ARTIGIANATO, GIOVANI, SUD

Contest fotografico #Unfuturomaivisto, foto di Carlo Silva, Erice (Tp)

Fritz Lang, ilgrande regista di capolavori come Metropolis o Il grande caldo, amava definirsinon un artista ma un artigiano. Essere artigiani significa non solo essere  capaci di creare, di trasformare la realtà attraverso le idee e il contatto conla materia, ma vuol dire anche essere portatori di un “saper fare” che viene dalontano e dovrebbe portare altrettanto lontano. Un sapere di conoscenze, altempo stesso filosofico e pragmatico, che rappresenta il patrimonio di un paesee di un popolo. Un sapere che si fa “tradizione” per essere tramandato allefuture generazioni, ma che al contempo dovrebbe sfuggire da essa, innovarsi,cambiare, più o meno lentamente, per essere un sapere attuale, necessario eutile. Quando manca questo passaggio, è una tradizione che muore e un sapereche scompare. E’ il caso, purtroppo, di molte nostre forme di artigianatosegnate non solo dal passo veloce dei tempi, ma da contraddizioni e dallamancanza di investimenti, non solo economici. In un paese come l’Italia, famosoper i suoi prodotti di qualità, in cui la disoccupazione giovanile è altissimama sempre di più scarseggiano calzolai, vetrai, sarti e scalpellini, lariscoperta del saper fare tradizionale dovrebbe essere un percorso naturale. Larealtà invece è tutt’altra. Tecnica e tradizione però possono non essere sufficienti:per affrontare la sfida, occorrono una forte consapevolezza degli effetti dellaglobalizzazione e la capacità di valorizzare, se necessario, il ruolo dellatecnologia. In generale, serve apportare innovazione, immaginare nuovi campi diapplicazione per antichi mestieri. E’ forse superfluo sottolineare come le“botteghe” rappresentino un forte elemento di attrazione turistica, grazie algusto del “fatto a mano” e al valore della “unicità” sempre più ricercati eche, per semplificare, definiamo come la forza del Made in Italy. Lecontraddizioni, come anticipato, si intrecciano però alle difficoltà di rendereazioni concrete le varie riflessioni sulle opportunità che l’artigianato, e inparticolare quello artistico, è in grado di offrire a giovani e territori. E’questo, in particolare, l’aspetto che ci interessa maggiormente esplorare.Perché, oltre alle prerogative culturali ed economiche, l’artigianato artisticopuò comprendere anche quelle sociali. Queste, addirittura possono essere laprincipale leva che permette la riscoperta dei “saperi” e la lorovalorizzazione, la loro seconda vita. Abbiamo voluto dare spazio, perciò, adiverse esperienze che si sono confrontate con l’artigianato partendo dal puntovista e da esigenze di natura sociale. Il risultato? Recuperate le tradizioni,recuperato il capitale umano; sperimentati interventi di inclusione sociale edi sviluppo locale; valorizzati saperi, giovani, territori. Da questo punto divista, lo spunto di riflessione è venuto dalla sperimentazione avviata con il bando della Fondazione CON IL SUD per promuovere interventicapaci di recuperare e valorizzare tradizioni artigianali tipiche diparticolari aree meridionali che sono in via di “estinzione”, creando attornoad essi occasioni di inclusione di soggetti svantaggiati e opportunitàprofessionali per le nuove generazioni.

“Le situazioni più difficili creano possibilità…L’arte in sé è salvifica!” E’ uno dei messaggi che abbiamo raccolto dall’intervista che il maestro Dalisi ha voluto concederci. Crediamo che queste poche righe contengano un grande pezzo di verità sulla “potenza” sprigionata dall’arte e dalla cultura quando incrociano il sociale.

Buona lettura!

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/artigianato-giovani-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Paolo Cognetti: rendiamo viva la montagna facendo rete!

Fare rete. Questo il valore più grande di RestartAlp secondo Paolo Cognetti, vincitore del premio Strega con il libro “Le otto montagne”. Lo scrittore, tornato a vivere fra le vette per tutelare e dare nuova vita al territorio, ha incontrato i giovani aspiranti imprenditori che stanno partecipando al percorso di formazione proposto da Fondazione Garrone  e Fondazione Cariplo. A un certo punto della sua vita, quando ha cominciato a sentirsi a disagio e ad avvertire la necessità di staccare, ascoltare il silenzio e recuperare l’ispirazione, Paolo Cognetti ha deciso di tornare in Val d’Ayas, fra le “sue” montagne. Lo scrittore, vincitore del premio Strega con “Le otto montagne”, ha incontrato i ragazzi di ReStartAlp, giovani che vogliono andare a vivere e lavorare in montagna, cercando di rivitalizzare questi luoghi magici e spesso dimenticati con idee imprenditoriali fresche, innovative e connesse con il territorio.

Secondo Cognetti, il valore più grande del programma voluto da Fondazione Edoardo Garrone – in continuità con il progetto ReStartApp – e Fondazione Cariplo – nell’ambito del Programma AttivAree dedicato alle aree interne – è quello di “fare rete”: «Persone che cercano di fare quello che ho fatto sono completamente sole. Il valore di ReStartAlp è quello di far sentire che intorno a loro c’è una rete di persone simili. Sapere che intorno a te c’è qualcuno disposto ad ascoltarti e ad aiutarti ha un grandissimo valore».

Ancora prima del successo editoriale conosciuto grazie a “Le otto montagne”, Paolo Cognetti era un grande amante della solitudine e del silenzio che regnano fra le vette. Cresciuto qui, ha deciso di ritornarci e di attivarsi per tutelare e dare nuova vita al territorio, anche attraverso il suo progetto di animazione territoriale, che ha mostrato ai ragazzi di ReStartAlp.cognetti-restartalp

«Per me – racconta – la montagna è stato un luogo di grande riapertura, per cui mi sento un abitante di questo posto». Fra le righe si può leggere un altro consiglio che regala ai futuri imprenditori a cui le due fondazioni stanno fornendo gli strumenti per dare corpo alle loro idee: giungete in montagna in punta di piedi, imparate a conoscere e ad ascoltare la terra che vi accoglie, parlate con chi ci abita e sentitevi anche voi parte di questa comunità. È questa la filosofia di ReStartAlp, che trova riscontro anche nel programma formativo dal forte imprinting esperienziale, che ha portato i partecipanti a conoscere imprenditori montani, personalità del posto – fra cui Paolo Cognetti – operatori forestali, agricoltori e allevatori. Tutti attori e membri della comunità culturale, sociale e economica che saranno contenti di accogliere nuove forze, giovani che, forse un po’ stanchi della città, sognano di costruirsi una vita e un lavoro in montagna.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/paolo-cognetti-rendiamo-viva-montagna-facendo-rete/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

ReStartAlp 2018: le voci dei giovani aspiranti imprenditori di montagna

Abbiamo intervistato alcuni dei protagonisti della terza edizione di ReStartAlp, percorso formativo con un approccio teorico e pratico rivolto ai giovani aspiranti imprenditori di montagna. L’obiettivo è quello di facilitare la creazione di nuove imprese sulle Alpi, per valorizzare le aree montane e al contempo offrire ai ragazzi nuove opportunità lavorative nei principali settori dell’economia alpina. ReStartAlp è promosso e finanziato dalla Fondazione Garrone e la Fondazione Cariplo. Contribuire a trasformare un’idea o un sogno in un’attività imprenditoriale concreta e sostenibile che permetta ai giovani di costruire il proprio futuro in quelle zone di montagna piene di potenzialità ma spesso abbandonate e sottovalutate. Nasce con questo obiettivo il percorso formativo ReStartAlp, proposto da Fondazione Garrone  e Fondazione Cariplo. Per Fondazione Garrone l’esperienza di ReStartAlp nasce come naturale estensione dei Campus ReStartApp, avviati per la prima volta nel 2014 per sostenere il rilancio dell’economia appenninica. Fondazione Cariplo ha scelto invece ReStartAlp come iniziativa da inserire all’interno di AttivAree, un programma intersettoriale mirato alla rinascita di due aree interne lombarde – la parte dell’Appennino dell’Oltrepo’ Pavese e le Prealpi delle bresciane valli Trompia e Sabbia – mediante progetti di riattivazione territoriale.

Dall’agricoltura alla gestione forestale, dall’allevamento all’agroalimentare, dall’artigianato al turismo e alla cultura. All’edizione 2018 – che per il terzo anno consecutivo si svolge a Premia, nella provincia di Verbano Cusio Ossola – partecipano 14 giovani aspiranti imprenditori che hanno idee di impresa innovative e sostenibili nelle filiere tipiche della montagna. Il Campus residenziale gratuito ha una durata di 10 settimane, dal 18 giugno al 28 settembre 2018, (con una pausa intermedia dal 30 luglio al 2 settembre). Il programma prevede attività di didattica, laboratorio di creazione e sviluppo d’impresa, esperienze in azienda, testimonianze e casi di successo, visite a realtà produttive virtuose e destinazioni montane. Finalizzato a sviluppare idee di impresa e avviare una start up, il percorso formativo di ReStartAlp prevede un’esperienza di una settimana presso realtà imprenditoriali del territorio montano per dare ai partecipanti al campus la possibilità di confrontarsi con titolari d’azienda e professionisti e vivere da vicino e in prima persona il lavoro e la gestione quotidiana di un’impresa. L’esperienza deve essere di supporto allo sviluppo dei progetti, pertanto il partecipante viene orientato verso un’azienda affine alla realtà imprenditoriale che egli intende avviare.36661682_1040931136069158_2661765347010412544_n

ReStartAlp: dalla teoria all’esperienza in azienda. Le voci dei protagonisti

“La mia partecipazione a ReStartAlp si sta rivelando molto utile per capire come rendere economicamente sostenibile il mio progetto, individuare i possibili sbocchi della mia attività, ridefinire e focalizzare la mia idea iniziale. Sono sicuro che questa esperienza mi indirizzerà verso la via giusta”, racconta Lorenzo Galliano, 22enne di Cuneo e aspirante imprenditore agricolo (il nome della sua azienda è “Arpijése”, a Niella Tanaro in provincia di Cuneo) che, come previsto dal percorso formativo, sta svolgendo la sua esperienza aziendale presso l’Azienda agricola Marco Bozzolo a Viola (CN).

“L’esperienza in azienda sta andando benissimo: il titolare, Marco Bozzolo, mi sta aiutando a capire come fare le cose e anche a livello umano mi sta trasmettendo preziosi insegnamenti. Credo che anche in futuro manterrò i rapporti con Marco e con l’azienda”.

Da parte sua anche Marco si dichiara soddisfatto: “Credo che la divulgazione sia molto bella e per questo abbiamo deciso di ospitare in azienda Lorenzo, che ci sta aiutando moltissimo. Ritengo che l’esperienza in azienda di un ragazzo giovane sia molto utile e io stesso avrei voluto partecipare ad un percorso simile prima di cominciare la mia attività”.

Tra le partecipanti a questa edizione di ReStartAlp vi è anche Nora Piccini, giovane di Venezia che ha deciso di lasciare la città e trasferirsi tra le montagne friulane dove sta avviando un’azienda agricola improntata sull’allevamento di pecore da latte di una razza autoctona friulana in via d’estinzione. Il nome del suo progetto è “L’ama”, a Lama di Som, nel comune di Caneva.

“Porto avanti questo progetto da circa due anni e mezzo ma ho ancora bisogno di competenze soprattutto sul piano economico, organizzativo e di marketing. ReStartAlp riesce a fornire molto bene questo tipo di formazione, ti fa conoscere posti e persone che possono aiutarti nel cammino di progettazione e realizzazione della tua idea imprenditoriale. Credo poi che un grande punto di forza di questo progetto sia rappresentato dal fatto che il campus permette di creare una rete di imprenditori di zone diverse, favorendo uno scambio di idee e anche momenti piacevoli extra formazione”.restartalp-montagna

“Grazie all’esperienza presso la Cascina Finocchio Verde – aggiunge Nora – sto conoscendo da vicino il mondo delle pecore e ho imparato a preparare dei formaggi tipici di questo luogo. É bellissimo imparare a realizzare un prodotto di cui, se non fossi venuta qui, non avrei neanche scoperto l’esistenza. Inoltre, dopo l’esperienza qui ho rivalutato il modo in cui vorrei progettare il caseificio che ho in programma di avviare”.

E Cristian Lauer, titolare della Cascina, afferma: “E’ un piacere trasmettere quello so a Nora”.

Aprire un’Osteria artistica resiliente in Valtellina, ovvero un luogo di condivisione, buon cibo e tanta cultura. È questo invece il sogno di Simone Picco, 32 enne di Vimercate (MB). “Ho avuto questa idea e, stanco del mio lavoro in ufficio, ho deciso di mandare la mia richiesta a ReStartAlp… ed ora eccomi qui”, racconta Simone.

“Credo che questo campus possa dare un prezioso aiuto per realizzare un’idea che si ha in testa da un po’ ma che non si è ancora concretizzata per mancanza di risorse o esperienze. Durante questo percorso abbiamo la possibilità di conoscere i giovani che hanno partecipato alle edizioni precedenti, ma anche imprenditori affermati, agricoltori e ristoratori che riportano la loro testimonianza. Se qualcuno ce l’ha fatta vuol dire che è possibile farlo: ascoltare la loro storia rende più concreto il sogno di tutti”, conclude Simone che per la sua esperienza in azienda ha scelto la realtà “Reis cibo libero di montagna”.restartalp-1

Fare imprenditoria in montagna: un’opportunità per i giovani e il territorio

Nora era stanca della vita di città, Simone del suo lavoro in ufficio e del traffico. Tra i giovani partecipanti alla terza edizione di ReStartAlp c’è chi ha scelto di intraprendere questo percorso perché mosso dal desiderio di cambiare vita e di instaurare un rapporto più stretto con la montagna, la natura e le tradizioni autentiche.

“In questi territori – afferma Marco Bozzolo, titolare dell’azienda agricola che porta il suo nome – abbiamo un enorme bisogno di giovani che tornino all’agricoltura e al turismo ed è bello vedere che i giovani tornano qui perché credo che questi posti abbiano potenzialità enormi. Ritengo che oggi sia più semplice avviare un’attività in montagna rispetto ad altre zone perché ci sono molti aiuti ed essendoci stato prima un completo abbandono oggi c’è la possibilità di avere delle terre a buon prezzo. Con un approccio innovativo si possono fare moltissime cose”.

Un elemento è però essenziale: “Chi vuole vivere e lavorare in montagna – afferma Juri Chiotti, titolare di “Reis cibo libero di montagna” – deve aver ben chiaro che oggi è fondamentale avere un’attenzione particolare per il territorio e un profondo rispetto per l’ambiente. È necessario far vivere o rivivere un luogo nella maniera più sostenibile possibile. Per questo quando una persona decide di avviare un progetto è importante che scelga un luogo che le si addice: in tal modo sarà più propensa a prendersene cura”.

 

 Interviste, riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/restartalp-2018-voci-giovani-aspiranti-imprenditori-montagna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

ReStartAlp, un bando per aiutare chi vuole tornare in montagna

Le fondazioni Garrone e Cariplo lanciano l’edizione 2018 di ReStartAlp, un bando rivolto ai giovani con idee imprenditoriali innovative capaci di riattivare il territorio alpino. Per presentare i progetti c’è tempo fino al 16 aprile. In palio un campus residenziale di formazione e premi per 60mila euro. Per il terzo anno consecutivo Fondazione Garrone e Fondazione Cariplo propongono ReStartAlp, un campus gratuito di incubazione e accelerazione di impresa del territorio alpino italiano rivolto agli aspiranti giovani imprenditori nelle filiere produttive tipiche della montagna: agricoltura, gestione forestale, allevamento e agroalimentare, artigianato, turismo e cultura.ReStartAlp_foto

La call, che sarà aperta fino al 16 aprile, fa parte del programma AttivAree, dedicato alla rinascita delle aree interne e – da parte di Fondazione Edoardo Garrone – in continuità strategica con i campus ReStartApp che promuovono impresa giovanile in ambito appenninico. Il progetto, giunto alla sua terza edizione, è dedicato a giovani under 35 che hanno un’idea imprenditoriale o una startup nelle filiere produttive delle Alpi, in particolare agricoltura, gestione forestale, allevamento e agroalimentare, artigianato, turismo e cultura. L’obiettivo è quello di promuovere una vera e propria cultura dello sviluppo delle terre alte italiane e una nuova “economia della montagna italiana”, offrendo un concreto sostegno alle giovani imprese montane del territorio nazionale e dando sempre maggiore impulso ai green jobs. Per farlo, verranno messi a disposizione 15 posti per ragazzi sotto i 35 anni con idee imprenditoriali innovative ed ecologiche, ma soprattutto in gradi di riattivare le connessioni vitali della montagna. I giovani imprenditori selezionati potranno partecipare a un campus residenziale gratuito che si svolgerà dal 18 giugno al 28 settembre 2018 a Premia, nella provincia del Verbano Cusio Ossola, sulle Alpi Nord-Occidentali. In 10 settimane si concentra un programma formativo estremamente concreto, ricco e articolato, tra didattica frontale, laboratorio di creazione d’impresa, testimonianze di casi di successo, esperienze sul campo e visite a realtà produttive e destinazioni montane di particolare interesse per i modelli imprenditoriali o di valorizzazione territoriale adottati. Nel percorso, i partecipanti saranno affiancati da un team qualificato di docenti, esperti e professionisti dei principali settori dell’economia alpina. Per agevolare l’avvio dei tre migliori progetti d’impresa elaborati nell’ambito del Campus, la Fondazione Edoardo Garrone metterà inoltre a disposizione premi per un totale di 60mila euro. Grazie al contributo dei partner, ulteriori incentivi sono previsti per favorire la realizzazione delle idee d’impresa. Ai più meritevoli inoltre, la Fondazione Garrone dedicherà un servizio di consulenza gratuito post Campus per un anno, in tema economia e finanza d’impresa, strategia e organizzazione aziendale, fiscalità e tributi, fundraising e partecipazione a bandi, marketing e comunicazione.ReStartAlp-2017

Se volete tastare con mano le potenzialità di questa iniziativa, siete invitati a partecipare alla premiazione dei tre migliori progetti selezionati durante l’edizione dello scorso anno di ReStartAlp. L’evento, moderato dal giornalista Luca Martinelli, si terrà giovedì 22 marzo a Milano a partire dalle ore 10.30 presso lo Spazio Open, in Via Monte Nero 6. Per approfondire i temi della rivitalizzazione e della riqualificazione delle terre alte italiane attraverso iniziative di sostegno alle progettualità dei giovani, porteranno la propria esperienza quattro imprenditori attivi nelle aree interne del nostro Paese: Bruno Bossini, fondatore de La malga va in città e manager di rete di AttivAree Valli Resilienti; Carlo Fenaroli, vice presidente del Consorzio Cascina Clarabella, partner del progetto AttivAree Valli Resilienti; Federico Rial, socio fondatore di Paysage à Manger e partecipante all’edizione 2016 di ReStartAlp; Enrico Togni Rebaioli, viticoltore di montagna. A conferma dello straordinario potenziale delle aree interne, vero e proprio laboratorio di innovazione sociale, interverrà infine Filippo Tantillo, coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/restartalp-bando-aiutare-tornare-in-montagna/

Nasce la Scuola diffusa della Terra

Fornire conoscenze e competenze pratiche nel settore dell’agricoltura ecologica offrendo nuove possibilità d’impiego. Nasce con questo obiettivo la Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni, un programma di formazione proposto dall’associazione Terra! e rivolto ai giovani in cerca di occupazione. L’associazione Terra!, nata nel 2008 e impegnata nella difesa del territorio, ha deciso di proporre un progetto di formazione ecologica rivolto a giovani aspiranti agricoltori. La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni intende mettere in connessione le piccole realtà agro-ecologiche offrendo una risposta concreta ai tanti giovani che in questi anni chiedono un aiuto per avvicinarsi all’agricoltura e, allo stesso tempo, vuole sostenere un modello agricolo ecologico, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità. Per saperne di più abbiamo intervistato Daniel Monetti, biologo ambientalista, responsabile di questo percorso formativo.DSC00728.jpg

Parlaci della vostra associazione e del perché avete deciso di fondare la Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni
Terra! è un’associazione ambientalista che mette in rete tante realtà che vogliono contribuire a un reale cambiamento attraverso metodiche radicali, nel senso positivo del termine, dopo aver preso le distanze dall’attuale modello di sviluppo e proponendo soluzioni alternative che risolvano realmente i problemi di natura ambientale e sociale. Quindi portiamo avanti sia progetti con altre associazioni, che campagne che mirano ad andare al nocciolo dei problemi fornendo determinate soluzioni. All’interno dell’associazione è particolarmente forte il campo dell’agricoltura e abbiamo tutta una serie di progetti, tra cui quello della Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, un progetto finanziato da una fondazione privata (Nando and Elsa Peretti Foundation) che tiene conto di due filoni essenziali: la sostenibilità ambientale in campo agricolo promuovendo l’agroecologia, quindi agricoltura ecologica che prevede un approccio sistemico più complesso della semplice agricoltura biologica, mettendo in atto soluzioni radicali anche da un punto di vista delle filiere, delle vendite, dell’approccio culturale. Dall’altra, ovviamente nel suo piccolo, poiché trattasi di un’associazione ambientalista, no-profit, cerca di dare un esempio per quelle che possono essere le possibilità d’impiego per i giovani. Questo avviene attraverso delle borse lavoro per il tirocinio all’interno di aziende da noi conosciute già da tempo, ognuna con la sua peculiarità, ma che ha adottato soluzioni di coltivazione o d’allevamento in qualche modo radicalmente differenti rispetto a quelli che sono i modelli attuali e quindi anche da questo punto di vista è sembrato giusto averle come partner del progetto. Quindi siamo andati a coniugare l’agricoltura ecologica per cercare di ovviare al problema dell’impoverimento dei terreni, del drastico cambiamento dei paesaggi e della perdita di biodiversità con un problema di carattere sociale: oggi in Italia c’è un’alta disoccupazione giovanile, perciò ci sembrava giusto unire l’aspetto sociale con l’aspetto ambientale e coniugarli per trovare una soluzione. Chiaramente si tratta di numeri piccoli, ma ci piacerebbe che in futuro questa scuola possa servire da esempio di cui tenere conto e che possa essere d’aiuto per tante/i che hanno deciso di intraprendere un cammino alternativo ma non trovano una soluzione praticabile. Per dare valore scientifico alla Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni ci siamo dotati di un comitato scientifico che si avvale di docenti universitari e specialisti di vari settori dell’ecologia, ambientalisti e rappresentanti delle aziende agricole, che possa fungere da riferimento costante all’interno del progetto e che aiuti a portare avanti quella che è la nostra visione dell’agricoltura del futuro, con un approccio scientifico rigoroso, ma aperto alla sperimentazione, in quanto siamo coscienti del fatto che la scienza non sia una materia finita, ma in continua evoluzione.

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Ecologia, agricoltura di qualità e resilienza. Sono dei concetti chiave per voi, ci puoi spiegare perché?
Per cominciare la nostra scuola è stata intitolata ad Emilio Sereni (1907-1977) perché non è stato solo Ministro della Repubblica italiana, ma anche un personaggio di grande ispirazione a quel tempo, nel dopoguerra, per quella che era la visione dell’agricoltura del domani. Nel dopoguerra si operava la ricostruzione ed Emilio Sereni fu una delle prime persone a porsi il problema della conservazione del paesaggio rurale e ad esprimere il concetto che la terra è di chi la lavora e non di chi la gestisce. Nell’idea di Sereni, l’agricoltura moderna si sarebbe dovuta basare su piccole realtà, libere e volontariamente associate e lo spirito dell’agricoltura ecologica di nuova generazione affonda le sue radici proprio in questo modello, con aziende orientate alla riduzione dell’impronta ecologica, per ristabilire un equilibrio tra attività umane e risorse naturali. Per questo ci sembrava che intitolare questa scuola a Emilio Sereni non volesse dire sostanzialmente ritornare al passato, ma guardare verso il futuro. L’agricoltura di qualità infatti è un’agricoltura che prevede un nuovo approccio a tutto tondo che parte da una consapevolezza delle criticità legate all’attuale modello di sviluppo fornendo una serie di soluzioni a determinati problemi. Ad esempio ai cambiamenti climatici che anche quest’anno hanno provocato fortissime siccità in Italia. Questo tipo di agricoltura ecologica prevede ad esempio una gestione consapevole dell’acqua anche attraverso metodi di riciclo. Per far questo nel nostro progetto non portiamo soltanto avanti un’agricoltura di tipo biologico, ma anche un tipo di agricoltura biodinamica sinergica, che mette in sinergia varie specie vegetali e anche animali e quindi prevede una conoscenza del mondo agricolo non settorailizzata, un’agricoltura che guardi alle problematiche ambientali e sociali. Anche la permacultura è al centro dello scambio di saperi delle realtà coinvolte, infatti all’interno del progetto della Scuola Diffusa della Terra è presente anche una parte fondamentale di scambio di saperi tradizionali e non, per poter migliorare le aziende agricole che fanno parte del progetto. Oggi parlare di agricoltura di qualità e di resilienza può sembrare scontato, ma nei fatti non lo è per nulla. Partire da un approccio critico verso il proprio stile di vita non è affatto scontato. Per noi però ecologia, resilienza e agricoltura sono un trittico che può essere elemento di ripensamento e di critica costruttiva dello stile di vita attuale.  Nell’agricoltura tradizionale ci sono tanti sprechi e l’ecologia può diventare un concetto assai fumoso e abbastanza ampio, che però applicato alla vita di tutti i giorni riveste un ruolo fondamentale: dobbiamo ricordarci in ogni momento che il nostro pianeta ha risorse finite e dobbiamo trattarlo con rispetto. Con resilienza noi intendiamo una critica dell’attuale modello di sviluppo che prevede una serie infinita di sprechi e un totale disinteresse verso le risorse finite in cui anche l’autoproduzione è un concetto estraneo. Anche l’approccio dei coordinatori del progetto della Scuola Diffusa della Terra tiene in considerazione la possibilità del telelavoro in modo da evitare il più possibile spostamenti con mezzi inquinanti. L’idea di scuola diffusa ha un significato sia in campo agricolo che in altri ambiti, in particolare noi intendiamo una metodologia formativa che sia replicabile non solo da noi ma anche da altri e che possa appunto avvenire dovunque ci sia una maggiore consapevolezza sulle risorse limitate di questo pianeta.292

Come si accede ai vostri corsi e in cosa consistono?

Per accedere ai nostri corsi è necessario avereda alcuni requisiti base, come avere meno di 40 anni ed essere disoccupati o inoccupati, persone intraprendenti, tendenti all’innovazione e sensibili a tematiche ambientali o persone che in passato abbiano svolto attività di volontariato in associazioni ambientaliste; diamo modo di partecipare anche a coloro che vogliono cambiare totalmente vita, anche se poi durante il processo pre-selettivo si terrà conto di chi ha già avuto una formazione in campo agrario. Nel 2018 ci saranno 2 corsi, nel 2019 altri 2 e nel 2020 l’ultimo, per un totale di 4 anni e di 6 corsi di formazione in tutto. Attualmente stiamo definendo il secondo ciclo: il bando probabilmente uscirà a Novembre, la pre-selezione verrà fatta a dicembre, la comunicazione agli alunni prescelti a gennaio e poi i corsi inizieranno a marzo 2018. Comunque tutte le informazioni verranno messe sul sito. I nostri corsi prevedono 15 giorni di formazione teorica e altri 15 giorni di formazione pratica. Un mese in totale di formazione quindi in cui i giovani e le giovani saranno chiamati/e non solo ad apprendere le nozioni specifiche all’interno del concetto Scuola Diffusa della Terra, ma anche a metterle in pratica. Una peculiarità di questo progetto è anche che oggigiorno non si hanno tante possibilità di partecipare a tirocini pratici e per questo noi desideriamo dare un’opportunità ai/alle giovani anche in questo modo. Quindi un giovane avrà non solo l’opportunità di apprendere, ma anche di capire praticamente cosa vuol dire lavorare in un’azienda agricola. Dopo questa prima fase iniziale, attraverso un processo selettivo sceglieremo un tirocinante per ogni azienda che presterà la sua opera per sei mesi e porterà avanti il tirocinio con il tutoring da parte della scuola e pagato con una borsa lavoro, per dare ovviamente anche un incentivo economico al giovane che presterà servizio all’interno dell’azienda.

Dove si svolgerà il tirocinio degli studenti?

Con questo progetto di Scuola Diffusa abbiamo cominciato quest’anno, il primo ciclo di formazione è già terminato e attualmente ci sono tre tirocinanti che stanno svolgendo la loro opera all’interno di tre aziende una sul Monte Amiata in Toscana che si chiama il Felcetone, un’azienda che mira al recupero delle specie animali autoctone in via d’estinzione, nello specifico si stanno occupando del Suino nero macchiaiolo maremmana (una specie toscana che è stata recuperata nei boschi della zona), l’antico cavallo maremmano che rispetto al maremmano attuale è una specie maggiormente adatta al lavoro e quindi più robusta, la Capra di Montecristo, anch’essa una specie in via d’estinzione e presto arriveranno anche le Pecore Sopravissane, originarie dell’Appennino Centrale e anch’esse in via d’estinzione. L’altra azienda, La Tabacca, si trova invece nelle campagne sopra Genova-Voltri, si occupa di agricoltura sinergica, di permacultura e recupero di risorse di vario tipo, anche perché il territorio ligure è parecchio difficile. In particolare si occupa di progettazione ecologica basandosi sui principi della permacultura per attivare sistemi quali il recupero dell’acqua e la fitodepurazione, l’utilizzo delle risorse locali e le conoscenze tradizionali per la ristrutturazione della struttura aziendale e la sperimentazione di tecniche innovative. Nel Lazio poi lavoriamo con la Cooperativa Co.r.ag.gio, che si trova a Roma sulla Via Cassia, all’interno del Parco di Veio. Si tratta di una cooperativa di giovani agricoltori che si è avvalsa di un bando del comune di Roma per l’affidamento di terre pubbliche in stato di abbandono e attualmente è un’azienda multifunzionale che opera sia in campo agricolo che in campo socio-culturale attraverso una serie di iniziative. Nei 22 ettari si predilige la coltura di specie vegetali che necessitano di scarsa o scarsissima acqua. Nella scuola infatti vige anche la regola di promuovere le peculiarità del territorio, la preservazione del paesaggio, la salvaguardia dei semi rurali autoctoni.20150524_151257

Altri progetti rilevanti dell’associazione?

Siamo anche presenti a Lampedusa, dove stiamo realizzando un progetto di giardini e orti comunitari di alto valore sociale e ambientale, sperimentando alcune forme di massimizzazione della resa del raccolto anche per mezzo di cupole geodetiche. Il progetto viene realizzato dalla comunità locale dei lampedusani e coordinato da Terra!. si creano orti sociali in aree pubbliche inutilizzate, nel rispetto della biodiversità e del recupero delle risorse. L’orto comunitario in sè è un forte elemento aggregante per la popolazione, crea identità. Attraverso il coinvolgimento e  l’impegno di utenti diversamente abili del Centro Diurno di Lampedusa si cerca di eliminare le barriere apparenti e di creare comunità attorno a certi luoghi. Senza dubbio è un attività che crea valore,  soprattutto in termini sociali. Poi Lampedusa dal punto di vista ecologico deve tener conto del problema della scarsità dell’acqua, della perdita di specie autoctone e quindi si sta cercando di recuperare un dialogo anche con gli anziani contadini del luogo affinché affinché poi ci sia non solo la trasmissione di vecchi saperi tradizionali, ma anche la raccolta ed una conpreservazione di quelle sementi antiche che nel corso dei secoli si sono adattate a condizioni climatiche estreme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/nasce-scuola-diffusa-della-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Benvenuti a H-Farm, la Silicon valley italiana

Da oltre 12 anni H-Farm supporta progetti innovativi, forma le nuove generazioni e guida la trasformazione digitale delle aziende. Abbiamo incontrato il fondatore, Riccardo Donadon, che ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione della fattoria dove si coltiva il futuro, tra tecnologia e natura. Arriviamo presso la sede di H-Farm in tarda mattinata. Dobbiamo intervistare il fondatore, Riccardo Donadon. Non so bene cosa aspettarmi. Nei film americani ho spesso visto “cittadelle” abitate da centinaia di giovani innovatori impegnati in progetti digitali o in discussioni creative in grado di generare i vari google e facebook, ma sono convinto che in Italia non esista niente del genere. E – come spesso accade – mi sbaglio. Dopo una breve attesa, infatti, Donadon ci raggiunge alla “reception” e inizia subito a condurci nei meandri di quella che a me appare come una “Silicon Valley” italiana. Prati verdi, edifici bassi, musica diffusa, macchinette elettriche ma soprattutto centinaia di giovani provenienti da tutto il mondo che scrivono, progettano, dibattono. Intorno a noi un parco – 1800 ettari – e la laguna di Venezia. Entriamo e usciamo da diverse strutture e osserviamo attoniti una sala multimediale che ricostruisce storia e attività di H-Farm. La sua storia è semplice.

Nasce nel 2005 come “incubatore” di innovazioni con l’obiettivo di aiutare i giovani ad avviare nuove imprese. Oggi è diventata una piattaforma che associa all’avvio di nuove imprese e start-up progetti di formazione e consulenza che servono a gestire il cambiamento che è in atto.

H-Farm, quindi, si è sviluppata in tre aree fondamentali:

  1. Investimenti, attraverso i quali si finanziano le iniziative migliori sui grandi “cluster” di innovazioni in Italia, fashion, food, manufatturiera, ecc. con l’obiettivo di selezionare per le aziende le idee e i progetti migliori proposti dai giovani competenti.
  2. Supporto alle imprese, attraverso duecento persone che lavorano per inserire il digitale all’interno delle aziende più importanti, facilitando loro le attività e i processi.
  3. Education. Da diversi anni vengono proposti percorsi post diploma. Ci sono inoltre tre scuole internazionali, dove viene sperimentato un modulo formativo che si aggiunge a un percorso tradizionale internazionale, aumentato al digitale. Ora l’obiettivo è estendere questo approccio anche all’università e in parallelo alle scuole primarie.18198723_10155496211454573_7622583018071844994_n

“Ho iniziato nel 1995, sviluppando progetti che sono andati bene – ci spiega Donandon – nel 2005, quindi, ho cercato di restituire ciò che avevo ricevuto. Ed ecco che creiamo H-Farm. H sta per Human, l’uomo è ciò per cui lavoriamo ma anche colui che lavora su queste iniziative. Farm – fattoria – vuole mantenere e sottolineare il legame tra il nostro lavoro e il luogo che ci ospita. Qui, infatti, c’era una vecchia fattoria. Volevamo e vogliamo sottolineare una scelta di vita che ci porta a lavorare nel digitale, che è frenetico e bello, in armonia e bilanciamento con la natura e con ritmi naturali”.

E in effetti natura e tecnologia sembrano fondersi in questo angolo di futuro in cui tutti si danno del tu e le persone sembrano serenamente impegnate in attività che – ai nostri occhi inesperti – possono apparire misteriose.

“Vogliamo davvero promuovere un essere umano che si ponga al centro di una creazione tecnologica e al servizio di nuove iniziative. Ci sentiamo un po’ coltivatori anche noi. Seminiamo ed aiutiamo le persone a seminare idee che devono poi germinare. Aver messo la tecnologia in mezzo alla natura crea un ambiente distensivo e ha quindi dei riflessi positivi nel prodotto, perché crea la consapevolezza che l’interlocutore è connesso con il ritmo naturale delle cose”.15977840_10154942186364573_3598494292825862356_n

H-Farm, oltre che in Veneto, ha sedi a Milano, Roma e Catania. Oltre 500 ragazzi si muovono tra di esse.
“Intorno a noi – comunque – sorgono altri progetti sviluppati da talenti che abbiamo finanziato con le nostre startup. Ci sono inoltre gli studenti. Insomma, le persone che vivono questi luoghi sono davvero tante”.

In generale, Donadon ha una visione positiva sulle potenzialità dei giovani: “Credo che questa generazione sia molto fortunata: la tecnologia è sempre più sviluppata, ci sono piattaforme di apprendimento alla portata di tutti e il crowdfunding permette di sviluppare i propri progetti anche da soli. Io sono partito da zero con l’intento di creare le condizioni. Sono nato e cresciuto facendo una starup, e sono riuscito a farla bene. Noi siamo qui per questo, per aiutare chi ha belle idee a far nascere imprese, investendo soldi per farne di più”.

In attesa che si sviluppino appieno le nuove scuole per l’infanzia e la fondazione – H for Human – lasciamo dopo oltre quattro ore Donadon al suo lavoro. Ripartiamo – dopo un breve giro su una “Tesla” (una macchina elettrica all’avanguardia) – con negli occhi e nelle orecchie questo angolo di futuro immerso nel verde tra Venezia e Treviso convinti che questo sia stato solo un primo incontro. Abbiamo gettato i primi semi. Lasciamoli germogliare.

 

Intervista e Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/io-faccio-cosi-182-benvenuti-alla-h-farm-silicon-valley-italiana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Limiti di età nei bandi agricoli: è giusto metterli?

Abbiamo chiesto a quattro esperti di progetti agricoli virtuosi cosa pensano della tendenza a privilegiare i giovani nella concessione di terreni, immobili o finanziamenti utili per avviare nuovi progetti rurali. Ne è sortito un interessante dibattito con diverse posizioni. Negli ultimi tempi si sono presentate diverse opportunità per avviare attività agricole o rurali, con agevolazioni, concessioni gratuite di terreni e fabbricati, proposte di incubazione di progetti virtuosi. Dal bando Ismea all’iniziativa del Demanio relativa a masserie e antichi caseggiati da recuperare, fino alla Banca della Terra, ormai diffusa in molte regioni. Il minimo comune denominatore di molte di queste proposte è però l’età: quasi tutte infatti sono rivolte ai soli under 40 o addirittura 35. Ma è giusto porre limiti di età nei bandi agricoli? I giovani devono essere privilegiati rispetto ai meno giovani? Lo abbiamo chiesto a tre “addetti ai lavori”.terre4

La prima a parlare è Lia Taddei, promotrice di un’iniziativa che ha avuto un grandissimo successo, unica nel suo genere in Italia, chiamata Antiche terre giovani progetti, attraverso la quale ha deciso di concedere gratuitamente i terreni di cui è proprietaria a giovani che volevano avviare attività agricole innovative, virtuose e sostenibili.

«A mio avviso bisogna decidere chi si vuol privilegiare: i giovani oggi sono la categoria maggiormente penalizzata, sono senza futuro, senza prospettive; per questo noi ci siamo rivolti essenzialmente a loro, per offrire una piccola opportunità. Detto questo, tutti hanno gli stessi diritti, ma se per un anziano l’attività agricola può essere un hobby, per un giovane si tratta di prospettiva di vita. Penso che senza lavoro per i giovani una società non possa andare lontano. Ci sono anche i cinquantenni che hanno perso il lavoro e cercano nella terra un’opportunità, ma fra le 650 candidature che mi sono arrivate, questi erano una piccola minoranza rispetto all’enorme quantità di giovani laureati disoccupati».

Emanuele Carissimi è uno dei rappresentanti più attivi del GAT Scansano, un progetto agricolo partito grazie alla sottoscrizione di decine di persone. «La domanda è interessante – ci dice Emanuele – e la risposta è molto complessa. Dal punto di vista dell’esperienza, direi che sarebbe meglio aumentare il limite di età, mettendo comunque dei limiti, perché mi pare che siano molti gli over 40 che si mettono in gioco in agricoltura e che devono fare tutto da soli. Allo stesso tempo tuttavia, vedo poche speranze di riabilitare il sistema agricolo se aiutiamo i sessantenni. Ovviamente la legge parte dal presupposto che i giovani non abbiano capacità finanziarie e che un quarantenne invece abbia alle spalle una vita lavorativa che possa coprire questa mancanza. Ormai però, in molti casi questo non è più vero e quindi sarebbe meglio estendere gli aiuti».autosufficienza1

Altro presupposto di legge è quello di tentare un rinnovo generazionale: «Dal mio punto di vista – continua Emanuele – questo aspetto è legato a una variazione di mentalità piuttosto che alla possibilità economica. Troppe iniziative di giovani in campagna si perdono facilmente nella burocrazia e nel mancato ritorno economico di un’attività che ormai è soltanto l’attrattiva personale di un finto ritorno alla natura. Non dimentichiamoci poi che siamo in Italia, dove tutti cercano di avere dei vantaggi dallo Stato. La maggior parte dei contributi vanno ai rinnovi generazionali, dove il figlio subentrando al genitore riceve un aiuto economico togliendolo di fatto a chi vorrebbe iniziare da zero e che di quell’aiuto avrebbe maggiormente bisogno».

In parole povere, secondo Emanuele bisogna aiutare coloro che vogliono tornare alla campagna, ma alle giuste condizioni e con le giuste tutele, cambiando i limiti di età, ma anche tutte le leggi accessorie che di fatto limitano ogni tipo di lavoro. «Sarebbe molto meglio – conclude – eliminare i contributi e garantire un reddito dignitoso, anziché dare contributi a pioggia che alleviano solo temporaneamente un problema radicato e che limita notevolmente le speranze future».

Francesco Rosso è un giovane imprenditore agricolo che, forte di un’esperienza pluriennale nel campo editoriale trascorsa a occuparsi di temi legati all’ecologia, ha acquistato un vecchio terreno dismesso sulle colline romagnole e ha fondato la Fattoria dell’Autosufficienza, progetto fondato sulla permacultura, sull’autoproduzione e sulla scoperta responsabile del territorio.

«Per come funzionano i bandi oggi – ci dice – penso che la cosa migliore sarebbe se non ci fossero proprio. Io ho acquistato 70 ettari di terra a 24 anni, un progetto ecologico, sociale, biologico, sperimentale e ad oggi (dopo 8 anni) non sono riuscito a prendere un finanziamento (neanche il primo insediamento) o perché le mie richieste sono state respinte o perché i bandi non erano interessanti e/o troppo vincolanti. Detto ciò quando si esclude qualcuno immagino che sia sempre difficile. Personalmente, piuttosto che fare selezione sull’età, la farei sull’impatto ambientale del progetto. Sei un azienda che inquina e che peggiora lo stato ambientale, sociale e dei beni comuni? Allora paghi tante tasse per compensare i tuoi danni! Se invece sei un’azienda che migliora l’ambiente, tratta bene i propri dipendenti, si impegna in azioni sociali, migliora la vita degli stakeholder, allora ti premio con un finanziamento, perché non puoi competere con chi distrugge.azienda_agricola_calì

Sempre sulle colline si è insediato Gianni Fagnoli: laureato e precario da una vita, ha deciso di trasferirsi in campagna e avviare un’attività agricola biologica con l’obiettivo di creare filiere locali e sostenibili di varietà autoctone di frutta. Secondo lui, «la questione dei “requisiti anagrafici” andrebbe inclusa in una critica più ampia al senso attuale dei bandi agricoli e in generale all’accesso all’agricoltura. Parlo in particolare del Primo Insediamento, ma anche degli stessi requisiti pretesi per potersi iscrivere alla coltivazione diretta. Sembra quasi che per certi aspetti si riproponga la solita auto-alimentazione corporativa, cercando di privilegiare gli ingressi per avvantaggiare una riproduzione parentale della categoria. Ciò che viene preteso come “standard” di partenza discriminante, assieme alle modalità di svolgimento successive, spesso sembra fatto apposta per chi ha già in famiglia un’azienda agricola avviata, produttiva e meccanizzata, riducendo ad esempio un “primo insediamento” a un mero cambio di intestazione, eseguito allo scopo di incrementare redditi o investimenti di realtà già esistenti e attive».

In questo modo però si ottiene però l’effetto contrario. «Esattamente – osserva Gianni –, poiché si va a penalizzare chi si insedia fattivamente per la prima volta, privo dei mezzi di un’azienda già consolidata alle spalle, dedicandosi come agricoltore ad esempio al recupero di angoli dell’Appennino abbandonati da decenni di malora e incuria, riportandoli alla loro vocazione storica. Parlo delle migliaia di ex siti colonici abbandonati al degrado e all’oblio con l’esodo verso le città. Chiaramente sarebbe molto difficile per chi si dedicasse a un’opera pur meritoria (e a parole da tutti riconosciuta come tale) come questa, presentare “redditi presunti” o piani colturali di partenza in grado di fare accedere alla coltivazione diretta, oltre a non avere alcun aiuto (per forza di burocrazia nemmeno nell’acquisto della terra) che possa sostenere il reddito del contadino “pioniere” che va a ripopolare e lavorare l’Appennino per il tempo e le opere necessarie a rendere il sito nuovamente accessibile, riassettato nell’aspetto idraulico-forestale, bonificato da eventuali scempi e infine reso coltivabile».

«Nella mia esperienza personale – conclude Gianni – questo primo mancato riconoscimento di fatto (poi chiaramente le cose cambiano, e anche di molto, tra le varie regioni d’Italia) ha costituito un grande ostacolo che ho dovuto superare con le mie sole forze fisiche, economiche e morali, “elargitemi” a piene mani solo dalla passione per la mia Terra. Io credo che occorra in primo luogo mettere al centro il contenuto dei bandi nel valore che essi intendono riconoscere: non c’è età che tenga di fronte al merito di un progetto. Per un pretestuoso cambio di intestazione non darei un euro neanche ai diciottenni, per un progetto serio di recupero rurale che strappi alla malora un pezzo di appennino ne darei anche agli over 80».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/06/limiti-di-eta-nei-bandi-agricoli/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Aspiranti contadini cercasi: “Antiche Terre” disponibili per giovani progetti

Terre in comodato d’uso ai giovani per portare avanti progetti di agricoltura sostenibile. Dall’incredibile risposta all’annuncio di una coppia, promotrice dell’iniziativa “Antiche Terre”, è nata l’idea di contribuire all’attivazione di simili progetti per favorire chi sta cercando un terreno… sotto i piedi.

Quante persone con la vocazione per l’agricoltura e la vita rurale e, più in generale, quanti amanti della natura hanno un sogno, un’idea, un progetto, ma spesso non hanno lo spazio in cui realizzarlo? Basterebbe un terreno, un campo, una zolla… e quell’idea comincerebbe a radicare, il sogno diverrebbe un germoglio, il progetto realtà.12494984_228911464110620_930755652009094752_n

La scorsa primavera mi è stata segnalata da un paio di amici la possibilità di accedere ad un terreno in comodato d’uso. L’iniziativa si chiama Antiche Terre”  ed è stata ideata dalla signora Lia e dal marito Franco, proprietari di alcuni appezzamenti in Piemonte e in Toscana. Gli spazi comprendono vigneti ed uliveti ed alcune pertinenze utilizzabili per la lavorazione delle materie prime o per la conservazione degli attrezzi agricoli. Lia e Franco queste terre le hanno ereditate, sono occupati nelle loro strade professionali, non hanno il tempo per dedicarsi alla terra ed i loro figli hanno intrapreso altri percorsi personali. Hanno però la sensibilità e l’acume di capire che quei terreni, di cui non vogliono privarsi per il valore affettivo ed il legame con il territorio d’origine che rappresentano, possono essere una risorsa se messi a disposizione di qualcuno. Ecco che viene loro l’idea: affidare quelle terre in comodato d’uso a chi abbia il desiderio e la volontà di prendersene cura. Inizia così il passaparola attraverso internet ed accade l’inaspettato. Le richieste cominciano ad essere talmente numerose da mettere in difficoltà i generosi proprietari: evidentemente non immaginavano neanche loro un simile risultato! Lia e suo marito decidono così di creare un blog per la raccolta dei progetti: una scheda finanziaria, comprensiva del calcolo dei costi di avviamento ed un piano di rientro dell’investimento stimato, il curriculum del richiedente e naturalmente un progetto, tale da essere sostenibile nel tempo e in linea con le caratteristiche del territorio. Il requisito indicato dai proprietari è che il progetto assicuri l’adozione di metodi di agricoltura naturale. Nel mese di luglio, allo scadere del bando, le proposte raccolte sono 604! Qualcosa di incredibile… anche soltanto da gestire!antiche_terre1

Per noi di Italia che cambia non ha certo dell’incredibile il richiamo alla terra, ma senza dubbio questa esperienza va segnalata per diversi aspetti. Molti dei richiedenti sono italiani emigrati che risiedono attualmente in altri Paesi, anche extraeuropei (Stati Uniti, Sud America, Burundi!!!). Ma che strano… l’Italia non era nota per essere il Paese dato per “spacciato”, che non ha più opportunità lavorative da offrire a nessuno e pertanto con un tasso sempre più crescente di cervelli in fuga?! Altro dato sociologicamente interessante è la variegata composizione della domanda: per la maggior parte è costituita da giovani tra i 18 e i 35 anni, laureati nelle più disparate discipline (anche in ambito umanistico), tra loro vi sono precari o disoccupati ma anche cinquantenni in cerca di nuova occupazione. Una piccola percentuale di più giovani poco scolarizzati si propone, inoltre, per collaborazioni. Si presentano con progetti individuali e collettivi, in associazioni e, in piccola percentuale, cooperative già avviate. Tutti aspiranti contadini? In realtà moltissimi sono i progetti di carattere sociale, che prevedono l’inserimento di lavoratori con minori opportunità (migranti, detenuti, disabili), o, accanto a quelle rurali, attività didattiche o trasversali, come l’allevamento (api, asini…) o coltivazioni innovative (bambù, aloe…), o, infine, progetti integrati con il territorio locale e l’ambiente per la promozione di stili di vita più sostenibili. La terra è un preziosissimo patrimonio per l’intera collettività. Iniziative come quelle di Lia e Franco offrono un importante contributo per lo sviluppo di nuova occupazione, per la tutela del paesaggio e della biodiversità. Rappresentano azioni fattive di contrasto all’inquinamento e di lotta al degrado e alla cementificazione. Il comodato d’uso può rivelarsi anche un’ottima alternativa all’affitto o alla vendita e alla svalutazione cui spesso spinge l’ingenza dei costi da sostenere, in termini di tasse e di manutenzione, per un terreno che non viene più coltivato e dunque non rende.12310662_207126256289141_3554462200789835691_n

L’iniziativa Antiche Terre ha avuto pertanto una certa risonanza anche tra i proprietari, alcuni dei quali si sono dimostrati interessati a valutare l’“adozione” dei progetti non assegnatari del bando, in altre Regioni (per chi fosse interessato i loro riferimenti e contatti si trovano nel sito). Chi abbia un progetto e stia cercando uno spazio, chi voglia segnalare un terreno (privato o pubblico) e voglia metterlo a disposizione di proposte virtuose, può contattarci all’email unterrenosottoipiedi@gmail.com per poter contribuire alla divulgazione e all’attivazione di nuove simili iniziative ed esserne informato.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/03/contadini-cercasi-antiche-terre-giovani-progetti/

Rondine, il piccolo borgo dove si costruisce la pace

Grazie al progetto Rondine – Cittadella della Pace’, un piccolo borgo in provincia di Arezzo ospita studenti provenienti da paesi in conflitto tra loro che qui sperimentano una vita di convivenza, di formazione e di studio. L’obiettivo è quello di far riscoprire la persona che si nascondeva dietro lo spauracchio del ‘nemico’ rendendo evidenti le similitudini tra le due parti e l’umanità che le accomuna.

Rondine è un borgo che sorge nei pressi di Arezzo e che negli anni ’50 stava per essere definitivamente abbandonato. La diocesi, però, decise di affidare il borgo ad alcune famiglie molto attive nel territorio e diciotto anni fa successe l’impensabile. Un luogo praticamente deserto diventò occasione di incontro e confronto per decine di ragazze e ragazzi provenienti da Paesi in conflitto tra loro: nacque infatti il progetto ‘Rondine – Cittadella della Pace’.

Questo straordinario esperimento di coabitazione e formazione alla Pace vide la luce un po’ per caso: le famiglie di Rondine, capitanate dal professor Vaccari – oggi presidente dell’associazione – volevano proporre uno spettacolo sulla vita di San Francesco in Russia. Una volta ottenuto il visto si trovarono in una situazione di guerra tra russi e ceceni. Parlavano di Pace in un contesto di guerra. Ebbero quindi il desiderio di contribuire in qualche modo alla Pace ‘nel quotidiano’ e si offrirono di agevolare il dialogo tra le opposte fazioni durante il conflitto. In quel contesto, il rettore dell’università di Grozny chiese ospitalità per alcuni studenti dell’università locale che era stata bombardata. Vaccari si rese disponibile ponendo però una condizione: il borgo di Rondine avrebbe dovuto ospitare anche studenti russi, con l’intento di creare un luogo ‘terzo’ neutro, in cui i due popoli in guerra potessero vivere a stretto contatto abbandonando così gli schemi tipici delle guerre.  “L’obiettivo – ci spiega Davide Berutti, neo Direttore Generale di Rondine – era far riscoprire la persona che si nascondeva dietro lo spauracchio del ‘nemico’ rendendo evidenti le similitudini tra le due parti e l’umanità che le accomuna”.rondine2

Il progetto fu un successo e venne presto replicato con giovani provenienti dai Paesi più disparati: Caucaso, Pakistan, India, Palestina, solo per citarne alcuni.  Questi studenti, appena laureati e provenienti da Paesi in guerra tra loro, si trovano quindi a condividere gli spazi abitativi, aiutati dai formatori di Rondine che li guidano attraverso un percorso sulla gestione del conflitto, sulla comunicazione non violenta e sul riconoscimento dell’altro.

“I ragazzi scoprono che l’identità è qualcosa di più complesso di ‘noi contro loro’ – continua Berutti – si smonta la conflittualità e si da una immagine più genuina della realtà, anche se qui trovano più domande che risposte.
La mensa è in comune, gli studenti pranzano e cenano insieme ed è un momento molto comunitario. I ragazzi si organizzano poi per giocare o suonare, organizzano concerti e sono spesso chiamati in varie parti d’Italia per raccontare la loro esperienza”.

 

La lingua obbligatoria a Rondine è l’italiano. Questo garantisce che si parta tutti dallo stesso livello e non ci siano culture più ‘avvantaggiate’ di altre. Tutti parlano male l’italiano! Per questo i primi tre mesi gli studenti devono frequentare un corso di italiano. A questo punto “c’è una cerimonia di accettazione, i ragazzi prendono un impegno consapevole e danno il via alle attività”.rondine3

È molto formativo dover raccontare e rielaborare il proprio vissuto in presenza del ‘nemico’ che probabilmente nel frattempo è diventato amico. “Vivono un forte contrasto tra la necessità di ribadire la propria identità e la propria sofferenza e il desiderio di non far male al nuovo ‘amico’. Così il lavoro diventa interessante: quando questi giovani torneranno al loro Paese di origine dopo i due anni trascorsi a Rondine, avranno sviluppato la capacità di difendersi senza aggredire, sapranno lottare per i propri diritti senza pretendere che l’altro rinunci ai suoi. In diciotto anni abbiamo accolto oltre centosessanta giovani. La selezione dei partecipanti al progetto avviene con un bando che esplicita chiaramente la sfida che lanciamo; i ragazzi sanno quindi a cosa vanno incontro”.

Rondine provvede a tutte le spese, dal visto al master, dal trasporto al vitto e alloggio. La struttura si mantiene grazie a diversi tipi di sostenitori, micro e major. Ogni studente costa circa venticinque mila euro per un anno. Al progetto lavorano venti persone, alcune full time e altre part time. L’ispirazione è laica: la dimensione religiosa dell’individuo, infatti, viene sottratta dalle strumentalizzazioni, mentre viene proposto il dialogo tra le religioni.  “Qui si fa sempre festa, perché festeggiamo tutte le feste, cristiane, musulmane, ebraiche e così via. Tutti gli studenti si devono sentire liberi di festeggiare le proprie festività e spiegarle agli altri per viverle insieme. All’ultima cena di natale, per esempio, un Ave Maria è stata cantata da una ragazza musulmana”.

Da quando Rondine è stata fondata il mondo è cambiato e di conseguenza sono cambiati anche i progetti portati avanti nella struttura.

“Oggi abbiamo molti progetti nuovi in mente per promuovere la pace – afferma Berutti – vogliamo continuare a seguire i ragazzi anche dopo la residenza italiana, nel momento del loro rientro in patria. Abbiamo già cominciato! Questo anno, ad esempio, abbiamo deciso di seguire per un anno un ragazzo a distanza, con costanza e presenza. L’associazione “rondini d’oro” (formata dagli studenti che hanno concluso la residenza positivamente) – inoltre – chiede di collaborare con noi come soggetto autonomo per concretizzare progetti ispirati a questa esperienza da riproporre nel loro paese”.rondine

E non è tutto. Rondine ha deciso di agire anche sul tessuto italiano attivando e sviluppando alcuni progetti con le scuole, in una duplice forma. Da un lato i ragazzi residenti a Rondine portano nelle scuole italiane la loro esperienza, dall’altro è stato attivato un “quarto anno d’eccellenza liceale”: gli studenti liceali, infatti, possono frequentare il quarto anno proprio nel piccolo borgo Toscano. “Seguono il programma ministeriale la mattina mentre il pomeriggio frequentano percorsi formativi integrativi sulla trasformazione del conflitto, l’innovazione tecnologica e l’integrazione con l’ambiente”.

Questi studenti si trovano a condividere l’esperienza di ventisei colleghi internazionali. L’auspicio è che una volta tornati nei licei di origine, questi ragazzi avranno sviluppato uno sguardo critico sulla complessità del mondo e del territorio su vari temi e in particolare sui fenomeni migratori. I fatti di Parigi non hanno cambiato molto il sentire dei residenti di Rondine. “Sono persone che vivono queste cose nella quotidianità. Chi viene da Gaza, per esempio, non è rimasto troppo scosso. Il dibattito sui fatti di Parigi non è stato su un piano religioso, ma i nostri ragazzi sono rimasti sorpresi del fatto che i media hanno parlato di questi conflitti solo quando hanno coinvolto Paesi europei. Si sono detti: ‘Queste cose da noi capitano tutti i giorni, perché ne parlano solo ora?’”.

 

Il sito di Rondine 

 

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/io-faccio-cosi-107-rondine-piccolo-borgo-pace/