Emma Thompson protesta contro Tony Abbott sui cambiamenti climatici

L’attrice inglese si è schierata al fianco di Greenpeace per contestare la posizione negazionista di Tony Abbott in merito ai cambiamenti climatici.

La nota attrice inglese Emma Thompson ha messo in scena una singolare protesta nell’isola diSpitsbergen, tappa del viaggio che la protagonista di Quel che resta del giorno Molto rumore per nulla sta compiendo nel deserto di ghiaccio dell’Artico. La protesta dell’attrice ha avuto un destinatario ben preciso, il primo ministro australiano Tony Abbott che in passato aveva definito – testualmente – “cazzate” le teorie sui cambiamenti climatici, ammorbidendo di recente la sua posizione negazionista.

Tony Abbott, il cambiamento climatico è vero e io ci sono sopra,

è stato il cartello con il quale l’attrice si è fatta fotografare inviando un messaggio dall’altra parte del mondo.

artico

Thompson ha visitato il ghiacciaio Smeerenburg nel nord-ovest di Spitsbergen, isola che fa parte dell’arcipelago delle Svalbard, nel Mar Glaciale Artico. L’attrice sta viaggiando, insieme alla figlia di 14 anni, sulla nave Esperanza di Greenpeace, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei cambiamenti climatici. Secondo uno studio pubblicato nel 2013 su Nature, il ghiaccio marino si è sciolto con un tasso dell’8% per ogni decennio degli ultimi 30 anni a causa del riscaldamento globale. L’obiettivo di questa campagna è proteggere l’Artico dalle trivellazioni e dalla pesca industriale.

Ci è stato detto che la colpa del riscaldamento globale è nostra, che vogliamo il carburante che alimenta le nostre auto e che l’industria petrolifera non fa che rispondere alle esigenze di un pubblico avido. Ma questo non è giusto. La maggior parte di noi vuole vivere una vita più pulita, ma i nostri governi non rendono queste cose facilmente attuabili. I cambiamenti di cui abbiamo bisogno, di cui l’Artico ha bisogno, devono venire sia dall’alto che dal basso. Abbiamo bisogno di auto elettriche meno costose e più accessibili, di piste ciclabili sicure in ogni città,

ha aggiunto Emma Thompson concludendo che i governi devono fare tutto il possibile per rendere la vita di tutti maggiormente sostenibile.EE British Academy Film Awards 2014 - Red Carpet Arrivals

Fonte:  The Guardian

© Foto Getty Images

Annunci

Trivelle, petrolio e ambiente: le mani che si allungano sulle coste siciliane

petrolio_sicilia-300x336

In questi giorni si sta assistendo a un rovente botta e risposta tra associazioni ambientaliste e rappresentanti del governo. In particolare, ci riferiamo alle recenti dichiarazioni rilasciate da Matteo Renzi inerenti lo sfruttamento delle risorse petrolifere del meridione e al contrattacco di Greenpeace. Il presidente del Consiglio, infatti, in un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, ha affermato: “Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”. Parole che hanno acceso gli animi di tutte quelle persone che le trivellazioni, l’estrazione del petrolio e gli interessi delle multinazionali li pagano sulla propria pelle. Nei giorni scorsi, la Rainbow Warrior è approdata al porto di Palermo per manifestare contro una situazione di sfruttamento che favorisce le multinazionali e va avanti da anni. Secondo Greenpeace, sarebbero circa 20 le autorizzazioni in via di concessione da parte del ministero dell’Ambiente per operazioni di ricerca e di estrazione al largo delle coste siciliane. Concessioni che, denuncia Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace, consentono alle piattaforme petrolifere di stazionare anche a poco più di 20 km dalla rive e vicinissimo ad aree protette e riserve naturali. Una corsa al petrolio che, stando a quanto affermato da Greenpeace, lascia il tempo che trova, affossando ancora una volta i buoni propositi di sostenibilità e futuro rinnovabile. Nella risposta fornita dall’organizzazione alle parole del presidente del Consiglio, si legge: “Forse offuscato dalla voglia di fare, Renzi ha dimenticato di analizzare in maniera approfondita i dati, quelli veri. Parla di 40.000 posti di lavoro, prendendo per buoni i dati di Assomineraria (che ha recentemente dichiarato anche che le trivelle in mare fanno bene alla pesca), e dimenticandosi ad esempio di rapporti di Confindustria e sindacati, che evidenziano come il ramo occupazionale legato all’efficienza energetica sia enormemente più ampio e importante. Si potrebbero creare 160 mila posti di lavoro l’anno per dieci anni, senza considerare l’indotto per l’economia e i risparmi per i cittadini”. Una battaglia quella dell’estrazione del petrolio che, secondo Greenpeace, sarebbe inutile visto che “non coprirebbe neppure due mesi di consumi del sistema paese. Senza considerare le royalties, tra le più basse d’Europa”. E che dire di quei tre quattro comitatini che contano centinaia di migliaia di persone che, ogni giorno, in tutta Italia, vivono sulla propria pelle le conseguenze delle fonti fossili? Tralasciando la mancanza di diplomazia e il cattivo gusto con cui un rappresentante politico ha chiamato in causa una buona fetta della popolazione  che lotta per i propri diritti, il rischio è che, come al solito, oneri e onori siano distribuiti in maniera poco equa, con rischi e danni ambientali ai cittadini e guadagni nelle tasche dei soliti noti. Secondo quanto denunciato da Giannì: “Ci sono vergognose omissioni nel decreto ministeriale che ha sancito la compatibilità ambientale delle nuove trivellazioni nel Canale di Sicilia: non sono stati valutati i rischi di incendi sulle piattaforme, di frane del sottosuolo marino, di dispersione di petrolio in mare, si pongono le basi per un disastro ambientale nel Mediterraneo. Abbiamo già avviato la procedura per presentare ricorso al Tar, ma i tempi stringono e abbiamo bisogno dell’aiuto delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria”. In particolare, l’organizzazione fa riferimento al progetto “Offshore Ibleo” dell’Eni, che prevede otto pozzi, gasdotti e una piattaforma in mare a largo della costa tra Gela e Licata. Oltre che infrastrutture di terra proprio dentro l’area protetta di Biviere di Gela. Sono anni che l’Eni allunga le mani sulla Sicilia, alla ricerca di guadagni. Qualche tempo fa, ad esempio, abbiamo parlato del progetto denominato “Vela 1”, un progetto di ricerca di idrocarburi gassosi al largo del comune di Licata (Agrigento) per cui è stato presentato uno Studio di impatto Ambientale (SIA) su cui sono intervenute numerose associazioni. All’epoca, le associazioni denunciavano uno studio di impatto superficiale e fuorviante, senza una reale valutazione dei rischi e istruzioni su come intervenire in caso di disastri (potete approfondire l’argomento a questo link).  È da tempo che i “comitatini” denunciano gli interessi delle multinazionali e i rischi che l’ambiente e i cittadini siciliani corrono in questa lotta a chi trivella più a fondo. È da tempo che le organizzazioni come Greenpeace chiedono un incontro coi politici per risolvere una questione che nessuno sembra voler considerare. Greenpeace, in circa due mesi, ha raccolto con la sua iniziativa oltre 45.000 firme di cittadini che hanno sottoscritto la dichiarazione online di “indipendenza dalle fonti fossili”. Non si può e non si deve ignorare questa voce. Ma, del resto, questo governo “del fare” ci ha già abituati ai regali alle multinazionali che attentano all’ambiente: http://ambientebio.it/mari-e-fiumi-piu-inquinati-grazie-al-nuovo-decreto/

Fonte: ambientebio.it/

Greenpeace blitz a La Spezia con la Rainbow Warrior contro le centrali a carbone

Greenpeace compie una delle sue azioni spettacolari a La Spezia presso la centrale E.Montale di Enel per evidenziare quanto questi impianti per la produzione di energia siano vecchi e inquinanti. Greenpeace in azione a La Spezia lascia a bocca aperta per la spettacolarità del suo intervento: un gruppo di attivisti scala una gru nel Porto utilizzata per il movimento carbone destinato alla centrale elettrica Eugenio Montale dell’Enel. L’azione rientra nell’ambito del tour Non è un Paese per fossili compiuto attraverso la nave Rainbow Warrior.via-dal-carbone-620x350

La Rainbow warrior sarà a Genova proprio domani 27 giugno dove presenta il tour nato per promuovere le energie rinnovabili con l’obiettivo di sensibilizzare cittadini e istituzioni. All’incontro di domani che si terrà nella sala conferenze della Rainbow Warrior dovrebbero partecipare i sindaci di Genova, La Spezia e Savon e l’assessore regionale alla Salute Claudio Montaldo. La necessità di intervenire in Liguria è impellente poiché la Regione ospita tre centrali a carbone.concorso-620x350

Per sensibilizzare i cittadini il comitato Spezia Via dal Carbone ha lanciato lo scorso mese di maggio il concorso La centrale Enel della Spezia: come la vediamo e come la vorremmo noi bambini vinto da Alessandro il cui disegno che vedete in alto è entrato nello striscione di Greenpeace come testimonianza dei più giovani a voler respirare aria pulita. Greenpeace fa pressing poiché il 1° luglio l’Italia inizia il semestre di presidenza nell’Ue e ribadisce l’associazione ambientalista che:

le fonti fossili non sono né sicure né convenienti come vogliono farci credere: si pensi che la sola centrale a carbone di La Spezia, secondo uno studio che abbiamo commissionato all’Università di Stoccarda, causa oltre 70 morti premature l’anno.

Purtroppo la politica energetica del giovane-vecchio Matteo Renzi va in direzione opposta: siamo alla promozione delle trivellazioni off shore e dell’apertura allo shale gas. Per manifestare la propria volontà affinché il governo italiano cambi direzione nelle politiche energetiche Greenpeace sta promuovendo anche una petizione on line con cui aderire alla Dichiarazione di Indipendenza dalle energie sporche e pericolose. Il tour peraltro consente anche di visitare la nave nei seguenti porti: Genova sabato 28/06, dalle 11 alle 20; domenica 29/06, dalle 10 alle 18; Palermo sabato 05/07, dalle 14 alle 20; domenica 06/07, dalle 10 alle 20; Capodistria venerdì 25/07, dalle 15 alle 19; sabato 26/07, dalle 10 alle 18;Brindisi sabato 02/08, dalle 11 alle 20; domenica 03/08, dalle 10 alle 18.

Fonte:  Speziapolis
Foto | ViadalCarbone @ Facebook

Nel Canale di Sicilia si spertusa: Rosario Crocetta autorizza le trivellazioni

Con l’accordo sottoscritto ieri tra la Regione Siciliana, Assomineraria, EniMed Spa, Edison Idrocarburi e Irminio Srl autorizzate le perforazioni off shore e a terra per estrarre petrolio

E’ stato firmato ieri il protocollo d’intesa che autorizza lo sviluppo di giacimenti nel Canale di Sicilia, ossia le trivellazioni off-shore “Ibleo” e “Vega B” (Licata e Pozzallo) e on shore (Ragusa), cioè a terra con il progetto “Irminio”; saranno peraltro potenziati potenziamento della produzione onshore in siti esistenti (5 campi); realizzazione di attività esplorativa. Alla firma erano presenti Rosario Crocetta presidente della Regione Siciliana e Linda Vancheri assessore alle attività produttive con Pietro Cavanna Presidente Settore Idrocarburi Assomineraria; Renato Maroli Amministratore Delegato EniMed SpA; Giovanni Antonio Di Nardo Presidente di Edison Idrocarburi Sicilia Srl; Antonio Pica Amministratore Delegato di Irminio Srl. La nota della Regione Siciliana che vedete in alto mira a sottolineare che l’accordo prevede congrue royalties e rispetto per l’ambiente. L’investimento è pari a 2 miliardi e 400 milioni in 4 anni e l’occupazione è stata stimata intorno alle 7000 unità. Capirete che la Sicilia davanti a questi numeri sia entusiasta, sopratutto per quei settemila nuovi posti di lavoro sbandierati come obiettivo per permette di chiudere due occhi sugli eventuali scempi ambientali e inquinamento che si potrà realizzare. tant’è che nell’accordo viene anche previsto un comitato paritetico che possa spingere quando necessario e possa anche controllare le prescrizioni ambientali e di sicurezza. Ma i posti di lavoro stimati non sembrano proprio essere 7 mila almeno secondo i conti fatti dal direttore delle Campagne di Greenpeace, Alessandro Giannì che spiega:

Solo due posti di lavoro, due tecnici specializzati che l´Edison, o chi per loro, farà arrivare non certo da Pozzallo. Sarà assunto, inoltre, qualche marittimo che servirà per l´indotto, ma scordatevi i «milioni» di posti di lavoro promessi dal sindaco di Pozzallo. Sono solo favole. La Vega B sarà automatizzata, al massimo saranno accontentati due o tre marittimi pozzallesi che lavoreranno nell´indotto.

E nel merito dell’estrazione di petrolio sottolinea ancora Giannì:

Ma quale petrolio! Sarà estratto del bitume, con capacità di recupero, se dovesse succedere un disastro, davvero miserrime. Finiamola col dire che la Vega B estrarrà petrolio e smettiamo di dire che ci sono riserve per molti anni. Si attivino, invece, le istituzioni, adesso, in modo che non ci si venga a dire un giorno «Ma Greenpeace dov´era?». Tirare giù un impianto come le trivelle non è cosa da poco.

Ma Rosario Crocetta Presidente della regione Siciliana è di tutt’altro avviso:

Con questo accordo contribuiamo al rilancio economico della Sicilia, al miglioramento della situazione finanziaria per effetto dell’incremento delle entrate relative alle royalties, alla fiscalità e diamo una risposta di tipo innovativo che rilancia fortemente l’occupazione con un progetto di investimenti ecosostenibili”.

Francamente le trivellazioni di petrolio non rientrano nei progetti di sviluppo ecosostenibili. Va bene tutto ma meglio evitare di spingersi un po’ troppo avanti con la presunta ecologia: o no?

Via | La Sicilia, Corriere di Ragusa
Fonte:  Greenpeace

 

David Cameron preso di mira da Greenpeace, la sua casa di campagna ospita il fracking

La casa di campagna di David Cameron premier del Regno Unito

La casa di campagna di David Cameron nell’Oxfordshire è stata trasformata in un cantiere per il fracking da un gruppo di attivisti di Greenpeace, come segno di dissenso in merito alle nuove leggi che spianano la strada alla fratturazione idraulica nel Regno Unito. La protesta è accompagnata anche da una petizione da firmare online. La protesta è stata sospesa qualche minuto fa dalla polizia che ha intimato gli attivisti di lasciare la casa essendo una proprietà privata. La protesta è stata comunque pacifica e prettamente simbolica e ha visto gli attivisti provvisti di elmetti e giubbini di riconoscimento apporre sul cancello anteriore dell’edificio un cartello con su scritto:

Ci scusiamo per gli eventuali disagi per il fracking sotto casaBpRKshLCcAE3_bV

e hanno cercato di i consegnare un assegno gigante di 50 sterline, pari all’indennità disposto per pagare i proprietari di casa e terrieri per lasciare campo libero alle imprese di perforare sotto il loro suolo.
Spiega Greenpeace UK:

Il fracking – o fratturazione idraulica – è un processo distruttivo e sporco che usa una miscela di acqua, sabbia e sostanze chimiche per rompere le rocce e far rilasciare il gas intrappolato. Nonostante la retorica di Cameron, sappiamo che il fracking non aiuterà coloro che hanno bisogno di carburanti e sappiamo che le emissioni di gas di scisto peggioreranno i cambiamenti climatici. Gli scienziati dicono che i due terzi di tutte le riserve di combustibili fossili accertate devono rimanere nel terreno se vogliamo evitare i cambiamenti climatici catastrofici. Il boom del fracking minerebbe la crescita delle energie rinnovabili nel Regno Unito e lascerebbe nei nostri villaggi camion e impianti di perforazione per gli anni a venire.

Fonte: The Telegraph, Greepnpeace UK

Foto | Greenpeace UK @Twitter

 

Mondiali 2014, il merchandising è tossico: la denuncia di Greenpeace

Nel merchandising di Adidas, Nike e Puma realizzati in vista della Coppa del Mondo FIFA 2014 in Brasile è stata rilevata la presenza di sostanze chimiche pericolose. Una nuova indagine condotta da Greenpeace Germania chiamata Cartellino rosso ha analizzato le sostanze presenti in 33 articoli, tra cui scarpette, guanti da portiere e palla ufficiale Brazuca. Ebbene sono state rilevate nelle iconiche Predator, le scarpe da calcio dell’Adidas tassi elevati di sostanze tossiche PFC bel oltre 14 volte i limiti consentiti.

Spiega Manfred Santen attivista per la campagna Detox di Greenpeace Germania:

Marchi come Adidas vestono alcuni dei più grandi giocatori del mondo e pretendono di difendere il bel gioco, ma le nostre indagini hanno rivelato che stanno giocando sporco. I loro profitti saliranno durante la Coppa del Mondo e dunque chiediamo a questi marchi di ripulire il loro gioco.

Le analisi sono state condotte da laboratori indipendenti che hanno rilevato la presenza di sostanze chimiche come i perfluorurati (PFC), nonilfenoletossilati (NPE), ftalati e dimetilformammide (DMF) nei prodotti provenienti da tutte e tre le aziende e acquistati in tre continenti. Queste sostanze sono pericolose e possono fuoriuscire dai prodotti e contaminare l’ambiente o entrare nella catena alimentare. Alcune di queste sostanze sono note per essere cancerogene, perturbatori endocrini e per influire sulla fertilità.adidas-620x308

Su 21 scarpe da calcio analizzate in 17 sono stati trovati PFC ionici (perfluorurati) come il pericoloso PFOA (Acido Perfluorottanoico) che appunto si trova nei prodotti industriali.

Scrive l’ISS:

Il PFOA si è rivelato anche un potente immunosoppressore in topi, sebbene a livelli di esposizione relativamente più alti di quelli ambientali. A dosi più basse è stata osservata la diminuzione di peso degli organi linfatici (timo e milza), con conseguente indebolimento dei sistemi di difesa immunitaria contro le infezioni, nonché aumento dell’incidenza di tumori. Il PFOS è in grado di causare molteplici effetti avversi sullo sviluppo, quando somministrato in ratti a dosi relativamente elevate. E’ stata osservata la riduzione del peso del feto, anasarca (edema esteso a tutto l’organismo), la mancata calcificazione delle ossa, disfunzioni cardiache nonché morte neonatale. I neonati di ratto sopravvissuti mostravano ritardo nella crescita, e dall’esame del sangue emergevano livelli ridotti di tetraiodotironina (T4), per cui il ritardo nello sviluppo del feto e nella crescita, potrebbe essere dovuto alla capacità del PFOS di interferire con la maturazione cellulare e funzionale degli organi bersaglio, tramite l’influenza esercitata sugli ormoni tiroidei.

Dopo aver analizzato Adidas sono state analizzate le Tiempo di Nike che contengono i più alti livelli di PFOA pari 5,93 microgrammi per m2. Un paio di guanti Adidas Predator conteneva la sostanza con i limiti in eccesso. Nel pallone ufficiale della Coppa del Mondo Brazuca è stata rilevata la presenza di NPE o nonilfenoli etossilati una sostanza che quando viene rilasciata nell’ambiente, degrada in nonilfenolo conosciuto per essere tossico per i pesci e altri organismi acquatici. NPE sono stati trovati anche in oltre due terzi delle scarpe e nella metà dei guanti, indicando l’uso diffuso di questa sostanza chimica. Ftalati e dimetilformammide (DMF) sono stati rilevati in tutti i 21 le scarpe. Il DMF è usato come solvente e è classificato come tossico per la riproduzione e può essere nocivo se entra a contatto con la pelle.

Ha concluso Santen:

Nonostante i loro impegni Detox, Nike e Adidas non riescono ad affrontare la loro dipendenza tossica. A nome dei giocatori, dei tifosi e delle comunità locali interessate da inquinamento dell’ acqua li esortiamo a divenire puliti annunciando pubblicamente l’abbandono di tutte le sostanze chimiche pericolose e la pubblicazione di un preciso piano di uscita dai PFC.

La petizione per chiedere alle aziende di rendere i loro prodotti più puliti è online.

Foto : Greenpeace international

Fonte: ecoblog.it

Greenpeace salva le api e le porta in 100 città europee

In 100 città europee circa 1000 volontari di Greenpeace hanno spiegato ai cittadini l’importanza delle api per una grande manifestazione in difesa degli impollinatori. Da Amburgo a Roma, da Sofia a Malaga oltre mille volontari e attivisti di Greenpeace hanno lavorato oggi in Italia, Austria, Bulgaria, Germania, Grecia, Ungheria, Slovacchia, Spagna e Svizzera per diffondere presso i cittadini l’importanza degli impollinatori messi in pericolo dall’uso eccessivo dei fitofarmaci tra cui i potenti neonicotinoidi per cui in alcuni stati europei è in atto una moratoria prossima allo scadere. Le api da miele,con altri impollinatori, contribuiscono a farci arrivare sulla tavola di 1 dei 3 bocconi di cibo che mangiamo. Le api impollinano 71 delle 100 colture che costituiscono il 90% dell’approvvigionamento alimentare del mondo. I prodotti dannosi per le api sono usati proprio in agricoltura e in fitocoltura.campagna-salviamo-le-api-di-greenpeace

api-a-genova-con-greenpeace

api-greenpeace-a-roma

grenpeace-per-salvare-le-api-a-genovagreenpeace-a-genovagreenpeaxce-a-roma-per-salvare-le-apifontana-di-trevi-salviamo-le-apisalviamo-le-api-greenpeacescalinata-trinita-dei-monti-salviamo-le-api

Gli eventi di Greenpeace perciò si sono svolti anche sotto forma di pacifiche proteste nei pressi sei vivai mentre nei mercatini altri volontari hanno raccolto firme a favore di una petizione da inviare al ministro per l’Agricoltura. Greenpeace in Italia ha coinvolto ben 23 città con diversi eventi declinati come flash mob o come food coocking con ingredienti tipici ottenuti grazie al silenzioso lavoro di impollinazione delle api. Spiega Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia:

Il declino delle api è un sintomo di un sistema agricolo industriale fallimentare, basato su un uso sempre più crescente di prodotti chimici di sintesi ed energia, monocolture su larga scala e la dipendenza da poche multinazionali agrochimiche. Le api non si limitano a produrre miele, come molti pensano. Un terzo del cibo che mangiamo e la maggior parte della flora spontanea dipende dalla loro opera di impollinazione. Le bancarelle dei mercati sarebbero quasi vuote senza il lavoro delle api, dovremmo scordarci mele, mirtilli, zucchine, broccoli, cipolle, mandorle, caffè, e molto altro ancora. Per proteggere le api e l’agricoltura dobbiamo lavorare con la natura, non contro di essa. Solo un’agricoltura ecologica e sostenibile ci permetterà di garantire diversità e sicurezza alimentare e proteggere le api a lungo termine. È ora che i politici europei ascoltino “il ronzio” delle tante persone che si stanno mobilitando per salvare le api, è il momento per loro di agire.

Foto | Courtesy @Greenpeace

Fonte: ecoblog.it

 

Piante ornamentali velenose per le api, l’allarme di Greenpeace nel dossier Eden tossico

Le piante ornamentali nel 79% dei casi sono contaminate da pesticidi killer delle api. Lo rivela Greenpeace nel dossier Eden Tossico

Greenpeace ha presentato oggi il dossier Eden Tossico in cui ha analizzato l’uso dei pesticidi nel settore florovivaistico e specialmente per le piante ornamentali. Dalle analisi fatte è emerso che il 79% delle piante erano contaminate da pesticidi killer per le api e che nel 98% dei campioni erano presenti residui di insetticidi, erbicidi o fungicidi. Sono state analizzate 86 piante ornamentali come la viola, la campanula e la lavanda acquistate in negozi del settore, nei supermercati e centri del fai da te in 10 diversi Paesi europei. Inoltre le analisi hanno evidenziato in quasi la metà dei campioni i residui di almeno uno dei tre insetticidi neonicotinoidi limitati in Europa e vietati in Italia per il 43% per l’ imidacloprid, per l’8% per il thiamethoxam e per il 7% per il clothianidin.FRANCE-AGRICULTURE-ANIMALS-BEES

Spiega dunque Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia:

I fiori sui nostri balconi o nei nostri giardini possono contenere pesticidi tossici, che mettono a rischio api e altri impollinatori. Finché si continueranno a utilizzare pesticidi killer delle api per la coltivazione di piante e fiori, tutti noi possiamo essere complici inconsapevoli di una contaminazione ambientale che mette a rischio le api.Il bando parziale in vigore su alcuni neonicotinoidi non basta a proteggere le api e gli altri impollinatori. È necessario subito un divieto assoluto dei pesticidi dannosi per le api, che sia il primo segnale di un cambio radicale dell’attuale modello agricolo industriale basato sulla chimica di sintesi

Gli antiparassitari rilevati dalle analisi nelle piante ornamentali acquistate in Europa pongono una questione urgente, ossia la necessità di maggiori controlli da applicare al settore florovivaistico.

Fonte: Comunicato stampa

© Foto Getty Images

“Give bees a chance”, la campagna di Greenpeace per salvare le api

Nonostante l’accumularsi di evidenze sul ruolo negativo dei pesticidi, non si sono fatti decisivi passi avanti per salvare le api. Greenpeace lo ricorda con una campagna mirata.

Le “api verdi” (greenbees) di questo simpatico video di Greenpeace si stanno mobilitando per protestare con i pesticidi venduti dalle multinazionali dell’ agribusiness che non mettono in pericolo solo la loro esistenza, ma anche la produzione di cibo per gli umani. Un terzo di tutta la produzione agricola dipende infatti dal ruolo di impollinazione delle api. Si accumulano infatti sempre più evidenze contro i pesticidi neonicotinoidi come killer delle api, in primo luogo a livello di coltivazioni agricole e in secondo luogo anche per le piante ornamentali. Se l’Unione Europea sta muovendo i primi passi per vietare alcuni di questi veleni, si sta ancora facendo troppo poco a livello planetario. “Give bees a chance“; parafrasando la celebre canzone di John Lennon, Greenpeace invita a sostenere la campagna per salvare le api. L’ONG chiede di vietare i pesticidi dannosi alle api, sostenere pratiche agricole sostenibili e migliorare la conservazione degli habitat naturali; le monoculture senza fiori per le api sono un deserto!Greenbees

Fonte: ecoblog.it

Navi dei veleni, Greenpeace pubblica gli elenchi degli atti secretati

Continua la battaglia dell’associazione ambientalista contro il segreto di Stato apposto sui dossier Ilaria Alpi e navi dei veleni

Il 20 marzo cadrà il ventesimo anniversario della morte della giornalista italiana Ilaria Alpi e del suo cameraman Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio mentre erano sulle tracce di veleni, sangue, armi e petrolio, che dall’Italia viaggiavano verso il Corno d’Africa con il beneplacito dei nostri servizi segreti e la scorta d’eccellenza dei caschi blu Onu. Un omicidio drammatico che resta avvolto, dopo 20 anni, in una nube di mistero mantenuta tale dall’insopportabile segreto di Stato, quello strumento giuridico di derivazione diretta da quella “ragion di Stato” che consegna l’Italia ai principi dell’antidemocrazia internazionale. Da mesi Ecoblog vi riporta puntualmente le richieste di Greenpeace, e non solo, al governo, affinchè vengano desecretati (sulla scia dei verbali di Schiavone sulla Terra dei fuochi) tutti gli atti sotto segreto di Stato contenenti le verità nascoste sulle navi dei veleni, uno degli scheletri nell’armadio d’Italia più difficile da tirar fuori. La relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta, redatta e pubblicata un anno fa, non può essere ritenuta soddisfacente perchè, di fatto, non rivela nulla: pomo della discordia l’omicidio misterioso del capitano di corvetta Natale De Grazia che, mentre indagava sulle navi affondate dalla ‘ndrangheta nel Tirreno, morì per un caffè avvelenato bevuto in Autogrill. Anche questo, un caso mai risolto per il quale gli ambientalisti chiedono la riapertura dei processi e la desecretazione dei documenti riservati. Greenpeace, per esercitare maggior pressione sulle istituzioni (in questo caso è la Presidenza della Camera dei Deputati, rappresentata da Laura Boldrini, ad aver assunto un impegno chiaro)ha pubblicato oggi l’elenco dei documenti sotto segreto di Stato relativi alle navi dei veleni ed al caso Ilaria Alpi: l’estratto deriva dagli archivi parlamentari ed è datato al settembre 2012.

“Uno dei documenti secretati è di provenienza Greenpeace e riguarda il tema del caso delle ricerche a mare relative alla nave affondata al largo di Cetraro (2009) che, secondo il pentito Fonti, sarebbe stata la Cunski, una delle navi sospettate di traffici di rifiuti, mentre, secondo le ricerche condotte per conto del Ministero dell’Ambiente, sarebbe la nave “Catania” affondata nella prima guerra mondiale. Su questa ipotesi sia Greenpeace che altre associazioni hanno espresso i loro dubbi.”

scrive Greenpeace.

Quello delle navi dei veleni è un tema tanto attuale (basta ricordarsi della vicenda delle armi chimiche provenienti dalla Siria verso Gioia Tauro) quanto misterioso. Oltre un centinaio di documenti contenuti nell’elenco diffuso da Greenpeace riguardano esplicitamente il ruolo del faccendiere Giorgio Comerio e dell’ODM (Oceanic Disposal Mangment), una settantina più generalmente i traffici di rifiuti tossici e radioattivi, oltre un centinaio le cosiddette “navi a perdere” e una sessantina riguardano la Somalia.

Ufficialmente la tutela delle fonti grazie alle quali lo Stato persegue questi reati è alla base delle motivazioni per cui viene apposto il segreto di stato: in barba al principio einaudiano “conoscere per deliberare”.

Intervista a Luciana Alpi su La StampaFoto-Ilaria-Alpi

Vi riportiamo di seguito il testo dell’intervista, pubblicata il 16 marzo, del giornalista Nicolò Zancan del quotidiano LaStampa a Luciana Alpi, la madre della giornalista Rai Ilaria Alpi uccisa a Mogadiscio nel 1994: la donna racconta 20 anni di dolore e silenzi, di segreti di Stato e di una verità che continua a mancare, forse uccisa anch’essa a Mogadiscio assieme alla figlia ed al cameraman Miran Hrovatin.

«Cinque magistrati, vent’anni di indagini, un solo colpevole, sicuramente innocente».

Signora Alpi, cosa la indigna di più? 

«Questa mancanza di verità. Il modo di lavorare della Procura di Roma, che non saprei come definire. Non hanno fatto niente, a parte depistaggi a tutto spiano. Si arrabbieranno, lo so. Ma la mancanza di rispetto per due persone morte in modo così bestiale fa arrabbiare me».

Ricorda ancora la voce di Ilaria? 

«Ha telefonato due ore prima dell’agguato. “Sono molto stanca – ha detto – adesso faccio la doccia, mangio qualcosa, poi devo preparare il servizio per il telegiornale alle 19”. Io e mio marito eravamo sollevati, perché dopo essere stata a Bosaso, finalmente era tornata a Mogadiscio, dove conosceva tutti. Due ore più tardi abbiamo ricevuto un’altra telefonata. Era la Rai…».

Quante volte ha riguardato l’ultima intervista di sua figlia al sultano di Bosaso? 

«Centinaia. In Italia sono arrivati 35 minuti di girato, 13 minuti di domande. Ma è stato lo stesso sultano Bogor a dichiarare che quell’intervista, in realtà, era durata più di due ore. Tagliati i nastri, scomparsi anche i taccuini degli appunti…».

In quel lavoro occultato c’è la chiave per capire? 

«Io credo di sì. Lo ha detto il sultano stesso: Ilaria cercava conferme. Sapeva del traffico di armi e rifiuti. Voleva andare a vedere la nave della Shifco, donata dalla cooperazione italiana. Di questo si stava occupando quel giorno».

Per la commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Carlo Taormina, è stata un tentato rapimento. 

«Ilaria e Miran sono stati uccisi con un solo colpo sparato da distanza ravvicinata. Strano sequestro, quello che prevede l’esecuzione dell’ostaggio…».

Sempre Taormina ha dichiarato che non c’era nessuno scoop da fare in Somalia. Perché è risaputo che la Somalia era un grande mercato d’armi a cui l’Italia partecipava attivamente. Cosa ha pensato di fronte a questa affermazione? 
«Sono rimasta sbigottita. Persone delle nostre istituzioni che si permettono di dire cose del genere, nella totale indifferenza…».

Taormina è arrivato a dichiarare che sua figlia era lì in vacanza. 

«Una cosa talmente volgare, che non gliela perdono. Poteva dire: mi dispiace, non abbiamo trovato niente, l’inchiesta era difficile. Avrei capito…».

Nel 1995, la procura di Reggio Calabria indaga su un traffico internazionale di rifiuti tossici. Fa una perquisizione a Milano a casa dell’ingegnere Giorgio Comerio. Dentro una cartellina gialla con sopra scritto «Somalia», trova il certificato di morte di sua figlia. E poi? 

«Nulla. Quel certificato non si è più trovato. Sparito. E adesso dicono che non era vero niente».

Era vero? 

«Il mio avvocato ed io siamo stati chiamati dal pm Francesco Neri, il titolare dell’inchiesta. Ha voluto incontrarci alla Galleria Umberto Sordi. Le sue parole non erano fraintendibili».

Per l’assassino di Ilaria e Miran c’è un solo condannato, Hashi Omar Hassan. È stato lui?

«Al contrario, è innocente. Non ci sono dubbi. È tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol…».

Perché?
«L’unico condannato per l’omicidio di mia figlia, mi ha telefonato pochi giorni fa da Padova, al primo permesso fuori dal carcere. “Ciao mamma, come stai? Volevo ringraziarti. Il magistrato mi ha fatto uscire perché tu racconti in giro che sono innocente”».

È vero?

«Certo. Vorrei la verità sulla morte di Ilaria e Miran anche per Hashi, definito nella sentenza di primo grado esattamente per quello che è: un capro espiatorio».

Ci sono ancora 8 mila documenti secretati sul caso Alpi-Hrovatin.

«Aspettiamo le decisioni della Camera e del Copasir. Ma il problema è capire, alla fine, cosa effettivamente ci lasceranno leggere. Troppi pezzi di questa storia sono scomparsi».

Non si fida delle istituzioni? 

«Ci hanno mollati alla grande…».

Perché non si vuole la verità? 

«Collusioni. Probabilmente sono implicati personaggi importanti, forse aspettano che muoiano. Ma temo che morirò prima io, il che mi secca parecchio…».

Dopo vent’anni ci spera ancora? 

«Il 6 marzo abbiamo incontrato il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Mi ha detto che andranno avanti. È stato molto gentile, devo dargliene atto. Non tutti lo sono stati…».

Cosa vuole dire ai ragazzi e alle ragazze che sognano di diventare giornalisti? 

«Non voglio mettere Ilaria su un piedistallo. Era una giovane donna, che aveva sempre studiato molto. Era diligente, faceva le cose in modo serio. Prima di un servizio si documentava a fondo».

Cosa le manca di più? 

«Il suo sorriso, era molto spiritosa».

Ilaria Alpi non ha avuto giustizia, però non è stata dimenticata. 

«Al contrario, le hanno dedicato canzoni, strade, articoli, film, libri. Molti giornalisti ancora lottano per lei. Presto le verrà intitolato il parco di Follonica. E un ragazzo di 28 anni chiamerà “Ilaria” un nuovo tipo di rosa, che verrà piantato all’orto botanico di Roma. Mi commuove molto».

Alla fine delle celebrazioni, quando si spegneranno le luci, cosa farà? 

«È morto mio marito. È morta anche Jamila, la gattina che Ilaria aveva raccolto in mezzo alla strada. Ormai mi trattano come una vecchia mamma rompiscatole in preda all’Alzheimer, ma non mi arrendo. Continuerò a combattere per la verità. Cos’altro potrei fare?».

Fonte: ecoblog.it