Grano canadese contaminato: maxi-sequestro a Bari

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Grano canadese contaminato. La scoperta dei Carabinieri forestali ha portato al sequestro di 50mila tonnellate di prodotto importato. Le sostanze contaminate sarebbero finite in pasta e pane nostrani…

Non è la prima volta che ne parliamo, purtroppo. Il grano canadese che importiamo in Italia contiene spesso livelli molto elevati di micotossine, sostanze tossiche che possono danneggiare l’organismo. Questo perché i livelli massimi ammessi di tali sostanze cambiano a seconda della regolamentazione del Paese produttore. E il Canada ha una soglia di sicurezza molto più alta della nostra. Ieri a Bari, un nuovo sequestro. Decine di migliaia di tonnellate di grano, che sarebbero finite nella pasta e nel pane che mangiamo ogni giorno, sono state bloccate. Oggi ci è andata bene, quindi. Ma cosa succederà se verrà approvato il CETA, trattato di libero scambio che l’UE vuole stringere con il Canada?

Micotossine nel grano canadese: il maxi-sequestro

Partiamo dalla vicenda barese. Lo scorso 8 giugno, ha attraccato nel porto di Bari la Cmb Partner, nave proveniente da Vancouver, in Canada, dopo più di un mese di navigazione. Al suo interno, un carico di grano da 50mila tonnellate. Per provare a immaginare la quantità di prodotto, sappiate che per trasportarlo a panifici e pastifici italiani sarebbero occorsi circa 1.600 autoarticolati. I Carabinieri forestali, però, hanno bloccato lo scarico e la commercializzazione. La ragione? Dopo le prime analisi effettuate, i militari avrebbero rinvenuto sostanze nocive in misura maggiore rispetto ai limiti consentiti dalla legge. Il maxi-sequestro sarebbe avvenuto grazie anche all’intervento di Coldiretti Puglia, che ha organizzato un blitz all’uscita del Varco della Vittoria, da dove sbarcano carichi di grano importati da tutto il mondo. Questo almeno è il resoconto di Marco Mangano su La Gazzetta del Mezzogiorno. Che ci ricorda anche l’allarme lanciato da Coldiretti proprio sul grano canadese: per l’associazione, il prodotto è “sotto accusa di continuo“. Le ragioni principali sono due. Innanzitutto per le irregolarità riscontrate più volte sui residui di deossinivalenolo, sostanza conosciuta anche come Don o vomitossina. Si tratta di una pericolosa micotossina che può provocare disturbi anche gravi. La seconda rimostranza riguarda invece l’impiego di glifosate. Il diserbante, che noi tutti conosciamo, sarebbe impiegato in modo intensivo in Canada, nella fase di pre-raccolta. Una pratica che in Italia è vietata.

Grano canadese e concorrenza sleale

L’impiego del glifosate, oltre a destare preoccupazione dal punto di vista ambientale e per la sicurezza alimentare, offrirebbe poi un indebito vantaggio ai produttori stranieri su quelli italiani. Ecco perché Coldiretti Puglia parla di ‘guerra del grano’. Se le aziende agricole estere possono impiegare questo tipo di prodotti chimici, è l’accusa, hanno anche un vantaggio in termini di quantità finali raccolte. Una pratica che abbatte i costi, rendendo insostenibile l’agricoltura nostrana, fatta di limiti di legge più restrittivi a favore della tutela dei consumatori. Secondo il rapporto sui residui di prodotti fitosanitari del Ministero della Salute, i campioni cereali di importazione ‘irregolari’ sono risultati circa 3 volte più numerosi rispetto a quelli italiani. Secondo i dati divulgati l’8 giugno, lo 0,8% dei campioni stranieri sono irregolari dal punto di vista dei limiti di residui di pesticidi. La percentuale scende invece allo 0,3% per i campioni nazionali. La preoccupazione di Coldiretti e produttori italiani è che il Ceta peggiori ulteriormente la situazione. Il Ceta è il Comprehensive economic and trade agreement, accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada. Accordo “contro il quale la Coldiretti si dice pronta a scatenare una mobilitazione per scongiurare il paventato azzeramento strutturale dei dazi“.

Fonte: ambientebio.it

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Onu: “I pesticidi sono inutili e uccidono 200.000 persone ogni anno”

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi chimici sono largamente utilizzati dall’agro-industria da svariati decenni. Prodotti ed applicati nei paesi industriali, sono ormai esportati ed imposti anche nei paesi così detti in via di sviluppo attraverso le stesse aziende produttrici, che si propongono come banche, fornitrici di sementi, fornitrici di agrochimici, acquirenti dei prodotti finali e formatori professionali, in barba al libero mercato.pesticides

Uno dei motivi principali del loro uso è quello di incrementare la produttività delle colture, un tema molto caro anche al mondo dello sviluppo internazionale, viste le proiezioni demografiche, che prevedono un incremento significativo della popolazione mondiale nei prossimi trent’anni, e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. La produttività è legata anche all’aumento della redditività per gli imprenditori agricoli, sia in Occidente che nei paesi in via di sviluppo. Il mantra è rimasto invariato per decenni: per sopperire alla domanda di cibo crescente e renderla accessibile al più grande numero di esseri umani è necessario usare pesticidi e fertilizzanti chimici in grandi quantità. Tuttavia, è comprovato scientificamente che l’uso di pesticidi chimici degrada l’ambiente e le specie animali, e non solo quelle che vivono in prossimità dei campi irrorati, perché aria, acqua, insetti e uccelli trasportano i composti chimici per migliaia di chilometri. Il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Stato della scienza sugli  interferenti endocrini, dichiara  che una serie di comuni prodotti chimici di uso quotidiano, pongono gravi problemi di salute tra cui il cancro, asma, riduzione della fertilità e anche difetti di nascita. La salute umana dipende da un buon funzionamento del sistema endocrino che regola il rilascio di alcuni ormoni che sono essenziali per le funzioni quali il metabolismo, la crescita e lo sviluppo, il sonno e l’umore. Tra i composti nocivi vi sono anche i pesticidi, collegati a diversi disturbi ormonali nelle donne e negli uomini, come i fibromi uterini, l’endometriosi, l’ipotiroidismo e la sindrome di Hashimoto, l’ipospadia e il cancro alla prostata, per citarne solo alcuni.1450513463_92abf89916_b

Il mese scorso (marzo 2017) un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha assestato un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso dei pesticidi sia necessario per garantire la produttività delle culture e dunque l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di azzerare il numero di persone denutrite. L’ONU sostiene che il problema della denutrizione sia causato da ineguaglianze e dunque sia fondamentalmente un problema di distribuzione, non di quantità. L’organizzazione continua lanciando pesanti accuse all’industria agro-chimica, tacciata di “negare sistematicamente i danni (causati dai pesticidi, ndr)” che invece causano “danni catastrofici sull’ambiente, la salute umana e la società; di usare “tattiche di marketing aggressive e immorali”; e di operare pesanti pressioni sui governi che hanno “ostacolato riforme e paralizzato le restrizioni internazionali sui pesticidi”. I pesticidi usati in agricoltura, emerge dal rapporto, causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Una ricerca francese pubblicata a marzo 2017 sulla rivista scientifica peer-reviewed Nature Plants sembra dare il colpo di grazia a questo falso mito. Lo studio prende in esame quasi 1000 aziende agricole francesi che utilizzano quantità ingenti o viceversa, scarse, di pesticidi e ha rilevato che il 94% delle aziende non subirebbe un calo di produttività se tagliasse l’uso dei pesticidi, anzi, due quinti delle aziende aumenterebbero la produttività riducendoli, secondo il Guardian che oggi riporta la notizia (“Farms ‘could cut pesticides without loss’”, 7 aprile 2017). Per quanto riguarda l’uso specifico di insetticidi, così nocivi per le api che garantiscono il perpetuarsi della vita sulla Terra, lo studio afferma che un uso ridotto comporterebbe un aumento di produzione per l’86% delle aziende e che nessuna azienda ridurrebbe la quantità prodotta. Inoltre, il 78% delle azienda manterrebbe o aumenterebbe la propria redditività (ibidem).Tractor-spraying-pesticide-128Kb

Il problema, evidenziato anche dai ricercatori, è che l’agro-chimica monopolizza il settore non solo per quanto concerne la vendita di pesticidi e l’acquisto dei prodotti coltivati, ma anche per quanto riguarda la formazione degli agricoltori, che di conseguenza ignorano le alternative disponibili, efficaci ed economicamente efficienti, pensando che la chimica sia la sola opzione disponibile. Uno di questi pesticidi, il Chlorpyrofos, oltre a inquinare le acque italiane, è oggetto di diatribe legali proprio in questi giorni negli USA, dove l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) si rifiuta di bandirlo nonostante le proprie ricerche, pubblicate a novembre 2016 (quando Obama era ancora presidente) abbiano comprovato che incrementa del 140% il rischio di disturbi dello sviluppo nei bambini. Il nuovo capo di EPA è Scott Pruitt, legato al neoeletto Presidente Donald Trump, entrambi negazionisti del cambio climatico. Il glifosato, tra gli altri, sta causando gravissimi problemi ambientali e di salute in Costa Rica, come denunciano da molti anni le organizzazioni locali e da Transparency International. In Italia, la contaminazione da glifosato  interessa il 63,9% delle acque superficiali e il 31,7% delle acque sotterranee, nonostante gli esperti della Fondazione Mach  lo avessero negato o sminuito quando interpellati  dal quotidiano L’Adige nel 2014. I pesticidi sono eccezionalmente dannosi per gli ecosistemi e fortemente sopravvalutati per quanto riguarda la lotta alla fame. Il cittadino che sceglie di produrre e comprare prodotti biologici, magari rinunciando a qualcos’altro di meno importante, può contribuire a formare quella massa critica necessaria per cambiare gli equilibri di potere, preservare gli ecosistemi e proteggere il proprio sistema endocrino, fondamentale per la salute riproduttiva, mentale e psicologica.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/onu-pesticidi-inutili-uccidono/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’associazione GranoSalus: «Pasta, ma quante porcherie ci fanno mangiare…

L’associazione GranoSalus ha effettuato analisi sulle varie marche di pasta in commercio riscontrando la presenza di alcuni contaminanti, sebbene entro i limiti di legge. Ecco quali sono le marche interessate.9506-10261

«Ormai lo dicono le analisi, quelle che attribuiscono numeri reali ai contaminanti più pericolosi presenti quotidianamente sulle nostre tavole con la pasta. E se le marche più blasonate contengono tracce di questi veleni, cosa dobbiamo pensare di tutto il resto?». L’associazione GranoSalus lancia l’allarme.

«Secondo le nostre analisi, in tutte le marche sono presenti Don, Glifosato e Cadmio entro i limiti di legge per gli adulti. Almeno due marche di spaghetti superano i limiti di Don per la tutela della salute dei bambini. Confermata attività di miscelazione tra grani esteri e nazionali. Solo il piombo è risultato assente dalle analisi. Dubbi sul marchio di Puglia: garantisce per davvero il 100% dell’ origine del grano?». Così l’associazione GranoSalus sulla pasta in commercio nel nostro paese.

«Se le marche più blasonate e diffuse nel Paese contengono tracce di questi contaminanti, sia pur entro i limiti di legge, vuol dire che ogni italiano ne assume piccole dosi giornaliere attraverso pasta e altri derivati del grano – spiega l’associazione – E non c’è affatto da stare tranquilli specie se si considera l’effetto combinato che queste sostanze potrebbero provocare insieme, anche a bassi dosaggi. Cosa prevede il principio di precauzione? Ci sono prove che l’effetto sinergico di più contaminanti a basse dosi non faccia danni alla salute?»

Dal Test GranoSalus, «almeno due marche, Divella e La Molisana, superano i limiti che la legge impone per i bambini sul DON. Ma la compresenza di Don, Glifosato e Cadmio negli spaghetti Barilla, Voiello, De Cecco, Divella, Garofalo, La Molisana, Coop e Granoro 100% Puglia, rivela un’attività di miscelazione tra grani esteri e grani nazionali vietata dai regolamenti comunitari. I grani duri del Sud non dovrebbero presentare queste sostanze pericolose! Il condizionale è d’obbligo, perché se un marchio come Granoro 100% Puglia presenta tracce di questi contaminanti, beh, c’è qualcosa che non funziona nel disciplinare della Regione Puglia che ha concesso in licenza d’uso il marchio alla ditta Granoro e negli stessi controlli della Regione. La prassi di miscelare grani contaminati con grani privi di contaminazione al fine di ottenere partite mediamente contaminate (sia pur entro i limiti di legge) è vietata dall’ Europa».

«Il Reg 1881/2006 al comma 2 dell’ art 3 prevede che: “I prodotti alimentari conformi ai tenori massimi di cui all’allegato non possono essere miscelati con prodotti alimentari in cui tali tenori massimi siano superati”. Tale divieto opera anche nei confronti della detossificazione. Il comma 3 dell’ art 3 recita: “I prodotti alimentari da sottoporre a cernita o ad altri trattamenti fisici per abbassare il livello di contaminazione non possono essere miscelati con prodotti alimentari destinati al consumo umano diretto, né con prodotti alimentari destinati a essere impiegati come ingredienti alimentari”».

Ecco la prima tabella delle analisi realizzate da GranoSalus presso primari laboratori europei accreditati, che dimostra quanto sia ancora lontana una politica zero residui da parte dell’ industria italiana.analisi-granosalus

Le analisi sono state effettuate sugli spaghetti.

Barilla & Voiello. La pasta Barilla e la pasta Voiello, che sono due paste dello stesso gruppo, presentano, rispettivamente, per ciò che riguarda la micotossina DON 161 ppb (parti per biliardo) e 180 ppb.

Per ciò che riguarda il Glifosato – sempre con riferimento alla Barilla e alla Voiello – presentano, rispettivamente, 0,102 milligrammi per chilogrammo e 0,050 milligrammi per chilogrammo.

Per ciò che riguarda il Cadmio – ancora con riferimento alla Barilla e alla Voiello – presentano 0,032 milligrammi di Cadmio per chilogrammo e 0,036 sempre di questo metallo pesante.

Il piombo non è presente.

Questo significa che Barilla e Voiello utilizzano grani duri esteri, anche se Voiello dichiara di utilizzare solo grani italiani (varietà Aureo e Svevo).

De Cecco. Gli spaghetti della De Cecco presentano 80 ppb di micotossine DON, 0,052 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,042 milligrammi per chilogrammo di Cadmio. Anche la De Cecco utilizza grano duro straniero.

Divella. Gli spaghetti Divella presentano 381 ppb di micotossine DON, 0,110 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,044 milligrammi per chilogrammo di Cadmio. Anche la Divella usa grano duro estero e questi spaghetti sono fuori norma per i bambini.

Garofalo. Gli spaghetti della Garofalo presentano 199 ppb di micotossine DON, 0,062 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,021 milligrammi per chilogrammo di Cadmio. Anche la Garofalo acquista grano duro estero.

La Molisana. Gli spaghetti de La Molisana presentano 253 ppb di DON, 0,033 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,035 di Cadmio. Anche la Molisana acquista grano duro estero e si presenta fuori norma per l’alimentazione dei bambini.

Spaghetti a marchio Coop. Questi spaghetti presentano 128 ppb di micotossine DON, 0,013 di glifosate e 0,027 di Cadmio. Stessa musica: anche la catena di distribuzione Coop si fa preparare la pasta fatta con grano duro estero.

Granoro 100% Puglia. Anche questa pasta presenta 99 ppb di micotossine DON, 0,039 di glifosate e 0,018 di Cadmio. Come sopra: anche questa pasta si sospetta sia fatta con l’aggiunta di grano duro estero.

Ma cosa sono questi contaminanti? Lo spiega GranoSalus.

Il DON

«E’ un composto tossico prodotto da alcuni funghi appartenenti al genere Fusarium. In particolari condizioni ambientali, quando la temperatura e l’umidità sono favorevoli, questo fungo può produrre micotossine. Avviene nel Canada e in tutte quegli areali umidi al di sopra del 45° parallelo, dove non ci sono le condizioni naturali per la coltivazione del grano duro. Infatti, questa micotossina entra nella filiera alimentare attraverso grano contaminato quasi sempre di provenienza estera. La presenza di DON negli alimenti e nei mangimi può essere nociva per la salute umana e degli animali poiché può causare effetti diversi di vario tipo. Secondo lo IARC, il Don è stato catalogato a livello 2B come probabile sostanza cangerogena. Di solito la pasta realizzata esclusivamente con i grani del Sud è priva di questa micotossina, grazie alle condizioni climatiche seccagne. Mentre dai dati forniti dalla U.S. Weath Associates oltre il 50% del grano (CWAD Canadese) prodotto nel 2016 ha un livello di DON pari a 4700 ppb e dai dati forniti dal Canadian Grain Commission circa il 73,6% del loro grano (CWAD N° 3) presenta danni da fusarium».

Il Glifosato

«E’ uno degli erbicidi disseccanti più diffuso al mondo. Il glifosato viene ampiamente usato in preraccolta negli USA e Canada nelle coltivazioni di grano duro, per favorirne la maturazione artificiale, con conseguente presenza di residui nel grano raccolto e nelle farine che ne derivano. La legislazione europea dal mese di agosto 2016 vieta l’uso di glifosato in pre-raccolta per il grano duro, ma dal Test GranoSalus emerge la presenza di Glifosate nella pasta, a dimostrazione che il divieto operante in Italia viene bypassato dai pastifici ricorrendo alla miscelazione con grani contaminati extra-Ue, di cui si celebrano solo gli aspetti reologici (tenori proteici, indice di glutine, indice di giallo,etc). Di solito la pasta realizzata esclusivamente con i grani del Sud è priva di questo erbicida, grazie alle condizioni climatiche seccagne che fanno maturare naturalmente il nostro grano. L’Agenzia per la ricerca sul cancro IARC (OMS) di Lione ha classificato il principio attivo come un “probabile cangerogeno per l’uomo”».

Il Cadmio

«Il cadmio è un metallo pesante che penetra nell’ambiente sia da fonti naturali, come le emissioni vulcaniche e l’erosione delle rocce, sia dalle attività industriali e agricole. Si trova nell’aria, nel suolo e nell’acqua e, in un secondo tempo, può accumularsi nelle piante e negli animali. Il cadmio è tossico innanzitutto per i reni, ma può causare anche demineralizzazione ossea ed è stato classificato come cancerogeno per gli esseri umani dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro[1]. Gli alimenti rappresentano la principale fonte di esposizione al cadmio per la popolazione di non fumatori. Cereali e prodotti a base di cereali, verdure, noci e legumi, radici amidacee e patate, come pure carne e prodotti a base di carne sono quelli che contribuiscono maggiormente all’esposizione umana. Alti livelli sono stati riscontrati anche in altri alimenti (ad es. alghe, pesci e frutti di mare, integratori alimentari, funghi e cioccolato), ma siccome essi vengono consumati in minor quantità, non vengono considerati fonti importanti di esposizione. Il gruppo di esperti scientifici sui contaminanti nella catena alimentare dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha ridotto la dose settimanale ammissibile (TWI)[2] per il cadmio a 2,5 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo (µg/kg pc), basandosi sull’analisi di nuovi dati. Il TWI è la dose alla quale non sono previsti effetti avversi».

Da dove arriva il grano contaminato?

«Il Canada, grazie al Canada Grain Act (CGA) e alla Canadian Grain Commission (CGC), che riporta direttamente al Ministero dell’ Agricoltura, ha sviluppato una legislazione e una politica strutturale per coltivare ed esportare grano duro ed altri cereali, gestendo così l’offerta a livello mondiale. Il Canada consapevole delle probabili difficoltà, in termini qualitativi-sanitari, ha investito sia in logistica che in altri servizi aggiuntivi per supportare quello che possiamo definire un vero e proprio sistema commerciale, liberalizzato in parte solo da pochi anni, e teso ad esportare nel mondo cereali con seri problemi per la salute pubblica. La Commissione stabilisce qualità e standard del grano; regola la manipolazione, il trasporto e lo stoccaggio di grano in Canada; fornisce servizi di protezione al produttore e intraprende iniziative di ricerca sul grano e sui prodotti derivati».

[1] IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), 1993. Berillio, cadmio, mercurio ed esposizioni nell’industria vetraria. Monografie IARC sulla valutazione del rischio carcinogenico delle sostanze chimiche per l’uomo, vol. 58. Lione, Francia, pag 444.

[2] Il livello tollerabile di assunzione settimanale (TWI) è il quantitativo di una determinata sostanza che può essere consumato ogni settimana per tutto l’arco della vita senza provocare effetti apprezzabili sulla salute dei consumatori. Nel 1988 il comitato congiunto FAO/OMS di esperti sugli additivi alimentari (JECFA) aveva fissato un TWI provvisorio per il cadmio di 7 µg/kg pc.

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A GranoSalus replica Altroconsumo, la rivista che aveva effettuato test con risultati differenti.

«Un recente test, i cui risultati sono stati pubblicati da GranoSalus, sta riportando all’attenzione il discusso problema dei contaminanti presenti negli alimenti. L’indagine, svolta dall’associazione nata per dare voce agli agricoltori, si è concentrata su diverse marche di spaghetti. Su tutte è stata rilevata la presenza di Don, Cadmio e Glifosato entro i limiti per gli adulti, mentre in due casi i campioni superano i limiti di Don stabiliti per la tutela della salute dei bambini. Il nostro test, però, non arrivava alle stesse conclusioni. Perché le due analisi hanno dato risultati diversi? Chiariamo subito che le analisi condotte in occasione del nostro ultimo test sulla pasta hanno dato risultati diversi rispetto a quelli del test di GranoSalus. Ma un motivo c’è. In particolare, riguardo le micotossine (parliamo del deossinivalenolo o Don), nelle nostre analisi non sono state rilevate nella pasta De Cecco e Voiello, al contrario di quanto riscontrato da GranoSalus. Perché questa differenza nei risultati? Semplice, perché la ricerca di micotossine, per la loro stessa natura, può dare risultati differenti su lotti uguali dello stesso prodotto, possibilità che aumenta di conseguenza considerando lotti diversi, come nel caso del test condotto dall’associazione e quello effettuato da noi. In ogni caso, nonostante la variabilità dovuta alla fornitura del momento, De Cecco e Voiello sono risultate più volte esenti da questi contaminanti dalle nostre analisi. Ricordiamo che, sempre in riferimento a quanto sostenuto da GranoSalus, non sempre esiste una correlazione tra grano estero e micotossine. Inoltre è bene ricordare che, data la variabilità di queste sostanze, per limitarle è bene cambiare marca, in base anche alle notizie a disposizione».

Prosegue Altroconsumo: «Cosa abbiamo riscontrato nell’ultimo test  Nel nostro ultimo test il Don è stato trovato in oltre metà dei prodotti analizzati. Tutti i campioni testati erano entro i limiti previsti dalla legge (750 microgrammi/kg) ma, nonostante questo, un prodotto che si avvicina troppo a questa soglia può non essere indicato per i bambini più piccoli o per i ragazzi. Il valore più alto era di Esselunga: proprio 750 microgrammi/kg. Seguivano Granoro (656), Pasta Reggia (501), Carrefour (426), Divella (394), Barilla (376), Tre Mulini (346). La conclusione a cui eravamo giunti è che questi prodotti, secondo i nostri calcoli, non andrebbero dati ai bambini di tre anni. Chi si avvicina al limite, in particolare Esselunga, non dovrebbe essere proposto neppure ai più grandi, fino ai 9 anni di età, per non rischiare di superare la dose massima giornaliera tollerabile di assunzione di Don. Per gli adulti, invece, questi valori non rappresentano un problema, ma avevamo voluto mettere l’accento sul fatto che c’è un’ampia fascia di popolazione, in particolare bambini e ragazzi, che rischia di assumere ogni giorno un quantitativo di deossinivalenolo superiore alla soglia tollerabile, anche mangiando prodotti perfettamente in regola con le normative. Per questo abbiamo deciso di essere molto severi nella nostra scala di giudizi, per poter premiare non soltanto i pacchi di pasta più convincenti al palato, ma anche quelli che danno un valore in più: la totale assenza di micotossine. Il Glifosato c’è, ma ben al di sotto della soglia di rischio. Non abbiamo verificato la presenza di Glifosato nel nostro test ma, dai risultati pubblicati da GranoSalus, si evince chiaramente che i tenori riscontrati sui campioni di pasta sono contenuti e, nei casi peggiori, sono comunque 100 volte inferiori ai limiti previsti dalla legge. Ipotizzando che un bambino di 20 kg mangi due porzioni di pasta al giorno (80 g. ciascuna), la quantità di Glifosato assunta sarebbe di circa 600 volte inferiore alla dose giornaliera accettabile, ovvero la quantità di pesticida che può essere assunta in un giorno senza rischi. Nel test pubblicato da GranoSalus non si fa riferimento al fatto che la tossicità del Glifosato è ancora in fase di discussione, tanto che ci sono pareri discordanti come quello dell’Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), che esclude la carcinogenicità di questa sostanza, e quello dello IARC, di parere contrario. Stiamo attualmente effettuando nuove analisi sul Glifosato».

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Un articolo su Il Fatto Alimentare ha poi riportato le spiegazioni delle aziende.

Lo riportiamo.

«Le reazioni delle aziende non si sono fatte attendere. Voiello respinge le accuse al mittente, dichiarando a Il Salvagente di produrre esclusivamente con grano aureo coltivato in Italia. Granoro precisa che la sua linea “Dedicato 100% Puglia” è prodotta solo con frumento locale e annuncia di avere citato GranoSalus per diffamazione. Aidepi, in qualità di associazione di categoria, dal canto suo dichiara che “la pasta italiana è sicura” e che “tutta l’operazione di GranoSalus è diffamatoria e crea disinformazione” perché la presenza – in quantità minime, per altro – di questi contaminanti non può essere considerata un indice della provenienza del grano. Per quanto riguarda il DON o deossinivalenolo (una micotossina prodotta da alcune specie del genere Fusarium), il livello di contaminazione rilevato in tutti i campioni risulta essere al di sotto dei limiti stabiliti dalla normativa europea (750 ppb) e quindi non c’è alcun motivo per puntare il dito contro la pasta. La presenza di DON viene utilizzata da GranoSalus per accusare i produttori di usare grano duro canadese. La teoria è affascinante ma alquanto bizzarra perché il DON si forma anche nel grano nostrano in stagioni particolarmente umide. È vero che la tossina è in genere presente in quantità superiori nei grani coltivati a temperature e umidità tipiche del Canada, che esporta grandi quantità in Italia, ma è anche vero che il grano duro di ottima qualità che viene importato deve rispettare i limiti imposti dall’Unione Europea. L’altro aspetto da considerare è che dalle più recenti analisi condotte dall’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e Emilia Romagna sul grano duro importato non si rilevano segni di positività alle micotossine. Secondo le analisi di GranoSalus i DON superano i limiti stabiliti dalla legge per l’alimentazione dei bambini in due marchi, Divella e La Molisana. In questo caso, però, l’indagine “dimentica” di specificare che i prodotti per l’alimentazione dei bambini sono una categoria a sè. Fare il riferimento ai limiti imposti dalla norma per la pasta dei bambini al di sotto dei 36 mesi quando si parla di spaghetti e maccheroni per adulti è davvero assurdo. C’è poi la questione glifosato, che in Canada viene usato per favorire la maturazione del grano duro. Secondo l’inchiesta di GranoSalus non può essere presente nel grano italiano perché “la legislazione europea dal mese di agosto 2016 vieta l’uso di glifosato in pre-raccolta per il grano duro”. L’associazione “dimentica” ancora che, seppure non usato in pre-raccolta, è permesso per altre colture – legumi e pomodori, per esempio – e, ad esempio, la semplice rotazione dei campi può spiegare la presenza di bassi livelli di glifosato nel grano. Inoltre, nelle analisi pubblicate da GranoSalus i livelli di glifosato sono così bassi da essere a volte al di sotto della soglia considerata attendibile (50 µg/kg). L’ultimo contaminante trovato dalle analisi dell’associazione è il cadmio, un metallo pesante cancerogeno per l’uomo. Ancora una volta, per spiegare la sua presenza – in tracce e sempre al di sotto dei limiti di legge – non è necessario scomodare il grano canadese: il cadmio è un metallo presente in molti fertilizzanti normalmente utilizzati in agricoltura, nonché presente in natura in seguito a eventi come l’erosione e le eruzioni vulcaniche. Tuttavia, rimangono ancora alcune domande a cui rispondere. Per esempio, dove e con quale metodo sono state realizzate le analisi? E, soprattutto, cos’è GranoSalus? Se per la seconda domanda non c’è una risposta, al di là dello scarno “laboratorio europeo accreditato” citato sul sito dell’associazione, non si sa molto di più di GranoSalus. Secondo quanto riportato sul suo sito web, è un’associazione di produttori di grano duro a difesa dei consumatori, il cui presidente è un agricoltore Saverio De Bonis. Il sito non riporta inoltre riferimenti scontati come l’indirizzo, il  numero di telefono e una scheda di presentazione. Ciò nonostante la vicenda è stata ripresa da decine di siti e blogger sempre pronti a rilanciare notizie vere e false, pur di aumentare il numero di click. È preoccupante constatare come qualsiasi notizia confezionata in maniera accattivante e in grado di generare indignazione nel pubblico, possa diffondersi sul web ed essere riportata anche da siti specializzati.  Molti dimenticano che il fondamento di una notizia è la verifica delle informazioni e il controllo sull’affidabilità della fonte.

Aggiornamento 02/03/2017

Dopo Voiello e Granoro, anche Coop risponde alle accuse di GranoSalus con un comunicato stampa in cui viene ribadita la sicurezza della pasta a marchio della catena e accusa l’associazione di produrre “un allarme ingiustificato e gratuito”. Entrando nel merito delle analisi, Coop fa sapere che i livelli di contaminanti riscontrati nella sua pasta sono abbondantemente al di sotto dei limiti di legge e al di sotto della soglia imposta dalla propria policy per DON e glifosato (50% inferiore al limite di legge). Inoltre Coop ricorda che, nell’ottica della massima trasparenza, l’origine del grano con cui è prodotta la sua pasta può essere controllata su un apposito portale web e che la sua pasta di Gragnano Fior Fiore è realizzata solo con materie prime italiane».

Fonte: ilcambiamento.it

Quanti pesticidi nelle acque italiane?

A rivelarlo è l’ultimo rapporto dell’Ispra sui pesticidi nelle acque: i siti interessati salgono del 20% nelle acque di superficie e del 10% in quelle sotterranee. Il glifosato è tra le sostanze che superano più spesso i livelli di qualità ambientaleacqua

(Credits: Ron Kroetz/Flickr CC)

È boom di pesticidi nelle acque italiane. A rivelarlo è l’ultimo rapporto nazionale Pesticidi nelle acque dell’Isrpa, relativo al biennio 2013/2014, che fotografa un progressivo incremento di contaminanti nelle risorse idriche del nostro paese: i siti in cui sono presenti infatti sono aumentati del 20% in quelle superficiali, e del 10% in quelle sotterranee. Il 21,3% dei siti monitorati ha mostrato inoltre concentrazioni di sostanze superiori ai limiti di qualità ambientali, dovute in un’alta percentuale dei casi al glifosato, dichiarato probabilmente cancerogeno dallo Iarc solo lo scorso anno (anche se l’Efsa è di opinione differente). Tra le 224 sostanze contaminanti individuate dall’Ispra, la maggior parte arriva dai diserbanti, che possono raggiungere più facilmente le falde acquifere a causa del loro utilizzo diretto sul suolo, spesso concomitante con i periodi di maggiore piovosità. Nei bacini superficiali i pesticidi sono stati rinvenuti nel 63,9%degli oltre 1.200 siti monitorati (erano il 56,9% nel 2012), mentre per le falde sotterranee la percentuale si arresta al 31,7% dei siti (era del 31% nel 2012). Nelle acque superficiali in cui i livelli monitorati superavano le concentrazioni di qualità ambientale, le sostanze più comuni sono risultate il glifosato e il suo metabolita Ampa(acido aminometilfosforico), il metolaclor, triciclazolo, oxadiazon,terbutilazina e il suo principale metabolita, desetil-terbutilazina. Per glifosato e Ampa, presenti rispettivamente nel 39,7% e nel 70,9% dei siti in questione, l’Arpa sottolinea che vengono cercati però solamente in due regioni, Lombardia e Toscana, dove rappresentano i principali inquinanti presenti nelle acque. Estremamente diffusi, sia nelle acque di superficie che in quelle sotterranee, risultano inoltre i neonicotinoidi, tra i più diffusi insetticidi al mondo. Uno studio condotto a livello mondiale nel 2015 dalla Task force sui pesticidi sistemici, si legge nel rapporto, evidenzia come queste sostanze siano tra i principali responsabili della perdita di biodiversità e della moria di api. Dai dati dell’Ispra il Nord Italia, in particolare Pianura padana e Veneto, sembra maggiormente interessato dall’inquinamento delle acque, ma ricorda che in queste aree il monitoraggio è solitamente più efficace, e in molte regioni del Centro-Sud la copertura del territorio non è né completa né omogenea, mentre in Molise e Calabria è addirittura del tutto assente. Unico dato positivo è quello sulle vendite di prodotti fitosanitari, scesa nel 2014 a circa 130mila tonnellate, con una diminuzione del 12% rispetto al 2001. L’agricoltura insomma si sta adeguando a una nuova sensibilità per la difesa dell’ambiente. Una svolta di cui però non si vedono ancora i risultati: nello stesso periodo (2003-2014) i siti contaminati sono aumentati infatti del 20% nelle acque superficiali e del 10% in quelle sotterranee. Serviranno anni, concludono gli esperti dell’Ispra, per eliminare gli inquinanti dalle risorse idriche del nostro paese, perché “la risposta dell’ambiente risente della persistenza delle sostanze e delle dinamiche idrologiche spesso molto lente, specialmente nelle acque sotterranee, che possono determinare un accumulo di inquinanti, e un difficile ripristino delle condizioni naturali”.

Fonte: Wired.it

Boom di pesticidi nelle acque. E c’è il glifosato

Pesticidi nelle acque, cresce la percentuale di punti contaminati: +20% nelle acque superficiali, +10% in quelle sotterranee. Sono i dati del nuovo rapporto Ispra. Rinvenute 224 sostanze diverse, il glifosato è tra quelle che superano più spesso i limiti.

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Sono circa 130.000 le tonnellate di prodotti fitosanitari utilizzate ogni anno in Italia. Ad essi, si aggiungono i biocidi, impiegati in tanti settori di attività, di cui non si hanno informazioni sulle quantità e sulla distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio. I risultati del monitoraggio di queste sostanze sono contenuti nell’edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’ISPRA (disponibile QUI).

«La contaminazione da pesticidi è un fenomeno complesso e difficile da prevedere, sia per il grande numero di sostanze impiegate, sia per la molteplicità dei percorsi che possono seguire nell’ambiente – spiega Ispra nella nota diffusa – Il rapporto viene costruito sulla base dei dati forniti dalle Regioni e dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, ma la copertura del territorio non è completa né omogenea soprattutto per quanto riguarda le regioni centro-meridionali: non si dispone di informazioni relative a Molise e Calabria e mancano i dati relativi a cinque Regioni per quanto riguarda le acque sotterranee. Nel biennio 2013-2014 sono stati analizzati 29.220 campioni per un totale di 1.351.718 misure analitiche, con un sensibile aumento rispetto al biennio precedente. Nel 2014, in particolare, le indagini hanno riguardato 3.747 punti di campionamento e 14.718 campioni e sono state cercate complessivamente 365 sostanze (nel 2012 erano 335). Sono state trovate 224 sostanze diverse, un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012): questo dato indica una maggiore efficacia delle indagini condotte».

«Gli erbicidi sono ancora le sostanze più rinvenute, soprattutto a causa dell’utilizzo diretto sul suolo, spesso concomitante con i periodi di maggiore piovosità di inizio primavera, che ne determinano un trasporto più rapido nei corpi idrici superficiali e sotterranei. Rispetto al passato, è aumentata notevolmente la presenza di fungicidi e insetticidi, soprattutto perché è aumentato il numero di sostanze cercate e la loro scelta è più mirata agli usi su territorio. Le acque superficiali “ospitano” pesticidi nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio controllati (nel 2012 la percentuale era 56,9); nelle acque sotterranee, sono risultati contaminati il 31,7% dei 2.463 punti (31% nel 2012). Il risultato complessivo indica un’ampia diffusione della contaminazione, maggior e nelle acque di superficie, ma elevata anche in quelle sotterranee, con pesticidi presenti anche nelle falde profonde naturalmente protette da strati geologici poco permeabili».

«Nelle acque superficiali, 274 punti di monitoraggio (21,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali. Le sostanze che più spesso hanno determinato il superamento sono: glifosato e il suo metabolita AMPA (acido aminometilfosforico), metolaclor, triciclazolo, oxadiazon, terbutilazina e il suo principale metabolita, desetil-terbutilazina. Per quanto riguarda il glifosato e il metabolita AMPA, presenti rispettivamente nel 39,7% e nel 70,9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali, va chiarito che sono cercati solo in Lombardia e Toscana, dove sono tra i principali responsabili del superamento dei limiti di qualità ambientali. Nelle acque sotterranee, 170 punti (6,9% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale. Le sostanze più frequentemente rinvenute sopra il limite sono: bentazone, metalaxil, terbutilazina e desetil-terbutilazina, atrazina e atrazina-desetil, oxadixil, imidacloprid, oxadiazon, bromacile, 2,6-diclorobenzammide, metolaclor».

«Diffusa è la presenza dei neonicotinoidi sia nelle acque superficiali, sia in quelle sotterranee. Tra questi, in particolare, l’imidacloprid e il tiametoxan, che hanno anche determinato il superamento dei limiti di qualità. I neonicotinoidi sono la classe di insetticidi più utilizzata a livello mondiale e largamente impiegata anche in Italia. Uno studio condotto a livello mondiale (Task Force sui Pesticidi Sistemici– 2015) evidenzia come l’uso di queste sostanze sia uno dei principali responsabili della perdita di biodiversità e della moria di api. Nel complesso la contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta dove, come già segnalato in passato, le indagini sono generalmente più efficaci. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale. In alcune Regioni la contaminazione è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a interessare oltre il 70% dei punti delle acque superficiali in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, con punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria. Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia 50% dei punti, in Friuli 68,6%, in Sicilia 76%».

«Più che in passato, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, contenenti anche decine di componenti diversi. Ne sono state trovate fino a 48 a sostanze in un singolo campione. La tossicità di una miscela è sempre più alta di quella dei singoli componenti. Si deve, pertanto, tenere conto che l’uomo e gli altri organismi sono spesso esposti a “cocktail” di sostanze chimiche, di cui a priori non si conosce la composizione. È necessario prendere atto di queste evidenze, confermate a livello mondiale, e del fatto che le metodologie utilizzate in fase di autorizzazione, che valutano le singole sostanze e non tengono conto degli effetti cumulativi, debbono essere analizzate criticamente al fine di migliorare la stima del rischio».

«C’è stata una sensibile diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari scesi nel 2014 a circa 130.000 tonnellate, con un calo del 12% rispetto al 2001. Nello stesso periodo si è ridotta del 30,9% la quantità di prodotti più pericolosi (molto tossici e tossici). Indubbiamente c’è un più cauto impiego delle sostanze chimiche in agricoltura, come richiesto dalle norme in materia, che prevedono l’adozione di tecniche di difesa fitosanitaria a minore impatto, in cui il ricorso alle sostanze chimiche va visto come l’ultima risorsa. L’analisi dei dati di monitoraggio, peraltro, non evidenzia una diminuzione della contaminazione. Nel periodo 2003 –2014, infatti, la percentuale di punti contaminati nelle acque superficiali è aumentata di circa il 20%, in quelle sotterranee di circa il 10%. Il fenomeno si spiega in parte col fatto che in vaste aree del centro– sud, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata. La risposta dell’ambiente, inoltre, risente della persistenza delle sostanze e delle dinamiche idrologiche spesso molto lente, specialmente nelle acque sotterranee, che possono determinare un accumulo di inquinanti, e un difficile ripristino delle condizioni naturali».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Il glifosato uccide il mondo lentamente: ma all’UE va bene

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Glifosato: UE pronta ad autorizzarne l’uso per altri 15 anni. Intanto, questa sostanza, giudicata potenzialmente cancerogena è ovunque: nella birra, nelle verdure e persino negli assorbenti.

Non solo birre tedesche, il glifosato è ovunque: nei cavolfiori, nelle lenticchie, nei fichi, nei pompelmi, nelle acque, persino negli assorbenti. Questo diserbante, il più diffuso al mondo, anche in Italia, è stato dichiarato “probabile cancerogeno” dallo IARC (anche se a novembre dell’anno scorso, l’EFSA ne ha invece decretato la non cancerogenicità),  e ora c’è il rischio che l’UE ne autorizzi l’uso per altri 15 anni. Il 31 dicembre scorso, infatti,l’autorizzazione per l’utilizzo di questo erbicida nell’Unione Europea è scaduta. Tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima, dunque, la Commissione europea sarà chiamata a decidere se proporne il rinnovo per altri 15 anni.

La proposta sarà votata dalla commissione permanente del Paff (comitato per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi) e, secondo indiscrezioni, tutti gli Stati membri, ad eccezione della Svezia, sarebbero a favore. In Italia 32 associazioni tra cui Fai, Wwf, Legambiente, Greenpeace, hanno firmato un appello per chiedere al governo italiano di assumere posizione contraria in merito e chiedere il bando della produzione, commercializzazione ed uso di questo pesticida in Europa, oltre che “rimuovere il prodotto da tutti i disciplinari di produzione che lo contengono e di escludere le aziende che ne fanno uso da qualsiasi premio nell’ambito dei Programmi regionali per lo sviluppo rurale (Psr)“.

Come dicevamo all’inizio, il glifosato è praticamente ovunque. Risale a pochi giorni fa la notizia secondo cui diversi marchi di birre tedesche conterrebbero tracce di diserbante. I livelli registrati oscillano fra 0,46 e 29,74 microgrammi per litro, nei casi più estremi quasi 300 volte superiori a 0,1 microgrammi, che è il limite consentito dalla legge per l’acqua potabile. Non esiste un limite per la birra.

Ma non è solo lì che si insidia questa sostanza.

I ricercatori della Boston University e Abraxis LLC hanno trovato tracce significative del pesticida nel 62% dei mieli convenzionali e nel 45% dei mieli biologici. Inevitabile, secondo gli scienziati, dato che il prodotto è talmente diffuso che anche le api che bottinano su terreni biologici non possono evitarla durante i loro voli.

Tant’è che il 22 febbraio scorso, anche l’Unapi, l’Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani,ha firmato la lettera delle associazioni che invita il governo italiano a dire basta al glifosato.

Nemmeno i prodotti per l’igiene femminile sono al sicuro.

Nei mesi scorsi, dopo l’allarme dato dall’Argentina, anche la Francia e il Canada hanno lamentato la presenza di questa sostanza in assorbenti, tamponi e salvaslip.

60 Million Consumers, l’associazione francese per la difesa dei diritti dei consumatori, ha pubblicato un rapporto dedicato proprio ai prodotti per l’igiene femminile. All’interno del documento, si evidenzia come, su 11 campioni analizzati, la sostanza sia stata individuata in 5 prodotti, tra cui anche salvaslip biologici a marchio Organyc. L’azienda ha infatti deciso il ritiro in via precauzionale di oltre 3mila confezioni distribuite in Francia e in Canada. Tracce di glifosato sembra siano state trovate anche in alcuni prodotti a marchio OB, Tampax e Nett. La possibile giustificazione della presenza di questa sostanza è il fatto che il glifosato  è ampiamente utilizzato in agricoltura, anche nella produzione di cotone. Stupisce però che sia stato trovato anche in prodotti che dovrebbero contenere cotone biologico. Non dimentichiamo che il glifosato è il componente principale di almeno l’80% degli erbicidi in commercio nel nostro Paese. Secondo le associazioni che hanno firmato l’appello al governo contro il diserbante, “senza un divieto ufficiale i programmi regionali per l’agricoltura considereranno come sostenibile e incentiveranno l’uso di un prodotto potenzialmente cancerogeno per l’uomo e che «studi del Mit del 2013-2014» sospettano di essere alla base anche dell’insorgenza di un disturbo come la celiachia“.

Secondo Beppe Croce, responsabile agricoltura di Legambiente: “Per intendersi, un’altra sostanza definita probabilmente cancerogena è il ddt, che è stato vietato da anni. La resistenza europea a bandire il glifosato viene solo dagli enormi interessi economici in gioco“.

Coloro che difendono l’uso di questo diserbante fanno però riferimento a due pareri ufficiali, entrambi emessi l’anno scorso: quello dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bfr), secondo il quale il glifosato «non è cancerogeno», e quello dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (l’Efsa, con sede a Parma), che lo ha definito «probabilmente non cancerogeno». Entrambi pareri che vanno contro lo studio dello IARC.

E’ possibile sottoscrivere la petizione per bloccare questo scempio a questo link!

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Fonte: ambientebio.it

Le orribili foto che mostrano il costo umano dell’uso di ogm e pesticidi

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Ecco come ogm e pesticidi stanno uccidendo le persone in Argentina. Il reportage del fotografo argentino Pablo Ernesto Piovano. Non lasciano spazio a dubbi, o a parole, le foto di Pablo Ernesto Piovano, il fotografo che ha documentato le condizioni in cui versano gli argentini che lavorano o vivono nei pressi dei campi coltivati a soia ogm dove si usano dosi massicce di pesticidi, tra cui il glifosato. Argentino anche lui, in questa sequenza di scatti presentati anche durante il Festival della Fotografia Etica del 2015Piovano ritrae tutta la brutalità e la pericolosità di un sistema di produzione che uccide silenziosamente, colpendo spesso le aree più povere della popolazione. La soia Ogm fu approvata in Argentina nel lontano 1996. L’Argentina è stata tra i primi Paesi al mondo a utilizzare le colture geneticamente modificate in agricoltura, applicando le tecnologie OGM nella produzione di semi di soia, mais e cotone. Da allora, l’Argentina ha aumentato in maniera sfrenata la sua produzione di colture OGM tanto da diventare il terzo più grande produttore di colture biotech nel mondo, dopo gli Stati Uniti e Brasile.

Ma a che prezzo?

Il prezzo ce l’ha mostrato Piovano nelle sue foto che testimoniano un’emergenza che colpisce più di 12 milioni di persone. Dal lontano 1996, la terra coltivata a ogm è arrivata a coprire il 60 per cento del totale e, solo nel 2012, sono stati spruzzati 370 milioni di litri di pesticidi tossici su 21 milioni di ettari di terreno. Secondo TerraNuova, in Argentina, per far crescere i 48 milioni di tonnellate di soia vengono utilizzati 200.000 litri l’anno di glifosfato. Secondo uno studio dell’Ospedale italiano “Giuseppe Garibaldi” di Rosario, nelle zone fumigate si sarebbe verificato un aumento di tre volte i casi di tumori gastrici e ai testicoli, di due volte per quelli al pancreas e ai polmoni e addirittura di dieci volte al fegato.

Senza contare le malformazioni. Nel 2014, una mamma Argentina, Sofia Gatica, a seguito del decesso della figlia appena partorita per “un grave difetto congenito“, ha deciso di andare oltre la diagnosi dei medici e di condurre delle indagini personali. Le sue ricerche le hanno permesso di scoprire che proprio nella provincia di Cordoba, da quando il governatore dello Stato ha approvato le disposizioni per una strategia di politica agricola votata alla coltivazione intensiva gestita dalla multinazionale Monsanto, la mortalità infantile è aumentata del 1750% in un solo decennio. Nel corso degli anni, a Sofia si sono unite altre madri dando vita al gruppo “Mothers of Ituzaingo“. Con l’aiuto anche di Raul Montenegro, un accademico che ha la cattedra di Biologia presso la Facoltà di Scienze dell’alimentazione, dell’università di Cordoba, il gruppo di madri ha denunciato la Monsanto per “genocidio”. L’8 gennaio 2014, è arrivata la sentenza che ha dichiarato “incostituzionale la costruzione degli impianti della Monsanto“. Il lavoro di Pablo Piovano ha lo scopo di rappresentare l’impotenza e la fragilità degli esseri umani di fronte al potere delle multinazionali e a una tragedia di incredibili proporzioni causata dall’uso massiccio di pesticidi. Per poterlo realizzare, il fotografo argentino ha viaggiato per più di 6000 km in auto. Con una macchina fotografica ha immortalato la sofferenza di uomini e bambini. Come spiega lui stesso, in alcune porzioni di popolazione, i casi di cancro nei bambini sono triplicati in meno di 10 anni. Gli aborti spontanei e i difetti di nascita sono cresciuti del 400%. Ma nonostante tutto, ancora oggi, è difficile scardinare un sistema di autorizzazioni che porta a utilizzare questi prodotti anche in Europa. Tutto questo orrore convive con il silenzio della maggior parte dei mezzi di comunicazione.

Ecco alcuni degli scatti più significativi di questo fotografo.

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Il reportage ha vinto diversi premi come il Festival internacional de la imagen, in Messico, e si è piazzato al terzo posto del concorso POY Latam. Ritornando al glifosato, è di questi giorni la notizia del ritrovamento di questo erbicida in alcune note marche di birra tedesche, come Beck’s e Paulaner. Nei prossimi giorni, la Commissione UE discuterà con gli Stati Membri del rinnovo dell’autorizzazione per l’utilizzo in Europa del glifosato

(Foto: Pablo Ernesto Piovano)

Fonte: ambientebio.it

 

Farfalla Monarca in estinzione, la Monsanto tra le cause

Secondo uno studio recente, il glifosato, principio attivo dell’erbicida RoundUp, prodotto dalla multinazionale americana, è la causa principale della riduzione di questa specie di farfalla, il cui numero è diminuito dell’80% rispetto agli anni novanta. Tra le altre cause, si annoverano il disboscamento illegale e i cambiamenti climatici.monarca_470

La monarca (Danaus plexippus) è una farfalla della famiglia Nymphalidae, nativa dell’America. E’ famosa per la straordinaria migrazione di massa che ogni inverno porta milioni di questi insetti in California e in Messico. Le monarca dell’America del Nord sono le uniche farfalle a compiere un viaggio così pesante: quasi 5 mila chilometri. Gli insetti devono mettersi in volo ogni autunno prima che arrivi il freddo, che può ucciderli se indugiano troppo a lungo.
Purtroppo un recente studio scientifico conferma che il numero di questa splendida specie si è ridotto dell’80%. La Xerces Society, un’organizzazione no profit che mira a preservare la fauna selvatica attraverso la conservazione degli invertebrati e dei loro habitat, osserva che “negli anni 90, le stime parlavano di più di un miliardo di questi esemplari che migravano ogni autunno dalle pianure settentrionali degli Stati Uniti alle foreste di abeti del Canada fino ad arrivare a nord di Città del Messico”. Ora, invece, la popolazione delle farfalle monarca si aggira attorno ai 56,5 milioni, con una riduzione appunto di più dell’80% rispetto a venti anni fa. E questa diminuzione è emersa soprattutto negli ultimi anni. Quali le cause di tutto questo?eastern_pop_graph_20151_470

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In cima alla lista ci sono gli erbicidi e i diserbanti, primo fra tutti il glifosato, il principio attivo del RoundUp della Monsanto, il cui impiego diffuso ha ucciso l’euforbia (Asclepias), pianta fondamentale per il sostentamento dei bruchi, il cui sviluppo, dall’uovo all’adulto, si completa in circa 30 giorni. Ricordiamo che la Monsanto è la multinazionale produttrice di biotecnologie agrarie al centro di molte critiche e cause legali per l’uso indiscriminato di sementi ogm e di pesticidi, e che il glifosato è stato inserito dallo Iarc dell’OMS, Agenzia Internazionale sul Cancro, tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo e sicuramente cancerogene per gli animali.
Pochi mesi fa, il Natural Resources Defense Council ha criticato fortemente l’EPA (Environmental Protection Agency) per non aver tenuto conto delle continue segnalazioni sulla pericolosità del glifosato nei confronti delle farfalle. La risposta dell’EPA non si è fatta attendere, affermando che stava “prendendo una serie di misure volte a tutelare la farfalla monarca e altri impollinatori. Per quanto riguarda l’esposizione ai pesticidi, l’EPA analizza con un approccio olistico tutti i diserbanti, non solo il glifosato, per determinare gli effetti sulle farfalle monarca”.
Di contro, la Xerces Society sostiene che, in particolare nel Midwest, la morte delle farfalle è dovuta principalmente al drammatico aumento dell’uso del Roundup della Monsanto, reso possibile dalle piantagioni di mais e soia geneticamente modificate. Sostanze chimiche simili sono anche la causa principale dell’estinzione delle api.
Oltre alla Monsanto, l’organizzazione cita tra le cause anche dei rischi ambientali, tra i quali il disboscamento illegale che ha distrutto intere regioni di svernamento delle farfalle, sostituendole con insediamenti residenziali, e i cambiamenti climatici, caratterizzati da eventi estremi. I parassiti, le malattie e i predatori hanno fatto il resto.
Nonostante tutto questo c’è un grande sforzo per salvare le farfalle monarca. Alla fine dello scorso anno, lo U.S. Fish and Wildlife Service ha destinato alla causa la cifra di 3.200.000 di dollari. L’estate scorsa, le organizzazioni ambientaliste hanno presentato una petizione per aggiungere le farfalle monarca alla lista delle specie in via di estinzione. Dal canto suo, la Xerces Society, in collaborazione con lo USDA (Natural Resources Conservation Service) del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, ha portato alla salvaguardia di più di 120.000 acri di terreno, piantando fiori ed erbe, tra cui l’euforbia, necessari all’impollinazione delle monarca e di altri insetti, compresi le api.

Fonte: ilcambiamento.it

The Monsanto Years, il nuovo disco di Neil Young contro la multinazionale americana

In uscita il 16 giugno, l’album del cantautore canadese è dedicato alla multinazionale di biotecnologie agrarie, da anni al centro di critiche e cause legali per l’uso indiscriminato di pesticidi e sementi ogm. «I pesticidi della Monsanto avvelenano i nostri cibi, uccidono le api e tutte le altre forme di vita fondamentali per l’ecosistema», scrive Young dalla sua pagina facebook. E la protesta si allarga anche alla Starbucks, grande catena internazionale di caffetterie.neil_young

La data di uscita è fissata per il 16 giugno, su etichetta Reprise Records, e il titolo dell’album è molto esplicito:The Monsanto Years, un disco contro la multinazionale di biotecnologie agrarie e sementi transgeniche, ad alto contenuto politico ed ecologista. L’ufficializzazione è arrivata direttamente dallapagina Facebook di Neil Young: «Gli anni della Monsanto sono qui e noi li stiamo vivendo – scrive il cantautore canadese –Monsanto è l’emblema assoluto di ciò che di sbagliato c’è nel governo mondiale delle multinazionali. Il nostro prossimo disco, “The Monsanto Years”, racchiude numerosi temi caldi di cui milioni di persone in tutto il mondo si preoccupano e per i quali sono attivi».
La Monsanto è la multinazionale produttrice di biotecnologie agrarie al centro di molte critiche e cause legali per l’uso indiscriminato di sementi ogm e di pesticidi. A tal proposito, lo Iarc dell’OMS, Agenzia Internazionale sul Cancro, a marzo aveva pubblicato un dossier, nel quale inseriva il glifosato tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo e sicuramente cancerogene per gli animali. Il glifosato è il principio attivo dell’erbicida RoundUp (venduto in 180 paesi), prodotto dalla Monsanto, e di centinaia di altri prodotti per l’agricoltura. La risposta della multinazionale americana non si era fatta attendere, mettendo in discussione l’autorevolezza dell’agenzia dell’OMS, accusandola addirittura di “lesa maestà”. Un’altra crepa in questa “maestà” la darà sicuramente Neil Young con il nuovo album. Nella sua pagina facebook il cantautore canadese elenca quei temi caldi di cui scrive all’inizio, suddividendoli in sette argomenti, con tanto di titolo, come fossero canzoni di uno stesso album. Il primo tema è dedicato proprio alla Monsanto, la cui «funzione precipua è quella di creare piante sempre più resistenti ai pesticidi», i quali «avvelenano i nostri cibi, uccidono le api e tutte le altre forme di vita fondamentali per l’ecosistema», e sottolineando la «stretta relazione tra pesticidi, autismo, cancro e molte altre patologie». La multinazionale viene accusata del «reato di brevettare geni e di controllare la fornitura globale di sementi, farfalle, uccelli, animali e molto altro ancora». Il tutto all’interno di un’agricoltura non più sostenibile e che provoca soltanto «un immenso spreco d’acqua». E’ invece «l’applicazione di un’agricoltura sostenibile», ecco il secondo tema, ad essere avanzata da Neil Young come una delle soluzioni possibili per non uccidere il pianeta. Un’agricoltura che si basi su alcuni fattori come la «protezione dei semi tradizionali, il trasporto verde, l’uso del potere eolico e solare, la riduzione delle emissioni di Co2, i mercati contadini», e che sostituisca quindi «un’agricoltura basata su sostanze chimiche o ogm usate dalle multinazionali con conseguente spreco e contaminazione di miliardi di litri di acqua preziosa per il pianeta». Un pianeta che sta attraversando dei «livelli di estinzione sempre più estremi», i cui unici freni sono «la protezione della biodiversità degli oceani e delle foreste, la tutela delle aree selvagge nazionali e delle sacre terre indigene». E poi altri due temi, contro cui Neil Young si scaglia ferocemente, con lo stesso approccio volutamente grezzo, rock, quasi punk, che caratterizzava il suono della sua chitarra negli anni giovanili: il comportamento errato degli Stati, che «sovvenzionano le corporazioni petrolifere e chimiche», trascurando «le leggi per i diritti civili e per i salari dignitosi», e la disinformazione dei grandi media, come «Fox News e molti altri giornali nazionali, che negano e ignorano notizie riguardanti queste tematiche».
La posizione di Neil Young contro la Monsanto si allarga anche ad un’altra multinazionale americana, la Starbucks, leader nella catena delle caffetterie, in passato apprezzata dallo stesso cantante. Sul suo sito internet, Young invita i suoi fan a boicottarla, scrivendo «niente più latte per me. Non ho intenzione di sostenere una compagnia che cerca attivamente di sconfiggere la volontà del popolo, combattendo il suo diritto di sapere cosa c’è nel cibo che mangia». Il riferimento è alla causa indetta dalla GMA, la “Grocery Manufacturers Association” contro lo Stato del Vermont, che l’anno scorso ha approvato una legge che prevede la pubblicazione degli ingredienti ogm sulle etichette dei prodotti. Dietro la GMA, secondo il cantante, si cela la stessa Monsanto, alleata della Starbucks. «La GMA – scrive Neil Young sul sito – è semplicemente un escamotage a cui Starbucks e Monsanto sono ricorsi per deviare le critiche e non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. […] La GMA è in causa per ribaltare una recente legge, approvata dai cittadini del Vermont, che consentirebbe loro di sapere cosa stanno mangiando, fornendo loro l’etichettatura dei prodotti alimentari. […] Nelle comunicazioni con Starbucks – conclude Young – la compagnia non ha mai risposto alla domanda diretta se il suo caffè contenga o meno ogm».

Traduzione dall’inglese a cura di Rosalba Dell’Università.

Fonte: ilcambiamento.it

Costa Rica: i danni della coltivazione dell’ananas

Il Paese del Centro America rappresenta il 60% del mercato globale del frutto. Ma a quale prezzo?

Da alcuni anni il Costa Rica rappresenta uno degli esempi di successo del Centro America: ha abolito l’esercito, ha sostenuto uno sviluppo democratico stabile e si è costruito un’immagine di meta dell’ecoturismo. In questo quadro idilliaco c’è, però, un grave difetto ambientale: l’industria dell’ananas. Il Costa Rica esporta, ogni anno, ananas per un valore di 800 milioni di dollari l’anno. Questo piccolo Paese la cui superficie è 1/6 dell’Italia fornisce il 60% degli ananas consumati in tutto il mondo. Questa monocoltura sta avendo un impatto devastante sull’ambiente: ogni pianta produce solamente due frutti in un periodo di 18-24 mesi e ciò richiede notevoli quantità di fertilizzanti e un uso massiccio di prodotti chimici quali bromacile,diuron e glifosato. Dopo il raccolto il fusto conico della piante si riempie d’acqua divenendo l’habitat privilegiato delle mosche ematofaghe che attaccano i bovini nelle vicinanze, causando perdita di peso e una diminuzione della produzione di latte. L’unica soluzione trovata per evitare la proliferazione di queste mosche è stata l’utilizzo di un altro erbicida, il paraquat, un prodotto bandito dall’Ue per la sua tossicità. La monocoltura dell’ananas, insomma, innesca una vera e propria reazione a catena: gli agrochimici per la fertlizzazione e per la deumidificazione dei fusti della pianta hanno contaminato le falde acquifere che abbeverano le popolazioni che abitano a ridosso delle piantagioni. Ai problemi ambientali si aggiungono anche quelli legati alle condizioni di lavoro dei braccianti che emigrano clandestinamente dal vicino Nicaragua e la perdita di sovranità alimentare delle comunità locali. Che cosa fare per invertire la tendenza? L’Instituto Costarricense de Electricidad(ICE), fornitore di energia in Costa Rica, sta testando la possibilità di raccogliere i fusti residui e convertirli in biogas attraverso un processo di biodigestione. Questo biogas avrebbe tre ricadute positive sull’ambiente: 1) potrebbe sostituire le energie fossili, contribuendo all’abbassamento delle emissioni; 2)sarebbe un fertilizzante organico alternativo ai prodotti che inquinano l’ambiente; 3) eviterebbe la proliferazione delle mosche e l’utilizzo del paraquat. Un buon progetto ma molto costoso e potrebbe essere proprio questo il principale ostacolo alla sua realizzazione.469801846

Fonte: Foodtank