La maggioranza degli americani in tutti gli stati è convinta che il global warming sia reale

Oltre il 75% dei cittadini pensa che il clima stia cambiando adesso e non c’è nemmeno uno stato in cui gli “scettici” siano in maggioranza. I repubblicani devono forse cambiare agenda?Mapa-americani-che-credono-che-il-GW-sia-reale

Secondo un sondaggio eseguito dal prof Krosnick dell’Università di Stanford, oltre il 75% degli americani (con punte dell’88%) ritiene che il global warming sia reale e stia avvenendo nell’arco di tempo delle nostre vite. E’ interessante notare che ciò avviene anche negli stati del sud a tradizionale maggioranza repubblicana; dall’Arizona, al Texas, alla Florida, all’Oklahoma, non esiste un singolo stato in cui gli scettici siano la maggioranza.(1)

Nonostante gli imponenti sforzi dei media USA per alterare la realtà, dando uno spazio esagerato alle opinioni dei negazionisti, i cittadini americani non hanno bevuto le loro frottole. Secondo diversi commentatori, a convincere i cittadini USA non è stato un sussulto illuminiatico di fiducia nella scienza, ma l’esperienza diretta che il clima sta cambiando, soprattutto con più ondate di calore negli stati del sud. L’aspetto più significativo del sondaggio è tuttavia l’ ampio favore che incontrano le politiche per ridurre le emissioni di gas serra: limiti di legge, case e auto più efficienti ricevono un sostengo del 70%, riduzione dell’inquinamento da carbone al 60%,  mentre la possibilità di incentivi alle rinnovabili arriva addirittura all’80%. «Il rapporto è chiarissimo» ha affermato il deputato democratico Waxman. «Mostra che una vasta maggioranza di americani comprende che i cambiamenti climatici sono un pericolo crescente. Riconoscono che abbiamo l’obbligo morale di proteggere l’ambiente e l’opportunità economica di sviluppare le tecnologie energetiche pulite del futuro. Gli americani sono più  avanti del Congresso nel dare ascolto agli scienziati».

Lo capiranno i repubblicani?

(1) La mappa in alto è stata pubblicata sul sito del comitato Energia e Commercio del Partito Democratico (USA), realizzata dal Geospatial Center di Stnford sulla base dei dati di Krosnick.

Fonte: ecoblog

Global warming, nuova analisi mostra riscaldamento due volte e mezza più rapido negli ultimi 15 anni

Finora il riscaldamento degli ultimi 15 anni era stato sottostimato per l’assenza di dati di temperatura in alcune regioni remote del pianeta. Ora che è stato colmato il gap, il trend degli ultimi 15 anni è passato da 4,7 a 11,8 centesimi di grado al decennio, un valore due volte e mezzo più grande.Nuovo-trend-temperature

Si è dibattuto a lungo sull’andamento delle temperature medie globali negli ultimi 15 anni; mentre alcuni climatologi si sono azzardati a dire che il global warming è in pausa, altri hanno spiegato il rallentamento della crescita delle temperature con un maggiore assorbimento di energia da parte degli oceani. In realtà non sembra esserci quasi nessun rallentamento. Uno studio appena pubblicato sul Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, dimostra che il rallentamento del riscaldamento era semplicemente un artefatto dovuto alla mancanza di dati di temperatura in alcune regioni del pianeta poco accessibili, come i poli e le foreste equatoriali, pari al 14% della superficie totale. Il gap dei dati ora è stato colmato in parte con interpolazioni da regioni vicine, in parte da dati satellitari. Il risultato, come si vede dal grafico in alto è che il trend di riscaldamento ricalcolato tenendo conto di tutte le aree del pianeta è pari a circa 11,8centesimi di grado al decennio (linea spessa più inclinata) rispetto alla valutazione attuale di 4,7 (linea meno inclinata). Si tratta di un ritmo di riscaldamento due volte e mezzo più rapido e questo valore ora è più in linea con il trend dei decenni precedenti. La zona artica è una di quelle in cui l’aumento di temperatura è stato più alto e non averne tenuto conto nei set di dati del MetOffice ha contribuito a sottostimare il fenomeno. Nel video qui sotto ci sono alcuni ulteriori dettagli sul metodo utilizzato dai due ricercatori britannici.

Fonte: ecoblog

Cambiamenti climatici: i paesi e le città a rischio per il global warming

Per il rappporto Climate Change Vulnearbility Index, entro 12 anni, quasi un terzo della produzione economica mondiale proverrà da aree ad alto rischio per gli effetti del cambiamento climatico107188429-586x381

Secondo il Climate Change Vulnearbility Index, un rapporto annuale prodotto dalla britannica Maplecroft, entro 12 anni quasi un terzo della produzione economica mondiale proverrà da aree ad alto rischio per gli effetti estremi dovuti al cambiamento climatico. L’indice ha classificato le 50 città economicamente più importanti e ne ha valutato il rischio di esposizione a eventi climatici estremi, la sensibilità delle popolazioni all’esposizione e la reattività dei governi alle sfide imposte dai mutamenti climatici. L’indagine ha preso in esame anche i Paesi e con una proiezione dei trend di crescita fino al 2025 si è scoperto che i maggiori rischi saranno in aree che produrranno due terzi dell’economia mondiale. In entrambe le categorie svetta (ma è un primato poco lusinghiero) il Bangladesh che capeggia la classifica delle città più a rischio con Dacca. Per i bengalesi è altissimo il rischio di rimanere senza acqua potabile a causa delle frequenti piene che mettono in ginocchio la capitale Dacca. Le inondazioni, le ondate di tempeste, i cicloni e la frane, espongono il Paese e la sua capitale a frequenti rischi ambientali che sono aggravati dall’incapacità delle istituzioni di trovare una soluzione a questo tipo di problemi. La sorpresa di questo report è la netta predominanza dei Paesi africani, ben 14 su 20, nella graduatoria dei Paesi a rischio. Ma vediamo nel dettaglio le due classifiche. I Paesi più a rischio sono i seguenti:

1) Bangladesh
2) Guinea Bissau
3) Sierra Leone
4) Haiti
5) Sud Sudan
6) Nigeria
7) Congo
8) Cambogia
9) Filippine
10) Etiopia

Le città più a rischio sono le seguenti:

1) Dacca
2) Mumbai/Bombay
3) Manila
4) Calcutta
5) Bangkok

Fonte: Cnn

Il global warming e il collasso della produttività del lavoro

Se le emissioni proseguiranno secondo il business as usual, le ondate di calore causeranno una riduzione della capacità lavorativa fino al 60% a fine secolo, con punte fino al 20-30% nelle zone equatoriali e tropicali. I costi derivanti dalla perdita di produttività supereranno tutti gli altri costi imputabili al global warmingRiduzione-produttività-del-lavoro-nel-XXI-secolo-432x337

La produttività è un’ossessione degli industriali che pensano di poter costringere i lavoratori a ritmi sempre più rapidi “per essere competitivi” (1). D’altra parte, esistono soglie minime di produttività per poter garantire “il mondo come lo conosciamo”. Queste soglie minime verranno sempre più messe a rischio dai cambiamenti climatici, come illustra uno studio  della NOAA: l’aumento delle temperature globali farà crescere lo stress da caldo e ridurre la capacità lavorativa, come è illustrato nel grafico in alto (2). Secondo l’analisi il costo della perdita di produttività potrebbe superare tutti gli altri costi indotti dal global warming messi insieme, e non c’è da stupirsi, visto che il lavoro è la base della società umana. (3). Nel probabile caso di emissioni business as usual è prevista una riduzione della capacità lavorativa fino al 60% alla fine del secolo (zona in rosso). La diminuzione potrebbe fermarsi all’80% nell’improbabile  caso di emissioni dimezzate (zona in blu). Ancora più impressionante è la riduzione della capacità lavorativa per zone geografiche (mappa qui sotto). In caso di aumento di 3°C, scenario probabile se si continuerà a inquinare come oggi, nelle zone equatoriali e tropicali la capacità lavorativa potrebbe calare fino al 20-30%.Riduzione-produttività-zone-geografiche-432x174

(1) In Tempi moderni, Charlie Chaplin è stato il primo a cogliere la disumanizzazione di un lavoro in cui gli uomini devono seguire il ritmo delle macchine.

(2) La capacità lavorativa è definita come il rapporto tra la produttività minima annuale e la produttività massima: essendo adimensionale, viene rappresentata come una percentuale.

(3) L’arti. 1 della Costituzione Italiana, prima ancora di essere un omaggio ai lavoratori è un omaggio alla Fisica.

Fonte: ecoblog

Non si può smettere di preoccuparsi per il global warming

Non è vero che il nuovo rapporto IPCC ridurrà le stime sulla sensibilità climatica. E anche se fosse vero, il riscaldamento verrebbe dilazionato solo di uno-due decenni.più-grande-Termometro-del-mondo-California-540x350

Gli economisti non perdono mai l’occasione di dare spazio ai negazionisti del clima; secondo indiscrezioni raccolte dall’ Economist, il nuovo rapporto IPCC in uscita nel prossimo mese di settembre conterrebbe una stima al ribasso della sensibilità climatica, per cui (sempre secondo gli economisti) il pianeta potrebbe riscaldarsi più lentamente.

Secondo diversi climatologi, questa affermazione (i)non è vera, (ii) se fosse vera sposterebbe in là il problema del riscaldamento solo di 10-20 anni  e(iii) non sarebbe una scusa per non fare nulla, ma ci farebbe guadagnare un po’ di tempo per ridurre le emissioni. Ma andiamo in ordine: la sensibilità climatica è definita come l’aumento di temperatura media globale (effetto), determinata da un raddoppio della CO2 equivalente in atmosfera (causa). La sua stima non è semplice, perché dipende da molti fattori e anelli di feedback, compresa la stessa temperatura(1). Le stime attuali dell’IPCC danno un valore compreso tra 2 e 4,5 °C, con un valore più probabile di 3 °C. Secondo le talpe dell’ Economist, l’IPCC fornirà un intervallo tra 1,5 e 4,5 °C, senza valore più probabile. Questo non cambia affatto le cose, visto che è il limite superiore che ci deve preoccupare, non quello inferiore (2). Inoltre, anche i climatologi più propensi a pensare che la sensibilità del clima sia più bassa, non ritengono che il pianeta non si stia scaldando, ma che impiegherebbe solo uno o due decenni in più per arrivare ad un dato livello di riscaldamento. Lungi dal rappresentare una scusa per non agire, ci farebbe guadagnare un po’ di tempo per ridurre le emissioni. Nell’immagine il più grande termometro del mondo (tarato in gradi Farehneit ) nella cittadina di Baker, California.

(1) In un mondo più caldo gli oceani smettono di essere assorbitori di CO2 per diventare degli emettitori netti. In un anello di feedback, la tradizionale distinzione tra causa ed effetto non ha più senso.

(2) Molti modelli climatici non tengono conto dei possibili effetti catastrofici del rilascio del metano intrappolato nel permafrost. Viceversa è bene ricordare che gli aerosol che riducono il forcing radiativo sono dovuti all’inquinamento industriale ed hanno vita breve in atmosfera, perchè poi si depositano a terra. Una riduzione dell’inquinamento o una decrescita della produzione industriale avrà quindi l’effetto di accelerare il GW

Fonte: ecoblog

La fusione del permafrost sarà un disastro per l’economia (e magari anche per le nostre vite…)

Il danno economico relativo ai cambiamenti climatici indotti dalla fusione del permafrost è stato stimato in 60 000 miliardi di $, pari all’attuale prodotto dell’economia mondiale. Concentrarsi sull’impatto monetario è tuttavia piuttosto riduttivo quando è in gioco la sopravvivenza della civiltà per come la conosciamo.

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In un articolo di prossima pubblicazione su Nature, due economisti si sono uniti a un climatologo per valutare l’impatto sull’economia dell’accelerazione del global warming a causa del rilascio in atmosfera del metano intrappolato nel permafrost, sia terrestre che sottomarino. Solo il permafrost siberiano contiene qualcosa come 50 Gt di metano (pari a quasi un terzo del metano contenuto nei giacimenti sfruttabili) intrappolato nel terreno gelato. A mano a mano che il disgelo procede a causa del global warming, questo metano viene liberato in aria causando altro riscaldamento, con un effetto potenzialmente catastrofico. Secondo i ricercatori, lo scenario business as usual produrrebbe danni pari a 60 000 miliardi di dollari, pari cioè all’ attuale prodotto lordo dell’economia mondiale. Nello scenario migliore i danni sono stimati in 37 000 miliardi. Chissà se questi numeri faranno smuovere un sopracciglio a qualche banchiere o a qualche caimano di Wall Street. Personalmente ritengo che parlare di danni all’economia sia piuttosto ridicolo, quando siamo di fronte ad una vera e propria minaccia per la civiltà con il rischio di perdite di habitat ed estinzioni di massa, crollo della produzione agricola, perdita delle regioni costiere ed eventi meteorologici estremi ogni anno.  Quando si sta per avere un incidente, si pensa a sopravvivere, non a fare il calcolo dei danni… ma questo ahimé è il rovesciamento concettuale operato dalla casta degli economisti. Secondo un’analisi delle stalattiti nelle grotte siberiane (che naturalmente crescono solo quando è abbastanza caldo per avere acqua liquida), il disgelo del permafrost è avvenuto 500 000 anni fa, quando le temperature erano 1,5 °C sopra al valore preidustriale. Ora siamo già a 0,8 °C e arriveremo a 1 °C in una ventina d’anni anche se oggi riducessimo a zero le emissioni. Cosa accadrà?

«E’ la fine del mondo per come lo conosciamo», cantavano i REM «ed io mi sento bene.» Sarà perchè siamo assicurati?

 

Fonte: ecoblog

Alluvioni in aumento in Europa a causa di global warming e cementificazione

L’EEA ritiene che l’aumento delle alluvioni in Europa sia in parte riconducibile ai cambiamenti climatici ed in parte al grave fenomeno del consumo e impermeabilizzazione del suolo fertile, che aumenta il deflusso idrico superficiale.Danubio-e-Inn-a-Passau-586x336

Le alluvioni che hanno colpito l’Europa Centrale nei giorni scorsi (nella foto l’esondazione del Danubio e dell’Inn a Passau in Germania, al confine austriaco) non sono casuali, ma sono dovute principalmente a due fattori: i cambiamenti climatici e la cementificazione del suolo. Secondo un recente rapporto della European Environment Agency, esiste una chiara evidenza del legame tra inondazioni e global warming per quanto riguarda il Regno Unito, la regione delle Alpi e la Scandinavia. Per quanto riguarda la regione Danubiana non sono ancora state trovate delle prove decisive, ma gli indizi ci sono tutti: in due giorni è caduta la pioggia di due mesi, e la piena del Danubio è la più alta degli ultimi 500 anni. Secondo l’EEA dal 1980 ad oggi sono avvenute 325 maggiori inondazioni, di cui 200 dopo il 2000. L’aumento è anche dovuto ad un migliore sistema di monitoraggio, oltre che alla impermeabilizzazione del suolo. Ogni giorno in Europa 265 ettari di terreno fertile vengono distrutti per diventare case, capannoni, strade e parcheggi. Nei suoli naturali il deflusso superficiale della pioggia è pari solo al 10%,mentre sale al 55%  nei suoli fortemente antropizzati e impermeabilizzati per più del 75% del territorio. In pratica la cementificazione moltiplica per cinque i danni delle alluvioni. Un ultimo fattore che incide sui danni e sulle vittime delle alluvioni è la tendenza a costruire case ovunque, anche in luoghi in cui le inondazioni sono più probabili. Cosa fare per mitigare l’impatto delle alluvioni? Oltre a fermare il consumo di suolo (più facile a dirsi che a farsi), è fondamentale ripiantare gli alberi e ripristinare alcune zone umide lungo il corso dei fiumi che possano assorbire in parte l’eccesso di flusso idrico. Questo tipo di difese morbide sono assai più efficaci delle difese rigide come dighe o barriere, che conducono a catastrofi quando vengono distrutte o sorpassate. Gli inglesi stanno investendo molto per proteggersi dalle maree in aumento nel Tamigi, pensando non ai prossimi anni, ma ai prossimi decenni. Cosa si vuole fare nel Bel Paese? Continuare a regalare soldi alle banche o investire in opere di prevenzione ad alto tasso di occupazione?a1-deflusso-superficiale-e-impermeabilizzazione

Fonte: ecoblog

Cicloni sull’Europa in aumento a fine secolo a causa del Global Warming

Secondo uno studio climatico, a fine secolo saranno in aumento i cicloni in arrivo sull’Europa a causa delle maggiori temperature delle acque atlantiche e questo avverrà con una crescita relativamente moderata della concentrazione di CO2

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La maggior parte dei cicloni atlantici colpisce oggi le Americhe, ma in futuro potrebbe non essere più così. Secondo uno studio apparso su Geophysical Research Letters, verso la fine del secolo aumenterà il numero e l’intensità degli uragani che colpiranno le coste europee. Le due mappe in alto nella figura qui sopra mostrano le tracce presenti (2002-2006) e simulate per il futuro (2094-2098) dei cicloni in arrivo sulle coste europee con “forza” maggiore di 12 nella scala di Beaufort(1), corrispondente a cicloni di categoria 1 nella scala Saffir-Simpson. Il loro numero aumenta significativamente a causa dello spostamento verso nord-est dell’isoterma a 27 °C, temperatura minima necessaria alla formazione di cicloni (linea nera nelle mappe). Aumenta quindi la probabilità per le tempeste di essere catturate dai venti occidentali che soffiano alle medie latitudini. Il risultato sarà un aumento del numero di cicloni in arrivo ogni anno sulle coste della Norvegia (da 0 a 3), del Mare del Nord (da 1 a 5) e del Golfo di Biscaglia (da 1 a 6). In leggera diminuzione (da 6 a 4) gli uragani che colpiranno la Gran Bretagna e l’Irlanda, che oggi sono il principale bersaglio della forza dei venti. C’è un’altra cattiva notizia: questa simulazione è stata effettuata considerando lo scenario RCP 4.5 dell’IPCC, che prevede a fine secolo una concentrazione di CO2 di 550 ppm; non è questo lo scenario più nero e non oso pensare cosa succederebbe con gli scenario RCP 6 e RCP 8,5. (1) Nella navigazione la scala di Beaufort della “forza” del mare varia da 1 a 12. In realtà si tratta di una scala della velocità del vento che al livello 12 raggiunge i 118 km/h (32,6 m/s). Le mappe in basso rappresentano la frequenza presente e futura di venti superiori a 118 km/h.

Fonte: ecoblog

 

Rivolte per cibo: peak oil e global warming le renderanno abituali

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Le rivolte  per il cibo tra le popolazioni povere rischiano di entrare a fare parte della normalità della vita del pianeta. E’ quanto sostiene Nafeez Mosaddeq Ahmed, direttore dell’ IPRD, think tank inglese che si occupa di conflitti violenti e crisi globale, in un editoriale sul Guardian. Come si può vedere dal grafico in alto, i prezzi alimentari seguono da vicino il prezzo del petrolio, il che è più che comprensibile se si pensa a quanto la filiera agroalimentare dipenda dai combustibili fossili (avevo già messo in luce questo legame nel gennaio del 2011, prima che scoppiasse la seconda ondata di rivolte). Negli ultimi due anni il costo del greggio ha oscillato intorno ai 100 $/barile (curva nera) , mentre l’indice FAO dei prezzi alimentari (1) ha ballato tra 200 e 240, senza mai scendere sotto a 200, quindi molto vicino al valore di 210, che è considerata la soglia critica oltre la quale scoppiano le rivolte per il cibo, sulla base di uno studio statistico del New England Complex Systems Institute, come si può vedere anche dal grafico qui sotto. In corrispondenza del picco acuto dei prezzi del 2008 ci sono state rivolte in 13 paesi, che hanno causato un centinaio di morti. Tra il 2011 e il 2012 le cose sono andate molto peggio: rivolte in 15 paesi con migliaia di morti: 300 in Tunisia e in Yemen, 800 in Egitto, 900 in Siria (2) e 10 000 in Libia. Il cibo continuerà a restare caro e le rivolte tenderanno a diventare normalità quotidiana per due motivi:

(A) Il prezzo del greggio è destinato ad aumentare perché il fenomeno del peak oil ci dice che è finita l’era del petrolio “facile”: i vecchi giacimenti migliori stanno riducendo la loro produzione o si stanno esaurendo, mentre il nuovo petrolio non convenzionale ha costi di estrazione (economici, energetici e ambientali) assai più alti.

(B) I cambiamenti climatici porteranno ad una riduzione delle rese agricole: se  qualcuno pensava che alle medie latitudini l’agricoltura avrebbe beneficato dall’aumento delle temperature, si è dovuto ricredere di fronte alla terribile siccità che nel 2012 ha colpito gli USA, la Russia e il Kazakhstan, riducendo il raccolto globale di cereali del 3% rispetto al 2011.

Questo è il brave new world che ci attende: meglio arrivarci preparati, prima di tutto mentalmente.

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(1) L’indice FAO è una media dei prezzi globali di cereali, olii, carne, latticini e zucchero, normalizzato rispetto alla media del periodo 2002-2004. Detto altrimenti, il cibo a livello mondiale costa oggi il doppio rispetto a dieci anni fa.

(2) I morti siriani fanno riferimento al periodo 2011 2012, quando il conflitto nel paese arabo non aveva ancora raggiunto i livelli di oggi.

La foto che fa da sfondo al primo grafico è una immagine della rivolta per il cibo di Sidi Bouzid, Tunisia nel dicembre 2010, rivolta che ha dato il via alla rivoluzione tunisina che poi si è propagata in tutto il mondo arabo

Fonte:ecoblog

 

Surriscaldamento globale:sei decenni in tredici secondi. Video della Nasa

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Sessantadue anni di surriscaldamento globale in tredici secondi. Ha il dono della sintesi ma non perde certo in efficacia il brevissimo grafico animato di Nasa che descrive, su una mappa della Terra, la variazione di temperatura in gradi celsius dal 1950 al 2012. In questa animazione i rossi e i gialli indicano temperature superiori alla media nel corso del periodo di riferimento 1950-2012, mentre i blu e gli azzurri indicano temperature più basse rispetto alla media di riferimento.
L’evoluzione dei colori fornisce una rappresentazione grafica immediata dei mutamenti climatici: da un mondo a dominante azzurrina, col passare degli anni la gradazione si sposta verso una dominante gialla e, successivamente, arancione e rossa. L’aumento è globale ma esiste una sostanziale differenza fra l’emisfero boreale e quello australe: nel primo l’aumento della temperatura, per quanto riguarda le terre emerse, è totale; nel secondo il surriscaldamento è inferiore poiché inferiori sono la superficie di terre emerse e la densità della popolazione.
Il global warming altro non è che la proiezione dello sviluppo industriale: la crescita delle temperature dopo il 1970 subisce un’accelerazione a partire dagli anni Novanta, fino a quel momento, per esempio, la Cina si mantiene su tonalità azzurre e blu, dunque con temperature inferiori alla media. Poi, l’esplosione: negli Stati Uniti e in Europa.
Nonostante nella comunità scientifica rimangano forti le posizioni negazioniste, il filmato prodotto dalla Nasa ben evidenzia la velocità e la globalità dei fenomeni di surriscaldamento che nel 2013 dovrebbero – secondo le previsioni – concretizzarsi con la temperatura annua media più alta della storia. L’anno è cominciato con temperature record nei deserti australiani e anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel suo discorso di insediamento, ha promesso che la lotta al global warming sarà uno dei punti forti dell’agenda della sua seconda legislatura.
Fonte: ecoblog

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