Ambiente, vittima infinita

Oggi doveva tenersi il “tavolo istituzionale Taranto” per fare il punto sulle vicende dell’Ilva di Taranto, ma è saltato per le dimissioni di Renzi. Sono tante le cose che avrebbe dovuto spiegare, dalle decisioni che cancellano tante potenziali cause ai 50 milioni annunciati e poi spariti.9435-10173

Intanto un fatto: il processo “Ambiente svenduto” in Corte d’Assise a Taranto per il reato di disastro ambientale dovuto all’Ilva (47 rinviati a giudizio) è stato aggiornato al 17 gennaio. E si deciderà se il processo rimarrà a Taranto oppure se si trasferirà a Potenza, perché la Corte ha riconosciuto fondate le eccezioni sollevate dalla difesa di alcuni imputati, per la quale i magistrati tarantini non possono decidere in quanto anch’essi colpiti dall’inquinamento al pari delle parti civili del processo (!).

Poi una possibilità assolutamente realistica: che Ilva, Riva Forni Elettrici e l’ex Riva Fire escano dal processo con il patteggiamento, della cui opportunità è convinto il procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo. Il tutto è accaduto dopo l’accordo, firmato alla vigilia del referendum costituzionale, tra Riva, Ilva, governo e Procure di Milano e Taranto che ha sgombrato il campo da un bel po’ di cause. Così facendo la grande macchina inquinante tarantina risulterà più appetibile per le due cordate industriali che si sono candidate ad acquistarla «e che attendono il responso del ministero dell’Ambiente sui piani ambientali presentati a fine giugno e in seguito integrati e corretti su richiesta degli esperti ministeriali» come spiega Il Sole 24 Ore. Si tratta delle cordate costituite dalla multinazionale Arcelor Mittal con Marcegaglia e da Arvedi con Cassa Depositi Prestiti e Delfin di Leonardo Del Vecchio ai quali si recente si sono uniti anche gli indiani di Jindal. Un bel pool, non c’è che dire. Il patteggiamento fa uscire le società dal processo per quanto attiene la responsabilità amministrativa e ovviamente la cosa ha innescato le proteste dei cittadini che ritengono si tratti di un’escamotage per «dribblare» le oltre mille richieste risarcitorie delle parti civili ammesse. Il cammino di ri-privatizzazione dell’Ilva piace a Federacciai (e figuriamoci!). Ascoltiamolo il presidente, Antonio Gozzi: «La situazione non è mai stata così favorevole come ora». E se lo dice lui c’è da crederci. Resta da capire favorevole per chi (!).

Nemmeno a farlo apposta ed ennesima beffa per le famiglie tarantine, è stato reso pubblico un rapporto di 238 pagine dell’Istituto Superiore di Sanità dove innanzi tutto si legge: «Gli inquinanti genotossici aerodispersi analizzati» presentano per Taranto «un carico non superiore a quello di Roma, almeno relativamente alle aree coperte dalle stazioni di campionamento». Cioè, sdrammatizziamo: vi respirate e vi bevete quello che si respirano e si bevono i romani…

Anche se poi a preoccupare sono i disturbi neurologici nei bambini, oltre che i tumori. “Per quanto riguarda l’esposizione a metalli con proprietà neurotossiche in fluidi e tessuti di soggetti in età evolutiva (6-11 anni), lo studio dell’Iss di biomonitoraggio e tossicità degli inquinanti presenti a Taranto – si legge nel rapporto –  ha permesso di rilevare una situazione di potenziale presenza di disturbi clinici e preclinici del neurosviluppo nell’area di Taranto, non riconosciuti e non adeguatamente sottoposti ad interventi preventivi, terapeutici e riabilitativi”.
Poi una vera e propria acrobazia. Prima si legge che si tratta di un risultato in linea con i dati epidemiologici mondiali sulle patologie del neurosviluppo comprendenti autismo, disturbi dell’apprendimento e del comportamento, che interessano il 10-15 per cento delle nascite. Poi si legge: “Ma i disturbi osservati sono maggiormente evidenti nelle aree in prossimità delle emissioni industriali calcolata in riferimento ai camini di emissione Ilva, nelle cui adiacenze insistono anche una raffineria ed un cementificio”.

Ciliegina sulla torta la mancata approvazione nei giorni scorsi del cosidetto emendamento Taranto: 50 milioni di euro spariti dalla manovra finanziaria. Sarebbero dovuti servire per curare i bambini dell’Ilva. Dagli ultimi dati epidemiologici la mortalità è in aumento. E un bambino su quattro dei quartieri Tamburi e Paolo VI, a ridosso dello stabilimento, viene ricoverati per patologie respiratorie. L’accordo con il governo era stato sancito dal presidente della commissione bilancio, Francesco Boccia, con il viceministro del l’economia Morandi e il sottosegretario Beretta. «Eravamo d’accordo che tra le spese più importanti ci fosse questa. L’impegno era stato sbandierato, soprattutto dal sottosegretario Claudio De Vincenti, e poi dal ministro Lorenzin. Non c’è’ tarantino che non lo sapesse», tuona il pugliese Boccia. «Avevo preparato io stesso l’emendamento. Non mi è stato detto perché non era stato inserito. L’unica risposta che ho avuto è che non era stato autorizzato da Palazzo Chigi».

Un’ultima curiosità, benché tragica.

La Carbonara, Ripiano, Papalia, De Tuglio, Andrisani e Guarino, Catapano, Casile, D’Alò, De Gennaro, Capozza: era la formazione dell’ILVA Football Club. Sono tutti morti di cancro. Lo fanno sapere gli stessi tarantini. Tutti protagonisti di interminabili partite sulla terra battuta del vecchio campo Tamburi, nell’omonimo quartiere di Taranto,a poche decine di metri dall’acciaieria. Vicino, troppo vicino alla fabbrica dei veleni.

Fonte: ilcambiamento.it

 

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A Taranto è allarme anche pesticidi, + 30% malattie sangue. E Peacelink scopre un lago di catrame a ridosso dell’Ilva

Nei giorni scorsi i dati aumento della mortalità per esposizioni a polveri sottili e anidride solforosa, ora quelli della Rep danno in aumento le malattie ematologiche. Intanto Pecelink filma un lago di catrame nei pressi dell’acciaieria386493_1

(ansa ambiente)

“All’inquinamento del petrolchimico si somma quello agricolo di pesticidi e fertilizzanti”. L’emergenza sanitaria e ambientale a Taranto si arricchisce di un nuovo capitolo dopo i dati diffusi dagli specialisti della Rete ematologica pugliese che hanno incontrato a Martina Franca, nel tarantino, i pazienti ematologici della regione. “Il 30% di malattie ematologiche in più: tanto – è stato spiegato – pesa a Taranto il fattore ambientale. Questa tossicità globale fa impennare la prevalenza di tumori e malattie del sangue”.

L’incontro, promosso da Novartis, è stato realizzato in collaborazione con l’Ail (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma onlus). “L’esposizione protratta agli erbicidi e ad altri agenti tossici largamente impiegati in agricoltura nella nostra provincia – ha precisato il dott. Patrizio Mazza, direttore di Ematologia all’ospedale Moscati di Taranto – ha un impatto estremamente dannoso sulla salute di una popolazione già esposta agli agenti inquinanti dell’industria petrolchimica. Le mutazioni geniche indotte sono all’origine del sensibile aumento dei casi di linfomi e delle altre malattie ematologiche, inclusa la mielofibrosi. Già secondo i dati del registro 2006-2010 la prevalenza è più elevata del 30% rispetto alla media nazionale. Ma negli ultimi cinque anni la situazione potrebbe essersi addirittura aggravata”.
Nei giorni scorsi lo studio epidemiologico commissionato dalla Regione Puglia aveva evidenziato un aumento della mortalità, rispettivamente, del 4% e del 9%, per esposizioni a polveri sottili (Pm10) e anidride solforosa (So2), e un eccesso di ricoveri per patologie respiratorie tra i bambini residenti nei quartieri Tamburi (+24%) e Paolo VI (+26). Secondo il rapporto “a maggiori livelli produttivi dell’Ilva corrispondono dati di mortalità e di morbilità”. Esattamente un mese fa il sindaco di Taranto Ippazio Stefano mostrò ai giornalisti una bozza di ordinanza di chiusura dell’Ilva, sottolineando di aver scritto al ministro della Salute Beatrice Lorenzin chiedendo risposte immediate dopo la presentazione dei dati epidemiologici. Risposte che non sono ancora arrivate.  Ora ci sono i dati della Rete ematologica pugliese (Rep) che testimoniano un significativo aumento di malattie ematologiche proprio a Taranto. “In questo momento, dopo tanti anni, sul fronte dei trattamenti delle malattie mieloproliferative – ha sottolineato il dott. Mazza – si apre uno scenario del tutto nuovo perché la ricerca ha portato allo sviluppo di farmaci intelligenti in grado di inibire in modo mirato il bersaglio mutazionale che causa tali malattie. Si punta, dunque, a una medicina di precisione”.
Gli ultimi dati sono emersi nel giorno in cui l’associazione ambientalista Peacelink ha documentato con un video la presenza di un “lago di catrame e pece” affiorante in superficie al confine Nord della proprietà Ilva, nei pressi dell’Abbazia Mater Gratiae. Per il leader dei Verdi Angelo Bonelli si tratta di “una scoperta drammatica e inquietante. Ci troviamo di fronte ad un evento di una gravità inaudita perché la pece di catrame è stata classificata anche come cancerogeno e l’affioramento del catrame dalla falda in superficie indica che l’inquinante ha compromesso irreversibilmente l’ambiente”.

(foto ilgiornale.it)

Fonte: ecodallecitta.it

 

Ilva, PeaceLink: “Terribile indifferenza di chi poteva fermare quelle morti”

“I dati presentati alla presenza del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano confermano l’azione della magistratura, che mantiene sotto sequestro gli impianti dell’area a caldo dell’ILVA, e danno torto a chi sostiene che la situazione sia accettabile e priva di pericoli per la salute”386298_1

Dopo la presentazione dei dati sull’altissima incidenza di patologie gravi tra i bambini che abitano a Taranto, PeaceLink punta il dito contro le amministrazioni nazionali e locali, responsabili di aver nascosto una situazione inaccettabile. Ecco il comunicato dell’associazione:

“In queste ore il sindaco di Taranto Ippazio Stefano, pediatra per professione, sarebbe dovuto esplodere di rabbia per i nuovi dati epidemiologici, quelli terribili presentati a Bari, che evidenziano uno stato di sofferenza sanitaria scaricata dalle emissioni inquinanti sui più deboli e sui più esposti. Parliamo dell’eccesso di ricoveri per di bambini fra 0 e 14 anni: +24% nel quartiere Tamburi, +26% nel quartiere Paolo VI.

E i parlamentari tarantini che hanno votato le leggi salva-Ilva avrebbero dovuto inginocchiarsi e chiedere scusa ai cittadini. Ma ai dati terribili corrisponde la terribile e silenziosa indifferenza dei responsabili di tanti anni di governo. I dati presentati oggi (martedì 4 ottobre,ndr) a Bari dal dottor Francesco Forastiere dimostrano scientificamente per la seconda volta che all’aumentare dei valori di PM10 industriale (polveri sottili) tende a seguire un aumento della mortalità nei quartieri vicini all’ILVA (Tamburi, Paolo VI, città Vecchia, Borgo). La prima volta che venne dimostrata scientificamente tale correlazione fu nel 2012 e la magistratura sequestrò gli impianti dell’area a caldo dell’ILVA, senza facoltà d’uso. Il fatto che alla minore produzione dell’ILVA corrispondano oggi minori impatti sulla salute non significa che essi siano accettabili, in quanto sono comunque abbondantemente sopra il livello di normalità. Taranto infatti si qualifica come area critica dove ci si ammala di più e dove si muore di più, facendo i confronti con il resto della Puglia. Lo confermano i dati recentemente presentati da PeaceLink sugli anni di vita persi ogni anno dai tarantini (1340 in media rispetto alla media pugliese). I dati presentati stamattina alla presenza del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano confermano e rafforzano l’azione della magistratura, che mantiene sotto sequestro gli impianti dell’area a caldo dell’ILVA, e danno torto marcio a chi sostiene che attualmente la situazione sia accettabile e priva di pericoli significativi per la salute. Il pericolo invece c’è e i danni pure. Quanti altri studi dovremo attendere?

Lo “Studio Forastiere 2” conferma e aggiorna quanto già evidenziato nella perizia presentata al Tribunale di Taranto nel 2012 dallo stesso dottor Forastiere. Vi è un equivoco di fondo di cui si nutre oggi la malapolitica e la cattiva coscienza di chi l’ha servita a capo chino. “Si muore per colpa del passato”, sentiamo ripetere. Non è vero: si muore anche per colpa del presente. Chi muore di infarto in presenza di concentrazioni dannose del PM10 industriale muore per il PM10 di oggi e non di trenta anni fa. Su questo lo “Studio Forastiere” è chiaro. Le esposizioni sia recenti sia passate sarebbero associate non solo ad effetti a lungo termine ma anche ad effetti mortali a breve termine, ossia ictus e infarti attribuibili ai livelli di concentrazione del PM10 industriale. Lo studio conferma ancora una volta il nesso fra mortalità nelle aree contigue all’ILVA e valori di particolato inalabile, caratterizzato a Taranto da una miscela tossica che differenzia in peggio le polveri di Taranto da quelle di altre città. Sono tutte cose su cui il Papa non può fare nulla, ma il sindaco sì. Eppure abbiamo un sindaco che va dal Papa invece di andare da chi ha il potere di fermare la strage”.
Alessandro Marescotti

Presidente di PeaceLink

www.peacelink.it

Ilva, la Corte di Strasburgo rigetta il ricorso di Giuseppina Smaltini

Rigettato il ricorso dei familiari di Giuseppina Smaltini, morta nel 2012, perchè “manifestatamente infondato”.  La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha rigettato il ricorso presentato dai legali della famiglia Giuseppina Smaltini, morta nel 2012 a causa di una meningite incurabile a causa dell’immunodeficienza causata dalla leucemia: secondo i giudici europei i legali non hanno saputo dimostrare il nesso causale fra le emissioni inquinanti degli stabilimenti Ilva e la leucemia che è stata diagnosticata alla donna nel 2006. Dopo la sua morte, il marito e i figli avevano ottenuto dalla Corte di Strasburgo la possibilità di poter continuare l’azione contro l’Italia. Nel ricorso si sosteneva che le autorità avevano violato il diritto alla vita di Giuseppina Smaltini, perché esisterebbe, secondo i denuncianti, un nesso provato di causa ed effetto tra le emissioni dell’Ilva e la leucemia contratta ma la richiesta dei legali è stata respinta perchè “manifestatamente infondata”. Giuseppina Smaltini aveva denunciato un dirigente dell’acciaieria, sostenendo l’esistenza di un nesso fra la sua malattia e le emissioni inquinanti dell’Ilva, nel 2009 ma una perizia aveva escluso l’esistenza di legami causali fra le emissioni e la malattia e il caso era stato archiviato dalla magistratura tarantina. La donna ha presentato ricorso contro l’archiviazione in sede europea ma questo stato respinto all’unanimità dai giudici della Corte di Strasburgo: la ricorrente non avrebbe dimostrato che, alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili al momento dei fatti, la magistratura italiana abbia ignorato l’obbligo di proteggere il suo diritto alla vita.ITALY-INDUSTRY-POLLUTION-ENVIRONMENT

Fonte: ecoblog.it

Ilva, Galletti: “Entro agosto l’80% del piano ambientale”

La deadline del piano ambientale è fissata al 4 agosto 2016, ma entro l’agosto 2015 Galletti promette l’adozione dell’80% delle prescrizioni Aia. Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, durante la messa pasquale celebrata nello stabilimento dell’Ilva di Taranto ha promesso che l’80% delle prescrizioni Aia (Autorizzazione integrata ambientale) dovranno essere adottate entro agosto 2015, mentre l’intero piano ambientale dovrà essere realizzato entro la deadline del 4 agosto 2016. Si parte e per finanziare il piano ci saranno 400 milioni di euro garantiti dallo Stato, 150 milioni da Fitecna e un miliardo e 200 milioni di euro sequestrati alla famiglia Riva. Il decreto che dà il via all’operazione porta le firme di Galletti e dei ministri Padoan (Economia) e Guidi (Sviluppo Economico).Galletti ha spiegato di essere andato a Taranto per confermare una presenza forte del Governo a fianco dei tarantini:

Taranto ha bisogno dell’Ilva e l’Ilva ha bisogno di un piano di ambientalizzazione che la metta in sicurezza. Questa è la grande sfida che abbiamo davanti: conciliare l’industria col rispetto dell’ambiente. Ce l’abbiamo a Taranto e in tante altre parti d’Italia. Oggi i cittadini non sono più disposti a scambiare il valore del lavoro con il rispetto dell’ambiente. Questi due valori devono andare di pari passo e devono trovare una convivenza l’uno con l’altro.

Monsignor Filippo Santoro che ha officiato la messa ha parlato di “speranza ragionevole” e ha chiesto al Governo che alle promesse seguano i fatti. Attualmente numerosi impianti dell’area a caldo dell’Ilva sono inattivi a causa dei lavori di ristrutturazione previsti dall’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Lo stop all’Altoforno 5 (il più grande d’Europa) e all’Acciaieria 1 ha aumentato la platea dei lavoratori con contratto di solidarietà che raggiungeranno il picco massimo a giugno, quando saranno ben 3178 i lavoratori coinvolti.img1024-700_dettaglio2_Gianluca-Galletti-imago-620x348

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

Ilva, inquinamento dieci volte superiore al 2010

Il rilevamento effettuato stamane da Peacelink ha fatto registrare valori di Ipa fra i 210 e i 250 nanogrammi al metro cubo.

I valori di Ipa cioè degli Idrocarburi policiclici aromatici rilevati all’Ilva di Taranto questa mattina da Peacelink sono compresi fra i 210 e i 250 nanogrammi a metro cubo. A comunicare i dati è il presidente dell’associazione che ha utilizzato per il rilevamento una strumentazione simile a quella utilizzata dall’Arpa. Il presidente dell’associazione Alessandro Marescotti lancia l’allarme precisando che si tratta di valori più alti di dieci volte rispetto a quelli registrati nel quartiere Tamburi. La rilevazione è stata condotta a una distanza di cinque chilometri dall’Ilva, nella zona Bestat e in condizioni di venti deboli variabili che hanno fatto ristagnare sulla città gli agenti inquinanti. Quanto è inquinata l’aria tarantina? L’associazione fa presente che all’uscita di un tubo di scappamento di una vecchia automobile a benzina la concentrazione di Ipa è di 80 nanogrammi a metro cubo, quindi tre volte inferiore ai massimi rilevati stamane.Peacelink ha chiesto all’Arpa che quanto rilevato nella zona Bestat venga comunicato al sindaco e all’Asl affinché possano verificare l’eventualità di effetti avversi sulla salute dei cittadini tarantini oppure alla Procura della Repubblica per quanto possa essere di competenza della magistratura.

Chiediamo, infine, perché non venga dato un preavviso al sindaco e ai cittadini di queste situazioni abnormi al fine di poter mettere in atto tutte le misure di precauzione da parte della Asl e del sindaco, nonché delle famiglie,

conclude Marescotti.

Fonte: Today

 

Peacelink: “Nel 2014 Ilva ha prodotto ancora il 99,4% di tutti gli Ipa emessi a Taranto”

“I livelli di IPA (idrocarburi policiclici aromatici, potenti inquinanti atmosferici) nel 2014 sono scesi da 8200 kg/anno a circa 3500 kg”, quantità adesso paragonabile a quella che veniva emessa qualche anno fa dall’area a caldo di Genova, oggi non più attiva. Lo ha detto il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti380084

“Nel 2014 l’Ilva ha prodotto ancora il 99,4% di tutti gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, potenti inquinanti atmosferici), emessi a Taranto. Precisamente: tutti gli Ipa emessi a Taranto sono stimabili in 3490 kg/anno; di questi all’Ilva sono attribuibili 3469 kg/anno”. Lo ha detto il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, presentando uno studio aggiornato elaborato dagli stessi ambientalisti sugli inquinanti Ipa, ottenuto – è stato spiegato – utilizzando lo stesso modello di calcolo di Arpa Puglia. Nel 2010, la relazione dell’Agenzia regionale di protezione ambientale, che attestava al 99,8% gli Ipa di provenienza Ilva, fu anche oggetto di una telefonata (il 6 luglio) fra il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e l’ex responsabile delle relazioni istituzionali del Siderurgico Girolamo Archinà. Quest’ultimo, ricorda Marescotti riferendosi a quanto emerso nell’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’, “parla di ‘una scivolata’ del direttore generale dell’Arpa, che il mese precedente aveva firmato quella relazione così severa verso Ilva. Perché i vertici di Ilva erano preoccupati nell’estate 2010? Per il benzo(a)pirene”. In quel periodo, aggiunge il presidente di Peacelink, “esplodono i dati scomodi dei primi cinque mesi del 2010: essi aveva superato di ben tre volte i limiti di legge. Rischiavano di essere fermate le cokerie Ilva (come chiedeva il movimento ambientalista) che sono la principale forte di benzo(a)pirene e di Ipa. Arpa proponeva una riduzione della produzione, ma anche questa idea non era accettata dall’Ilva”.
Nel corso della conferenza stampa, il presidente di Peacelink ha riconosciuto che i livelli di Ipa sono scesi da 8200 kg/anno a circa 3500 kg, “ma si tratta comunque – ha aggiunto – di quantità notevole paragonabile alla quantità che veniva emessa dall’area a caldo di Genova e che la stessa Genova non voleva più”. PeaceLink ha avviato il progetto di effettuare misurazioni degli Ipa con lo stesso strumento dell’Arpa, ossia l’Ecochem PAS 2000. E’ stato poi rilevato che i dati elaborati sugli ultimi 12 mesi (agosto 2013-luglio 2014) forniscono una media degli Ipa “di ben 28 ng/m3 nella centralina di via Orsini in cui è stato installato l’Ecochem PAS 2000, mentre in via Machiavelli nel periodo 2009/2010 la media era di 20 ng/m3”. Infine, Marescotti ha evidenziato “la strana situazione del monitoraggio in Cokeria che, stando ai dati Ipa registrati di 22 ng/m3, risulterebbe addirittura essere meno inquinata del quartiere Tamburi (28 ng/m3). Come si fa – ha concluso – a definire questo dato attendibile?”.

Fonte: ecodallecitta.it

Ilva e amianto, condannati 27 ex dirigenti

Gli operai morti di mesotelioma sono stati uccisi dall’asbesto inalato all’Ilva, mentre lavoravano. E per 27 ex dirigenti dell’azienda di Taranto sono state definite dai giudici colpe e responsabilità: dai 4 ai 9 anni di carcere ciascuno per disastro ambientale e omicidio colposo. Peacelink: “Vincono le ragioni delle vittime”.ilva_amianto

Sono oltre 180 gli anni complessivi di pena per i 27 ex manager dell’Ilva  condannati dalla II sezione penale del tribunale di Taranto. Gli operai morti avevano respirato le fibre di amianto e si erano ammalati di mesotelioma, patologia che li ha uccisi. Secondo l’accusa l’amianto fu usato in maniera massiccia nello stabilimento siderurgico di Taranto ed è ancora oggi presente in alcuni impianti. Nel corso degli anni gli operai non furono formati ed informati sui rischi dell’amianto, non ricevettero sufficienti visite mediche e tutele per la loro salute. Il giudice ha stabilito una provvisionale nei confronti dell’Inail di circa 3,5 milioni di euro; altre provisionali per Fiom, Uil e familiari delle vittime. Nel corso del dibattimento, durato due anni, sono state ascoltate decine di testimoni che hanno descritto le condizioni in cui si svolgevano le attività industriali nell’impianto siderurgico tarantino. Sono stati interrogati lavoratori, medici e tecnici, acquisiti fascicoli e atti per decine di migliaia di pagine.

I NOMI DEI CONDANNATI

Il massimo della pena, 9 anni e mezzo, all’ex direttore dell’Italsider Sergio Noce; 9 anni e due mesi ad Attilio Angelini, 9 anni a Giambattista Spallanzani e Girolamo Morsillo, 8 anni e sei mesi a Giovanni Gambardella, Giovanni Gillerio, Massimo Consolini, Aldo Bolognini e Piero Nardi, 8 anni a Giorgio Zappa, Giorgio Benevento e Francesco Chindemi, 7 anni e 10 mesi a Mario Lupo, 7 anni a Renato Cassano, 6 anni a Fabio Riva, Luigi Capogrosso, Nicola Muni e Franco Simeoni, 5 anni a Costantino Savoia, Mario Masini,Lamberto Gabrielli, Tommaso Milanese e Augusto Rocchi, 4 anni a Bruno Fossa, Riccardo Roncan, Alberto Moriconi ed Ettore Salvatore. Dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Emilio Riva, morto di recente, per il quale il pm aveva chiesto la condanna a 4 anni e mezzo di carcere. È stato assolto il manager giapponese Hayao Nakamura, per il quale era stata chiesta la condanna a due anni e mezzo. Intanto il commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi ha incontrato la famiglia Riva, la quale fa sapere “che lunedì si deciderà il futuro dello stabilimento”. Ma dopo quanto accaduto e quanto acclarato dalla magistratura, il segretario della Fiom Maurizio Landini chiede senza mezzi termini allo Stato di prendere in esame “forme di esproprio”. Il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, pur definendo questa una sentenza storica, ha tenuto comunque a sottolineare che si tratta  solo di una sentenza di primo grado e che quindi c’è ancora molta strada da fare. «La magistratura – secondo il presidente di Peacelink Taranto Alessandro Marescotti – ha affermato il principio di legalità in fabbrica. Vincono le ragioni delle tante vittime. Perdono gli inquinatori e i loro complici». “Un atto d’accusa durissimo anche per la politica – è il commento del leader dei Verdi, Angelo Bonelli – per una classe politica omissiva e silente

Fonte. Il cambiamento.it

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“Stiamo sperimentando una rivoluzione tecnologica per l’acciaio italiano”, intervista ad Edo Ronchi sull’Ilva

Nostro incontro con Edo Ronchi per un bilancio sui primi sei mesi da sub-commissario responsabile del piano ambientale per l’Ilva di Taranto. “Stiamo sperimentando l’abbandono del carbone per il gas, una rivoluzione tecnologica per l’acciaio italiano, un investimento da 3 miliardi di euro: 1,8 per le misure ambientali e 1,2 per l’innovazione tecnologica. Soluzione unica in Europa”

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di Lorenzo Fanoli

La prima domanda che sembra banale, ma non è affatto scontata, è: “Chi te l’ha fatto fare?” 

In effetti accettare un incarico del genere non è stato facile. Questa stessa domanda me l’hanno fatta diverse persone e qualcuno mi ha addirittura detto che il risanamento ambientale dell’Ilva è il lavoro più difficile che mi sia capitato nella vita. Comunque, in un primo momento, avevo deciso di non accettare ma poi ho riflettuto e, anche sulla scorta di alcuni casi che ho avuto modo di valutare, in particolare gli stabilimenti di Duisburg della Tyssen Krupp, ho considerato che pur nella grande difficoltà della situazione era possibile e necessario accettare la sfida di riuscire a produrre acciaio in maniera pulita in Italia per tre ragioni sostanziali: anche nell’attuale transizione da brown a green economy l’acciaio è necessario e insostituibile; non è come il carbone o il nucleare per la produzione di energia che hanno valide alternative. In secondo luogo perché ci sono casi nel mondo in cui si è realizzata una trasformazione significativa nelle tecnologie di produzione dell’acciaio, che consente di produrre a condizioni accettabili di compatibilità e sicurezza ambientale neanche minimamente paragonabili a quelle attuali, e totalmente corrispondenti alle prescrizioni dell’AIA. La terza considerazione è che la chiusura dell’industria siderurgica italiana determinerebbe, oltre alla perdita di migliaia di posti di lavoro, la necessità di importare acciaio da altri paesi e ciò da un lato scaricherebbe i costi ambientali sulle popolazioni dei paesi dai quali importeremmo acciaio non pulito e penso che i cittadini e le generazioni future di indiani, cinesi, coreani e nordafricani debbano avere gli stessi diritti degli italiani e degli europei. Dall’altro comporterebbe una forte dipendenza dell’industria nazionale dall’andamento e dalle fluttuazioni del mercato internazionale. Pur considerando tutte le difficoltà del percorso che dobbiamo fare e l’esito non scontato, penso che la crisi prodotta dagli impatti ambientali possa diventare l’occasione per un’innovazione che faccia dell’ILVA uno stabilimento modello, il più avanzato in Europa. Un strumento così straordinario, come un Commissariamento di governo, con un adeguato supporto normativo, può trasformare un caso negativo in un esempio di green economy.

Come vi siete mossi in questi sei mesi e quali ritieni che siano state le principali misure messe in campo?
Il compito che abbiamo è davvero poderoso. Tanto per darti un’idea dimensionale, da giugno 2013 a dicembre abbiamo stipulato contratti e firmato 279 ordini per interventi e progetti in materia ambientale, impegnando quasi 337 milioni di euro. Nei 21 mesi precedenti al commissariamento gli investimenti sono stati meno della metà: 156 milioni. La nostra prima preoccupazione è stata quella di mantenere la produzione soltanto a condizione che i livelli di qualità dell’aria misurati tornassero a norma di legge. Ciò ha significato fermare 6 cokerie su 10 e 2 altoforni su 5, uno dei quali definitivamente, e ridurre la produzione nel 2013 a 5,8 milioni di tonnellate rispetto agli 8 milioni previsti dall’AIA e contestualmente avviare tutte le misure di risanamento previste dall’AIA. Nel 2013 i livelli di Pm10 e Benzo(a)pirene misurati dalle stazioni di rilevamento sono stati costantemente sotto i limiti di legge. Passando agli interventi più significativi, cito i più importanti: l’accelerazione della progettazione dell’intervento e dell’ordine d’acquisto dei filtri per l’abbattimento delle diossine per arrivare alla condizione di emissioni di diossine a 0,1 nanogrammi-mc; obiettivo raggiunto a seguito di un lavoro di ricerca e valutazione di diverse soluzioni piuttosto importante e articolato a livello internazionale, che ci ha permesso di individuare la migliore soluzione tecnologica attualmente disponibile sul mercato costituita da speciali filtri a tessuto “a manica”. L’ordine e l’avvio delle procedure per l’installazione di valvole Proven, che controllano il sistema di pressione dei singoli forni riducendo le emissioni fuggitive durante la distillazione, in particolare di BaP e di altri IPA. L’avvio e l’implementazione del progetto di copertura di 57 Km di nastri trasportatori.
L’installazione di un sistema interno di 30 telecamere che funzionano 24 ore su 24 per monitorare tutte le emissioni dello stabilimento che si affiancano al sistema di monitoraggio delle centraline a terra; inoltre come Ilva partecipiamo a un piano di realizzazione di una rete di monitoraggio ambientale sul territorio esterno allo stabilimento che al momento è arrivata alla definizione di un sistema che prevede l’utilizzo dei licheni e di un monitoraggio biologico continuativo e permanente. Infine la cosa forse più impegnativa (anche dal punto di vista economico e finanziario) è stato l’avvio e la definizione del progetto di copertura dei parchi minerari che sono una delle “bestie nere” del percorso di risanamento.
Pensi che riuscirete nei 36 mesi che vi sono stati dati a raggiungere gli obiettivi previsti dall’AIA?
Se i 36 mesi li calcoliamo dall’inizio del nostro mandato sono fiducioso e in alcuni casi penso che potremmo persino superare alcuni obiettivi previsti dall’AIA. E’ necessario, però, che alcune condizioni di contesto, di sostegno da parte governativa al nostro lavoro e di consolidamento di un clima di buon senso e reciproca fiducia tra i diversi soggetti coinvolti si realizzino.

Cosa significa ? Come sono i rapporti con gli stake holder attualmente?

Innanzitutto una considerazione preliminare rispetto all’AIA. Non sempre e non tutto quello prescritto corrisponde a soluzioni e possibilità realmente realizzabili. Ti faccio l’esempio per noi risolto positivamente del piano per la copertura dei parchi minerari. Innanzitutto si tratta di un opera di dimensioni incomparabili con qualsiasi altra soluzione adottata in Europa: per esempio la copertura del parco minerario dei minerali è un manufatto di 700 metri di lunghezza 262 di larghezza 80 metri di altezza. L’AIA per la copertura del parco carbone non aveva considerato il rischio di autocombustione, e questo ha ovviamente rallentato la progettazione, e aveva previsto dei tempi assolutamente irrealizzabili.  Inoltre l’investimento iniziale previsto e dichiarato dai Riva era di oltre 1 Miliardo di euro. Se fossimo stati costretti a stare ai tempi dichiarati dall’AIA saremmo stati “impiccati” dalle condizioni di mercato; invece abbiamo percorso la strada della gara internazionale che ha comportato tempi più lunghi ma che per uno dei due parchi ci ha permesso a chiudere a 99 MILIONI di euro la trattativa e il contratto con un’azienda italiana.
Peraltro ci sono cose che l’AIA non ha previsto e che abbiamo invece in programma di realizzare: definizione e realizzazione di un piano di gestione interna dei rifiuti. Un piano di gestione delle acque per la produzione e un miglioramento dei processi di depurazione delle acque meteoriche e degli scarichi.
Per quanto riguarda i rapporti con la popolazione e con le associazioni ambientaliste la situazione è ancora critica. 
Permangono, in maniera certamente giustificata, timori e perplessità ma anche aspettative positive. Io penso che comunque la maggior parte della popolazione e anche una buona parte delle associazioni ambientaliste possano essere disponibili a valutare e gli sforzi e i risultati del nostro impegno. Accanto a loro vi sono posizioni intransigenti, sostenute da alcune associazioni ambientaliste, da parte della magistratura tarantina, e degli strati benestanti della popolazione che vogliono la chiusura dello stabilimento. Credo che nel complesso queste posizioni siano minoritarie a Taranto.
Io penso che la chiusura non solo produrrebbe una crisi sociale enorme e la fine della città di Taranto, ma temo che comporterebbe anche il rischio di vedere annullata qualsiasi possibilità di bonifica ambientale di questo territorio.
Quindi tra 30 mesi possiamo aspettarci una nuova ILVA risanata e all’avanguardia nella produzione dell’acciaio pulito? Su cosa si regge questa vostra convinzione?

Questa è la nostra volontà e anche la condizione per la continuazione del nostro impegno. Qualora ci rendessimo conto che le condizioni non lo permettono lasceremmo il campo. Non siamo interessati a soluzioni diverse da questa.
Il piano industriale che dovrebbe essere messo a punto nel prossimo mese prevede un salto tecnologico anche rispetto alle soluzioni e alle condizioni di Duisburg. Noi stiamo studiando e sperimentando soluzioni tecnologiche che attraverso l’utilizzo del ferro preridotto, utilizzando gas e non più carbone per produrre acciaio, garantiscono performance ambientali non solo migliori rispetto alle prescrizioni dell’AIA ma anche rispetto a quanto avviene attualmente negli stabilimenti di produzione di acciaio “pulito” d’Europa e degli Stati Uniti. Solo per darti qualche idea, rispetto allo scenario AIA, avremmo una riduzione di C02 del 63%, un azzeramento delle polveri delle cokerie e delle diossine, non utilizzando il carbone, e una riduzione superiore all’80% degli ossidi di zolfo e di azoto. Considerando una produzione dello stabilimento di Taranto di 8 milioni di tonnellate.  Questa soluzione dell’utilizzo del preridotto che già stiamo cominciando a sperimentare rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione tecnologica per l’acciaio italiano. Renderebbe lo stabilimento di Taranto il primo in Europa ad adottare questa soluzione e abbandonare l’uso del carbone.
(vedi tabella e articolo Sole 24 ore)  In ogni caso da questa strada di risanamento e innovazione non si torna indietro e lo stabilimento che noi vogliamo consegnare alla nuova gestione tra 30 mesi non sarà sicuramente nemmeno paragonabile a quello che è stato l’Ilva di Taranto fino ad oggi.

Ma sul piano economico è competitiva questa transizione?

Innanzitutto va detto che questa transizione comporta un investimento complessivo di 3 miliardi: 1,8 per le misure ambientali e 1,2 per l’innovazione tecnologica. Lo stabilimento di Taranto realizzerebbe margine interessante sulla base di una produzione di almeno 8 milioni di tonnellate e un prezzo del gas inferiore a quello attualmente praticato in Italia ma in linea con quello che si potrebbe acquistare direttamente in diverse zone del mondo, compreso il Nord Africa.
Il mercato dell’acciaio inoltre, e nonostante la crisi degli ultimi anni, sarà ancora per lungo tempo redditizio.
Le condizioni per il raggiungimento dell’equilibrio economico ci possono essere.

C’è però il problema di come trovare i soldi per sostenere i 3 miliardi di investimento, considerando, tra l’altro, che il 23 dicembre la cassazione ha annullato il sequestro cautelativo degli 8,1 miliardi di beni della famiglia Riva. Come pensate di fare?

Il piano del commissario prevede di poter finanziare la riconversione in parte attraverso le leve del credito Il Inoltre, per un’altra parte, di arrivare fino a 3 miliardi attraverso una aumento di capitale. Tuttalpiù una parte del capitale sotto sequestro cautelativo (attualmente ammonta a 1,9 miliardi posto sotto sequestro dal tribunale di Milano) potrebbe essere utilizzato in una fase successiva e semmai costituire una garanzia per ottenere ulteriori prestiti bancari.

Chi potrebbe sottoscrivere questo aumento di capitale?

Il progetto industriale che verrà presentato è un vero piano industriale in grado di accrescere il dell’azienda. In diversi potrebbero essere interessati : fondi di investimento, gruppi bancari ; non escluderei neanche l’intervento della famiglia Riva.
Ci sono anche posizioni che esprimono perplessità sulla possibilità effettiva di ottenere i risultati che prospettate, in particolare il presidente di Federacciai Antonio Gozzi non ritiene il piano credibile…
Posso capire che ci siano opinioni contrastanti rispetto alle nostre ma mi sembra che anche rispetto al mondo industriale italiano questa posizione scettica sia minoritaria. L’industria italiana ha bisogno di acciaio prodotto in Italia a un prezzo in linea con il mercato, noi stiamo lavorando per questo. Se ci riescono in Germania e in Austria non c’è ragione perché questo non possa essere fatto anche da noi.

Qualcuno parla di esproprio e di una ri-statalizzazione dell’industria.

Come ti ho detto non c’è nessun esproprio, il piano industriale e finanziario prevede che la proprietà dell’acciaieria rimanga privata. Certo oggi non possiamo dire se rimarrà della famiglia Riva, ma questo dipenderà da altre dinamiche di mercato  L’intervento dello Stato attraverso il commissariamento è transitorio e serve a risolvere una grave crisi ambientale mantenendo efficiente e competitiva la produzione con gli investimenti necessari.
Considerando l’intera storia dell’acciaieria di Taranto, e per quanto tu la conosca, come pensi che debbano essere divise le responsabilità di quello che è avvenuto?

Mi sembra una discorso piuttosto complesso, lungo e difficile: la questione viene da molto lontano, riguarda la nostra cultura industriale, il ruolo deficitario della politica, la debolezza complessiva del nostro sistema economico privato.
Sicuramente vi è stata una carenza prolungata dell’azione di indirizzo e di controllo da parte dell’insieme delle istituzioni e certamente la gestione dello stabilimento è stata particolarmente carente. Al di là delle lacune, l’inquinamento dell’aria e dell’ambiente urbano che sono il risultato di di gestioni inadeguate. Io ho posso fare degli esempi di trascuratezze evidenti : ad esempio i cumuli di pneumatici usati o quello delle traversine ferroviarie abbandonati nello stabilimento. Non si tratta delle cose più importanti ma sono comunque significative di una cattiva gestione.
Ma non c’è un “peccato originale” alla base di tutto e cioè che quell’impianto non sarebbe dovuto nascere?
Forse sì, da quel poco che so a Taranto prima del siderurgico c’era un tessuto economico basato su agricoltura e pesca che è stato completamente dissestato ma è anche vero che l’industria italiana per crescere aveva bisogno di acciaio e che serviva un porto importante e Taranto era in una posizione geografica adatta. Poi, francamente, non so fino a che punto sia utile fare questo ragionamento, io sono, sia per il ruolo che ho accettato di ricoprire, sia per natura personale, più attento a quello che si può fare in futuro . Allora riguardo al futuro e al presente, considerando il fatto che la situazione ambientale è tornata nei limiti di legge attraverso una drastica riduzione della produzione, c’è chi ritiene che Taranto non possa reggere un impianto che torni a produrre oltre 8 milioni di tonnellate di acciaio. A Duisburg, in tre diversi impianti , si arriva a produrre 17 milioni di tonnellate : le acciaierie sono grandi impianti, la loro sostenibilità dipende dalle tecnologie che si utilizzano e dalla capacità di innovazione tecnologica delle aziende. Attualmente ci sono nel mondo tecnologie per la produzione di acciaio pulito utilizzate in Europa Occidentale, negli Stati Uniti e in Giappone e credo che anche in Cina vi siano impianti sperimentali che si muovono ormai nella giusta direzione.
D’altra parte non è possibile pensare a piccole acciaierie che stiano sul mercato. Per produrre acciaio ed essere competitivi sul mercato è fondamentale poter contare su economie di scala. L’unica strada per la sostenibilità è quindi quella della continua ricerca e innovazione tecnologica….

Fonte: ecodallecittà

ex Ilva di Genova: 20 milioni di euro per le bonifiche e non paga chi ha inquinato

La lunga storia dell’inquinamento subito dal quartiere Cornigliano a Genova sembra giunto all’epilogo con un conto salatissimo da 20 milioni di euro per bonifiche che non pagheranno però gli inquinatorialtoforno-Ilva-620x350

Il Secolo XIX annuncia che la bonifica per l’area Sottoprodotti (SOT) dell’ Ilva di Genova costerà presumibilmente tra i 15 e i 20 milioni di euro. La terra su cui sorgeva l’acciaieria con la cokeria è intrisa di benzene fin sotto la falda acquifera e occorre impacchettare l’intera zona in una scatola che impermeabilizzi il suolo. A questa soluzione si è giunti dopo molti anni di discussioni e progetti fino all’ultimo definitivo messo a punto dagli esperti de La Sapienza di Roma. E’ previsto anche la messa in sicurezza del torrente Polcevera che passa proprio li sotto. I soldi arriveranno dalla grande cassa dell’accordo di programma tra enti, governo e acciaierie Ilva per cui gli enti locali pagheranno l’onere delle bonifiche. Amaro epilogo dunque che potrebbe essere analogo a quel che si sta prospettando per l’Ilva di Taranto. Vi racconto la storia dell’Ilva di Genova perché presenta molte analogie con la storia dell’Ilva di Taranto avendo in comune la famiglia Riva a gestirle. L’impianto di produzione a caldo di acciaio a Cornigliano, quartiere alle porte di Genova abitato da circa 20 mila persone, era in attività sin dagli anni ‘50. Prima le Acciaierie di Cornigliano erano un azienda pubblica, ovvero l’Italsider poi acquistata dal re dell’acciaio Emilio Riva, rilevandola dalla Cogea consorzio pubblico-privato. Nel 1999 ne viene disposta la chiusura a seguito di una sedie di indagini epidemiologiche condotte per 5 anni dai pm Vittorio Ranieri Miniati, Francesco Pinto e Francesco Cardona Albini che evidenziano quanto il numero di morti a causa dei tumori nelle vicinanze di Cornigliano sia troppo elevato e da attribuirsi all’attività dell’acciaieria. Prima di arrivare alla chiusura definitiva e lasciare in strada 1200 operai con le loro famiglie l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu chiede ai Riva di ridurre le emissioni che rispondono con un rifiuto all’ordinanza. Nel 2011 il Gip Vincenzo Papillo firma il decreto di chiusura. Il ministro per l’ambiente era Willer Bordon e direttore generale del ministero Corrado Clini che si espresse a favore della chiusura dell’area a caldo. Il Tar nel 2001 ferma la proposta dei Riva di impiantare un forno elettrico poiché la zona è talmente inquinata che deve essere sospesa ogni attività industriale. Ma nel caso di Genova e con il governo guidato da Giuliano Amato vi fu unanime consenso nel chiedere la chiusura dell’impianto a caldo a causa delle troppe morti. I Riva imboccano la strada del ricatto occupazionale sostenendo che con la chiusura della cockeria si chiude anche lo stabilimento e che sono così costretti a mandare a casa 1200 operai. Di fatto la chiusura definitiva della cockeria si avrà il 29 luglio del 2005. Nulla di nuovo neanche qui. Il dato interessante ce lo fornisce Andrea Ranieri intervistato da Bruno Ugolini che ripercorre l’arrivo dei Riva all’Ilva. Si parte dal Piano Davignon per la riduzione della produzione dell’acciaio in Europa. E’ li che si decide con il progetto Utopia proposto da Ugo Signorini sindaco di Genovadi chiudere le aree a caldo di Cornigliano sprecate per cosìpochi operai e di delocalizzare tutto a Taranto. Ma L’Italsider che fa una barca di debiti si ritira e viene costituita Cogea con capitali al 70% privati e al 30 %pubblici. Gli imprenditori privati che vi partecipano sono Lucchini e Riva che diventa unico partecipante nel 1988. Ma è nel 1995 che Riva inizia a acquistare tutto pagando una prima rata e sospendendo poi ogni pagamento. Dunque l’inquinamento viene spostato a sud,a Taranto. Dice Andrea Ranieri:

Tutta l’operazione della semplificazione della siderurgia italiana è costata una barca di soldi, mentre la vendita a Riva fece incassare poco. Costarono molto, invece, ad esempio, i prepensionamenti. Io non leggo comunque la vicenda di oggi come una contrapposizione tra le ragioni del lavoro e quelle dell’ambiente. I giudici dicono una cosa importante quando affermano che è stata fatta una scelta (non si tratta di fatalità) tra l’inquinare o il non inquinare. Ovvero di investire per l’efficienza dello stabilimento e non altrettanto per l’ambiente. Le condizioni di rischio non cascano dal cielo, sono una scelta. Il grande balzo in avanti nella produzione e negli utili non è stato accompagnato dalla priorità da dare alla salvaguardia della salute.

Quel che resta sul campo dopo i reati contestati molti dei quali finiti in prescrizione è un terreno profondamente e gravemente inquinato da benzoapirene che sarà inscatolato per proteggere la falda acquifera e il torrente Polcevera. La bonifica non la paga chi ha inquinato ma tutti i cittadini che hanno subito. Perché come sottolinea ancora Ranieri:

Occorre costringere l’imprenditore a impiegare una parte degli straordinari profitti accumulati. Occorre superare la logica di chi dice che se si paga troppo in sicurezza poi certe produzioni se ne vanno dall’Italia.

Fonte:  Archivio storico Corriere, Il fatto quotidiano, Comitato Per Cornigliano