Greenpeace: «Il governo giapponese mente sull’impatto di Fukushima su lavoratori e bambini»

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. E denuncia scorrettezze da parte del governo giapponese.

Aerial radiation survey with a drone conducted by Greenpeace in Namie, Fukushima prefecture.

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. L’indagine, spiega l’associazione ambientalista, rivela come «il governo giapponese stia deliberatamente ingannando gli organismi e gli esperti delle Nazioni Unite che si occupano di violazioni dei diritti umani».

Il rapporto “Sul fronte dell’incidente nucleare di Fukushima: lavoratori e bambini”, diffuso dall’organizzazione ambientalista, rivela che esistono ancora alti livelli di radiazioni sia nelle zone di esclusione che nelle aree aperte, anche dopo gli enormi sforzi di decontaminazione. Il lavoro realizzato da Greenpeace documenta inoltre quanto siano estese le violazioni del governo in materia di diritti umani regolati da convenzioni e linee guida internazionali, in particolare per quanto concerne lavoratori e bambini.

«Nelle aree in cui operano alcuni di questi addetti alle bonifiche, i livelli di radiazione rilevati sarebbero considerati un’emergenza se fossero registrati all’interno di un impianto nucleare», afferma Shaun Burnie, esperto sul nucleare di Greenpeace Germania. «Questi lavoratori non hanno praticamente ricevuto nessuna formazione sulla tutela da radiazioni. Poco protetti e mal pagati, sono esposti ad alti livelli di radiazioni e se denunciano qual è la situazione rischiano di perdere il posto di lavoro. I relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno assolutamente ragione nel mettere in guardia il governo giapponese su questi rischi e violazioni»

Dall’indagine di Greenpeace in Giappone, come spiega la stessa organizzazione in una nota, emerge che:

● I livelli di radiazione nella zona di esclusione e le aree di evacuazione di Namie e Iitate rappresentano un rischio significativo per i cittadini, bambini inclusi. I livelli sono da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo raccomandato a livello internazionale e rimarranno tali per molti decenni e nel prossimo secolo.

● Nella zona di esclusione di Obori in Namie, i livelli medi registrati di irradiazione erano pari a 4,0 μSv all’ora. Questi livelli sono così alti che se un operatore lavorasse lì per otto ore al giorno durante un intero anno, potrebbe ricevere una dose equivalente a più di cento radiografie del torace.

● In una foresta situata di fronte all’asilo e alla scuola della città di Namie, dove sono state revocate le ordinanze di evacuazione, il livello medio di radiazioni era di 1,8 μSv all’ora. Tutti i 1.584 punti misurati hanno superato l’obiettivo di decontaminazione a lungo termine fissato dal governo giapponese di 0,23 μSv all’ora. Nel 28 per cento di questa area, la dose annuale di radiazioni a cui sarebbero esposti i bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato a livello internazionale.

● Lo sfruttamento dei lavoratori è un fenomeno molto diffuso, compreso il reclutamento di persone svantaggiate e senzatetto a cui non viene effettuata alcuna seria formazione in materia di radioprotezione. Spesso vengono falsificati i certificati di identificazione o sanitari e si attuano registrazioni ufficiali non affidabili.

«Il rapporto- spuega Greenpeace – arriva a un mese dalla stesura di una serie di severe raccomandazioni che il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha indirizzato al governo giapponese. Se attuate, queste raccomandazioni porrebbero fine alle attuali politiche condotte a Fukushima e avrebbero come effetto il ripristino degli ordini di evacuazione, il pieno risarcimento agli sfollati e la piena applicazione di tutti gli obblighi relativi al rispetto dei diritti umani nei confronti degli sfollati e dei lavoratori».

«Alla radice del disastro nucleare di Fukushima, con le violazioni dei diritti umani che ne conseguono, c’è la pericolosa politica energetica promossa dal governo giapponese», dichiara Kazue Suzuki, della campagna Energia di Greenpeace Giappone. «Quello che la maggioranza dei giapponesi chiede è una transizione verso le fonti rinnovabili. Eppure, il governo sta cercando di riavviare i reattori nucleari e allo stesso tempo aumentare drasticamente il numero di centrali a carbone, il che contribuirà ad alimentare i cambiamenti climatici», conclude Suzuki.

Fonte: ilcambiamento.it

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Il Giappone torna a uccidere le balene. Allora boicottiamo i prodotti giapponesi!

Il Giappone ha annunciato che riprenderà a uccidere le balene, senza se e senza ma. Come fa la Norvegia. Ma possiamo fare di più che restare semplicemente a guardare. Boicottiamo i prodotti giapponesi, ce ne sono un’infinità! E scriviamo al governo norvegese. Facciamo sentire le nostre voci e facciamo pesare il nostro denaro.

Le balene sono animali socievoli, pacifici, intelligenti. Somigliano dunque ai migliori tra gli esseri umani. Sono perfino in grado di immedesimarsi empaticamente in esseri di altre specie, come testimoniano tutti quelli che le hanno studiate vivendo per lungo tempo a contatto con loro. Le balene allevano i loro piccoli con attenzione e amore, li proteggono, giocano con loro, li educano; formano branchi che sono grandi famiglie allargate e hanno relazioni affettuose e solidali che durano tutta la vita. Le balene sono longeve, non si sa esattamente quanto; si sa che ci sono balene di sessanta e ottanta anni, e si sa che le balene hanno ricordi tenaci e sentimenti profondi. Le balene franche abbracciano i loro piccoli con le pinne laterali, li tengono sul ventre mettendosi a pancia in su e con una delle pinne li accarezzano a lungo per calmarli quando sono agitati. Le balene hanno una cultura complessa; i maschi delle megattere compongono lunghe canzoni, che durano dai quindici ai trenta minuti, che seguono le stesse regole musicali delle canzoni e composizioni umane, che spesso sono in rima come i nostri poemi, che si trasmettono e vengono ripetute da tutti i maschi della tribù con piccole variazioni e abbellimenti che ognuno apporta; canzoni che hanno significati precisi anche se noi non li abbiamo ancora capiti, e le rime servono, come servivano a noi umani, per ricordarle meglio.

Le balene sono state portate sull’orlo dell’estinzione da una caccia spietata condotta furiosamente per più di un secolo a scopo di lucro. Dall’invenzione del cannone spara arpione, nel 1864, all’anno della moratoria sulla caccia alla balena, nel 1986, le balenottere azzurre sono passate da 250.000 a 10.000, le balenottere comuni da 600.000 a 50.000, le megattere dalle lunghe canzoni da 150.000 a 25.000.

Oggi le balene sono minacciate dall’apocalittico inquinamento degli oceani e dalla pesca industriale che sta svuotando i mari e le fa morire di fame; si calcola che 300.000 balene vengano uccise ogni anno dall’inquinamento, dalla fame, dalle reti lunghe decine di chilometri della pesca industriale, dagli scontri con navi e navigli vari, ciononostante i giapponesi hanno deciso di  infischiarsene di tutto ciò, di uscire dalla Commissione Baleniera Internazionale, l’organismo che regola e pone dei freni alla caccia alle balene, e di riprendere a cacciarle senza se e senza ma.

Questo comportamento potrebbe essere una sintesi del capitalismo estremo dei tempi in cui viviamo: non si molla una fonte di profitto, non si rinuncia a una preda, non si retrocede di fronte alla distruzione del bene comune, anzi, ci si accanisce per distruggerle e farne un possesso esclusivo. E la balena, con la sua pacifica maestà, i difensori delle balene con la loro umana compassione, sono nemici da togliere di mezzo per dominare e trionfare. Soldi, privilegi, potere: questo è il sistema in cui viviamo e il sistema che ci sta uccidendo; un sistema demente e disumano che selezione ai suoi vertici i più disumani e dementi. La compagnia di pesca industriale Kyodo Senpaku Kaisha, con la complicità del governo giapponese che la sovvenziona abbondantemente e ne porta avanti gli interessi, e con l’acquiescenza delle istituzioni sovranazionali, ha perpetrato finora il massacro delle balene mascherato da ricerca scientifica. Non è la sola, ci sono anche i norvegesi a massacrare le balene, e senza neanche mascherarsi. Ora anche i giapponesi hanno deciso di gettare la maschera e sfidare con arroganza e disprezzo ambientalisti e scienziati che da decenni lottano per la sopravvivenza e la salvaguardia dei cetacei. D’altro canto, come i pirati che sono, gli equipaggi delle baleniere giapponesi solcano gli oceani armati fino ai denti, tanto che Sea Shepherd ha rinunciato a contrastarli: non aveva più i mezzi per farlo, il governo giapponese ha fatto una legge che equipara i difensori delle balene a terroristi internazionali, dando agli assassini di balene la facoltà legale di uccidere anche gli umani difensori delle stesse. Il consumo di carne di balena è ormai residuale anche in Giappone, le flotte baleniere costano ai contribuenti di ogni dove molto di più di quello che guadagnano i loro padroni. Perché dunque tanta ostinazione norvegese e giapponese? Proviamo a pensarci un po’ su. Intanto, dando per scontato che la malattia mentale circoli allegramente nel mondo moderno e soprattutto nei ceti dominanti di tale mondo, uccidere le balene li fa sentire potenti, padroni della vita, supereroi negativi, che è la cosa che gli piace di più. Poi, qualcosa ci avranno investito nella flotta baleniera, e dunque bisogna che l’investimento renda a tutti i costi e, se adesso non rende, domani chissà. Infatti governo giapponese e governo norvegese si pongono l’obiettivo di diffondere e pubblicizzare il consumo di carne di balena e, avendo per ora la quasi esclusiva di questa caccia, far fare tanti soldini ai loro capitalisti-balenekillers. Stanno già studiandosi di esportare la carne di balena in tutto il mondo, dopo aver modificato le leggi internazionali che ne proibiscono  l’esportazione, la vendita e il consumo negli altri paesi. Come faranno? Ma è semplice! Come il capitalismo globale ha ottenuto tante altre leggi: corrompendo, minacciando, accordando e accordandosi. I soldi non hanno odore, non si sente il puzzo di morte e decomposizione nelle carte di credito e nelle azioni bancarie. E poi, però, come faranno a convincere el pueblo a consumare carne di balena? Che domanda. In una società in cui buona parte della gente è quasi totalmente sconnessa dalla realtà, dove convinti animalisti mangiano bistecche di manzi allevati intensivamente, ambientalisti viaggiano in SUV, difensori dei diritti umani si vestono con le magliette fatte dalle schiave del Bangladesh, volontarie del canile indossano giacconi col collo di pelo di cane o di coyote trucidati crudelmente, antimperialisti vanno su e giù per il pianeta in aereo consumando ettolitri di petrolio per il quale sono stati distrutti interi paesi dall’imperialismo… che problema ci sarà? Qualche film in cui gente di successo mangia delle belle bistecche di balena, qualche cuoco famoso che le cucina in televisione, un esperto dietologo che dice quanto fa bene la carne di balena per mantenerci giovani e in forma anche a cent’anni… et voilà, l’ennesimo sporco gioco è fatto! Ma noi, che del tutto sconnessi dalla realtà non siamo, vediamo di non farci prendere in contropiede. Dunque, per questi signori (chiamiamoli così, anche se non lo pensiamo) l’unica cosa che conta è il denaro, e allora solo nel denaro possiamo colpirli e, visto che governo giapponese e governo norvegese sono attivi complici della carneficina a scopo di lucro, boicottiamoli. Boicottiamo le loro economie. Una bella letterina all’ambasciata norvegese (emb.rome@mfa.no) per dire che non andremo in Norvegia e non compreremo i loro prodotti fino a che non cesserà la caccia alla balena. Forse non inciderà molto sull’economia di un paese che vive di petrolio ma, visto che tengono così tanto anche ai soldi che procura la carne di balena, forse ci faranno un pensierino. Quanto al Giappone, i prodotti delle sue multinazionali sono tra noi, in quasi tutte le case (o i garage) occidentali. Casio, Sony, JVC Kenwood, Pentax, Nikon, Canon, Mitsubishi, Panasonic, Epson, Toshiba, Seiko, Honda, Mazda, Nissan, Subaru, Suzuki, Toyota, sono tra quelle più conosciute.

Non compriamo più i loro prodotti finché il governo giapponese sosterrà la caccia alla balena. “Dividi et impera” è il motto dei dominatori, ma possiamo dividere anche loro. “Dividi l’Impero” è lo scopo dei boicottaggi. Sarà meglio per il governo giapponese perseguire gli interessi della Kyodo Senpaku Kaisha o quelli delle altre compagnie giapponesi? E questi interessi dipendono da noi consumatori. Il 2019 forse sarà l’anno del massacro indiscriminato delle balene. O forse sarà l’inizio della fine di un capitalismo piratesco giunto ormai alla pazzia furiosa, e che sta contagiando la cultura e i sentimenti di tutti. Solo noi possiamo deciderlo, con le nostre lotte ma anche coi nostri comportamenti coerenti e consapevoli. Non sarà comodo ma sarà felicemente liberatorio, umano e dignitoso.

Fonte: ilcambiamento.it

La casa di riposo immersa nel verde che sembra uscita da una fiaba

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La casa di riposo più bella al mondo? Si trova tra gli alberi del Giappone. Un vero e proprio paradiso naturale

Tra gli alberi di Shizuoka, immersa nel verde e nella tranquillità, sorge una particolare e curiosa casa di riposo per anziani. La struttura, progettata dall’architetto di Tokyo, Issei Suma, è molto simile ai Tepee dei Nativi Americani, le famose tende coniche delle praterie, ma decisamente molto più accessoriata. Un vero e proprio paradiso immerso nel paesaggio montano circostante, dove trascorrere le proprie giornate immersi nella natura.

Jikka, la casa di riposo fiabesca

La platea di Jikka, è questo il nome del cottage, è realizzata in calcestruzzo. L’esterno, è invece una meravigliosa struttura di forma conica costruita in legno. Le sembianze di questa particolare casa di riposo riportano alla mente antichi scenari fiabeschi, resi ancora più verosimili dall’illuminazione degli interni. Le cinque cupole in legno che formano il cottage si integrano perfettamente con l’ambiente circostante e consentono agli ospiti di vivere in maniera sicura e confortevole. Ampia quasi 100 metri quadrati, la struttura è composta da una cucina, una sala da pranzo, una camera da letto comune, una stanza per i servizi e un bagno. La casa di riposo è stata realizzata per due donne in pensione, un’ex assistente sociale e una cuoca di ristorante.

Guarda la GALLERY:

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Non solo ritiro per anziani…

La funzione di Jikka non è solo quella di garantire il riposo agli anziani che vi sono ospitati. Qui, infatti, ogni giorno si preparano i pasti per gli anziani della comunità locale. Un’attenta progettazione architettonica ha permesso la creazione di una piscina, dotata di una discesa graduale, che rende sicuro il bagno anche alle persone sulla sedia a rotelle. Annessi alla piscina, si possono trovare i servizi. Jikka è un paradiso di tranquillità, immerso nel verde, dove tutti possono riposarsi e ritrovare il contatto con la natura.

FOTO: © Takumi Ota

Fonte: ambientebio.it

Un tè con i gatti, anche in Europa si diffondo i Cat café

 

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I Cat Cafè sono nati in Giappone qualche anno fa per sopperire all’esigenza dei giapponesi di stare con animali domestici, visto che in molti condomini vige il divieto di tenere questi animali d’affezione. Anche in Italia qualcuno si sta lasciando ispirare dai Neko Cafè. Il primo locale del genere a Torino è nato nel 2014, in via Napione, nel vivacissimo quartiere di Vanchiglia. Le immagini del video di apertura si riferiscono a un’altra città magica: Praga. Al Kockafe (“kocka” in ceco vuol dire gatto)è concesso annusare torte e bevande, giocare con gli avventori e sedersi un po’ ovunque. La moda nipponica, insomma, dilaga anche in Europa dove le limitazioni dei regolamenti condominiali non sono così rigide come in Giappone. In Italia oltre Neko Cafè e al MiaGola Caffè di Torino ci sono locali del genere anche a Roma (Romeow Cat Bistrot) e a Milano (Crazy Cat Cafè). La clientela? All’80% si tratta di persone che hanno già dei gatti o che li vorrebbero avere.

Fonte:  Askanews

Australia “delusa” dalla ripresa della caccia alle balene giapponese

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La mattanza delle balene è ricominciata e in tanti si stanno mobilitando per salvare i grandi cetacei. L’Australia si è detta “estremamente delusa” dalla decisione del Giappone di riprendere la caccia alla balena nell’Oceano antartico. Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull, nell’imminenza di colloqui col premier nipponico Shinzo Abe, ha rilasciato, in merito alla questione, una dichiarazione molto severa. La flotta di baleniere giapponesi dovrebbe navigare questo mese nell’Oceano antartico dopo un anno di pausa. Questa decisione ha provocato la protesta formale di 33 paesi, a partire da Australia e Nuova Zelanda. Nella prima visita in Giappone del premier australiano si discuterà di diversi argomenti, dalla cooperazione nella difesa all’economia, ma la questione balene è comunque in agenda. “Noi riconosciamo che questo è un punto sul quale c’è una differenza di opinioni”, ha detto Turnbull. E ha aggiunto che nonostante Giappone e Australia siano “buoni amici”, le due parti “saranno franche sulle differenze di opinione che verranno poste sul tavolo e cercheranno di risolverle”. Contrariamente alla posizione della Corte di giustizia internazionale che nel 2014 aveva messo in dubbio le finalità scientifiche della caccia, il Giappone ha ribadito nelle scorse settimane il proprio diritto alla caccia, spiegando che non esiste alcun dato secondo il quale questo tipo di attività metta a rischio la sopravvivenza delle balene. Quattro le baleniere che hanno preso la rotta del Sud: secondo quanto annunciato saranno 333 gli esemplari cacciati in questa stagione, vale a dire circa un terzo di quanto fatto negli scorsi anni.

Fonte:  Askanews

Giappone, Fukushima: 40 anni per smantellare la centrale e carenza di lavoratori

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Secondo il governo di Tokyo, guidato dal conservatore Shinzo Abe, ci varranno tra i 30 e i 40 anni per smantellare la centrale nucleare di Fukushima numero 1, rimasta danneggiata dal terremoto dell’11 marzo 2011. Tuttavia, la Tokyo Electric Power Company (Tepco) fa sapere che per raggiungere l’obiettivo sarà necessario avere a disposizione un adeguato numero di lavoratori, e questo oggi sembra un problema di massima urgenza. A tale riguardo, il giornale locale Fukushima Minpo rende noto che, dall’inizio del 2015, già 174 addetti ai lavori hanno dovuto lasciare la centrale per raggiunto limite di esposizione alle radiazioni (fissato a 100 millisievert in 5 anni dalla legislazione nipponica). Per la testata, inoltre, ci sarebbero duemila lavoratori che in quattro anni sono stati esposti a radiazioni comprese tra 50 e 100 millisievert. Tepco, per il momento, ha replicato affermando che alla carenza di forza lavoro si farà fronte con riduzioni di radiazioni nella centrale. La verità, però, è che a distanza di quattro anni dell’incidente non è così facile trovare tecnici qualificati e motivati. A confermarlo è stato un operatore di un’azienda appaltatrice di Tepco all’emittente Nhk World. Secondo l’intervistato, la paura di procurarsi danni alla salute e di essere additati come hibakusha (termine con cui dai tempi di Hiroshima vengono definiti in maniera spregiativa gli individui esposti alle radiazioni) riduce notevolmente il bacino di addetti a disposizione. Intanto, Tepco la scorsa settimana, anche per allontanare le polemiche che l’hanno coinvolta, ha diffuso le immagini di un sofisticato robot impiegato nel reattore 1. La sua funzione è stata quella di analizzare e raccogliere dati che renderanno più agevole la bonifica. Il grado di radioattività e la temperatura (intorno ai 20°C), riscontrati dalle indagini, hanno presentato valori più bassi di quello che si poteva temere.

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Chiaro di luna e Via Lattea sul Daigenta Canyon in Giappone

Ecco un’altra manifestazione della magia della natura: un chiaro di luna illumina il Canyon Daigenta in Giappone ed un video riesce a catturare una vista della Via Lattea che per certi versi ricorda il simile, ma irripetibile video di Teje Sorgjerd. Un altro video-capolavoro tutti da vedere e da condividere che celebra la bellezza della Natura:

Fonte: tuttogreen.it

Fukushima, “il rischio apocalisse è adesso”

Il disastro di Fukushima sembra un incubo senza fine e Tokyo finalmente ammette che da mesi si sta inquinando il mare con continui sversamenti di acqua radioattiva, mentre nessuno conosce esattamente le condizioni dei reattori collassati. Le conseguenze dell’incidente nucleare, secondo gli esperti, potrebbero essere catastrofiche.fukushima__radiazioni3

Era tutto vero: il pericolo Fukushima comincia solo adesso e il Giappone non sa come affrontarlo. Le autorità hanno finora mentito, ai giapponesi e al mondo intero: Fukushima era una struttura a rischio, degradata dall’incuria. Un impianto che andava chiuso molti anni fa, ben prima del disastro nucleare del marzo 2011. Da allora, la situazione non è mai stata sotto controllo: la centrale non ha smesso di emettere radiazioni letali. Tokyo finalmente ammette che, da mesi, si sta inquinando il mare con sversamenti continui di acqua radioattiva, utilizzata per tentare di raffreddare l’impianto. Ma il peggio è che nessuno sa esattamente in che stato siano i reattori collassati: si teme addirittura una imminente “liquefazione” del suolo. L’operazione più pericolosa comincerà a novembre, quando sarà avviata la rimozione di 400 tonnellate di combustibile nucleare. Operazione mai tentata prima su questa scala, avverte la Reuters: si tratta di contenere radiazioni equivalenti a 14.000 volte la bomba atomica di Hiroshima. Enormità: bonificare Fukushima – ammesso che ci si riesca – richiederà 11 miliardi di dollari. Se tutto va bene, ci vorranno 40 anni. Gli scienziati non hanno idea del vero stato dei nuclei dei reattori, riassume il Washington’s Blog in un lungo reportage tradotto da Megachip: le radiazioni potrebbero investire la Corea, la Cina e la costa occidentale del Nord America. Perché il peggio deve ancora arrivare: gli stessi tecnici incapaci, che hanno prima nascosto l’allarme e poi sbagliato tutte le procedure di emergenza, ora “stanno probabilmente per causare un problema molto più grande”. Letteralmente: “La più grande minaccia a breve termine per l’umanità proviene dai bacini del combustibile di Fukushima: se uno dei bacini crollasse o si incendiasse, questo potrebbe avere gravi effetti negativi non solo sul Giappone, ma sul resto del mondo”. Se anche solo una delle piscine di stoccaggio dovesse crollare, avvertono l’esperto nucleare Arnie Gundersen e il medico Helen Caldicott, non resterebbe che “evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore”. Un allarme di così vasta portata, che disorienta anche gli esperti più prudenti. Come Akio Matsumura, già consulente Onu, secondo cui la rimozione dei materiali radioattivi dai bacini del combustibile di Fukushima è “una questione di sopravvivenza umana”.pericolo_radiazioni_giappone

Migliaia di lavoratori e una piccola flotta di gru, riferisce il New York Times, si preparano a “evitare un disastro ambientale ancora più profondo, che ha già reso la Cina e gli altri paesi vicini sempre più preoccupati”. Obiettivo, neutralizzare le oltre 1.300 barre di combustibile esaurito dall’edificio del reattore 4. È come sfilare sigarette da un pacchetto accartocciato, avverte Gundersen: basta che due barre si urtino, e c’è il rischio che rilascino cesio radioattivo, xenon e kripton. “Ho il sospetto che nei prossimi mesi di novembre, dicembre e gennaio, sentiremo che l’edificio è stato evacuato, che hanno rotto una barra di combustibile, e che la barra di combustibile sta emettendo dei gas. Ritengo che le griglie si siano contorte, il combustibile si sia surriscaldato e il bacino sia giunto a ebollizione: la conseguenza naturale è che sia probabile che una parte del combustibile rimarrà incastrata lì per un lungo, lungo periodo”. Le griglie sono contorte per effetto del terremoto, che ha fatto collassare il tetto proprio sopra il deposito nucleare. “Le conseguenze – conferma il Japan Times – potrebbero essere di gran lunga più gravi di qualsiasi incidente nucleare che il mondo abbia mai visto: se una barra di combustibile cadesse, si rompesse o si impigliasse mentre viene rimossa, i possibili peggiori scenari includono una grande esplosione, una fusione nel bacino o un grande incendio. Ognuna di queste situazioni potrebbe portare a massicci rilasci di radionuclidi mortali nell’atmosfera, mettendo in grave rischio gran parte del Giappone – compresi Tokyo e Yokohama – e anche i paesi vicini”. Secondo la Cnbc, il pericolo maggiore riguarda il possibile sversamento di acqua in uno dei bacini, che potrebbe incendiare il combustibile. “Un enorme incendio del combustibile esaurito – dichiara alla Cnn il consulente nucleare Mycle Schneider – probabilmente farebbe apparire poca cosa le attuali dimensioni della catastrofe, e potrebbe superare le emissioni di radioattività di Chernobyl di decine di volte”. Una sorta di apocalisse: “Le pareti della piscina potrebbero avere perdite al di là della capacità di fornire acqua di raffreddamento, o un edificio del reattore potrebbe crollare in seguito una delle centinaia di scosse di assestamento. Poi, il rivestimento del combustibile potrebbe incendiarsi spontaneamente emettendo il suo intero accumulo radioattivo”.fukushima__4

Sarebbe il più grave disastro radiologico mai visto fino ad oggi, conferma Antony Froggatt nel suo World Nuclear Industry Status Report 2013, redatto con Schneider. E per Gundersen, direttore di Fairewinds Energy Education, l’operazione si prospetta “piena di pericoli”, e la verità è che “nessuno sa quanto male potrebbero andare le cose”. Ciascun assemblaggio di barre combustibili pesa 300 chili e misura 4 metri e mezzo. Gli assemblaggi da rimuovere sono 1.331, informa Yoshikazu Nagai della Tepco, più altri 202 stoccati nel bacino: le barre di combustibile esaurito inoltre contengono plutonio, una delle sostanze più tossiche dell’universo, che si forma durante le ultime fasi del funzionamento di un reattore. “Il problema di una criticità che colpisca il bacino del combustibile è che non la si può fermare, non ci sono barre di controllo per gestirla”, sostiene Gundersen. “Il sistema di raffreddamento del bacino del combustibile esaurito è stato progettato solo per rimuovere il calore di decadimento, non il calore derivante da una reazione nucleare in corso”. Le barre sono rese ancora più vulnerabili agli incendi nel caso debbano essere esposte all’aria. Il quadro è estremamente precario: l’operazione si svolgerà sott’acqua, in un bacino all’interno di un edificio lesionato, che la Tepco ha già puntellato. “La rimozione delle barre dal bacino è un compito delicato”, testimonia Toshio Kimura, ex tecnico della Tepco, al lavoro a Fukushima per 11 anni. “In precedenza era un processo controllato dal computer che memorizzava al millimetro le posizioni esatte delle barre, ma ora non se ne può più disporre: il processo deve essere fatto manualmente, quindi c’è un alto rischio che si possa far cadere e rompere qualcuna delle barre di combustibile”. In più, la situazione è assolutamente instabile. Secondo Richard Tanter, esperto nucleare dell’università di Melbourne, il reattore 4 di Fukushima “sta affondando”. Lo conferma l’ex premier giapponese Naoto Kan: sotto il grande deposito di combustibile atomico, il terreno è già sprofondato di circa 31 centimetri.fukushima_daiichi8

Per tentare di stabilizzarlo e isolarlo dall’acqua, la Tepco sta considerando la possibilità di congelare il suolo attorno all’impianto. Essenzialmente, riferisce Nbc News, si tratta di costruire un muro sotterraneo di ghiaccio lungo un miglio, cosa che non è mai stata tentata prima: in pratica, stanno cercando di arrampicarsi sugli specchi perché non sanno come risolvere il problema. “Un altro errore che venisse fatto dalla Tepco potrebbe avere conseguenze perfino esiziali, per il Giappone”, sottolinea Japan Focus puntando il dito contro l’azienda elettrica responsabile del disastro. La Tepco ha infatti taciuto la verità sul degrado dell’impianto prima ancora del sisma, poi ha sbagliato tutto il possibile. Il governo di Tokyo ha concluso che il disastro ha avuto “cause umane”, ed è stato provocato da una “collusione” tra il governo stesso e la Tepco, oltre che da una cattiva progettazione del reattore. Già all’indomani della tragedia, “la Tepco sapeva che 3 reattori nucleari avevano perso capacità contenitiva, che il combustibile nucleare era ‘scomparso’, e che non vi era di fatto alcun vero contenimento”. L’azienda, ricorda il Washington’s Blog ha cercato disperatamente di coprire la verità per due anni e mezzo, “fingendo che i reattori fossero in fase di ‘spegnimento a freddo’”, e solo ora ha ammesso che da due anni sta rilasciando enormi quantità di acqua radioattiva che, attraverso le falde sotterranee, si riversano nell’Oceano Pacifico. La dimensione del pericolo lascia sgomenti: nessuno, al mondo, è preparato a fronteggiare una catastrofe come quella evocata dai tecnici più pessimisti. Ma l’aspetto più sinistro, forse, è proprio quello che riguarda l’informazione e l’assoluta mancanza di trasparenza: la verità è stata negata dai tecnici, minimizzata dai politici, oscurata dai media. Molti blogger hanno incessantemente rilanciato l’allarme, fino alla notizia – qualche mese fa – degli sversamenti radioattivi in mare. Solo ora – di fronte all’impossibilità di continuare a negare, alla vigilia della pericolosissima operazione di bonifica – si giunge ad ammettere tutto. Colpisce l’appello di Mitsuhei Murata, ex ambasciatore giapponese in Svizzera, che chiede che il Giappone rinunci ad ospitare a Tokyo le Olimpiadi 2020, perché non potrebbe garantire la sicurezza degli atleti. Così, il Sol Levante tramonta nella vergogna.

Articolo tratto da LIBRE

L’energia dal sole raddoppierà in Giappone nel 2013

Il mercato del fotovoltaico giapponese è letteralmente esploso nel primo trimestre del 2013, portando il Giappone al terzo posto nel mondo e incalzando da vicino anche l’ItaliaFotovoltaico-giappone-586x429

Dopo aver puntato troppo a lungo sul cavallo sbagliato (il nucleare) ora il Giappone sta provando a recuperare il tempo perduto nello sviluppo delle enrgie rinnovabili. Sulla base dei dati relativi al primo trimestre 2013, la potenza installata dovrebbe raddoppiare nel corso di quest’anno, passando da 714 GW, al punto che la nazione del Sol Levante potrebbe tornare al terzo posto nel mondo dopo Germania e Italia, superando di nuovo gli USA che erano arrivati al n.3 nel 2012. Nello scenario più ottimistico, potrebbe persino superare il nostro paese se non ci sarà un adeguato impegno a sostenere il fotovoltaico per autoconsumo. Complessivamente le rinnovabili hanno rappresentato il 10% della produzione elettrica giapponese del 2012. Secondo l’ex primo ministro Naoto Kan, il paese dovrebbe puntare almeno a raddoppiare questa cifra entro il 2020. La straordinaria crescita del fotovoltaico è proprio opera di Kan, che costretto alle dimissioni dopo la terribile catastrofe nucleare di Fukushima, ha imposto prima di andarsene una generosa politica di incentivi all’industria solare, circa il doppio che in Francia e Germania. Gli incentivi ora sono stati ridotti del 10%, ma questo non sembra rallentare la crescita del settore. In fondo si tratta di investire sul futuro.

Fonte: ecoblog

Il Giappone cerca il metano offshore: i rischi per l’ambiente

Gli idrati di metano sono fortemente instabili e causa dell’effetto serra165109926-586x390

Il Giappone, dopo l’incidente nucleare di Fukushima, ha dovuto fermare gran parte delle sue centrali e si è quindi visto costretto a cercare altrove le fonti energetiche, nonostante il suo fabbisogno dipenda per il 95% dall’estero. Per questo il ministero dell’Industria ha dato il via a un costoso progetto di indagini al largo delle coste nipponiche per quantificare il livello di energia che si nasconde nel mare del Giappone. Lo scopo dei ricercatori è produrre gas dagli idrati di metano, e alcuni mesi fa era stato annunciato il primo esperimento a livello mondiale, proprio da parte dei giapponesi. Ma se finora nessuno ci aveva provato c’è un motivo: gli idrati, o clarati, di metano sono depositi che risiedono nelle profondità sottomarine o sotto i ghiacci, e custodiscono enormi quantità di metano. Gli idrati sono la “bestia nera” dei climatologi perché, se rilasciati in maniera incontrollata nell’ambiente, causano un surriscaldamento da effetto serra. È proprio per questo, oltre che per i costi proibitivi, che finora nessuno si era azzardato a fare ricerche del genere. Le prime ricerche portate avanti dai giapponesi hanno però stimato che, solo nelle acque territoriali nipponiche, risiedono quantità di idrati tali da soddisfare il bisogno di gas dell’arcipelago per un decennio. Se a questo si aggiunge l’annuncio dell’estrazione di gas metano dagli idrati, è chiaro che il Giappone ha trovato il modo per sostituire l’energia nucleare di cui è rimasta orfana. Ma quali saranno le conseguenze di questa scelta? Finora Stati Uniti, Canada e Cina si sono interessati in maniera decisa all’estrazione sottomarina di idrati di metano, e alcuni esperimenti pilota hanno dimostrato la fattibilità dell’estrazione. Gli esperimenti non sono stati proseguiti per gli alti costi e per le preoccupazioni sull’aspetto ambientale: i depositi sottomarini di idrati sono spesso estremamente instabili, e maneggiarli può portare a incidenti ambientali di enorme portata. Sulla scheda didattica dell’Eni si legge:

Quello che è necessario evitare è che lo sfruttamento possa avvenire in modo irresponsabile: la liberazione di grandi quantità di metano potrebbe causare un aumento dell’effetto serra e, di conseguenza, un riscaldamento degli oceani. Inoltre i sedimenti delle scarpate continentali, in assenza di idrati, sarebbero costituiti da materiali incoerenti e instabili.

Il Giappone però è più che mai convinto a proseguire su questa strada, con l’obiettivo di arrivare nel 2018 a commercializzare il gas ricavato dagli idrati.

Fonte: ecoblog