Civitanova Marche, Greenpeace protesta contro le trivelle a 3 km dalla costa

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Non ci si riesce a credere, ma la piattaforma offshore Sarago Mare A è posizionata a soli tre chilometri dalla costa di Civitanova Marche, uno splendido monumento all’atteggiamento che l’Italia ha assunto negli ultimi due decenni nei confronti del proprio comparto turistico. Invece di investire su un settore non delocalizzabile che, in passato, faceva invidia al mondo, si punta alle risorse fossili che concentrano i benefici dell’industria estrattiva. Un gruppo di attivisti di Greenpeace ha inscenato una protesta pacifica, girando un ironico video proprio sotto la struttura gestita dalla Edison. I due protagonisti si sono finti turisti di un possibile futuro prossimo in cui la balneazione si svolgerà all’ombra della piattaforma petrolifera. “Stop trivelle” è lo slogan dello striscione che compare nel video con cui l’associazione ambientalista mette in guardia l’opinione pubblica dai piani del governo di Matteo Renzi, intenzionato a concedere alla compagnie petrolifere i permessi per estrarre petrolio nei nostri mani. Nelle ultime settimane, oltre 43mila persone hanno già firmato la petizione di Greenpeace per chiedere una radicale revisione della strategia energetica basata sull’estrazione di petrolio e gas dai fondali marini. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un attacco inedito e su vasta scala ai nostri mari Con questa protesta vogliamo mostrare in maniera concreta la minaccia che incombe sui litorali italiani. È davvero questo il futuro che vogliamo, fatto di airgun, trivelle e piattaforme? Di petrolio sotto i nostri fondali ce n’è pochissimo: quantità irrisorie per il fabbisogno energetico del Paese, ma occasione di profitto per una manciata di aziende. Dovrebbe essere chiaro a tutti che il gioco non vale la candela, ha spiegato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Greenpeace ha inoltre ricordato come il Ministero dell’Ambiente abbia autorizzato, fra il 3 e il 12 giugno, ben undici progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell’airgun. L’area concessa alle compagnie petrolifere copre tutto l’Adriatico e una parte significativa dello Ionio. Matteo Renzi ha smesso da tempo di parlare di green economy e il suo Governo, anche nelle scelte compiute nel settore energetico, assomiglia sempre di più alla politica che diceva di voler “rottamare” fino a un paio d’anni fa. E l’industria petrolifera ringrazia.

Fonte: Greenpeace

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Trivelle, incenerimento senza limiti, beni comuni svenduti e cemento senza regole: lo Sblocca Italia è legge

L’ex vicepresidente della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, ha definito il decreto Sblocca Italia «eversivo». Intellettuali, politici e movimenti lo hanno definito «una minaccia per la democrazia». Il decreto è stato convertito in legge la notte del 5 novembre scorso, dopo che il Governo ha posto per due volte la fiducia. Un’imposizione che ha tutto il sapore del “regime di Stato”.italiaapezzi

«Questo provvedimento costruisce un piano complessivo di aggressione ai beni comuni tramite il rilancio delle grandi opere, misure per favorire la dismissione del patrimonio pubblico, l’incenerimento dei rifiuti, nuove perforazioni per la ricerca di idrocarburi e la costruzione di gasdotti, oltre a semplificare e deregolamentare le bonifiche. E rilancia con forza i processi di privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali»: sono le parole con cui il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua commenta il decreto convertito in legge. Il Forum si è mobilitato a fianco degli operai che a Bagnoli hanno protestato il 7 novembre scorso contro «un atto che smantella le garanzie per un governo democratico del territorio, promuovendo l’assalto a risorse ambientali e beni comuni». Renzi se l’è data a gambe; doveva essere a Bagnoli quel giorno ma si è ben guardato dall’affrontare la folla, che si è scontrata con le forze dell’ordine con scene cui si sperava di non dover più assistere. Il Forum lancia un suo appello: «La lotta continua sui territori con cittadini, Regioni ed enti locali per evitare la devastazione dei mari italiani, del territorio e la mercificazione dei beni comuni». «Lo Sblocca Italia è solo un ulteriore favore fatto alle lobbies – spiega il Forum – Alle lobby dei rifiuti, incrementando l’incenerimento; a quelle dell’acqua, incentivando le privatizzazioni; a quelle del cemento, deregolamentando il settore; a quelle del petrolio, favorendo nuove trivellazioni come in alta Irpinia, nel Sannio, nei golfi di Napoli e di Salerno». Domenica 9 novembre sono scesi nelle piazze d’Italia anche gli attivisti del Movimento 5 Stelle: «Con questo provvedimento – dicono – si consegneranno le nostre coste ai signori delle trivelle, che potranno senza troppi pensieri scavare la terraferma e i fondali marini per la ricerca di petrolio. Noi diciamo stop alle trivellazioni!

Il decreto Sblocca Italia in realtà è uno Sfascia Italiache non farà altro che affondare il paese, in questo caso, in un mare di petrolio. Il governo di Matteo Renzi ha deciso di tendere una mano alle compagnie petrolifere. A tutti i progetti di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi in terraferma ed in mare, si vuole attribuire carattere di interesse strategico e di pubblica utilità, finanche a considerarli urgenti e indifferibili. Si cancella così, con un colpo di mano, la competenza autorizzativa che la nostra Costituzione riserva alle Regioni». Un’analisi puntuale del provvedimento la si trova nell’e-book di Altreconomia, che potete scaricare cliccando qui: “Rottama Italia”. Emerge chiaramente come il decreto incentivi e finanzi la realizzazione di infrastrutture pesanti (autostradali ma anche energetiche), porti all’estremo la deregulation in materia edilizia, fomenti la privatizzazione dei beni demaniali, scommetta sui combustibili fossili, affossi i meccanismi di controllo istituiti dallo Stato nell’interesse pubblico. Massimo Bray, già ministro dei Beni culturali del governo Letta e oggi parlamentare del Pd, afferma: «Siamo di fronte all’ennesimo intervento emergenziale, derogatorio ed eterogeneo con cui si bypassa il dibattito parlamentare». E parla di una «erosione delle competenze parlamentari», e di un governo come «dominus incontrastato della produzione normativa». Nel suo intervento nell’e-book Salvatore Settis, archeologo e già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, spiega in che modo lo Sblocca-Italia introduca un meccanismo radicale, «sperimentandolo (per cominciare) con la costruzione di nuove linee ferroviarie: l’Ad delle Ferrovie è Commissario straordinario unico e ogni eventuale dissenso di una Soprintendenza può essere espresso solo aggiungendo ‘specifiche indicazioni necessarie ai fini dell’assenso’», affermando «così implicitamente che qualsiasi progetto, pur con qualche aggiustamento, deve sempre e comunque passare». Alle Regioni, inoltre, è negata la possibilità di effettuare le procedure di Valutazione d’impatto ambientale (Via)per le «istanze di ricerca, permessi di ricerca e concessioni di coltivazione [di idrocarburi]», la cui competenza passa al ministero dell’Ambiente. «L’obiettivo è snellire il tempo delle autorizzazioni ed evitare impedimenti dai territori» scrive Pietro Dommarco, richiamando anche l’incostituzionalità delle “pacchetto energetico” dello Sblocca-Italia, che estromette gli enti locali dai processi decisionali. Dice Tomaso Montanari, storico dell’arte dell’Università di Napoli e curatore del volume: «Vogliamo un Paese che sappia distinguere tra cemento e futuro. E scelga il futuro». Mai come ora, dunque, è l’ora della mobilitazione; i cittadini possono organizzarsi, protestare, fare sentire a loro voce, la loro presenza, la loro indignazione. E’ il momento di schierarsi.

Fonte: ilcambiamento.it

Renzi sdogana trivelle e inceneritori

Un futuro per l’Italia pieno di trivelle e di inceneritori, dove bruciare rifiuti è più conveniente che fare la raccolta differenziata e dilaniare territorio per cercare idrocarburi viene definito strategico. Un “affarone” che questo premier sta confezionando pezzo per pezzo dileggiando chi critica e obietta e preparandosi a farsi largo “a prescindere”.inceneritore_renzi

Mercato libero non più solo per i rifiuti speciali (quelli già girano da sud a nord e viceversa facendo girare tanti soldi e non sempre puliti), ma anche per i rifiuti solidi urbani che verranno bruciati non solo negli inceneritori già esistenti ma anche in nuovi impianti che sarà sempre più conveniente costruire ma che poi, per far tornare i conti, dovranno continuare a bruciare senza sosta e sempre di più. L’impegno per la raccolta differenziata è solo a parole, ma siccome sarà meno conveniente dell’incenerimento, sfidiamo anche il più allocco o il più in malafede a pensare o raccontare che sarà la priorità. E gli inceneritori saranno gestiti da società partecipate con l’aiuto dello Stato; così i cittadini pagheranno gli inceneritori prima con le tasse e anche dopo con le bollette. Il decreto sblocca Italia, messo a punto dal ministro Gian Luca Galletti, prevedrebbe una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”, dando di fatto il via libera alla circolazione dell’immondizia da una regione all’altra senza più bisogno di procedure particolari; tra gli obiettivi ci sarebbe anche quello della costruzione di nuovi impianti “di termotrattamento”, definiti “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”. Finora a far sentire a voce alta la sua protesta sono stati movimenti e cittadini della Lombardia, che, come le altre del Nord e Centro, sarà penalizzata da queste norme. E non solo: la Regione Lombardia, denunciando come svolta autoritaria il decreto stesso, ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale contro di esso. Intanto molto ci cova anche per le trivellazioni, insomma, come sostengono le associazioni ambientaliste, Renzi sembra proprio inseguire «il miraggio di un Texas nostrano», considerando «strategiche tutte le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, diminuendo l’efficacia delle valutazioni ambientali, emarginando le Regioni e forzando sulle norme che avevano dichiarato dal 2002 off limits l’Alto Adriatico, per il rischio di subsidenza». La denuncia arriva da WWF, Legambiente e Greenpeace che chiedono ai membri della Commissione Ambiente della Camera dei deputati di decidere per l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge Sblocca Italia n. 133/2014. «L’Italia stenta a definire una roadmap per la decarbonizzazione. Punto di riferimento delle politiche governative è ancora la SEN – Strategia Energetica Nazionale – mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, nella quale viene presentata una stima di 15 miliardi di euro di investimento (un punto di PIL!) e di 25 mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia» dicono le associazioni. «Ma è da tempo noto che il nostro petrolio è poco e di scarsa qualità. Secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 8 settimane. Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi». Gli ambientalisti sottolineano come «l’accelerazione indiscriminata impressa dal Governo metta a rischio la Basilicata che è interessata in terra ferma da 18 istanze di permessi di ricerca, 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi per circa i 3/4 del territorio. E non è esonerato dalla corsa all’oro nero neanche il mare italiano. In totale le aree richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per circa 29.209,6 kmq di aree marine, 5000 chilometri quadrati in più rispetto allo scorso anno. Attività che vanno a mettere a rischio il bacino del Mediterraneo dove si concentra più del 25% di tutto il traffico petrolifero marittimo mondiale provocando un inquinamento da idrocarburi che non ha paragoni al mondo». Ci sono 7 buoni motivi per chiedere l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge 133/2014, perché le disposizioni in esso contenute:

1) consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi senza individuare alcuna priorità;

2) trasferiscono d’autorità le VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente;

3) compiono una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni cui al vigente Titolo V della Costituzione;

4)  prevedono una concessione unica per ricerca e coltivazione in contrasto con la distinzione tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi del diritto comunitario;

5) applicano impropriamente e erroneamente la Valutazione Ambientale Strategica e la Valutazione di Impatto Ambientale;

6) trasformano forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico legato alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in “progetti sperimentali di coltivazione”;

7) costituiscono una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/13/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

Fonte: ilcambiamento.it

In Basilicata approvata la più grande discarica per idrocarburi d’Europa

La Regione Basilicata ha approvato un nuovo progetto per una discarica per idrocarburi nel Comune di Guardia Perticara. La Regione Basilicata ha approvato la realizzazione della discarica Semataf, destinata ai rifiuti speciali tra cui idrocarburi da costruirsi nel comune di Giardia Perticara in provincia di Potenza che volume sarà la più grande in Europa. Proprio qualche giorno fa i comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione per l’impianto estrattivo Tempa Rossa hanno fatto richiesta per avere gratuitamente il gas quale forma di compensazione (ma sarebbe meglio dire risarcimento) per:

la perdita dell’uso del territorio e per compensazione per la reintegrazione dell’equilibrio ambientale e territoriale

Ma subito dopo ecco l’approvazione della grande discarica che come fa notare Ola Organizzazione Lucana ambientalista:

La discarica per rifiuti speciali di Guardia Perticara già smaltisce fanghi petroliferi, amianto ed altri rifiuti speciali solidi provenienti dal giacimento petrolifero considerato il più grande in Europa in terrà ferma, mentre i reflui petroliferi prodotti vengono smaltiti in Val Basento.

Ola ricorda che Guardia Perticara è un piccolo borgo forse tra i più belli d’Italiae che a breve ospiterà la discarica per rifiuti petroliferi più grande d’Europa. Infatti la Regione Basilicata ha approvato il progetto:

la sezione di trattamento, disidratazione ed inertizzazione, con l’aggiunta di nuovi codici di rifiuti da destinare a trattamento o recupero, indicati nelle appendici n. 2, 3 e 4 del Rapporto Istruttorio A.I.A.; l’installazione di un nuovo impianto di lavaggio; l’ampliamento del piazzale da destinare ad attività di deposito preliminare e messa in riserva; la costruzione del IV lotto di discarica, per una volumetria complessiva pari ad ulteriori 340.000 mc. che si aggiungeranno ai 150mila m3 già autorizzati per un totale complessivo di mezzo milione circa di mc di rifiuti, con una capacità di trattamento autorizzata pari a 110mila tonnellate/anno. Complessivamente la nuova piattaforma, ad ultimazione degli interventi, occuperà una nuova superficie di 13 ettari mentre sono 25 gli ettari totali impegnati.Progetto-discarica-Semataf-620x644

La situazione è destinata a peggiorare poiché le estrazioni di idrocarburi sono destinate a raddoppiare in tutta la Basilicata per effetto della revisione al Titolo V della Costituzione. Quella di Guardia Perticara, il paese più piccolo della Basilicata e borgo tra i più belli d’Italia, può a breve essere considerata la mega discarica per rifiuti petroliferi più grande d’Europa, considerata l’entità dei giacimenti onshore nelle valli del Sauro e Agri, anche in vista del previsto raddoppio delle estrazioni di idrocarburi ed i barili estraibili sull’intero territorio lucano derivanti dalla revisione del Titolo V della Costituzione.

Spiega Ola:

Le compagnie petrolifere si apprestano ad un ulteriore incremento delle attività di ricerca e perforazione sull’intero territorio regionale predisponendo i siti per lo smaltimento dei rifiuti chimici prodotti, mettendo così a più grave rischio l’ambiente e la salute dei cittadini, in una regione considerata dalle compagnie petrolifera “servitù petrolifera”.

Fonte:  Ola

Trivellazioni: “decreto Zanonato applicazione di una legge nefasta”

Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato con il decreto ‘contro le trivelle’ non fa altro che applicare una legge che ha riportato le piattaforme petrolifere sotto le spiagge degli italiani. È quanto sostiene Greenpeace che commenta la firma del decreto di riordino delle zone marine aperte alla ricerca e coltivazione di idrocarburi annunciata dal ministro.petrolio_trivellazioni8

“Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, sbandierando urbi et orbi un decreto ‘contro le trivelle‘ non fa altro che applicare il nefasto Art. 35 della Legge 83/2012 che ha riportato le piattaforme petrolifere sotto le spiagge degli italiani”, così Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia commenta la firma del decreto di riordino delle zone marine aperte alla ricerca e coltivazione di idrocarburi annunciata dal Ministro. Non solo, con questo decreto il Governo amplia le aree coinvolte dalle esplorazioni offshore, avvicinandosi alle Baleari e confermando la famigerata estensione verso e oltre l’Isola di Malta: un atto che Greenpeace definisce irresponsabile, contestato ovviamente dai maltesi che, non ha caso, hanno ricominciato quest’estate a sequestrare i pescherecci siciliani. Il vero problema, come tutti sanno – compreso il Ministro Zanonato – è che ci sono decine di istanze di ricerca per giacimenti di petrolio presentate negli scorsi anni in aree oggi “vietate”. In Italia il procedimento amministrativo è spezzato in tre fasi, con tre distinti processi di Valutazione di Impatto Ambientale: prospezione sismica, trivellazione esplorativa e trivellazione commerciale. La domanda di cui tutti attendono risposta è se il ministero dello Sviluppo economico (MISE) e il ministero dell’Ambiente considerano o meno un “diritto acquisito” dei petrolieri quello di realizzare oggi nuove trivellazioni a meno di 12 miglia dalla costa, per il fatto di aver ottenuto anni fa (con procedimenti talvolta contestabili) l’autorizzazione alla prospezione sismica o alla trivellazione esplorativa. “Invece di annunciare nuovi decreti basati su vecchie leggi che già in passato hanno creato molti problemi, il Ministro Zanonato farebbe bene a dire chiaro e tondo che tutte le prossime richieste di attività di ricerca e sfruttamento di idrocarburi in mare dovranno conformarsi alla legge in vigore” – continua Giannì. Sul tema Greenpeace ha già scritto al ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, che ha risposto confermando per iscritto che l’effettuazione di tre separati procedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale (per la prospezione sismica, le trivellazioni esplorative e per quelle commerciali) deriva dalla “configurazione del procedimento principale, autorizzatorio o concessorio, nel quale la procedura di VIA si inserisce.” Quindi, delle due l’una: o il “procedimento principale” al MISE è costituito da tre fasi distinte e separate (e quindi ogni fase deve rispettare la norma vigente al momento) oppure lo spezzettamento della VIA di un procedimento unico costituisce l’ennesima violazione italiana della Direttiva 85/337/CEE sulla valutazione dell’impatto ambientale. “Greenpeace attende che qualche petroliere si permetta di richiedere una qualunque autorizzazione ad attività in aree non incluse oggi nella “mappa del petrolio” del Ministro Zanonato. Se questo tipo di istanza venisse accolta, chiameremo in tribunale il MISE che ci dovrà spiegare perché la legge non è uguale per tutti” – conclude Giannì.

Fonte: il cambiamento

Nasce assoRinnovabili, Aper si fonde con Assosolare e risponde al potere degli idrocarburi

APER e Assolare assieme per rispondere all’aggressiva avanzata delle politiche energetiche che si basano sugli idrocarburiassorinnovabili-620x350

Nasce assoRinnovabili Associazione dei produttori, dell’industria e dei servizi per le energie rinnovabili dalla fusione tra APER e Assosolare e si propone di essere la risposta alla prepotente politica italiana basata sugli idrocarburi. Infatti, mai come in questi ultimi 4 anni i produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili, i fornitori di servizi professionali, tecnologie e componenti attivi nella filiera rinnovabile sono stati strapazzati dalle scelte energetiche attuate dalla politica italiana che ha risposto con un Piano energetico nazionale basato sullo sfruttamento degli idrocarburi e sulla pesante penalizzazione delle rinnovabili. E’ questa la prima associazione italiana sia per rappresentatività, sia per numero di associati e potenza installata: 500 iscritti, più di 1.200 impianti per oltre 10.000 MW di potenza elettrica installata rinnovabile tra eolico, idroelettrico e fotovoltaico per circa 25 miliardi di kWh all’anno pari a una riduzione di emissioni di CO2 di oltre 19 milioni di tonnellate annue.

Ha detto Re Rebaduengo:

Siamo certi che questo importante passaggio contribuirà a sostenere meglio le prossime azioni per l’introduzione di una adeguata disciplina sugli sbilanciamenti, per la regolamentazione dei Sistemi Efficienti d’Utenza e, in genere, per promuovere gli interessi di un settore che è ormai diventato un pilastro del Paese.

Giusto per contestualizzare lo scenario in cui si colloca oggi assoRinnovabili ricordo il libello di Chicco testa, presidente Assoelettrica contro le rinnovabili e sopratutto il progetto del ministro Zanonato di tassare gli interessi passivi dei produttori di rinnovabili.

 

Fonte: ecoblog

 

ll mare bio-risanato da un batterio

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Isolato nella laguna di Venezia nel 1996, l’Acinetobacter venetianus VE-C3 è un batterio marino che vive nelle acque inquinate e ha sviluppato la capacità di metabolizzare composti come gli idrocarburi rendendoli meno dannosi per l’ambiente. È un processo noto come biorisanamento . E oggi, grazie a un gruppo di ricerca internazionale, coordinato da Renato Fani, associato di Genetica presso l’Università di Firenze, in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano, ne sappiamo di più: il genoma del batterio, infatti, è stato completamente sequenziato. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Research in Microbiology. “Lo studio del genoma di Acinetobacter venetianus VE-C3“, spiega Marco Fondi, ricercatore dell’Università di Firenze, “fornisce importanti informazioni sui meccanismi messi in atto dai batteri per adattarsi al particolare ambiente biologico in cui vivono; permette di comprendere i meccanismi alla base del metabolismo degli alcani e dell’adesione dei batteri alle gocce di idrocarburi (come il diesel) e di resistenza ai metalli pesanti“. “Il sequenziamento del genoma batterico”, aggiunge Ermanno Rizzi, ricercatore dell’Itb-Cnr di Milano, “è stato possibile grazie all’utilizzo di nuove tecnologie, in grado di produrre un’elevata quantità di sequenze, che consentono di decodificare un intero genoma batterico senza informazioni genetiche a priori. Grazie ai dati genetici e genomici ottenuti, è stato possibile ampliare le conoscenze dell’intero genere batterico Acinetobacter, rilevandone l’estrema diversità, rispetto ad altri batteri che pur appartenendo allo stesso genere, sono patogeni aggressivi per l’uomo”. I batteri, per la loro capacità di degradare gli idrocarburi, possono essere sfruttati per il biorisanamento di ambienti inquinati da petrolio.

Riferimenti: The genome sequence of the hydrocarbon degrading Acinetobacter venetianus VE-C3. Fondi M, Rizzi E, Emiliani G, Orlandini V, Berna L, Papaleo MC, Perrin E, Maida I, Corti G, De Bellis G, Baldi F, Dijkshoorn L, Vaneechoutte M, Fani R. Res Microbiol. 2013, 164: 439-449. Research in Microbiology doi:10.1016/j.resmic.2013.03.003

 

Fonte: galileonet.it

Diesel da batteri OGM ma il problema è il consumo di zucchero

Ricercatori inglesi hanno modificato geneticamente batteri di Escherichia Coli per produrre idrocarburi analoghi al gasolio. Ma i batteri devono mangiare zucchero, per la cui coltivazione serve energia fossile e terra fertile. Manipolare un batterio così comune e potenzialmente patogeno non è poi una così grande idea.Immagine

Una ricerca dell’università di Exeter ha mostrato che è possibile modificare geneticamente i comuni batteri di Escherichia Coli in modo che producano repliche di molecole di idrocarburi analoghe a quelle che compongono il comune gasolio. Secondo gli autori, in questo modo sarebbe possibile ottenere un biofuel direttamente utilizzabile negli attuali motori diesel, senza nessuna modifica strutturale. Prima di parlare un po’ troppo entusiasticamente di “sogno verde“, un po’ di prudenza è d’obbligo:

(A) L’articolo non dice nulla sulla cinetica del processo; ovvero quanto tempo dobbiamo aspettare perchè si riempia un serbatoio?

(B) Per produrre idrocarburi, i batteri devono mangiare zucchero e per coltivare lo zucchero l’agricoltura industriale usa non pochi combustibili fossili. Ipotizzando ottimisticamente un rendimento del processo del 90% (l’articolo non ne parla), un semplice calcolo mostra che per produrre 1 kg di questo nuovo biodiesel occorre impiegare circa 0,35 kg di petrolio equivalente, con relative emissioni di CO2 (1). Il sogno non è poi così verde, dunque.

(C) Con le attuali rese della barbabietola (pompate dai fertilizzanti chimici)  di 64 t/ha occorrerebbero circa 2000 m² pro capite di terreno fertile per produrre il diesel necessario a percorrere 12000 km/anno (2), cioè una superficie equivalente a quella per poterci nutrire in modo essenziale.

(D) Last but not least: siamo sicuri che sia una buona idea modificare geneticamente escherichia coli? Esistono almeno cinque ceppi patogeni di questo batterio di cui il più temibile è l’EHEC (raffigurato nella foto in alto) che ogni anno causa 600 morti negli USA per emorragie intestinali. Possiamo escludere a priori che questi batteri siano nocivi per gli esseri umani?

(1) Secondo Pimentel (Food energy and society, p.128) un ettaro coltivato a barbabietola da zucchero richiede 27 GJ e fornisce 87 GJ sotto forma di zucchero; ipotizzando che i batteri convertano questa energia in idrocarburi con un rendimento del 90%, si hanno 78 GJ/ha. Il rapporto Input/Output è quindi di 0,3471.

(2) 64 t di barbabietole danno 9,8 t di zucchero, che al 90% di conversione danno 3,3 tonnellate di gasolio, cioè 4000 litri. Il consumo medio delle auto a gasolio (fonte spritmonitor su 75000 auto) è di circa 0,07 l/km, per cui un ettaro produrrebbe per 57000 km. La percorrenza media in Italia è di 12000 km/anno, per cui occorrerebbero 0,2122 ha o 2122 m² a testa. Il mondo è fatto di equivalenze.

Fonte. Ecoblog