Spagna, il progetto Castor provoca i terremoti

Le iniezioni di gas nel centro di stoccaggio sottomarino al largo delle coste spagnole hanno causato circa mille terremoti a partire dallo scorso settembre

In Spagna il caso Castor tiene banco da mesi, ma ora nella questione che vede opposti l’industria estrattiva e gli ambientalisti, sembra essere giunta a un punto di svolta. Perché quello che sta accadendo nella zona di Vinaròs è una situazione senza precedenti. Coerentemente con molte altre ricerche in giro per il mondo, anche gli scienziati e i geologi iberici hanno riscontrato un rapporto di causalità fra l’iniezione di gas nel sottosuolo e le centinaia dieventi sismici registrati nella zona del centro di stoccaggio di Castor. Ma c’è di più. A spiegarlo è Alvaro Gonzalez del Departamento de Ciencias de la Tierra dell’Universidad de Zaragoza: raramente i terremoti causati questo tipo di pratiche superano magnitudo 3, mentre nella zona dei pozzi Castor è stata raggiunta una magnitudo di 4,3. Il progetto Castor ha trasformato un vecchio giacimento petrolifero sottomarino, situato a 21 km dalle coste spagnole e a 1800 metri di profondità, per stoccare sotto il mare l’equivalente di tre mesi di gas nella regione di Valencia, questo per far fronte a eventuali picchi di consumo o a problemi di rottura nei sistemi di approvvigionamento. Sia l’Instituto Geográfico Nacional (IGN) che l’Instituto Geológico y Minero de España(IGME), nello studio pubblicato sul Geophysical Journal International, sono giunti alla stessa conclusione: l’iniezione di gas provoca i terremoti. Ma i ricercatori invitano a mantenere alto il livello di guardia: finora sono state iniettate piccole quantità di gas, ma cosa succederà quando si inizierà a riempire il centro di stoccaggio in maniera più massiccia?SPAIN-QUAKE ENVIRONMENT-GAS

 

Fonte:  El Pais

Foto © Getty Images

Basilicata, tre comuni compensati da Total e Shell: non pagheranno il gas

I comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione coinvolti nel progetto Tempa Rossa otterranno la fornitura gratuita di gas come compensazione dell’attività estrattiva

Alla fine del 2013 il comune di Corleto Perticara ha concesso alla Tecnimont la licenza per la realizzazione delle strutture funzionali al centro estrattivo Tempa Rossa che sorgerà sul suo territorio. Ora Corleto Perticara e i confinanti Guardia Perticara Gorgoglione faranno valere un accordo stipulato nel 2006 fra la Regione Basilicata e le compagnie Total e Shell. Secondo l’accordo quadro – che fa riferimento alla legge 239/2004 – e in virtù della deliberazione della Giunta Regionale n. 913 del 19 giugno 2008, i tre comuni “per compensazione per la perdita dell’uso del territorio e per compensazione per la reintegrazione dell’equilibrio ambientale e territoriale” otterranno “la fornitura gratuita di tutto il gas naturale estraibile dall’area della concessione”. Gas gratis, dunque, per tutti i cittadini dei loro territori: quando i pozzi entreranno a regime il fabbisogno di gas dei tre comuni (che attualmente ammonta a 1,2 milioni di metri cubi l’anno) sarà fornito dalle compagnie a titolo di compensazione, indipendentemente dal prezzo che avrà. A chi non sarà collegato alla rete del gas dovranno essere riconosciuti analoghi vantaggi, ancora in fase di valutazione.

Basteranno appena cinque giorni per dare ai tre comuni il gas necessario per un anno visto che la produzione giornaliera sarà di 230mila metri cubi, per un totale di 80 milioni di metri cubiall’anno. Il progetto Tempa Rossa si estende principalmente sul territorio del Comune di Corleto Perticara (Pz), a 4 km dal quale verrà costruito il futuro centro di trattamento. 5 pozzi si trovano anch’essi sul territorio del Comune di Corleto Perticara, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di Gorgoglione. L’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio GPL si trova invece nel Comune di Guardia Perticara. Oltre ai 230mila metri cubi di gas giornalieri, Tempa Rossa avrà una capacità produttiva di 50mila barili di petrolio, 240 tonnellate di Gpl e 80 tonnellate di zolfo.Immagine35-620x301

Foto | Youtube

Fonte: ecoblog.it

Green Italia Verdi Europei: “Basta trivelle, il futuro è nelle rinnovabili”

Con un sacco di 30 chili di carbone e con un pannello solare organico, gli attivisti della lista Green Italia Verdi Europei, guidati dai candidati alle elezioni europee Angelo Bonelli e Roberto Della Seta, hanno manifestato di fronte all’hotel Majestic di Roma, in concomitanza con la conferenza stampa di chiusura del G7 dell’energia.rinnovabili_energie

«Questo è il carbone che per molti di quelli oggi riuniti alle nostre spalle è pulito, questo è un carbone che in realtà uccide e provoca migliaia di morti l’anno- ha spiegato Bonelli – noi invece vogliamo guardare al futuro, a differenza di questi signori che guardano al passato, alla preistoria». Il futuro «sta nelle rinnovabili, nell’efficienza energetica, nell’avviare processi di modernizzazione del nostro paese – ha aggiunto- e per liberare il pianeta dalla dipendenza dal petrolio che è causa di conflitti e guerre inaccetabili, oltre che profitti fatti ai danni dei cittadini di a partire dagli italiani». Quello che «riteniamo scandaloso- ha concluso Bonelli- è che il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi voglia continuare a lavorare per trivellare il nostro paese calpestando la possibilità di un rilancio delle rinnovabili, cosa necessaria nel nostro paese». Per Della Seta «le rinnovabili sono l’unica prospettiva realistica per fermare i cambiamenti climatici, ma per l’Italia sono anche di più: sono la via per acquistare l’indipendenza energetica». Noi, aggiunge, «non abbiamo petrolio, carbone, gas, abbiamo una quantità di sole straordinariamente grande e disponibile. Bisogna sviluppare la ricerca, l’industria del solare, perchè questa è la strada che può rendere l’Italia indipendente da Putin, dai paesi arabi, libera di usare l’energia per i propri interessi».
Il governo italiano «non deve guardare al problema della sicurezza energetica in termini di maggiore produzione, ma cercando di migliorare e diminuire i consumi. La soluzione per la nostra sicurezza energetica di altri paesi è puntare decisamente sull’efficienza energetica, insieme alle energie rinnovabili– ha dichiarato la copresidente dei Verdi Europei e candidata per Green Italia Verdi Europei, Monica Frassoni- solo cambiando l’attuale modello energetico, ci garantirà nuovi posti di lavoro e una reale sicurezza energetica». Con un risparmio minimo del 30% del proprio consumo energetico, ha aggiunto Frassoni, «l’intera Unione Europea vedrebbe un aumento minimo del’1% del Pil e si creerebbero circa un milione e mezzo di posti di lavoro all’anno. Questi numeri devono bastare affinchè il governo Renzi, nel semestre di presidenza italiana Ue, porti avanti una politica energetica europea con obiettivi vincolanti entro il 2030 del 55% per la riduzione di co2, del 45% per le rinnovabili e del 40% per l’efficienza energetica».

Fonte: il cambiamento.it

Green Italy

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Cuocere al forno, sul fornello a gas

Con il fornetto Versilia prepari torte e pane con il fornello a gas: un risparmio di energia per un ottimo risultato.

Quando Stefania Rossini – super mamma e super esperta di autoproduzione – mi ha parlato del fornetto Versilia ne sono rimasta affascinata e le ho proposto subito di parlarne sulla rivista, per far conoscere a tutti voi lettori le meraviglie di questa semplice ed economica “pentola magica”, che ci permette di ottenere sul gas una cottura pari a quella che

possiamo avere con il forno.

Ciao Stefania, ci spieghi che cos’è il fornetto Versilia e come si usa?

Il fornetto Versilia è una pentola semplice dai profumi antichi. Si utilizzava decenni addietro: le nostre nonne ne facevano largo uso, poi come tante cose e valori si è perso nel tempo. Ora per fortuna è stato riscoperto! È composto da tre pezzi:

lo spargifiamma, il tegame con un foro al centro e il coperchio, tutto qui. Si utilizza sul fornello di casa, a fiamma bassissima.

È un modo di cucinare economico? Perché?

È economico perché con più o meno le stesse tempistiche si cucina una torta dolce o salata, senza consumare corrente elettrica per il forno ma utilizzando solo una piccola fiamma del gas. Elimina anche la perdita del tempo necessario per far scaldare il forno. Inoltre con il fornetto Versilia le torte rimangono più soffici.

A che tipo di preparazioni si adatta?È solo per i dolci o anche per il salato?

Si adatta a ogni tipo di preparazione, dolce o salata. Addirittura anche per pizze con il buco: per chi ha bimbi inappetenti è un modo per proporre pietanze nuove e ingolosire anche i palati più schizzinosi. Si adatta anche per il pane, per patate e verdure, l’unica accortezza è quella di ungere bene e sporcare con farina, oppure mettere della carta da forno.

Ci sono particolari accortezze da seguire affinché le preparazioni vengano cotte ad arte?

Come citato sopra, poche accortezze relative al materiale con cui è realizzata la pentola (il fornetto è in alluminio, un materiale con i suoi pro e i suoi contro). La cottura ad arte, per esempio per una torta salata, dolce o per un pane, consiste nel non sollevare il coperchio per i 3/4 del tempo.

Perché ti piace utilizzare il fornetto Versilia? Come lo stai sperimentando?

Mi piace utilizzarlo perché evito di accendere il forno, cosa che in estate è molto fastidiosa, oltre che esosa in termini economici in ogni stagione. Sto piano piano sperimentando tutti i tipi di torte: con questo fornetto non è necessario, come pensano in molte, avere ricette particolari, vanno bene tutte le ricette che avremmo utilizzato per il forno. Il pane è una vera scoperta!

Stefania Rossini

Stefania Rossini ha 38 anni ed è mamma a tempo pieno di 3 splendidi bimbi, Riccardo 11 anni, Michela 6 anni e Beatrice 4 anni. È vegetariana da più di vent’anni, da sempre le piacciono le cose semplici e pratiche. Da tre anni, per necessità economica all’inizio e poi per soddisfazione, qualità e stile di vita, autoproduce molto di quello di cui necessita la sua numerosa famigilia: saponi, cosmesi, pane e generi alimentari, orto bio, uncinetto e maglia. È autrice dei libri Vivere con 5 euro al giorno e Cucinare guadagnando in soldi e salute, entrambi editi da Età dell’Acquario. Seguila sul suo blog natural-mente-stefy.blogspot.com

La ricetta di Stefania: Pan di Spezie Veganopentola 4

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Ingredienti

150 g di farina integrale di grano tenero bio

100 g di farina di semola bio

200 g di zucchero di canna mascobado scorza di 1 arancia succo di 1 limone

1 cucchiaino da caffè di bicarbonato di sodio

100 g di olio d’oliva o di girasole

50 g di granella di nocciole o mandorle

200 ml di acqua

1 cucchiaio da tavola colmo di spezie:

zenzero, cannella, chiodi di garofano in polvere

Procedimento

Amalgamare tutti gli ingredienti, tranne il bicarbonato e il succo del limone: questi ultimi, li uniremo a parte e aggiungeremo per ultimo sono il lievito.pentola1

Oliare il fornetto Versilia molto bene con l’aiuto delle dita, “sporcare” la pentola in ogni sua parte interna, procedere poi con la farina in modo uniforme, la prima volta risulterà complicato, poi è più facile di quanto sembri.pentola

Mettere l’impasto nel fornetto, coprire con il coperchio, mettere sul fornello lo spargi fiamma apposito, accendere il gas a bassissima fiamma e adagiare sopra lo spargifiamma la pentola. Cuocere per circa un’ora, facendo attenzione a non sollevare il coperchio per almeno mezz’ora. Per controllare la cottura fare la prova forchetta: bucare la torta con una forchetta, se uscirà bagnata significa che la torta non è ancora cotta. Spegnere il fuoco e lasciare raffreddare.

Fonte: viviconsapevole.it

E’ iniziata l’era delle rinnovabili, parola di Citigroup

Nei prossimi anni il costo del fotovoltaico dovrebbe diventare più basso di quello del gas per le ore di picco, mentre le altre rinnovabili saranno competitive per il carico di base.

E’ iniziata l’era delle rinnovabili negli USA. Non lo dicono i contestatori ambientalisti, ma lo afferma il colosso finanziario Citigroup, terza banca USA con un fatturato di 76 miliardi di dollari (superiore al PIL di Cuba). Citigroup sostiene che la decisione cruciale all’interno dell’industria energetica USA è focalizzata sull’assicurare energia a basso costo, diversificata e affidabile e questo sta portando a considerare sempre di più l’energia eolica e fotovoltaica. Con buona pace di tutte le mitologie diffuse dalle lobby del petrolio sulla nuova era del fracking, il prezzo del gas sta crescendo e diventando sempre più volatile. Il costo dell’energia elettrica da gas (ore di punta) dovrebbe crescere da 10 a 12 cent al kWh, mentre il solare dovrebbe calare da 13 a 10. Per questo il fotovoltaico sta diventando sempre più attrattivo rispetto al gas per rispondere alla domanda di picco, mentre vento, biomasse, geotermico e idroelettrico sono sempre più interessanti per assicurare il carico di base. I finanzieri non sono quindi particolarmente preoccupati per l’intermittenza della generazione, visto che sistemi di accumulo e smart grid possono risolvere il problema. Citigroup ritiene inoltre che il nucleare e il carbone siano strutturalmente svantaggiati, non competitivi e troppo costosi. Le regolamentazioni ambientali stanno infatti rendendo il carbone sempre più caro, mentre il parco di reattori nucleari è sempre più vecchio e rischia malfunzionamenti e shutdown. “La nostra predizione è che solare, vento e biomasse nel futuro continueranno a guadagnare quote di mercato a spese di carbone e nucleare.” Investire nelle rinnovabili sta diventando il consiglio della finanza. Tutti i cittadini dovrebbero rendersene conto e magari anche i nostri dinosauri ENEL ed ENI. Alba-rinnovabili2

Fonte: ecoblog.it

Io Faccio così #16: Piero Manzotti e i detersivi a chilometro zero di Tea Natura

Le persone mangiano, dormono, escono, viaggiano e…lavano! Forse non ci siamo mai resi abbastanza conto di quanto spesso usiamo detersivi per pulire. Piero Manzotti, fondatore dell’azienda marchigiana Tea Natura, parte proprio da questo semplicissimo concetto per applicare il proprio cambiamento cercando di ridurre l’impatto ambientale di una delle nostre azioni quotidiane.

Dopo anni di attività imprenditoriale nel mondo dell’alimentare, nel 2003 Piero Manzotti decide di cambiare strada e dedicarsi alla produzione di saponi e cosmetici ecologici completamente biodegradabili. “Se vogliamo perseguire il sogno di un’altra economia” – spiega – dobbiamo ripensare il tradizionale sistema imprenditoriale e, per questo, la crisi economica deve diventare un’opportunità per riconsiderare le proprie prospettive”.Teanatura1

Per arrivare dov’è oggi, è stato fondamentale per Piero l’incontro con i GAS (Gruppi di acquisto solidale) e con la REES Marche (Rete di Economia Etica e Solidale), realtà con cui si è formato, confrontato e ibridato. Oggi la sua azienda rifornisce circuiti alternativi come empori e botteghe, ma sempre a livello regionale. Tea Natura non aspira ad espansioni territoriali di portata nazionale, non per mancanza di ambizione ma perché vuole rimanere fedele ai propri ideali di “Chilometro zero”. Manzotti vuole un rapporto diretto con i suoi clienti e preferisce non appesantire la merce di tutto ciò che è dietro al mercato tradizionale: l’imballaggio, i depliant, i rappresentanti commerciali. “La grande distribuzione è un sistema non spirituale – riflette – e nonostante io non punti ad un’espansione economica esagerata, le vendite aumentano annualmente”.Tea-natura2

Quando ha approcciato alla nuova attività, Piero Manzotti voleva raggiungere le persone a cui l’ecologia interessava meno. Per far utilizzare un prodotto ecologico ad una persona distante da questi mondi, la prima necessità era quella di realizzare una merce efficace e soddisfacente. Per questo ha ridotto la quantità di acqua nella composizione e ha reso i suoi detersivi più efficienti di molti altri. Anche nella realizzazione dei detergenti, l’ibridazione e il confronto sono stati fondamentali. Piero racconta di come ha passato giornate al fianco dei chimici per trovare le componenti adatte ai suoi saponi, di come grazie ad una reciproca contaminazione sono venute fuori soluzioni nuove e originali. Una delle sue ultime “eco-idee” è stata quelle del Ridetersivo, un detergente ricavato da prodotti di scarto come gli oli esausti. “Per questa trovata ringrazierò sempre una signora incontrata alle riunioni con i GAS”, racconta, “dove chiedeva consigli su come utilizzare i suoi scarti di olio cucinato”. Da lei ha preso ispirazione e ha creato un prodotto nuovo su cui ha ricevuto riscontri molto positivi. Un altro valore fondamentale per l’imprenditore marchigiano è quello di voler raggiungere tutte le fasce di popolazione con prezzi competitivi. “Mi è successo che alcuni mi rinfacciassero che i miei prodotti costano più di altri”, continua Manzotti, “ma bisogna sempre considerare che con i miei detersivi bastano dosi molto minori rispetto ad altri e il flacone dura di più.”8528824889_7b7e58f751_b

Anche sulle prospettive future dell’azienda, Piero ha progetti non convenzionali. Vorrebbe liberarsi delle proprietà e fare di Tea Natura una realtà condivisa tra quanti perseguono gli stessi ideali, come ad esempio la REES Marche. Allo stesso modo, critica i tradizionali concetti di successione ereditaria perché l’azienda, secondo Piero, dovrebbe passare a chi la merita e a chi crede davvero nelle sue qualità. Piero Manzotti ci insegna che non c’è un solo modo di fare politica ma tante strade da cercare e percorrere per mettere in pratica i sogni. Lui ha cominciato a realizzarne uno, creando un’attività economica alternativa, etica e solidale.

Elena Risi

Fonte:  Tea Natura

“Stiamo sperimentando una rivoluzione tecnologica per l’acciaio italiano”, intervista ad Edo Ronchi sull’Ilva

Nostro incontro con Edo Ronchi per un bilancio sui primi sei mesi da sub-commissario responsabile del piano ambientale per l’Ilva di Taranto. “Stiamo sperimentando l’abbandono del carbone per il gas, una rivoluzione tecnologica per l’acciaio italiano, un investimento da 3 miliardi di euro: 1,8 per le misure ambientali e 1,2 per l’innovazione tecnologica. Soluzione unica in Europa”

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di Lorenzo Fanoli

La prima domanda che sembra banale, ma non è affatto scontata, è: “Chi te l’ha fatto fare?” 

In effetti accettare un incarico del genere non è stato facile. Questa stessa domanda me l’hanno fatta diverse persone e qualcuno mi ha addirittura detto che il risanamento ambientale dell’Ilva è il lavoro più difficile che mi sia capitato nella vita. Comunque, in un primo momento, avevo deciso di non accettare ma poi ho riflettuto e, anche sulla scorta di alcuni casi che ho avuto modo di valutare, in particolare gli stabilimenti di Duisburg della Tyssen Krupp, ho considerato che pur nella grande difficoltà della situazione era possibile e necessario accettare la sfida di riuscire a produrre acciaio in maniera pulita in Italia per tre ragioni sostanziali: anche nell’attuale transizione da brown a green economy l’acciaio è necessario e insostituibile; non è come il carbone o il nucleare per la produzione di energia che hanno valide alternative. In secondo luogo perché ci sono casi nel mondo in cui si è realizzata una trasformazione significativa nelle tecnologie di produzione dell’acciaio, che consente di produrre a condizioni accettabili di compatibilità e sicurezza ambientale neanche minimamente paragonabili a quelle attuali, e totalmente corrispondenti alle prescrizioni dell’AIA. La terza considerazione è che la chiusura dell’industria siderurgica italiana determinerebbe, oltre alla perdita di migliaia di posti di lavoro, la necessità di importare acciaio da altri paesi e ciò da un lato scaricherebbe i costi ambientali sulle popolazioni dei paesi dai quali importeremmo acciaio non pulito e penso che i cittadini e le generazioni future di indiani, cinesi, coreani e nordafricani debbano avere gli stessi diritti degli italiani e degli europei. Dall’altro comporterebbe una forte dipendenza dell’industria nazionale dall’andamento e dalle fluttuazioni del mercato internazionale. Pur considerando tutte le difficoltà del percorso che dobbiamo fare e l’esito non scontato, penso che la crisi prodotta dagli impatti ambientali possa diventare l’occasione per un’innovazione che faccia dell’ILVA uno stabilimento modello, il più avanzato in Europa. Un strumento così straordinario, come un Commissariamento di governo, con un adeguato supporto normativo, può trasformare un caso negativo in un esempio di green economy.

Come vi siete mossi in questi sei mesi e quali ritieni che siano state le principali misure messe in campo?
Il compito che abbiamo è davvero poderoso. Tanto per darti un’idea dimensionale, da giugno 2013 a dicembre abbiamo stipulato contratti e firmato 279 ordini per interventi e progetti in materia ambientale, impegnando quasi 337 milioni di euro. Nei 21 mesi precedenti al commissariamento gli investimenti sono stati meno della metà: 156 milioni. La nostra prima preoccupazione è stata quella di mantenere la produzione soltanto a condizione che i livelli di qualità dell’aria misurati tornassero a norma di legge. Ciò ha significato fermare 6 cokerie su 10 e 2 altoforni su 5, uno dei quali definitivamente, e ridurre la produzione nel 2013 a 5,8 milioni di tonnellate rispetto agli 8 milioni previsti dall’AIA e contestualmente avviare tutte le misure di risanamento previste dall’AIA. Nel 2013 i livelli di Pm10 e Benzo(a)pirene misurati dalle stazioni di rilevamento sono stati costantemente sotto i limiti di legge. Passando agli interventi più significativi, cito i più importanti: l’accelerazione della progettazione dell’intervento e dell’ordine d’acquisto dei filtri per l’abbattimento delle diossine per arrivare alla condizione di emissioni di diossine a 0,1 nanogrammi-mc; obiettivo raggiunto a seguito di un lavoro di ricerca e valutazione di diverse soluzioni piuttosto importante e articolato a livello internazionale, che ci ha permesso di individuare la migliore soluzione tecnologica attualmente disponibile sul mercato costituita da speciali filtri a tessuto “a manica”. L’ordine e l’avvio delle procedure per l’installazione di valvole Proven, che controllano il sistema di pressione dei singoli forni riducendo le emissioni fuggitive durante la distillazione, in particolare di BaP e di altri IPA. L’avvio e l’implementazione del progetto di copertura di 57 Km di nastri trasportatori.
L’installazione di un sistema interno di 30 telecamere che funzionano 24 ore su 24 per monitorare tutte le emissioni dello stabilimento che si affiancano al sistema di monitoraggio delle centraline a terra; inoltre come Ilva partecipiamo a un piano di realizzazione di una rete di monitoraggio ambientale sul territorio esterno allo stabilimento che al momento è arrivata alla definizione di un sistema che prevede l’utilizzo dei licheni e di un monitoraggio biologico continuativo e permanente. Infine la cosa forse più impegnativa (anche dal punto di vista economico e finanziario) è stato l’avvio e la definizione del progetto di copertura dei parchi minerari che sono una delle “bestie nere” del percorso di risanamento.
Pensi che riuscirete nei 36 mesi che vi sono stati dati a raggiungere gli obiettivi previsti dall’AIA?
Se i 36 mesi li calcoliamo dall’inizio del nostro mandato sono fiducioso e in alcuni casi penso che potremmo persino superare alcuni obiettivi previsti dall’AIA. E’ necessario, però, che alcune condizioni di contesto, di sostegno da parte governativa al nostro lavoro e di consolidamento di un clima di buon senso e reciproca fiducia tra i diversi soggetti coinvolti si realizzino.

Cosa significa ? Come sono i rapporti con gli stake holder attualmente?

Innanzitutto una considerazione preliminare rispetto all’AIA. Non sempre e non tutto quello prescritto corrisponde a soluzioni e possibilità realmente realizzabili. Ti faccio l’esempio per noi risolto positivamente del piano per la copertura dei parchi minerari. Innanzitutto si tratta di un opera di dimensioni incomparabili con qualsiasi altra soluzione adottata in Europa: per esempio la copertura del parco minerario dei minerali è un manufatto di 700 metri di lunghezza 262 di larghezza 80 metri di altezza. L’AIA per la copertura del parco carbone non aveva considerato il rischio di autocombustione, e questo ha ovviamente rallentato la progettazione, e aveva previsto dei tempi assolutamente irrealizzabili.  Inoltre l’investimento iniziale previsto e dichiarato dai Riva era di oltre 1 Miliardo di euro. Se fossimo stati costretti a stare ai tempi dichiarati dall’AIA saremmo stati “impiccati” dalle condizioni di mercato; invece abbiamo percorso la strada della gara internazionale che ha comportato tempi più lunghi ma che per uno dei due parchi ci ha permesso a chiudere a 99 MILIONI di euro la trattativa e il contratto con un’azienda italiana.
Peraltro ci sono cose che l’AIA non ha previsto e che abbiamo invece in programma di realizzare: definizione e realizzazione di un piano di gestione interna dei rifiuti. Un piano di gestione delle acque per la produzione e un miglioramento dei processi di depurazione delle acque meteoriche e degli scarichi.
Per quanto riguarda i rapporti con la popolazione e con le associazioni ambientaliste la situazione è ancora critica. 
Permangono, in maniera certamente giustificata, timori e perplessità ma anche aspettative positive. Io penso che comunque la maggior parte della popolazione e anche una buona parte delle associazioni ambientaliste possano essere disponibili a valutare e gli sforzi e i risultati del nostro impegno. Accanto a loro vi sono posizioni intransigenti, sostenute da alcune associazioni ambientaliste, da parte della magistratura tarantina, e degli strati benestanti della popolazione che vogliono la chiusura dello stabilimento. Credo che nel complesso queste posizioni siano minoritarie a Taranto.
Io penso che la chiusura non solo produrrebbe una crisi sociale enorme e la fine della città di Taranto, ma temo che comporterebbe anche il rischio di vedere annullata qualsiasi possibilità di bonifica ambientale di questo territorio.
Quindi tra 30 mesi possiamo aspettarci una nuova ILVA risanata e all’avanguardia nella produzione dell’acciaio pulito? Su cosa si regge questa vostra convinzione?

Questa è la nostra volontà e anche la condizione per la continuazione del nostro impegno. Qualora ci rendessimo conto che le condizioni non lo permettono lasceremmo il campo. Non siamo interessati a soluzioni diverse da questa.
Il piano industriale che dovrebbe essere messo a punto nel prossimo mese prevede un salto tecnologico anche rispetto alle soluzioni e alle condizioni di Duisburg. Noi stiamo studiando e sperimentando soluzioni tecnologiche che attraverso l’utilizzo del ferro preridotto, utilizzando gas e non più carbone per produrre acciaio, garantiscono performance ambientali non solo migliori rispetto alle prescrizioni dell’AIA ma anche rispetto a quanto avviene attualmente negli stabilimenti di produzione di acciaio “pulito” d’Europa e degli Stati Uniti. Solo per darti qualche idea, rispetto allo scenario AIA, avremmo una riduzione di C02 del 63%, un azzeramento delle polveri delle cokerie e delle diossine, non utilizzando il carbone, e una riduzione superiore all’80% degli ossidi di zolfo e di azoto. Considerando una produzione dello stabilimento di Taranto di 8 milioni di tonnellate.  Questa soluzione dell’utilizzo del preridotto che già stiamo cominciando a sperimentare rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione tecnologica per l’acciaio italiano. Renderebbe lo stabilimento di Taranto il primo in Europa ad adottare questa soluzione e abbandonare l’uso del carbone.
(vedi tabella e articolo Sole 24 ore)  In ogni caso da questa strada di risanamento e innovazione non si torna indietro e lo stabilimento che noi vogliamo consegnare alla nuova gestione tra 30 mesi non sarà sicuramente nemmeno paragonabile a quello che è stato l’Ilva di Taranto fino ad oggi.

Ma sul piano economico è competitiva questa transizione?

Innanzitutto va detto che questa transizione comporta un investimento complessivo di 3 miliardi: 1,8 per le misure ambientali e 1,2 per l’innovazione tecnologica. Lo stabilimento di Taranto realizzerebbe margine interessante sulla base di una produzione di almeno 8 milioni di tonnellate e un prezzo del gas inferiore a quello attualmente praticato in Italia ma in linea con quello che si potrebbe acquistare direttamente in diverse zone del mondo, compreso il Nord Africa.
Il mercato dell’acciaio inoltre, e nonostante la crisi degli ultimi anni, sarà ancora per lungo tempo redditizio.
Le condizioni per il raggiungimento dell’equilibrio economico ci possono essere.

C’è però il problema di come trovare i soldi per sostenere i 3 miliardi di investimento, considerando, tra l’altro, che il 23 dicembre la cassazione ha annullato il sequestro cautelativo degli 8,1 miliardi di beni della famiglia Riva. Come pensate di fare?

Il piano del commissario prevede di poter finanziare la riconversione in parte attraverso le leve del credito Il Inoltre, per un’altra parte, di arrivare fino a 3 miliardi attraverso una aumento di capitale. Tuttalpiù una parte del capitale sotto sequestro cautelativo (attualmente ammonta a 1,9 miliardi posto sotto sequestro dal tribunale di Milano) potrebbe essere utilizzato in una fase successiva e semmai costituire una garanzia per ottenere ulteriori prestiti bancari.

Chi potrebbe sottoscrivere questo aumento di capitale?

Il progetto industriale che verrà presentato è un vero piano industriale in grado di accrescere il dell’azienda. In diversi potrebbero essere interessati : fondi di investimento, gruppi bancari ; non escluderei neanche l’intervento della famiglia Riva.
Ci sono anche posizioni che esprimono perplessità sulla possibilità effettiva di ottenere i risultati che prospettate, in particolare il presidente di Federacciai Antonio Gozzi non ritiene il piano credibile…
Posso capire che ci siano opinioni contrastanti rispetto alle nostre ma mi sembra che anche rispetto al mondo industriale italiano questa posizione scettica sia minoritaria. L’industria italiana ha bisogno di acciaio prodotto in Italia a un prezzo in linea con il mercato, noi stiamo lavorando per questo. Se ci riescono in Germania e in Austria non c’è ragione perché questo non possa essere fatto anche da noi.

Qualcuno parla di esproprio e di una ri-statalizzazione dell’industria.

Come ti ho detto non c’è nessun esproprio, il piano industriale e finanziario prevede che la proprietà dell’acciaieria rimanga privata. Certo oggi non possiamo dire se rimarrà della famiglia Riva, ma questo dipenderà da altre dinamiche di mercato  L’intervento dello Stato attraverso il commissariamento è transitorio e serve a risolvere una grave crisi ambientale mantenendo efficiente e competitiva la produzione con gli investimenti necessari.
Considerando l’intera storia dell’acciaieria di Taranto, e per quanto tu la conosca, come pensi che debbano essere divise le responsabilità di quello che è avvenuto?

Mi sembra una discorso piuttosto complesso, lungo e difficile: la questione viene da molto lontano, riguarda la nostra cultura industriale, il ruolo deficitario della politica, la debolezza complessiva del nostro sistema economico privato.
Sicuramente vi è stata una carenza prolungata dell’azione di indirizzo e di controllo da parte dell’insieme delle istituzioni e certamente la gestione dello stabilimento è stata particolarmente carente. Al di là delle lacune, l’inquinamento dell’aria e dell’ambiente urbano che sono il risultato di di gestioni inadeguate. Io ho posso fare degli esempi di trascuratezze evidenti : ad esempio i cumuli di pneumatici usati o quello delle traversine ferroviarie abbandonati nello stabilimento. Non si tratta delle cose più importanti ma sono comunque significative di una cattiva gestione.
Ma non c’è un “peccato originale” alla base di tutto e cioè che quell’impianto non sarebbe dovuto nascere?
Forse sì, da quel poco che so a Taranto prima del siderurgico c’era un tessuto economico basato su agricoltura e pesca che è stato completamente dissestato ma è anche vero che l’industria italiana per crescere aveva bisogno di acciaio e che serviva un porto importante e Taranto era in una posizione geografica adatta. Poi, francamente, non so fino a che punto sia utile fare questo ragionamento, io sono, sia per il ruolo che ho accettato di ricoprire, sia per natura personale, più attento a quello che si può fare in futuro . Allora riguardo al futuro e al presente, considerando il fatto che la situazione ambientale è tornata nei limiti di legge attraverso una drastica riduzione della produzione, c’è chi ritiene che Taranto non possa reggere un impianto che torni a produrre oltre 8 milioni di tonnellate di acciaio. A Duisburg, in tre diversi impianti , si arriva a produrre 17 milioni di tonnellate : le acciaierie sono grandi impianti, la loro sostenibilità dipende dalle tecnologie che si utilizzano e dalla capacità di innovazione tecnologica delle aziende. Attualmente ci sono nel mondo tecnologie per la produzione di acciaio pulito utilizzate in Europa Occidentale, negli Stati Uniti e in Giappone e credo che anche in Cina vi siano impianti sperimentali che si muovono ormai nella giusta direzione.
D’altra parte non è possibile pensare a piccole acciaierie che stiano sul mercato. Per produrre acciaio ed essere competitivi sul mercato è fondamentale poter contare su economie di scala. L’unica strada per la sostenibilità è quindi quella della continua ricerca e innovazione tecnologica….

Fonte: ecodallecittà

Il crollo dei consumi fossili di petrolio, gas e carbone in Italia: meno 25% dal 2005

I consumi di petrolio, gas e carbone sono crollati del 25% dal 2005; il maggiore costo dell’energia sta penalizzando il nostro paese che in passato non ha mai investito sull’efficienza energetica, come hanno invece fatto altri paesi europei.Consumi-fossili-italiani-1965-2013

Gli ultimi anni sono stati una vera Waterloo per i consumi fossili nel nostro paese, che sono crollati da 174 a 135 Mtep (1) tra il 2005 e il 2013: meno 25% in nove anni in termini di energia pro capite. La diminuzione è stata pari al 32% per il petrolio e al 22% per il gas, mentre il carbone ha registrato solo un lieve calo (-2,7%). A differenza della Germania, che ha messo in atto una decrescita progressiva dei propri consumi  già dalla metà degli anni ‘80 attraverso un uso più efficiente dell’energia sia a livello domestico che industriale, in Italia non si è fatto nulla di tutto ciò; il risultato è stato una crescita incontrollata dei consumi fino a che l’aumento del prezzo del petrolio ne ha fermato drasticamente la crescita. E’ interessante notare che la decrescita (non scelta, ma subita) dei consumi di greggio è avvenuta in Italia tra il 2005 e il 2006, quando il prezzo al barile era arrivato a 56-66 dollari al barile, ancora ben lontano quindi dallo shock dei 100 dollari del 2008. Per quanto riguarda il petrolio, la diminuzione di carburanti per trasporto è calata del 17% (molto più per la benzina, -40% che per il gasolo -8,7%), mentre una contrazione più drastica (-46%) si è registrata per usi non trasportistici, quali riscaldamento, lubrificanti e bitumi. La diminuzione di gas è attribuibile sia ad un minore consumo domestico, sia alla diminuzione di produzione termoelettrica grazie alle fonti rinnovabili. E’ una decisione miope quella di avere ridotto il metano anzichè il carbone, rimasto pressochè costante, privilegiando il minore costo del combustibile solido che è però assai più inquinante. Nello stesso periodo i consumi di energia elettrica si sono ridotti solo del 2%. Se non avessimo avuto le rinnovabili, il taglio dei consumi elettrici sarebbe stato paragonabile a quello degli altri settori fossili. Non dimentichiamolo.

(1) 1 Mtep=4,4 TWh=42 PJ (1 PJ=1E15 J). Fonti dei dati: per tutto il periodo 1965-2012 BP , per il 2013 Ministero Sviluppo per il petrolio, AGI per il metano e Qualenergia per il carbone.

(2). Questo indicatore mi sembra più significativo rispetto alle statistiche sulla riduzione dei km viaggiati, che credono tendano a sottostimare la riduzione degli spostamenti brevi.

fonte: ecoblog

 

Cina, esploso un oleodotto della Sinopec: almeno 47 morti e fuoriuscita di greggio in mare

L’esplosione è avvenuta a Qingdao e ha provocato anche un violento incendio.CHINA-ACCIDENT-ENERGY

Venerdì 22 novembre 2013, nelle ore della metà mattinata in Cina, nel distretto di Huangdao a Qingdao, importante città della provincia dello Shandong, è esploso un oleodotto della Sinopec, il più grande raffinatore cinese, mentre alcuni operai cercavano di riparare un guasto che aveva provocato la fuoriuscita di petrolio da una condotta. Subito dopo l’esplosione è scoppiato un violento incendio. Il bilancio per ora è di 47 morti e di oltre 150 feriti. I danni sono enormi: a causa della deflagrazione, infatti, si sono create voragini lunghe fino a 1,5 chilometri in due diverse strade. Oltre al greggio già fuoriuscito a causa della perdita su cui stavano lavorando gli operai, ne è fuoriuscito dell’altro, è finito in mare e ha preso fuoco anche lungo la costa. I vigili del fuoco sono intervenuti immediatamente, ma ci sono volute ore per uscire a domare le fiamme. Il porto di Qingdao è stato bloccato. Questa città, che si trova nella Cina orientale, costituisce uno dei terminali di importazione di greggio dal quale si riforniscono due delle principali raffinerie della Sinopec e una di queste lavora ogni giorno 240mila barili di petrolio. La crepa che gli operai stavano riparando aveva fatto fuoriuscire petrolio per 15 minuti nelle strade e nel mare di Qingdao. Proprio mentre gli addetti ai lavori stavano ripulendo i danni, il petrolio ha preso fuoco ed è esploso in due luoghi diversi: una delle due esplosioni ha investito uno snodo stradale facendo una strage. I portavoce del governo locale hanno ammesso che a causa della deflagrazione oltre 30mila metri quadrati di superficie marina sono stati contaminati. Il Qingdao Environmental Protection Bureau con una nota ufficiale ha fatto sapere che sono state disposte delle barriere di contenimento in modo da impedire che il petrolio contamini ancora di più il mare. Nel comunicato si legge anche qual è il motivo dell’esplosione e cioè un mix di gas e petrolio di una caditoia.

Fonte: ecoblog.it

Gasland 2, secondo Josh Fox la democrazia può fermare il fracking

Petrolio e gas non convenzionali ottenuti con il fracking non sono solo una minaccia all’ambiente e alla salute, ma anche alla nostra democrazia, che si sta arrendendo alle grandi lobbies fossili. Ma la popolazione può fermare il fracking se lo vuole, perchè è già successo.Gasland2-screenshot

Josh Fox, il regista di Gaslandil docufilm che nel 2011 ha denunciato i disastri del fracking, è in questi giorni in Europa per presentare la seconda puntata , Gasland 2. Come tutti i sequel che si rispettino, la seconda parte di Gasland non aggiunge solo altri fatti e altre storie, ma mostra come le grandi compagnie fossili abbiano contaminato non solo l’ambiente, ma anche il governo americano spendendo milioni di dollari in attività di lobbying. Questo concetto è molto chiaro e netto nella presentazione del film sul sito ufficiale:

Fin dall’inizio Gasland è stato più che un movimento per proteggere l’ambiente e la salute. Questo è un movimento per proteggere la democrazia e il diritto di decidere il futuro del nostro paese. Unisciti a noi oggi per essere sicuro che le decisioni vegano prese dal popolo e non dalle industrie fossili.

Secondo Fox, fortunatamente la democrazia ha i suoi anticorpi. Il fracking può essere fermato ovunque se le popolazioni locali si mobilitano, come è avvenuto in alcune località di New York e della Pennsylvania. Tuttavia, secondo Fox l’opposizione non basta, perchè occorre suggerire alternative sostenibili, attraverso le fonti rinnovabili.

Fonte: ecoblog