Operazione Colomba: una forza attiva nonviolenta per fermare le guerre

Molte guerre nel mondo imperversano con ferocia per anni e talvolta nel silenzio mediatico. Ma un gruppo di persone fortemente motivate sta dimostrando da oltre vent’anni che agire in modo nonviolento nei teatri di guerra a fianco delle popolazioni, può innescare percorsi di inversione dell’odio e contribuire fortemente a riappacificare fronti avversi. Abbiamo chiesto a uno dei protagonisti di questa proposta, Alberto Capannini, come si riporta l’unione dove c’è frattura e cosa possiamo fare noi per essere d’aiuto qui, dato che molti conflitti sono il risultato del nostro stile di consumooperazione_colomba

“Operazione Colomba” è il nome di una Ong che si occupa di portare una testimonianza di vicinanza nelle zone di guerra o di contrasti e che si autodefinisce come Corpo nonviolento di pace. Ci puoi raccontare come e quando nasce e quali sono le sue basi culturali di riferimento?

L’Operazione Colomba nasce all’inizio degli anni ’90, che spero verranno ricordati non solo per la caduta del Muro di Berlino e del blocco comunista, ma anche per la novità costituita dall’azione della società civile che, entrando per la prima volta nei conflitti tra i civili, rifiuta il ruolo di vittima e diventa protagonista di un’alternativa non armata e non violenta alla guerra. Nasce da un gruppo di obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII all’interno di questo grande movimento popolare: se vi fosse capitato, nel 1992, di trovarvi alla frontiera di Trieste, tra Italia ed Ex-Jugoslavia, avreste osservato con stupore le file di macchine che cercavano non di scappare, ma di entrare nella guerra; erano persone che andavano a trovare amici di cui non conoscevano la sorte, ragazzi che raccoglievano viveri per portarli fin dove era possibile arrivare; persone normali che di fronte a una guerra di difficile comprensione capivano benissimo che la cosa giusta era la solidarietà; tra loro c’erano anche i primi volontari dell’Operazione Colomba.
Gli inizi degli anni ’90 hanno ridisegnato anche il modello di difesa militare italiano e occidentale: l’esercito italiano è uscito dal territorio nazionale per difendere non più i confini e la popolazione, ma gli interessi economici occidentali, ovunque nel mondo fossero minacciati. Nascono in quegli anni (promossi dai paesi occidentali, tra cui l’Italia), gli “interventi umanitari di guerra” in Iraq, poi nei Balcani, poi in Afghanistan. Nasce in quegli anni anche la risposta nonviolenta della società civile: se è un’amara verità che le guerre attuali, a partire dalla seconda guerra mondiale, sono guerre in cui la popolazione civile è diventata un obiettivo militare (si parla del 95,97% di morti civili), allo stesso modo con l’intervento nonviolento civile, nel cuore stesso della guerra, è cominciato il conto alla rovescia per espellere la guerra dalla storia.

Quali sono le modalità di azione concreta che portate avanti presso i popoli coinvolti in guerre sanguinose o situazioni di emergenza socio-economica o etnica?

In questi primi vent’anni con l’Operazione Colomba, abbiamo dimostrato come semplici cittadini possono intervenire nel conflitto, anche nella fase più acuta, entrare in città sotto assedio, vivere sul fronte sotto il fuoco nemico, vivere come profughi nei campi profughi, interporsi tra popolazioni che cercano di uccidersi, ricostruire fiducia e collaborazione dove pare siano rimasti solo odio e paura; senza armi, senza fondi dallo Stato, senza formazione accademica. Più di duemila volontari di tutte le parti d’Italia, e non solo, tra cui in maggioranza donne e giovani di poco più di vent’anni, un nutrito gruppo di portatori di handicap, hanno creato spazi di pace in mezzo al fuoco della guerra, hanno salvato dalla violenza omicida delle armi persone come loro.

In quali paesi avete lavorato in questi ultimi anni? C’è una situazione che in particolare vi ha colpito e in cui avete avuto un riscontro più soddisfacente della vostra attività e di quello che è possibile fare con questo approccio?

Ci pare di aver capito che si può intervenire con la nonviolenza in ogni tipo di conflitto: abbiamo vissuto in Croazia sui fronti contrapposti e nei campi profughi, facendo incontrare le persone separate dalla guerra; in Chiapas (Messico) abbiamo accompagnato la società civile nella resistenza alla violenza dei paramilitari, delle multinazionali e degli eserciti; in nord Uganda abbiamo condiviso la paura dei bambini di essere rapiti dai ribelli del Lord Resistent Army di Joseph Koni e la speranza di chi voleva rientrare nelle proprie case dopo vent’anni di guerra; in Kosovo abbiamo imparato a stare dalla parte sbagliata, la parte di chi è minoranza e perde sempre, di chi è debole, ma sa immaginare un presente e un futuro senza violenza; in Colombia abbiamo difeso leader popolari e chi non vuole uccidere né coltivare droga; in Palestina abbiamo accompagnato, insieme a nonviolenti israeliani, pastori palestinesi che ritengono che non odiare richieda più forza e che non ci sono nemici nella lotta contro l’occupazione ; in Albania stiamo tentando di aprire nuove strade di perdono e riconciliazione tra faide familiari che durano da decenni e uccidono vite e speranze.
Se il buon senso dice che dalla guerra bisogna scappare, in questi vent’anni abbiamo mostrato che nella guerra si può entrare e che la guerra la si può fermare, senza armi. La società civile capisce, condivide e sostiene esperienze come l’Operazione Colomba: pur nelle difficoltà non sono mai mancati i volontari e i mezzi, non ci è mai successo di chiudere una presenza in guerra o di essere costretti a smettere di proteggere qualcuno per mancanza di soldi o persone disponibili a partire. A livello politico abbiamo spesso trovato dei buoni compagni di viaggio a livello locale: associazioni, Comuni, Province; a livello sovranazionale, la Comunità Europea ha sostenuto e valorizzato questo tipo d’intervento; più difficile, e meno fruttuoso, è stato il dialogo con lo Stato italiano: da una parte c’è chi ritiene che la guerra sia inevitabile, a volte giusta o addirittura necessaria, dall’altra c’è chi si illude che alla guerra basti dire no, senza proporre, ricercare e attuare un’alternativa. Mi chiedo: quando avremo dei politici che siano in grado di capire la sofferenza di chi subisce la guerra e che siano disposti a rischiare la propria carriera per trasformare l’intervento militare in intervento nonviolento civile?

Come volontario di questa opera di presenza e condivisione con le persone che nel mondo vivono in situazioni drammatiche, come hai affrontato le riserve interiori legate alla paura, al lasciare qui la propria famiglia e al pericolo forse di perdere anche la propria vita?

Per un lungo periodo della mia vita ho sperimentato la fatica di non trovare un posto che sentissi mio, né un senso profondo a quel che vivevo. La mia paura è legata a questa mancanza di significato. Ora in quel che faccio, che vivo, mi esprimo e trovo un senso profondo vero. Mi ha sempre colpito Martin Luther King che dice che un uomo non è libero fino a che non ha trovato qualcosa per cui è pronto a morire. Per quel che riguarda la mia famiglia non mi pare che abbiano sofferto la mia mancanza più di chi ha il padre che fa un lavoro che lo porta a viaggiare…

Provenendo da un ambito cattolico la vostra è anche un’opera cosiddetta di evangelizzazione e inserita all’interno di un contesto piuttosto rigido oppure siete aperti a ogni adesione e favorite l’incontro al di là della propria credenza religiosa o appartenenza di qualsiasi tipo sia? Perché pare che una vostra caratteristica interessante sia proprio questa apertura e sostegno all’uguaglianza di tutti gli uomini. Posizione paritaria che viene facilitata dalla vostra condizione di condivisori interni e non di aiutatori esterni.

Se dovessimo rivelare gli ingredienti che costituiscono il nostro intervento, ne indicheremmo principalmente tre:

Condivisione: i nostri volontari vivono in condizioni il più possibile vicine a quelle di chi vive in area di conflitto, ovvero abitazione, vestire, mangiare, spostamenti, stile di vita. Non vogliamo riprodurre una way of life occidentale nel bel mezzo di una tragedia umana. L’obiettivo è cercare di eliminare gli ostacoli che non rendono possibile la comunicazione, il dialogo, l’incontro profondo e umano con l’altro. La condivisione è il luogo e lo strumento per costruire quello spirito di fiducia, cooperazione e dono di sé, che costituisce il motore della vita di relazione e che può portare all’avvio di nuove esperienze di vita comunitaria, alla creazione di una credibilità indispensabile per essere accettati e fare proposte alternative alla violenza.

Neutralità: rispetto alle parti in lotta, non rispetto all’ingiustizia, per usare uno slogan. È quasi automatico cominciare a simpatizzare per una delle parti, respirare l’atmosfera di divisione e diventare sostenitore del più debole o di chi si sente più vicino. Ma dato che l’azione di un corpo civile di pace nonviolento ha come obiettivo immediato di abbassare il livello della violenza, e a medio-lungo termine quello di preparare il terreno per la riconciliazione, è necessario da subito creare un rapporto con tutte le parti. Nello stesso tempo, il rapporto va costruito sulla base di verità e trasparenza con tutti, non sulla partigianeria. Ogni violazione dei diritti umani viene denunciata, da qualsiasi parte provenga. Si crea in questo modo un rapporto di rispetto, di non complicità.

Nonviolenza: in una frase una capacità creativa più estrema, coraggiosa e forte della violenza e dell’odio. Non esiste una proposta standard che risponda a ogni situazione e quindi l’arte sta nell’elaborarne una specifica e particolare per la guerra in cui si interviene. Alcune caratteristiche rimangono comunque costanti come l’obiettivo di difendere la vita, in particolare delle persone più deboli, ovvero chi fa parte di minoranze, anziani, bambini, donne, chi vive sul fronte; e l’essere pronti a pagare un prezzo che deriva dal prendere su di sé gli effetti della violenza, agire come gruppo, in maniera comunitaria.

Vivere una proposta di questo livello è qualcosa che ti costringe a uscire da quella che tu ritieni essere la tua identità. Non importa che tu sia cattolico o comunista o anarchico o ateo. A ognuno è chiesto di scegliere e agire di conseguenza, servono persone vere, capaci di resistere all’odio, alla violenza senza subirla. Davvero l’appartenenza è poco importante…

Cosa potresti suggerire alle persone che rimangono qui, che vivono una vita “normale” e che volessero essere utili per il pianeta e i popoli che soffrono in situazione di ingiustizia e di violenza? Ci sono delle azioni che è possibile fare anche qui? Come si contribuisce a costruire un mondo di giustizia?

Uso un esempio poco poetico, ma rende l’idea: quando si rompono le fogne in casa, viene un operaio che mette una sostanza colorata nel water e vede dove va finire questa sostanza colorata, in quale pozzo nero. Se si potesse versare una sostanza colorata nel conflitti che ci sono oggi al mondo, moltissimo di quel colorante arriverebbe da noi. Vuol dire che il nostro stile di consumo crea conflitti. Ad esempio, lungo tutto il percorso che porta il petrolio dal mar Caspio all’Europa ci sono paesi in guerra. Non è un caso. In Congo c’è stato un conflitto per più di dieci anni. Uno dei motivi era il controllo del coltan, un minerale che serve per costruire cellulari, playstation, computer. Il conflitto in Iraq era chiaramente un conflitto per il petrolio. In Italia, in ogni città c’è una via intitolata ai caduti di Nassiriya. Poi veniamo a sapere che l’ENI aveva un accordo con Saddam per estrarre in quella zona petrolio, e che i militari sono stati mandati là non per la democrazia, ma per non perdere la priorità acquisita, come dicono i call center… Quindi sarebbe più corretto scrivere sul cartello della strada, non Via Caduti di Nassiriya ma Via Caduti per il Petrolio di Nassiriya. Seconda cosa: l’informazione ha oggi un grosso problema, ossia si è sganciata dall’azione, come un vagone che si sgancia rispetto a un altro, per cui noi oggi, volendo, sappiamo tutto, ma non facciamo niente…Una prospettiva: i prossimi vent’anni vorremmo fossero gli anni della nonviolenza, non più della guerra umanitaria. Vorremmo fossero gli anni in cui quello che abbiamo vissuto in pochi e lontano dai grandi mezzi di comunicazione, diventasse patrimonio di tanti, di tutti. Vorremmo fossero gli anni del risveglio completo della società civile. Pensate a un’intera nazione, che si rifiuta di vendere armi, che è pronta a intervenire in massa senza violenza dove scoppia una guerra, che sa rispondere con la solidarietà e non con la paura e il rifiuto a chi dalle guerre scappa. Pensate a una Chiesa che benedice e sostiene chi fa una scelta come quella dei corpi civili di pace e nello stesso tempo con rispetto e fermezza toglie il suo sostegno allo strumento militare della guerra. Pensate a uno Stato e a una classe politica che dichiarano non più prioritaria la scelta dell’intervento militare e aprono un credito di fiducia all’intervento nonviolento. Noi non siamo sicuri di riuscirci, né siamo certi che non siano obiettivi troppo alti da raggiungere. Però siamo certi che il vostro aiuto è indispensabile e che valga la pena vivere i prossimi vent’anni per avvicinare e rendere concreti questi sogni.

Per contatti e sostegno: www.operazionecolomba.it.

Fonte: il cambiamento

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Cambiamenti climatici: verso un futuro di guerre e povertà

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Fame, povertà, inondazioni, siccità, ondate di caldo, guerre e malattie. A causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, questi mali sono destinati ad aggravarsi nei prossimi anni. È quanto emerge da alcuni stralci della bozza di un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), organizzazione di esperti sui cambiamenti climatici che nel 2007 vinse il premio Nobel per la pace assieme ad Al Gore. Al centro del rapporto che verrà pubblicato a marzo vi sono gli effetti dei cambiamenti climatici sulla vita dell’uomo.
“Nel 21/o secolo – si legge nella bozza – l’impatto del riscaldamento globale rallenterà la crescita economica e la riduzione della povertà, erodendo ulteriormente la sicurezza alimentare e dando vita a nuove trappole di povertà” in particolare nelle aree urbane. Secondo l’Ipcc a subire i danni del global warming saranno soprattutto i più deboli.
“Il cambiamento climatico – si legge nel rapporto – esacerberà la povertà soprattutto nei Paesi a medio e basso reddito e creerà nuove sacche di povertà nei Paesi a reddito medio-alto provocando una crescente diseguaglianza”.
L’Ipcc evidenzia quelli che saranno i principali rischi: morti collegate al caldo ed alle inondazioni provocate dall’innalzamento del livello del mare, in particolare nelle grandi città; carestie causate dai cambiamenti nelle piogge e nelle temperature, soprattutto nei Paesi più poveri; agricoltori in rovina a causa della mancanza di acqua; collasso delle infrastrutture a causa di condizioni meteorologiche estreme; peggioramento delle ondate di calore pericolose e mortali; collasso di alcuni ecosistemi terrestri e marini. Per quanto riguarda le malattie, dal rapporto emerge che fino a circa 2050 “il cambiamento climatico avrà un impatto sulla salute umana principalmente esacerbando i problemi di salute già esistenti”. Particolarmente preoccupanti sono i rischi di guerra legati al global warming: secondo il rapporto, “il cambiamento climatico aumenta indirettamente i rischi di conflitti violenti sotto forma di guerra civile, violenze inter-gruppo e proteste violente, esacerbando i driver ben conosciuti i di questi conflitti, come la povertà e crisi economiche”.
A.P.
Fonte: il cambiamento

Nuove guerre saranno causate dai cambiamenti climatici

Lo studio pubblicato su Science mette nero su bianco che in futuro le guerre saranno causate dai cambiamenti climatici121721938-594x350

Lo scrivevamo anche lo scorso anno a proposito della grande siccità che colpì mezzo Pianeta che le nuove cause di conflitto sarebbero stati i cambiamenti climatici. Uno studio pubblicato su Science mette nero su bianco questo scenario:

I cambiamenti climatici di origine antropica rischiano di aumentare considerevolmente i conflitti nel mondo.

E’ da qualche anno che la scienza si sta occupando dei potenziali legami tra la nascita di nuovi conflitti e i cambiamenti climatici, che poi vanno a generare profughi e rifugiati rendendo la questione per i governi più vicina alla sicurezza nazionale e all’antiterrorismo di quanto immaginiamo. Dunque questo nuovo studio, probabilmente il più completo nel suo genere e condotto da Solomon M. Hsiang e i suoi colleghi dell’ Università di Princeton, Berkeley e Dipartimento di ricerca economica di Cambridge hanno tentato un approcci storico lungo 10 mila anni dalle popolazioni preistoriche del Sahara fino ai recenti conflitti africani lungo i cinque continenti. Da Berkeley arriva la conferma che quando la temperatura media aumenta di 2 gradi aumentano i crimini del 15%. Ma lasciando da parte le pagine di cronaca nera, gli studiosi arrivano a ipotizzare come vi sia una correlazione di tipo statistico tra la fluttuazione delle temperature e le situazioni di confitto senza per spiegare perché le prime influenzano le seconde. Sono fornite solo ipotesi del tipo: l’impatto di eventi climatici estremi sui mezzi di sussistenza, come scarsità di cibo o scarsità di acqua; situazione economica della popolazione; migrazioni e concentrazioni nelle grandi città sono fonte di conflitto, così come l’indebolimento delle amministrazioni pubbliche. In ogni caso i recenti conflitti in Darfur, Rwanda o tra Senegal e Mauritania hanno origini multifattoriali: politiche, economiche, sociali, etniche o religiose, e spiega lo studioso Daniel Compagnon, professore di Science Po a Bordeaux e ricercatore al Centre Emile Durkheim:

Ciò non vuol dire che il clima non giocherà un ruolo nei conflitti del futuro.

La questione non è da poco e a settembre l’IPCC consegnerà assieme al suo rapporto annuale sul clima anche un capitolo in cui si analizzerà la relazione tra i cambiamenti climatici e la sicurezza.

Fonte:  Le Monde