La Blue Way piemontese è in Pistaaa!

Dall’elegante Terrazza Martini di Pessione (Chieri) è stato presentato ufficialmente il progetto di pista ciclabile che collegherà circa venti città piemontesi attraverso strade bianche e sentieri già esistenti. In sala, oltre ai sindaci dei 18 comuni interessati al tracciato della ciclovia, erano presenti amministratori, enti di ricerca, università, cattedre UNESCO, istituti scolastici, associazioni non profit, associazioni di categoria, imprenditori del territorio e semplici cittadini.

Pessione (Chieri) – Ogni volta che giungo da queste parti mi tornano in mente i pomeriggi in cui anni fa, insieme a degli amici, venivamo in bicicletta fino a Chieri da Venaria. La fatica e le salite erano sempre ben compensate dalla bellezza dello fare sport, in compagnia, in queste terre meravigliose. Senza contare il brivido adrenalinico della discesa lungo la via del ritorno… Sorrido, pensando che oggi torno nel Comune di Chieri proprio per la presentazione ufficiale del progetto Pistaaa, la blue way piemontese: un progetto di pista ciclabile che collegherà circa venti comuni del territorio con un impatto ambientale pressoché nullo e con la possibilità di generare un indotto capace di generare ricchezza al territorio, valorizzandolo in un modo sensato e non impattante.14440670_586849248154420_7563971495584739776_n

La presentazione del progetto è stata organizzata nella meravigliosa Terrazza Martini, azienda famosa in tutto il mondo per il suo inimitabile vermouth. Appena giunto all’ingresso mi accoglie Alberto Guggino del comitato promotore di Pistaaa e agente del cambiamento di Italia Che Cambia. Passano pochi minuti e la sala è piena: istituzioni, enti di ricerca, associazioni del territorio, cattedre UNESCO, imprenditori del territorio tutti pronti ad ascoltare la presentazione del progetto, promosso e stato ideato da tre associazioni: CioCheVale, Il tuo parco e Muoviti Chieri. Dopo un saluto di Marco Budano di Casa Martini, è stato lo stesso Alberto Guggino a condurre la serata, ricordandoci come Pistaaa “sia in grado di unire i principi della blue economy con la mobilità sostenibile, il benessere fisico con la valorizzazione del territorio, l’innovazione tecnologica con la cultura della sostenibilità”.

Alberto ha dato così la parola a Giorgio Ceccarelli, coordinatore di FIAB Nord Ovest (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) che ha ben evidenziato quanto questo progetto ben si collochi in un contesto continentale – progetto Eurovelo – e quanto sia necessario per stimolare una mobilità intermodale, integrando treni e bici. Dopodiché è stato il turno di Ada Gabucci di MuovitiChieri che ha illustrato le ipotesi degli itinerari, partendo e valorizzando i percorsi già esistenti.
Giovanni Bosco, presidente di MuovitiChieri, ha ricordato l’importanza e le opportunità che le ciclofficine e i professionisti del settore possono avere in un percorso del genere. A seguire Piergiorgio Tenani, presidente dell’associazione Il Tuo Parco, ha illustrato i benefici della mobilità sostenibile, ambito nel quale la stessa associazione è anni che promuove attività ed eventi, in particolare legati alla salvaguardia e alla consapevolezza ambientale. “Ci occupiamo – aggiunge Piergiorigio – di didattica ed educazione all’ambiente dal 1989. La bellezza del progetto è che, oltre a nuovi amici, abbiamo trovato una comunità che ha capito quanto sia necessario cambiare il nostro stile di vita, e la mobilità è un elemento determinante in questo senso”.

Edoardo Calia, vicedirettore dell’Istituto di Ricerca Boella del Politecnico di Torino ha mostrato quello che può essere il contributo della tecnologia al sistema: attraverso innovativi strumenti si potranno ottenere informazioni in tempo reale nel luogo in cui ci si trova sui protagonisti del territorio, dalle piccole aziende biologiche alle associazioni virtuose dei vari comuni. “Pistaaa unisce una esigenza di mobilità ad una esigenza di conoscenza del territorio. Per raggiungere questo secondo obiettivo le tecnologia dell’informazione può essere estremamente utile”.12967952_523649491141063_7945113609215657923_o-1024x576

Come diceva Alberto, Pistaaa vuole portar con sé i principi della blue economy. Così Luigi Bistagnino, docente di design sistemico del Politecnico di Torino ci ha mostrato come l’economia blu, non prevedendo scarti in nessuna fase produttiva, possa essere un tramite per veicolare l’imprenditoria locale e orizzontale. Ippolito Ostellino, direttore del Parco del Po e della collina torinese, ha illustrato come la neonata riserva della Biosfera MAB UNESCO di cui i 18 Comuni interessati al progetto fanno parte, sia una immensa opportunità, per preservare l’ambiente circostante e allo stesso tempo promuovere il territorio, in maniera sostenibile e ragionevole. Ha concluso l’incontro Daniela Ruffino, vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte e presidente della Consulta Regionale Europea, che da anni lavora per creare opportunità di sviluppo legate alla Blue Economy.img_8475-large

Buon lavoro al progetto Pistaaa e a tutti i suoi sostenitori. Abbiamo potuto osservare un movimento dal basso che, con l’appoggio delle istituzioni, sta portando avanti un percorso sano, equo e ricco di valori. E non ho bevuto troppi Martini in terrazza, vi assicuro che questa iniziativa esiste per davvero. Quindi non ci resta che sostenerla in tutti i modi possibili, pedalando insieme per realizzare questo sogno comune. Scendo in auto verso Torino. Tuttavia non vedo l’ora di tornare da queste parti in bicicletta, per conoscere ancor più a fondo questi territori.

Fonte: http://blog.italiachecambia.org/dai-territori/2016/10/21/la-blue-way-piemontese-e-in-pistaaa/

Josetta Saffirio, quando la produzione vitivinicola è sostenibile e al femminile

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Un’azienda vitivinicola al femminile, una filosofia di produzione orientata al green e al biologico. È la strada scelta dalla Cantina Josetta Saffirio di Monforte d’Alba (CN), che celebra il passaggio di testimone dalla quarta alla quinta generazione nel segno del ridotto impatto ambientale. Tante le azioni virtuose che fanno dell’azienda un laboratorio di sostenibilità: dalla riduzione dei prodotti chimici usati nei vigneti a prototipi di trattori più leggeri per rispettare la terra, dalla corretta gestione dei rifiuti speciali a un impianto fotovoltaico che produce il doppio dell’energia necessaria alla cantina. E in futuro la realizzazione di un bioparco.  “La donna, il vino, la sostenibilità”. È il titolo scelto dalla Cantina Josetta Saffirio di Monforte d’Alba (CN) per celebrare il passaggio di testimone, dalla quarta alla quinta generazione, in questa azienda tutta al femminile che si rinnova perseguendo una filosofia di produzione orientata alla sostenibilità e al biologico.

Amore per la terra

“Essere contadino significa avere una grande responsabilità: l’eredità che ci è stata lasciata e quella che lasceremo ai nostri figli” sottolinea Sara Vezza, titolare dell’azienda e figlia di Josetta Saffirio. “Da sempre la nostra azienda, a totale gestione familiare, ha sentito di appartenere al territorio. Una responsabilità che si tramanda da padre a figlio, da generazione a generazione”. La Cantina ha tradotto questa filosofia con azioni concrete che rispettano il territorio: dalla riduzione dei prodotti chimici utilizzati in vigneto alla lavorazione non profonda del terreno prima della messa a dimora delle piante, dall’inerbimento totale del filare che riduce l’erosione delle acque superficiali all’utilizzo di trattori prototipo più leggeri per non pesare troppo sulla terra, allo scopo di preservarla.

Laboratorio di sostenibilità

Oggi l’azienda agricola si presenta come un vero e proprio laboratorio di produzione vitivinicola a basso impatto ambientale. La cantina è stata progettata in modo da essere integrata nel paesaggio rurale e ridurre lo scambio termico con l’esterno. L’isolamento è stato fatto usando del sughero naturale. Per quanto riguarda il fabbisogno energetico, dal 2010 è attivo un impianto fotovoltaico da 20 kW, che produce il doppio dell’energia che serve per la cantina. Ciò consente di ridurre le emissioni di CO2 di 13 tonnellate all’anno. L’azienda, inoltre, fa parte del consorzio ‘Cascina Pulita’ che ritira e gestisce tutti i rifiuti (olio esausto, batterie, contenitori di fitofarmaci) provenienti dall’azienda.

Prodotto a basso impatto

Anche il prodotto finale della cantina è concepito nel segno della sostenibilità. La scelta dei fornitori è stata fatta in base alla condivisione della stessa filosofia, optando per partner possibilmente del territorio: per le etichette è stata scelta Fasson, certificata FSC, per i tappi Amorim, da sempre impegnata nel rispetto dell’ambiente, e per le capsule Ramondin, che utilizza vernici all’acqua. Massima attenzione, inoltre, alla riduzione degli imballaggi: vetro più leggero (riciclato al 90%), tappi più corti e meno cartone. Una scelta che si traduce in un risparmio per l’ambiente e per il consumatore.

Presto un bioparco

Il percorso di sostenibilità intrapreso dalla Cantina Josetta Saffirio è controllato da enti terzi. “Siamo sottoposti alla supervisione della CCPB per la Certificazione Biologica e facciamo parte delle venti aziende italiane pilota nel progetto Tergeoprogetto dell’Unione Europea sostenuto dall’Unione Italiana Vini per la qualificazione delle soluzioni tecnologiche e gestionali in materia di sostenibilità nel settore vinicolo” afferma Sara Vezza. La titolare dell’azienda annuncia infine il nuovo progetto in cui è impegnata: “Stiamo lavorando alla realizzazione di un parco, dove regnano le specie autoctone di fauna e flora, con l’obiettivo – conclude Sara – di avvicinare le scuole al mondo e alla cultura del vino e ridurre ulteriormente la nostra impronta ecologica”.

Chi è Josetta Saffirio

L’azienda agricola Josetta Saffirio ha sede a Monforte d’Alba in provincia di Cuneo nel cuore delle Langhe. Frutto di una tradizione che si tramanda dall’inizio del Novecento, l’azienda produce un vino Barolo premiato due volte con i “Tre Bicchieri” (annate ’88 e ’89) e con numerosi riconoscimenti internazionali. Oltre al Barolo, l’azienda agricola produce anche Nebbiolo, Barbera d’Alba e Rossese Bianco. Negli ultimi anni, l’azienda agricola ha intrapreso un percorso di rinnovamento nel segno della sostenibilità che la rendono un vero e proprio laboratorio di produzione vitivinicola a basso impatto ambientale.

Ulteriori informazioni sul sito: www.josettasaffirio.it

Fonte: agenziapressplay.it

Oleodotto Keystone XL: Obama si oppone alla decisione del congresso e mette il veto

Il veto presidenziale blocca un colpo di mano dei repubblicani che intendevano accelerare l’iter dell’oleodotto senza le consuete procedure di impatto ambientale. Per la prima volta in cinque anni, il presidente Barack Obama ha posto il veto ad un atto approvato dal congresso a maggioranza repubblicana per accelerare la costruzione del controverso oleodotto Keystone XL, che dovrebbe trasportare il petrolio delle tar sands canadesi fino al Golfo del Messico.

Scrive il Presidente ai senatori:

«Il “Keystone XL Pipeline Approval Act.” ritorna indietro senza la mia approvazione. Con questa legge il Congresso tenta di aggirare i consueti e consolidati processi per determinare se la costruzione e gestione di un oleodotto internazionale serva o meno agli interessi nazionali. Prendo con molta serieta’ il potere di veto presidenziale, ma prendo con molta serieta’ anche la mia responsabilita’ nei confronti del popolo americano e poiche’ questo atto entra in conflitto con le procedure stabilite e vorrebbe tagliare fuori le preoccupazioni legate alla sicurezza e all’ambiente, ho deciso di porre il veto.»

Cosa accadra’ ora? I repubblicani non hanno voti sufficienti per ribaltare il veto presidenziale, per cui il loro colpo di mano per accelerare forzosamente le procedure di impatto ambientale e fare un regalo ai petrolieri e’ definitivamente fallito. Questo non significa che il progetto dell’oleodotto lungo 1900 km sia definitivamente morto. Tuttavia altri due ostacoli si frappongono alla sua costruzione, la mancanza di un tracciato definitivo in Nebraska e la mancanza di un permesso per il South Dakota. Il progetto dal costo di oltre 7 miliardi di dollari, e’ da anni ampiamente osteggiato dalle associazioni ambientaliste e dai sostenitori di Obama, non solo per l’ impatto ambientale sulle zone attraversate dal progetto, ma anche e soprattutto perche’ darebbe un ampio sbocco commerciale all’ultra inquinante petrolio canadese da sabbie bituminose, sia a livello locale, con aumento dei livelli di mercurio e del rischio di leucemia, ma anche a livello globale, visto che per ricavare una tonnellata di petrolio (prima ancora che venga bruciata) si emettono infatti 0,58 t di CO2.Keystone

Fonte: ecoblog.it

Il parlamento del Galles dice no al fracking

Il parlamento gallese chiede una moratoria per questa pratica controversa ad alto impatto ambientale. Con 37 voti a favore e 16 contrari, il parlamento del Galles ha appena approvato una mozione contro la pratica del fracking. Chiede che il governo gallese faccia qualunque cosa in suo potere per impedire le trivellazioni idrauliche fino a quando questa pratica «non verra’ provata sicura sia dal punto di vista ambientale che sanitario». Questo “no” arriva una settimana dopo un analoga decisione del governo scozzese che ha bandito il fracking a tempo indefinito. Si rafforza quindi l’opposizione alla politica filofossile del governo Cameron. «Ora il governo di Westminster si dovrebbe allineare con la Scozia, il Galles  e molte altre aree del mondo per dare vita ad una moratoria di questa pratica controversa» ha dichiarato Donna Hume degli Amici della Terra. Si allarga progressivamente il fronte del no, dopo che un report del Consiglio Scientifico del Regno Unito lo ha definito «pericoloso per la salute tanto quanto il talidomide, il tabacco e l’amianto» e dopo che lo Stato di New York lo ha vietato e la Pennsylvania lo ha limitato.No-fracking-wales

Fonte: ecoblog.it

Centrale idroelettrica sul Po, l’osservatorio: “Opera inutile e costosa, usare i soldi per opere necessarie””

L’osservatorio sentito in Commissione al comune di Torino: “Pensiamo che ci sia l’urgenza di rendere efficiente e sostenibile il servizio attuale di navigazione prima di impegnare la Città negli anni a venire in un progetto di navigazione a valle della diga che anche in presenza della conca sarà comunque irrealizzabile per gli enormi problemi tecnici che comporta”

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Sarà firmato il prossimo 29 gennaio l’affidamento dei lavori all’Ati guidata da Camuna Spa per la realizzazione della centrale idroelettrica Michelotti e dell’opera accessoria“conca di navigazione”. Lo ha annunciato questa mattina mercoledì 21 gennaio) l’assessore Claudio Lubatti nel corso della seduta congiunta della II e VI commissione del Consiglio comunale riunite per ascoltare l’Osservatorio sul Po a Torino nell’ambito di Diritto di Tribuna.
L’assessore va quindi alla firma di un contratto, dopo un anno e mezzo dall’aggiudicazione della gara, in piena bufera su un’opera che solo oggi rivela le sue forti ripercussioni economiche per la città. L’assessore ha anche precisato che se in Consiglio passerà la mozione di Sel e di alcuni dissidenti del Pd che chiede lo stralcio della conca di navigazione (che sarà votata dopo la firma del contratto) chiederà la revoca dell’intera delibera sulla costruzione della centrale Michelotti facendo quindi capire che si aprirebbe così un problema politico nella maggioranza.
Nella nervosa seduta di oggi si è comunque capito che la delibera sul progetto di navigazione a valle della diga Michelotti non ha più l’unanimità con cui fu votata. Anzi, lo stesso Pd è spaccato dopo avere ascoltato gli impatti economici e tecnici del progetto. L’Osservatorio ha svolto una critica puntuale al progetto specificando soprattutto l’entità dei costi dell’operazione che non si limitano alla cifra di aggiudicazione del progetto ma che sommano inevitabilmente anche quelli per la manutenzione e quelli per la realizzazione della navigazione a valle della diga.
L’Osservatorio ha anche mostrato con fotografie lo stato di totale abbandono in cui versano gli approdi dell’attuale servizio di navigazione, servizio che è stato oggetto, la settimana scorsa, della visita dei consiglieri comunali che hanno così potuto conoscere i pesanti costi di gestione non bilanciati dai proventi dei biglietti. La navigazione, attualmente è limitata alla sola fermata del Valentino, non potendo proseguire oltre per gli alti costi di esercizio e per la scarsa manutenzione dei fondali. Gli approdi abbandonati (costati alla Città centinaia di migliaia di euro) sono oramai praticamente inagibili. L’Osservatorio ha espresso anche dubbi sulle procedure seguite per la Valutazione d’impatto ambientale seguite per concessione idroelettrica dove la conca di navigazione figura come “opera accessoria” (da approfondire ma non più da sottoporre a Via) e che è invece alla base di tutta l’operazione centrale Michelotti. Per questi motivi l’Osservatorio chiede che l’assessore Lubatti porti in Consiglio comunale un’analisi costi e benefici che comprenda i costi dell’opera e tutti i costi che saranno a carico della e che oggi non sono stati considerati. Inoltre, chiede al Consiglio comunale di stralciare il progetto di “conca di navigazione” dalla delibera di approvazione della Centrale Michelotti e di riaprire la Conferenza di servizi sull’intero progetto. Pensiamo che ci sia ancora tempo per riflettere su un’opera inutile e costosa e per indirizzare questi soldi (un milione 200 mila euro) per le opere sul Po che sono chieste dai cittadini e dalle Circoscrizioni. Pensiamo che ci sia l’urgenza di rendere efficiente e sostenibile il servizio attuale di navigazione prima di impegnare la Città negli anni a venire in un progetto di navigazione a valle della diga che anche in presenza della conca sarà comunque irrealizzabile per gli enormi problemi tecnici che comporta.
L’Osservatorio intende collaborare con la Città, con il sindaco Fassino, con l’assessore Lubatti e con il Consiglio comunale per tutti i progetti che servano a migliorare la fruizione del Po, bene comune di tutti i torinesi.
Nel frattempo continua la raccolta firme (siamo a oltre 1500) e presto sarà organizzata un’iniziativa pubblica di informazione e sensibilizzazione.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Superhub, un “concorrente” eco per Google Maps

Frutto del lavoro di venti partner europei questa applicazione indirizza gli utenti verso spostamenti con il minor impatto ambientale possibile. È stata presentata questa mattina, all’ExpoGate di Milano, Superhub una piattaforma digitale open source che ambisce a diventare l’alternativa green di Google Maps. La sua realizzazione è il frutto dell’impegno di 20 partner e 1800 cittadini “pionieri” che negli ultimi tre anni, fra Milano, Barcellona ed Helsinki, hanno testato questa app (per pc e smartphone) in grado di fornire tutte le informazioni necessarie sui mezzi di trasporto, ma soprattutto di indirizzare gli utenti verso l’opzione che comporta il minore impatto ambientale. Superhub è la forma contratta di SUstainable and PERsuasive Human Users moBility in future cities e oltre a essere una guida per la mobilità consente di acquistare on line i titoli di viaggio e inviare feedback in tempo reale. Fra i venti partner del pool di ricerca europeo, sette sono italiani: Legambiente, ATM, Autoguidovie, Create-NET,eXrade, Imaginary e Vodafone. Un vestito su misura, open ed ecologico frutto di un minuzioso lavoro di ricerca e della partecipazione attiva di tantissime persone che conferma il grande interesse per il tema e la richiesta di coinvolgimento, sempre più insistente, da parte dei cittadini nelle fasi di progettazione della mobilità nuova. La forza di Superhub sta nel saper intercettare le diverse esigenze di mobilità proponendo soluzioni di volta in volta differenziate e che tendono ad una maggiore efficienza e sostenibilità degli spostamenti in ambito urbano,

ha spiegato Andrea Poggio, presidente di Legambiente Fondazione Innovazione. A Milano, Helsinki e Barcellona la sperimentazione di Superhub ha incontrato sensibilità e approcci diversi, ma il sistema è comunque riuscito a recepire e interpretare le differenti esigenze. Fra le varie opzioni dell’app di Android, gli utenti hanno apprezzato soprattutto la possibilità di fissare degli ecogoals personalizzati come la riduzione della CO2 emessa, la possibilità di memorizzare le proprie preferenze in termini di strade e mezzi e la reattività della app nel registrare e permettere di evitare lungo il percorso traffico e incidenti. Un altro degli aspetti “smart” di Superhub è la sua predisposizione alla raccolta dei dati sugli spostamenti e sulle richieste dei cittadini che diventeranno riferimenti per i tecnici e amministratori impegnati nella pianificazione degli interventi sul trasporto pubblico. L’Expo 2015 al via fra sei mesi sarà la prima importante occasione nella quale Superhub incontrerà il pubblico italiano e internazionale.158355683-586x337

Fonte:  Legambiente

© Foto Getty Images

Ad Ecomondo arrivano Ecopunti ed Ecoquiz, per stimolare le buone pratiche di sostenibilità

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A poco più di un mese dall’inizio di Ecomondo 2014 (5-8 novembre, Fiera di Rimini),Achab Group anticipa le novità che presenterà in occasione della fiera dedicata allo sviluppo sostenibile. Si tratta di due nuovi progetti per stimolare la conoscenza e le buone pratiche per la difesa dell’ambiente: Ecopunti, formula di marketing non convenzionale che incentiva i comportamenti virtuosi dei cittadini, ed Ecoquizgioco per smartphone e pc che permette di migliorare le proprie conoscenze sui temi della sostenibilità. Dal 5 all’8 novembre torna Ecomondo, il principale evento fieristico dedicato alle soluzioni e alle tecnologie per lo sviluppo sostenibile che trasformerà la Fiera di Rimini nel centro internazionale della green economy. Tra le realtà che animeranno il programma 2014 della fiera anche Achab Group, agenzia di comunicazione ambientale che opera in tutta Italia a fianco di aziende e comunità, per migliorare la qualità ambientale e costruire processi concreti di sostenibilità. In occasione di Ecomondo, Achab Group presenterà al pubblico due nuovi progetti che hanno al centro i cittadini e la sostenibilitàEcopunti ed Ecoquiz. Ecopunti è una formula di marketing non convenzionale che ruota intorno alla stimolazione dei comportamenti virtuosi dei cittadini. Il progetto punta ad incentivare buone pratiche come la raccolta differenziata, il compostaggio domestico o l’utilizzo di trasporto pubblico, che il comune premierà generando degli “ecosconti” da spendere nelle attività commerciali locali convenzionate. Promuovendo valori condivisi, si innescherà un circolo virtuoso che rafforzerà il senso di comunità e incentiverà a raggiungere obiettivi comuni, come l’abbattimento dell’impatto ambientale, il sostegno all’economia locale e alla diminuzione delle spese quotidiane delle persone. Con Ecoquiz, invece, ogni utente potrà verificare e migliorare le sue conoscenze sui temi della sostenibilità attraverso il concetto dell’edutaiment, ovvero l’intrattenimento a sfondo educativo. Si tratta di una app personalizzabile con domande a risposta multipla, integrata con Facebook, utilizzabile per partite singole o tornei con amici e avversari casuali. Con quasi 1.000 domande a risposta multipla su ambiente, energia, rifiuti e mobilità, è un gioco divertente rivolto sia agli studenti che agli adulti che coniuga informazione e intrattenimento, e stimola la curiosità su temi importanti come la difesa dell’ambiente. “Siamo fieri di essere presenti a questa nuova edizione di Ecomondo dove avremo l’opportunità di presentare al pubblico queste due nuove creazioni ideate da Achab per favorire lo sviluppo di una coscienza green tra cittadini e consumatori” ha sottolineato Paolo Silingardi, presidente Achab Group.

Qui il press kit: https://www.dropbox.com/sh/9l46i2dvrdpj6w0/AACWi8O2hMYZeVdP8PXPuF1Ta?dl=0

Achab Group è un’agenzia di comunicazione ambientale che sviluppa idee e progetti per la sostenibilità. Dal 1999 ha consolidato la propria esperienza grazie a centinaia di progetti realizzati con clienti pubblici e privati: attivazione raccolte porta a porta, progetti riduzione rifiuti, gruppi acquisto fotovoltaico, mobilità sostenibile, processi di partecipazione.
In questi anni l’agenzia ha coniugato passione, esperienza, e investito sulle competenze di chi lavora con Achab Group, impegnandosi sempre più per ideare progetti di sostenibilità e svilupparli a fianco dei propri clienti. Achab Group è attiva in tutta Italia e opera con clienti sia pubblici che privati per migliorare la qualità ambientale e costruire processi concreti di sostenibilità.

Maggiori informazioni sul sito: http://www.achabgroup.it/

Fonte: PressPlay

Renzi sdogana trivelle e inceneritori

Un futuro per l’Italia pieno di trivelle e di inceneritori, dove bruciare rifiuti è più conveniente che fare la raccolta differenziata e dilaniare territorio per cercare idrocarburi viene definito strategico. Un “affarone” che questo premier sta confezionando pezzo per pezzo dileggiando chi critica e obietta e preparandosi a farsi largo “a prescindere”.inceneritore_renzi

Mercato libero non più solo per i rifiuti speciali (quelli già girano da sud a nord e viceversa facendo girare tanti soldi e non sempre puliti), ma anche per i rifiuti solidi urbani che verranno bruciati non solo negli inceneritori già esistenti ma anche in nuovi impianti che sarà sempre più conveniente costruire ma che poi, per far tornare i conti, dovranno continuare a bruciare senza sosta e sempre di più. L’impegno per la raccolta differenziata è solo a parole, ma siccome sarà meno conveniente dell’incenerimento, sfidiamo anche il più allocco o il più in malafede a pensare o raccontare che sarà la priorità. E gli inceneritori saranno gestiti da società partecipate con l’aiuto dello Stato; così i cittadini pagheranno gli inceneritori prima con le tasse e anche dopo con le bollette. Il decreto sblocca Italia, messo a punto dal ministro Gian Luca Galletti, prevedrebbe una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”, dando di fatto il via libera alla circolazione dell’immondizia da una regione all’altra senza più bisogno di procedure particolari; tra gli obiettivi ci sarebbe anche quello della costruzione di nuovi impianti “di termotrattamento”, definiti “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”. Finora a far sentire a voce alta la sua protesta sono stati movimenti e cittadini della Lombardia, che, come le altre del Nord e Centro, sarà penalizzata da queste norme. E non solo: la Regione Lombardia, denunciando come svolta autoritaria il decreto stesso, ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale contro di esso. Intanto molto ci cova anche per le trivellazioni, insomma, come sostengono le associazioni ambientaliste, Renzi sembra proprio inseguire «il miraggio di un Texas nostrano», considerando «strategiche tutte le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, diminuendo l’efficacia delle valutazioni ambientali, emarginando le Regioni e forzando sulle norme che avevano dichiarato dal 2002 off limits l’Alto Adriatico, per il rischio di subsidenza». La denuncia arriva da WWF, Legambiente e Greenpeace che chiedono ai membri della Commissione Ambiente della Camera dei deputati di decidere per l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge Sblocca Italia n. 133/2014. «L’Italia stenta a definire una roadmap per la decarbonizzazione. Punto di riferimento delle politiche governative è ancora la SEN – Strategia Energetica Nazionale – mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, nella quale viene presentata una stima di 15 miliardi di euro di investimento (un punto di PIL!) e di 25 mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia» dicono le associazioni. «Ma è da tempo noto che il nostro petrolio è poco e di scarsa qualità. Secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 8 settimane. Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi». Gli ambientalisti sottolineano come «l’accelerazione indiscriminata impressa dal Governo metta a rischio la Basilicata che è interessata in terra ferma da 18 istanze di permessi di ricerca, 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi per circa i 3/4 del territorio. E non è esonerato dalla corsa all’oro nero neanche il mare italiano. In totale le aree richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per circa 29.209,6 kmq di aree marine, 5000 chilometri quadrati in più rispetto allo scorso anno. Attività che vanno a mettere a rischio il bacino del Mediterraneo dove si concentra più del 25% di tutto il traffico petrolifero marittimo mondiale provocando un inquinamento da idrocarburi che non ha paragoni al mondo». Ci sono 7 buoni motivi per chiedere l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge 133/2014, perché le disposizioni in esso contenute:

1) consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi senza individuare alcuna priorità;

2) trasferiscono d’autorità le VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente;

3) compiono una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni cui al vigente Titolo V della Costituzione;

4)  prevedono una concessione unica per ricerca e coltivazione in contrasto con la distinzione tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi del diritto comunitario;

5) applicano impropriamente e erroneamente la Valutazione Ambientale Strategica e la Valutazione di Impatto Ambientale;

6) trasformano forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico legato alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in “progetti sperimentali di coltivazione”;

7) costituiscono una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/13/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

Fonte: ilcambiamento.it

La carne bovina ha il peggior impatto ambientale per il Pianeta

La conferma che la carne e gli allevamenti di animali sia particolarmente onerosi per il Pianeta arriva da uno studio si un pool di scienziati americani

Il costo ambientale della produzione di carne bovina è enorme, superiore anche alla produzione di pollame e maiale, uova, latticini e latte che pure impiegano sei volte le risorse necessarie per produrre grano, patate o riso, e forniscono un valore calorico equivalente. Il perché è presto detto: la maggior parte dei terreni negli Stati Uniti è usato per coltivare cereali da destinare all’alimentazione degli animali di allevamento. La ricerca che evidenzia il grande dispendio di risorse è stata condotta dagli scienziati del Weizmann Institute of Science a Rehovot, in Israele, Bard College ad Annandale-on-Hudson e Yale School of Forestry and Environmental Studies a New Haven, Stati Uniti e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences e conferma quanto altri studi avevano già esposto. Lo studio ha calcolato il consumo di terreno, acqua di irrigazione e emissioni di gas serra incrociando i dati dei Dipartimenti dell’agricoltura, degli interni e dell’energia statunitensi per latticini, manzo, maiale, pollame uova, a parità di calorie fornite.

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Ebbene le 4 categorie di alimenti di origine animale apportano il 96% delle calorie di origine animale presente nella dieta sebbene il manzo ne apporti appena il 7%. Il perché lo spiega Gidon Eshel uno dei ricercatori, che dice:

La produzione di carne di manzo è quella che ha di gran lunga il peggior rapporto apporto nutrizionale/impatto ambientale in quanto richiede 28 volte più terra, 11 volte più acqua di irrigazione, cinque volte più emissioni di gas serra e sei volte più concime azotato di quanto necessario per la produzione di un quantitativo caloricamente equivalente (della media) degli altri quattro alimenti di origine animale. Ben distaccatati dalla carne bovina seguono, in ordine di “inefficienza energetica” decrescente i latticini, il maiale, il pollo e le uova

In pratica negli Stati Uniti per continuare a mangiare carne tutti i giorni e anche più volte al giorno devono impiegare 3,7 milioni di chilometri quadrati di terreno circa 12.000 metri quadrati per americano per la produzione dei mangimi che richiedono il 27% delle acque irrigue e sei milioni di fertilizzanti azotati all’anno per una emissione di gas serra pari al 5% cento delle emissioni totali degli Stati Uniti. Ma avvertono gli scienziati che questi numeri possono riguardare tutti i grandi Paesi:

Anche se la nostra analisi si basa su dati degli Stati Uniti, e quindi riflette direttamente le attuali pratiche negli Stati Uniti la rapida diffusione indotta dalla globalizzazione degli usi statunitensi, abitudini alimentari comprese, anche in economie grandi e fiorenti come quelle della Cina o dell’India, conferisce un significato globale alla nostra analisi.

Perciò gli scienziati sono dell’avviso che la politica debba fornire delle risposte concrete per limitare le conseguenze ambientali causate dall’allevamento di bovini. I consumatori però possono iniziare a limitare l’acquisto e il consumo di carne rossa, considerato che un uso eccessivo è sconsigliato per mantenere in perfetto stato la nostra salute. Meglio ancora sarebbe rinunciare del tutto agli alimenti di origine animale e scegliere la dieta vegetariana o la dieta vegana.

Fonte:  Le Scienze

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Biomasse? Una brutta faccenda…

Coltivare consumando suolo, acqua, energia e risorse per poi…usare ciò che si è coltivato come combustibile: una faccenda che, fin dall’inizio, seppur sbandierata come la nuova frontiera dell’energia rinnovabile e sostenibile, lasciava dubbi enormi, poneva contraddizioni irrisolvibili. Una scelta che oggi sta mostrando tutti i suoi limiti.biomasse_biogas

Dopo il rapporto choc di Nomisma , secondo cui le biomasse risultano più inquinanti del gasolio, oltre che del gpl e del metano, restano pochi dubbi sulle contraddizioni che questa scelta di politica energetica si porta dietro. Anche le commissioni europee lo hanno ammesso: le biomasse di origine alimentare favoriscono la deforestazione, quindi ora vorrebbero indirizzare gli incentivi verso le biomasse di origine non alimentare (in sostanza i rifiuti e qui si potrebbe aprire un altro capitolo). Eppure si continuano a prevedere incentivi e si ha quasi la sensazione che la crisi del settore agricolo europeo possa trovare nelle agroenergie un nuovo sbocco produttivo. Finanziamenti pubblici in questo senso sono previsti anche dalla nuova Politica  Agricola Comunitari(PAC) 2014-2020 per colture da “energia” quali: mais, barbietola, che possono essere trasformate in alcool, e colza, girasole, soia che possono essere trasformate in olio combustibile.

E’ bene analizzare con senso critico la questione.

Non ci sono solo il rapporto Nomisma e il parere delle commissione UE a mettere in allerta. Analisi energetiche di “sistema”, che considerano cioè tutta la filiera produttiva, dal costo energetico per la produzione di fertilizzanti e dei pesticidi al processo di trasformazione, forniscono risultati critici circa la sostenibilità di questo sistema produttivo. Da queste ricerche, svolte da specialisti del settore, la trasformazione di biomassa in bio-combustibili liquidi (bioalcol o biodisel) risulta essere inefficiente dal punto di vista energetico. Ad esempio, per produrre 100 unità  energetiche di bioalcol da mais, il processo ne richiede circa il 30% in più; così come per ottenere 100 unità energetiche di biodisel da girasole ne servono 200 (il 100% in più). In laboratorio la trasformazione dell’amido di mais in alcol è un processo fattibile ed efficiente. Quando però si passa dal laboratorio alla realtà, dobbiamo tener presente che le cose si complicano. Molti altri criteri ed indicatori devono  essere introdotti, per esempio tutti i costi energetici relativi alla produzione del mais e allo smaltimento dei residui, l’impatto ambientale di questa coltura, gli effetti sul sistema agroalimentare della trasformazione di grandi quantità di mais in combustibili.

Ci sono però anche studi secondo cui se gli impianti a biomassa sono piccoli e utilizzano scarti o comunque si basano su una filiera corta, potrebbero avere qualche chance in più.

Un altro aspetto è dato dal fatto che la produzione di agroenergia porta necessariamente all’adozione della monocoltura intensiva, quindi, con un grande uso di fertilizzanti e pesticidi e con un relativo impatto sul territorio che contrasta con gli stessi obiettivi della PAC in merito alla conservazione della qualità dell’ambiente, della biodiversità e della salute del suolo. Il rapporto indica che la conversione di colture alimentari in colture energetiche sta accelerando, e se questo processo rimane incontrollato, oltre che ad un notevole aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, avrà un impatto negativo anche sulla biodiversità e potrebbe causare un aumento netto delle emissioni di gas serra invece che una riduzione di queste (Gallagher, 2008).

Il terzo elemento da considerare è che la produzione di agroenergie ha pesanti ricadute sociali poiché la trasformazione di queste colture di sussistenza in carburanti sta causando l’aumento dei prezzi degli alimenti con gravi ripercussioni sulla sicurezza alimentare delle popolazioni dei paesi poveri. Un rapporto riservato della Banca Mondiale scoperto e reso pubblico dal quotidiano britannico The Guardian (Chakrabortty, 2008), attesta che il 75% del rincaro dei prezzi degli alimenti di questi ultimi tempi (i prezzi sotto esame sono cresciuti del 120% tra il 2002 e il febbraio 2008) può essere imputato all’effetto delle politiche nazionali e internazionali sui biocarburanti. Fatte queste premesse, non si può non considerare nella definizione di una politica agroenergetica nazionale e globale, questioni come la sicurezza alimentare o l’impatto ambientale che queste produzioni hanno sugli ecosistemi. Infine, si dovrebbe anche rivedere la domanda di energia e quindi il sistema di consumi, cercando allo stesso tempo di investire in differenti energie alternative, quale il solare termico, soprattutto in quei paesi dove il sole abbonda, l’eolico, e il fotovoltaico, quest’ultimo ancora poco efficiente ma con possibili prospettive di miglioramento.

Fonte: il cambiamento.it