A Torino c’è un laboratorio creativo che dà nuova vita a scarti e “rifiuti”

Hyaena Design è un’attività che da qualche mese ha sede nel cuore di San Salvario, dove lavora Sarha Nervo, designer torinese che crea abbigliamento e accessori usando solo materiale di recupero. Il suo è un piccolo ma prezioso contributo alla riduzione dei rifiuti, ma soprattutto un impegno costante nel mettere in discussione il concetto stesso di rifiutoImmagine

“Come la natura è madre di un ciclo autopoietico così l’uomo ha compito e dovere di collaborare a questo ciclo. Crediamo in un grande sistema aperto i cui componenti hanno infinite vie di trasformazione, utilizzo e riconciliazione con l’uomo e l’ambiente nel ciclo della loro vita”. Si presenta con queste parole Hyaena Design, alias Sarha Nervo, designer torinese che crea abbigliamento, borse e accessori utilizzando solamente materiali di recupero. Un’attività iniziata circa dieci anni fa e che dal 2011 ha sede in un laboratorio nel cuore di San Salvario, in via Bernardino Galliari, dove Sarha lavora, espone e vende le sue creazioni. Il suo è un piccolo ma prezioso contributo alla riduzione dei rifiuti, ma soprattutto un impegno costante nel mettere in discussione il concetto stesso di rifiuto.
Hyaena Design infatti è qualcosa di più di un semplice, ancorchè pregevole, laboratorio creativo. È un progetto ampio che si divide tra la sensibilizzazione dei più giovani al riuso della materia e degli oggetti, con dei momenti formativi dedicati a ragazze a ragazzi dagli 8 ai 16 anni, e la creazione di nuove relazioni sociali basate sulla condivisione di questa pratica, oltre che su un approfondito studio del comparto artigiano, “delle sue debolezze, le sue infinite virtù e i suoi punti di forza”. Il risultato è la realizzazione di una rete con attività artigiane, industrie e privati del territorio, per il riutilizzo del materiale dismesso. Ci siamo fatti spiegare da Sarha com’è nata la sua attività e le peculiarità del suo lavoro.

Come e quando è nato il progetto? 

La mia esperienza comincia nel 2004, anno in cui ho iniziato a creare abiti per mantenermi gli studi universitari. Questo lavoro mi ha permesso di viaggiare molto e continuare con la mia formazione allo stesso tempo. Provenendo da una famiglia modesta, ho iniziato a cercare materiale “gratis” per produrre più facilmente.
Il passaggio definitivo è avvenuto nel 2009, quando in Messico, nelle comunità zapatiste, ho conosciuto un artigiano che realizzava scarpe con suole di pneumatici. I Paesi del cosiddetto “terzo Mondo” hanno molto da insegnarci sul recupero del materiale, poiché lì è una pratica assodata, un apsetto stesso della cultura del posto.
Da lì mi sono spostata a New York, dove con un pugno di dollari in tasca, nel vero senso della parola, ho iniziato a camminare ogni giorno km e km alla ricerca di materiale per fare una collezione “in loco” con scarti del territorio. La linea Innertube venduta direttamente dal laboratorio WhiteSaffron di Nolita e premiata tra gli accessori più in voga per la primavera 2010 Newyorkese ne è il risultato. Camere d’aria di bicicletta intrecciate in ogni modo possibile confezionati in bicchieroni del caffè e una serie di collane in stoffa recuperata tra qualche bidone… una bella esperienza. Al ritorno in Italia la rete si è formata definitivamente e allargata mentre finivo gli studi in Ecodesign presso il Politecnico di Torino.
Realizzate creazioni solamente, o quasi, con oggetti, materiali che altrimenti verrebbero buttati via giusto?
Negli anni abbiamo costruito una rete, il cui compito è quello di metterci in comunicazione con privati, ditte, artigiani, a cui chiediamo il loro materiale, sia scarto di lavorazione che rifiuti per i privati.
Siamo in contatto con: ditte che si occupano di sicurezza e ci forniscono manichette antincendio, visto che c’è l’obbligo di sostituirle dopo circa 2 anni; una manifattura di Napoli che fa divani ci manda lo scarto di pelle delle lavorazioni; diversi gommisti ci mandano camere d’aria; ditte che si occupano di allestimenti fieristici ci mandano linoleum e banner pubblicitari; ditte produttrici di guarnizioni ci regalano le guarnizioni scadute; la plastica ha un timer in quanto deperibile…
I privati invece ci contattano specialmente per abiti che non usano più, materiali particolari, cravatte, tovaglie, pizzi, scampoli, vecchi tessuti. C’ è chi dona liberamente pur di non buttare, chi chiede qualcosa in cambio tipo “baratto”, chi desidera avere in cambio un pezzo prodotto con il suo materiale e altri infiniti casi. Abbiamo molto materiale e questo fa sì che, a nostra volta, non si possa utilizzare tutto. Per questo motivo ciò che non riusciamo a trasformare in tempi brevi lo doniamo a nostra volta a chi ne ha bisogno per motivi “creativi” in alcuni casi o per “condizioni di vita” diciamo. Cioè chi avrebbe bisogno di una borsa, una cintura, un maglione o una coperta. Con il passaparola la rete sta diventando sempre più ampia e fitta.

Preferite alcuni materiali in particolare? 

Non abbiamo preferenze di materiale. Il bello di questo lavoro è che non è vincolante dal punto di vista creativo, ma ogni rifiuto diventa una nuova sfida. Sicuramente prediligiamo materiali che si possono trasformare in borse, accessori o abiti perchè fa parte della nostra maestranza. Poi dipende anche da cosa arriva, per differenziare correttamente ciò che è bene recuperare e ciò che è meglio riciclare. Vetro, alluminio, carta, PET sono solo alcuni esempi di materiali il cui ciclo di vita passando per il riciclo è decisamente migliore. Bisogna stare attenti a non “pasticciare” aggiungendo colle, adesivi o prodotti chimici che ne rendono più difficile un corretto smaltimento. Idem per i nostri prodotti. Non sempre sono monomaterici ma ricordiamo che sono facilmente divisibili poiché non vi è utilizzo di collanti. 
Il recupero/riuso è una pratica o un modo di vivere che si sta diffondendo secondo la vostra opinione?

Il recupero/riuso sta finalmente tornando importante dopo un sonno di 50 anni. La pratica non è nuova, è stata solo dimenticata nel periodo del boom consumista. Le generazioni precedenti, a partire da quella dei nostri nonni, sono sempre state abituate ad avere poco materiale e a destinarlo e trasformalo continuamente. Per qualche generazione questa abitudine si è persa, così come si sono perse le capacità manuali e un po’ di immaginazione. Siamo abituati ad avere il prodotto finito. Sono però dell’idea che questa sana e buona abitudine riprenderà con forza.
Quali sono le principali difficoltà che affrontate nel vostro lavoro?

Nella mia tesi di laurea ho proposto una serie di cambiamenti che aiuterebbero molto sia i cittadini che chi, come noi, lavora con prodotti di “secondo ciclo”. Tra queste degli incentivi di detassazione a chi correttamente differenzia e produce meno rifiuti: l’agire virtuosamente va premiato, altrimenti perchè io, artigiano, devo “sbattermi” a differenziare e pagare come quello che butta tutto nel calderone? Ad oggi la tassa sull’immondizia si paga in base alla metratura. Questo è assolutamente scorretto e insensato. Altro punto. Noi usiamo materiali di “secondo ciclo” giusto? Bene, come artigiani abbiamo l’Iva al 22% da caricare sul prodotto del cliente. Non pagando il materiale in entrata la nostra Iva ha difficoltà ad andare in compensazione, poiché esiste Iva in uscita, il venduto, ma pochissima iva in entrata, il materiale da lavorare. A livello burocratico bisognerebbe trovare una soluzione per questo materiale.
Infine, dagli ecocentri non è possibile portar via nulla. Se noi come altre persone, potessimo andare a comprare del materiale utile, faremmo diventare il “rifiuto” una risorsa per i comuni e non necessariamente un peso da infliggere sulle spalle di cittadini. Nel caso voleste delucidazioni su questo progetto e sui vari punti, è tutto spiegato nella mia tesi di laurea.
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Fonte: ecodallecitta.it