Terza condanna per la Bayer per i danni da RoundUp: il titolo crolla in Borsa

Il diserbante RoundUp, di cui quella che è oggi una “coppia” unita in matrimonio, Monsanto-Bayer, va così orgogliosa, ha portato alla multinazionale la terza condanna con risarcimenti a più zeri. E il titolo crolla in Borsa.

Tonfo di Bayer alla Borsa di Francoforte dopo che il colosso della chimica ha incassato una nuova sconfitta, la terza consecutiva, negli Stati Uniti, per il diserbante Roundup. Una giuria di Oakland, in California, ha condannato il gruppo tedesco a pagare oltre 2 miliardi di dollari a una coppia che ha usato Roundup per oltre 30 anni e ha contratto il cancro. I legali della coppia che ha sporto denuncia, Alva e Alberta Pilliod, avevano chiesto 55 milioni di dollari di risarcimenti (18 per Ava e 37 per Alberta) e un miliardo di dollari di ulteriori danni. La giuria, alla fine, si e’ spinta anche oltre: ha punito la società con una sanzione complessiva da 2,055 miliardi. Ha trovato che il Roundup e’ stato un “fattore significativo” nella malattia dei coniugi, un linfoma non-Hodgkin diagnosticato tra il 2011 e il 2015. E che il prodotto è “difettoso” e la societa’ non ha adeguatamente avvertito i consumatori dei rischi, agendo in modo negligente. I coniugi Pilliod, entrambi ultra-settantenni, avevano usato il Roundup per 35 anni nella loro proprieta’ nei pressi di San Francisco. Intanto il titolo di Bayer, che era arrivato a perdere fino al 7,4% in avvio di seduta, è affondato del 6,3% a 53,3 euro, il minimo da sette anni. Il segnale inviato dalla nuova condanna appare chiaro: la cifra scelta dai giurati (ma che la Corte potrebbe ridurre) è l’ottava di sempre nella classifica dell’esito di denunce simili contro prodotti ritenuti pericolosi. E i rischi per la casa farmaceutica aumentano caso dopo caso, con potenzialmente davanti altri 13.400 ricorsi legali in attesa di arrivare in aula da una costa all’altra degli Stat Uniti.

Bayer si è trovata alle prese con il Roundup dopo l’acquisizione da 63 miliardi di dollari del colosso agrochimico e biotech statunitense Monsanto avvenuta lo scorso giugno. Già due precedenti cause in California sono terminate con verdetti di responsabilità per danni rispettivamente da 78,5 milioni di dollari – lo scorso agosto, ridotto da un’iniziale condanna a pagare 289 milioni – e da 80 milioni in marzo. Il gruppo ha presentato appello in tutte le vicende.

La multinazionale, proprio in questo periodo, deve anche fare i conti con una rivolta interna degli azionisti per le ripercussioni della fusione con Monsanto. A fine aprile durante l’assemblea annuale sono fioccate critiche aperte ai vertici, con il 55% dei soci che ha rifiutato di approvare le azioni del management negli ultimi dodici mesi. Gli appelli a patteggiare per risolvere la rete di migliaia di ricorsi legali per danni si sono moltiplicati.

Il prossimo caso a finire in un’aula di tribunale sarà, in agosto, il primo fuori dalla California. Le udienza si terranno a St. Louis in Missouri, ex quartier generale di Monsanto e ora sede dell’attivita’ nelle sementi di Bayern. L’appello del primo caso perso da Bayer, portato da giardiniere Dewayne Johnson, dovrebbe inoltre cominciare entro fine anno.

Fonte: ilcambiamento.it

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Il Tribunale della UE: l’Efsa renda pubblici gli studi sul glifosato

Il Tribunale dell’Unione Europea ha annullato le decisioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che negavano l’accesso agli studi di tossicità e cancerogenicità del glifosato. Ora quegli studi devono essere resi pubblici.

Il glifosato è uno degli erbicidi più utilizzati a livello mondiale per il controllo delle erbe infestanti in agricoltura, orticultura, silvicultura e manutenzione del verde urbano. Nel marzo del 2015 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) lo ha catalogato come “probabile cancerogeno per gli umani”. Ad aprile 2015 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) è stata incaricata dalla Commissione Europea di prendere in considerazione le conclusioni dello Iarc ed effettuare una revisione nell’ambito del processo legale di rinnovo dell’autorizzazione dell’uso del glifosate in Europa. Contrariamente al rapporto Iarc, le ricerche di Efsa sono arrivate alla conclusione che è “improbabile che il glifosato possa costituire un pericolo cancerogeno per gli esseri umani”. I risultati opposti delle due valutazioni hanno generato, nei mesi seguenti, un duro dibattito tra esponenti delle due Agenzie circa la metodologia applicata nella determinazione della possibile cancerogenicità dell’erbicida. Sebbene le conclusioni dell’Efsa avrebbero permesso il rinnovo quindicennale della licenza per il glifosate da parte della Commissione Europea, a marzo 2016 il Comitato permanente su piante, animali, cibi e mangimi (Paff) non ha proceduto a tale rinnovo a causa dell’opposizione di alcuni paesi, tra cui l’Italia. Nell’aprile 2016 il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione non vincolante che esortava, tra l’altro, la Commissione a rinnovare l’autorizzazione al commercio del glifosato per sette anni invece di quindici e limitatamente all’uso professionale. In ambito UE è stato quindi varato il Regolamento 1313/2016 che prevede misure di limitazione nell’uso di formulati a base di glifosato, ripreso in Italia dal Decreto 9 agosto 2016 che proibisce l’utilizzo dell’erbicida in luoghi di interesse pubblico (parchi, giardini, ecc) e ne vieta totalmente l’impiego per fini non agronomici. Nel frattempo l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) nel marzo 2017 ha confermato la classificazione del glifosato come sostanza che può causare seri danni agli occhi, tossica per l’ambiente acquatico con effetti a lungo termine. In questo quadro di valutazioni anche contrastanti, un cittadino ed alcuni eurodeputati, appellandosi alle disposizioni della Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni in materia ambientale, hanno fatto richiesta di accesso all’Efsa relativamente agli studi sulla tossicità e cancerogenicità del glifosate alla base delle sue valutazioni; tali studi, mai pubblicati, sono ritenuti infatti fondamentali per determinare la dose giornaliera ammissibile di glifosate, oltre a contenere risultati e analisi sulla cancerogenicità della sostanza attiva.

L’Efsa ha però negato l’accesso a tali studi perché, ha spiegato:

. la divulgazione di tali informazioni avrebbe danneggiato gli interessi commerciali e finanziari delle imprese autrici degli studi stessi,

. non esisterebbe, secondo Efsa, alcun interesse pubblico prevalente alla divulgazione di questo genere di informazioni
. gli studi non avrebbero fornito informazioni relative alle emissioni nell’ambiente, ai sensi della Convenzione di Aarhus

. l’accesso a tali studi non sarebbe servito per una valutazione scientifica dei rischi relativi al glifosate.
I ricorrenti si sono dunque rivolti al Tribunale dell’Unione europea per chiedere l’annullamento del rigetto. E il Tribunale ha dato torto all’Efsa, annullando la sua decisione di negare l’accesso agli studi effettuati.

Ha dunque stabilito che l’Efsa debba rendere pubblici tali studi in quanto “l’interesse del pubblico ad accedere alle informazioni sulle emissioni nell’ambiente è non solo quello di sapere che cosa è, o prevedibilmente sarà, rilasciato nell’ambiente, ma anche di comprendere il modo in cui l’ambiente rischia di essere danneggiato dalle emissioni in questione”. Per i giudici europei, infatti, il pubblico è tenuto ad essere informato sui rischi ambientali legati alla diffusione del glifosate. Gli studi di cui è stato chiesto l’accesso, per il Tribunale UE conterrebbero a tutti gli effetti informazioni “[riguardanti] emissioni nell’ambiente” ai sensi della Convenzione di Aarhus e l’Efsa non avrebbe quindi dovuto negarne la divulgazione.

Per il Tribunale l’interesse pubblico è dunque superiore a quello delle aziende (e meno male…), trattandosi di una sostanza che, nel suo utilizzo normale, è destinata ad essere rilasciata nell’ambiente, i suoi impatti prevedibili non sono solamente teorici, visto che i residui sono presenti nel cibo, nelle piante e nelle acque, ma reali; il pubblico deve accedere non solo alle informazioni sulle dispersioni ma anche a quelle sulle conseguenze a medio e lungo termine sull’ambiente, per esempio sugli organismi che non sono target primari della sostanza.

Fonte: ilcambiamento.it

Il batterio espiatorio

Discariche di rifiuti tossici, falde inquinate, fanghi di depurazione, terre e prodotti agricoli avvelenati, epidemie di polmonite e non solo; terre intrise di pesticidi, natura tutta messa a dura prova dai cambiamenti climatici, olivi disseccati. Ma la colpa di chi è? Dei batteri, di chi se no?

Nell’estate del 2018 in Italia abbiamo avuto un’epidemia di polmonite particolarmente violenta, in alcuni casi mortale. Non lo sapevate? Vi era sfuggito? Ve ne eravate dimenticati? E’ comprensibile, dato che i cosiddetti media mainstream, cioè quelli che vanno con la corrente, un’unica corrente come i condotti fognari, non hanno battuto la grancassa. E come mai non hanno battuto la grancassa della mortale pandemia, come invece facevano per ogni caso di morbillo vero o presunto, almeno fino a che c’è stata rivolta e polemica per la serqua di vaccini obbligatori con cui imbottire creature appena nate? Per lo stesso motivo: il direttore d’orchestra. Il quale ha alzato e agitato vigorosamente la bacchetta per il morbillo ecc., mentre l’ha abbassata intimando un “pianissimo” per la polmonite.

Proviamo a capire il perché di sinfonie tanto diverse per problemi apparentemente simili.

Nel settembre 2018, con temperature che si aggiravano sui 23-24 gradi, nella zona di pianura padana tra Brescia, Cremona e Mantova c’erano circa 600 persone con la polmonite, più di 200 erano state ricoverate, molte erano in terapia intensiva, 5 erano morte. L’epidemia è proseguita anche in ottobre ma la sorte degli altri non la conosciamo perché a quel punto l’orchestra si è azzittita del tutto. Una volta la polmonite era collegata alle temperature invernali, colpiva più nei climi freddi e la ragione è evidente: con il freddo l’apparato respiratorio è sottoposto ad un maggiore sforzo e subisce una maggiore minaccia. L’aria fredda inalata, in poche parole, non fa bene ai nostri polmoni e il loro sistema immunitario deve darsi da fare più del solito. Un’altra conoscenza un tempo di dominio pubblico era che di polmonite si moriva prima della scoperta degli antibiotici. Quante vite aveva salvato la penicillina! Quante volte l’abbiamo sentito dire ed era senz’altro vero. Ma l’epidemia di polmonite padana si è sviluppata in estate e gli antibiotici non hanno sempre funzionato. Come mai? Cosa è successo nella bassa bresciana, e in particolare tra Montichiari, Calvisano e Carpenedolo, per farlo diventare il triangolo della polmonite violenta e resistente ai medicinali usuali? La scienza medica nelle vesti della ASL è andata alla ricerca della risposta. Cosa ha cercato? Ma il batterio! Il batterio assassino.

L’umanità sviluppata e la sviluppata scienza del 2000 vedono nella natura, cioè nella vita, la fonte di tutti i mali, la nostra nemica numero uno. Forse perché noi siamo i suoi nemici e, come tutti i colpevoli, demonizziamo le nostre vittime. Perché, cos’è il batterio, infine? E’ l’origine di tutta la vita, e non si tratta di un particolare insignificante. I batteri sono i primi organismi viventi apparsi sul pianeta, più di 3 miliardi di anni fa. Se ne deduce logicamente che tutti noi siamo i loro eredi biologici, anche se molto alla lontana. Di batteri è pieno il nostro organismo, che senza di loro non potrebbe funzionare. Non solo i più conosciuti batteri della flora intestinale, che ci permettono di elaborare e assimilare il cibo, ma… udite, udite! Pare che ci siano batteri persino nei nostri cervelli. Batteri che forse presiedono a qualche funzionamento del cervello stesso, ancora non compreso dalla moderna scienza. Visto come sta funzionando il cervello di gran parte di noi umani all’apice del progresso, direi che quei batteri sono messi a dura prova.

Comunque sia, senza i batteri siamo tutti morti, ma non solo per quelli che ospitiamo direttamente. La vita del suolo e la sua fertilità, cioè tutto ciò che cresce sulla terra e che produce ossigeno, tutto ciò che coltiviamo e mangiamo non può prescindere dai batteri: sono loro che, insieme a insetti e funghi, trasformano in humus foglie morte, legni morti e… cacca. Sono loro che creano i presupposti per tutta la vita vegetale, che significa aria e cibo per tutti noi animali. Dunque? Ah, già, ci sono i batteri patogeni, cioè portatori di malattie. Batteri che possono essere veicoli di malattie, possono infettarci. Possono. Non sempre lo fanno, anzi non lo fanno quasi mai, altrimenti, dato che loro sono innumerevoli e noi molto meno, saremmo tutti morti o, per essere più precisi, se non fossimo resistenti anche ai batteri patogeni, non saremmo proprio mai esistiti. Dunque, quando ci infettano? Quando il nostro sistema immunitario non funziona bene, è debole o squilibrato o sovraffaticato. Ecco dunque la domanda che una scienza degna di questo nome avrebbe dovuto farsi: “Perché il sistema immunitario di una parte così ingente di abitanti della pianura padana tra Montichiari, Calvisano e Carpenedolo è talmente indebolito che, con temperature estive, 600 persone si ammalano di polmonite e, nonostante tutte le cure della moderna scienza medica e gli antibiotici a sua disposizione, alcune muoiono e buona parte fatica a guarire?”

Voi vi sareste posti il problema ma la ASL no. La ASL ha trovato qualche batterio di Legionella (dato che li ha cercati con tenacia, doveva trovarli per forza) e ha dato a loro la colpa di tutto. Il coro dei mediazombi ha cantato, appunto, in coro.

Da notare che meno del 10% dei pazienti con polmonite ospitava il batterio-(non)assassino.

E allora? Allora, niente.

Il fatto che l’epidemia si sia sviluppata nella zona più inquinata d’Italia (d’Europa? del mondo?) non conta per i suddetti individui delle varie categorie. Il fatto che in un comune di 23.000 abitanti, Montichiari, ci siano 21 discariche di rifiuti, in buona parte rifiuti tossici e speciali, non ha importanza nella ricerca delle cause di un’epidemia. Il fatto che 364.000 tonnellate di fanghi di depurazione ogni anno vengano trattati da impianti tra Lonato, Calcinato e Calvisano, e poi sversati in parte nei campi della zona, avvelenando terra e acqua (e anche l’aria non se la passa bene), non conta. Il fatto che la stessa ASL nel maggio 2017 sia stata costretta dal furore popolare a fare un’indagine epidemiologica sul territorio di Montichiari, i cui risultati erano che nel suddetto territorio si registra il 55% di morti in più per tumori delle vie respiratorie e il 23% in più di morti per patologie respiratorie (e la polmonite non è forse una patologia respiratoria?) sembra essere stato dimenticato dalla stessa ASL. E’ troppo scomodo incolpare i rifiuti tossici e speciali e il loro smaltimento inadeguato, che permette a dei mostri umani di guadagnare cifre stratosferiche di denaro; è ancora più scomodo incolpare il sistema che produce quelle montagne di rifiuti non biodegradabili, un sistema di cui tutti facciamo parte e che non vogliamo fare lo sforzo di cambiare, anche se ci sta uccidendo.

Meglio incolpare i batteri, allora. Per quelli bastano gli antibiotici. O no? Pare di no ma l’evidenza non conta. Conta quello che dice la scienza, nelle vesti della ASL. E che i mediaservi ripetono, amplificandolo fino al rintontimento. E’ colpa del batterio, cioè della maledetta vita. Non dei benedetti affari e affaristi, consumi e consumisti; dei dementi arraffatori speculatori mafiosiomeno e carrieristi di dutte le specie. Un batterio risolve sempre tutto! E già ce l’aveva dimostrato la famigerata Xylella, il batterio in questo periodo più famoso al mondo. Al quale hanno dato la colpa del Disseccamento Rapido degli Olivi, e in questo caso nonostante la scienza,  nelle vesti del professor Piero Perrino, ricercatore del CNR, ex direttore dell’istituto  del Germoplasma del CNR di Bari, docente all’Università di Birmingham e a quella di Bari (sappiamo che per i cultori della Scienza sono importanti i curricula, ma solo quando la scienza dice quello che fa comodo al business) dicesse, con argomentazioni particolareggiate e difficilmente confutabili, che gli olivi del Salento stanno morendo di avvelenamento da glifosato, quell’erbicida che è stato capace a suo tempo di far morire anche gli alberi della giungla vietnamita e milioni di bambini vietnamiti come effetto collaterale. E nonostante la scienza, nelle vesti di una ricerca commissionata dall’Unione Europea, abbia trovato il batterio (non) pernicioso solo in una metà delle piante ammalate.

La logica ci direbbe che, dove grandi quantità di glifosato vengono irrorate anno dopo anno, come succede in buona parte del Salento, per avere terreni trasformati in terra battuta, completamente nudi come sono quelli di molti uliveti pugliesi, tali quantità di glifosato basterebbero da sole a uccidere anche quelle creature straordinariamente resistenti e longeve che sono gli ulivi. Tuttavia, come l’araba fenice, essi risorgono dalle proprie ceneri (se gliene si dà la possibilità), ributtano nuovi rami e foglie ostinatamente. Non importa. Nonostante la logica, il buonsenso e una parte della scienza, oltre all’esperienza degli agricoltori e abitanti del Salento, dicano che non è il batterio a determinare il disseccamento degli ulivi, come se niente fosse si continua a colpevolizzare l’innocente. Che è presente in ogni prato e in ogni campo, ma sembra più difficile sia presente dove il glifosato viene sparso a vagonate.

Perché? Perché il povero batterio permette e promette lauti guadagni a un’ampia fetta dei già citati mostri umani, quegli adoratori del Dio Denaro a cui sacrificano ogni giorno vite innocenti. Altro che i sacrifici umani sugli altari degli Aztechi! Gli ulivi secolari sradicati (a spese di chi? A spese nostre) diventano combustibile per le centrali a biomasse: ed ecco i primi guadagni, sradicare e bruciare. E poi, udite, udite! Sono già pronti gli ulivi industriali brevettati della multinazionale Agromillora Group, “leader mondiale nel settore vivaistico” e grande sovvenzionatrice dell’Università di Bari nella ricerca di cultivar brevettate di cui si spartiranno felicemente i “diritti d’autore”.

Ulivi da coltivare a spalliera, che producono subito e muoiono dopo 15 anni; ogni 15 anni si devono ricomprare, pagando le royalties-mazzette ai pirati dell’agroindustria e ai loro manutengoli “scientifici”. Però, c’è un però: non hanno bisogno di manodopera, essendo rachitici e coltivati a spalliera. Una macchina con un essere umano può far tutto, potare, concimare, raccogliere. E allora questi “ulivi d’autore”, a cui si può dare tutto il veleno (sovvenzionato) che si vuole, tanto sono già moribondi appena nati, piacciono a una parte dei latifondisti, detti “agrari”, del sud. Che possono prendere i rimborsi (pagati da tutti noi) per gli ulivi spiantati, le sovvenzioni per quelli inadatti alla vita, e lasciare a casa qualche decina di operai. Benedetta xylella! Quanti divoratori del pianeta e delle nostre tasse mette d’accordo!

Peccato, un vero peccato che piccoli e medi agricoltori e i soliti ambientalisti fanatici degli alberi mettano sempre i bastoni tra le ruote. Neanche i batteri riescono a fermarli.

Fonte: ilcambiamento.it

Le acque italiane contaminate da 259 pesticidi

Il rapporto Ispra Ambiente fotografa la realtà delle acque italiane: oltre 35mila i campioni analizzati, 259 i pesticidi individuati, 400 quelli cercati. Il glifosato è l’erbicida che presenta il maggior numero di superamenti.42676245 - small stream with cristal water between the fields

Nelle acque superficiali, il glifosato, insieme al suo metabolita AMPA, è l’erbicida che presenta il maggior numero di superamenti. Purtroppo solo in 5 regioni si cercano glifosato e AMPA nei campioni di acque prelevati (nel biennio precedente erano monitorati solo in Lombardia). Eppure nel 2016 entrambe le sostanze risultano oltre le soglie rispettivamente nel 24,5% e nel 47,8% dei siti monitorati per le acque superficiali. Non mancano anche altri erbicidi, come il metolaclor, che supera i limiti nel 7,7% dei punti di monitoraggio e del suo metabolita metolaclor-esa, che tuttavia è ricercato solo in Friuli Venezia Giulia e che supera i limiti nel 16% dei siti, nonché del quinclorac, superiore ai limiti nel 10,2% dei casi. È chiaro che occorre estendere e uniformare le analisi. Nel complesso, salgono a quasi 400 le sostanze ricercate in Italia. La situazione è differente tra regione e regione. In generale, sono stati 35.353 i campioni di acque superficiali e sotterranee analizzate in Italia nel biennio 2015-2016, per un totale di quasi 2 milioni di misure analitiche e 259 sostanze rilevate (erano 224 nel 2014). Nel 2016, in particolare, sono stati trovati pesticidi nel 67% dei 1.554 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 33,5% dei 3.129 punti delle acque sotterranee, con  valori superiori agli SQA nel 23,9% delle acque superficiali e nel 8,3% delle acque sotterranee. Gli erbicidi, in particolare, rimangono le sostanze riscontrate con maggiore frequenza principalmente per le modalità ed il periodo di utilizzo che ne facilita la migrazione nei corpi idrici, ma aumenta significativamente anche la presenza di fungicidi e insetticidi. Tutti quest dati sono contenuti nell’ultimo Rapporto Ispra  “Pesticidi nelle Acque”, che in questa edizione presenta i risultati relativi al biennio 2015-2016  sulla base dei dati provenienti dalle Regioni e dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Nelle acque sotterranee, 260 punti (l’8,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti. Anche in questo caso le sostanze che maggiormente hanno superato il limite sono gli erbicidi atrazina desetil desisopropil, glifosato e AMPA, bentazone e 2,6-diclorobenzammide, l’insetticida imidacloprid, i fungicidi triadimenol, oxadixil e metalaxil. La maggior presenza di pesticidi si riscontra nella pianura padano-veneta, dove le indagini sono generalmente più approfondite (in termini di numerosità dei campioni e di sostanze ricercate); nelle regioni del nord, infatti, si concentra più del 50% dei punti di monitoraggio della rete nazionale. Nel resto del paese la situazione resta ancora abbastanza disomogenea: non sono pervenute, infatti, informazioni dalla Calabria e in altre Regioni la copertura territoriale è limitata, così come resta limitato, nonostante l’aumento, il numero delle sostanze ricercate. Sempre a livello regionale, la presenza dei pesticidi interessa oltre il 90% dei punti delle acque superficiali in Friuli Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Piemonte e Veneto, e più dell’80% dei punti in Emilia Romagna e Toscana. Supera il 70% in Lombardia e provincia di Trento. Nelle acque sotterrane è particolarmente elevata in Friuli 81%, in Piemonte 66% e in Sicilia 60%. Si precisa che dove il dato è superiore alla media, c’è stata un’ottimizzazione del monitoraggio in termini di punti di prelievo, che si concentrano in modo particolare nelle aree dove vi è più presenza di pesticidi, nonché in termini di numero di sostanze analizzate oltre che di miglioramento delle prestazioni analitiche. Si segnala, dopo oltre dieci anni di diminuzione, un’inversione di tendenza nelle vendite di prodotti fitosanitari, che nel 2015 sono state pari a 136.055 tonnellate, anche se inferiori alle 150.000 del 2002 (anno in cui si è avuto il massimo). La media nazionale delle vendite riferite alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU) è pari a 4,6 kg/ha. Si collocano al di sopra: Veneto con oltre 10 kg/ha, Provincia di Trento, Campania ed Emilia Romagna che superano gli 8 kg/ha e Friuli-Venezia Giulia 7,6 kg/ha. Nel periodo 2003-2016, oltre al numero delle sostanza trovate, sono aumentati anche i punti interessati dalla presenza di pesticidi che sono cresciuti di circa il 20% nelle acque superficiali e del 10%  in quelle sotterranee. La ragione va cercata nel’aumento dello sforzo di monitoraggio e della sua efficacia, ma anche nella persistenza delle sostanze e nella risposta complessivamente molto lenta dell’ambiente, in particolare nelle acque sotterranee. Infine, i piani di monitoraggio vengono redatti sulla base dell’analisi delle pressioni: di conseguenza, i fitosanitari vengono ricercati e molto spesso trovati prevalentemente in corpi idrici a rischio per le diffuse pressioni agricole.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Ludmila, la bambina con il glifosato nel sangue

La storia di Ludmila Terreno, una piccola di appena due anni che vive a Bernardo de Irigoyen, in Argentina. Da più di un mese la bambina lotta fra la vita e la morte: i medici hanno trovato tracce di glifosato nel suo sangue. Tutto il paese dove vive è avvelenato dai pesticidi di un’azienda che opera nella zona. Roberto Schiozzi, vicino e fondatore del Centro Ecologico del Paranà di Coronda, ha rilasciato delle dichiarazioni alla stazione radiofonica Aire de Santa Fe: Schiozzi ha accompagnato la famiglia Terreno a presentare la denuncia al Tribunale della zona.glifosato

Intervistato sul caso di Ludmilla, ha detto che “la famiglia della bambina mi ha chiesto una mano per avviare un’azione legale e cercare protezione. Non ci ho pensato un attimo e mi sono messo a disposizione non è possibile che per dimostrare che ci stanno uccidendo dobbiamo prima morire!”.

La modesta abitazione della famiglia Terreno confina con il deposito di pesticidi dell’azienda José Pagliaricci. Qui è immagazzinato del glifosato, come quello contenuto nel Round Up, proibito nelle aree urbane. A novembre dell’anno scorso, la bambina è stata ricoverata per trenta giorni a causa di perdita di peso e disidratazione, quando è stata vittima di gravi attacchi di vomito. Questo ha messo in allerta i suoi familiari che l’hanno subito fatta trasferire al SAMCO di Barrancas e poi all’ospedale pediatrico di Santa Fe. Qui le è stata diagnosticata la presenza di glifosato nel sangue.

Con l’elevata probabilità di contrarre la leucemia, cosa che gli specialisti ritengono possibile, la piccola Ludmila sta lottando per riprendersi. “Sono due anni che questo paesino è cambiato, oggi gli interessi economici decidono il suo destino. Fa male vedere come ci avvelenano ogni giorno sotto gli occhi delle autorità politiche, credo che la vita abbia perso valore”, ha detto Schiozzi.deposito

La reazione del Pubblico Ministero Jorge Nessier è stata confortante: “Per fortuna abbiamo avuto una risposta positiva da parte del giudice, che si è messo subito all’opera. Per prima cosa hanno provveduto alla raccolta di prove mediche e di campioni di terreno infetto, speriamo che nei prossimi giorni arrivino notizie positive”.

“Il deposito della Pagliaricci deve chiudere, c’è un quartiere confinante ad alto rischio, come tutti noi, è una pazzia che questa gente lavi le macchine per spruzzare i pesticidi qui. Questo problema non si risolve con delle multe, ma con dei divieti  e dei controlli seri”.

Tutti gli abitanti del paese sono vicini alla famiglia Terreno: Ludmila è diventata il simbolo della resistenza di Bernardo de Irigoyen, dove vogliono tornare a vivere senza essere avvelenati.

Qui l’articolo originale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/ludmila-bambina-glifosato-sangue/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Mangiare bio ci ripulisce dai pesticidi

Mangiare per quindici giorni cibi biologici riduce drasticamente i livelli di pesticidi nelle urine, cioè ci disintossica e ci ripulisce dalle sostanze chimiche tossiche che ingeriamo con i cibi convenzionali: a confermarlo un esperimento del progetto “Cambia la terra”, a cui è stato dato il nome di #ipesticididentrodinoi.9707-10480

Lo aveva già fatto Coop Svezia nel 2015: aveva seguito una famiglia che in tavola aveva messo cibi biologici e aveva visto crollare i livelli di pesticidi nel corpo. Ora in Italia l’esperimento è stato ideato e condotto su una famiglia romana dal progetto “Cambia la terra”, ideato da Federbio e che vede la collaborazione di altri enti e realtà del biologico. La campagna, che ha preso il nome di #ipesticididentrodinoi, ha avuto un esito più che positivo e dopo due settimane di alimentazione a base di cibi biologici la famiglia seguita, formata da due adulti e due bambini, ha riscontrato il crollo dei livelli di pesticidi nelle urine.

I risultati

La maggior parte delle sostanze inquinanti analizzate sono diminuite, in alcuni casi azzerate, come appare evidente dai grafici elaborati dal laboratorio di analisi di Brema a cui ci siamo rivolti per avere i dati precisi e trasparenti. Ad aver ottenuto i risultati più importanti sono Giacomo, 7 anni, e il papà Giorgio (47 anni). Bene anche Marta (46 anni), la mamma. Su Stella, 9 anni, la dieta bio ha migliorato alcuni parametri, ma sembra aver avuto effetti meno immediatamente visibili che per il resto della famiglia. Ecco quindi la grandissima valenza del biologico, che ha ormai dimostrato di avere un impatto estremamente positivo sull’ambiente e sulla salute umana. Purtroppo, infatti, ogni giorno sulle nostre tavola arriva chimica pericolosa sulle nostre tavole, con inquinaneti che si accumulano nel nostro organismo boccone dopo boccone.grafici_post-dieta-s

GLIFOSATO

Un successo su tutta la linea. Scompare totalmente dalle analisi dei tre membri della famiglia che erano risultati contaminati dal diserbante prima della dieta. Giorgio aveva una quantità più che doppia di glifosato nelle urine rispetto alla media della popolazione di riferimento: 0,26 microgrammi per litro rispetto a una media generale di 0,12 microgrammi per litro di urine. Dopo soli 15 giorni l’inquinante precipita al di sotto del minimo misurabile. Anche i valori di Giacomo erano abbastanza elevati, 0,19 microgrammi per litro. Dopo la dieta bio, il glifosato è sotto la soglia della misurabilità. Per Stella ottimi risultati: il glifosato nelle sue analisi post dieta non si rileva. Era partita da un valore un po’ superiore rispetto alla media. Marta, prima della dieta bio, era la sola a registrare livelli troppo bassi per essere rilevati.

Anche se permangono incertezze e polemiche, la comunità scientifica indipendente ha definito il glifosato come cancerogeno per gli animali e probabilmente cancerogeno per l’uomo. Studi ancora in corso stanno confermando anche un’azione del glifosato sul normale funzionamento endocrino. Le ricerche confermano disfunzioni ormonali e danni a fegato e reni, alterazione della flora batterica intestinale.

CLORPIRIFOS

Diminuisce decisamente in tre dei membri della famiglia. Si tratta di un insetticida che provoca tra l’altro – secondo studi validati dalla comunità scientifica – disturbi nella funzione cognitiva. Era quindi particolarmente preoccupante per Giacomo, 7 anni, che nelle prime analisi aveva un livello particolarmente più alto rispetto a quello della media della popolazione di riferimento: oltre 5 microgrammi di clorpirifos per grammo di creatinina, un valore di 3 volte superiore rispetto alla media della popolazione che per i bambini è 1,5 microgrammi/g. Dopo la dieta la concentrazione dell’inquinante scende a un valore vicino alla media. Le analisi di Marta registravano ben 4,8 microgrammi/gr rispetto alla media della popolazione adulta di riferimento di 0,7 microgrammi per grammo di creatinina (la media nella popolazione adulta è più bassa). Per lei, i valori post dieta, pur mantenendosi superiori alla media della popolazione di riferimento, si riducono di circa il 75%. Niente clorpirifos invece nelle analisi dopo la dieta di Giorgio. Quindici giorni prima le quantità erano alte: 2,5 microgrammi/g. Per Stella, la bambina di 9 anni, invece, il valore del clorpirifos era in partenza relativamente elevato. Non scende, dopo la dieta, a differenza di quello che succede al resto della famiglia. Non è facile spiegare questa differenza: un piccolo ‘sgarro ‘ alimentare, ma forse anche solo l’essere venuta a contatto con l’insetticida in forma domestica, in casa di amici o in un’area pubblica. O più semplicemente, una diversa capacità personale di assorbimento e rilascio. Il clorpirifos è presente nei principali prodotti utilizzati nell’agricoltura chimica per combattere gli insetti infestanti. Agisce sul sistema nervoso centrale, sul sistema circolatorio e respiratorio. Può provocare interferenze nel normale sviluppo del feto e disturbi della memoria e dell’attenzione e difficoltà di apprendimento di diversa gravità.

PIRETROIDI

Sono insetticidi di sintesi utilizzati nella lotta agli insetti. Nella analisi di laboratorio si trovano cercando due metaboliti, due prodotti del processo di assimilazione: si chiamano Cl2CA e m-PBA. Stella aveva in precedenza quantità molto superiori alla media della popolazione infantile (1, 8 microgrammi/g contro 0,4) per la molecola Cl2CA: un vero picco rispetto agli altri membri della famiglia. Dopo i 15 giorni bio, il valore si è ridotto di oltre quattro volte: ora è attorno alla media. La molecola m-PBA, in precedenza in quantità tre volte superiori alla media di 0,5 microgrammi, dopo la dieta è diminuita nettamente uniformandosi ai livelli medi della popolazione di riferimento. In Giacomo, entrambi i metaboliti prima della dieta bio erano superiori rispetto alla popolazione di riferimento. CL2CA scende da 0,8 microgrammi/g fino sotto la soglia di rilevabilità mentre mPBA si riduce del 70%, avvicinandosi alla media della popolazione. Giorgio vede tutte e due le molecole – presenti prima della dieta anche se con valori non particolarmente elevati- scendere rispettivamente al di sotto della soglia di rilevabilità il primo e di oltre il 60% il secondo. Buone notizie dopo la dieta bio anche per Marta soprattutto per quello che riguarda la presenza del metabolita m-PBA, che prima si avvicinava a 3,5 microgrammi/g (solo nel 5% della popolazione di riferimento si trova un valore così alto), dopo 15 giorni è sceso sotto la media di riferimento che per gli adulti è 0,7 microgrammi/g. I piretroidi. Sono utilizzati come pesticidi ad ampio spettro. Possono provocare soprattutto disturbi dell’apprendimento, danni al sistema nervoso, al fegato, al cuore, all’apparato digerente e sul sangue. Non ci sono, per quanto riguarda il corpo umano, limiti stabiliti di contaminazione da pesticidi, a differenza di quello che accade ad esempio nei cibi, dove si effettuano analisi per verificare le tracce di pesticidi.  Il laboratorio specializzato tedesco che ha eseguito le analisi ha però fornito le medie della presenza delle sostanze individuate rispetto a una popolazione di riferimento, stabilita in base a studi pubblicati e a precedenti analisi svolte dallo stesso laboratorio.

GLI STEP DELLA CAMPAGNA

«Il primo step della campagna #ipesticididentrodinoi è stato rintracciare un laboratorio di analisi che potesse realizzare questa ricerca-target sui composti chimici individuati dal comitato scientifico di Cambia La Terra» spiega la portavoce Maria Grazia Mammuccini.

Al laboratorio Medizinisches Labor Bremen (MLHB) sono stati inviati quattro campioni di urine – uno per ogni componente della famiglia D. – prima dell’inizio del periodo di dieta 100% bio e in seguito quattro campioni per ciascuno al termine dell’esperimento. Nei campioni vengono misurate le quantità di 4 composti specifici: glifosato, clorpirifos e due metaboliti dei piretroidi, il Cl2CA e m-PBA. Si tratta di sostanze che entrano nella composizione di pesticidi ed erbicidi largamente utilizzati, accumulati nei suoli e nell’acqua di falda. La ridotta velocità di eliminazione dagli ecosistemi e anche dal corpo umano li rendono rintracciabili – in percentuali diverse a seconda del soggetto – nella gran parte della popolazione mondiale.

Il laboratorio

Il Medizinisches Labor Bremen (MLHB), fondato a Brema in Germania nel 1961, è uno dei più grandi laboratori indipendenti specializzati nell’esecuzione di test mirati e selettivi in Germania e in Europa. Si avvale delle competenze di 7 medici specialisti e del know-how di circa 270 collaboratori, di cui 9 accademici. Il laboratorio, certificato DIN EN ISO 15189 e 17025, è attivo nei seguenti settori: biologia medica, microbiologia medica, biochimica e medicina ambientale.

Fonte: ilcambiamento.it

Glifosato, via libera Ue per altri 5 anni. “Un regalo alle multinazionali”

Sì al glifosato per altri cinque anni. Così si è espressa la maggioranza degli Stati membri dell’Unione europea prorogando l’utilizzo dell’erbicida attualmente più utilizzato in agricoltura e classificato dallo Iarc come “probabilmente cancerogeno”. Tra i voti contrari quello dell’Italia. Dopo il mancato accordo del 9 novembre, una maggioranza qualificata degli Stati membri dell’Unione Europea ha prorogato per 5 anni l’utilizzo del glifosato. Hanno votato a favore Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Estonia, Irlanda, Spagna, Lettonia, Lituania, Ungheria, Olanda, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia, Svezia e Regno Unito. Contrari si sono dichiarati invece Italia, Belgio, Grecia, Francia, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Malta e Austria e il Portogallo si è astenuto. La Commissione europea pubblicherà il rinnovo formale della licenza per il glifosato nell’Ue.

“Il voto odierno è un regalo alle multinazionali agrochimiche, a scapito di salute e ambiente. Bene comunque il voto contrario dell’Italia che ha dimostrato nuovamente di dare priorità alla tutela delle persone, e non al fatturato di chi produce e commercia il glifosato”, ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile Agricoltura di Greenpeace Italia, commentando l’approvazione della proposta della Commissione europea sul rinnovo per altri cinque anni del glifosato.glyphosate_-certification_farming-field-1

La proposta della Commissione Ue, scrive Greenpeace in un comunicato, è basata su una dubbia valutazione del rischio sul glifosato, che afferma che non vi sono prove sufficienti su un legame della sostanza al rischio di cancro, nonostante l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) lo abbia classificato come “probabilmente cancerogeno” per le persone. Allo stato attuale, continua l’associazione ambientalista, nessuno può affermare con certezza che il glifosato sia sicuro, specie dopo le rivelazioni che stanno continuando a emergere grazie ai cosiddetti “Monsanto Papers” e lo scandalo del “copia-incolla”, relativo a parti del rapporto dell’EFSA sui rischi dell’uso del glifosato copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto. Con il rinnovo della licenza dell’erbicida glifosato la Commissione europea e molti governi hanno “tradito la fiducia dei cittadini”, ignorando “gli avvertimenti di scienziati indipendenti, le richieste del Parlamento europeo e la petizione firmata da oltre un milione di persone che chiedono il divieto del glifosato”. Così la direttrice delle politiche alimentari di Greenpeace EuropaFranziska Achterberg ha commentato il voto con cui i paesi Ue hanno approvato la riautorizzazione del glifosato.

“Anche se solo per cinque anni, oggi si è persa l’occasione di sbarazzarsi di una sostanza pericolosa“, si legge in una nota diffusa da Friends of the Earth, mentre l’associazione Heal sottolinea che “il prezzo sarà pagato dalle future generazioni”.pesticides_field_guys_735_350-735x350

“La proroga di cinque anni per un erbicida sospetto di cancerogenicità – commenta Maria Grazia Mammuccini. Portavoce della Coalizione italiana StopGlifosato – è la negazione totale del principio di precauzione su cui sono nate le politiche di tutela ambientale e della salute dell’Unione Europea. Il comitato che ha esaminato la richiesta ha concesso la proroga soprattutto grazie al fatto che la Germania si è schierata a favore dei 5 anni. Una brutta pagina anche per il governo tedesco, che lascia pensare al fatto che dopo l’acquisizione di Monsanto da parte della Bayer, il governo di Berlino pensi alla protezione dell’ambiente e della salute in maniera nettamente più tiepida che in passato”. Secondo la Coalizione “il rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato per altri 5 anni rappresenta una autentica truffa ai danni dei cittadini europei e dell’ambiente”.

Per Slow Food, che fa parte della Coalizione StopGlifosato, “L’ambiente e l’Europa perdono un’occasione storica. Il voto mostra come la maggior parte dei governi europei non abbia rispettato il volere di oltre un milione di cittadini europei che aderendo all’European Citizens Initiative (Ice) intendevano eliminare l’erbicida dal sistema alimentare e dall’ambiente. Inoltre, il fatto che gli Stati Membri non fossero riusciti a raggiungere un accordo nei numerosi incontri precedenti potrebbe aver spinto la Commissione a decidere per il rinnovo. Unica consolazione quella che, mentre a livello politico si è deciso di continuare a impiegare il famoso erbicida, diverse città e stati hanno scelto autonomamente di restringere il campo di applicazione del glifosato, il principio attivo del diserbante Roundup della Monsanto”.

In Italia resta il divieto di uso del glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da “gruppi vulnerabili” quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie, ma anche in campagna in pre-raccolta “al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura”. È  quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare gli effetti del decreto del Ministero della Salute in vigore dal 22 agosto del 2016 che non vengono modificati dalla decisione dell’Unione Europea di rinnovare per 5 anni la licenza di utilizzo. L’Italia deve porsi all’avanguardia nelle politiche di sicurezza alimentare nell’Unione Europea e fare in modo che – sottolinea la Coldiretti – le misure precauzionali introdotte a livello nazionale riguardino coerentemente anche l’ingresso in Italia di prodotti stranieri trattati con modalità analoghe come il grano proveniente dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato proprio nella fase di preraccolta”.

Un principio che – continua la Coldiretti – deve essere ben evidenziato anche nell’ambito dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada (CETA) dove al contrario si prevede invece l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato. Circa un miliardo di chili di grano – conclude la Coldiretti – sono infatti sbarcati lo scorso anno dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/glifosato-via-libera-ue-5-anni-regalo-multinazionali/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Grano canadese contaminato: maxi-sequestro a Bari

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Grano canadese contaminato. La scoperta dei Carabinieri forestali ha portato al sequestro di 50mila tonnellate di prodotto importato. Le sostanze contaminate sarebbero finite in pasta e pane nostrani…

Non è la prima volta che ne parliamo, purtroppo. Il grano canadese che importiamo in Italia contiene spesso livelli molto elevati di micotossine, sostanze tossiche che possono danneggiare l’organismo. Questo perché i livelli massimi ammessi di tali sostanze cambiano a seconda della regolamentazione del Paese produttore. E il Canada ha una soglia di sicurezza molto più alta della nostra. Ieri a Bari, un nuovo sequestro. Decine di migliaia di tonnellate di grano, che sarebbero finite nella pasta e nel pane che mangiamo ogni giorno, sono state bloccate. Oggi ci è andata bene, quindi. Ma cosa succederà se verrà approvato il CETA, trattato di libero scambio che l’UE vuole stringere con il Canada?

Micotossine nel grano canadese: il maxi-sequestro

Partiamo dalla vicenda barese. Lo scorso 8 giugno, ha attraccato nel porto di Bari la Cmb Partner, nave proveniente da Vancouver, in Canada, dopo più di un mese di navigazione. Al suo interno, un carico di grano da 50mila tonnellate. Per provare a immaginare la quantità di prodotto, sappiate che per trasportarlo a panifici e pastifici italiani sarebbero occorsi circa 1.600 autoarticolati. I Carabinieri forestali, però, hanno bloccato lo scarico e la commercializzazione. La ragione? Dopo le prime analisi effettuate, i militari avrebbero rinvenuto sostanze nocive in misura maggiore rispetto ai limiti consentiti dalla legge. Il maxi-sequestro sarebbe avvenuto grazie anche all’intervento di Coldiretti Puglia, che ha organizzato un blitz all’uscita del Varco della Vittoria, da dove sbarcano carichi di grano importati da tutto il mondo. Questo almeno è il resoconto di Marco Mangano su La Gazzetta del Mezzogiorno. Che ci ricorda anche l’allarme lanciato da Coldiretti proprio sul grano canadese: per l’associazione, il prodotto è “sotto accusa di continuo“. Le ragioni principali sono due. Innanzitutto per le irregolarità riscontrate più volte sui residui di deossinivalenolo, sostanza conosciuta anche come Don o vomitossina. Si tratta di una pericolosa micotossina che può provocare disturbi anche gravi. La seconda rimostranza riguarda invece l’impiego di glifosate. Il diserbante, che noi tutti conosciamo, sarebbe impiegato in modo intensivo in Canada, nella fase di pre-raccolta. Una pratica che in Italia è vietata.

Grano canadese e concorrenza sleale

L’impiego del glifosate, oltre a destare preoccupazione dal punto di vista ambientale e per la sicurezza alimentare, offrirebbe poi un indebito vantaggio ai produttori stranieri su quelli italiani. Ecco perché Coldiretti Puglia parla di ‘guerra del grano’. Se le aziende agricole estere possono impiegare questo tipo di prodotti chimici, è l’accusa, hanno anche un vantaggio in termini di quantità finali raccolte. Una pratica che abbatte i costi, rendendo insostenibile l’agricoltura nostrana, fatta di limiti di legge più restrittivi a favore della tutela dei consumatori. Secondo il rapporto sui residui di prodotti fitosanitari del Ministero della Salute, i campioni cereali di importazione ‘irregolari’ sono risultati circa 3 volte più numerosi rispetto a quelli italiani. Secondo i dati divulgati l’8 giugno, lo 0,8% dei campioni stranieri sono irregolari dal punto di vista dei limiti di residui di pesticidi. La percentuale scende invece allo 0,3% per i campioni nazionali. La preoccupazione di Coldiretti e produttori italiani è che il Ceta peggiori ulteriormente la situazione. Il Ceta è il Comprehensive economic and trade agreement, accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada. Accordo “contro il quale la Coldiretti si dice pronta a scatenare una mobilitazione per scongiurare il paventato azzeramento strutturale dei dazi“.

Fonte: ambientebio.it

Onu: “I pesticidi sono inutili e uccidono 200.000 persone ogni anno”

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi chimici sono largamente utilizzati dall’agro-industria da svariati decenni. Prodotti ed applicati nei paesi industriali, sono ormai esportati ed imposti anche nei paesi così detti in via di sviluppo attraverso le stesse aziende produttrici, che si propongono come banche, fornitrici di sementi, fornitrici di agrochimici, acquirenti dei prodotti finali e formatori professionali, in barba al libero mercato.pesticides

Uno dei motivi principali del loro uso è quello di incrementare la produttività delle colture, un tema molto caro anche al mondo dello sviluppo internazionale, viste le proiezioni demografiche, che prevedono un incremento significativo della popolazione mondiale nei prossimi trent’anni, e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. La produttività è legata anche all’aumento della redditività per gli imprenditori agricoli, sia in Occidente che nei paesi in via di sviluppo. Il mantra è rimasto invariato per decenni: per sopperire alla domanda di cibo crescente e renderla accessibile al più grande numero di esseri umani è necessario usare pesticidi e fertilizzanti chimici in grandi quantità. Tuttavia, è comprovato scientificamente che l’uso di pesticidi chimici degrada l’ambiente e le specie animali, e non solo quelle che vivono in prossimità dei campi irrorati, perché aria, acqua, insetti e uccelli trasportano i composti chimici per migliaia di chilometri. Il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Stato della scienza sugli  interferenti endocrini, dichiara  che una serie di comuni prodotti chimici di uso quotidiano, pongono gravi problemi di salute tra cui il cancro, asma, riduzione della fertilità e anche difetti di nascita. La salute umana dipende da un buon funzionamento del sistema endocrino che regola il rilascio di alcuni ormoni che sono essenziali per le funzioni quali il metabolismo, la crescita e lo sviluppo, il sonno e l’umore. Tra i composti nocivi vi sono anche i pesticidi, collegati a diversi disturbi ormonali nelle donne e negli uomini, come i fibromi uterini, l’endometriosi, l’ipotiroidismo e la sindrome di Hashimoto, l’ipospadia e il cancro alla prostata, per citarne solo alcuni.1450513463_92abf89916_b

Il mese scorso (marzo 2017) un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha assestato un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso dei pesticidi sia necessario per garantire la produttività delle culture e dunque l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di azzerare il numero di persone denutrite. L’ONU sostiene che il problema della denutrizione sia causato da ineguaglianze e dunque sia fondamentalmente un problema di distribuzione, non di quantità. L’organizzazione continua lanciando pesanti accuse all’industria agro-chimica, tacciata di “negare sistematicamente i danni (causati dai pesticidi, ndr)” che invece causano “danni catastrofici sull’ambiente, la salute umana e la società; di usare “tattiche di marketing aggressive e immorali”; e di operare pesanti pressioni sui governi che hanno “ostacolato riforme e paralizzato le restrizioni internazionali sui pesticidi”. I pesticidi usati in agricoltura, emerge dal rapporto, causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Una ricerca francese pubblicata a marzo 2017 sulla rivista scientifica peer-reviewed Nature Plants sembra dare il colpo di grazia a questo falso mito. Lo studio prende in esame quasi 1000 aziende agricole francesi che utilizzano quantità ingenti o viceversa, scarse, di pesticidi e ha rilevato che il 94% delle aziende non subirebbe un calo di produttività se tagliasse l’uso dei pesticidi, anzi, due quinti delle aziende aumenterebbero la produttività riducendoli, secondo il Guardian che oggi riporta la notizia (“Farms ‘could cut pesticides without loss’”, 7 aprile 2017). Per quanto riguarda l’uso specifico di insetticidi, così nocivi per le api che garantiscono il perpetuarsi della vita sulla Terra, lo studio afferma che un uso ridotto comporterebbe un aumento di produzione per l’86% delle aziende e che nessuna azienda ridurrebbe la quantità prodotta. Inoltre, il 78% delle azienda manterrebbe o aumenterebbe la propria redditività (ibidem).Tractor-spraying-pesticide-128Kb

Il problema, evidenziato anche dai ricercatori, è che l’agro-chimica monopolizza il settore non solo per quanto concerne la vendita di pesticidi e l’acquisto dei prodotti coltivati, ma anche per quanto riguarda la formazione degli agricoltori, che di conseguenza ignorano le alternative disponibili, efficaci ed economicamente efficienti, pensando che la chimica sia la sola opzione disponibile. Uno di questi pesticidi, il Chlorpyrofos, oltre a inquinare le acque italiane, è oggetto di diatribe legali proprio in questi giorni negli USA, dove l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) si rifiuta di bandirlo nonostante le proprie ricerche, pubblicate a novembre 2016 (quando Obama era ancora presidente) abbiano comprovato che incrementa del 140% il rischio di disturbi dello sviluppo nei bambini. Il nuovo capo di EPA è Scott Pruitt, legato al neoeletto Presidente Donald Trump, entrambi negazionisti del cambio climatico. Il glifosato, tra gli altri, sta causando gravissimi problemi ambientali e di salute in Costa Rica, come denunciano da molti anni le organizzazioni locali e da Transparency International. In Italia, la contaminazione da glifosato  interessa il 63,9% delle acque superficiali e il 31,7% delle acque sotterranee, nonostante gli esperti della Fondazione Mach  lo avessero negato o sminuito quando interpellati  dal quotidiano L’Adige nel 2014. I pesticidi sono eccezionalmente dannosi per gli ecosistemi e fortemente sopravvalutati per quanto riguarda la lotta alla fame. Il cittadino che sceglie di produrre e comprare prodotti biologici, magari rinunciando a qualcos’altro di meno importante, può contribuire a formare quella massa critica necessaria per cambiare gli equilibri di potere, preservare gli ecosistemi e proteggere il proprio sistema endocrino, fondamentale per la salute riproduttiva, mentale e psicologica.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/onu-pesticidi-inutili-uccidono/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’associazione GranoSalus: «Pasta, ma quante porcherie ci fanno mangiare…

L’associazione GranoSalus ha effettuato analisi sulle varie marche di pasta in commercio riscontrando la presenza di alcuni contaminanti, sebbene entro i limiti di legge. Ecco quali sono le marche interessate.9506-10261

«Ormai lo dicono le analisi, quelle che attribuiscono numeri reali ai contaminanti più pericolosi presenti quotidianamente sulle nostre tavole con la pasta. E se le marche più blasonate contengono tracce di questi veleni, cosa dobbiamo pensare di tutto il resto?». L’associazione GranoSalus lancia l’allarme.

«Secondo le nostre analisi, in tutte le marche sono presenti Don, Glifosato e Cadmio entro i limiti di legge per gli adulti. Almeno due marche di spaghetti superano i limiti di Don per la tutela della salute dei bambini. Confermata attività di miscelazione tra grani esteri e nazionali. Solo il piombo è risultato assente dalle analisi. Dubbi sul marchio di Puglia: garantisce per davvero il 100% dell’ origine del grano?». Così l’associazione GranoSalus sulla pasta in commercio nel nostro paese.

«Se le marche più blasonate e diffuse nel Paese contengono tracce di questi contaminanti, sia pur entro i limiti di legge, vuol dire che ogni italiano ne assume piccole dosi giornaliere attraverso pasta e altri derivati del grano – spiega l’associazione – E non c’è affatto da stare tranquilli specie se si considera l’effetto combinato che queste sostanze potrebbero provocare insieme, anche a bassi dosaggi. Cosa prevede il principio di precauzione? Ci sono prove che l’effetto sinergico di più contaminanti a basse dosi non faccia danni alla salute?»

Dal Test GranoSalus, «almeno due marche, Divella e La Molisana, superano i limiti che la legge impone per i bambini sul DON. Ma la compresenza di Don, Glifosato e Cadmio negli spaghetti Barilla, Voiello, De Cecco, Divella, Garofalo, La Molisana, Coop e Granoro 100% Puglia, rivela un’attività di miscelazione tra grani esteri e grani nazionali vietata dai regolamenti comunitari. I grani duri del Sud non dovrebbero presentare queste sostanze pericolose! Il condizionale è d’obbligo, perché se un marchio come Granoro 100% Puglia presenta tracce di questi contaminanti, beh, c’è qualcosa che non funziona nel disciplinare della Regione Puglia che ha concesso in licenza d’uso il marchio alla ditta Granoro e negli stessi controlli della Regione. La prassi di miscelare grani contaminati con grani privi di contaminazione al fine di ottenere partite mediamente contaminate (sia pur entro i limiti di legge) è vietata dall’ Europa».

«Il Reg 1881/2006 al comma 2 dell’ art 3 prevede che: “I prodotti alimentari conformi ai tenori massimi di cui all’allegato non possono essere miscelati con prodotti alimentari in cui tali tenori massimi siano superati”. Tale divieto opera anche nei confronti della detossificazione. Il comma 3 dell’ art 3 recita: “I prodotti alimentari da sottoporre a cernita o ad altri trattamenti fisici per abbassare il livello di contaminazione non possono essere miscelati con prodotti alimentari destinati al consumo umano diretto, né con prodotti alimentari destinati a essere impiegati come ingredienti alimentari”».

Ecco la prima tabella delle analisi realizzate da GranoSalus presso primari laboratori europei accreditati, che dimostra quanto sia ancora lontana una politica zero residui da parte dell’ industria italiana.analisi-granosalus

Le analisi sono state effettuate sugli spaghetti.

Barilla & Voiello. La pasta Barilla e la pasta Voiello, che sono due paste dello stesso gruppo, presentano, rispettivamente, per ciò che riguarda la micotossina DON 161 ppb (parti per biliardo) e 180 ppb.

Per ciò che riguarda il Glifosato – sempre con riferimento alla Barilla e alla Voiello – presentano, rispettivamente, 0,102 milligrammi per chilogrammo e 0,050 milligrammi per chilogrammo.

Per ciò che riguarda il Cadmio – ancora con riferimento alla Barilla e alla Voiello – presentano 0,032 milligrammi di Cadmio per chilogrammo e 0,036 sempre di questo metallo pesante.

Il piombo non è presente.

Questo significa che Barilla e Voiello utilizzano grani duri esteri, anche se Voiello dichiara di utilizzare solo grani italiani (varietà Aureo e Svevo).

De Cecco. Gli spaghetti della De Cecco presentano 80 ppb di micotossine DON, 0,052 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,042 milligrammi per chilogrammo di Cadmio. Anche la De Cecco utilizza grano duro straniero.

Divella. Gli spaghetti Divella presentano 381 ppb di micotossine DON, 0,110 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,044 milligrammi per chilogrammo di Cadmio. Anche la Divella usa grano duro estero e questi spaghetti sono fuori norma per i bambini.

Garofalo. Gli spaghetti della Garofalo presentano 199 ppb di micotossine DON, 0,062 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,021 milligrammi per chilogrammo di Cadmio. Anche la Garofalo acquista grano duro estero.

La Molisana. Gli spaghetti de La Molisana presentano 253 ppb di DON, 0,033 milligrammi per chilogrammo di glifosate e 0,035 di Cadmio. Anche la Molisana acquista grano duro estero e si presenta fuori norma per l’alimentazione dei bambini.

Spaghetti a marchio Coop. Questi spaghetti presentano 128 ppb di micotossine DON, 0,013 di glifosate e 0,027 di Cadmio. Stessa musica: anche la catena di distribuzione Coop si fa preparare la pasta fatta con grano duro estero.

Granoro 100% Puglia. Anche questa pasta presenta 99 ppb di micotossine DON, 0,039 di glifosate e 0,018 di Cadmio. Come sopra: anche questa pasta si sospetta sia fatta con l’aggiunta di grano duro estero.

Ma cosa sono questi contaminanti? Lo spiega GranoSalus.

Il DON

«E’ un composto tossico prodotto da alcuni funghi appartenenti al genere Fusarium. In particolari condizioni ambientali, quando la temperatura e l’umidità sono favorevoli, questo fungo può produrre micotossine. Avviene nel Canada e in tutte quegli areali umidi al di sopra del 45° parallelo, dove non ci sono le condizioni naturali per la coltivazione del grano duro. Infatti, questa micotossina entra nella filiera alimentare attraverso grano contaminato quasi sempre di provenienza estera. La presenza di DON negli alimenti e nei mangimi può essere nociva per la salute umana e degli animali poiché può causare effetti diversi di vario tipo. Secondo lo IARC, il Don è stato catalogato a livello 2B come probabile sostanza cangerogena. Di solito la pasta realizzata esclusivamente con i grani del Sud è priva di questa micotossina, grazie alle condizioni climatiche seccagne. Mentre dai dati forniti dalla U.S. Weath Associates oltre il 50% del grano (CWAD Canadese) prodotto nel 2016 ha un livello di DON pari a 4700 ppb e dai dati forniti dal Canadian Grain Commission circa il 73,6% del loro grano (CWAD N° 3) presenta danni da fusarium».

Il Glifosato

«E’ uno degli erbicidi disseccanti più diffuso al mondo. Il glifosato viene ampiamente usato in preraccolta negli USA e Canada nelle coltivazioni di grano duro, per favorirne la maturazione artificiale, con conseguente presenza di residui nel grano raccolto e nelle farine che ne derivano. La legislazione europea dal mese di agosto 2016 vieta l’uso di glifosato in pre-raccolta per il grano duro, ma dal Test GranoSalus emerge la presenza di Glifosate nella pasta, a dimostrazione che il divieto operante in Italia viene bypassato dai pastifici ricorrendo alla miscelazione con grani contaminati extra-Ue, di cui si celebrano solo gli aspetti reologici (tenori proteici, indice di glutine, indice di giallo,etc). Di solito la pasta realizzata esclusivamente con i grani del Sud è priva di questo erbicida, grazie alle condizioni climatiche seccagne che fanno maturare naturalmente il nostro grano. L’Agenzia per la ricerca sul cancro IARC (OMS) di Lione ha classificato il principio attivo come un “probabile cangerogeno per l’uomo”».

Il Cadmio

«Il cadmio è un metallo pesante che penetra nell’ambiente sia da fonti naturali, come le emissioni vulcaniche e l’erosione delle rocce, sia dalle attività industriali e agricole. Si trova nell’aria, nel suolo e nell’acqua e, in un secondo tempo, può accumularsi nelle piante e negli animali. Il cadmio è tossico innanzitutto per i reni, ma può causare anche demineralizzazione ossea ed è stato classificato come cancerogeno per gli esseri umani dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro[1]. Gli alimenti rappresentano la principale fonte di esposizione al cadmio per la popolazione di non fumatori. Cereali e prodotti a base di cereali, verdure, noci e legumi, radici amidacee e patate, come pure carne e prodotti a base di carne sono quelli che contribuiscono maggiormente all’esposizione umana. Alti livelli sono stati riscontrati anche in altri alimenti (ad es. alghe, pesci e frutti di mare, integratori alimentari, funghi e cioccolato), ma siccome essi vengono consumati in minor quantità, non vengono considerati fonti importanti di esposizione. Il gruppo di esperti scientifici sui contaminanti nella catena alimentare dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha ridotto la dose settimanale ammissibile (TWI)[2] per il cadmio a 2,5 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo (µg/kg pc), basandosi sull’analisi di nuovi dati. Il TWI è la dose alla quale non sono previsti effetti avversi».

Da dove arriva il grano contaminato?

«Il Canada, grazie al Canada Grain Act (CGA) e alla Canadian Grain Commission (CGC), che riporta direttamente al Ministero dell’ Agricoltura, ha sviluppato una legislazione e una politica strutturale per coltivare ed esportare grano duro ed altri cereali, gestendo così l’offerta a livello mondiale. Il Canada consapevole delle probabili difficoltà, in termini qualitativi-sanitari, ha investito sia in logistica che in altri servizi aggiuntivi per supportare quello che possiamo definire un vero e proprio sistema commerciale, liberalizzato in parte solo da pochi anni, e teso ad esportare nel mondo cereali con seri problemi per la salute pubblica. La Commissione stabilisce qualità e standard del grano; regola la manipolazione, il trasporto e lo stoccaggio di grano in Canada; fornisce servizi di protezione al produttore e intraprende iniziative di ricerca sul grano e sui prodotti derivati».

[1] IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), 1993. Berillio, cadmio, mercurio ed esposizioni nell’industria vetraria. Monografie IARC sulla valutazione del rischio carcinogenico delle sostanze chimiche per l’uomo, vol. 58. Lione, Francia, pag 444.

[2] Il livello tollerabile di assunzione settimanale (TWI) è il quantitativo di una determinata sostanza che può essere consumato ogni settimana per tutto l’arco della vita senza provocare effetti apprezzabili sulla salute dei consumatori. Nel 1988 il comitato congiunto FAO/OMS di esperti sugli additivi alimentari (JECFA) aveva fissato un TWI provvisorio per il cadmio di 7 µg/kg pc.

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A GranoSalus replica Altroconsumo, la rivista che aveva effettuato test con risultati differenti.

«Un recente test, i cui risultati sono stati pubblicati da GranoSalus, sta riportando all’attenzione il discusso problema dei contaminanti presenti negli alimenti. L’indagine, svolta dall’associazione nata per dare voce agli agricoltori, si è concentrata su diverse marche di spaghetti. Su tutte è stata rilevata la presenza di Don, Cadmio e Glifosato entro i limiti per gli adulti, mentre in due casi i campioni superano i limiti di Don stabiliti per la tutela della salute dei bambini. Il nostro test, però, non arrivava alle stesse conclusioni. Perché le due analisi hanno dato risultati diversi? Chiariamo subito che le analisi condotte in occasione del nostro ultimo test sulla pasta hanno dato risultati diversi rispetto a quelli del test di GranoSalus. Ma un motivo c’è. In particolare, riguardo le micotossine (parliamo del deossinivalenolo o Don), nelle nostre analisi non sono state rilevate nella pasta De Cecco e Voiello, al contrario di quanto riscontrato da GranoSalus. Perché questa differenza nei risultati? Semplice, perché la ricerca di micotossine, per la loro stessa natura, può dare risultati differenti su lotti uguali dello stesso prodotto, possibilità che aumenta di conseguenza considerando lotti diversi, come nel caso del test condotto dall’associazione e quello effettuato da noi. In ogni caso, nonostante la variabilità dovuta alla fornitura del momento, De Cecco e Voiello sono risultate più volte esenti da questi contaminanti dalle nostre analisi. Ricordiamo che, sempre in riferimento a quanto sostenuto da GranoSalus, non sempre esiste una correlazione tra grano estero e micotossine. Inoltre è bene ricordare che, data la variabilità di queste sostanze, per limitarle è bene cambiare marca, in base anche alle notizie a disposizione».

Prosegue Altroconsumo: «Cosa abbiamo riscontrato nell’ultimo test  Nel nostro ultimo test il Don è stato trovato in oltre metà dei prodotti analizzati. Tutti i campioni testati erano entro i limiti previsti dalla legge (750 microgrammi/kg) ma, nonostante questo, un prodotto che si avvicina troppo a questa soglia può non essere indicato per i bambini più piccoli o per i ragazzi. Il valore più alto era di Esselunga: proprio 750 microgrammi/kg. Seguivano Granoro (656), Pasta Reggia (501), Carrefour (426), Divella (394), Barilla (376), Tre Mulini (346). La conclusione a cui eravamo giunti è che questi prodotti, secondo i nostri calcoli, non andrebbero dati ai bambini di tre anni. Chi si avvicina al limite, in particolare Esselunga, non dovrebbe essere proposto neppure ai più grandi, fino ai 9 anni di età, per non rischiare di superare la dose massima giornaliera tollerabile di assunzione di Don. Per gli adulti, invece, questi valori non rappresentano un problema, ma avevamo voluto mettere l’accento sul fatto che c’è un’ampia fascia di popolazione, in particolare bambini e ragazzi, che rischia di assumere ogni giorno un quantitativo di deossinivalenolo superiore alla soglia tollerabile, anche mangiando prodotti perfettamente in regola con le normative. Per questo abbiamo deciso di essere molto severi nella nostra scala di giudizi, per poter premiare non soltanto i pacchi di pasta più convincenti al palato, ma anche quelli che danno un valore in più: la totale assenza di micotossine. Il Glifosato c’è, ma ben al di sotto della soglia di rischio. Non abbiamo verificato la presenza di Glifosato nel nostro test ma, dai risultati pubblicati da GranoSalus, si evince chiaramente che i tenori riscontrati sui campioni di pasta sono contenuti e, nei casi peggiori, sono comunque 100 volte inferiori ai limiti previsti dalla legge. Ipotizzando che un bambino di 20 kg mangi due porzioni di pasta al giorno (80 g. ciascuna), la quantità di Glifosato assunta sarebbe di circa 600 volte inferiore alla dose giornaliera accettabile, ovvero la quantità di pesticida che può essere assunta in un giorno senza rischi. Nel test pubblicato da GranoSalus non si fa riferimento al fatto che la tossicità del Glifosato è ancora in fase di discussione, tanto che ci sono pareri discordanti come quello dell’Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), che esclude la carcinogenicità di questa sostanza, e quello dello IARC, di parere contrario. Stiamo attualmente effettuando nuove analisi sul Glifosato».

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Un articolo su Il Fatto Alimentare ha poi riportato le spiegazioni delle aziende.

Lo riportiamo.

«Le reazioni delle aziende non si sono fatte attendere. Voiello respinge le accuse al mittente, dichiarando a Il Salvagente di produrre esclusivamente con grano aureo coltivato in Italia. Granoro precisa che la sua linea “Dedicato 100% Puglia” è prodotta solo con frumento locale e annuncia di avere citato GranoSalus per diffamazione. Aidepi, in qualità di associazione di categoria, dal canto suo dichiara che “la pasta italiana è sicura” e che “tutta l’operazione di GranoSalus è diffamatoria e crea disinformazione” perché la presenza – in quantità minime, per altro – di questi contaminanti non può essere considerata un indice della provenienza del grano. Per quanto riguarda il DON o deossinivalenolo (una micotossina prodotta da alcune specie del genere Fusarium), il livello di contaminazione rilevato in tutti i campioni risulta essere al di sotto dei limiti stabiliti dalla normativa europea (750 ppb) e quindi non c’è alcun motivo per puntare il dito contro la pasta. La presenza di DON viene utilizzata da GranoSalus per accusare i produttori di usare grano duro canadese. La teoria è affascinante ma alquanto bizzarra perché il DON si forma anche nel grano nostrano in stagioni particolarmente umide. È vero che la tossina è in genere presente in quantità superiori nei grani coltivati a temperature e umidità tipiche del Canada, che esporta grandi quantità in Italia, ma è anche vero che il grano duro di ottima qualità che viene importato deve rispettare i limiti imposti dall’Unione Europea. L’altro aspetto da considerare è che dalle più recenti analisi condotte dall’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e Emilia Romagna sul grano duro importato non si rilevano segni di positività alle micotossine. Secondo le analisi di GranoSalus i DON superano i limiti stabiliti dalla legge per l’alimentazione dei bambini in due marchi, Divella e La Molisana. In questo caso, però, l’indagine “dimentica” di specificare che i prodotti per l’alimentazione dei bambini sono una categoria a sè. Fare il riferimento ai limiti imposti dalla norma per la pasta dei bambini al di sotto dei 36 mesi quando si parla di spaghetti e maccheroni per adulti è davvero assurdo. C’è poi la questione glifosato, che in Canada viene usato per favorire la maturazione del grano duro. Secondo l’inchiesta di GranoSalus non può essere presente nel grano italiano perché “la legislazione europea dal mese di agosto 2016 vieta l’uso di glifosato in pre-raccolta per il grano duro”. L’associazione “dimentica” ancora che, seppure non usato in pre-raccolta, è permesso per altre colture – legumi e pomodori, per esempio – e, ad esempio, la semplice rotazione dei campi può spiegare la presenza di bassi livelli di glifosato nel grano. Inoltre, nelle analisi pubblicate da GranoSalus i livelli di glifosato sono così bassi da essere a volte al di sotto della soglia considerata attendibile (50 µg/kg). L’ultimo contaminante trovato dalle analisi dell’associazione è il cadmio, un metallo pesante cancerogeno per l’uomo. Ancora una volta, per spiegare la sua presenza – in tracce e sempre al di sotto dei limiti di legge – non è necessario scomodare il grano canadese: il cadmio è un metallo presente in molti fertilizzanti normalmente utilizzati in agricoltura, nonché presente in natura in seguito a eventi come l’erosione e le eruzioni vulcaniche. Tuttavia, rimangono ancora alcune domande a cui rispondere. Per esempio, dove e con quale metodo sono state realizzate le analisi? E, soprattutto, cos’è GranoSalus? Se per la seconda domanda non c’è una risposta, al di là dello scarno “laboratorio europeo accreditato” citato sul sito dell’associazione, non si sa molto di più di GranoSalus. Secondo quanto riportato sul suo sito web, è un’associazione di produttori di grano duro a difesa dei consumatori, il cui presidente è un agricoltore Saverio De Bonis. Il sito non riporta inoltre riferimenti scontati come l’indirizzo, il  numero di telefono e una scheda di presentazione. Ciò nonostante la vicenda è stata ripresa da decine di siti e blogger sempre pronti a rilanciare notizie vere e false, pur di aumentare il numero di click. È preoccupante constatare come qualsiasi notizia confezionata in maniera accattivante e in grado di generare indignazione nel pubblico, possa diffondersi sul web ed essere riportata anche da siti specializzati.  Molti dimenticano che il fondamento di una notizia è la verifica delle informazioni e il controllo sull’affidabilità della fonte.

Aggiornamento 02/03/2017

Dopo Voiello e Granoro, anche Coop risponde alle accuse di GranoSalus con un comunicato stampa in cui viene ribadita la sicurezza della pasta a marchio della catena e accusa l’associazione di produrre “un allarme ingiustificato e gratuito”. Entrando nel merito delle analisi, Coop fa sapere che i livelli di contaminanti riscontrati nella sua pasta sono abbondantemente al di sotto dei limiti di legge e al di sotto della soglia imposta dalla propria policy per DON e glifosato (50% inferiore al limite di legge). Inoltre Coop ricorda che, nell’ottica della massima trasparenza, l’origine del grano con cui è prodotta la sua pasta può essere controllata su un apposito portale web e che la sua pasta di Gragnano Fior Fiore è realizzata solo con materie prime italiane».

Fonte: ilcambiamento.it