Tamara, la scollocata che consegna in bici le verdure dell’orto

Tamara lavorava in un grande supermercato: un impiego che non rispettava affatto la sua sensibilità e il suo stile di vita. Per questo motivo si è licenziata e ha iniziato ad aiutare i contadini locali consegnando i loro prodotti con una cargo bike. Oggi questo è diventato il suo lavoro! Avete mai visto per strada una tricicletta con una cassa di legno posta sulla parte anteriore, guidata da una donna? Normalmente si aggira tra le zone di Portogruaro, Fossalta e Concordia. Se vi è capitato non si trattava di una visione, ma di Tamara Marchese, che con il suo progetto Orti a pedali ha totalmente rivoluzionato la sua vita sia personalmente che professionalmente. Fino a pochi anni fa Tamara lavorava in un ipermercato della grande distribuzione che dopo un quarto di secolo ha iniziato a dare segni di cedimento; piuttosto che aspettare la chiusura dell’attività e rimanere in balia di una situazione poco promettente e poco chiara, Tamara ha deciso di uscirne e lasciare definitivamente la grande distribuzione. Già prima di intraprendere la sua nuova attività, seguiva una serie di principi e di valori che la portavano a preferire la frutta e la verdura del contadino e in generale tutti i prodotti che si potevano trovare a km 0.

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Lo starter vero e proprio dell’attività è nato un po’ casualmente: parlando con la Fattoria di Sara e Giulia, dalla quale Tamara si riforniva, le è stato proposto di consegnare dei prodotti nei pressi di Venezia. Aveva tempo, era senza lavoro, conosceva i fornitori e di conseguenza i prodotti che avrebbe consegnato. Perché non espandere il raggio di una fattoria a lei cara e non farne un’attività che si sposava con i suoi principi, i suoi valori e il suo stile di vita?

È iniziata così questa fantastica e indipendente avventura chiamata Orti a Pedali. Come prima cosa Tamara ha cercato la tricicletta, il suo segno distintivo per le consegne; il passaparola è stato il primo mezzo con il quale ha iniziato a farsi conoscere per creare poi il suo sito, nel quale potete trovare tutti i dettagli della sua attività. Per riuscire a ottimizzare il suo servizio e coprire una fascia più estesa di territorio ha diviso le giornate di consegna per zone: il lunedì e il giovedì consegna frutta e verdura a Portogruaro e il mercoledì e venerdì Concordia, Sagittaria e Fossalta. Il sabato è la giornata dedicata alla consegna del pane (fatto al forno a legna con il lievito madre) e della pasta. Le fattorie dalle quali si rifornisce usano la metodologia della lotta integrata, ovvero una coltivazione che mira a ridurre se non a eliminare l’uso di pesticidi chimici; per Tamara è importante sottolineare che quello che consegna è quello che mangia la sua famiglia, motivo per il quale tutti i prodotti sono freschi ed assolutamente certificati nel rispetto di una procedura di coltivazione il più sana ed ecosostenibile possibile.

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Ormai la sua attività è attiva da novembre e nel corso di questi mesi il suo giro di clienti è in costante aumento. Con sua piacevole sorpresa si sta accorgendo che c’è tantissima gente aperta e ricettiva rispetto a una scelta di vita diversa da quella che ci viene imposta e pubblicizzata: la differenza si può farla scegliendo più consapevolmente i prodotti che ogni giorno mettiamo sulla nostra tavola e nel nostro corpo. Con il tempo il suo desiderio è ampliare l’offerta dei suoi prodotti ed estendere la consegna anche dei detergenti sfusi, prodotti naturalmente, per trasmettere chiaro e forte un messaggio che di questi tempi più che mai è necessario: «Vorrei che la persone comprendessero che si può vivere consumando meno, più consapevolmente: a Km 0 e impatto 0», dice. È vero che per questo stile di vita ci vuole del tempo e un vero ricambio di abitudini. Ora il tempo ce l’abbiamo, anche solo per informarci, guardare altrove, cucinare, andare dal contadino e scegliere altro. Siamo obbligati ora ad avvicinarci a uno stile di vita che per molti è sconosciuto e quasi soffocante, eppure più lento, più rispettoso dei nostri tempi e dei nostri bisogni e sicuramente più ecosostenibile. Chissà cosa può succedere una volta che lo si sperimenta…

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/03/tamara-scollocata-consegna-bici-verdure-orto/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Riciclo in sofferenza, Ronchi: ‘Serve decreto d’urgenza, poi contributi dalla grande distribuzione e nuovi impianti’

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L’ex ministro avanza diverse proposte per affrontare i problemi della filiera: “Serve un provvedimento d’urgenza perché vi sono tante nuove attività di riciclo che non possono partire, servono poi altre misure mirate alla crescita delle raccolte differenziate e dalla crescente Forsu”. Gli impianti di trattamento e i centri di stoccaggio sono ormai saturi. Non c’è più spazio dove collocare i rifiuti. Sulla situazione pesa anche la chiusura decisa dalla Cina che dall’inizio del 2018 ha stretto notevolmente i requisiti per i rifiuti provenienti dall’estero, in particolare la plastica. Un altro fattore che gli addetti ai lavori sottolineano è la preoccupazione per gli ostacoli normativi, rappresentati dalla mancanza dei decreti “End of Waste”. Un materiale ottenuto dal riciclo dei rifiuti perde la qualifica di rifiuto e viene classificato come materia prima secondaria da immettere nuovamente nel processo produttivo. Una sentenza del Consiglio ha aperto un vuoto normativo, stabilendo che spetta allo Stato (e non la Regione), attraverso il Ministero dell’Ambiente, valutare le diverse tipologie di materiale e rilasciare l’autorizzazione se la sostanza ottenuta dal trattamento e dal recupero del rifiuto soddisfa le condizioni stabilite dalla legge. A tutto ciò si aggiunge il problema degli incendi negli impianti, vera e propria emergenza nazionale, su cui il ministro Sergio Costa ha da poco dichiarato un maggiore impiego delle forze dell’ordine. Di tutti questo abbiamo parlato con Edo Ronchi, già ministro dell’Ambiente e una delle massime autorità in materia di rifiuti in Italia, che ci ha anticipato i messaggi di apertura che – in qualità di presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – condividerà a Ecomondo, a Rimini, durante gli “Stati generali della Green Economy”.

L’anno scorso l’avevamo intervistata a Rimini e ci aveva detto che “i decreti End of Waste in varie filiere tardavano ad arrivare” rischiando di lasciare i discorsi sull’economia circolare “solo chiacchiere”. Un anno dopo cos’è cambiato?

Il pacchetto di nuove Direttive europee sui rifiuti ed economia circolare non è più solo una proposta in discussione, ma si è tradotto in Direttive approvate e in fase di recepimento anche in Italia. L’IPCC ha pubblicato il Rapporto speciale sullo scenario di 1,5%  che sollecita impegni più stringenti di riduzione dei gas serra e che dovrebbe essere tenuto presente anche per il Piano energia e clima in fase di definizione in Italia. Si è svolta a settembre la 1° Conferenza nazionale delle green city a Bologna che ha proposto linee guida interessanti e innovative che potrebbero alimentare una maggiore spinta in direzione green anche delle città. A livello europeo, con nuovi limiti più stringenti alle emissioni delle autovetture, e nelle Regioni della pianura padana, con divieti di circolazione alle auto più inquinanti, si è data una  nuova spinta alle iniziative per la mobilità urbana  sostenibile, in particolare alla diffusione delle auto elettriche e dei biocarburanti. È in corso un dibattito per la ridefinizione, a livello europeo e nazionale, della nuova Politica Agricola Comune (PAC) con un rilevante rafforzamento degli indirizzi green. Direi quindi che le novità sono tante e molto importanti.

Nonostante tutte queste novità non ci sono abbastanza impianti di trattamento e le frazioni raccolte separatamente non riescono a trovare la giusta collocazione sul mercato. Può spiegare la sua proposta per superare l’evidente crisi nella gestione dei rifiuti? Esattamente che cosa dovrebbe prevedere il Decreto Legge di cui parla nel suo articolo pubblicato qualche settimana fa?

Serve un provvedimento d’urgenza, un decreto legge, perché vi sono, in diverse filiere di rifiuti, tante nuove attività di riciclo che non possono partire perché manca un’autorizzazione End of Waste che le Regioni, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, non possono più rilasciare. Mi pare che una bozza di tale decreto circolasse già al Ministero dell’ambiente: attribuiva alle Regione l’applicazione dei criteri End of Waste europei caso per caso, anche se non regolati da specifici decreti nazionali o da regolamenti europei. Servono poi altre misure mirate per affrontare alcuni problemi generati dalla crescita delle raccolte differenziate: un sistema di tariffe che premi quantità e qualità delle raccolte differenziate; un contributo a carico dell’industria alimentare e della grande distribuzione per alleggerire il peso sulle bollette della crescente quantità di Forsu raccolta e trattata, e per favorire investimenti in nuovi impianti o adeguamenti di quelli esistenti per la produzione di compost di qualità e di biometano, nonché per alimentare la filiera promettente della bioeconomia rigenerativa; servono autorizzazioni e investimenti per nuovi impianti che industrializzino nuove tecnologie già disponibili per il riciclo di alcune plastiche miste, difficili e costose da riciclare meccanicamente, con produzione di virgin nafta, di metanolo e di  idrogeno. Non basta contrastare l’usa e getta, occorre inoltre incentivare una maggiore riciclabilità e, ove possibile, anche la riutilizzabilità degli imballaggi e rendere meglio tracciata e garantita la raccolta e quindi la gestione legale dei Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) che in quantità elevate spariscono in gestioni non controllate. La sede propria per queste misure potrebbe essere il decreto legislativo di recepimento delle nuove direttive che potrebbe essere in Gazzetta entro il prossimo anno

Soluzioni le sue che sembrano in linea con le direttive europee sull’economia circolare, ma anche con la strategia sulla bioeconomia, da poco aggiornata dall’UE. Altri propongono invece soluzioni differenti, espresse a più riprese in alcuni articoli del Sole 24 ore, che sembrano spingere verso l’incenerimento dei rifiuti. Cosa ne pensa? 

Senza una gestione circolare dei rifiuti non si interrompe il modello lineare dell’economia e non si avvia un suo cambiamento. Se si continua a pensare alla discarica e agli inceneritori come soluzione della gestione dei rifiuti, il modello non cambia. Lo smaltimento in discarica invece può e deve essere quasi azzerato (come già avviene in Germania) e l’incenerimento dovrebbe essere fatto solo al servizio del riciclo, per quelle quote di rifiuti che residuano dai processi di riciclo e che non sono ulteriormente riciclabili. Ovviamente questo è il modello circolare di riferimento, per arrivarci c’è da gestire una fase transitoria. Ma mai questa fase transitoria dovrebbe essere invocata per tornare indietro, all’incenerimento di massa, a grandi quantità di rifiuti urbani inceneriti come soluzione finale, ma solo guardando avanti nell’attuazione delle priorità e degli obiettivi della gestione circolare dei rifiuti.

Ci può anticipare qualcosa sui messaggi con i quali aprirà i lavori degli Stati Generali della Green Economy ad Ecomondo?

Il primo messaggio, rivolto al nuovo Parlamento e al nuovo Governo, conterrà le sette proposte  prioritarie della green economy italiana, elaborate con un dibattito partecipato e approvate dal Consiglio nazionale della green economy formato da ben 66 organizzazioni di imprese. Il secondo è quello principale della Relazione sullo stato della green economy del 2018 che sarà presentata, anche quest’anno, agli Stati generali e focalizzerà l’attenzione a non sottovalutare i potenziali di nuovo sviluppo e di nuova occupazione delle green economy italiana, investendo in dieci misure fattibili, utili e ben individuate.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

La Louve: la food coop francese che fa tremare la GDO

Il regista del documentario Food Coop, l’americano Tom Boothe, è anche uno dei fondatori del primo supermercato autogestito in Europa. Si tratta di La Louve, la cooperativa parigina dalla quale hanno preso spunto diverse esperienze simili in Francia, in Belgio e anche in Italia. Ecco come funziona. Tom Boothe, il regista del documentario Food Coop, ci aveva già parlato della storica esperienza di Park Slope a New York, il supermercato cooperativo dove i clienti sono anche soci e gestori. Tom tuttavia non si è limitato a raccontare questo modello, ma l’ha esportato nel Vecchio Continente. Arrivato a Parigi, ha contribuito a fondare La Louve, la prima food coop europea, sulla scia della quale ne stanno nascendo molte altre.

Questa bella energia quindi non è solamente americana?

Anche i francesi ce l’hanno! Quando avete l’occasione di fare qualcosa, fatelo! Non ci sono che due o tre americani alla Louve, il resto sono francesi. Dei francesi pragmatici.

Questo modello di cooperazione esisteva già in Francia?

In Francia esiste una tradizione di cooperative di consumatori fin dal XIX secolo. A questo si aggiunge l’aspetto partecipativo. Non sono una novità: gli asili parentali e il noleggio di camper tra privati creato dalla Maif negli anni ’30 funzionano allo stesso modo. La novità è che si applica questo modello a un supermercato. Talvolta le persone mi chiedono: «Ma questo distrugge le imprese?». Mi piace questa domanda. Con la Park Slope Food Coop non è stata distrutta una sola impresa. Neanche una, perché a differenza degli altri supermercati le persone non la scelgono per la vicinanza, ma perché piace. C’è quindi interesse intorno al progetto. E, dal momento che le persone giungono da qualunque parte, sarebbe falso affermare che non si prenda una parte del giro d’affari dei supermercati vicini, ma questo effetto è molto più attenuato di quello che sembra.louve2

Quindi si può dire che abbia una ricaduta positiva sul tessuto sociale locale?

Ci sono molti aspetti positivi dal punto di vista economico. La Park Slope ha creato 80 posti di lavoro e gli impieghi proposti dalla Coop non sono dei lavori “di merda” (tempo determinato, turni scomodi, salari al minimo). Il salario iniziale alla Park Slope corrisponde a tra volte il salario minimo sindacale dello stato di New York, con alcuni vantaggi che hanno gli amministratori delegati negli Stati Uniti (vacanze, pensione, assicurazione sanitaria). Si inizia con due settimane di ferie pagate e si arriva a cinque settimane. Queste condizioni sono quasi inesistenti negli Stati Uniti. Il trattamento dei lavoratori fa parte integrante del modello. Mi sono chiesto: in che modo le persone senza molti soldi possono accedere a cibi di qualità senza aspettare una rivoluzione che non si farà domani? L’effetto economico positivo per i membri de La Louve, come per i membri della Park Slope è il risparmio sui prezzi. Si stima che una famiglia tipo risparmierà 250 $ al mese. Se 17000 persone in media risparmiano 3000 $ all’anno, con i soldi risparmiati non si creano nuovi posti di lavoro? Voi aprite La Louve, che ha una superficie di 1450 metri quadrati: cominciate alla grande! È molto importante: ci sono altre piccole esperienze come questa negli Stati Uniti, a Brooklyn, nel Montana… ma non vanno avanti bene perché sono troppo piccole. È logico se ci pensi: se chiedi alle persone di impiegare tre ore al mese a lavorare nel supermercato, le stesse persone si aspettano in cambio che il loro supermercato offra loro una grande varietà di prodotti. Ma se si comincia in piccolo, le persone faranno forse un terzo dei loro acquisti lì e saranno obbligate ad andare in altri supermercati per completarli. C’è una fase nella militanza dove le persone restano impegnate, ma finiscono per andarsene quando la strada diventa troppo complessa.

Come si dividono i gruppi di lavoro a La Louve ?

I compiti principali sono la cassa, la manutenzione, l’accettazione delle consegne, il confezionamento dei prodotti, il taglio dei formaggi, la divisione in piccole quantità degli alimenti per metterli nei sacchetti, le pulizie, un poco di amministrazione, l’area bambini, l’informatica. A La Louve si fa tutto in sede. Negli altri supermercati occorre contabilizzare alla casa madre tutto quello che fanno gli intermediari. Alla Park Slope, come a La Louve, i salariati si occupano dell’amministrazione (acquisti, contabilità, gestione dei soci e tutto quello che riguarda la gestione finanziaria) e i soci si occupano dei compiti descritti.louve3

Vi viene richiesta una consulenza per altri progetti simili?

Sì, spesso. In Francia adesso ci sono sei o sette progetti e siamo spesso contattati. Recentemente ci ha chiamato una coop svizzera. Recentemente abbiamo incontrato dei gruppi di Toulouse, Bordeaux, Bayonne e condividiamo con loro tutto quello che abbiamo imparato.

È stata emozionante l’apertura de La Louve ?

Non tanto per l’inaugurazione, quanto per la speranza che possa funzionare. In questo momento a La Louve si avverte un’atmosfera molto eccitante. Affinché funzioni, è necessario che tremila persone si impegnino regolarmente nei prossimi due anni. Però partiamo da solidi punti fermi: abbiamo quasi 2400 membri, ciascuno di loro ha già versato 100 € e si è impegnato a lavorare tre ore. Abbiamo uno spazio bellissimo e i nostri prezzi sono convenienti.

Si può dire che la food coop è una brutta notizia per il capitalismo?

Non se ne è mai parlato in questi termini. Io ne ho parlato un poco, ma non ho alcun problema con le strutture a scopo di lucro gestite da persone oneste. Al contrario, non mi piace lasciare la mia alimentazione nelle mani dell’agro-business, per cui la qualità della nutrizione importa solo in funzione dei soldi che guadagna. È un sistema che non funziona. Avviene lo stesso nella sanità: se il sistema è ben fatto, non sono i soldi a dettare legge. Ci sono alcuni esponenti del Partito Repubblicano alla Park Slope, che sono molto conservatori, ma ne fanno parte. È una buona cosa. Quindi anche noi, me compreso, siamo tutti di idee politiche diverse. In altre parole, più ti concentri sui dettagli pragmatici, più agisci concretamente per il cambiamento. Non si passa molto tempo sui grandi sistemi, come cambiare il mondo e così via. Si devono solo definire le cose da fare veramente e concretamente: questa è una cosa che la sinistra ha perso, secondo me.

Questo modello può cambiare il mondo?

È talmente poco quello che si fa. Secondo me, se non si contrasta lo scarto della distribuzione della ricchezza nel mondo, la nostra Coop resterà un fenomeno marginale. Quello che fa ha un senso, ma ha probabilmente poco impatto su questo squilibrio e questo è un grosso problema, come si può leggere nell’intervista di uno dei fondatori: «Questo progetto mi piace perché c’è del reale: ciascun membro acquisirà nuove abitudini. Non idee, ma abitudini democratiche. Dire: “posso cambiare le cose”. Questo implica delle discussioni con gli altri e si comincia a prendere coscienza dei cambiamenti. Le persone si domandano: “perché non funziona così dappertutto?”». Con la Coop diventi esigente, il quadro cambia completamente, quando tutte le nostre abitudini, le nostre aspettative, i nostri ritmi sono influenzati dal consumismo. Si parla molto di educazione popolare a La Louve. Il fatto più importante è che con il nostro sistema posso permettermi di comprare prodotti di buona qualità con il mio reddito, cosa che per me prima non era ovvia. E questo significa che, a poco a poco, diventerà la norma. Ti abitui a questi gusti, che non sono industriali né attenuati, questo è un grande problema. A livello di gusto tutto è ormai diluito. Ma se ti abitui a una alimentazione di buona qualità, sarai abituato al vero gusto. E poi resterai esigente per tutta la vita ed è questo genere di supermercato che può profondamente cambiare il rapporto della nostra società con il consumo.louve1

LA LOUVE

Per la prima volta in Francia, migliaia di persone si uniscono per realizzare un supermercato collaborativo. Non un negozietto, ma un grande supermercato in un quartiere popolare di Parigi, dove ognuno partecipa attivamente in cambio di alimenti di qualità a un prezzo abbordabile. Per partecipare a La Louve e potervi accedere per gli acquisti, occorre investire 100 € e impegnare tre ore al mese come volontari. Chi ha un reddito minimo sociale può parteciparvi con soli 10 €. Questo investimento è rimborsabile per qualunque socio decidesse di uscire dalla cooperativa. Ma la porta non è mai chiusa e durante gli orari di apertura ci sarà sempre qualche socio a disposizione dei curiosi! La Louve propone ai propri soci un’alimentazione di qualità a basso prezzo (dal 15% al 40% in meno rispetto alla grande distribuzione), ma non è tutto. Come in qualsiasi altro supermercato, vi si possono trovare anche prodotti non alimentari, ad esempio per l’igiene e la pulizia o per i piccoli lavori fai da te (lampadine, pile). La lista dei prodotti è destinata ad allungarsi in base alle richieste dei soci della cooperativa e agli acquisti. La Louve non avrebbe mai potuto esistere senza il modello della Park Slope Food Coop, una cooperativa nata in un quartiere di New York quarant’anni fa, che oggi vanta oltre 17000 soci che gestiscono insieme un supermercato di 1000 metri quadri, aperto dalle 8 alle 22, 365 giorni l’anno. Da cinque anni i soci e i dipendenti di Park Slope sono al nostro fianco per condividere con noi le loro esperienze e aiutarci con la nostra. Food Coop, il documentario sulla Park Slope Food Coop girato da Tom Boothe, uno dei soci fondatori di La Louve, rivela come si è potuto concretizzare questo incredibile esempio di cooperazione, una delle esperienze sociali più riuscite negli Stati Uniti.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/la-louve-food-coop-francese-fa-tremare-gdo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Elena, un anno senza supermercato

Pochi giorni fa la nostra giornalista di redazione Elena Tioli ha festeggiato un anno senza mettere piede in un supermercato. Da intervistatrice ad intervistata, è lei a raccontare oggi la sua esperienza lontana dalla grande distribuzione. «Non andarci mi fa stare bene. So da dove arriva quello che mangio e come vengono fatti i prodotti che utilizzo. Mi piace decidere in che tasche far finire i miei soldi, evitando di finanziare multinazionali e, nel mio piccolo, dando una mano a forme di produzione alternativa, più sostenibile e giusta».elena01

E’ lei a raccontare e a scrivere dalle colonne de Il Cambiamento la maggior parte delle storie di chi ha avuto il coraggio di cambiare vita, lavoro e stile di vita. Classe 1982, modenese di nascita ma romana di adozione, Elena Tioli è entrata a far parte della redazione del nostro giornale nel 2015, anno in cui aveva già iniziato il suo percorso di cambiamento: vivere senza entrare in un supermercato. Un cammino che racconta quotidianamente nel suo blog, Vivi Come Mangi, e che oggi prende vita sotto forma di intervista, esattamente nel giorno del suo primo “anniversario”.

Elena, il 2 gennaio 2016 hai festeggiato un anno senza entrare in un supermercato. Com’è nata questa idea?
Ero in un supermercato a Palma di Maiorca e camminavo per le corsie. Ad un certo punto, mi è caduto l’occhio in uno di quei grandi contenitori frigo per la carne: c’erano dei maialini interi, piccoli, perfettamente integri, con gli occhi chiusi, sottovuoto. Non mi era mai capitato in Italia di vedere niente del genere. Sembrava dormissero. Lì per lì ho pensato all’assurdità di quella situazione, ai danni collaterali che scaturiscono dal semplice gesto del consumare. Ma, soprattutto, ho pensato a quanto le nostre piccole scelte economiche possano influire sull’intero sistema. Sono profondamente convinta che, più di qualsiasi voto o protesta, le cose si cambino quotidianamente al supermercato e a tavola, senza aspettare interventi dall’alto e senza delegare a terzi le nostre responsabilità. Così mi sono detta: “Perché non fare qualcosa di davvero concreto?”. E nel mio piccolo ho deciso di farlo.

Nella quotidianità pratica, quali sono stati i tuoi primi passi? E quali le difficoltà che hai incontrato?
Ovviamente ho dovuto rivedere un po’ le mie abitudini. Non andare al supermercato per me ha significato, innanzitutto, boicottare le multinazionali, i prodotti inutili, quelli tossici per la salute e per l’ambiente, quelli a lungo chilometraggio e con tanti imballaggi, quelli confezionati in condizioni di lavoro discutibili. Quindi, tutta la mia vita, che fino a qualche anno fa si sarebbe potuta definire da “perfetta consumatrice”, da gennaio è stata rivoluzionata. All’inizio non è stato facile; comprando prevalentemente tramite il gruppo d’acquisto solidale o online ho dovuto imparare a fare i conti nel medio-lungo periodo, imparare come conservare gli alimenti, destreggiarmi nell’autoproduzione (questa sconosciuta!) e a tamponare l’emergenza. Se una sera ti capitano amici a cena, come si fa? Per fortuna s’impara in fretta. E, anche grazie al felicissimo incontro con il Movimento della Decrescita felice di Roma e con alcune streghette dell’autoproduzione come Lucia Cuffaro e Stefania Rossini, questo modo di fare e di vivere ben presto è diventato davvero la norma. E non solo per il cibo.

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Capitolo spesa alimentare: come ti organizzi? E cosa compri?

Sulla spesa alimentare la cosa che più mi ha aiutata è stato il Gas, il Gruppo d’acquisto solidale con cui compro quasi tutto. Ogni settimana arriva verdura e frutta naturale e a chilometro zero. Saltuariamente si ordinano i prodotti di più lunga conservazione come pasta, riso, farina e molto altro ancora. Per altre cose e per le emergenze mi rivolgo ai negozi dove si acquista sfuso. Questi negozi sono ricchissimi di materie prime, alimenti, prodotti per l’igiene, spezie etc. che, però, vengono venduti sfusi: si porta da casa il contenitore che di volta in volta viene riempito così da ridurre tantissimo i rifiuti e l’impatto ambientale di ciò che acquistiamo. Poi ho riscoperto i mercati e i piccoli negozietti (scelti sempre con molta cura e a seconda di cosa offrono). Cerco di evitare i prodotti confezionati, raffinati, già pronti, ricchi di conservanti e i derivati animali. Questa non è una questione strettamente legata all’andare o meno al supermercato. Lo faccio per me e per l’ambiente. Sicuramente la decisione che ho preso mi ha costretto a prediligere le materie prime e a non sprecare ma anche a riscoprire cibi, prodotti e metodi che prima non consideravo e di cui ora non potrei fare a meno.

E per quanto riguarda i beni per l’igiene personale e della casa?

Tasto dolente! Io adoravo comprare shampoo e bagnoschiuma profumati ed economici! Per non parlare di creme, profumi, balsami… insomma il peggio del peggio. Un mix di sostanze chimiche, sintetiche e derivati dal petrolio. Ora faccio tutto con un buon sapone di Aleppo, saponette naturali, deodorante autoprodotto o allume di potassio. Da mesi ho iniziato ad utilizzare la coppetta mestruale, un ottimo acquisto di 22 euro che ha ridotto quasi a zero l’impatto ambientale – nonché economico – del mio ciclo. Per la casa ho scoperto che con tre magici prodotti si possono fare tantissime cose: acido citrico (brillantante, anticalcare e ammorbidente), aceto (per pulire e disinfettare vetri e superfici), bicarbonato (per fare detersivi, deodoranti e pulire il forno). Insomma, un risparmio non da poco: economico, ecologico e per la salute.

Domanda secca. I supermercati son tutti da evitare o salvi qualcosa?

Più che i supermercati è da evitare tutto ciò che vi si trova dentro e la mentalità per cui esistono: sono da buttare gli imballaggi e i conservanti, i chilometri percorsi dalle merci da una parte all’altra del mondo, la disposizione dei prodotti sulle scaffalature pensata apposta per indurti a comprare in eccesso, l’idea del consumo compulsivo come stile di vita. E’ da buttare il superfluo, il dannoso e l’inutile.

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Quanto risparmio economico si può quantificare?

Di certo quest’anno ho messo da parte un po’ di soldini, cosa che prima raramente mi capitava, ma non so dire una cifra precisa. Per farti qualche esempio: un litro di ammorbidente (brillantante o anticalcare) mi costa sui 20 centesimi, un deodorante 30 centesimi, il pane per una settimana, fatto in casa con farina integrale e pasta madre, sui due euro. Ma, soprattutto, credo sia stato l’ambiente a guadagnarci di più. Prima di intraprendere questo percorso, una delle cose che odiavo maggiormente era svuotare i cesti dell’immondizia: erano sempre pieni di plastica, carta, imballaggi, cose inutili. Ora non si riempiono mai. Sono lì, quasi sempre vuoti, a ricordarmi che basta poco per ridurre davvero il nostro impatto ambientale, la nostra impronta ecologica e il nostro insano egoismo. Certo, da sola non farò la differenza… ma pensa se, oltre a me, nel 2016 portassero avanti lo stesso proposito in altri dieci, cento, mille?

Per adottare questo stile di vita, c’è bisogno di molta informazione. Tu ti occupi di comunicazione e vivi a Roma dove puoi trovare di tutto. Ma una persona comune, che vive in provincia e che voglia cambiare stile di alimentazione si può trovare in difficoltà. Tu cosa le consiglieresti?

In realtà, io vivo a Roma solo da qualche anno e per esperienza personale posso dire che uno stile di vita più sostenibile nei piccoli paesi potrebbe essere ancora più facile. In campagna si può acquistare direttamente dai contadini o magari farsi un orto. In questi posti si conoscono ancora le antiche tradizioni e imparare l’arte del saper fare è ancora alla portata di chiunque. Nei luoghi in cui ci si conosce tutti dovrebbe essere più facile organizzarsi in gruppi di acquisto, dividere le spese e i mezzi. Ovviamente, certi percorsi non sono fattibili da tutti ed è un bene che sia così: ognuno sceglie la propria strada e i propri modi. Ma non credo che il piccolo paese o l’età siano una scusante per non praticare un vivere più sostenibile. Non so chi ha detto che “nell’era dell’informazione, l’ignoranza è una scelta”, comunque sono d’accordo.

 

Fonte: ilcambiamento.it

Spreco alimentare, in Francia si pensa al divieto per la Grande Distribuzione

In Francia si pensa a una legge che vieti alla Grande Distribuzione di gettare l’invenduto e la obblighi a donare gli alimenti ancora consumabili. La Francia sembra di fronte a un punto di svolta per quanto riguarda le politiche di contrasto allo spreco alimentare per il quale il Parlamento Europeo, nel 2012, ha fissato un traguardo per il 2025: dimezzare il cibo sprecato. La buona volontà, i consigli alla popolazione e anche il Patto nazionale anti-spreco del 2013 non sono sufficienti e se si vuole ridurre il problema occorre fare un salto di qualità e mettere ciascuno di fronte alle proprie responsabilità, dal produttore agricolo fino al consumatore, passando attraverso i trasformatori e i distributori. In Francia il cibo che finisce ogni anno nella spazzatura è quantificato fra i 20 e i 30 chilogrammi pro-capite, ma si sale a 140 kg a persona se si estende la statistica a tutta la filiera alimentare. Insomma il consumatore è soltanto il terminale di una filiera che – pro-capite – spreca fra i 110 e i 120 chilogrammi di cibo. Una quantità enorme, uno sperpero inaccettabile eticamente, economicamente ed ecologicamente per un mondo che continua a misurare in centinaia di milioni gli affamati che popolano il pianeta. Secondo l’Agence de l’environnement et de la maîtrise de l’énergie (Ademe) il valore del cibo sprecato è di circa 159 euro per anno e per persona, vale a dire fra i 12 e i 20 miliardi di euro l’anno soffermandoci sulla Francia. Cosa fare? Il deputato Guillaume Garot è il deputato scelto dal premier Manuel Valls per risolvere il rompicapo. I capisaldi del contrasto allo spreco alimentare dovrebbero essere due:

1) il divieto di gettare gli alimenti per la grande distribuzione. Si tratta di un divieto legittimo perché esiste un ventaglio di alternative per evitare lo spreco. Si tratta di un incentivo a gestire meglio i propri stock e, in seguito, a valorizzare l’invenduto sia sotto forma di dono che per l’alimentazione animale o per la produzione di energia (come si sta iniziando a fare in Sicilia con il pastazzo, per esempio;

2) l’obbligo di regalare gli alimenti invenduti se ancora consumabili. In questo caso ci sono numerose associazioni caritative che si possono occupare della distribuzione del cibo invenduto ai meno abbienti. Le associazioni non dovranno più occuparsi di separare ciò che è consumabile da ciò che non lo è perché a questo provvederanno direttamente le catena di Gdo.

C’è poi la questione del “blocco culturale” della “doggy bag” quando si va al ristorante. Garot spera che ci si impegni anche per far crollare questo tabù in ristoranti, fast food e self service. Lo spreco alimentare è un lusso del passato che l’Occidente sperperatore non si può più permettere e in Francia sembrano averlo già capito.159252467-586x390

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Rifiuti. Cosa fa la grande distribuzione italiana per ridurre a monte i rifiuti?

Dondi della Coop Estense di Ferrara: “Non si capisce perché in questo paese il dentifricio si vende in un contenitore di carta?”. Focus alla Fiera del Levante per spiegare cosa può fare la grande distribuzione italiana per ridurre a monte i rifiuti. Dalle attività di studio per ridurre gli imballaggi e alla donazione dei prodotti in scadenza. La creazione del “prodotto marchio”

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Cosa può fare la grande distribuzione italiana insieme al settore della produzione e della trasformazione, per ridurre a monte i rifiuti? Lo ha spiegato Mirco Dondi, vicepresidente della Coop Estense intervenuto alla 78° Fiera del Levante a un convegno organizzato dall’assessorato della Regione Puglia in qualità di relatore.  «Il sistema coop Estense rappresenta una delle più importanti catene nazionali nel nostro territorio e da questo punto di vista proprio la politica aziendale per noi è una realtà che si sviluppa sia a livello nazionale, con grandi direttrici (e il marketing è una delle leve che fa sì che aumenti la sensibilità ambientale), sia a livello territoriale per quanto riguarda le singole cooperative.
La prima riflessione è legata alle politiche di sensibilizzazione. Non è possibile soltanto affidarsi a tecnologie e ai sistemi contabili, se non conquistiamo i cittadini questa battaglia avrà sempre risultati assolutamente deludenti.
La seconda è quella relativa invece alla nostra azione del “non spreco” e quindi un’azione che di fatto sottrae prodotti che sono destinati al compattatore. Alcuni prodotti vengono ritirati prima della scadenza e devoluti con azione di donazione. Sono 2500 le famiglie che ricevono prodotti con questa pratica. Questa azione rappresenta una delle attività di cui andiamo più orgogliosi, essendo noi da questo punto di vista fautori di questa pratica dal 1999.
L’obiettivo per la nostra azienda è la realizzazione del “prodotto marchio” . Il ragionamento di fondo è questo: è necessario pensare non solo al contenuto, ma anche al contenitore e al processo tecnologico-industriale che accompagna appunto la formazione di questi beni. Se non abbiamo attenzione su questi tre stadi fondamentalmente non abbiamo la riduzione dei consumi voluta. Per questa ragione il tema vero è stato quello di introdurre con grande rilevanza un’attività di studio e di verifica su come ridurre gli imballaggi. Non si capisce perché in questo paese il dentifricio si vende in un contenitore di carta, io non so se qualcuno di voi usa mai il contenitore di carta la mattina. Anche questa cosa banale c’è voluto anni per portarla nei supermercati. Quindi il contenitore è l’elemento fondamentale. Noi dal 2007 vendiamo detergenti sfusi, faccio solo un esempio per quanto riguarda la nostra catena coop estense, questo dato conduce a non portare al compattatore circa 500 mila flaconi, questo è un dato rilevante da questo punto di vista. Qual è il beneficio che ha il consumatore? Ha uno sconto del 10-20% sui prodotti e ha di conseguenza l’onere di portarsi il contenitore ogni volta per farlo riempire di questo materiale.
Seguire tutto il processo produttivo, infine, è fondamentale. Se vogliamo merci e servizi sotto il profilo ecologico di qualità, noi dobbiamo aver un grande senso di unità tra chi produce e chi distribuisce, quindi la nostra grande attenzione per esempio è legata a tutte le norme comunitarie. Noi scegliamo fornitori che siano in grado di rispettare assolutamente questi protocolli che sono certificati e che siano un elemento di garanzia per quanto riguarda i prodotti».

Fonte: ecodallecitta.it