Nasce la Scuola diffusa della Terra

Fornire conoscenze e competenze pratiche nel settore dell’agricoltura ecologica offrendo nuove possibilità d’impiego. Nasce con questo obiettivo la Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni, un programma di formazione proposto dall’associazione Terra! e rivolto ai giovani in cerca di occupazione. L’associazione Terra!, nata nel 2008 e impegnata nella difesa del territorio, ha deciso di proporre un progetto di formazione ecologica rivolto a giovani aspiranti agricoltori. La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni intende mettere in connessione le piccole realtà agro-ecologiche offrendo una risposta concreta ai tanti giovani che in questi anni chiedono un aiuto per avvicinarsi all’agricoltura e, allo stesso tempo, vuole sostenere un modello agricolo ecologico, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità. Per saperne di più abbiamo intervistato Daniel Monetti, biologo ambientalista, responsabile di questo percorso formativo.DSC00728.jpg

Parlaci della vostra associazione e del perché avete deciso di fondare la Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni
Terra! è un’associazione ambientalista che mette in rete tante realtà che vogliono contribuire a un reale cambiamento attraverso metodiche radicali, nel senso positivo del termine, dopo aver preso le distanze dall’attuale modello di sviluppo e proponendo soluzioni alternative che risolvano realmente i problemi di natura ambientale e sociale. Quindi portiamo avanti sia progetti con altre associazioni, che campagne che mirano ad andare al nocciolo dei problemi fornendo determinate soluzioni. All’interno dell’associazione è particolarmente forte il campo dell’agricoltura e abbiamo tutta una serie di progetti, tra cui quello della Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, un progetto finanziato da una fondazione privata (Nando and Elsa Peretti Foundation) che tiene conto di due filoni essenziali: la sostenibilità ambientale in campo agricolo promuovendo l’agroecologia, quindi agricoltura ecologica che prevede un approccio sistemico più complesso della semplice agricoltura biologica, mettendo in atto soluzioni radicali anche da un punto di vista delle filiere, delle vendite, dell’approccio culturale. Dall’altra, ovviamente nel suo piccolo, poiché trattasi di un’associazione ambientalista, no-profit, cerca di dare un esempio per quelle che possono essere le possibilità d’impiego per i giovani. Questo avviene attraverso delle borse lavoro per il tirocinio all’interno di aziende da noi conosciute già da tempo, ognuna con la sua peculiarità, ma che ha adottato soluzioni di coltivazione o d’allevamento in qualche modo radicalmente differenti rispetto a quelli che sono i modelli attuali e quindi anche da questo punto di vista è sembrato giusto averle come partner del progetto. Quindi siamo andati a coniugare l’agricoltura ecologica per cercare di ovviare al problema dell’impoverimento dei terreni, del drastico cambiamento dei paesaggi e della perdita di biodiversità con un problema di carattere sociale: oggi in Italia c’è un’alta disoccupazione giovanile, perciò ci sembrava giusto unire l’aspetto sociale con l’aspetto ambientale e coniugarli per trovare una soluzione. Chiaramente si tratta di numeri piccoli, ma ci piacerebbe che in futuro questa scuola possa servire da esempio di cui tenere conto e che possa essere d’aiuto per tante/i che hanno deciso di intraprendere un cammino alternativo ma non trovano una soluzione praticabile. Per dare valore scientifico alla Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni ci siamo dotati di un comitato scientifico che si avvale di docenti universitari e specialisti di vari settori dell’ecologia, ambientalisti e rappresentanti delle aziende agricole, che possa fungere da riferimento costante all’interno del progetto e che aiuti a portare avanti quella che è la nostra visione dell’agricoltura del futuro, con un approccio scientifico rigoroso, ma aperto alla sperimentazione, in quanto siamo coscienti del fatto che la scienza non sia una materia finita, ma in continua evoluzione.

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Ecologia, agricoltura di qualità e resilienza. Sono dei concetti chiave per voi, ci puoi spiegare perché?
Per cominciare la nostra scuola è stata intitolata ad Emilio Sereni (1907-1977) perché non è stato solo Ministro della Repubblica italiana, ma anche un personaggio di grande ispirazione a quel tempo, nel dopoguerra, per quella che era la visione dell’agricoltura del domani. Nel dopoguerra si operava la ricostruzione ed Emilio Sereni fu una delle prime persone a porsi il problema della conservazione del paesaggio rurale e ad esprimere il concetto che la terra è di chi la lavora e non di chi la gestisce. Nell’idea di Sereni, l’agricoltura moderna si sarebbe dovuta basare su piccole realtà, libere e volontariamente associate e lo spirito dell’agricoltura ecologica di nuova generazione affonda le sue radici proprio in questo modello, con aziende orientate alla riduzione dell’impronta ecologica, per ristabilire un equilibrio tra attività umane e risorse naturali. Per questo ci sembrava che intitolare questa scuola a Emilio Sereni non volesse dire sostanzialmente ritornare al passato, ma guardare verso il futuro. L’agricoltura di qualità infatti è un’agricoltura che prevede un nuovo approccio a tutto tondo che parte da una consapevolezza delle criticità legate all’attuale modello di sviluppo fornendo una serie di soluzioni a determinati problemi. Ad esempio ai cambiamenti climatici che anche quest’anno hanno provocato fortissime siccità in Italia. Questo tipo di agricoltura ecologica prevede ad esempio una gestione consapevole dell’acqua anche attraverso metodi di riciclo. Per far questo nel nostro progetto non portiamo soltanto avanti un’agricoltura di tipo biologico, ma anche un tipo di agricoltura biodinamica sinergica, che mette in sinergia varie specie vegetali e anche animali e quindi prevede una conoscenza del mondo agricolo non settorailizzata, un’agricoltura che guardi alle problematiche ambientali e sociali. Anche la permacultura è al centro dello scambio di saperi delle realtà coinvolte, infatti all’interno del progetto della Scuola Diffusa della Terra è presente anche una parte fondamentale di scambio di saperi tradizionali e non, per poter migliorare le aziende agricole che fanno parte del progetto. Oggi parlare di agricoltura di qualità e di resilienza può sembrare scontato, ma nei fatti non lo è per nulla. Partire da un approccio critico verso il proprio stile di vita non è affatto scontato. Per noi però ecologia, resilienza e agricoltura sono un trittico che può essere elemento di ripensamento e di critica costruttiva dello stile di vita attuale.  Nell’agricoltura tradizionale ci sono tanti sprechi e l’ecologia può diventare un concetto assai fumoso e abbastanza ampio, che però applicato alla vita di tutti i giorni riveste un ruolo fondamentale: dobbiamo ricordarci in ogni momento che il nostro pianeta ha risorse finite e dobbiamo trattarlo con rispetto. Con resilienza noi intendiamo una critica dell’attuale modello di sviluppo che prevede una serie infinita di sprechi e un totale disinteresse verso le risorse finite in cui anche l’autoproduzione è un concetto estraneo. Anche l’approccio dei coordinatori del progetto della Scuola Diffusa della Terra tiene in considerazione la possibilità del telelavoro in modo da evitare il più possibile spostamenti con mezzi inquinanti. L’idea di scuola diffusa ha un significato sia in campo agricolo che in altri ambiti, in particolare noi intendiamo una metodologia formativa che sia replicabile non solo da noi ma anche da altri e che possa appunto avvenire dovunque ci sia una maggiore consapevolezza sulle risorse limitate di questo pianeta.292

Come si accede ai vostri corsi e in cosa consistono?

Per accedere ai nostri corsi è necessario avereda alcuni requisiti base, come avere meno di 40 anni ed essere disoccupati o inoccupati, persone intraprendenti, tendenti all’innovazione e sensibili a tematiche ambientali o persone che in passato abbiano svolto attività di volontariato in associazioni ambientaliste; diamo modo di partecipare anche a coloro che vogliono cambiare totalmente vita, anche se poi durante il processo pre-selettivo si terrà conto di chi ha già avuto una formazione in campo agrario. Nel 2018 ci saranno 2 corsi, nel 2019 altri 2 e nel 2020 l’ultimo, per un totale di 4 anni e di 6 corsi di formazione in tutto. Attualmente stiamo definendo il secondo ciclo: il bando probabilmente uscirà a Novembre, la pre-selezione verrà fatta a dicembre, la comunicazione agli alunni prescelti a gennaio e poi i corsi inizieranno a marzo 2018. Comunque tutte le informazioni verranno messe sul sito. I nostri corsi prevedono 15 giorni di formazione teorica e altri 15 giorni di formazione pratica. Un mese in totale di formazione quindi in cui i giovani e le giovani saranno chiamati/e non solo ad apprendere le nozioni specifiche all’interno del concetto Scuola Diffusa della Terra, ma anche a metterle in pratica. Una peculiarità di questo progetto è anche che oggigiorno non si hanno tante possibilità di partecipare a tirocini pratici e per questo noi desideriamo dare un’opportunità ai/alle giovani anche in questo modo. Quindi un giovane avrà non solo l’opportunità di apprendere, ma anche di capire praticamente cosa vuol dire lavorare in un’azienda agricola. Dopo questa prima fase iniziale, attraverso un processo selettivo sceglieremo un tirocinante per ogni azienda che presterà la sua opera per sei mesi e porterà avanti il tirocinio con il tutoring da parte della scuola e pagato con una borsa lavoro, per dare ovviamente anche un incentivo economico al giovane che presterà servizio all’interno dell’azienda.

Dove si svolgerà il tirocinio degli studenti?

Con questo progetto di Scuola Diffusa abbiamo cominciato quest’anno, il primo ciclo di formazione è già terminato e attualmente ci sono tre tirocinanti che stanno svolgendo la loro opera all’interno di tre aziende una sul Monte Amiata in Toscana che si chiama il Felcetone, un’azienda che mira al recupero delle specie animali autoctone in via d’estinzione, nello specifico si stanno occupando del Suino nero macchiaiolo maremmana (una specie toscana che è stata recuperata nei boschi della zona), l’antico cavallo maremmano che rispetto al maremmano attuale è una specie maggiormente adatta al lavoro e quindi più robusta, la Capra di Montecristo, anch’essa una specie in via d’estinzione e presto arriveranno anche le Pecore Sopravissane, originarie dell’Appennino Centrale e anch’esse in via d’estinzione. L’altra azienda, La Tabacca, si trova invece nelle campagne sopra Genova-Voltri, si occupa di agricoltura sinergica, di permacultura e recupero di risorse di vario tipo, anche perché il territorio ligure è parecchio difficile. In particolare si occupa di progettazione ecologica basandosi sui principi della permacultura per attivare sistemi quali il recupero dell’acqua e la fitodepurazione, l’utilizzo delle risorse locali e le conoscenze tradizionali per la ristrutturazione della struttura aziendale e la sperimentazione di tecniche innovative. Nel Lazio poi lavoriamo con la Cooperativa Co.r.ag.gio, che si trova a Roma sulla Via Cassia, all’interno del Parco di Veio. Si tratta di una cooperativa di giovani agricoltori che si è avvalsa di un bando del comune di Roma per l’affidamento di terre pubbliche in stato di abbandono e attualmente è un’azienda multifunzionale che opera sia in campo agricolo che in campo socio-culturale attraverso una serie di iniziative. Nei 22 ettari si predilige la coltura di specie vegetali che necessitano di scarsa o scarsissima acqua. Nella scuola infatti vige anche la regola di promuovere le peculiarità del territorio, la preservazione del paesaggio, la salvaguardia dei semi rurali autoctoni.20150524_151257

Altri progetti rilevanti dell’associazione?

Siamo anche presenti a Lampedusa, dove stiamo realizzando un progetto di giardini e orti comunitari di alto valore sociale e ambientale, sperimentando alcune forme di massimizzazione della resa del raccolto anche per mezzo di cupole geodetiche. Il progetto viene realizzato dalla comunità locale dei lampedusani e coordinato da Terra!. si creano orti sociali in aree pubbliche inutilizzate, nel rispetto della biodiversità e del recupero delle risorse. L’orto comunitario in sè è un forte elemento aggregante per la popolazione, crea identità. Attraverso il coinvolgimento e  l’impegno di utenti diversamente abili del Centro Diurno di Lampedusa si cerca di eliminare le barriere apparenti e di creare comunità attorno a certi luoghi. Senza dubbio è un attività che crea valore,  soprattutto in termini sociali. Poi Lampedusa dal punto di vista ecologico deve tener conto del problema della scarsità dell’acqua, della perdita di specie autoctone e quindi si sta cercando di recuperare un dialogo anche con gli anziani contadini del luogo affinché affinché poi ci sia non solo la trasmissione di vecchi saperi tradizionali, ma anche la raccolta ed una conpreservazione di quelle sementi antiche che nel corso dei secoli si sono adattate a condizioni climatiche estreme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/nasce-scuola-diffusa-della-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Benvenuti a H-Farm, la Silicon valley italiana

Da oltre 12 anni H-Farm supporta progetti innovativi, forma le nuove generazioni e guida la trasformazione digitale delle aziende. Abbiamo incontrato il fondatore, Riccardo Donadon, che ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione della fattoria dove si coltiva il futuro, tra tecnologia e natura. Arriviamo presso la sede di H-Farm in tarda mattinata. Dobbiamo intervistare il fondatore, Riccardo Donadon. Non so bene cosa aspettarmi. Nei film americani ho spesso visto “cittadelle” abitate da centinaia di giovani innovatori impegnati in progetti digitali o in discussioni creative in grado di generare i vari google e facebook, ma sono convinto che in Italia non esista niente del genere. E – come spesso accade – mi sbaglio. Dopo una breve attesa, infatti, Donadon ci raggiunge alla “reception” e inizia subito a condurci nei meandri di quella che a me appare come una “Silicon Valley” italiana. Prati verdi, edifici bassi, musica diffusa, macchinette elettriche ma soprattutto centinaia di giovani provenienti da tutto il mondo che scrivono, progettano, dibattono. Intorno a noi un parco – 1800 ettari – e la laguna di Venezia. Entriamo e usciamo da diverse strutture e osserviamo attoniti una sala multimediale che ricostruisce storia e attività di H-Farm. La sua storia è semplice.

Nasce nel 2005 come “incubatore” di innovazioni con l’obiettivo di aiutare i giovani ad avviare nuove imprese. Oggi è diventata una piattaforma che associa all’avvio di nuove imprese e start-up progetti di formazione e consulenza che servono a gestire il cambiamento che è in atto.

H-Farm, quindi, si è sviluppata in tre aree fondamentali:

  1. Investimenti, attraverso i quali si finanziano le iniziative migliori sui grandi “cluster” di innovazioni in Italia, fashion, food, manufatturiera, ecc. con l’obiettivo di selezionare per le aziende le idee e i progetti migliori proposti dai giovani competenti.
  2. Supporto alle imprese, attraverso duecento persone che lavorano per inserire il digitale all’interno delle aziende più importanti, facilitando loro le attività e i processi.
  3. Education. Da diversi anni vengono proposti percorsi post diploma. Ci sono inoltre tre scuole internazionali, dove viene sperimentato un modulo formativo che si aggiunge a un percorso tradizionale internazionale, aumentato al digitale. Ora l’obiettivo è estendere questo approccio anche all’università e in parallelo alle scuole primarie.18198723_10155496211454573_7622583018071844994_n

“Ho iniziato nel 1995, sviluppando progetti che sono andati bene – ci spiega Donandon – nel 2005, quindi, ho cercato di restituire ciò che avevo ricevuto. Ed ecco che creiamo H-Farm. H sta per Human, l’uomo è ciò per cui lavoriamo ma anche colui che lavora su queste iniziative. Farm – fattoria – vuole mantenere e sottolineare il legame tra il nostro lavoro e il luogo che ci ospita. Qui, infatti, c’era una vecchia fattoria. Volevamo e vogliamo sottolineare una scelta di vita che ci porta a lavorare nel digitale, che è frenetico e bello, in armonia e bilanciamento con la natura e con ritmi naturali”.

E in effetti natura e tecnologia sembrano fondersi in questo angolo di futuro in cui tutti si danno del tu e le persone sembrano serenamente impegnate in attività che – ai nostri occhi inesperti – possono apparire misteriose.

“Vogliamo davvero promuovere un essere umano che si ponga al centro di una creazione tecnologica e al servizio di nuove iniziative. Ci sentiamo un po’ coltivatori anche noi. Seminiamo ed aiutiamo le persone a seminare idee che devono poi germinare. Aver messo la tecnologia in mezzo alla natura crea un ambiente distensivo e ha quindi dei riflessi positivi nel prodotto, perché crea la consapevolezza che l’interlocutore è connesso con il ritmo naturale delle cose”.15977840_10154942186364573_3598494292825862356_n

H-Farm, oltre che in Veneto, ha sedi a Milano, Roma e Catania. Oltre 500 ragazzi si muovono tra di esse.
“Intorno a noi – comunque – sorgono altri progetti sviluppati da talenti che abbiamo finanziato con le nostre startup. Ci sono inoltre gli studenti. Insomma, le persone che vivono questi luoghi sono davvero tante”.

In generale, Donadon ha una visione positiva sulle potenzialità dei giovani: “Credo che questa generazione sia molto fortunata: la tecnologia è sempre più sviluppata, ci sono piattaforme di apprendimento alla portata di tutti e il crowdfunding permette di sviluppare i propri progetti anche da soli. Io sono partito da zero con l’intento di creare le condizioni. Sono nato e cresciuto facendo una starup, e sono riuscito a farla bene. Noi siamo qui per questo, per aiutare chi ha belle idee a far nascere imprese, investendo soldi per farne di più”.

In attesa che si sviluppino appieno le nuove scuole per l’infanzia e la fondazione – H for Human – lasciamo dopo oltre quattro ore Donadon al suo lavoro. Ripartiamo – dopo un breve giro su una “Tesla” (una macchina elettrica all’avanguardia) – con negli occhi e nelle orecchie questo angolo di futuro immerso nel verde tra Venezia e Treviso convinti che questo sia stato solo un primo incontro. Abbiamo gettato i primi semi. Lasciamoli germogliare.

 

Intervista e Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/io-faccio-cosi-182-benvenuti-alla-h-farm-silicon-valley-italiana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Limiti di età nei bandi agricoli: è giusto metterli?

Abbiamo chiesto a quattro esperti di progetti agricoli virtuosi cosa pensano della tendenza a privilegiare i giovani nella concessione di terreni, immobili o finanziamenti utili per avviare nuovi progetti rurali. Ne è sortito un interessante dibattito con diverse posizioni. Negli ultimi tempi si sono presentate diverse opportunità per avviare attività agricole o rurali, con agevolazioni, concessioni gratuite di terreni e fabbricati, proposte di incubazione di progetti virtuosi. Dal bando Ismea all’iniziativa del Demanio relativa a masserie e antichi caseggiati da recuperare, fino alla Banca della Terra, ormai diffusa in molte regioni. Il minimo comune denominatore di molte di queste proposte è però l’età: quasi tutte infatti sono rivolte ai soli under 40 o addirittura 35. Ma è giusto porre limiti di età nei bandi agricoli? I giovani devono essere privilegiati rispetto ai meno giovani? Lo abbiamo chiesto a tre “addetti ai lavori”.terre4

La prima a parlare è Lia Taddei, promotrice di un’iniziativa che ha avuto un grandissimo successo, unica nel suo genere in Italia, chiamata Antiche terre giovani progetti, attraverso la quale ha deciso di concedere gratuitamente i terreni di cui è proprietaria a giovani che volevano avviare attività agricole innovative, virtuose e sostenibili.

«A mio avviso bisogna decidere chi si vuol privilegiare: i giovani oggi sono la categoria maggiormente penalizzata, sono senza futuro, senza prospettive; per questo noi ci siamo rivolti essenzialmente a loro, per offrire una piccola opportunità. Detto questo, tutti hanno gli stessi diritti, ma se per un anziano l’attività agricola può essere un hobby, per un giovane si tratta di prospettiva di vita. Penso che senza lavoro per i giovani una società non possa andare lontano. Ci sono anche i cinquantenni che hanno perso il lavoro e cercano nella terra un’opportunità, ma fra le 650 candidature che mi sono arrivate, questi erano una piccola minoranza rispetto all’enorme quantità di giovani laureati disoccupati».

Emanuele Carissimi è uno dei rappresentanti più attivi del GAT Scansano, un progetto agricolo partito grazie alla sottoscrizione di decine di persone. «La domanda è interessante – ci dice Emanuele – e la risposta è molto complessa. Dal punto di vista dell’esperienza, direi che sarebbe meglio aumentare il limite di età, mettendo comunque dei limiti, perché mi pare che siano molti gli over 40 che si mettono in gioco in agricoltura e che devono fare tutto da soli. Allo stesso tempo tuttavia, vedo poche speranze di riabilitare il sistema agricolo se aiutiamo i sessantenni. Ovviamente la legge parte dal presupposto che i giovani non abbiano capacità finanziarie e che un quarantenne invece abbia alle spalle una vita lavorativa che possa coprire questa mancanza. Ormai però, in molti casi questo non è più vero e quindi sarebbe meglio estendere gli aiuti».autosufficienza1

Altro presupposto di legge è quello di tentare un rinnovo generazionale: «Dal mio punto di vista – continua Emanuele – questo aspetto è legato a una variazione di mentalità piuttosto che alla possibilità economica. Troppe iniziative di giovani in campagna si perdono facilmente nella burocrazia e nel mancato ritorno economico di un’attività che ormai è soltanto l’attrattiva personale di un finto ritorno alla natura. Non dimentichiamoci poi che siamo in Italia, dove tutti cercano di avere dei vantaggi dallo Stato. La maggior parte dei contributi vanno ai rinnovi generazionali, dove il figlio subentrando al genitore riceve un aiuto economico togliendolo di fatto a chi vorrebbe iniziare da zero e che di quell’aiuto avrebbe maggiormente bisogno».

In parole povere, secondo Emanuele bisogna aiutare coloro che vogliono tornare alla campagna, ma alle giuste condizioni e con le giuste tutele, cambiando i limiti di età, ma anche tutte le leggi accessorie che di fatto limitano ogni tipo di lavoro. «Sarebbe molto meglio – conclude – eliminare i contributi e garantire un reddito dignitoso, anziché dare contributi a pioggia che alleviano solo temporaneamente un problema radicato e che limita notevolmente le speranze future».

Francesco Rosso è un giovane imprenditore agricolo che, forte di un’esperienza pluriennale nel campo editoriale trascorsa a occuparsi di temi legati all’ecologia, ha acquistato un vecchio terreno dismesso sulle colline romagnole e ha fondato la Fattoria dell’Autosufficienza, progetto fondato sulla permacultura, sull’autoproduzione e sulla scoperta responsabile del territorio.

«Per come funzionano i bandi oggi – ci dice – penso che la cosa migliore sarebbe se non ci fossero proprio. Io ho acquistato 70 ettari di terra a 24 anni, un progetto ecologico, sociale, biologico, sperimentale e ad oggi (dopo 8 anni) non sono riuscito a prendere un finanziamento (neanche il primo insediamento) o perché le mie richieste sono state respinte o perché i bandi non erano interessanti e/o troppo vincolanti. Detto ciò quando si esclude qualcuno immagino che sia sempre difficile. Personalmente, piuttosto che fare selezione sull’età, la farei sull’impatto ambientale del progetto. Sei un azienda che inquina e che peggiora lo stato ambientale, sociale e dei beni comuni? Allora paghi tante tasse per compensare i tuoi danni! Se invece sei un’azienda che migliora l’ambiente, tratta bene i propri dipendenti, si impegna in azioni sociali, migliora la vita degli stakeholder, allora ti premio con un finanziamento, perché non puoi competere con chi distrugge.azienda_agricola_calì

Sempre sulle colline si è insediato Gianni Fagnoli: laureato e precario da una vita, ha deciso di trasferirsi in campagna e avviare un’attività agricola biologica con l’obiettivo di creare filiere locali e sostenibili di varietà autoctone di frutta. Secondo lui, «la questione dei “requisiti anagrafici” andrebbe inclusa in una critica più ampia al senso attuale dei bandi agricoli e in generale all’accesso all’agricoltura. Parlo in particolare del Primo Insediamento, ma anche degli stessi requisiti pretesi per potersi iscrivere alla coltivazione diretta. Sembra quasi che per certi aspetti si riproponga la solita auto-alimentazione corporativa, cercando di privilegiare gli ingressi per avvantaggiare una riproduzione parentale della categoria. Ciò che viene preteso come “standard” di partenza discriminante, assieme alle modalità di svolgimento successive, spesso sembra fatto apposta per chi ha già in famiglia un’azienda agricola avviata, produttiva e meccanizzata, riducendo ad esempio un “primo insediamento” a un mero cambio di intestazione, eseguito allo scopo di incrementare redditi o investimenti di realtà già esistenti e attive».

In questo modo però si ottiene però l’effetto contrario. «Esattamente – osserva Gianni –, poiché si va a penalizzare chi si insedia fattivamente per la prima volta, privo dei mezzi di un’azienda già consolidata alle spalle, dedicandosi come agricoltore ad esempio al recupero di angoli dell’Appennino abbandonati da decenni di malora e incuria, riportandoli alla loro vocazione storica. Parlo delle migliaia di ex siti colonici abbandonati al degrado e all’oblio con l’esodo verso le città. Chiaramente sarebbe molto difficile per chi si dedicasse a un’opera pur meritoria (e a parole da tutti riconosciuta come tale) come questa, presentare “redditi presunti” o piani colturali di partenza in grado di fare accedere alla coltivazione diretta, oltre a non avere alcun aiuto (per forza di burocrazia nemmeno nell’acquisto della terra) che possa sostenere il reddito del contadino “pioniere” che va a ripopolare e lavorare l’Appennino per il tempo e le opere necessarie a rendere il sito nuovamente accessibile, riassettato nell’aspetto idraulico-forestale, bonificato da eventuali scempi e infine reso coltivabile».

«Nella mia esperienza personale – conclude Gianni – questo primo mancato riconoscimento di fatto (poi chiaramente le cose cambiano, e anche di molto, tra le varie regioni d’Italia) ha costituito un grande ostacolo che ho dovuto superare con le mie sole forze fisiche, economiche e morali, “elargitemi” a piene mani solo dalla passione per la mia Terra. Io credo che occorra in primo luogo mettere al centro il contenuto dei bandi nel valore che essi intendono riconoscere: non c’è età che tenga di fronte al merito di un progetto. Per un pretestuoso cambio di intestazione non darei un euro neanche ai diciottenni, per un progetto serio di recupero rurale che strappi alla malora un pezzo di appennino ne darei anche agli over 80».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/06/limiti-di-eta-nei-bandi-agricoli/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Aspiranti contadini cercasi: “Antiche Terre” disponibili per giovani progetti

Terre in comodato d’uso ai giovani per portare avanti progetti di agricoltura sostenibile. Dall’incredibile risposta all’annuncio di una coppia, promotrice dell’iniziativa “Antiche Terre”, è nata l’idea di contribuire all’attivazione di simili progetti per favorire chi sta cercando un terreno… sotto i piedi.

Quante persone con la vocazione per l’agricoltura e la vita rurale e, più in generale, quanti amanti della natura hanno un sogno, un’idea, un progetto, ma spesso non hanno lo spazio in cui realizzarlo? Basterebbe un terreno, un campo, una zolla… e quell’idea comincerebbe a radicare, il sogno diverrebbe un germoglio, il progetto realtà.12494984_228911464110620_930755652009094752_n

La scorsa primavera mi è stata segnalata da un paio di amici la possibilità di accedere ad un terreno in comodato d’uso. L’iniziativa si chiama Antiche Terre”  ed è stata ideata dalla signora Lia e dal marito Franco, proprietari di alcuni appezzamenti in Piemonte e in Toscana. Gli spazi comprendono vigneti ed uliveti ed alcune pertinenze utilizzabili per la lavorazione delle materie prime o per la conservazione degli attrezzi agricoli. Lia e Franco queste terre le hanno ereditate, sono occupati nelle loro strade professionali, non hanno il tempo per dedicarsi alla terra ed i loro figli hanno intrapreso altri percorsi personali. Hanno però la sensibilità e l’acume di capire che quei terreni, di cui non vogliono privarsi per il valore affettivo ed il legame con il territorio d’origine che rappresentano, possono essere una risorsa se messi a disposizione di qualcuno. Ecco che viene loro l’idea: affidare quelle terre in comodato d’uso a chi abbia il desiderio e la volontà di prendersene cura. Inizia così il passaparola attraverso internet ed accade l’inaspettato. Le richieste cominciano ad essere talmente numerose da mettere in difficoltà i generosi proprietari: evidentemente non immaginavano neanche loro un simile risultato! Lia e suo marito decidono così di creare un blog per la raccolta dei progetti: una scheda finanziaria, comprensiva del calcolo dei costi di avviamento ed un piano di rientro dell’investimento stimato, il curriculum del richiedente e naturalmente un progetto, tale da essere sostenibile nel tempo e in linea con le caratteristiche del territorio. Il requisito indicato dai proprietari è che il progetto assicuri l’adozione di metodi di agricoltura naturale. Nel mese di luglio, allo scadere del bando, le proposte raccolte sono 604! Qualcosa di incredibile… anche soltanto da gestire!antiche_terre1

Per noi di Italia che cambia non ha certo dell’incredibile il richiamo alla terra, ma senza dubbio questa esperienza va segnalata per diversi aspetti. Molti dei richiedenti sono italiani emigrati che risiedono attualmente in altri Paesi, anche extraeuropei (Stati Uniti, Sud America, Burundi!!!). Ma che strano… l’Italia non era nota per essere il Paese dato per “spacciato”, che non ha più opportunità lavorative da offrire a nessuno e pertanto con un tasso sempre più crescente di cervelli in fuga?! Altro dato sociologicamente interessante è la variegata composizione della domanda: per la maggior parte è costituita da giovani tra i 18 e i 35 anni, laureati nelle più disparate discipline (anche in ambito umanistico), tra loro vi sono precari o disoccupati ma anche cinquantenni in cerca di nuova occupazione. Una piccola percentuale di più giovani poco scolarizzati si propone, inoltre, per collaborazioni. Si presentano con progetti individuali e collettivi, in associazioni e, in piccola percentuale, cooperative già avviate. Tutti aspiranti contadini? In realtà moltissimi sono i progetti di carattere sociale, che prevedono l’inserimento di lavoratori con minori opportunità (migranti, detenuti, disabili), o, accanto a quelle rurali, attività didattiche o trasversali, come l’allevamento (api, asini…) o coltivazioni innovative (bambù, aloe…), o, infine, progetti integrati con il territorio locale e l’ambiente per la promozione di stili di vita più sostenibili. La terra è un preziosissimo patrimonio per l’intera collettività. Iniziative come quelle di Lia e Franco offrono un importante contributo per lo sviluppo di nuova occupazione, per la tutela del paesaggio e della biodiversità. Rappresentano azioni fattive di contrasto all’inquinamento e di lotta al degrado e alla cementificazione. Il comodato d’uso può rivelarsi anche un’ottima alternativa all’affitto o alla vendita e alla svalutazione cui spesso spinge l’ingenza dei costi da sostenere, in termini di tasse e di manutenzione, per un terreno che non viene più coltivato e dunque non rende.12310662_207126256289141_3554462200789835691_n

L’iniziativa Antiche Terre ha avuto pertanto una certa risonanza anche tra i proprietari, alcuni dei quali si sono dimostrati interessati a valutare l’“adozione” dei progetti non assegnatari del bando, in altre Regioni (per chi fosse interessato i loro riferimenti e contatti si trovano nel sito). Chi abbia un progetto e stia cercando uno spazio, chi voglia segnalare un terreno (privato o pubblico) e voglia metterlo a disposizione di proposte virtuose, può contattarci all’email unterrenosottoipiedi@gmail.com per poter contribuire alla divulgazione e all’attivazione di nuove simili iniziative ed esserne informato.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/03/contadini-cercasi-antiche-terre-giovani-progetti/

Rondine, il piccolo borgo dove si costruisce la pace

Grazie al progetto Rondine – Cittadella della Pace’, un piccolo borgo in provincia di Arezzo ospita studenti provenienti da paesi in conflitto tra loro che qui sperimentano una vita di convivenza, di formazione e di studio. L’obiettivo è quello di far riscoprire la persona che si nascondeva dietro lo spauracchio del ‘nemico’ rendendo evidenti le similitudini tra le due parti e l’umanità che le accomuna.

Rondine è un borgo che sorge nei pressi di Arezzo e che negli anni ’50 stava per essere definitivamente abbandonato. La diocesi, però, decise di affidare il borgo ad alcune famiglie molto attive nel territorio e diciotto anni fa successe l’impensabile. Un luogo praticamente deserto diventò occasione di incontro e confronto per decine di ragazze e ragazzi provenienti da Paesi in conflitto tra loro: nacque infatti il progetto ‘Rondine – Cittadella della Pace’.

Questo straordinario esperimento di coabitazione e formazione alla Pace vide la luce un po’ per caso: le famiglie di Rondine, capitanate dal professor Vaccari – oggi presidente dell’associazione – volevano proporre uno spettacolo sulla vita di San Francesco in Russia. Una volta ottenuto il visto si trovarono in una situazione di guerra tra russi e ceceni. Parlavano di Pace in un contesto di guerra. Ebbero quindi il desiderio di contribuire in qualche modo alla Pace ‘nel quotidiano’ e si offrirono di agevolare il dialogo tra le opposte fazioni durante il conflitto. In quel contesto, il rettore dell’università di Grozny chiese ospitalità per alcuni studenti dell’università locale che era stata bombardata. Vaccari si rese disponibile ponendo però una condizione: il borgo di Rondine avrebbe dovuto ospitare anche studenti russi, con l’intento di creare un luogo ‘terzo’ neutro, in cui i due popoli in guerra potessero vivere a stretto contatto abbandonando così gli schemi tipici delle guerre.  “L’obiettivo – ci spiega Davide Berutti, neo Direttore Generale di Rondine – era far riscoprire la persona che si nascondeva dietro lo spauracchio del ‘nemico’ rendendo evidenti le similitudini tra le due parti e l’umanità che le accomuna”.rondine2

Il progetto fu un successo e venne presto replicato con giovani provenienti dai Paesi più disparati: Caucaso, Pakistan, India, Palestina, solo per citarne alcuni.  Questi studenti, appena laureati e provenienti da Paesi in guerra tra loro, si trovano quindi a condividere gli spazi abitativi, aiutati dai formatori di Rondine che li guidano attraverso un percorso sulla gestione del conflitto, sulla comunicazione non violenta e sul riconoscimento dell’altro.

“I ragazzi scoprono che l’identità è qualcosa di più complesso di ‘noi contro loro’ – continua Berutti – si smonta la conflittualità e si da una immagine più genuina della realtà, anche se qui trovano più domande che risposte.
La mensa è in comune, gli studenti pranzano e cenano insieme ed è un momento molto comunitario. I ragazzi si organizzano poi per giocare o suonare, organizzano concerti e sono spesso chiamati in varie parti d’Italia per raccontare la loro esperienza”.

 

La lingua obbligatoria a Rondine è l’italiano. Questo garantisce che si parta tutti dallo stesso livello e non ci siano culture più ‘avvantaggiate’ di altre. Tutti parlano male l’italiano! Per questo i primi tre mesi gli studenti devono frequentare un corso di italiano. A questo punto “c’è una cerimonia di accettazione, i ragazzi prendono un impegno consapevole e danno il via alle attività”.rondine3

È molto formativo dover raccontare e rielaborare il proprio vissuto in presenza del ‘nemico’ che probabilmente nel frattempo è diventato amico. “Vivono un forte contrasto tra la necessità di ribadire la propria identità e la propria sofferenza e il desiderio di non far male al nuovo ‘amico’. Così il lavoro diventa interessante: quando questi giovani torneranno al loro Paese di origine dopo i due anni trascorsi a Rondine, avranno sviluppato la capacità di difendersi senza aggredire, sapranno lottare per i propri diritti senza pretendere che l’altro rinunci ai suoi. In diciotto anni abbiamo accolto oltre centosessanta giovani. La selezione dei partecipanti al progetto avviene con un bando che esplicita chiaramente la sfida che lanciamo; i ragazzi sanno quindi a cosa vanno incontro”.

Rondine provvede a tutte le spese, dal visto al master, dal trasporto al vitto e alloggio. La struttura si mantiene grazie a diversi tipi di sostenitori, micro e major. Ogni studente costa circa venticinque mila euro per un anno. Al progetto lavorano venti persone, alcune full time e altre part time. L’ispirazione è laica: la dimensione religiosa dell’individuo, infatti, viene sottratta dalle strumentalizzazioni, mentre viene proposto il dialogo tra le religioni.  “Qui si fa sempre festa, perché festeggiamo tutte le feste, cristiane, musulmane, ebraiche e così via. Tutti gli studenti si devono sentire liberi di festeggiare le proprie festività e spiegarle agli altri per viverle insieme. All’ultima cena di natale, per esempio, un Ave Maria è stata cantata da una ragazza musulmana”.

Da quando Rondine è stata fondata il mondo è cambiato e di conseguenza sono cambiati anche i progetti portati avanti nella struttura.

“Oggi abbiamo molti progetti nuovi in mente per promuovere la pace – afferma Berutti – vogliamo continuare a seguire i ragazzi anche dopo la residenza italiana, nel momento del loro rientro in patria. Abbiamo già cominciato! Questo anno, ad esempio, abbiamo deciso di seguire per un anno un ragazzo a distanza, con costanza e presenza. L’associazione “rondini d’oro” (formata dagli studenti che hanno concluso la residenza positivamente) – inoltre – chiede di collaborare con noi come soggetto autonomo per concretizzare progetti ispirati a questa esperienza da riproporre nel loro paese”.rondine

E non è tutto. Rondine ha deciso di agire anche sul tessuto italiano attivando e sviluppando alcuni progetti con le scuole, in una duplice forma. Da un lato i ragazzi residenti a Rondine portano nelle scuole italiane la loro esperienza, dall’altro è stato attivato un “quarto anno d’eccellenza liceale”: gli studenti liceali, infatti, possono frequentare il quarto anno proprio nel piccolo borgo Toscano. “Seguono il programma ministeriale la mattina mentre il pomeriggio frequentano percorsi formativi integrativi sulla trasformazione del conflitto, l’innovazione tecnologica e l’integrazione con l’ambiente”.

Questi studenti si trovano a condividere l’esperienza di ventisei colleghi internazionali. L’auspicio è che una volta tornati nei licei di origine, questi ragazzi avranno sviluppato uno sguardo critico sulla complessità del mondo e del territorio su vari temi e in particolare sui fenomeni migratori. I fatti di Parigi non hanno cambiato molto il sentire dei residenti di Rondine. “Sono persone che vivono queste cose nella quotidianità. Chi viene da Gaza, per esempio, non è rimasto troppo scosso. Il dibattito sui fatti di Parigi non è stato su un piano religioso, ma i nostri ragazzi sono rimasti sorpresi del fatto che i media hanno parlato di questi conflitti solo quando hanno coinvolto Paesi europei. Si sono detti: ‘Queste cose da noi capitano tutti i giorni, perché ne parlano solo ora?’”.

 

Il sito di Rondine 

 

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/io-faccio-cosi-107-rondine-piccolo-borgo-pace/

Lavoro in campagna, la nuova scelta delle ragazze

Giovani, laureate, innovatrici e appassionate. Sono le ragazze che hanno deciso di puntare sulla campagna. Da un’analisi della Coldiretti emerge che nel 2015 sono aumentate del 76% le italiane under 34 che hanno scelto di lavorare in agricoltura.

“Quasi quasi scelgo la campagna!”. E lo fanno davvero. Imprenditrici agricole, coadiuvanti familiari, socie di cooperative. Nel 2015 sono aumentate del 76% le ragazze italiane under 34 che hanno deciso di lavorare indipendentemente in agricoltura. Il dato emerge dall’analisi Coldiretti “Più lavoro in agricoltura dall’innovazione – Missione cambiamento: le risposte dei giovani agricoltori”, illustrata alla Fieragricola con le esperienze creative di imprenditori agricoli innovatori che hanno presentato nuovi prodotti e tecnologie.shutterstock_97336082-680x453

La crescita femminile è pari al triplo di quella registrata dai coetanei maschi che aumentano comunque del 27%, sulla base dei dati Istat relativi a primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Va affermandosi così una nuova generazione di 60mila contadini, allevatori, pescatori e pastori che costituiscono uno dei principali vettori di crescita del settore agroalimentare italiano grazie ad una capillare e rapida acquisizione di processi innovativi che favoriscono l’occupazione. Un numero sempre più elevato di ragazzi, riferisce la Coldiretti, decide di dare continuità all’azienda familiare. Tuttavia la vera novità è rappresentata dai cosiddetti agricoltori di prima generazione, ovvero i giovani provenienti da altri settori o da diversi vissuti familiari che decidono di scommettere sull’agricoltura, con passione, innovazione e professionalità. Tra le new entry giovanili nelle campagne – secondo una analisi della Coldiretti/Ixè – ben la metà è laureata, il 57 per cento ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74 per cento è orgoglioso del lavoro fatto ed il 78 per cento è più contento di prima. Peraltro, la scelta di diventare imprenditore agricolo è apprezzata per il 57 per cento anche dalle persone vicine, genitori, parenti, compagni o amici.grow-movie_AMP3944

“C’è un intero esercito di giovani che hanno preso in mano un settore considerato vecchio, saturo e inappropriato per immaginare prospettive future e ne hanno fatto un mondo di pionieri, rivoluzionari, innovatori e attivisti impegnati nel costruire un mondo migliore per se stessi e per gli altri”, ha affermato Maria Letizia Gardoni delegata dei giovani della Coldiretti. Secondo una indagine della Coldiretti, le aziende agricole dei giovani possiedono, una superficie superiore di oltre il 54 per cento alla media, un fatturato più elevato del 75 per cento della media e il 50 per cento di occupati per azienda in più. Ci sono opportunità di insediamento nell’agricoltura italiana per almeno ventimila giovani fino al 2020 con l’approvazione da parte della Commissione Europea di tutti i Piani di sviluppo rurale presentati dall’Italia. Secondo lo studio presentato dalla Coldiretti alla Fieragricola emerge che gli interventi si rivolgono a giovani agricoltori tra 18 e 40 anni non compiuti e possono arrivare ad offrire fino a 70.000 euro a fondo perduto per iniziare l’attività oltre a un contributo a fondo perduto sugli investimenti aziendali che può arrivare sino al 60%. “Abbiamo di fronte una occasione forse irripetibile per sostenere il grande sforzo di rinnovamento dell’agricoltura italiana e di sostenere la competitività delle imprese”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo che ha sottolineato “l’importanza del dialogo con la pubblica amministrazione per rendere più agevole e veloce l’accesso alle misure previste dai Piani”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/lavoro-in-campagna-scelta-ragazze/

I giovani guardiani della terra

Si sono dati il nome di Earth Guardians, guardiani della terra, e attualmente a guidare il movimento, che si è fatto conoscere nel mondo, è Xiuhtezcatl Roske-Martinez, 15 anni. Impossibile? Invece no.earthguardians

Pare quasi impossibile che alla guida di una ong ci sia un quindicenne, ma è così. Dietro di sé ha una sorta di consiglio di saggi, esperti di vari paesi del mondo e attivisti nel campo della giustizia, dell’ambiente e della democrazia, che supportano questo movimento di giovani che si è dato il nome di Earth Guardians. Il giovane, di origine azteca, è Xiuhtezcatl Roske-Martinez, che coordina una rete composta da giovani adolescenti attiva in 25 paesi del mondo. “Chi mi sostiene? Le speranze di questa generazione e del pianeta sono nelle nostre mani. Non voglio che ci supportiate ma che ci stiate accanto. Non sarà semplice ma è la responsabilità che abbiamo verso chi verrà domani: essere i leader del nostro tempo per lasciare loro un mondo migliore”. Queste parole le ha pronunciate l’estate scorsa alle Nazioni Unite. Xiuhtezcatl descrive se stesso come un artista hip hop, un attivista ambiente, un indigeno. “E ricordiamoci – ha detto all’ONU – che non è il pianeta ad avere bisogno di aiuto, siamo noi”.

“Ci siamo riuniti in questo movimento per diventare coloro di cui si attendeva l’arrivo, vogliamo essere un collettivo di giovani a livello mondiale che si mette alla guida di un percorso alla difesa del pianeta”. Xiuhtezcatl ha lanciato un appello ai leader delle Nazioni Unite affinché agiscano seriamente per fermare i cambiamenti climatici. Il quindicenne vive a Boulder, in Colorado, e le foreste limitrofe sono minacciati dalla scarsità di acqua e tanti altri, come lui, che fanno parte di Earth Guardians vivono situazioni in cui il loro ambiente è messo in pericolo. Durante l’estate 2015 ha partecipato ad una spedizione nell’Artico del National Geographic per studiare lo scioglimento dei ghiacci.

Fonte: ilcambiamento.it

Buone pratiche e sostenibilità: le opportunità per i giovani

Corsi online gratuiti, corsi residenziali sulle buone pratiche, progetti Erasmus per incubatori di comunità sostenibili: crescono le opportunità per i giovani che vogliono guardare oltre il sistema attuale e cambiare paradigma.buone_pratiche_corsi_giovani

“Crediamo che i giovani sappiano che il sistema attuale non funziona e che sono necessarie alternative sostenibili – spiega Genny Carraro della Rive – crediamo anche che abbiano l’energia ed il potenziale per portare avanti i cambiamenti necessari, rispetto alle relazioni umane e al rapporto con la nostra casa: il pianeta Terra. I giovani chiedono un rafforzamento delle proprie abilità, competenze e conoscenze spendibili nei differenti ambiti della sostenibilità. Abbiamo quindi promosso un corso di formazione online gratuito, il cui obiettivo è di fornire a giovani leader ed educatori una serie di strumenti utili per coinvolgere altri giovani in iniziative comunitarie sostenibili. Il nostro target è quello degli youth workers, ovvero giovani impegnati nel lavoro con gruppi di ragazzi e in generale con il pubblico giovanile, con l’idea che possano incoraggiarli e responsabilizzarli per realizzare il loro pieno potenziale e per essere attori protagonisti di una società olisticamente sostenibile”.< Il corso verrà lanciato nell’autunno 2016.
“Al momento organizziamo un corso di formazione, per giovani ed educatori, con l’idea di verificare il grado di apprezzamento del contenuto del programma online. Si svolge all’ecovillaggio di Sieben Linden, in Germania, dal 4 al 6 dicembre”. Qui il progetto.  Potete inoltre consultare le opportunità di volontariato e per rimanere aggiornati iscrivervi alla mailing list. Di recente invece ventuno rappresentanti di nove reti nazionali di ecovillaggi si sono incontrati a Torri Superiore (Ventimiglia) per iniziare a delineare un programma chiamato “l’incubatore” e rivolto ad ecovillaggi ed iniziative sostenibili in via di realizzazione. Si tratta di un progetto biennale Erasmus+ finanziato dalla UE dal titolo “Sustainable Community Incubator Partnership Programme” (SCIPP), che offrirà un programma di sostegno per le fasi più delicate dello sviluppo di un progetto. La nascita e la crescita delle comunità sostenibili attraversano sfide e fasi cruciali, e la maggior parte delle iniziative si esaurisce nel giro di pochi anni. Il programma SCIPP affronta il problema dei fallimenti dei progetti collettivi “con un approccio innovativo e basandosi sulle esperienze delle comunità europee già consolidate”. Un manuale essenziale di circa 40 pagine delineerà le soluzioni chiave per i problemi più rilevanti che sorgono all’interno delle comunità nascenti o di iniziative collettive, offrendo strumenti di autovalutazione e un elenco di esperti competenti sulle varie tematiche trattate. Il quadro del programma è analogo al telaio di una bicicletta, in cui le parti mobili (come le ruote, che rappresentano simbolicamente i metodi e le strategie esistenti) sono già noti, mentre il telaio (l’inquadramento concettuale) deve ancora essere definito. L’incubatore fornirà un ambiente controllato per consentire ai gruppi di passare da una fase iniziale più vulnerabile a una successiva di maggiore stabilità. Gli ideatori del Sustainable Communities Incubator Framework ritengono che il ruolo svolto dalle comunità nella transizione verso una società globale più giusta e sostenibile non debba essere sottovalutato. Come cita un popolare proverbio africano: “Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme”.

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Via libera ai finanziamenti per i giovani che aprono un’impresa agricola

Pensare alla natura e all’agricoltura per pensare ai giovani, alle “nuove generazioni”. Sembra essere questo l’obiettivo dell’iniziativa diretta a ragazzi che intendano aprire un’azienda agricola. A sostenere economicamente l’impresa, premi a fondo perduto (fino a 70mila euro) stanziati in alcune regioni italiane come Lazio, Molise, Basilicata e Friuli Venezia Giulia.new_farmers2-bcfd6afddab19aceff644f5a6a74c9e0d533c3ae-s6-c301

Nel dettaglio: Veneto (50mila euro) e Molise, Lazio, Basilicata, Sardegna, Umbria 70mila euro).
Buone opportunità ci sono anche nelle Marche, in Lombardia, in Sicilia e in Toscana che hanno aderito all’iniziativa. I premi rientrano nella nuova programmazione PSR (Programma di sviluppo rurale) 2014-2020 e figurano come parte di alcune misure di aiuto e sostegno per i neo agricoltori che vogliono buttarsi nell’ “imprenditoria agricola”, garantendo così anche un ricambio generazionale.  Si aggiudicheranno i fondi solo i giovani che realizzeranno aziende a basso impatto ambientale e ben integrate nel proprio territorio rurale di riferimento. Oltre a questi premi sono previste delle opportunità collegate agli investimenti che mirino a diversificare le attività delle imprese agricole.shutterstock_97336082-680x453

I beneficiari di queste misure, come dicevamo, sono i giovani agricoltori che vogliono cimentarsi per la prima volta nella conduzione di un’azienda e che rispettano i criteri stabiliti dall’articolo 2 paragrafo 1 lett. n) del Reg. UE 1305/2013: età tra i 18 e i 40 anni, formazione adeguata e completamento del ciclo scolastico obbligatorio. Il nuovo “imprenditore” si prenderà l’impegno di condurre la propria azienda per almeno 5 anni, ad aderire ad azioni di formazione e consulenza e a rientrare nella definizione di agricoltore attivo. Qualifica non secondaria che dovrà acquisire sarà quella, ovviamente, di imprenditore agricolo professionale.

Fonte : italiachecambia.org

«Sfidiamo la precarietà con il chilometro zero»

Giovani, precari, scollocati loro malgrado; ma non si sono persi d’animo e, grazie alla creatività e all’intraprendenza, hanno dato vita a una sfida imprenditoriale che punta sulla sostenibilità dei prodotti a chilometro zero. «Perché tutti, con le proprie scelte personali, possono contribuire a sconfiggere un sistema iniquo e malato» dicono.chilometro_zero

Le presentazioni sono d’ordinanza. Fabio Papurello ha 30 anni, Gabriele Ricca ne ha 31 e Ivan Grippa va per i 42. Ognuno di loro ha un suo percorso che, come tanti altri giovani di questi tempi, è fatto di precarietà. Ma, all’ennesima risposta non trovata nel “sistema”, hanno deciso di procedere dando corpo e vita alla loro idea: aprire un sito che metta in contatto produttori agricoli e consumatori delle stesse zone senza intermediari, in modo da far circolare beni primari a chilometro zero. Il sito si chiama agrobiokilometrizero.com

«Ognuno di noi ha un suo percorso – spiega Fabio – Io per esempio sono sempre stato precario, ho acquisito diverse abilità in differenti campi, ho vissuto all’estero per un periodo, ma più acquisivo abilità più faticavo a trovare lavoro e che la fortuna non ha aiutato. L’ultimo lavoro passato da precario ha visto la fine poiché l’azienda ha chiuso per colpa della crisi. Mi occupavo di un area e-commerce, ricevevo gli ordini, cercavo online prezzi concorrenziali (ebuyer) e gestivo qualche lavoro di magazzino». Ivan lavora ancora, mantiene una famiglia, ma si spende moltissimo per il progetto, sentendolo anche suo, «perché sento una spinta verso il cambiamento; poi… non voglio solo cambiare le cose dal lato lavorativo, ma anche a livello umano» spiega. «C’è chi ha perso il lavoro, ci siamo ritrovati tutti e tre all’interno di un contesto politico e abbiamo iniziato a capire che probabilmente ci volevano soluzioni differenti» continua Fabio, che ha avuto l’idea per partire.

Fabio, come ti è venuta l’idea di questo progetto?

«L’idea mi frullava in testa da tempo, perché vedevo che esistevano gruppi d’acquisto isolati, poco considerati e altri invece che detenevano strani monopoli e non erano gestiti in modo totalmente etico. Così ho incluso Gabriele nella creazione della mappa e ho chiesto ad altri di aiutarmi a condividere il progetto. Volevamo crearci una sorta di lavoro, ma allo stesso tempo non sapevamo come fare e ci piaceva il fatto anche solo di sensibilizzare le persone alla filosofia del chilometro zero. Eravamo e siamo profondamente arrabbiati per la situazione che siamo costretti a vivere e abbiamo iniziato a fare riflessioni sul sistema economico che ci controlla. Siamo arrivati a comprendere che le nostre scelte di vita possono determinare il crollo di un intero sistema. Nel percorso abbiamo pensato: “Manca il lavoro perché abbiamo centralizzato l’economia e quindi per quante competenze possiamo avere, diverrà sempre più un gioco contorto; riprendiamoci gli spazi, perché tutti inclusi noi stessi possano tornare ad avere un lavoro normale”. Poi esiste un discorso etico contro l’industria».

Come avete organizzato e pianificato le cose da fare?

«La verità? Abbiamo buttato uno schizzo su carta, l’idea iniziale era solo quella di creare una mappa in cui venissero inseriti i vari produttori, con un’area feedback in cui la gente potesse commentare e puntare il dito contro chi si comportava male. Volevamo già gestire il trasporto a chilometro zero per crearci un lavoro, ma anche perché sapevamo che il cittadino profondamente apatico sarebbe andato dai produttori una, due, tre volte e poi per questioni di ritmi di vita non l’avrebbe più fatto. Allora ci siamo proposti per fare consegne a domicilio. Ancora non sapevamo bene come fare, sembrava semplice ma in realtà non lo era. Inizialmente pensavamo solo di realizzare consegne su chiamata, ma la gestione era lunga e non volevamo gestire il denaro del consumatore finale. Da lì abbiamo creato un area e-commerce multivendor, dove ora abbiamo alcuni spazi per il produttori e altri dove c’è merce in conto vendita biologica non certificata, perché lavorata secondo i canoni della permacultura, almeno alcune cose. Abbiamo rialzato il prezzo del prodotto di pochissimi centesimi per permetterci di pagare le commissioni paypal, ma si parla di 50 centesimi, perché non facciamo intermediazione. L’idea é nata anche perché qualcuno chiedeva di comprare online. Poi é esplosa, ma abbiamo sempre avuto l’intenzione di non snaturarla. Il commercialista ci aveva detto semplicemente di usare i corrieri. Avremmo fatto arrivare l’olio dalla Calabria, saremmo partiti alla grande e avremo tagliato fuori i piccoli, perdendo l’etica del chilometro zero. La filosofia di vita non ci consente di deviare, noi volevamo e vogliamo far lavorare i produttori “vicini”. Attualmente grazie al blog la visibilità cresce e noi siamo soli, pertanto abbiamo deciso di cambiare la politica offrendo lo spazio e-commerce a chi vuole organizzare gruppi Gas, dandogli però un’etica, uno spazio autogestito a pagamento (poco) nella propria città o borgo di appartenenza, dove seguendo regole specifiche può decidere di mettere in contatto diversi produttori».

Come funziona tutto il procedimento?

«C’è grande facilità nella gestione degli ordini, che vengono pagati all’acquisto, facciamo consegna a domicilio sull’area di Torino e cintura. Chi vuole organizzare il Gas nella propria città fuori al di fuori di Torino, può decidere di organizzare una propria politica di trasporto, oppure di tenere la merce in magazzino. A noi interessa che rispetti delle regole fondamentali: la merce deve essere prodotta localmente, distribuita entro un’area massimo di 200 chilometri e non deve arrivare da altri continenti, deve essere lavorata in modo naturale, no ogm, no pesticidi. Non necessariamente deve essere certificata (sulla mappa chi fa permacultura é segnato in blu, perché lo consideriamo il superbiologico, ma non esiste certificazione). Chiunque si comporti male, anche se paga una quota di 10 euro mensili, viene desettato dalla piattaforma; se si tratta solo di un prodotto, cancelliamo il prodotto. Chi invece semplicemente vuole usufruire della mappa e chiamare per suo conto un produttore con cui si trova bene e andare a trovarlo, può farlo senza che noi ci mettiamo becco. Anzi a noi non interessa come, ci interessa che le persone diventino sensibili alla questione, infatti molti servizi sono totalmente liberi sulla nostra piattaforma. Sulla mappa dei produttori inseriamo nomi, siti, numeri di telefono. Noi offriamo un implemento, un servizio d’élite; a noi fa solo piacere se la gente inizia a boicottare i supermarket per tornare a favorire l’economia locale e magari anche a mangiare sano. Inoltre abbiamo un’area social, che abbiamo inserito dopo che avevamo visto il blog fare faville, con condivisione su progetti della permacultura, traduzione di articoli sulle green energy, antibiotici naturali e quant’altro. Abbiamo aperto un social interno sullo scambio libero di semi e piante, anche se abbiamo il problema che è bombardato dagli spammer e attualmente stiamo cercando una soluzione».

Gli obiettivi che vi ponete?

«Non ci poniamo grossi obbiettivi, le idee nascono giorno per giorno e hanno fatto diventare il portale sempre più una piattaforma multiservizio. Abbiamo cambiato strategie diverse volte, cercando anche di includere la rete in questo, vorremmo essere un corpo unico, a volte però non ci riusciamo e allora dobbiamo fare di testa nostra. Il problema principale é che molti interessati sono persone di mezza età e la paura é che non sappiamo usare il paypal o il postepay, ma abbiamo pensato anche a questo, almeno con i produttori abbiamo risolto. Inoltre attualmente stiamo seguendo corsi di permacultura sinergica e bioedilizia. Con pochi soldi stiamo facendo tutto questo perché vogliamo offrire anche servizi sul portale, ma ci vuole tempo. Vogliamo che il progetto vada oltre il chilometro zero, che arrivi a toccare quei fili che possono portare le persone a cambiare prospettiva, attraverso i blog ma anche attraverso qualcosa di concreto, che possa portare molti ad abbracciare un processo di decrescita. L’importante é che la gente inizi a cambiare direzione e modo di vedere le cose, perché la società sta arrivando al collasso».

Avete pensato a qualche progetto di crowdfunding per finanziarvi?

«Abbiamo aperto un’area crowfounding e all’inizio le donazioni le abbiamo fatte noi, per vedere se partivano, ma non hanno avuto molto successo; anzi pur avendo già il progetto semirealizzato e averci speso qualche soldino non é stato per nulla facile. Abbiamo usato i soldi che ci siamo autoversati per costruire l’e-commerce, differenziare le bacheche e comprare plugin aggiuntivi. Attualmente, visti i corsi che stiamo seguendo, abbiamo deciso di trasformare quell’area in una proposta di ecovillaggio per arrivare a un progetto comune e iniziare a coltivare anche i nostri prodotti in modo condiviso. Ci siamo appassionati di bioedilizia e di case passive, perché siamo strozzati dalla crisi e abbiamo visto che se la gente torna a casa e non deve pagare gas, luce, acqua e affitto, vive molto più serena, anche solo con 800 euro al mese».

Fonte: ilcambiamento.it