‘L’economia del futuro deve essere decarbonizzata altrimenti non ha prospettive’, intervista ad Edo Ronchi | 1° parte

In occasione degli Stati Generali della Green Economy in programma il 3 e 4 novembre in versione digitale causa Covid, abbiamo raggiunto Eco Ronchi per sapere quali saranno le riflessioni condivise sull’economia verde ai tempi della pandemia. Cosa dobbiamo aspettarci dall’edizione 2020 degli Stati Generali della green economy 2020? Quali saranno le riflessioni condivise, in modalità digitale, il 3 e il 4 novembre da esperti del settore e politici, tra cui 5 ministri, che offriranno un focus sull’economia verde ai tempi del Covid-19? Molto atteso il confronto sul Green deal e su come investire in Italia i 209 miliardi del Recovery fund. Ne abbiamo parlato con il padrone di casa, l’ex Ministro dell’ambiente e presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi.  

La diffusione del Covid ci sta presentando un conto salato non solo in termini di vite umane. La pandemia ha messo a nudo la fragilità del nostro sistema economico-sociale oltre alla nostra incapacità di proteggere l’ambiente in cui viviamo. Ne verremo fuori imparando la lezione? 

La diffusione del virus, che ci obbliga a una versione degli Stati Generali a distanza, crea un po’ di problemi determinando un quadro fortemente cambiato rispetto al 2019. La prima riflessione riguarda proprio la lezione che dobbiamo imparare da questa pandemia. Ovviamente adesso siamo impegnati nell’ emergenza a rispettare le norme sanitarie e a sostenere le misure di compensazione economica e sociale. Ma contemporaneamente bisogna pensare al futuro in modo da uscire da questa pandemia migliori di come eravamo quando ci siamo entrati. Tra le lezioni da imparare da questa situazione c’è indubbiamente anche quella sulla sostenibilità ecologica. Abbiamo capito a nostre spese quanto siamo vulnerabili di fronte alla natura. È bastato un micro organismo per sconvolgere le nostre sicurezze e la nostra potenza tecnologica ed economica.  Quando si danneggia la natura certe conseguenze sono inevitabili. Aver trattato con superficialità altre specie e aver devastato habitat naturali provocando, come già accaduto, passaggi di virus da animali all’uomo, in questo caso ha determinato questa pandemia disastrosa. 

Qual è la strategia vincente suggerita da Gli Stati Generali della Green Economy per uscire dalla pandemia senza danneggiare ulteriormente la natura?

Bisogna cambiare il modo di pensare. Bisogna adottare verso la natura un principio di cautela e di precauzione, non avere questi atteggiamenti superficiali verso gli habitat naturali e le altre specie generando conseguenze come quelle he stiamo verificando. Pensando alla strategia, cioè anche al futuro e non solo all’emergenza durante la crisi, vogliamo sottolineare come la green economy possa essere una leva fondamentale di rilancio sociale ed economico dell’Italia per una serie di motivi non astratti. Intanto lo sviluppo non è durevole se non è sostenibile. L’economia ormai del futuro deve essere decarbonizzata altrimenti non ha prospettive. Un paese manifatturiero come il nostro non può che puntare alla conversione dell’economia tradizionale in circolare. La neutralità climatica proposta dall’Unione europea è una strategia ambiziosa, necessaria, ricca di grandi cambiamenti e di forti potenzialità. Nulla come una green economy circolare e decarbonizzata può alimentare innovazione, nuovi investimenti e nuova e buona occupazione. Queste sono un po’ le chiavi dell’impostazione di questi Stati Generali.

Come interpreta i segnali che arrivano dall’Unione europea? 

Prendiamo atto che a livello europeo c’è una svolta green. E vogliamo sottolineare la portata innovativa di questa svolta che non è solo la qualificazione del Recovery fund centrato sul Green Deal. Ma si tratta di una serie di misure che accompagnano il Next Generation fund che hanno questa connotazione come l’individuazione di una tassonomia sugli investimenti sostenibili, la Farm to fork e i nuovi target di neutralità climatica che entreranno in vigore entro il 2021 con l’obiettivo del 50% al 2030. C’è la nuova strategia industriale, c’è il secondo piano di azione per l’economia circolare con una serie di misure e indicazioni molto importanti. C’è l’accelerazione delle scelte verso la mobilità sostenibile e decarbonizzata. Un pacchetto complessivo di svolte green europee con le quali vogliamo dialogare da una posizione avanzata. Non da freno. L’Italia deve essere parte dei paesi europei green e avanzati. E quindi presenteremo la piattaforma nazionale avanzata approvata dal Consiglio nazionale della Green economy che comprende 69 organizzazioni di imprese, che non è una struttura poco influente, che indica una serie di obiettivi e misure sia di investimenti che di riforme da attuare nell’impiego dei fondi di Next Generation e di questi famosi 209 miliardi da destinare all’Italia. 

Il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 ci pone obiettivi, anche intermedi, talmente sfidanti da rischiare di passare come proclami di difficile attuazione.  

Noi con “Italy Climate Network” abbiamo già cominciato a lavorare su una road map per studiare come si traducono questi obiettivi nei vari settori, non solo nella politica energetica delle rinnovabili e dell’efficienza ma in tutti i settori. Abbiamo visto che sono target impegnativi da raggiungere entro il 2030. Ma si possono realizzare e stimolano cambiamenti importanti, investimenti e innovazione. Quindi sì, sono sfidanti, ma chiedono impegno e soprattutto sono un’occasione importante come leva di Green deal. Cioè l’innovazione tecnologica di nuovi investimenti e occupazione. Per due motivi sostanziali. Perché c’è una maturazione delle tecnologie green e che possono stare sul mercato ed essere accessibili anche economicamente. C’è anche una crescita di consapevolezza dei consumi e un’attenzione dei cittadini che sono disposti a premiare i diritti green. Oggi se vuoi essere un’economia avanzata non puoi non puntare sulla decarbonizzazione e costringere i paesi e i settori più arretrati a inseguirli.

Non abbiamo scelta quindi? 

Io penso che sia una scelta da fare più che non abbiamo scelta. É una scelta necessaria ma anche utile. É il momento buono per farla questa svolta climatica. É un’occasione per il Green deal, una leva formidabile di nuovo sviluppo, di nuova innovazione tecnologica, investimenti e occupazione. Non c’è nulla come questo mix in grado di cambiare e trainare un nuovo tipo di sviluppo. 

Avete individuato quali sono le priorità che l’Italia dovrebbe finanziare? Ci sono dei settori che proprio non possiamo non coinvolgere in questo cambiamento?

Bisogna seguire questa road map e dare seguito agli investimenti per l’efficienza energetica. Per esempio l’ecobonus deve essere gestito in maniera efficiente con un po’ di supporto perché le pratiche sono complicate. Se si riesce a semplificarle è meglio.  Ma soprattutto bisogna dargli continuità, non basta un anno. Entro il 2020 ormi si potrà fare qualche lavoro di adeguamento e ristrutturazione. Dovrebbero avere carattere pluriennale questo tipo di interventi. Con una seria attenzione alla saturazione energetica degli edifici pubblici che deve essere seguita in materia più puntuale. Invece ci si basa solo sugli edifici privati. 

Il cambiamento climatico ci mostra la fragilità delle nostre città. Quali azioni concrete nei contesti urbani?

Occorre collegare la ristrutturazione alla rigenerazione urbana tenendo conto dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Le alluvioni hanno provocato tanti danni e dunque non è sufficiente strutturare gli edifici. Bisogna preoccuparsi anche dei territori con l’adeguamento ai piani di adattamento climatico. Se ne è parlato con l’ondata delle alluvioni e il dissesto idrogeologico. Si tratta di adattamento al cambiamento climatico che richiede politiche più attive di gestione del territorio. Sì, anche l’adattamento climatico è una priorità. Significa che bisogna creare delle aree di espansione delle acque, impermeabilizzazione. Fermare il consumo di suolo nuovo, moltiplicare le infrastrutture verdi, creare aree verdi periurbane nelle cinture delle città per assorbire le cosiddette bombe d’acqua. É un lavoro importante la rigenerazione urbana ed è un’occasione di rilancio della qualità delle città. 

Fonte: ecodallecitta.it

Nasce il Fondo Forestale Italiano

L’associazione crea e protegge foreste per combattere i cambiamenti climatici, mitigarne gli effetti sul territorio italiano e preservare gli habitat naturali. Lanciato il primo progetto: la raccolta fondi online per la protezione di una foresta in Umbria.

Isola del Liri, febbraio 2019 – Si è costituito il Fondo Forestale Italiano, associazione senza fini di lucro nata per combattere i cambiamenti climatici creando nuove foreste e conservando quelle esistenti. Il Fondo Forestale Italiano acquista e riceve in dono terreni che andranno a costituire un fondo inalienabile dove gli alberi non verranno mai tagliati per scopi economici. Le foreste che si svilupperanno costituiranno nuovi habitat per la fauna e la flora; contribuiranno alla lotta al riscaldamento climatico assorbendo CO2; assorbiranno gas e sostanze inquinanti, mitigheranno gli effetti locali dei cambiamenti climatici (siccità, erosione del terreno e desertificazione); e, non ultimo, aumenteranno la bellezza del territorio e la qualità della vita dei cittadini. L’associazione si avvale della consulenza del suo Comitato Scientifico, composto da docenti, ricercatori e professionisti nel campo delle scienze forestali, delle scienze naturali e della biologia.

Il Fondo Forestale Italiano ha cominciato ufficialmente la sua attività il 27 ottobre 2018, con la riforestazione di un piccolo terreno vicino a Viterbo, gentilmente donato da due sostenitori.

IL PROGETTO E IL CROWDFUNDING

Il Fondo Forestale Italiano si presenta ora al pubblico con un progetto di conservazione per il primo terreno che intende acquistare, e a questo scopo lancia una raccolta fondi online sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso.

L’area individuata come ideale dal Comitato Scientifico è un terreno di circa 15 ettari nel Comune di Scheggino, in provincia di Perugia, in Umbria. La futura riserva naturale è inserita in un contesto di particolare valore ambientale: la Val Nerina, nota al pubblico per la presenza delle Cascate delle Marmore e per i pregiati tartufi; un territorio dichiarato Sito di Interesse Comunitario dall’Unione Europea per le sue caratteristiche ambientali e sede del Parco Fluviale del Fiume Nera. Il terreno della futura oasi ha un’altitudine variabile tra i 250 e 900 metri sul livello del mare ed è coperto da boschi cedui tra i 10 e i 50 anni di età, caratterizzati dalla presenza di diverse specie arboree (roverella, cerro, carpino, leccio, differenti specie di acero, orniello, olmo, albero di Giuda, maggiociondolo, salici, nocciolo, ontano nero e pino d’Aleppo), e habitat di diverse specie animali protette, tra cui il lupo e l’aquila reale.

Un piccolo appezzamento di 2.000 metri quadri lungo il corso del fiume Nera è invece seminativo.

Il Fondo Forestale intende acquisire questi boschi recentemente tagliati per garantirne lo sviluppo fino allo stadio di foresta vetusta, intervenendo per favorire la rinaturalizzazione, la crescita ottimale degli alberi e le dinamiche naturali. L’associazione intende inoltre piantare degli arbusti tra gli alberi nelle zone adatte per aumentare la biodiversità e offrire riparo e nutrimento alla fauna selvatica. Una parte della futura riserva è inoltre attraversata da una strada in terra battuta facilmente percorribile, che verrà trasformata in un percorso didattico con informazioni sulla fauna e la flora locali, in un’ottica di promozione dell’educazione ambientale. L’area a seminativo, che si trova lungo il corso del fiume Nera, sarà invece riforestata con le specie arboree adeguate al territorio. La raccolta fondi sarà aperta da lunedì 28 gennaio a domenica 28 aprile 2019 sul sito Produzioni dal Basso per la cifra di 40.000 euro, necessari all’acquisto del terreno, ai successivi lavori di avviamento ad alto fusto, alla messa a dimora degli arbusti, alla creazione del percorso didattico e alla riforestazione della parte non boschiva.

PERCHÉ UN FONDO FORESTALE ITALIANO

Il Fondo Forestale Italiano nasce con l’idea di combattere i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità creando nuove foreste e conservando quelle esistenti. Se è vero che l’Italia ha visto negli ultimi decenni un aumento della superficie boschiva (ritorno del bosco), buona parte delle foreste italiane è però costituita da “boschi poveri”, poiché spesso degradati da tagli a scopo commerciale che ne hanno alterato la struttura le dinamiche naturali, oppure ancora troppo giovani. Le aree coperte da foreste vetuste sono sempre più ridotte e separate fra di loro da zone urbanizzate o sfruttate in altro modo, e non offrono un habitat sufficiente per le specie minacciate. L’attuale politica orientata a favorire le biomasse forestali come fonti di energia rischia di portare a una gestione dei boschi italiani in un’ottica di mero sfruttamento economico: una visione cieca di fronte all’importanza delle foreste in quanto habitat complessi e patrimonio comune da tutelare. È quindi imperativo e quanto mai urgente agire per salvaguardare l’esistente e ripristinare parte di quanto è stato perduto in termini di patrimonio forestale. Evidenze scientifiche sempre maggiori portano alla conclusione che la riforestazione e la conservazione delle foreste siano, tra le soluzioni proposte, tra quelle di maggior impatto positivo in termini di riduzione della CO2 in atmosfera; inoltre hanno costi contenuti e provvedono ulteriori e significativi benefici di carattere ambientale, quali la conservazione della biodiversità, il miglioramento della qualità del suolo, la sicurezza idrogeologica e la salute pubblica. Il Fondo Forestale vuole quindi costituire sul suolo italiano un fondo inalienabile di terreni in corso di rinaturalizzazione o coperti da foreste e lasciati alla loro evoluzione naturale. Gli alberi non saranno mai tagliati a scopo commerciale; l’associazione non venderà mai i terreni e non cederà mai quote di CO2. Il Fondo Forestale proteggerà le sue foreste dai tagli, dagli incendi e da qualunque interferenza le possa danneggiare, nella consapevolezza del loro ruolo fondamentale per la salute del pianeta e di tutto gli animali che lo abitano, inclusi gli esseri umani.

CHI SIAMO

Il Fondo Forestale Italiano si è costituito nel 2018. L’associazione si avvale della consulenza del Comitato Scientifico, composto da: Fabio Clauser (Decano del Corpo Forestale dello Stato); Franco Pedrotti (professore emerito dell’Università di Camerino; già presidente della Società Botanica Italiana e della Commissione per la flora del Ministero dell’ambiente, già delegato per l’Italia presso la Comunità Europea per la Direttiva Habitat, già componente del Consiglio Direttivo dei Parchi Nazionali d’Abruzzo, Monti Sibillini e Gargano);  Alessandro Bottacci (Colonnello del Corpo Forestale dello Stato, Vice Comandante dei Carabinieri Forestali della Toscana, Capo dell’Ufficio Centrale Biodiversità); Bartolomeo Schirone (professore di Selvicoltura e Assestamento forestale presso l’Università della Tuscia); Maurizio Sciortino (Ricercatore ENEA su adattamento ai cambiamenti climatici, sistemi territoriali e satellitari per la valutazione del degrado del territorio); Kevin Cianfaglione (Ricercatore e docente di Botanica, Ecologia e Paesaggistica all’Université de Bretagne Occidentale, Brest, Francia); Simone Lonati (dottore in Scienze Forestali e Ambientali e libero professionista).

L’attuale presidente dell’associazione è Emanuele Lombardi.

CONTATTI

Per la stampa

Valentina Venturi | 340 3386920 | press@fondoforestale.it

Informazioni

Emanuele Lombardi | 331 6355377 | info@fondoforestale.it |www.fondoforestale.it

Donazioni

Crowdfunding: http://sostieni.link/20508

FONDO FORESTALE ITALIANO

VIA NAPOLI, 29 03036

ISOLA DEL LIRI (FR) CF 91030740608

Ispra: ‘La principale causa di spreco alimentare è la sovrapproduzione di eccedenze’

ISPRA pubblica il rapporto “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali”: “Ad ogni incremento di fabbisogno, corrisponde un aumento maggiore di offerte e consumi, innescando la crescita dello spreco (+3,2% ogni anno)”

La principale causa di spreco alimentare è la sovrapproduzione di eccedenze; ad ogni incremento di fabbisogno, corrisponde un aumento maggiore di offerte e consumi, innescando la crescita dello spreco (+3,2% ogni anno). A questo, si associa l’aumento delle disuguaglianze (anche in Italia): nel mondo, 815 milioni di persone soffrono la fame e 2 miliardi la malnutrizione, mentre vi sono quasi 2 miliardi di persone in sovrappeso. In Italia, per ristabilire condizioni di sicurezza alimentare, gli sprechi complessivi dovrebbero essere ridotti di almeno il 25% degli attuali. Lo spreco alimentare genera effetti socio-economici e ambientali molto significativi. Ad esso sono infatti associate emissioni di gas-serra per circa 3,3 miliardi di tonnellate (Gt) di anidride carbonica (CO2), pari a oltre il 7% delle emissioni totali (nel 2016 pari a 51.9 miliardi di tonnellate di CO2). Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto dopo Cina e USA nella classifica degli Stati emettitori. In occasione della Giornata nazionale per la Prevenzione dello spreco alimentare, ISPRA pubblica il rapporto “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali”. Il Rapporto (link in basso) è frutto di due anni di valutazione e analisi dei più recenti dati scientifici e informazioni della letteratura internazionale, che ci indicano come nel mondo lo spreco sia in aumento. La prevenzione e la riduzione dello spreco di alimenti sono considerate dalle Nazioni Unite e dalle altre istituzioni internazionali tra le principali strade da percorrere per la tutela dell’ambiente e il benessere sociale. Lo spreco alimentare è infatti tra le maggiori cause della crisi ecologica, per l’alterazione dei processi geologici, biologici e fisici, tra cui il ciclo del carbonio, dell’acqua, dell’azoto e del fosforo.

Secondo la FAO, circa un terzo del cibo commestibile globale è perso o sprecato. Il 56% dello spreco si concentra nei paesi industrializzati, il restante 44% nei paesi in via di sviluppo. Fermo restando l’attuale livello dello spreco, per soddisfare la crescente domanda di cibo legata alle dinamiche demografiche (10 miliardi di persone entro il 2050), la produzione e la distribuzione di cibo dovrà aumentare del 50%. Questo potrà verificarsi aumentando da un lato la produzione per unità di superficie, dall’altro aumentando la superficie delle aree coltivate a scapito del capitale naturale e dei benefici offerti dalla natura. Di conseguenza, la riduzione dello spreco alimentare è una strategia chiave per ridurre le pressioni sugli habitat naturali e sulle varie componenti dell’ambiente. Tra i risultati del Rapporto ISPRA, emerge che per garantire la tutela ambientale è urgente puntare su un uso responsabile del consumo di suolo e sull’inversione dell’abbandono di aree rurali, che interessa gran parte dei Paesi industrializzati, nonché alla riconversione della produzione, favorendo l’agroecologia, la scienza che applica i principi dell’ecologia alla pianificazione e gestione dei sistemi agricoli e altri metodi estensivi tra cui l’agricoltura biologica. Essa riduce gli impatti ambientali e produce in modo durevole più nutrienti valorizzando l’agro-biodiversità, ossia l’insieme delle diversità biologiche rilevanti per l’agricoltura tra cui le varietà di vegetali, razze animali, insetti e microrganismi utili. Per permettere questa trasformazione è perciò necessario in parallelo ridurre lo spreco alimentare nelle sue varie forme, le quali oltre ai rifiuti alimentari comprendono tra l’altro la sovralimentazione (in forte aumento), gli usi non alimentari (es.: biocombustibili), le perdite nette nell’alimentazione degli allevamenti animali. Quest’ultima è la componente maggiore di spreco: circa il 40% di tutta la produzione commestibile da cui derivano i consumi alimentari in Italia. Si tratta perciò anche di ridurre i fabbisogni totali e favorire diete con più prodotti vegetali, meno derivati animali. Meno quantità e più qualità.

Fondamentale è il ruolo della ricerca, nazionale e internazionale. La discussione in corso sugli indirizzi del programma quadro UE di ricerca per il 2021-2027, è un’occasione rilevante per un focus sulla prevenzione dello spreco alimentare. E’ importante stabilire sinergie con altre competenze, soggetti e istituzioni per attuare impegni internazionali come quello dell’Agenda ONU 2030 che prevede di ridurre a livello globale i rifiuti alimentari nelle filiere di fornitura e dimezzarli nelle fasi finali, tramite modelli di produzione e consumo equi e sostenibili.

Rapporto

fonte: ecodallecitta.it