato naturale, per cui l’appropriazione si presenta con un  segno meno davanti. Questo non significa però che le cose stiano andando bene, visto che tle risultato è stato ottenuto al prezzo di un insostenibile prelievo di acqua.HANPP

(1) Il valore risulta un po’ più basso se si considera anche la biomassa sotterranea, da cui i prelievi sono minori (radici, tuberi, bulbi).  L’HANPP è la somma della biomassa effettivamente utilizzata dall’umanità e della biomassa  persa per i cambiamenti rispetto ad un ecosistema indisturbato. Il video in alto proviene da un’altra fonte (NASA) e per questo i colori del globo sono leggermente diversi dalla mappa qui sopra.

Fonte: ecoblog.it

Prepariamoci…a vivere meglio con meno

Luca Mercalli ci spiega come ridurre la nostra impronta ecologica sul Pianeta. Risparmiando…Immagine

Luca Mercalli ci spiega quale futuro ci attende a livello di cambiamenti globali del clima e della gestione delle risorse e come possiamo ridurre, attraverso semplici e impor­tanti gesti, la nostra impronta ecolo­gica sulla terra. Con la certezza che l’impegno di ognuno è importante e significativo, dal momento che i pro­blemi del pianeta altro non sono che la somma dei comportamenti di sette miliardi di persone, chi più chi meno.

Il titolo del suo ultimo libro “Prepariamoci” è un invito a impe­gnarci tutti, in prima persona, per far fronte al mondo che verrà, un mondo che si prospetta ben diver­so da quello in cui siamo abituati a vivere. Quali sono secondo lei le sfide più difficili e i cambiamenti più drastici a cui dobbiamo essere preparati? La preoccupazione maggiore deriva dalla combinazione di tanti cambia­menti, che presi uno per uno sarebbe­ro più facili da affrontare ma che ten­dono ormai a combinarsi in un unico stato di crisi: i cambiamenti climatici si sommano all’esaurimento delle fonti di energia a basso costo, alla crisi della produzione di cibo, all’au­mento della popolazione terrestre, ai problemi ambientali legati per esem­pio all’inquinamento chimico dell’ac­qua, dell’aria e dei suoli, alla cemen­tificazione e conseguente riduzione di terreno fertile per l’agricoltura, al costo maggiore delle materie prime e dei minerali. Mettendo insieme tutti questi fattori, abbiamo a livello glo­bale, ma ancor più a livello nazionale, una elevata fragilità. Se però comin­ciamo a ragionare su questi fatti con un certo anticipo ecco che è possibile attrezzarsi per non avere poi delle sor­prese sgradite. Perché abituandoci a vivere con meno possiamo essere più felici? Se guardiamo alla nostra società occi­dentale ci accorgiamo prima di tutto che è affetta da un’enorme quantità di sprechi, almeno il 30% di tutto ciò che facciamo e utilizziamo è spreco. Ci siamo abituati ad avere una bassa efficienza: quando le cose costavano di meno era più facile sprecare che occu­parsi di usare al meglio le risorse. Oggi, in un momento di contrazione economica, tagliare lo spreco non significa ridurre la propria qualità di vita, significa soltanto avere un po’ di attenzioni e non rinunciare a nulla. Anzi, si comincia a guadagnare perché lo spreco si traduce in spreco di denaro. Ne guadagniamo noi e ne guadagna l’ambiente in termini di meno rifiuti, meno emissioni di gas a effetto serra. Dopo l’abbattimento dello spreco viene una visione del mondo un po’

La maggior parte delle case, in Italia, è un colabrodo energeticoImmagine

diversa: si vede chiaro che nei Paesi occidentali oltre un certo limite di crescita economica e di consumi, la felicità non cresce di conseguenza – filosofi e sociologi stanno studiando questo fenomeno da tempo. C’è in tutti noi una sorta di effetto satura­zione e al di là della soddisfazione dei nostri bisogni fondamentali – che sono sacrosanti e inviolabili – quando si entra nel campo dei desideri si sco­pre che gran parte di essi sono indotti dalla pubblicità. I messaggi pubbli­citari sono ingannevoli e ci dicono che saremo persone adeguate e che valgono nella società solo se acquiste­remo il determinato profumo, vestito, automobile. Dobbiamo imparare a fermarci un attimo e a pensare che di tante cose non abbiamo davvero alcun bisogno.

Secondo lei è veramente possibile che ognuno, nel proprio piccolo, attraverso costanti azioni quotidia­ne di risparmio delle risorse possa contribuire significativamente alla salvaguardia del Pianeta? Di fronte ai piccoli sacrifici che nuovi stili di vita comportano molti si demotiva­no pensando di essere una piccolis­sima goccia nell’oceano… I problemi del Pianeta altro non sono che la somma dei comportamenti di sette miliardi di persone, chi più chi meno. E anche le grandi lobby eco­nomiche che controllano in parte le nostre scelte, alla fine terminano nel mercato dei consumatori. Quindi, in fondo, il piccolo può anche controllare il grande attraverso i propri consumi, attraverso la gestione oculata del pro­prio portafoglio e quindi delle scelte di ogni giorno: se compro un certo ogget­to faccio una scelta ben precisa, do un voto. Anche il cambiamento delle abi­tudini può influire sulle grandi scelte economiche, certo non su tutte, penso ad esempio alla difficoltà d’influire sulle spese militari.

Quali sono le principali azioni che una famiglia che vive in città può adottare per ridurre il proprio impatto ambientale? Prima di tutto penso si debba fare un bilancio non solo economico ma anche e soprattutto energetico della propria vita. Una delle voci di spesa più impor­tanti di una famiglia è proprio quella dell’energia: riscaldamento, gas, elet­tricità, combustibile per la macchina. Avendo chiaro qual è il proprio bilancio energetico possiamo agire sull’efficien­zaImmagine1Immagine2

e diminuire i nostri consumi. Ad esempio, la maggior parte delle case, in Italia, è un colabrodo energeti­co: attraverso opere di ristrutturazione, sulle quali ci sono anche sgravi fiscali e incentivi, possiamo cominciare a taglia­re del 50-70% i consumi della nostra abitazione, a parità di confort. Anche per l’automobile vale lo stesso discorso: è molto diverso muoversi in suv piuttosto che con una piccola utilitaria. Conosco molte persone che hanno fatto bene i loro conti e hanno deciso di vendere la macchina, riuscendo a spostarsi age­volmente con i mezzi pubblici e noleg­giandola o utilizzandola in car sharing quelle poche volte all’anno in cui non è proprio possibile farne a meno. La voce “energie” è sicuramente la più importante in un discorso di descrescita felice; poi viene quella delle mode: abiti, cosmetici, profumi e tanti altri beni di consu­mo costano davvero cari solo perché “firmati”. Eliminando molti di questi orpelli la vita diventa più semplice, non si deve rispondere a nessuno del proprio comportamento e si rispar­miano un bel po’ di soldi.

Ci racconta brevemente come vive con la sua famiglia? Quali scelte ha intrapreso verso la resilienza? Oltre a quella del risparmio energe­tico della casa (isolamento termico e installazione di pannelli fotovoltaici per la produzione dell’energia elettri­ca) sono riuscito a fare scelte ancora più ampie trasformando un improdut­tivo giardino che assorbiva risorse in un fecondissimo orto che mi dà delle ottime verdure e mi evita di andare a fare attività fisica a pagamento in palestra: la mia palestra è diventata l’orto e in più produce i pomodori. Inoltre ho modificato radicalmente le mie scelte di acquisto – cosa che tutti possono fare. La classica spesa settimanale al supermercato si è tra­sformata per me in una spesa ormai più che bimestrale andando ad acqui­stare solo quello di cui ho veramente bisogno e facendo una scelta molto ragionata sui prodotti che metto nel carrello. Ho ridotto sempre più il prodotto alimentare confezionato, precotto, a favore di cibi freschi o che possono essere cucinati in mille modi e hanno un basso costo iniziale, come i fantastici legumi.

In un mondo in cui tutto si compra, si rompe e si butta e in cui nelle nostre case siamo sempre al caldo e l’acqua esce abbondante dai nostri rubinetti, come possiamo insegnare ai nostri figli il valore del risparmio delle risorse? Penso ad esempio alla scuola materna di mia figlia in cui usano i bicchieri di plastica usa e getta ad ogni merenda o pasto: fanno tre pasti al giorno e sono sessanta bambini, il conto è presto fatto… Prima di tutto è un fatto culturale: dobbiamo far capire anche ai bambini da un lato la preziosità delle risorse, quindi riflettere sul fatto che quel bicchiere di plastica è del petrolio che magari ha creato una guerra in un Paese lontano e che è arrivato con un lungo viaggio da noi: lo usiamo cinque minuti e poi si trasforma in un rifiuto. Dobbiamo far capire loro che il rifiuto fa male alla salute, che poi lo ritroviamo nell’acqua che beviamo, nell’aria, nei cibi. Dopo questo passo viene il momento del comitato dei cittadini, dei genitori che chiedono alla scuola, al comune di cambiare metodo: so che questa battaglia è già stata fatta in diversi comuni italiani e ho nella mente il chiaro esempio degli studenti dell’U­niversità di Padova, che hanno dato vita a un comitato per l’abolizione dei bicchieri in plastica alla mensa universitaria, presentando uno studio realizzato da loro, relativo all’impatto ambientale di questa prassi. A questo punto la grande politica dovrebbe intervenire: riconosciuta l’evidenza dell’impatto ambientale nocivo delle stoviglie usa e getta, una legge nazionale dovrebbe proibirne l’uso in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Pensa che in Italia ci sia una mag­giore difficoltà a far passare un certo tipo di concetti di risparmio, tutela, bene comune e senso civico rispetto ad altri Paesi? Questo è sicuramente vero anche per un fatto di pessima educazione ambientale: queste tematiche non si studiano a scuola, si studiano male o non sono collegate in una visione complessiva. Non ci sono spesso le basi per spie­gare a gran parte dei nostri concit­tadini cosa s’intende per risparmio delle risorse, tutela del territorio e del paesaggio ecc. Mentre queste tema­tiche sono molto meglio comprese e convertite in pratica dalla politica nei Paesi del Nord Europa, che sono cer­tamente da prendere come modello: non bisogna neanche sforzarsi molto, basterebbe imparare a copiare da chi le cose le ha già fatte bene.

Abbiamo intervistato Luca Mercalli

Nato a Torino nel 1966, ha iniziato giovanissimo a interessarsi di atmosfera.

Ha studiato scienze agrarie all’Università di Torino, con indirizzo uso e difesa dei suoli e agrometeorologia, ma ha approfondito la preparazione in climatologia e glaciologia in Francia, tra Grenoble e Chambéry, dove si è laureato in geografia e scienze della montagna. È autore di centinaia di articoli scientifici, di saggi di divulgazione sui temi ambientali e di ricerca sul clima e non solo. Ha tenuto un migliaio di conferenze, in Italia e all’estero. Svolge incarichi di docenza per università, corsi di specializzazione e formazione professionale in scuole di ogni ordine e grado. Divulga le tematiche che gli sono care anche in numerosi programmi televisivi tra cui Che Tempo Che Fa condotto da Fabio Fazio. Abita in Val di Susa, si scalda con legna e pannelli solari, fa una differenziazione minuziosa dei rifiuti, coltiva l’orto e ama le biblioteche.

Fonte: viviconsapevole.it

Prepariamoci - Libro

Voto medio su 3 recensioni: Da non perdere

€ 14

3.Vivere in una società dei consumi

Decenni di crescita relativamente stabile in Europa hanno trasformato il nostro modo di vivere. Produciamo e consumiamo una quantità maggiore di beni e servizi. Viaggiamo di più e viviamo più a lungo. Tuttavia, l’impatto ambientale delle attività economiche, sia nel proprio paese che all’estero, è cresciuto e si è fatto più visibile. La normativa in materia di ambiente, se attuata integralmente, porta a risultati concreti. Eppure, visti i cambiamenti degli ultimi vent’anni, possiamo dire che stiamo facendo del nostro meglio? Quando Carlos Sánchez è nato, nel 1989, nell’area metropolitana di Madrid vivevano quasi 5 milioni di persone. La sua famiglia abitava in un appartamento con due camere da letto nel centro della città; non avevano l’automobile, ma possedevano una televisione. All’epoca non erano gli unici spagnoli a non avere l’auto. Nel 1992, sei anni dopo l’adesione all’Unione europea, nel paese c’erano 332 auto ogni 1.000 abitanti. Quasi due decenni dopo, nel 2009, 480 spagnoli su 1.000 possedevano un’autovettura, appena sopra la media dell’Unione europea. Quando Carlos aveva cinque anni, la famiglia Sánchez acquistò l’appartamento adiacente al proprio e lo unì al primo. Quando ne aveva otto, i suoi acquistarono la prima automobile, ma si trattava di una macchina usata.4

Società che invecchiano

Non sono solo i mezzi di trasporto a essere cambiati. Anche le nostre società sono diverse. Tranne poche eccezioni, il numero di figli per donna non è cambiato in modo significativo nei paesi dell’UE negli ultimi 20 anni. Nel 1992 le donne spagnole partorivano in media 1,32 figli e nel 2010 il dato era leggermente aumentato, arrivando a 1,39, ben al di sotto della soglia di sostituzione generalmente accettata di 2,1 figli per donna. Il tasso di fertilità complessivo nell’UE a 27 era intorno a 1,5 nel 2009. Eppure, la popolazione dell’Unione europea è in crescita, soprattutto per via dell’immigrazione. Inoltre, viviamo più a lungo e meglio. Nel 2006 l’aspettativa di vita alla nascita nell’UE era di 76 anni per gli uomini e di 82 per le donne. Alla fine di ottobre 2011, la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi. Malgrado il calo dei tassi di fertilità registrato negli ultimi due decenni, secondo le stime la popolazione mondiale continuerà a crescere fino a stabilizzarsi intorno ai 10 miliardi di abitanti nel 2100. Una tendenza al rialzo si riscontra anche nei tassi di urbanizzazione. Oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi nelle aree urbane. Nell’UE, circa i tre quarti delle persone abitano in aree urbane. Gli effetti si vedono in molte città europee, inclusa Madrid. La popolazione dell’area metropolitana di Madrid ha raggiunto i 6,3 milioni nel 2011.

Tutto cresce

Negli ultimi due decenni, la Spagna, come molti altri paesi europei, ha conosciuto una crescita economica costante, un aumento dei redditi e, fino a poco tempo fa, quella che sembrava essere la soluzione reale al problema della disoccupazione nel paese. L’espansione economica è stata alimentata da prestiti prontamente disponibili, pubblici e privati, dall’abbondanza di materie prime e dall’afflusso di migranti dall’America centrale e meridionale e dall’Africa. Quando è nato Carlos, ad eccezione di qualche rete informatica interconnessa, Internet, così come lo conosciamo oggi, non esisteva. I telefoni cellulari erano poco diffusi, ingombranti da portare con sé e troppo costosi per la maggior parte delle persone. Nessuno aveva mai sentito parlare di comunità virtuali e social network. Per molte comunità nel mondo, «tecnologia» era sinonimo di approvvigionamento di energia elettrica sicuro. Il telefono era caro e non sempre accessibile. Le vacanze all’estero erano riservate a pochi privilegiati. Nonostante alcune fasi di rallentamento economico registrate negli ultimi 20 anni, l’Unione europea è cresciuta del 40%, con medie leggermente superiori nei paesi che hanno aderito nel 2004 e nel 2007. Nel caso della Spagna, lo sviluppo dell’edilizia legata al turismo ha costituito un motore di crescita particolarmente importante. In altri paesi europei, la crescita economica è stata innescata anche da altri settori, fra cui quello dei servizi e l’industria manifatturiera. Oggi, Carlos vive ancora nello stesso appartamento insieme ai genitori. Possiedono un’auto e un cellulare a testa. Lo stile di vita della famiglia Sánchez non è insolito per gli standard europei.

Un’impronta ecologica mondiale più elevata

L’impatto dell’Europa sull’ambiente è cresciuto di pari passo con la crescita economica in Europa e nel mondo. Il commercio ha svolto un ruolo fondamentale nel favorire la prosperità in Europa e nei paesi in via di sviluppo, così come nel diffondere l’impatto ambientale delle attività che svolgiamo. Nel 2008, in termini di peso, l’Unione europea importava sei volte più di quanto esportasse. La differenza è quasi interamente dovuta al volume elevato delle importazioni di carburante e prodotti minerari.5

 «Per produrre gli alimenti di cui ci nutriamo ricorriamo a concimi e pesticidi derivati dal petrolio; quasi tutti i materiali da costruzione che usiamo — cemento, plastiche eccetera — sono derivati dai combustibili fossili, così come la stragrande maggioranza dei farmaci con cui ci curiamo; gli abiti che indossiamo sono, in massima parte, realizzati con fibre sintetiche petrolchimiche; trasporti, riscaldamento, energia elettrica e illuminazione dipendono quasi totalmente dai combustibili fossili. Abbiamo costruito un’intera civiltà sulla riesumazione dei depositi del periodo carbonifero. […] Le future generazioni, quelle  che vivranno fra cinquantamila anni, […] probabilmente ci battezzeranno “popolo dei combustibili fossili” e chiameranno la nostra epoca Età del carbonio, così come noi ci riferiamo a epoche passate come all’Età del ferro o all’Età del bronzo».

Jeremy Rifkin, presidente di Fondazione sulle Tendenze Economiche e consulente dell’Unione europea. Estratto dal libro «La terza rivoluzione industriale».

La politica funziona, quando è ben studiata e ben attuata

La crescente consapevolezza globale della necessità urgente di affrontare le questioni ambientali è nata assai prima del vertice della terra di Rio del 1992. La normativa dell’UE in materia di ambiente risale ai primi anni settanta e l’esperienza maturata da allora dimostra che, attuate in modo appropriato, le norme ambientali ripagano gli sforzi. Ad esempio, la direttiva uccelli (1979) e la direttiva habitat (1992) dell’UE forniscono un quadro giuridico per le aree protette dell’Europa. L’Unione europea include oggi nella rete di protezione della natura denominata «Natura 2000» più del 17% della sua superficie sulla terraferma e un’area marina di oltre 160.000 km2. Benché molte specie e molti habitat europei siano ancora minacciati, «Natura 2000» rappresenta un passo fondamentale nella giusta direzione. Anche altre politiche ambientali hanno avuto un impatto positivo sull’ambiente europeo. La qualità dell’aria ambiente è generalmente migliorata nel corso degli ultimi due decenni. Tuttavia, l’inquinamento atmosferico a grande distanza e alcuni inquinanti atmosferici emessi su scala locale continuano a danneggiare la nostra salute. Anche la qualità delle acque europee è migliorata in maniera significativa grazie alla normativa UE, ma la maggior parte degli inquinanti emessi nell’aria, nell’acqua e nel terreno non svanisce facilmente. Al contrario, si accumulano. L’Unione europea ha inoltre iniziato a tagliare il filo che unisce la crescita economica alle emissioni di gas a effetto serra. Le emissioni globali, tuttavia, continuano a crescere, contribuendo alla concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera e negli oceani. Una tendenza analoga si riscontra nell’uso dei materiali. L’economia europea produce di più con meno risorse. Eppure, continuiamo comunque a utilizzare molte più risorse di quante la massa terrestre e i mari europei non possano fornirci. L’UE continua a generare ingenti quantità di rifiuti ma la quota avviata al riciclaggio e al reimpiego è in aumento. Purtroppo, quando si tenta di affrontare una problematica ambientale, ci si rende conto che in questo settore i problemi non possono essere considerati separatamente e uno per volta. Devono essere integrati all’interno delle politiche economiche, della pianificazione urbana, della politica della pesca e di quella agricola e così via. L’estrazione dell’acqua, ad esempio, compromette la qualità e la quantità dell’acqua alla fonte e a valle. Poiché la quantità d’acqua alla fonte diminuisce a causa di una maggiore estrazione, gli inquinanti emessi nell’acqua risultano meno diluiti e producono un impatto negativo più ampio sulle specie dipendenti da quel corpo idrico. Per pianificare e ottenere un miglioramento significativo della qualità delle risorse idriche, tanto per cominciare dobbiamo chiederci per quale ragione preleviamo l’acqua. 6

Cambiare passo dopo passo

Malgrado le nostre lacune conoscitive, le tendenze ambientali oggi in atto sollecitano un intervento immediato e decisivo  che chiami in causa responsabili politici, imprese e cittadini. In assenza di cambiamenti, la deforestazione globale  continuerà a un ritmo serrato e la temperatura media potrebbe aumentare di ben 6,4 °C a livello mondiale entro la fine del secolo. Nelle isole dai fondali bassi e lungo le zone costiere, l’innalzamento del livello del mare metterà a rischio una delle nostre risorse più preziose, la terra. I negoziati internazionali spesso durano anni prima di concludersi e di giungere

ad attuazione. Quando viene attuata integralmente, una normativa nazionale ben studiata funziona ma è limitata dai confini geopolitici. Molte questioni ambientali non sono circoscritte entro i confini nazionali. In ultima analisi, potremmo tutti percepire l’impatto della deforestazione, dell’inquinamento atmosferico o dello sversamento dei rifiuti in mare. Le tendenze e i comportamenti possono cambiare, un passo alla volta. Abbiamo una buona conoscenza di ciò che eravamo

20 anni fa e di ciò a cui siamo arrivati oggi. Possiamo non avere un’unica soluzione miracolosa che consenta di risolvere

tutti i problemi ambientali all’istante, ma abbiamo un’idea, anzi una serie di idee, di strumenti e di politiche, in grado di aiutarci a trasformare la nostra economia in un’economia verde. L’opportunità di costruire un futuro sostenibile nei prossimi 20 anni è pronta per essere colta.7

Cogliere l’opportunità

Cogliere o non cogliere l’opportunità che abbiamo davanti dipende dalla nostra consapevolezza comune. Possiamo imprimere lo slancio necessario a trasformare il nostro modo di vivere solo se capiamo qual è la posta in gioco. La consapevolezza cresce, ma non sempre basta. L’insicurezza economica, la paura della disoccupazione e le preoccupazioni per la salute sembrano dominare i nostri pensieri nel quotidiano. La situazione non è diversa per Carlos o per i suoi amici, soprattutto se consideriamo le turbolenze economiche in Europa. Fra le preoccupazioni per i suoi studi in biologia e le sue prospettive di carriera, Carlos non sa dire quanto la sua generazione sia consapevole dei problemi ambientali dell’Europa e del mondo. Tuttavia, abitando in città, riconosce che la generazione di suo padre e di sua madre

aveva un legame più stretto con la natura, perché nella maggior parte delle famiglie almeno uno dei genitori era cresciuto in campagna. Anche dopo essersi trasferiti in città per lavorare, conservavano una relazione più intima con la natura. Forse Carlos non avrà mai un simile legame con la natura, ma è felice di poter fare qualcosa: raggiungere l’università in bicicletta. Ha persino convinto suo padre a fare lo stesso per andare al lavoro. La verità è che l’insicurezza economica, la salute, la qualità della vita e persino la lotta alla disoccupazione dipendono tutte dal fatto di avere un pianeta sano. Il rapido esaurimento delle nostre risorse naturali e la distruzione di ecosistemi che tanto ci offrono difficilmente garantiranno a Carlos o alla sua generazione un futuro sicuro e sano. Un’economia verde e a basse emissioni di carbonio resta l’opzione migliore e più praticabile per garantire la prosperità economica e sociale a lungo termine.

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

 

Premio Comuni a 5 stelle: Montechiarugolo vince la settima edizione

castello_montechiarugolo

 

È Montechiarugolo, il comune più virtuoso d’Italia. Il paese di 10.500 abitanti si è infatti aggiudicato il prestigioso riconoscimento vincendo la settima edizione del Premio Comuni Virtuosi, promosso dall’omonima associazione con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. La giuria, composta dai membri del Comitato Direttivo della rete, ha voluto selezionare anche il comune migliore per ogni categoria del bando. Atri (TE) si aggiudica il primo posto nella sezione Gestione del territorio; Cannara (PG) nella sezione Impronta ecologica; Agerola (NA) nella sezione Rifiuti; Caronno Pertusella (VA) nella sezione Mobilità sostenibile; infine, la città di Udine si aggiudica il primo posto nella sezione Nuovi stili di vita. Già vincitore nella categoria Impronta ecologica nell’edizione precedente, Montechiarugolo ha dimostrato una rapida e costante ascesa nella realizzazione di politiche ambientali di assoluta eccellenza, trasversalmente alle cinque linee di intervento previste nel bando. Dalle certificazioni ambientali alle centrali del risparmio energetico, dal potenziamento dei percorsi ciclo-pedonali alla raccolta differenziata porta a porta spinta, sono tante le progettualità e i risultati conseguiti nell’azione amministrativa. “Se le politiche ambientali hanno bisogno di risorse, sono molto di più i bilanci che hanno bisogno delle politiche ambientali – commenta il sindaco Luigi Buriola -. Dobbiamo smettere di sprecare risorse, se vogliamo davvero tutelare i bilanci. Sono proprio le politiche ambientali che tutelano e producono le risorse per la main mission di un Comune, che è certamente quella sociale.” Il Comune di Montechiarugolo beneficerà di un audit energetico gratuito fornito dal Polo Tecnologico per l’Energia di Trento, sponsor dell’iniziativa. La cerimonia di premiazione si è tenuta sabato 21 settembre presso la Sala del Trono nel Palazzo del Duca a Senigallia (AN), con la presenza del Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. Il premio Comuni a 5 Stelle è nato nel 2007 su iniziativa dell’Associazione Comuni Virtuosi con lo scopo di individuare, valorizzare e premiare le buone prassi in campo ambientale nelle cinque categorie del bando: gestione del territorio, impronta ecologica, rifiuti, mobilità, nuovi stili di vita. Lo scorso anno il premio Comuni Virtuosi è stato assegnato a Massarosa, in provincia di Lucca.

Fonte: il cambiamento

Siamo all’Earth Overshoot Day e abbiamo già consumato le risorse di un anno

Bilancio in rosso per la Terra: la quota si risorse naturali che ci dovrebbe bastare per un anno è stata già consumata08-overshoot-day-620x350

Dal 20 agosto siamo in rosso: l’umanità si è appena fatta fuori le risorse naturali, con due giorni di anticipo rispetto allo scorso anno, che le sarebbero dovute bastare per un anno: acqua, suolo, aria, pesca, oceani, cibo…tutto è già stato consumato. In pratica la nostra impronta ecologica è insostenibile per il Pianeta e abbiamo usato le risorse disponibili una volta e mezza oltre la capacità globale di rigenerarsi, avverte il tank Global Footprint Network. Ma l’Europa va ben oltre consumandone ben due volte e mezza mentre gli Stati Uniti arrivano a consumarne oltre le 4 volte. La corsa al consumo delle risorse è inarrestabile: nel 2011 l’overshooday cadde il 27 settembre. Spiega Tony Long, direttore del WWF Europa:

La natura è la base del nostro benessere e della nostra prosperità ma stiamo consumando troppo le risorse limitate e disponibili su questo pianeta. Se tutti i paesi del mondo dovessero consumare le risorse naturali allo stesso modo allora avremmo bisogno di 2,66 pianeti per sostenere i nostri livelli di consumo attuali. Tra il 1990 e il 2008 un’area della foresta tropicale pari a tre volte le dimensioni del Belgio è stata autorizzata per la coltivazione di prodotti agricoli destinati per l’UE Stiamo effettivamente usando la nostra quota delle nostre risorse e quelle di altri paesi.

Ma non solo risorse naturali, ci stiamo facendo fuori anche i combustibili fossili. Spiega Philippe Carr portavoce del WWF:

Stiamo bruciando combustibili al di sopra di ciò che dovremmo. Più del 50% dell’impronta ecologica è composta l’impronta di carbonio, soprattutto dalla combustione di combustibili fossili.

La Commissione europea ha sollecitato l’uso più efficiente delle risorse nell’economia della Ue con la pubblicazione nel settembre 2011 una tabella di marcia per un Europa meno sprecona Ciò richiede l’introduzione di indicatori e obiettivi per i 28 Stati membri. Ma ancora oggi non esistono leggi che governano l’efficienza delle risorse a livello europeo.

Fonte:  Euractiv