CycloLenti: “benvenuti in Turchia”

Per fortuna un secondo prima di salutare Pantelis, ad Amorgos , ho dato un’occhiata alla spiaggia più vicina su google map. Queste navi hanno degli orari strani e mettiamo piede ad Astypalea alle 4:00 del mattino. La collina alle nostre spalle non è sufficiente per placare il vento, ma siamo stanchi e volendo o nolendo questo posto andrà bene. Fisso la tenda come meglio posso intanto il cielo si colora di rosa, sta iniziando una nuova giornata, noi ce ne andiamo a letto. 9073815_orig-1024x682

Virginia, Giorgos e l’amico Antony, conosciuti la sera prima, all’interno del loro kafenios Argos, nell’ultimo tentativo di trovare una soluzione alternativa alla spiaggia, ci hanno procurato un alloggio, dato una cartina e anche uno zaino : non ci manca nulla per iniziare il nostro trekking. Le strade secondarie segnate sulla mappa sono degli ottimi sentieri di strada battuta, avanziamo a passo rapido. Dall’alto abbiamo subito la percezione della morfologia di quest’isola che assomiglia ad una farfalla con le ali spiegate. Colline verdeggianti, le solite caprette, cassette di api qua e là e raggiungiamo la nostra meta che abbiamo ancora qualche ora di luce. Questa bella spiaggia, raggiungibile via mare o a piedi, via terra, è tutta per noi. Raccolgo i legni che trovo in giro mentre Tiph prepara la base che ospiterà il fuoco di stasera. Ci scaldiamo allo scoppiettare della legna mentre guardiamo questo cielo stellato : non una nuvola a disturbarlo, non una sola luce. L’altra “ala della farfalla” decidiamo di percorrerla in bici. Lasciamo i bagagli che non ci servono ad un baretto e raggiungiamo Vathy. Conosciamo l’unico abitante del paesino e una terrazza vista baia ospita il nostro albergo portatile. Giusto in tempo perché cade qualche goccia di pioggia. Cadiamo in un sonno profondo mentre capre e pecore ci accompagnano con i loro versi.1434006_orig-1024x768

Sulla nave per Kos, Lefteris ci propone il suo giardino per recuperare il sonno frammentato visto i soliti orari notturni di queste tratte. Delle signore ci inseguono addirittura in motorino per proporre stanze ai turisti appena sbarcati. Addio villaggi di pescatori e spiagge deserte, questa è una di quelle isole colpite dalle grosse ondate di turismo. Lefteris non vuole vendere e il suo giardino spicca come un’oasi nel deserto visto che è l’unico che resiste tra grossi palazzoni e hotel. Giù il telo e fuori i sacchi a pelo, schiacciamo un pisolino. Sento un gran parlare, mi sveglio e vedo una pattuglia di polizia, Lefteris e una signora che sbraita. Ma che succede? Lefteris, che da uomo maturo è rimasto calmo, ci spiega che la proprietaria dell’albergo di fronte ha chiamato le forze dell’ordine lamentandosi del fatto che non poteva permettere che i suoi clienti, dai loro balconcini, vedessero dei pakistani dormire (ossia noi) a terra nel bel mezzo della città. La polizia dopo essersi accertata che non fossimo pakistani (ma perché i pakistani non hanno diritto a dormire?) congeda Lefteris: è la sua proprietà, fa quello vuole. La stressata proprietaria alberghiera urla per altri 5 minuti e poi se ne va. Bha! Gli spazi ristretti della città fanno questo effetto!  C’è una sorgente termale che crea una vasca d’acqua calda prima di dissolversi nell’acqua salata del mare. Distendiamo le nostra stanche membra mentre osserviamo la costa turca che ci guarda di fronte. Questa sera dormiamo qui. Uh guarda, questo palazzo non c’era, e qui ci hanno fatto un supermercato. Conosco bene Kos. Ci passai 5 mesi a lavorare come animatore esattamente 11 anni fa…stavo per affacciarmi al mondo. Quello è il grosso complesso turistico dove lavoravo e questa è la casa dove abitavo con gli altri ragazzi. Il portone è aperto e pure l’appartamento, non posso non andare a vedere. Uhh, la mia stanza, stesso letto, stesso specchio, stessa posizione. Tutto è rimasto com’era. Oggi c’è un gran vento… le navi non partono, le palme si piegano, le onde del mare non fanno in tempo a incresparsi che vengono soffiate via… solo le mucche, con il loro sguardo placido, si comportano come se nulla stesse accadendo. Finalmente si parte: passport, please! A fatica e con qualche botta riusciamo a fare entrare le ingombranti bici nell’aliscafo che ci traghetterà dall’altra parte.1657747_orig-1024x768

Ha una forma allungata e da fuori sembra moderno, ma dentro si vede che non hanno mai mosso un dito per della manutenzione. Yassu Grecia : si decolla ! 20min e siamo fuori dall’Europa. Nonostante Bodrum sia una città abituata allo “straniero” qui nessuno parla inglese. Prima che faccia buio ci incamminiamo verso la strada costiera. Tiph scorge una struttura geodesica all’interno di un giardino, sintomo di gente interessante. Bussiamo: “possiamo mettere la tenda qui vicino?”. “Ho una proposta migliore per voi, perché non venite dentro, vi offro un tè e potete dormire qui” ci risponde Emre. Cosa chiedere di più ?

Tra un discorso e l’altro Emre ci avvisa: «ragazzi io sono un motociclista, qui un Turchia qualsiasi cosa abbia due ruote non è considerato sulla strada, fate attenzione! Questo è l’ultimo paese “organizzato” che avrete sulla vostra rotta, benvenuti in Turchia».

Fonte:  italiachecambia.org

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Cyclolenti in Grecia: dall’antica alla nuova capitale

In cammino verso Nafplio le condizioni sono ottimali: un bel sole, un bel panorama, niente traffico, strada piatta ed asfaltata, filiamo col vento in spalla a 25km/h senza il minimo sforzo. Incrociamo una coppia di cicloviaggiatori tedeschi che arrivano da direzione opposta lottando contro il vento. Sono carichi come degli asinelli! Peggio di noi, eh si, è possibile! Da 10 mesi viaggiano in Europa e tra due rientreranno in Germania. Dopo qualche scambio di consigli, su Atene per noi e sulla costa ovest greca per loro, continuiamo a pedalare. Nei campi intorno, la potatura delle vigne è iniziata, siamo nella regione della famosa uva di Corinto.1429795138

Lungo la strada uno strano cavallo attira la nostra attenzione. È un cavallo di Troia alto tre metri fatto interamente con oggetti di recupero. Ci invitano ad entrare nello spazio espositivo e laboratorio di Silo Art Factory. Stelios, colui che ha avviato il progetto, ci fa da guida. Delle vecchie persiane in legno diventano panche e poltrone, le vecchie porte dei tavoli… ogni mobile è un’opera d’arte. Ci invita a bere qualcosa al bar che ha costruito all’interno di un silo di grano, fa molto moda! Visitate il suo sito  internet, è una bella fonte d’ispirazione. Prossimamente vuole realizzare un cavallo di troia di 15mt, sempre con oggetti di recupero, nel quale sarà anche possibile entrare. Arriviamo a Nafplio, la prima capitale della Grecia indipendente dal 1829 al 1834. Molto turistica, ma abbastanza vuota in questa stagione. Dei cameraman e degli attori stanno girando una pubblicità con un pianoforte che va giù da un discesa. Devono rifare la scena più volte e risalire il pesante strumento musicale fino ad ottenere il giusto ciak! Ne hanno di pazienza! La sera passeggiamo lungo il mare e al castello. Per la felicità di Marco capitiamo di fronte ad una gelateria gestita da italiani…un buon gelato per cena questa sera, miam miam.  Si sale dolcemente fino all’antico teatro di Epidauros. Una meraviglia incastonata tra le montagne. E che acustica! Su consiglio di mia madre, venuta 19 anni fa, lascio cadere una monetina sulla pietra centrale e Marco, seduto sull’ultimo gradone in alto, sorpreso, sente perfettamente il tintinnio metallico. Restiamo a lungo a goderci questo luogo mentre vanno e vengono scolaresche da tutto il mondo. La giornata è splendida, ci concediamo un riposino al sole sui grandi scalini del teatro.9801940_orig-1024x682

L’antico teatro di Epidauros

Lasciamo le montagne per scendere verso il canale di Corinto. Prendiamo la vecchia strada e sorpresa… non c’è nessun ponte! Tuttavia le auto aspettano dall’altro lato… guardiamo bene dappertutto, niente ponte! Non un ponte che gira o che si alzi… da dove uscirà? Ipotesi di Marco: dall’acqua! Delle barche passano il canale, poi udiamo degli ingranaggi che si muovono. Poco a poco vediamo uscire dall’acqua una strada fatta di metallo e assi di legno ancora coperte dalla sabbia. Lo attraversiamo. Resto colpita dalla profondità e da questo canale sia stretto nonostante colleghi lo Ionio con l’Egeo. Fino ad Atene la vecchia nazionale è poco larga: a destra il mare e a sinistra la montagna. I camion ci superano senza frenare e in curva… zone industriali e raffinerie ci accompagnano fino all’entrata dell’antica città. Marco ha le chiappe distrutte, gli fanno male solo a guardare la sella: il contachilometri segna più di 100km per un tempo effettivo di pedalata di 7h e 22min (senza pause). Stremati da questa strada difficile, Giorgos, un amico di Pantelis ci accoglie. Vuole sapere tutto del nostro viaggio, i materiali, le bici, l’itinerario… ha intenzione di raggiungerci per attraversare l’Iran! Ha più di 60 anni, ma va regolarmente a visitare sua figlia a Corfu in bici (più di 400km in due giorni!).4560840_orig-1024x682

L’Acropoli

Ovviamente non possiamo non andare all’Acropolis che domina tutta la città. Il Partenone, tempio principale dedicato alla dea Atena fu trasformato in chiesa, moschea, deposito per la polvere da sparo dei cannoni… e oggi è il luogo turistico n°1 d’Atene. Da qui abbiamo una vista a 360° sull’agglomerato urbano e il mare in lontananza. Stiamo per uscire dal sito archeologico quando accade l’inimmaginabile: Jonas, il ciclista tedesco della nave per Igoumenitsa e poi incontrato di nuovo per caso a Nefpaktos, è davanti a nostri occhi! Mai due senza tre. Per festeggiare gli proponiamo di pranzare insieme al ristorante iscritto alla rete Warmshower: il Kafeneion Ta Kanaria. Non possono ospitare i cicloviaggiatori, ma in cambio offrono un pasto al giorno. L’ambiente è caloroso, ordiniamo più piatti da condividere come fanno di solito i greci. Mangiamo molto bene e non ci possiamo credere che è gratuito. È così buono che i ragazzi, che hanno ancora fame, domandano di finire i piatti del tavolo affianco che i clienti hanno lasciato quasi intatti. Marco e Jonas si guardano: “ce ne freghiamo dei condizionamenti no?” e con nonchalance afferrano i piatti. Il cibo per i cicloviaggiatori è sacro, non si spreca! (Inizio a scoppiare a ridere vedendo la facce delle persone che ci guardano sorpresi. Ma siamo noi i pazzi? O gli altri che si ritrovano al ristorante a spendere 10/15€ per poi mangiare solo 2 bocconi di quello che hanno ordinato?  Trasferiamo il nostro “accampamento” nel vecchio appartamento di Christos e Flery, che gentilmente ci hanno prestato. Ciò ci permette di preparare il seguito del viaggio con più calma e di essere liberi di scegliere il programma dei nostri prossimi giorni: comprare le cartine della Turchia, Georgia, contattare gli eco-progetti in Turchia, scrivere e selezionare le nostre foto (eh si, tutto ciò prende molto tempo). Marco approfitta per fare una revisione generale della sua bici al negozio Podilato consigliatoci dalla coppia di cicloviaggiatori tedeschi incontrati sulla strada. Ne sanno molto sul viaggiare in bici.

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Sulla nave in direzione di Amorgos

Atene è bella, ma è come Parigi, qualche giorno è sufficiente. 4 milioni di abitanti si sentono! Decidiamo di andarci a cercare un po’ di tranquillità sulle isole greche. Ma prima “vinciamo” un ultimo tour de force… visto che siamo in ritardo per prendere la nave, scegliamo il percorso più semplice per raggiungere il porto al Pireo… errore… ci ritroviamo nel bel mezzo di quattro corsie. Non era venuta ancora la nostra ora altrimenti non sarei qui a scrivervi oggi. Col cuore ancora in gola ci imbarchiamo per l’isola di Amorgos.

Fonte : italiachecambia.org

Cycolenti in Grecia: Re-green, fare impresa in modo sostenibile

Per arrivare a Re-green bisogna sudarsela : 18km di salita per raggiungere 760mt d’altitudine, punto di partenza : 0mt, siamo sul livello del mare. Mentre assaggiamo il primo tornante, la mente cerca di calcolare la pendenza media che ci aspetta per conquistare il piccolo paesino di montagna dove si trova il prossimo eco-progetto che visiteremo. All’improvviso una discesa… NOOOO !!! …gridano i muscoli e la mia mente.6636499_orig-1024x768

Il dislivello aumenta d’un colpo ! Visto che sappiamo fino a che punto dobbiamo salire, ogni discesa diventa una tortura. Consiglio ai cicloviaggiatori: avvolte è meglio non sapere cosa vi aspetta ! Per la pausa pranzo siamo contenti di avere con noi delle spanakotiropita (un rustico greco a pasta sfoglia ripieno di spinaci e formaggio), considerando che non saremo al prossimo villaggio così presto. A quota 600mt : neve e ghiaccio per la prima volta sulle nostre ruote ! In effetti avevano facce perplesse le persone a cui chiedevamo indicazioni all’inizio del nostro cammino: “Seliana ?!! In bici ??? Ma sapete che c’è la neve laggiù?”.

Ci inerpichiamo sempre più, cammino sulla soffice superficie bianca. Marco continua in bici e testa le sue prime scivolate per poi cambiare idea. Superiamo il cartello Seliana dopo 4h di intenso sforzo, ci sono forse 0°C ma non abbiamo per niente freddo ! Che spettacolo: davanti a noi le cime innevate, dietro di noi il mare, lontano, che luccica con questa bella giornata d’inverno. Maya, l’asino di Re-green, ci saluta dalla sua piccola casetta in legno, terra e paglia, Linda, il cane, ci accoglie con la sua famosa danza del ventre (ha la coda tagliata e agita tutto il suo corpo quando è contenta).8833300_orig-1024x768

Ecco che appaiono Flery e Christos i fondatori del progetto, ne avevano abbastanza della vita in città, hanno fatto i bagagli e si sono trasferiti in montagna. Poi poco a poco il cammino li ha condotti verso quello che oggi è diventato Re-Green : un progetto che da un lato sperimenta continuamente i principi della permacultura dall’altro una struttura ricettiva che accoglie seminari sulle buone pratiche, a cominciare da sè stessi fino alla propria casa e alla natura che ci circonda. Un altro esempio di una delle mille alternative possibili, un altro esempio di come si possa vivere in maniera semplice e allo stesso tempo fare impresa sostenibile. “Re-Green: re-use, re-built, re-cycle… re-green your life”.

Siamo appena arrivati e abbiamo già una stanza tutta per noi dove lasciare le nostre cose. Ci uniamo a loro nei preparativi del seminario di Yoga che comincia tra due giorni. Tra una cosa e l’altra scopriamo questo luogo stupendo dove ci sentiamo subito a nostro agio. Amici da ogni dove sono venuti a dare una mano : Kostantino, Hanna, Kristalia, Steven e Chenny….nei giorni a venire spacchiamo la legna per riscaldare le case e cominciamo a preparare i pasti per 30 persone. La chef, Hanna, ha previsto un menu con piatti vegetariani, vegani, crudisti : cracker multi-grani fatti in casa, zucca farcita, humus, hamburger vegetariani con pane fatto in casa, pizza al forno (Marco essendo italiano si occupa della gestione del fuoco)…tutto ciò preparato in un clima sereno e tranquillo. Imparo ad usare la pala per infornare e sfornare le pizze senza far cadere i condimenti…. il corso di yoga post pranzo non deve essere facile con tutte queste bontà. Flery e Christos ci propongono di partecipare al seminario di Yoga. Partecipo con piacere al mattino per un risveglio con dolcezza : esercizi di respirazione, meditazione, canti con l’armonica, stretching ed esercizi d’equilibrio, rilassamento, massaggini..uhaooo..come ci si sente bene dopo. Ciò non toglie che il giorno dopo sento tutti i muscoli, mi fa male ovunque !!! E non è la bici, ma i stiracchiamenti di yoga di ieri. Sono tutti super elastici o sono i che sono diventata rigida come un tronco bloccata nella posizione da ciclista?

La Maloka dove si svolgono le attività, è un luogo magnifico. Struttura ottogonale con tetto reciproco, ogni muro è realizzato con una tecnica diversa d’eco-costruzione : super-adobe, terra e paglia con supporto in legno, mattoni in terra e sabbia,…dietro all’insegnante di yoga il muro è fatto di terra e grossi pezzi di tronchi d’albero, perfetti per concentrarsi su un punto per mantenere il proprio equilibrio. Sdraiati a pancia in sù si scopre l’armonia del tetto reciproco. La stanza è riscaldata da due rocket stove che si integrano perfettamente con l’arredamento.5657032_orig-1024x682

Nel weekend durante le pause, mi apparto con Marco per un momento di assoluta tranquillità ai confini del « vuoto », sopra ad un canyon, il suono del torrente che scorre in basso, il sole che ci riscalda, intorno le montagne innevate… che goduria, uhaoo…meraviglioso. In quest’angolo non si può fare a meno che pensare quanto la vita sia incredibile e bella. Respiriamo, ci rilassiamo. Anche il pianeta vive e un giorno questo posto sparirà, l’erosione mangia letteralmente la montagna (fatta di roccia friabile) e Seliana diventa più piccola anno dopo anno. Lunedi non restiamo che noi e la dozina di abitanti che animano il paesino, almeno fino al prossimo evento. La struttura ricettiva di Re-Green sta riscuotendo successo, tutti i weekend fino ad ottobre sono già prenotati : seminari di yoga, corsi di permacultura, apprendimento dell’uso delle erbe medicinali, eco-costruzioni, riti sciamanici…

Fonte : italiachecambia.org

Il capitalismo ha fallito: l’esperimento Grecia preoccupa i potenti

Quanto è accaduto in Grecia dimostra sostanzialmente tre cose, come spiega il giornalista economico inglese Paul Mason di Channel 4 News: la crisi strategica dell’eurozona, quanto sia perdente la determinazione dell’élite greca a rimanere saldamente attaccata al sistema corrotto e un nuovo modo di pensare dei giovani.tsipras

Se qualcosa avesse potuto rispecchiare le immagini che riempivano le menti dei membri di Syriza mentre attendevano i risultati delle elezioni greche, fumando e bevendo caffè nero, sarebbero stati i volti di Che Guevara o Aris Velouchiotis, l’eroe della Resistenza greca durante la seconda guerra mondiale. È l’immagine che Paul Mason dà del “nocciolo duro” del partito di Alexis Tsipras, che ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni greche. «Questi sono veterani della sinistra che si aspettavano di finire i loro giorni nelle università a insegnare teorie sullo sviluppo economico, a parlare di diritti umani o di chi ha ucciso chi nella guerra civile. E invece oggi sono al governo della nazione. Eppure, sottolinea Mason, non è questo il posto dove si impara il pensiero radicale e non è questo il partito che evoca nella mente dei greci tensioni marxiste. Qui giocano tre ragioni che hanno portato a questo risultato: la crisi strategica dell’eurozona, la determinazione dell’élite greca a rimanere saldamente attaccata al sistema corrotto e un nuovo modo di pensare dei giovani. Di queste, la crisi dell’eurozona è la più facile da comprendere poiché le conseguenze possono essere lette negli assetti macroeconomici. Malgrado le previsioni di politici ed economisti preannunciassero la ripresa e la crescita, l’economia greca ha subìto un altro duro colpo in questi ultimi tempi, con crolli del 25%; la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 60%, almeno tra coloro che ancora sono rimasti in Grecia. Dunque, il collasso economico dimostra la totale miopia dell’élite politica europea. Negli scorsi quattro anni la Troika (Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca centrale europea) ha dato spettacolo…amaro: uomini ricchi e privilegiati che parlavano a vanvera senza sapere cosa andavano dicendo e facendo. Mason cita un colloquio avuto qualche tempo prima con un economista greco, secondo cui la realtà è che «l’oligarchia greca, i grandi armatori, i boss dell’energia, i grandi gruppi dell’edilizia e i club  calcistici sono sempre riusciti ad evitare di pagare le tasse, dal regime di Metaxas passando per l’occupazione nazista, fino alla guerra civile e alla giunta militare». E non avevano la minima intenzione di cominciare a farlo poi, solo perché la Troika esigeva che la Grecia riequilibrasse i bilanci. «Gli oligarchi hanno trasformato la Grecia in un campo di battaglia costellato di interessi confliggenti – spiega Mason – il giornalista greco Yiannis Palaiologos ha scritto in un suo recente libro sulla crisi che “c’è una irresponsabilità pervasiva, la sensazione che nessuno debba rispondere di nulla, che nessuno possa o riesca ad agire come custode dei beni comuni”. Ma l’impatto ancora più distruttivo ce l’ha la corruzione diffusa, il fatto che nel parlamento e fuori ci sia sempre qualcuno controllato da altri. Come una soap opera, ma reale. Siccome Tsipras non deve nulla all’oligarchia, ha fatto della guerra alla corruzione e all’evasione la sua battaglia e questo è stato accolto positivamente da una grande massa di giovani». Il perché è presto detto. Pensate a quanto spesso si vedono uomini ingrigiti insieme a donne giovani; è emblematico, il potere (chi ha e conta) ha un peso e attira nella sua sfera di influenza. I giovani vengono usurpati quando l’oligarchia, la corruzione e l’élite politica uccidono la meritocrazia. Molti, guardando la Grecia da fuori, vedono un pericolo, una negatività. «Ma dietro la rinascita di una sinistra radicale sta l’emersione di nuovi e positivi valori – dice ancora Mason – che sono patrimonio di una fetta di giovani molto più ampia di quella che costituisce la base naturale di Syriza. I valori di una generazione in rete: fiducia in se stessi, creatività, la voglia di prendere la vita come un esperimento sociale, con una visione globale». Un fronte, quello dei giovani, che si fa forte anche di un’altra ampia fetta di popolazione che, insieme a loro, ne ha abbastanza di corruzione e potere nelle mani di pochi. Insomma, la Grecia come esempio di cosa può accadere quando il capitalismo moderno fallisce. «Alcuni dicono che questa è la fine del neoliberismo – conclude Mason – Io non ne sono sicuro. Quello che invece è certo è che la Grecia ci ha mostrato come potrebbe finire».

Si ringrazia Paul Mason

Fonte: ilcambiamento.it

Grecia. Il saccheggio che non ci raccontano

I media ci tengono informati su gran parte di quel che accade in Grecia, ma non ci raccontano il silenzioso saccheggio di coste, laghi, boschi e sorgenti che si sta compiendo lontano dalle telecamere, scrive dalla Spagna Gustavo Duch nell’articolo che segue. Una questione drammaticamente importante, di cui avevamo già parlato a marzo, e che meriterebbe le prime pagine di tutta la stampa internazionale.saccheggio_grecia

I media ci tengono informati su gran parte di quello che accade in Grecia, è essenziale se teniamo conto che questo paese funziona da laboratorio di politiche di salvataggio finanziario più che preoccupanti. Sappiamo che, dall’inizio della crisi, ciascun lavoratore e ciascuna lavoratrice greca hanno perso in media il 40 per cento del loro salario, mentre l’aumento del prezzo dei prodotti di base, come il latte, e quello delle tasse portano a un bilancio familiare insostenibile e insopportabile. Come nel nostro paese (la Spagna), cresce il tasso di disoccupazione, spariscono i sussidi, si tagliano i servizi di base, come la sanità, e si definiscono politiche del lavoro che ci trasformano in paesi “low cost”. Ma vi è un’altra realtà meno conosciuta, o meglio nascosta, di questi esperimenti di salvataggio che dobbiamo conoscere e analizzare, perché i risultati di simili esperimenti in Spagna stanno diventando progressivamente sempre più visibili. Mi riferisco ad un’altra delle imposizioni della troika per ridurre il debito greco: mettere in vendita tutte le risorse naturali o sfruttarle senza limiti. In Grecia i meccanismi utilizzati comportano la modifica di disposizioni di legge che, come dice Roxanne Mitralias, militante ambientalista, “bene o male chiudevano la strada al supersfruttamento delle risorse naturali”. Con le nuove normative, si arriva a mettere in discussione la Costituzione, che impediva lo sfruttamento privato della costa e delle foreste, spiega Roxanne. Per esempio alla fine di gennaio 2013, il lago di Casiopea, nell’isola di Corfù, è stato venduto a NCH Capital e, dalla primavera del 2012, le spiagge si possono dare in concessione per 50 anni, il che presumibilmente scatenerà un’ondata di privatizzazioni che sfocerà nella costruzione di villaggi turistici (assai poco rispettosi della natura) ed esclusivi per la clientela più danarosa. D’altronde, lo sfruttamento delle risorse minerarie sta rendendo la mappa della Grecia caratterizzata da molti luoghi di conflitto. Si parla di sacche di petrolio in mare, che, se saranno rinvenute, non porteranno benefici a nessuno tranne che alle imprese straniere che sfruttano i giacimenti. Nel nord del paese, nella regione di Skouires, da oltre un anno è in corso una grande mobilitazione sociale, repressa costantemente dai corpi speciali della polizia, per difendere i boschi da un progetto (di due imprese, una greca e un’altra canadese) per l’estrazione di oro da una miniera. Una lunga lista, fin troppo simile, la troviamo anche in Spagna, dove vengono ripetute le stesse chimere: petrolio nelle Canarie, miniere a cielo aperto per estrarre oro in Galizia, uranio in Catalogna, fracking in molti punti del nord della penisola. Come in Grecia, bisogna denunciare le due norme che il governo centrale utilizza per servire il territorio su un piatto d’argento e totalmente sventrato a chi vuole approfittarne, per permettere il saccheggio dei nostri beni comuni. Da un lato abbiamo la legge di protezione e uso sostenibile della costa, che sostituisce la legge sulle coste del 1988 e che viola fondamentali principi costituzionali. Ai sensi di questa legge, beni pubblici potrebbero passare nelle mani di investitori privati, resterebbero prive di tutela zone di alto valore come terreni paludosi o paludi marine, e potrebbero essere prosciugate le spiagge per essere inserite in progetti di urbanizzazione. Dall’altro lato, la legge sulla razionalizzazione e la sostenibilità dell’amministrazione locale, la legge Montoro, che, millantando attenzione al raggiungimento di una supposta efficienza, punta a smantellare i sistemi di governo dei piccoli municipi e dei distretti per poter mettere in vendita le montagne e i suoli pubblici che questi comuni o i consigli dei residenti hanno gestito collettivamente nel corso di centinaia di anni. Di nuovo, una legge che dimentica che parliamo di beni di proprietà pubblica, proprietà che, secondo la Costituzione, sono inalienabili, imprescrittibili e insequestrabili. Possiamo consentire la vendita della natura per pagare salvataggi bancari o favorire i guadagni di una manciata di speculatori? Se pensiamo al pianeta come ad un sistema di cui siamo parte, un sistema con boschi e suoli come polmoni e montagne e fiumi come arterie, un sistema in cui conviviamo con una fantastica diversità di esseri viventi e che è l’unica garanzia per la vita dei nostri discendenti, porre l’interesse privato al di sopra di quello pubblico è un fatto di una miopia e una mediocrità tremende. Si profila un’aggressione che forse ai nostri governanti potrà sembrare di scarsa importanza. Con quello che sta accadendo, a nessuno interesserà che vendiamo o bruciamo svariati boschi o arenili, staranno certamente pensando coloro che sono alla testa di questo saccheggio silenzioso. E invece, anche in questo caso, la loro visione delle cose è vecchia e superata. La società ha preso coscienza dell’importanza del più umile degli alberi, come abbiamo visto ad Instanbul, a piazza Taksim, o in mille altri posti.

Fonte: Palabre-ando (Articolo pubblicato anche dal Periodico de Catalunya il 19 luglio 2013.)

Traduzione di Massimo Angrisano: Comune-info

Anavra, il villaggio greco senza disoccupati

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Anche grazie alla green economy, un piccolo borgo della Tessaglia diventa un modello di sviluppo, in controtendenza rispetto a quanto accade in Grecia. Nella nostra epoca di crisi le favole non sono quelle di mirabolanti trasformazioni da rospi a principi: anche le fiabe, con la recessione, subiscono i loro tagli e talvolta diventa incredibile quello che fino a una decina d’anni fa, magari, era la norma. È lo scotto che il nostro mondo paga al benessere irreale degli anni Novanta e della prima metà degli anni Zero. Dicevamo che ciò che era ordinario può diventare straordinario. Per esempio la storia di Anavra, un piccolo paese di 500 abitanti della Tessaglia dove lo tsunami che ha travolto tutta l’economia greca è stato percepito solamente come un’eco lontana. Gli abitanti dichiarano un reddito fra i 30mila e 150mila euro l’anno, merito del lavoro certosino del sindaco (anche se lì si chiama presidente della comunità) Dimitris Tsoukalas che nei primi anni Novanta è giunto in questo borgo privo di acqua corrente e strada e in sedici anni da “presidente della comunità” ha creato un modello di sviluppo sostenibile da far invidia a tutta Europa. Tsoukalas ha creato un modello economico cooperativistico fra gli abitanti, attirando i giovani e scommettendo sulla green economy. Gran parte dei residenti sono allevatori con metodi biologici, ma importanti risorse economiche arrivano dalla collaborazione fra i residenti e un parco eolico che permette di vendere energia e ricavare soldi da destinare alla comunità. Le pale installate sul monte Orthris che domina Anavra produce energia elettrica per 13mila famiglie e fa entrare nelle casse pubbliche tra i 50 e i 100mila euro l’anno. E la disoccupazione è a zero. Niente male per un paesino di 500 abitanti.

Fonte: Greek Reporter

 

Galline ovaiole, Italia e Grecia deferite alla Corte di Giustizia Ue

Italia e Grecia sono state deferite alla Corte di Giustizia Ue per non aver attuato correttamente la direttiva che vieta l’allevamento in batteria delle galline ovaiolegallina8

La Commissione europea ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia Ue per non aver non aver attuato correttamente la direttiva che vieta l’allevamento in batteria delle galline ovaiole. Anche la Grecia è stata deferita alla Corte per lo stesso motivo. Bruxelles ricorda che gli Stati membri hanno avuto 12 anni per introdurre gabbie più spaziose: la direttiva che vieta le gabbie “non modificate”, ovvero quelle dove le galline non hanno spazio per fare il nido e appollaiarsi, risale al 1999 ma in questi anni l’Italia non ha introdotto questa norma nel suo ordinamento. In base alle norme Ue, dal primo gennaio 2012 tutte le galline ovaiole hanno diritto a maggiore spazio per fare il nido, razzolare e appollaiarsi. In base al divieto sono consentiti esclusivamente allevamenti con sistemi alternativi alle gabbie e l’allevamento nelle gabbie modificate o cosiddette ‘arricchite’. Le gabbie, dunque, possono continuare ad esistere, ma soltanto se offrono a ciascuna gallina una superficie pari a 750 centimetri quadrati, lettiere, posatoi e dispositivi per accorciare le unghie. Il 26 gennaio 2013 la Commissione Ue ha inviato un ultimatum a Roma e ad Atene chiedendo ai due Paesi di mettersi in regola, insieme ad altri 11 Stati membri. Dei 13 Stati membri che hanno ricevuto la comunicazione, sono solo Italia e Grecia a non aver ancora provveduto ad attuare la normativa europea. Malgrado i ripetuti appelli delle autorità europee ai due Paesi perché affrontino il problema, finora la legge europea non è stata ancora applicata. Da qui, dunque, la decisione finale di ricorrere alla Corte di giustizia europea.

Fonte: il cambiamento

FABBRICHE DI UOVA | Le GALLINE negli allevamenti intensivi from essereAnimali on Vimeo.

Grecia ed Ecuador: due crisi, due soluzioni

Alcuni anni fa l’Ecuador ha attraversato un crisi del debito analoga a quella in cui si trova oggi la Grecia. Le contromisure adottate all’epoca dal paese sudamericano rappresentano uno spunto determinante per trovare una soluzione anche in Europa.

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La Grecia e l’Ecuador condividono un’esperienza assai tormentata nell’ostico campo della finanza globale e, soprattutto, delle conseguenze che l’operato delle banche e degli speculatori comporta sulla popolazione. Ciò che differenzia i due paesi è il modo in cui hanno affrontato, o stanno affrontando, questa difficile sfida. Grecia ed Ecuador hanno anche un altro elemento in comune. Anzi, una persona. Si tratta dell’economista e politologo belga Eric Toussaint. In che modo Toussaint unisce i destini di questi due paesi? Nel 2007 ha partecipato, in qualità di membro straniero, alla Commissione Presidenziale di Audizione Integrale sul Debito istituita dal Presidente ecuadoriano Rafael Correa appena dopo aver vinto le elezioni di fine 2006. E oggi, come fondatore e presidente del Comitato per l’Abolizione del Debito del Terzo Mondo (CADTM), è impegnato in una volenterosa campagna volta a promuovere un analogo percorso in anche nel paese ellenico. L’accademico, membro del consiglio scientifico di Attac France, ha partecipato alla Commissione che fra il 2007 e il 2008 ha analizzato la posizione finanziaria dell’Ecuador e ha fornito al Governo di Correa gli strumenti per rinegoziare il proprio debito, che alla fine del 2006 superava i 10 miliardi di dollari. L’obiettivo fondamentale che ha ispirato il lavoro della Commissione, formata da dodici membri interni, sei esterni e da delegazioni delle istituzioni ecuadoriane, era dimostrare che il debito contratto era illegittimo e, in quanto tale, poteva non essere rimborsato. Tale illegittimità è sancita da tre caratteristiche fondamentali: il debito è stato contratto senza il consenso della nazione, il suo ammontare è stato speso contro gli interessi della nazione, colui che l’ha creato è a conoscenza dei primi due punti. Nonostante l’ostracismo di alcuni settori della finanza internazionale e delle lobby nazionali, dopo quattordici mesi di lavoro, seguiti da un processo decisionale governativo durato due mesi, l’Ecuador ha scelto di cancellare il 65% del proprio debito, dichiarandolo illegittimo e sospendendo i pagamenti dei bond. Successivamente, nel giugno del 2011, il paese ha ricomprato la quasi totalità dei propri titoli pagandoli il 35% del loro valore.

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Questa decisione naturalmente ha comportato una netta rottura con il Fondo Monetario Internazionale, con il sistema bancario privato e, in generale, con i mercati finanziari globali. Al tempo stesso, ha permesso al Governo di Correa di consolidare la situazione socio-economica dell’Ecuador: la spesa sociale è cresciuta fino a raggiungere il 10% del PIL, la percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è passata dal 37,6% del 2006 al 28,6% del 2011, sempre nel 2011 la sua economia è cresciuta del 7,8% e il debito estero si è ridotto di 4 miliardi di dollari. Oggi il partner finanziario privilegiato del paese sudamericano è la Cina, dalla quale – va detto – Correa ha ricevuto finanziamenti per più di 7 miliardi di euro a un tasso di interesse molto elevato (7,5%).
Veniamo ora alla Grecia. Come in quasi tutto l’Occidente, anche nel paese ellenico l’indebitamento privato è riconducibile alla disinvoltura con cui le banche hanno concesso prestiti ai cittadini nel corso degli ultimi anni. Contraendo debiti, i greci – come del resto anche noi – hanno vissuto al di sopra della soglia che le loro risorse economiche consentivano e questa pratica distruttiva è stata addirittura incrementata negli anni della crisi dei mutui americana: l’indebitamento privato è passato dagli 80 miliardi di euro del dicembre 2005 ai 160 del luglio 2008. Più di un quarto di esso è in mano a banche private francesi e un’altra buona fetta (circa il 50%) è detenuta da istituti di credito di Germania, Italia e Benelux. Anche una parte consistente del debito pubblico – a proposito dell’illegittimità di cui si parlava prima – è stato contratto in maniera discutibile. Una percentuale di esso è un’eredità del regime dei colonnelli, che ha inaugurato una pratica costosa e riprovevole che fa della Grecia il detentore di un triste primato: quello delle spese militari, che nel paese ellenico ammontano al 4% del PIL, il dato più elevato d’Europa. A cavallo fra gli anni novanta e i duemila, un’altra bella botta l’hanno data le Olimpiadi: il loro costo è stato quantificato il 14 miliardi di euro, ma stime ufficiose parlano di cifre anche più elevate. Inoltre, scandali ed episodi di corruzione hanno contribuito in maniera decisiva ad aggravare la situazione. Il più clamoroso è il caso Siemens: il colosso tedesco dell’elettronica ha infilato cospicue mazzette nelle tasche di politici e dirigenti statali greci per agevolare l’acquisto di costosi sistemi e attrezzature da impiegare nei settori della sanità, delle telecomunicazioni, della difesa e dei trasporti. Questa situazione ha portato la Grecia al collasso e l’ha resa vulnerabile all’attacco della Troika – Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Banca Mondiale – che, attraverso l’ormai famoso Memorandum, giunto alla terza edizione, sta imponendo durissime misure di austerity al popolo greco. Aumento dell’IVA (passata dal 19 al 21 e quindi al 23%), licenziamento di migliaia di dipendenti pubblici con contratti a termine, riduzione dei sussidi di disoccupazione, abbattimento dei salari del 30% e così via. Si potrebbe proseguire per pagine e pagine.

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I due casi sono paragonabili? Come sottolinea anche Touissant, le differenze in realtà sono numerose. La struttura del debito ecuadoriano era non solo più complessa e composta da molti contratti diversi, ma anche più ostica da analizzare, a partire dalla logistica – c’è stato addirittura un caso di trafugamento di importanti documenti del Ministero delle Finanze dalle stanze dei membri della Commissione. Inoltre, le economie dei due paesi sono profondamente diverse. L’Ecuador può contare sugli enormi introiti garantiti dall’esportazione del petrolio, settore in cui infatti sono stati posti paletti molto restrittivi per le compagnie private. Naturalmente conta molto anche il contesto geopolitico: se in America Latina i partner con cui percorrere la strada dell’illegittimità del debito sono diversi – non solo Argentina, Venezuela, Bolivia, ma anche soggetti esterni come la Cina –, nel nostro continente l’Unione Europea ha puntato il piede un po’ in tutti i paesi per tenere le porte aperte ai mercati della finanza internazionale e divincolarsi non è facile. Tuttavia, al di là delle diversità oggettive, esiste qualcosa di meno tangibile ma altrettanto importante di cui tenere conto. Si tratta, molto semplicemente, dell’atteggiamento culturale nei confronti del sistema economico globale, fondato sull’ultraliberismo, sulla crescita infinita come necessità vitale, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e umane, sul consumo sfrenato, sul denaro virtuale e sul sistema del debito. Rifiutare questi meccanismi e contrapporre loro un’economia reale che tenga conto prima di tutto del benessere dei cittadini e dell’ambiente è già un passo avanti notevole a cui possono seguire misure concrete capaci di intervenire con efficacia sulla realtà. Lo stesso Eric Touissant racconta di un colloquio intercorso fra George Papandreou e Rafael Correa, in cui l’ex Primo Ministro greco ha chiesto al Presidente ecuadoriano un consiglio su come risolvere la crisi, all’epoca ancora in fase di incubazione. Correa gli avrebbe detto che esistevano due misure, una da adottare e una da evitare assolutamente. La prima era l’istituzione di una commissione che analizzasse il debito pubblico e ne decretasse l’eventuale illegittimità. La seconda era la richiesta d’aiuto al Fondo Monetario Internazionale. Purtroppo per i greci, il Governo ellenico ha fatto l’esatto contrario di ciò che consigliava Correa.

Fonte: il cambiamento

URANIO IMPOVERITO: un militare italiano racconta le verità nascoste


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Lorenzo Motta è uno degli oltre tremila militari italiani ammalatisi per essere stati esposti all’uranio impoverito. Ecoblog – che nelle scorse settimane si era occupato dell’argomento riguardo alla situazione irachena e alla questione del poligono di Torre Veneri – lo ha intervistato. 

Tu ti sei arruolato nel 2002, poco più che ventenne. Puoi raccontarci a quali missioni hai preso parte e in quali Paesi? 

Sì, mi sono arruolato nel 2002. Le missioni da me effettuate sono state la Stanavformed(area mare Mediterraneo) con soste in Turchia, Grecia, Tunisia, Francia, Portogallo e Spagna occupandoci dell’antiterrorismo; la SNMG2 sotto l’egida della Nato, con la stessa operazione della precedente, ma sostando inoltre ad Algeri e Casablanca; la Enduring Freedom per la pacificazione del territorio afghano con zona di pattugliamento del mare arabico, subito dopo il canale di Suez. In quella missione ci siamo occupati anche di campagne umanitarie e contrasto alla pirateria sostando a Djbouti, al confine con Somalia, Bharein, El Manahma, Dubai, Salalah e Muscat.

In quale circostanza ti sei accorto che l’esercito italiano non utilizzava le stesse precauzioni dei corpi militari stranieri? 

Ci trovavamo a Djbouti per effettuare una campagna umanitaria ad un centro ecclesiastico italiano che si occupava di bimbi malati. Mentre i nostri alleati andavano protetti con maschere monofiltro e tute specifiche, noi italiani, a causa delle alte temperature, andavamo in calzoncini, maglia a maniche corte e scarpe in tela come un gruppo di boyscout.

Qual è stato il tuo iter terapeutico?

Mi sono sottoposto a 8 cicli di chemioterapia e a 35 sedute di radioterapia. Proprio in quel periodo ho saputo che sarei diventato padre. Questa notizia mi ha dato la forza per reagire e combattere contro la malattia. Un giorno, qualche tempo dopo la diagnosi, i carabinieri mi hanno consegnato una lettera della marina militare nella quale mi veniva notificata la riduzione del 50% dello stipendio per i successivi tre mesi e, dopo quella scadenza, la totale cessazione dei pagamenti a causa della non idoneità al servizio. È stato un momento difficilissimo: non avevo più i soldi necessari a pagare l’affitto e nemmeno quelli per pagare le visite mediche di mia moglie. Lo stesso giorno della nascita della mia primogenita, il 15 ottobre 2006, sono dovuto partire per Taranto dove, stranamente, ho superato la visita per diventare militare in servizio permanente effettivo. Successivamente sono stato nuovamente visitato ad Augusta e sono stato dichiarato non idoneo al servizio e congedato senza alcuna percentuale di invalidità.

E poi cosa è successo?

Nel novembre del 2008, arrivato l’impiego civile al Ministero della Difesa, mi sono visto costretto a chiedere delle trattenute per far fronte ai debiti che avevo contratto durante la malattia. Una volta trasferitomi in Piemonte, nel luglio 2010, ho ricevuto una comunicazione del Comitato di verifica per le cause di servizio nella quale mi si diceva che la malattia non era stata causata da fatti di servizio.  A quel punto ho spedito i miei campioni biologici al centro Nanodiagnostic di Modena: la mia biopsia ha evidenziato nanoparticelle di tredici diversi metalli nel mio corpo, nanoparticelle con le quali devo e dovrò convivere.

Quali altre azioni ha intrapreso?

Nel 2011 ho fatto richiesta di inclusione fra le vittime per il dovere alle quali va riconosciuto un vitalizio commisurato al grado di invalidità. Il 25 gennaio 2012 ho esposto il mio caso in Senato e mi è stato detto che ci si sarebbe occupati di questa questione. Attualmente attendo la fissazione dell’udienza al TAR Lazio, affinché venga annullata la valutazione che svincola la mia malattia dal rapporto di causalità con le missioni alle quali ho preso parte, ma c’è un cambiamento sull’evoluzione della definizione di vittima del dovere. Convocato dall’Ospedale militare di Torino per sottopormi a una visita, ho portato con me i documenti inerenti il mio linfoma e i documenti inerenti la contaminazione. Seduto davanti alla commissione, il Presidente ha preso i miei documenti e ha rifiutato la relazione che parla della contaminazione, dicendomi che Roma aveva richiesto di quantificare la percentuale d’invalidità solo sul linfoma e non sulla contaminazione affidandomi il 23% d’invalidità. Trasmesso il verbale dove viene citata la mia invalidità a Roma area SBA (Speciali Benefici Assistenziali), la stessa inoltra il tutto al Comitato di Verifica per l’azione di competenza. Purtroppo, appena tre giorni fa, ho saputo che lo stesso comitato si è espresso in maniera negativa in merito alla concessione dello status di vittima del dovere.

Sei entrato in contatto con altri militari ammalati? 

Sì, conosco ragazzi affetti da patologie oncologiche ai quali comunico la mia esperienza affinché non cadano negli stessi errori burocratici.

Sei stato in grado di capire dove sia avvenuta la contaminazione?

Ormai non si parla più di zone ma di intere aree contaminate e, sinceramente, la cosa che mi preoccupa è che anche in Italia si siano scoperte zone altamente contaminate come, per esempio, i poligoni della Sardegna. Sinceramente non ho la più pallida idea di dove possa essere avvenuta la mia contaminazione essendo un ex militare della Marina militare e sapendo che, ultimamente, nei fondali marini dell’arsenale di La Spezia sono stati trovati elementi tossici. 

Voi che tipo di protezione utilizzavate?

Noi militari Italiani nelle missioni all’estero non avevamo nessun tipo di protezione, eravamo solo delle persone mandate allo sbaraglio, senza nessuno che si preoccupasse della nostra salute. Eravamo totalmente inconsapevoli dei rischi che stavamo correndo.  Tanto per fare un esempio ricordo che le guardie sottobordo delle forze alleate avevano i normali giubbotti antiproiettile, noi, invece, ci limitavamo ai giubbotti antischeggia. 

Come procedono le cause di servizio dei militari ammalati?

Ultimamente un mio carissimo amico di Bari, al quale ho dato molti consigli per non essere infarinato dalla burocrazia e dalle istituzioni, ha saputo che gli è stata concessa la dipendenza da causa di servizio… Non basta: sono troppi i casi dimenticati e rifiutati dai tribunali militari, a differenza dei tribunali civili, che concedono risarcimenti che vanno dai 545mila ai 1,4 milioni di euro. 

Secondo te l’Uranio Impoverito viene ancora utilizzato nei conflitti in corso? 

Spero realmente che non si sia fatto più uso di Uranio Impoverito ma le notizie parlano di un’agente ancora più tossico dell’uranio denominato torio.

Recentemente si è parlato del ritrovamento di bossoli tossici nel poligono di Lecce. In passato aveva fatto discutere il poligono di Salto di Quirra, voi militari che informazioni avevate sulle armi utilizzate nei poligoni? Avevate notizie sull’utilizzo di munizioni all’uranio impoverito?

Essendo un militare della marina non frequentavo molto i poligoni, ma ti posso garantire che quando facevamo imbarco munizioni sulle unità navali mai nessuno ha parlato di uranio, tanto da farci imbarcare questi grandi bossoli con le mani protette soltanto da guanti in lattice.

Fonte: ecoblog