Ogm, nessuna prova di danni a salute o ambiente

Secondo un report appena pubblicato, non ci sarebbero evidenze sostanziali di un effetto negativo degli ogm su salute e ambiente. Ma con qualche distinguoogm

(Immagine: Pixabay)

Non sono emerse “prove sostanziali” di differenze nei rischi per la salute umana derivanti dal consumo di prodotti geneticamente modificati (i famigerati ogm) e coltivati tradizionalmente, né “evidenze conclusive di causa-effetto” di problemi ambientali. È quanto emerge da uno studio estensivo (ben 420 pagine) appena pubblicato da un gruppo di esperti delle National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, che hanno condotto una paziente opera di review della letteratura scientifica sul tema. Gli autori del rapporto, però, sottolineano come sia ancora “troppo presto” per trarre qualsiasi conclusione, positiva o negativa, sull’effetto delle nuove tecnologie di ingegneria genetica, come la Crispr-Cas9, su salute e ambiente. Tirando le somme, in sostanza, gli esperti sostengono che lo scenario sia estremamente complesso e variabile: “Vogliamo che sia chiaro”, ha commentato al Washington Post Fred Gould, della North Carolina State University, coordinatore dell’équipe, “che ogni generalizzazione in merito agli ogm è errata”. Gli esperti, in particolare, hanno analizzato le prove scientifiche accumulate negli ultimi vent’anni per valutare i presunti benefici ed effetti negativi dei prodotti geneticamente modificati attualmente disponibili in commercio. “Abbiamo esaminato 900 articoli e pubblicazioni, 700 commenti di esperti, 80 estratti di conferenze e 15 seminari pubblici su sviluppo, uso ed effetti di modificazioni genetiche su mais, soia e cotone, i principali prodotti geneticamente modificati che si trovano in commercio”, spiega ancora Gould. Per quanto riguarda la salute umana, secondo gli autori della ricerca, gli studi condotti sugli animali e le ricerche relative alla composizione chimica dei cibi geneticamente modificati attualmente sul mercato non rivelano differenze che implicherebbero un rischio più alto rispetto al consumo degli equivalenti non modificati. C’è da rimarcare, comunque, il fatto che non siano stati ancora condotti studi epidemiologici per valutare gli effetti di tale consumo nel lungo termine. I dati epidemiologici attualmente disponibili, continuano gli esperti, non mostrano alcuna associazione tra malattie acute o croniche e consumo di cibi geneticamente modificati. Al contrario, sono emerse evidenze del fatto che i prodotti agricoli ingegnerizzati per sviluppare resistenza agli insetti possano essere benefici per la salute umana, riducendo in modo indiretto l’esposizione ai pesticidi. Inoltre, continuano gli esperti, sono allo studio altri prodotti specificamente progettati per avere un apporto nutrizionale più ricco, come riso con maggiore beta-carotene per prevenire cecità e morti premature causate da carenze di vitamina A in diverse nazioni in via di sviluppo. Gli scienziati hanno tratto conclusioni simili anche in merito agli effetti ambientali: sembra che l’uso di prodotti resistenti agli insetti o agli erbicidi non abbia ridotto la biodiversità di piante e insetti (addirittura, in alcuni casi, secondo il rapporto, la coltivazione di prodotti geneticamente modificati per resistere agli insetti sia correlata a una fauna di insetti più ricca). Anche quando è stato osservato flusso di geni (ovvero, in altre parole, trasferimento di materiale genetico da un ogm a una specie non modificata), questo non ha comportato alcun effetto ambientale avverso: per tutte queste ragioni, l’équipe ha ritenuto di dichiarare di “non aver trovato alcuna prova conclusiva di una relazione causa-effetto tra raccolti gm e problemi ambientali”, specificando però, ancora una volta, che “la valutazione di effetti ambientali nel lungo termine è molto complessa e rende spesso difficile trarre conclusioni definitive in merito”. Per quanto riguarda gli aspetti economici, invece, i risultati del report sono più nebulosi: le prove raccolte dagli scienziati sembrano indicare che la coltivazione di soia, cotone e mais gm hanno “generalmente prodotto esiti economici favorevoli per i produttori”, ma che tali esiti sono altamente variabili a seconda della diffusione dei parassiti, delle pratiche agricole seguite e dell’infrastruttura di coltivazione. Oltre a tutto questo, però, gli scienziati hanno precisato che “il fatto che i raccolti geneticamente modificati, finora, non abbiano causato problemi ambientali o di salute non vuol dire che tutti i prodotti gm, anche in futuro, debbano essere considerati inoffensivi a priori”. Un punto particolarmente delicato, vista la velocità cui stanno perfezionandosi le tecniche di ingegneria genetica, prima fra tutti la succitata Crispr-Cas9. Naturalmente, non sono mancate le critiche. Etc Group, organizzazione che si occupa di monitorare la tecnologia e tutelare la biodiversità, ha per esempio fatto notare, tramite il proprio portavoce Jim Thomas, come “il rapporto non dica nulla su una questione di importanza cruciale, ossia se e come regolamentare le nuove tecniche di ingegneria genetica e biologia sintetica. È la questione più urgente di cui ora devono occuparsi i legislatori, e il rapporto non è arrivato ad alcuna conclusione in merito”.

Fonte: Wired.it

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Smog, nuovo studio sull’esposizione ai diesel: “Gravissimi cambiamenti nel sangue”

University of British Columbia, 16 volontari asmatici chiusi in una stanza a respirare emissioni diesel paragonabili a una strada di Pechino: “In poche ore abbiamo osservato cambiamenti del sangue che potrebbero avere un impatto a lungo termine. L’impatto sull’organismo è stato molto più forte di quanto previsto” | Lo studio381561

Basterebbero due ore di esposizione ai gas diesel per causare danni significativi – e a lungo termine – al corpo umano. Le particelle inquinanti sarebbero in grado di alterare l’espressione genica nell’uomo, secondo uno studio canadese della University of British Columbia (UBC), realizzato da un gruppo di ricercatori guidati da Chris Carlsten e pubblicato sulla rivista ‘Particle and Fibre Toxicology‘.
Nel corso della ricerca, 16 volontari adulti non fumatori ma asmatici sono stati invitati a stare in una stanza chiusa. Hanno quindi respirato aria filtrata o scarico di motori diesel, con un inquinamento del livello di una strada a Pechino. L’impatto sull’organismo e’ stato molto più forte di quanto previsto dagli scienziati. “In poche ore – ha detto Carlsten – abbiamo osservato cambiamenti del sangue che potrebbero avere un impatto a lungo termine“. Secondo gli scienziati, infatti, l’esposizione a particolato altera un meccanismo chimico che influisce sul Dna umano.
Il passo successivo per i ricercatori sarà quello di trovare un modo per riparare il danno. “Quando si riesce a dimostrare l’esistenza di cambiamenti che si verificano troppo in fretta spesso significa che è possibile invertire gli effetti osservati sia con una terapia, un cambiamento nell’ambiente o addirittura una dieta”, ha detto Carlsten.
Lo studio: Short-term diesel exhaust inhalation in a controlled human crossover study is associated with changes in DNA methylation of circulating mononuclear cells in asthmatics

Fonte: ecodallecitta.it

Il razzismo fa invecchiare chi lo subisce

L’American Journal of Preventive Medicine ha pubblicato i risultati di una ricerca ai confini fra sociologia, medicina e genetica, secondo la quale ci sarebbe un rapporto di causalità fra razzismo e invecchiamento precoce. Essere vittime del razzismo ci fa invecchiare prima? Sembrerebbe proprio di sì, almeno secondo quanto esposto dall’articolo pubblicato di recente dall’American Journal of Preventive Medicine. A fare da “garante” della validità dello studio, oltre all’autorevolezza della pubblicazione, è la firma di Elizabeth Blackburn, premio Nobel per la medicina nel 2009. Il team di lavoro che ha lavorato a questa ricerca è partito da un dato statistico, quello secondo il quale, negli Stati Uniti, gli afroamericani costituivano la parte della popolazione maggiormente colpita da malattie gravi legate all’età. La loro aspettativa media di vita è di 69,7 anni, contro i 75,7 anni dei bianchi. Un abisso. I ricercatori hanno cominciato a interrogarsi sul possibile legame fra questi dati sanitari e demografici e lo stress psicosociale scatenato dagli atti di razzismo. Come stabilire una relazione di tipo biologico?

I ricercatori hanno deciso di servirsi dell’accorciamento dei telomeri (sorta di “cappucci” protettivi del Dna che vengono erosi nelle malattie cardiovascolari, nell’artrosi e nell’Alzheimer) come di un marcatore di invecchiamento presso 92 afroamericani dai 30 ai 50 anni, in buona salute e in ambienti sociali differenti. Accanto agli esami sanguigni, sono stati effettuati dei test sull’esposizione di questi soggetti a fenomeni di razzismo. Gli esperimenti hanno evidenziato una significativa correlazione fra l’accorciamento dei telomeri e l’”esposizione” a fenomeni di razzismo. Ma c’è un dato ancora più sbalorditivo: i soggetti con una visione positiva del proprio gruppo etnico sono risultati più protetti quando non immuni dall’accorciamento dei telomeri. Visto il campione piuttosto ristretto, i ricercatori sono rimasti piuttosto cauti, ma questi risultati sono uno stimolo per ampliare l’indagine e per proseguire sul terreno “ibrido” di una ricerca capace di mettere insieme sociologia, medicina e genetica. Tanto da utilizzare per le discriminazioni l’efficace metafora delle “tossine sociali”.

Fonte; Le Monde

Benzina dall’Escherichia coli: il carburante del futuro sarà Ogm?

Al Kaist di Daejeon un gruppo di ricercatori è riuscito a ottenere benzina modificando geneticamente il batterio Escherichia coli115051163-586x392

L’Escherichia coli, il batterio tristemente noto per i casi di contaminazioni alimentare, potrebbe diventare la base genetica per la “coltivazione” di una benzina ottenuta attraverso la sua modificazione genetica. All’Istituto avanzato di scienza e tecnologia coreano (Kaist) di Daejeon, nella Corea del Sud, un gruppo di scienziati è riuscito a ottenere, attraverso la modificazione genetica di questi batteri, una benzina sostenibile. Il risultato – annunciato su Nature – è stato ottenuto modificando geneticamente l’Escherichia coli, batterio che in passato aveva già dimostrato di poter produrre diesel grazie all’ingegneria genetica. Al Kaist, laboratorio coreano che viene sostenuto anche da finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti, sono riusciti a migliorare le performance del passato: se, infatti, il diesel è costituito da alcani a catena lunga, gli idrocarburi della benzina sono, invece, formati da catene corte di atomi di carbonio e atomi di idrogeno. Fino a questo momento, grazie all’ingegneria genetica si erano riusciti a riprodurre ceppi di batteri di Escherichia coli costituiti da 13-17 atomi di carbonio, adatti a sostituire il diesel: ora, agendo sul metabolismo del batterio, i ricercatori coreani sono riusciti a indurre la produzione di alcani a catena corta. Sang Yup Lee, coordinatore del gruppo di lavoro che ha ottenuto la benzina artificiale, spiega come si possano ottenere 580 milligrammi di benzina ogni litro di brodo di coltura: non è una quantità alta ma è un buon inizio per cominciare a produrre benzina in modo sostenibile per l’ambiente. Sui batteri Ogm si sta concentrando l’attenzione di molti istituti di ricerca.

Fonte: Nature

 

 

Risorse genetiche, l’Europa fa un passo avanti verso la ratifica del Protocollo di Nagoya

Nella votazione del 12 settembre il Parlamento europeo ha dato il via al corso per la ratifica del protocollo di Nagoya, una convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità104138638-594x350

Il protocollo di Nagoya è un accordo che disciplina la tutela della biodiversità, impostando limiti sulla quantità di una risorsa genetica, sia essa vegetale o animale, che le aziende possono sfruttare per i loro prodotti. Le regole del Protocollo stabiliscono anche che le proprietà delle risorse genetiche appartengono anche alle comunità indigene in cui si trovano le risorse genetiche. Il tentativo di diluire queste regole è stato manifestato anche nell’ultima votazione ma il rischio è stato allontanato come a riferito a Euractiv perché come ha rilevato un parlamentare:

Il 90 % delle risorse genetiche sono nell’emisfero meridionale e il 90 % dei brevetti sono nell’emisfero settentrionale

Il punto è che la regolamentazione è necessaria per i tanti casi di biopirateria, ad esempio con Enola un fagiolo giallo del messico o una varietà di geranio del SudAfrica , il Pelargonium sidoides, già sfruttati da tempo per le loro proprietà antimicrobiche e espettoranti.

Piante : come il ” Enola ” , un fagiolo giallo originaria del Messico , e sidoides Pelargonium , una varietà di geranio sudafricano noto per le proprietà antimicrobiche e qualità espettoranti, sono stati i soggetti di casi di biopirateria di lunga durata.

Un certo numero di aziende ha già iniziato di propria iniziativa a compensare le comunità indigene per lo sfruttamento delle risorse genetiche ma attualmente in Europa solo 16 Paesi hanno ratificato il protocollo (l’Italia ha aderito nel 2011).Il termine per la ratifica del protocollo di Nagoya è luglio 2014 e ne occorrono 50 per renderlo valido. Al momento sono state attivate 20 ratifiche.

Fonte: Euractiv

OGM: “subito decreto o contaminazione inevitabile”

Troppi ritardi nella pubblicazione del decreto contro il mais OGM in Italia firmato il 12 luglio scorso. È quanto denuncia Greenpeace che ha pubblicato ieri un briefing che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais geneticamente modificato della Monsanto.mais__ogm8_

Il decreto interministeriale che vieta la coltivazione di mais OGM in Italia – firmato dopo tanti proclami dai Ministri De Girolamo, Lorenzin e Orlando il 12 luglio scorso – non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale quindi, in pratica, non esiste. Per ricordare al Governo l’urgenza di varare tale provvedimento Greenpeace ha pubblicato ieri il briefing “MON810. Una storia di mais, farfalle e rischi inutili”, che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais OGM della Monsanto. “La firma del decreto doveva segnare la fine di un periodo di incertezza normativa e una riaffermata garanzia di tutela per consumatori e agricoltori. Purtroppo, si sta trasformando in una beffa nei confronti degli italiani – afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace – anche perché nel frattempo i due campi seminati con mais MON810 in Friuli stanno giungendo a fioritura. A quel punto sarà difficile arginare la contaminazione dell’ambiente e delle coltivazioni adiacenti”. Il mais Bt, compreso il MON810, è un rischio evidente per l’ambiente e per i sistemi agricoli, non solo in Italia, ma in tutta Europa. L’adozione di misure d’emergenza per bloccarne la coltivazione nel nostro Paese è solo un primo passo. L’esperienza del mais Bt, e del MON810 in particolare, mostra che troppi “effetti indesiderati” sono stati scoperti dopo che le autorizzazioni sono state concesse. Gli OGM sono un rischio inutile e inaccettabile, non offrono vantaggi significativi a nessuno se non alle aziende che li brevettano. “È incredibile e inaccettabile che, dopo aver traballato a lungo sotto l’evidente incombenza di una potentissima multinazionale straniera, il Governo italiano sia adesso bloccato e non si riesca a far pubblicare il Decreto. Chi vuole tutelare? Gli italiani, rappresentati all’unanimità dai parlamentari di Camera e Senato che hanno chiesto di bloccare la follia degli OGM, o gli interessi della Monsanto? Siamo stanchi di ripeterlo: il decreto interministeriale deve essere pubblicato subito e i due campi in Friuli decontaminati, senza perdere altro tempo”, conclude Ferrario. Il decreto interministeriale concede alle Regioni diciotto mesi di tempo per definire le necessarie misure per assicurare la “coesistenza” tra mais tradizionale e mais OGM. Il briefing diffuso oggi da Greenpeace ricorda i rischi del MON810 e conferma che la “coesistenza” (una chimera che la stessa Commissione Europea sa perfettamente essere irrealizzabile) non può voler dire altro che gli OGM non hanno cittadinanza in un sistema agricolo come quello italiano che punta sulla qualità.

Fonte: il cambiamento

Mappatura genetica open source per le colture africane “dimenticate”

Howard Shapiro, genetista e dirigente industriale, intende mappare il genoma di cento coltivazioni africane tradizionali dimenticate dal mercato globale. Con due fondamentali novità: non verrà applicata l’ingegneria genetica e i risultati saranno pubblici

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L’agricoltura tradizionale ha sviluppato nei secoli migliaia di varietà vegetali, ma oggi solo un numero esiguo tra esse è coltivato su larga scala e riceve le attenzioni delle multinazionali dell’agroindustria.  Le altre colture, ribattezzate “orfane“, sono state trascurate perchè considerate di scarso interesse economico. Eppure, colture africane come la cassava (140 Mt nel 2011) o la yam (54 Mt), forniscono ogni giorno nutrimento a centinaia milioni di persone. Il genetista Howard-Yana Shapiro sta lavorando alla mappatura del genoma di un centinaio di queste colture dimenticate dall’occidente per renderle più relisienti e migliorarne la resa. Il progetto è molto interessante per due motivi:

·                                 non prevede l’uso di tecnologie OGM;

·                                 i dati saranno resi pubblici e non protetti da copyright.

Afferma Shapiro: «L’informazione genetica sarà pubblicata sul web e offerta agli sviluppatori di varietà, aziende di sementi e agricoltori, a condizione che non venga brevettata.  Un nuovo centro di ricerca per le nuove varietà sorgerà a Nairobi, in Kenya. Questa non è carità, è un dono per il miglioramento dell’agricoltura africana. Queste colture non verranno mai prese in considerazione dalle “big five” [le grandi compagnie biotech]. Non le vedono come una competizione al loro business»

Shapiro ha fondato l’azienda Seeds of change nel 1989, per commercializzare sementi biologiche e tutelare la biodiversità. Per fare un salto di scala, el 1997 ha ceduto l’azienda alla Mars Company, divenendone uno dei dirigenti. Fatto più unico che raro nella storia delle relazioni industriali, sembra che sia stato Shapiro a cambiare l’atteggiamento della Mars verso l’ambiente e le popolazioni locali e non il contrario, come purtroppo spesso avviene. Shapiro può vantare un notevole successo in questo campo: la mappatura del genoma del cacao è stata già effettuata come joint venture tra Mars, USDA e IBM ed ora i risultati sono pubblici e disponibili on line sul sito dell’USDA. Le conoscenze genetiche permettono di selezionare varietà migliori senza ricorrere all’ingegneria genetica. Shapiro ha spiegato come è stato possibile che una multinazionale come Mars si stia dedicando ad un’operazione di ricerca che non porta vantaggi economici immediati: «We want to be in business in 100 years».

Quando l’orizzonte non è il prossimo bilancio trimestrale, ma il prossimo secolo, anche le grandi aziende possono diventare un po’ più sagge.

 Fonte: ecoblog

 

Diesel da batteri OGM ma il problema è il consumo di zucchero

Ricercatori inglesi hanno modificato geneticamente batteri di Escherichia Coli per produrre idrocarburi analoghi al gasolio. Ma i batteri devono mangiare zucchero, per la cui coltivazione serve energia fossile e terra fertile. Manipolare un batterio così comune e potenzialmente patogeno non è poi una così grande idea.Immagine

Una ricerca dell’università di Exeter ha mostrato che è possibile modificare geneticamente i comuni batteri di Escherichia Coli in modo che producano repliche di molecole di idrocarburi analoghe a quelle che compongono il comune gasolio. Secondo gli autori, in questo modo sarebbe possibile ottenere un biofuel direttamente utilizzabile negli attuali motori diesel, senza nessuna modifica strutturale. Prima di parlare un po’ troppo entusiasticamente di “sogno verde“, un po’ di prudenza è d’obbligo:

(A) L’articolo non dice nulla sulla cinetica del processo; ovvero quanto tempo dobbiamo aspettare perchè si riempia un serbatoio?

(B) Per produrre idrocarburi, i batteri devono mangiare zucchero e per coltivare lo zucchero l’agricoltura industriale usa non pochi combustibili fossili. Ipotizzando ottimisticamente un rendimento del processo del 90% (l’articolo non ne parla), un semplice calcolo mostra che per produrre 1 kg di questo nuovo biodiesel occorre impiegare circa 0,35 kg di petrolio equivalente, con relative emissioni di CO2 (1). Il sogno non è poi così verde, dunque.

(C) Con le attuali rese della barbabietola (pompate dai fertilizzanti chimici)  di 64 t/ha occorrerebbero circa 2000 m² pro capite di terreno fertile per produrre il diesel necessario a percorrere 12000 km/anno (2), cioè una superficie equivalente a quella per poterci nutrire in modo essenziale.

(D) Last but not least: siamo sicuri che sia una buona idea modificare geneticamente escherichia coli? Esistono almeno cinque ceppi patogeni di questo batterio di cui il più temibile è l’EHEC (raffigurato nella foto in alto) che ogni anno causa 600 morti negli USA per emorragie intestinali. Possiamo escludere a priori che questi batteri siano nocivi per gli esseri umani?

(1) Secondo Pimentel (Food energy and society, p.128) un ettaro coltivato a barbabietola da zucchero richiede 27 GJ e fornisce 87 GJ sotto forma di zucchero; ipotizzando che i batteri convertano questa energia in idrocarburi con un rendimento del 90%, si hanno 78 GJ/ha. Il rapporto Input/Output è quindi di 0,3471.

(2) 64 t di barbabietole danno 9,8 t di zucchero, che al 90% di conversione danno 3,3 tonnellate di gasolio, cioè 4000 litri. Il consumo medio delle auto a gasolio (fonte spritmonitor su 75000 auto) è di circa 0,07 l/km, per cui un ettaro produrrebbe per 57000 km. La percorrenza media in Italia è di 12000 km/anno, per cui occorrerebbero 0,2122 ha o 2122 m² a testa. Il mondo è fatto di equivalenze.

Fonte. Ecoblog

 

Inquinamento: boom di dermatiti atopiche a causa dello smog

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Sotto i cinque anni un bambino su due soffre di dermatite atopica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità circa un terzo delle malattie infantili (0-18 anni) in Europa possono essere attribuibili a un ambiente insalubre e all’inquinamento atmosferico che tende a gravare soprattutto sui bambini di età inferiore ai 5 anni. Se si entra nello specifico delle singole malattie si scopre come, nelle ultime tre decadi, sia più che raddoppiata la diffusione della dermatite atopica. Negli Stati Uniti si stima che il peso economico di questa malattia sulle famiglie abbia un costo variabile fra i 100 e i 2000 dollari per paziente all’anno, un miliardo di dollari in termini macroeconomici. Nonostante per la diagnosi sia sufficiente un semplice esame clinico, poche sono le terapie vista l’origine costituzionale e genetica della malattia che resta sensibile sia agli eventi climatici (escursioni termiche, vento), sia all’esposizione alle micropolveri o alle allergie alimentari. Giuseppe Ruggiero, Referente Nazionale della Rete Dermatologica della FIMP, sottolinea come i giovani siano maggiormente esposti a malattie di origine ambientale:

Sono moltissimi i bambini affetti da malattie della pelle di cui non è possibile dare una stima esatta. Ciò che invece è possibile affermare è che queste patologie sono in costante aumento, tanto che oggi il 20-30% delle visite che ogni pediatra esegue nel proprio ambulatorio riguarda problemi dermatologici, con una maggior prevalenza di dermatite atopica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) valuta che circa un terzo di tutte le malattie infantili dalla nascita a 18 anni nella Regione Europea possa essere attribuibile all’ambiente insalubre o insicuro che tende a gravare specie sui bambini al di sotto dei 5 anni, con picchi fino al 43%. La ragione di una percentuale così elevata va ricercata in 4 ordini di fattori:

 1) una maggiore suscettibilità del bambino, poiché gli organi e i sistemi in rapida crescita attraversano periodi di elevata vulnerabilità;

 2) il metabolismo ancora immaturo che può essere meno capace di detossificare ed espellere le sostanze chimiche;

3) la maggiore esposizione per unità di peso corporeo ai danni ambientali (i bambini bevono più acqua, utilizzano più alimenti degli adulti e hanno una frequenza respiratoria maggiore con un più elevato scambio di gas;

4) l’aumentato assorbimento intestinale di molte sostanze chimiche, primo fra tutti il piombo di cui ne assorbono fino al 50% dal cibo (contro il 10% degli adulti).

Il consiglio della FIMP ai genitori è quello di acquisire comportamenti auto-gestionali corretti come l’uso costante di creme emollienti per contrastare la secchezza cutanea o di prodotti anti-infiammatori (come i cortisonici) per le lesioni di origine infiammatoria. Dal punto di vista dell’alimentazione una dieta imperniata sul consumo di frutta, verdura, pesce, grassi vegetali, fibre e cereali, più un costante apporto di acqua può aiutare a prevenire fastidiosi problemi alla cute.

Fonte:  FIMP