Mangia con loro. Scuole, mense e genitori contro

“In ogni caso, la mensa è una conquista sociale e andrebbe difesa, migliorandola sempre”. “Una comunità forte dovrebbe valorizzare la socialità e non alimentare le differenze tra bambini” – da ARCIPELAGOMILANO.IT del 4.10.2016386300_1

Schiscetta è un termine milanese che sa di fabbrica, di pausa pranzo in cantiere, che profuma di pasta al sugo, cotoletta e fatica. Gavetta o gamella è la traduzione italiana, ma la versione contemporanea della scodella per il cibo degli operai e dei soldati è il lunchbox, il contenitore portato da casa negli uffici. E di schiscetta, da qualche settimana si sente parlare anche nelle scuole. Questa storia comincia a Torino, dove il Tribunale qualche mese fa ha dato ragione a delle famiglie che rivendicavano il diritto a portare il cibo da casa per i loro figli, in alternativa alla mensa scolastica. I genitori promotori della protesta, criticano soprattutto il rapporto qualità prezzo: “mio figlio non mangia niente”, “torna a casa affamato”, “la qualità è bassissima”. La sentenza piemontese ha avuto un effetto domino e pure a Milano qualche famiglia ha dotato il proprio figlio di schiscetta (a volte panino). Ma entrare in una grande comunità, come una scuola, con del cibo che viene da fuori, non è scontato, esistono parametri e regole di sicurezza igienica da rispettare, così i bambini con il lunchbox hanno dovuto consumare il pasto da soli, non in mensa con gli altri. Questi sono i fatti. La conseguente polemica non pare destinata a placarsi, almeno per il momento. È un problema complesso e appassionante quello della corretta alimentazione dei figli. Da anni esistono a Milano, come in molte città, le Commissioni mensa, composte da genitori che si battono per migliorare la qualità del cibo nelle scuole. Nel tempo, diverse cose sono cambiate grazie alle azioni congiunte di queste commissioni, altre sono ancora da mettere a punto, comunque, secondo molti, la madre di tutte le battaglie è quella sulle “materie prime”. Negli approvvigionamenti di Milano Ristorazione (la società partecipata del Comune), anni fa si è visto passare di tutto, dalle mozzarelle tedesche, al pesce del Sud Africa, dall’olio d’oliva in bottiglie di plastica, alla pasta di scarsissima qualità. Tutti prodotti che sono stati sostituiti anche grazie all’intervento delle commissioni mensa. Sulla qualità dei prodotti, si gioca quindi la possibilità per i genitori di incidere davvero nell’alimentazione dei figli a scuola. Ma chi sosterrà questa battaglia se in tanti cominceranno a scegliere la strada della schiscetta? E quante famiglie decideranno di abbandonare la mensa? Forse non molte in realtà. Strozzati come sono dal lavoro, gli orari, la centrifuga di vita che conosciamo bene, non so quanti genitori riuscirebbero a preparare tutti i giorni pasti completi per la pausa pranzo dei figli. In ogni caso, la mensa è una conquista sociale e andrebbe difesa, migliorandola sempre. Per farlo ci vogliono azioni comuni, mentre la scelta della schiscetta sembra andare nella direzione opposta, quella della“libertà individuale”, in questo caso di abbandonare un servizio che non soddisfi. Una comunità forte, invece, dovrebbe valorizzare la socialità e non alimentare le differenze tra bambini. I bambini, ecco. Nello scontro tra alcuni genitori e le istituzioni, i protagonisti vengono lasciati sullo sfondo. Eppure il momento della mensa è un grande rituale educativo, a quell’ora non ci si nutre soltanto, ma si impara a condividere e a conoscersi. Chiunque abbia fatto parte delle Commissioni, avrà notato che i gusti dei bambini cambiano nel corso degli anni. Se in prima elementare vengono apprezzati quasi soltanto la pizza e gli spaghetti al pomodoro (per fare un esempio), quando si arriva in quinta molti ragazzini cominciano ad assaggiare tutti i piatti, in pratica i loro gusti si evolvono. E questa è un’esperienza di crescita, un’avventura collettiva. Essere parte del gruppo, i bambini desiderano questo, ci tengono alla propria storia, ma cominciano fin da piccoli a costruirsi un’identità al di fuori del nucleo familiare. Abituarli ad assaggiare i cibi nuovi in mensa e a mangiare comunque, anche in giornate non proprio riuscite dal punto di vista gastronomico (ce ne sono, eccome), significa renderli persone più adattabili alle situazioni, aperte alle culture, disponibili alla scoperta. L’alternativa schiscetta, invece, sa di chiusura a riccio nel nucleo protettivo della famiglia. Sa di sconfitta, un sapore un po’ amaro.

Fonte: ecodallecitta.it

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E se fosse la scuola il problema?

Bambini in difficoltà, bambini problematici, con deficit di attenzione o concentrazione, bambini troppo attivi, troppo in movimento, con troppa energia. E, ancora, bambini distratti, pigri, disattenti, annoiati, che non si applicano, non si impegnano, che “potrebbero fare di più”. Ma…

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Questa è la sinfonia di parole e giudizi che costantemente tra genitori e insegnanti si sente suonare. Qualche volta con leggerezza, altre con disperazione e, altre ancora, con una sorta di rassegnazione a qualcosa di inesorabile con cui ci è toccato avere a che fare. Sulla base di alcuni di questi problemi nascono terapie lunghe e costose, sostegni psicologici, gruppi di aiuto e, ultimamente, spuntano i gruppi whatsapp (di cui molti di noi fanno parte e non riescono a fare a meno) di genitori in ansia, preoccupati per i troppi compiti, per quella pagina da fare che non risulta sul diario o alla ricerca di qualcuno che fotografi il tale esercizio o la talaltra tabella da completare e ce la invii o il come e percome di quella squadratura difficile. O, ancora, alla ricerca di qualche genitore che si ricordi e gentilmente condivida le regole sulle frazioni apparenti o quel sistema sulle divisioni a due cifre che abbiamo dimenticato. Specialmente i gruppi whatsapp fotografano con esattezza e qualche inquietudine la situazione. C’è qualcosa che senz’altro non va ma è difficile che noi genitori riusciamo a rendercene conto con la chiarezza e la calma necessaria. Non passa giorno che non vi siano richieste di chiarimenti su compiti e cose da fare. Non passa giorno che non si discuta su ciò che da fare risulta diverso o incompleto, che non si facciano commenti sull’opportunità di questo o quello su cose che dovrebbero riguardare esclusivamente i bambini e i loro insegnanti. I genitori hanno senz’altro la loro parte di responsabilità se si prestano a questo ma gli insegnanti finiscono inevitabilmente per aspettarsi che il genitore si dia da fare in qualche maniera per fare in modo che i figli portino a scuola tutti i compiti assegnati. E se non lo fanno questo è tema di discussioni estenuanti ai colloqui quando non la causa dell’andamento non esattamente brillante dei nostri figli. I bambini stessi si trovano a discutere con i genitori e a confrontare il loro piccolo diario scritto con fatica con il dio whatsapp che ha sempre e comunque l’ultima parola. Il messaggio chiaro per i nostri figli sarà: è inutile che mi dia tanto da fare per fare attenzione a cosa scrivo perché comunque ci pensa poi la mamma, eventualmente, a farselo condividere. E’ inutile che io sia sicuro di ciò che ha detto la maestra perché whatsapp è più credibile di me anche se in classe lui non c’è. Il messaggio recepito dal genitore sarà: responsabilizzare mio figlio fino a un certo punto perché tanto poi posso risolvere con il gruppo, abbassare l’ansia quando vado a parlare con gli insegnanti e avere il supporto degli altri genitori col mio stesso problema. Con whatsapp. Nessuno tra di noi, però, né genitori né insegnanti, mette in discussione il sistema invece di mettere in discussione i bambini. Alcune mamme consigliano nella loro perfetta buona fede che i bambini bisogna farli sforzare e che, in fondo, va bene così perché la vita, in definitiva, là fuori, non è facile. Il consiglio, naturalmente, sempre su whatsapp. In sostanza neppure noi genitori ce ne rendiamo conto e, anzi, crediamo che la scuola sia sforzo, preparazione a una vita che non è facile, palestra delle infinite prove e ostacoli che nella nostra esistenza troveremo. Che si dia dunque inizio, il prima possibile, a questo allenamento per corpo e mente: ci si abitui a stare fermi al banco a sei anni per otto o nove ore al giorno, si faccia silenzio quando abbiamo voglia di parlare, si trattenga la pipì e la si faccia al momento in cui lo dice la scuola, si mangi o si beva quando è orario per farlo, ci si abitui all’essere continuamente giudicati o lodati per qualcosa che abbiamo spontaneamente detto o fatto, ci si abitui a pensare competitivamente invece che collaborativamente, ci si abitui al concetto di punizione per qualcosa che abbiamo fatto senza capire perché è sbagliato. Magari ci si abituerà anche al non dover ricevere spiegazioni di sorta (forse in qualche caso sì) e al fatto che se si fa qualcosa di sbagliato senza rendersene conto la si dovrà pagare con una punizione senza avere la possibilità di tornare indietro a riparare e senza che quella punizione abbia alcuna coerenza con ciò che si è fatto. Il risultato sarà tristezza, frustrazione, senso di ribellione, umiliazione. Del resto anche per noi grandi, non è forse così nella maggior parte dei nostri uffici o, in generale, dei nostri posti di lavoro? Dunque è bene iniziare fin da piccoli a frustrare le nostre spontaneità. Perché se non lo faremo saremo giudicati come problematici, malati, in difficoltà, difficili o con deficit di qualche tipo. Nel migliore dei casi non ci saremo “sforzati” abbastanza.

Continuo a pensare che ci sia qualcosa che non va, che non torna. Non siamo disponibili a mettere in discussione il sistema. Anche noi siamo stati tirati su così, del resto. E l’autorità del maestro e della scuola tutta non deve mai essere messa in discussione. I bambini sono sottoposti a giudizi continui, spesso sbrigativi, o dati in condizioni non ideali per il bambino stesso. E’ un sistema che, sempre di più, sembra essere non in ascolto dei nostri figli. I nostri bambini, invece, dovrebbero essere attivi, a loro agio, liberi di essere quello che sono, pronti alla valorizzazione continua e all’incoraggiamento costante dei loro talenti e delle loro attitudini. Perché tutti ne hanno. Perché ci sembra così naturale preoccuparci di preparare i nostri figli alla durezza della vita, all’infelicità, alla costrizione e alla “naturale” frustrazione delle loro spontaneità e capacità? Perché ci sembra così scontato lo sforzo quando ogni bambino lasciato libero, impara senza difficoltà ciò che gli serve? Dovrebbe, piuttosto, essere l’esatto contrario: la scuola come luogo di assoluta libertà, in cui esprimersi e trovare se stessi con l’aiuto dei grandi. Un luogo che prepari a sentirsi valorizzati e adeguati. Un luogo in cui il punto di vista di ogni bambino valga quanto quello di un adulto. Un luogo in cui ogni bambino sia considerato un essere speciale e non un individuo da programmare alla lotta o un essere imperfetto continuamente da correggere. Questi circoli diventano viziosi riflettendosi anche nelle famiglie che finiscono in molti casi per sentire inadeguatezza e ansia che si riversano a loro volta ancora sui figli. Mentre, al contrario, la scuola dovrebbe significare solo felicità. Siamo abituati a riderci su o a prendere con leggerezza la cosa quando i bambini ci dicono che non amano andare a scuola. Ci siamo abituati alle nostre ansie e preoccupazioni. Abbiamo smesso di ascoltare e di ascoltarci senza pensare che noi per primi potremmo, insieme, cambiare le cose se solo ci fermassimo un momento a farci delle domande.

Fonte: ilcambiamento.it

Bimbiveri: crescere un bambino felice secondo natura

I bambini hanno dei principi, così come la natura, che sono validi per tutti loro. Secondo Antonio Panarese e Roberta Cavallo, fondatori di Bimbiveri, basta seguirli per garantire loro una crescita sana e per scoprire che essere genitori è… facile!

“Quando avevo quattordici anni, ho detto ai miei genitori di prepararsi perché dopo quattro anni sarei andato via di casa”. Antonio Panarese viveva allora in provincia di Brindisi ed aveva già le idee chiare: una vita indipendente, con una passione dell’hockey su prato. Si trasferì a Milano con l’intento di realizzare il sogno di diventare scrittore . Roberta Cavallo fin da giovane aveva già una forte propensione per i bambini e sognava di insegnare e scrivere libri.

Le loro vite, e il sogno in comune che ne conseguirà, si incroceranno grazie all’incontro con una persona:Angela Pedicone. “Volevo studiare qualcosa legato alla natura e nel 2006 conobbi Angela nel suo centro a Torino (L’Istituto di Formazione L’Oasi Naturale, ndr)” ci spiega Antonio “e lì scoprii che la mia università era la scuola di Naturopatia”. Stessa sorte per Roberta: “Un giorno una mia amica mi disse: secondo me tu devi fare questa scuola qua. Era la scuola di formazione di Angela”.

E’ da qui che comincia la storia di Antonio Panarese e Roberta Cavallo; un percorso che, con il tempo, li porterà a fondare Bimbiveri, la società di formazione specializzata in corsi per la crescita felice dei bambini secondo Natura. Angela Pedicone è stato il punto di riferimento per l’esperienza professionale di Roberta e Antonio: “Prima di essere naturopata, Angela aveva una capacità di capire nel profondo i bambini e gli adolescenti, era convinta che seguendo i principi della natura si potesse aiutare concretamente sia i bambini nella crescita che i genitori a risolvere le situazioni più difficili”. I tre, insieme, fondarono nel 2008 un centro residenziale per bambini in affido familiare in provincia di Asti, dove l’esperienza di Roberta e Antonio è totalizzante e li aiuta nella formazione di un bagaglio professionale oggi rivelatosi indispensabile.robertaantonio2

Nell’ottobre 2010, a seguito di una grave malattia, Angela muore. Bimbiveri è la naturale prosecuzione dell’esperienza che vi abbiamo finora accennato: “I bambini hanno dei principi, così come la natura” ci spiega Roberta “e noi cerchiamo, tramite corsi e consulenze, di insegnare questi principi alla mamma, che poi nel tempo imparerà a vedere da sola”.

Tramite il Programma formativo completo “Come crescere tuo figlio secondo Natura” e la Mappa per la Crescita Felice, Bimbiveri aiuta gli adulti nella scoperta delle tre fasi fondamentali della crescita del bambino. La prima, quella da zero a sette anni, è quella dove i bambini vivono nella loro fase egocentrica, nella quale è consigliabile non caricare di responsabilità il bimbo: “Noto che è molto difficile per i genitori garantire questa fase egocentrica. Ad esempio nel caso dei bambini che non vogliono dare qualcosa che appartiene loro agli altri, la prima cosa che siamo portati a dire è di lasciare l’oggetto e di non fare l’egoista. Tutti questi input, che per noi sembrano normali, in realtà diminuiscono potentemente l’autostima del bambino” ci spiega Roberta “dunque molte delle nostre soluzioni sfatano molti luoghi comuni… e funzionano!”.genteconvegni

La seconda fase della crescita del bambino va dai sette ai quattordici anni, mentre la terza dai quattordici ai ventuno anni, ognuna con sue proprie caratteristiche che valgono per tutti i bambini e i ragazzi: seguendo determinati accorgimenti, se i genitori riescono a garantire al meglio queste fasi di crescita il ragazzo a ventuno anni sarà maturo per realizzare il proprio progetto di vita “e soprattutto non avrà meccanismi di difesa: non giudicherà, non sarà invidioso, non avrà la sensazione di avere delle carenze, come ad esempio quella di dover trovare per forza un compagno o una compagna e non perché desideri condividere una parte di progetto con una persona”.smettila-di-reprimere

Il successo di Bimbiveri è stato talmente grande che Roberta e Antonio, data la sempre maggiore curiosità e richiesta delle persone, hanno scritto quattro libri ispirati da questa esperienza : “Smettila di reprimere tuo figlio” (diecimila copie vendute in sessanta giorni), “Le sette idiozie sulla crescita dei bambini” e gli ultimi, “Smettila di fare i capricci” e “Smettila di programmare tuo figlio”, dove vengono presentati sotto forma di consigli pratici tutti gli aspetti per poter risolvere i problemi che i genitori hanno, sia con il bambino che con loro stessi.

“Il più grande obiettivo era quello di vivere delle nostre passioni e possiamo dire di averlo raggiunto: è possibile vivere facendo il genitore senza che questo sia vissuto come una difficoltà, bensì con facilità: ci sono migliaia di famiglie che hanno ottenuto dei risultati importanti grazie al nostro lavoro” spiega Antonio “e il prossimo obiettivo è quello di espandere sempre di più il nostro messaggio. Stiamo per ripartire con un nuovo Tour per cercare di abbracciare più famiglie e aiutare più bambini possibile”.

 

Il sito di Bimbiveri

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/01/io-faccio-cosi-104-bimbi-veri-crescere-bambino-felice-natura/

“Io non spreco!” parlano i bambini, i genitori e gli insegnanti della primaria del “Trotter”/VIDEO

Le opinioni di chi sta già sperimentando il sacchetto salvacibo nelle scuole, l’iniziativa di educazione contro lo spreco alimentare, avviata dal Comune di Milano e da Milano Ristorazione379290

Abbiamo raccolto le impressioni e le osservazioni di alcuni bambini e dei loro genitori e insegnanti, all’uscita della scuola primaria “Casa del sole”, meglio nota come Trotter (all’interno del parco Trotter di via Giuseppe Giacosa a Milano), sull’utilizzo del sacchetto salvacibo che Milano Ristorazione ha distribuito ad aprile, in diversi plessi scolastici, che hanno cominciato ad aderire alla fase sperimentale di questo progetto.  10.000 i sacchetti distribuiti sinora nei 50 plessiscolastici che hanno cominciato ad aderire al progetto di Milano Ristorazione e degli Assessoratiall’Educazione e Istruzione e alle Politiche Sociali. 500 le classi coinvolte in questi primi mesi (da inizio aprile, ad oggi).  A settembre si ripartirà con l’obiettivo di coinvolgere sempre più scuole, mentre ad ottobre è previsto da Milano Ristorazione il primo monitoraggio sull’effettiva incidenza dell’iniziativa, nella riduzione dello spreco alimentare.

Fonte: ecodallecittà.it

Bike to School Day: venerdì 31 gennaio il primo del 2014

Mentre continuano gli appuntamenti locali mattutini di gruppi di genitori e scolari in bicicletta, non solo a Milano, il movimento “In bici a scuola” lancia il secondo Bike to School Day nazionale per il prossimo 31 gennaio. Aderiscono le città di Milano, Roma, Napoli e Torino. L’invito a partecipare dalla pagina Facebook377774

Dopo il primo appuntamento nazionale del 29 novembre 2013, il primo Bike to School Day, il movimento “In bici a scuola” ha deciso di fare il bis e lancia una seconda giornata nazionale per il 31 gennaio 2014, un venerdì, chiedendo ai genitori italiani di aderire all’accompagnamento mattutino dei propri bambini, a scuola, in bicicletta.
“Accompagnare i bambini a scuola in bicicletta è un’esperienza meravigliosa per noi genitori e per loro: un modo fantastico per iniziare la giornata. In tanti a Milano lo stanno già facendo, vuoi provare anche tu, in sicurezza e allegria?”.
Questo l’appello dei genitori milanesi che, come le altre volte, conteranno sull’aiuto dei ciclisti delle varie Critical Mass urbane, disponibili sin dall’inizio ad unirsi e “scortare” i piccoli gruppi spontanei di ciclisti che hanno iniziato a sfidare il traffico automobilistico urbano mattutino, prima a Milano e poi in altre città. Il movimento aggiunge infatti che nelle molte zone dove si è iniziato a proporre iniziative per andare a scuola in bici, bambini e genitori vengono scortati da ciclisti esperti che garantiscono una protezione rispetto ai pericoli del traffico. Ora per il 31 gennaio 2014 e il secondo evento nazionale, si spera di raccogliere un’adesione ancora più massiccia di quella del 29 novembre 2013.
I genitori delle scuole aderenti di Bologna, Milano, Napoli, Roma e Torino, invitano ad aderire al Bike to School Day nazionale del 31 gennaio, comunicandolo sulla pagina FB FACEBOOK.COM/INBICIASCUOLA o inviando una mail a INBICIASCUOLA@GMAIL.COM.
Prossimo appuntamento solo milanese, invece, già giovedì 16 gennaio, alle ore 8.00, in piazza Napoli, per accompagnare in bici a scuola gli alunni della primaria di via Bergognone.

Bike to School Day 31 gennaio 2014 – la locandina [0,67 MB]

Fonte: ecodallecittà

Critical Mass Marmocchi, anche i genitori di Milano scendono in pista

Sembra riscuotere sempre più successo l’iniziativa spontanea di alcuni genitori milanesi che si danno appuntamento via Facebook per accompagnare i bambini a scuola in bici. Circa 500 gli aderenti al gruppo. L’ultimo ritrovo in viale Monza. E con loro anche ciclisti della Critical Mass del giovedì sera

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L’idea è venuta a qualche mamma che si sentiva isolata nella quotidiana difficoltà di volere accompagnare i figli a scuola non più in macchina, ma in bicicletta. Ma come fare nel caotico e pericoloso traffico delle 8 del mattino a Milano? L’unione fa la forza, o meglio fa la massa, la massa critica, prendendo spunto da quella ormai storica delle Critical Mass che a Milano solcano le strade da parecchi anni, con quella dei ciclisti del giovedì sera che si ritrovano in via dei Mercanti. Detto fatto. I genitori irriducibili della mobilità alternativa hanno aperto una pagina facebook e adesso stanno anche studiando un logo. Primo appuntamento in piazza Napoli e destinazione la scuola elementare di via Bergognone, passando per via Solari, dove due anni fa un tram investì il 12enne Giacomo Scalmani, scivolato sulla strada dopo che un automobilista in doppia fila aveva aperto inavvertitamente la portiera.“Una disgrazia significativa di quanto Milano dovrebbe cambiare atteggiamento verso le bici”, ha dichiarato una delle mamme della Critical Mass Marmocchi. Poi l’appuntamento di viale Monza del 31 ottobre, dove bisognava davvero essere in tanti per farsi rispettare dal traffico automobilistico di uno dei viali più pericolosi e motorizzati di Milano. La pagina Facebook si chiama “In bici a scuola”, che ha risposto all’appello lanciato da alcune mamme alle ragazze e ai ragazzi di Critical Mass, per fare da scorta al corteo di genitori e bambini. Così a dar man forte alle scolaresche ciclomunite si sono uniti anche alcuni componenti della biciclettata “critica” del giovedì sera. E con loro la musica di Radiobici.

Fonte: eco dalle città

Gli sradicati

“Oggi, a furia di allontanarci dalla natura, ci siamo separati dalla nostra stessa natura. Abbiamo prodotto una novità assoluta: le prime generazioni nella storia dell’umanità di ‘senza radici’. Abbiamo prodotto degli esseri umani da allevamento intensivo, privi dei punti di riferimento di un bagaglio di cultura ed esperienze tramandate e privi anche del bagaglio di esperienze proprie, dirette e concrete”.

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Quando ero bambina, negli anni cinquanta e sessanta, nei cortili di Milano senza un albero risuonavano le voci dei bambini che giocavano. “Vado giù a giocare”, “vai fuori a giocare” erano frasi scambiate quotidianamente tra madri e figli. Nessuno con un grano di sale in zucca si sarebbe sognato di poter tenere dei bambini chiusi tutto il giorno tra quattro mura, come in galera. Negli anni sessanta cominciò il boom edilizio e le case nuove di periferia, o almeno quelle da un certo prezzo in su, venivano costruite mantenendo un’area di terreno a verde: il giardino. Ci sembrò una meravigliosa novità finché non scoprimmo, adulti e bambini, che in quei giardini non si poteva giocare. Né si poteva usufruirne in alcun modo: erano giardini “per bellezza”. Una cosa che ci apparve del tutto insensata e ci lasciò, adulti e bambini, esterrefatti. Fino a che, anno dopo anno, giardino dopo giardino “per bellezza”, ci convincemmo che era la cosa giusta: niente schiamazzi (solo quelli del traffico, delle televisioni a tutto volume, delle liti in famiglia), nessuno che sciupasse il tappeto erboso condito di pesticidi e concimi chimici. E già lì fu evidente che l’uomo moderno può essere convinto di qualsiasi cosa, avendo il cervello imbottito dei precetti dei media-vocedelpadrone in ogni loro forma, cominciando dalla pubblicità, ed essendo di conseguenza sotto ipnosi ventiquattro ore su ventiquattro. Ma per essere ipnotizzati ci vuole una certa predisposizione. Per creare questa predisposizione bisogna, prima di tutto, distruggere la comunità umana e la sua istintiva solidarietà, e secondariamente interrompere il flusso delle esperienze tramandate di generazione in generazione. Alla fine degli anni sessanta e durante gli anni settanta, anni di lotte di classe, di forti ed estesi movimenti anticapitalisti, di contestazione di tutta l’organizzazione economica e sociale, di cultura antiautoritaria, pedagoghi, psicologi e pediatri erano concordi nell’affermare e spiegare che il gioco era una delle prime necessità del bambino, assieme al cibo e all’affetto. Il gioco libero e autonomo, quello in solitudine e quello in compagnia, era una necessità imprescindibile per lo sviluppo fisico e mentale dei bambini. Bisognava lasciarli giocare liberamente. L’occhio degli adulti doveva essere discreto, limitarsi a sventare eventuali pericoli.

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Quanto al bullismo, ai tormenti che oggi quotidianamente bambini infliggono ad altri bambini, erano praticamente impossibili, dato che in ogni gruppo di gioco convivevano età diverse, sessi diversi, fratelli e cugini e amici di questo e di quello. E dato che le madri si affacciavano alle finestre, le portinaie (figure scomparse con l’apparire dei citofoni e del metro quadro abitabile pagato a peso d’oro) ci tenevano d’occhio, gli artigiani che lavoravano nei cortili (in quei tempi selvaggi non esistevano le ASL benché ci fosse un ambulatorio in ogni quartiere) erano pronti a redarguire i prepotenti. Il gioco spontaneo, non inquadrato, non competitivo, non finalizzato a diventare campioni sportivi ricchi e famosi, era più importante della scuola. Non sarebbe stato necessario, allora, affannarsi a ripeterlo: che gli adulti lo ritenessero necessario o no, riuscivano comunque a capire che era naturale e inevitabile. Ma facevano bene a ripeterlo pediatri, psicologi e pedagoghi: a quei tempi in Italia esisteva il lavoro dei bambini, nel nostro sud c’erano ancora bambini muratori, braccianti, sguatteri. Era per loro che si ribadiva il diritto e la necessità del gioco, della libertà e spensieratezza dell’infanzia.

Quando sono a casa solo
e mi annoio, mi consolo;
chiudo gli occhi e sto salpando
verso i cieli, navigando,
navigando verso il mare
del Paese del Giocare,
là, nei luoghi assai lontani
dove vivon solo nani,
dove i fiori sono peri
e le pozze oceani veri
e le foglie son velieri
pieni di filibustieri,
dove passano volando

calabroni che ronzando
fan tremar le cime ardite
delle immense margherite…

Robert Louis Stevenson

Oggi in Italia lo sfruttamento del lavoro minorile non esiste più, e non esiste più nemmeno il gioco, la libertà e la spensieratezza dell’infanzia. I bambini sono chiusi tra quattro mura quasi ventiquattrore su ventiquattro, tra scuola a tempo pieno, compiti affibbiati dalla scuola a tempo pieno, sport, canto/musica/danza e lingue varie, più televisione videogiochi e computer. Totalmente avulsi dalla realtà e dalla complessità della vita concreta, alienati e incapaci. Molto progrediti… Infatti sanno le lingue straniere, sono dei maghi del computer, degli atletini e/o dei musicisti in erba. Li vogliamo scalpitanti e allenati alle gabbie di partenza, come veri purosangue assetati di vittorie.

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Il gioco collettivo insegnava ad organizzarsi, a collaborare, a prendersi cura dei più piccoli, ad essere leali e anche ad essere astuti, svelti, previdenti. Isolava i litigiosi, gli egocentrici e i prepotenti, che a quel punto erano fortemente incentivati a mitigare i propri difetti. Il gioco individuale insegnava a immaginare, fantasticare, riflettere. Tutti i giochi insegnavano la pazienza, la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie qualità, la deduzione e l’immaginazione. Tutto ciò è stato spazzato via dal “progresso”: da una società sempre più rigida, competitiva, individualista e autoritaria. Si è dato per scontato che più scuola si affibbiava ai bambini e meglio era, ma la scuola è un’istituzione, non è neutra: rappresenta ed esprime l’organizzazione sociale di cui fa parte, ne persegue gli scopi. In una società di dominio e competizione qual è quella in cui viviamo, la scuola è strutturata in modo da formare individui privi di spirito critico, competitivi, specializzati, conformisti: ricettivi alle direttive e indicazioni che vengono dall’alto, alle “versioni ufficiali”, alle mode, al senso comune, e diffidenti e sprezzanti verso tutto ciò che se ne discosti. Per ottenere questo occorre che lottino con le unghie e coi denti per riuscire a svolgere una mole di lavoro sempre più imponente, non importa quanto utile, che li occupi davvero a tempo pieno, senza lasciare ai loro cervelli una via di fuga. Non più tempo per l’ozio, la noia, la riflessione, la fantasticheria, il coalizzarsi e organizzarsi con altri bambini. E dopo la scuola i nostri minimanager hanno già pronte le attività imposte dalle famiglie. Indispensabili per farsi strada nella mischia. Non abbiamo più il lavoro minorile ma i nostri “minori” non sono meno occupati e oberati, almeno a livello psicologico, dei piccoli braccianti e muratori degli anni cinquanta. Sicuramente più dei pastorelli e camerierini di quel tempo, che lavoravano con la propria famiglia e potevano sdraiarsi su un prato o giocare a carte in cucina. Cosa rimane di libero? Il tempo passato davanti al televisore, al computer, al cellulare. Ho sentito genitori vantarsi di non chiedere alcun aiuto in casa ai propri figli, perché il loro primo compito deve essere studiare. È sottinteso che quello “studiare” significa “vincere”. Devono essere i primi. Imparare, cioè crescere, maturare, acquistare conoscenza non ha importanza, evidentemente. Perché imparerebbero molto di più se sapessero farsi il letto, lavare i piatti, fare la spesa e cucinare, aggiustare una presa o un rubinetto che perde. Far compagnia ai nonni, salutare i vicini, portare a spasso il cane.

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Se poi sapessero coltivare qualche pianta, cucirsi un orlo, riparare la gamba di un tavolo, le loro probabilità di sopravvivenza aumenterebbero del cento per cento: vorrebbe dire che sanno ingegnarsi e adattarsi, che hanno sviluppato un’intelligenza pronta e duttile, uno spirito d’osservazione a tutto campo. Ma per questo è necessario trasmettere le proprie conoscenze. Invece, nel progredito occidente, stiamo crescendo le prime generazioni di “senza radici”. Da quando gli esseri umani esistono, ogni generazione ha trasmesso le proprie conoscenze ed esperienze a quelle che la seguivano. È una delle condizioni imprescindibili per la sopravvivenza di una specie; tanto più imprescindibile per una specie, quella umana, dalla cultura vasta e complessa e dallo scarso istinto. È altrettanto importante, questa trasmissione di saperi, della trasmissione del patrimonio genetico. I genitori, i nonni, gli zii, i vicini di casa, l’intera comunità degli adulti raccontava ai bambini: la propria vita e le vite che aveva conosciuto, le idee che aveva maturato, le cognizioni apprese. Era una necessità primaria, né più né meno del gioco. E infatti ciò che più i bambini amavano, oltre al gioco, erano i racconti. Fino a qualche decennio fa, attraverso quei racconti si è tramandato a spizzichi e bocconi tutto il patrimonio culturale accumulato dagli uomini, tutte le esperienze che ci precedevano, i miti e la storia. C’erano racconti sulla guerra e sulla fame, sulla bontà e la malvagità, sullo sfruttamento e sul riscatto, sulla resistenza e la dignità, sulla sacralità del cibo e sul rispetto dei più deboli, sulla fatica e sulla festa. Tra ricordi e principi, parabole e aneddoti, concetti e idee, si trasmetteva una cultura ancestrale e attuale; i bambini crescevano legati a tutti coloro che li avevano preceduti, come da un reticolo di radici nascono i nuovi polloni: nutriti da tutte le sostanze che possiede il terreno dove spuntano. Ma oggi, a furia di allontanarci dalla natura, ci siamo separati dalla nostra stessa natura. Abbiamo prodotto una novità assoluta: le prime generazioni nella storia dell’umanità di “senza radici”. Abbiamo prodotto degli esseri umani da allevamento intensivo, privi dei punti di riferimento di un bagaglio di cultura ed esperienze tramandate e privi anche del bagaglio di esperienze proprie, dirette e concrete. Abituati ad obbedire senza chiedersi perché: tutta la loro vita è organizzata e indirizzata dagli adulti: insegnanti di scuola, istruttori sportivi, insegnanti di musica, animatori e chi più ne ha più ne metta.

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Abituati a competere: a scuola bisogna essere tra i primi, a calcio bisogna vincere la partita, in ogni attività bisogna puntare ad essere più e meglio degli altri e poi magari i genitori li portano a scalare il Monte Bianco, tanto perché gli rimanga chiaro che l’uomo non ha limiti e la natura è qualcosa da conquistare e sottomettere. Obbedienza e competizione preparano il servo perfetto per una società di dominio senza più limiti. Televisione e strumenti digitali fanno il resto. L’immaginazione è una dote indispensabile per la sopravvivenza umana. Non serve a un batterio, probabilmente, e neanche a un lombrico, che hanno il loro corrispondente dell’immaginazione in dote già dalla nascita. Ma serve a qualsiasi animale abbia necessità di apprendere dopo la nascita una parte delle proprie cognizioni. Bene, “immaginazione” ha la stessa radice di “immagine” perché è la capacità di creare immagini mentali. Il neonato, sentendo la voce o l’odore della madre, immagina probabilmente il suo volto, il suo abbraccio o il sapore del suo latte. Poi ci saranno le parole da decifrare e trasformare in immagini e idee: un continuo allenamento mentale, come muoversi e camminare è un allenamento per i muscoli. Ma, se a un bambino piccolo dessimo una seggiolina a rotelle che lo porta ovunque, che ne sarebbe delle sue gambe? Atrofizzate proprio nell’età in cui dovrebbero svilupparsi. Potrebbe più camminare, correre, saltare? E, se a un bambino piccolo scodelliamo continuamente immagini televisive e cartoni animati e poi, quando riesce a usare le dita, gli forniamo strumenti che schiacciando dei tasti gli permettono una fittizia e astratta comunicazione con gli altri esseri umani e un fittizio e mutilato rapporto con la realtà e con la vita, cosa succederà alle sue capacità mentali? Proprio nell’età in cui la sua esperienza e la sua immaginazione dovrebbero svilupparsi; e immaginazione significa sapersi immedesimare negli altri, saper prevedere i pericoli, saper valutare le conseguenze. Significa responsabilità, compassione, accortezza. Cosa succederà alla sua capacità di esprimersi con parole, gesti, espressioni del viso, toni di voce? Tutto quello che serve per “incontrarsi” con gli altri umani e non solo. Cosa succederà ai suoi sensi, al tatto, alla vista, all’olfatto, all’udito? Tutto quello che serve a percepire e comprendere il mondo. Noi non lo sappiamo. Nessuno delle generazioni precedenti lo sa. Perché non si può sapere, e nemmeno immaginare, ciò di cui nessuno ha mai avuto esperienza prima. Possiamo però vederne le conseguenze. Nei ragazzi incapaci di vivere, che non riescono a studiare né a lavorare, terrorizzati dalla continua già sperimentata competizione della nostra società, convinti fino in fondo all’anima della propria incapacità, rinchiusi nella “comoda” irrealtà di rapporti mediati da internet. Sono ormai un’epidemia, che trova le famiglie del tutto impotenti e sole.

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Nelle inaudite e inspiegabili violenze di gruppi di adolescenti “normali”, che in maniera evidente non hanno né la capacità di immedesimarsi nelle sofferenze altrui, né tanto meno quella di immaginare le conseguenze che i loro atti faranno ricadere sulle proprie stesse vite. E poi ci sono i comportamenti di massa. Le caratteristiche ormai di una nuova specie umana: la paura o l’indifferenza nei confronti della natura. Quando io ero bambina, il più grande divertimento di qualsiasi bambino era poter scorrazzare in un vasto spazio libero e selvaggio: un prato, un bosco, il mare. Di fronte a qualsiasi ambiente del genere, nessun adulto con un grano di sale in zucca avrebbe tentato di trattenerci. Lo stesso valeva per fonti e ruscelli. Un surrogato erano i giardini pubblici. Meglio che niente, anche se non si poteva correre nell’erba, far capriole, rotolarcisi, arrampicarsi sugli alberi. Questo rapporto dei cuccioli d’uomo con la natura è continuato, pur diluendosi via via, fino a una ventina d’anni fa. Oggi nei parchi cittadini ci sono prevalentemente i cani, dato che non si può piazzarli davanti a un televisore o appassionarli a un videogioco, né si accontenterebbero di rapporti “virtuali” coi loro simili. Del resto, i bambini attuali guardano un prato, un bosco, un fiume come qualcosa di estraneo e incomprensibile. Come i canarini nati in gabbia (non) guardano il cielo e rifiutano di uscire dalla gabbia anche se la porta è aperta. Forse come i polli d’allevamento intensivo guardano il mondo oltre la porta del capannone. Eppure basterebbe poco, prima che sia troppo tardi. La maggior parte dei bambini è cento volte più disponibile a far qualcosa in compagnia che a ottundersi davanti a uno schermo. La maggior parte dei bambini possiede ancora curiosità e senso del mistero. Basterebbe ricordare. Siamo stati tutti bambini, anche se ci sembra impossibile. Non si tratta, in effetti, di alieni: si tratta di comuni esseri umani in uno stadio della loro esistenza. Basterebbe ricordassimo le decine di giochi di gruppo che nessun grande organizzava; ricordare i duelli, gli agguati, le galoppate a rotta di collo delle nostre immaginarie avventure; ricordare come rompevamo le scatole ai genitori per comperare il granturco in sacchettini che vendevano nella piazza e come ci emozionavano i piccioni posati sulle nostre braccia per mangiarlo. Ricordare il fascino indescrivibile del soldino al posto del dente che ci era caduto, dei doni magicamente portati dalla Befana o da Babbo Natale o da Gesù Bambino. Sarebbe sufficiente dedicarci a loro quel tanto che basta per ridargli tutto questo, per aiutarli a scoprire la vita. E forse richiederebbe meno tempo che scarrozzarli in auto da piscine a palestre ad effimere scuole di discipline nate da effimere mode. I figli di una mia amica hanno in casa un folletto che ruba le cose lasciate in disordine. I folletti possono esserci in tutte le case, anche in un appartamento di due stanze. E anche dalla finestra di un appartamento di due stanze si possono soffiare nel cielo le bolle di sapone fatte con una “cannuccia” di cartoncino arrotolato e un po’ di acqua e sapone. E poi, con i nostri bambini, potremmo anche riprenderci i marciapiedi e le piazze e i cortili, e prima di tutto i “giardini per bellezza”. Proviamoci almeno, a ritrovare quegli spiritelli incapaci di camminare ma solo di correre e saltellare, ridenti, vocianti e canterini che sono sempre stati i bambini dagli albori dell’umanità fino a due, tre decenni fa. Ci guadagneremmo tutti: potremmo tornare a goderci lo spettacolo dei loro giochi dalle finestre e dai balconi. Gratis. Potremmo ravvivare le nostre speranze e la nostra fantasia per rispondere alle loro domande. Potremmo sentirci immortali guardandoli crescere.

… È questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino

ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo, esile
e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo…

Giovanni Pascoli

Fonte: il cambiamento

Pedibus Milano, quattro le “linee” a piedi per la scuola di via Casati (Porta Venezia)

Prosegue il coinvolgimento di bambini, insegnanti e genitori nel nuovo progetto Pedibus del Comune di Milano. Alla primaria di via Casati il 58% delle famiglie dice sì al Pedibus e il 33% dei genitori si offre come accompagnatore. Pubblichiamo il questionario. Saranno quattro i diversi tragitti al mattino, per i bambini a piedi. Operativo il sito http://www.pedibus-milano.it, con tutte le fasi del progetto milanese

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Sono 25 le scuole primarie di Milano che alla fine aderiranno al nuovo Progetto Pedibus, coordinato dalla cooperativa ABCittà insieme a Legambiente e nato per raccogliere l’eredità dei tragitti Pedibus già esistenti e ben funzionanti (come quello della scuola Dal Verme dell’Isola) ed ampliare la proposta a tutte le zone della città. Le scuole già pronte, come la Borromeo di via Casati 6, Zona 3, Porta Venezia,hanno risposto con entusiasmo alle fasi di preparazione e di raccoglimento dati del progetto. Pedibus infatti viene proposto a tutte le classi delle primarie coinvolte,attraverso un gruppo di insegnanti che si fa promotore del servizio, parlandone ai bambini e contattando i genitori. Il questionario inviato ai genitori della scuola di via Casati 6 ha avuto un ritorno del 61,5 %. Sono emersi dati molto interessanti, anche se specifici del tipo di scuola e zona della Borromeo (Porta Venezia, Zona 30 a velocità controllata): ad esempio che la “dipendenza dall’auto” come mezzo per portare i figli a scuola, quando c’è, nel 41% dei casi è perché l’auto o scooter è considerato essenziale dal genitore per poi andare al lavoro. Tra i motivi che ostacolano l’idea di andare a scuola a piedi, nel 21% dei casi c’è il traffico, nel 28% la ritenuta pericolosità del tragitto. Comunque, il dato molto positivo emerso è che il 58% delle famiglie che ha risposto vuole iscrivere i figli al Pedibus e ben il 33% dei genitori si propone per l’accompagnamento. L’esordio delle scuole a buon punto, come la Borromeo di via Casati, è previsto per metà aprile; il servizio a regime in tutte le 25 scuole, solo a settembre.
Per altre informazioni e conoscere tutte le scuole aderenti: http://www.pedibus-milano.it/

Fonte: eco dalle città

 

I bambini vanno a scuola in auto e non a piedi: fa male alla salute e cala l’autonomia

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Gli studiosi la chiamano mobilità infantile e quella dei bambini italiani non è sufficiente considerato che accompagniamo i nostri figli a scuola molto spesso in automobile. Il tragitto da scuola a casa e viceversa è per i bambini italiani motorizzato, sin dalla primissima infanzia, il che oltre a non fare bene alla salute li porta a essere anche meno autonomi. La ricerca è stata effettuata attraverso un questionario a cui hanno risposto bambini e ragazzi dai 7 ai 14 anni e i loro genitori per un totale di circa 800 residenti tra Roma, Bari, Guidonia Montecelio (Roma), Desio e Misinto (Monza-Brianza). Si è occupato della mobilità dei bambini italiani l’Istc–Cnr ovvero l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma che è l’unico partner italiano per la ricerca Children’s Independent Mobility, indagine voluta da Policy Studies Institute (Psi) di Londra e che ha visto un primo confronto tra Italia, Germania e Regno Unito ma che si è svolta anche in altri 15 Paesi. I dati italiani sono online su La città dei bambini e lasciano interdetti nel leggerli poiché tracciano uno scenario di bambini e ragazzi trasportati in autovetture e non assecondati nella necessità di muoversi liberamente sia per la propria salute sia per l’autonomia che ne consegue.

Spiega Antonella Prisco, ricercatrice dell’Istc-Cnr:

La mobilità infantile è uno degli aspetti che ha maggiormente risentito della grande trasformazione dell’ambiente urbano, con ricadute negative sul benessere e sullo sviluppo psico-fisico. L’autonomia di spostamento dei bambini italiani nell’andare a scuola si è ridotta, passando dall’11% nel 2002 al 7% nel 2010, mentre l’autonomia dei bambini inglesi è al 41% e quella dei tedeschi al 40. Per il tragitto di ritorno, soltanto l’8% dei bambini italiani lo compie da solo, a fronte del 25% dei coetanei inglesi e del 76% dei tedeschi. Il divario di autonomia con gli altri paesi sul percorso casa-scuola permane ampio anche per i ragazzi delle medie inferiori: il 34% degli italiani, contro il 68% dei tedeschi e il 78% degli inglesi.

Ai nostri figli non insegniamo a prendere i mezzi pubblici, evidentemente considerati poco affidabili dai genitori. Ma sottolinea la ricercatrice Prisco:

La possibilità di muoversi in autonomia da parte dei bambini permette l’esperienza fondamentale del gioco, aiuta a prevenire sovrappeso e obesità, ad acquisire maggiore sicurezza, autostima e capacità di interagire, rafforza i legami con le persone che abitano nel proprio quartiere e a sviluppare un senso di identità e responsabilità, riducendo i sentimenti di solitudine durante l’adolescenza.

Perché privarli di queste importanti esperienze?

Fonte: ecoblog