Golfo del Messico, a fuoco piattaforma petrolifera Abkatun

L’incidente è avvenuto sulla piattaforma permanente Abkatun nella baia di Campeche, nel Golfo del Messico. Da diverse ore i vigili del fuoco e decine di soccorritori stanno combattendo contro un vasto incendio scoppiato sulla piattaforma petrolifera permanente Abkatun, sita nella baia di Campeche, nel Golfo del Messico: secondo quanto riporta l’agenzia Reuters la piattaforma è di proprietà della compagnia messicana Pemex.

A dare la notizia, su Twitter, è stata la stessa multinazionale:

Petróleos Mexicanos        ✔ @Pemex

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Estamos atendiendo incendio que se suscitó hoy en la madrugada en la plataforma Abkatun Permanente en la Sonda de Campeche

16:07 – 1 Apr 2015

La Abkatun si trova proprio sopra il maggiore giacimento di greggio del paese: secondo la multinazionale Pemex sono circa 300 i lavoratori che hanno lasciato la piattaforma dopo l’esplosione dell’incendio, questa notte, e otto imbarcazioni antincendio hanno contrastato le fiamme. La multinazionale Pemex ha spiegato, in una nota, che l’Emergency Response Plan Pemex, scattato immediatamente, ha permesso l’evacuazione di circa 300 lavoratori trasferiti ad altre piattaforme nella zona. L’incendio sarebbe divampato nella zona cosiddetta “dehydration and pumping area” della piattaforma ma non è ancora chiara la causa. Dalla piattaforma si pompano (dato 2013) 300mila barili di greggio al giorno, ma i delegati di Pemex non hanno saputo ancora chiarire se il giacimento e la produzione siano compromessi. Secondo Pemex sono 4 i lavoratori morti in seguito all’incendio sulla piattaforma, uno di loro era dipendente di un’azienda di nome Cotemar, che per conto di Pemex offre servizi petroliferi offshore (ristrutturazione, manutenzione, trasporto marittimo delle piattaforme). Sarebbero invece 46 i feriti, due dei quali in gravi condizioni trasportati al General Hospital a Città del Carmen. Negli ultimi anni la compagnia messicana Pemex sembra essere piuttosto perseguitata dalle disgrazie: nel 2013 un’esplosione al quartier generale uccise 37 persone mentre un anno prima 26 persone morirono in seguito all’esplosione di un deposito di gas gestito dalla società.golfo

(in aggiornamento)

Fonte: ecoblog.it

Marea nera, le bugie di BP nel processo sul disastro della Deepwater Horizon

Guerra di numeri al Tribunale di New Orleans. E i partner Halliburton e Transocean cercano di scaricare tutta la responsabilità dell’incidente sulla British Petroleum162642092-586x416

Il conto da pagare potrebbe essere salatissimo, anche se il danno fatto all’ambiente, nel Golfo del Messico, resta e resterà insanabile. Il processo per l’incidente alla Deepwater Horizon sta entrando nella fasi conclusive, quelle che potrebbero far sborsare alla British Petroleum un maxi-risarcimento di 18 milioni di dollari. L’avvocato di parte civile Brian Barr non ha usato perifrasi affermando che BP ha detto “bugie integrali” sulle conseguenze del disastro ambientale del 2010, un incidente che non ha saputo prevedere e del quale non ha saputo limitare i danni. Ma l’accusa di Barr è, soprattutto, quella di aver mentito sulle quantità di petrolio sversate nel Golfo del Messico. Mike Brock, difensore di BP, ha difeso la compagnia petrolifera parlando di risposta “straordinaria” all’incidente e sottolineando come non sia stata in alcun modo travisata la fuoriuscita di greggio in alto mare. Il giudice Carl Barbier che presiede il processo in corso al Tribunale di New Orleans sta già valutando se le azioni della BP prima del disastro e durante la successiva fuoriuscita siano passibili dell’accusa di “colpa grave”. In una seconda fase del processo verranno approfondite le dimensioni della fuoriuscita e gli sforzi fatti da BP per contenerla. Secondo il Dipartimento di Giustizia, la Deepwater Horizon avrebbe sversato in mare circa4,2 milioni di barili, mentre per la difesa di BP la cifra sarebbe vicina ai 2,4 milioni di barili. Saranno proprio questi dati a determinare l’entità del risarcimento che Bp dovrà pagare ed è probabile che le prossime udienze si trasformino in una vera e propria guerra di cifre. Bp e i suoi partner dovranno affrontare multe fino a 1100 dollari per ogni barile di petrolio rilasciato nel Golfo qualora venissero giudicate negligenti le loro azioni durante la perforazione del pozzo e nelle operazioni di limitazione dei danni dell’incidente. Ma, secondo il Clean Water Act, le ammende potranno lievitare a 4300 dollari al barile qualora venisse provata la negligenza grave o il dolo. Fra i vecchi compagni d’avventura ormai si gioca allo scaricabarile. L’entità dei risarcimenti ha trasformato l’aula di New Orleans in un nido di vipere, con Transocean e Halliburton che stanno cercando di far gravare su BP la maggior parte della responsabilità. Ieri gli avvocati di Transocean hanno dichiarato alla corte che la fuoriuscita di greggio dal pozzo continuò per settimane a causa della distorsione delle informazioni da parte di BP.

Nonostante i grandi sforzi di BP per distogliere l’attenzione dal loro ruolo nel più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, sono fiducioso che ogni fase del processo dimostrerà come questa tragedia sia accaduta a causa delle loro azioni negligenti e di quelle di altri soggetti responsabili. È il momento di rinunciare ai protagonismi e di iniziare a lavorare al ripristino del Golfo e delle condizioni di vita delle persone che dipendono da esso,

ha dichiarato l’ambientalista Bethany Kraft, direttore del programma di ripristino Ocean Coservancy’s Gulf.

Fonte: The Guardian

 

Dead zone di dimensioni record nel Golfo del Messico per eccesso di fertilizzanti

I responsabili sono i fertilizzanti chimici, abusati dall’agricoltura industriale, che finiscono nelle acqua e provocano crescita eccessiva di alghe e poi ipossia per la loro decomposizione. A rigor di logica, il costo del disastro andrebbe addebitato ai responsabili.Mappa-dead-zone-golfo-messico-586x319

La dead zone, cioè la zona morta del Golfo del Messico potrebbe quest’anno raggiungere dimensioni record, tra i 19000 e i 22000 km² (cioè tra la Puglia e la Toscana), superando il record del 2002 di 21950 km². Il killer dei mari è naturalmente l’uomo che usa pesantemente il doping chimico in agricoltura, abusando di fertilizzanti chimici che finiscono nelle acque e che il grange Mississippi trasporta nel golfo del Messico. I nutrienti provocano una crescita abnorme di fitoplancton e alghe; la loro successiva decomposizione consuma l’ossigeno disciolto in acqua, soprattutto nella zona più vicina ai fondali. Quando la concentrazione di O2 scende sotto 2 mg/l (ipossia) gli organismi immobili e lenti muoiono, i pesci abbandonano l’area e si crea un vero e proprio deserto liquido. La mappa in alto mostra l’estensione della dead zone di qualche anno fa. La grande estensione di quest’anno è dovuta con ogni probabilità alle abbondanti piogge che hanno aumentato il dilavamento dei fertilizzanti. E’ appena il caso di ricordare che i fertilizzanti azotati come l’urea vengono prodotti dall’ammoniaca, prodotta a sua volta dall’azoto atmosferico con abbondante uso di metano come reagente e combustibile per raggiungere la temperatura di reazione. Meraviglie dell’agricoltura chimica-industriale: si consumano risorse non rinnovabili per inquinare l’aria (oltre alla CO2 anche l’ N2O, un potentissimo gas serra) e l’acqua, facendo dei mari un deserto. Secondo la NOAA, la presenza della dead zone causa ogni anno un danno di 82 milioni di dollari. In un mondo “normale” tale costo dovrebbe andare a carico dei produttori di fertilizzanti; oppure no?

 

Fonte: ecoblog