Negli Emirati Arabi i petrodollari che finanziano le rinnovabili

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Gli Emirati Arabi guardano al futuro e, nonostante nel loro territorio si trovino il 6% delle risorse mondiali di petrolio e il 3% di quelle di gas, sanno che l’ultimo carico di queste risorse verrà esportato nel 2050. Le autorità vogliono mettere a frutto i loro petrodollari prima che sia troppo tardi. Dieci anni fa è stato lanciato il progetto Masdar per produrre energie rinnovabili che entro il 2020 dovrebbe ridurre la dipendenza dal gas nella produzione di energia dal 90 al 70% grazie a impianti su vasta scala di pannelli solari e tecnologie hi tech per la conservazione dell’energia. Fra queste vi è l’utilizzo di un cemento speciale che permette di mettere nei depositi energia termica ai 400° C. Gli Emirati Arabi sono il solo Paese dell’Opec che non esporta solamente petrolio, ma anche energia rinnovabile, anche grazie ai progetti eolici in Gran Bretagna e Spagna. Nell’ultimo quinquennio l’investimento è stato di 840 milioni di dollari in 25 paesi diversi: 600 milioni di dollari hanno finanziato quella che è, attualmente, la più grande centrale solare del mondo. Nei prossimi cinque anni gli investimenti saranno 40 volte superiori: ben 35 miliardi di dollari da oggi al 2020, con un investimento di 20 miliardi per la costruzione di una centrale nucleare. E così, mentre i petrodollari continuano a dettare i tempi dell’economia mondiale, gli Emirati Arabi lavorano per svincolarsi dalla “dittatura” delle energie fossili.

 

Fonte: ecoblog.it

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Basilicata: la Total porta i lucani al mare

L’iniziativa della multinazionale nei comuni di Guardia Perticara, Gorgoglione e Corleto Perticara. Bolognetti (Radicali Lucani): “Boicottare l’iniziativa”169650124

Dal 22 luglio al 31 agosto, nei tre comuni dell’area “Tempa Rossa” (la più ricca area petrolifera e di gas dell’Europa continentale) quali Guardia Perticara, Gorgoglione e Corleto Perticara, è stato attivato un servizio busnavetta che trasporterà quanti lo vorranno, previa prenotazione al rispettivo Comune, ai lidi di Scanzano Jonico. L’iniziativa è della multinazionale francese del petrolio Total, che sul progetto Tempa Rossa ha investito moltissimo di fatto ideando sin dal principio il progetto estrattivo. Non è la prima volta che la multinazionale francese fa “campagna elettorale” tra la popolazione dell’area: per compensare delle attività estrattive infatti i comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione otterranno la fornitura gratuita di gas. Anche in questo caso il servizio navetta-mare, completamente gratuito, rientra “nell’ambito delle attività di sviluppo sostenibile”promosse dalla Total sui territori della concessione petrolifera. Un progetto, quello di Tempa Rossa, molto poco dibattuto ma del quale invece bisognerebbe parlare di più, visto che è anche la legge a prevederlo (Convenzione di Aarhus). Un tema che Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, giornalista e da decenni attivo in Basilicata per denunciare la totale assenza di informazioni e le illegalità diffuse da parte degli estrattori. “Attenzione, popolazione, è asciut pazz o’ padrone! A quanto pare il sindaco di Corleto Perticara ha deciso, su invito di Total Italia, di vestire i panni che furono del “Pazzariello”. In data 21 luglio, infatti, l’ufficio del primo cittadino di Corleto ha reso noto di aver ricevuto da Total Italia l’invito a pubblicizzare “adeguatamente” il servizio navetta, che quest’ultima ha deciso di mettere a disposizione dei cittadini che vivono all’ombra della concessione di coltivazione idrocarburi Gorgoglione”

scrive oggi Bolognetti sul quotidiano La Nuova del Sud. In effetti sembra che i cittadini lucani siano sempre oggetto di una sorta di interscambio (sul modello “specchietti e perline” dei colonizzatori del Nuovo Continente) con le compagnie petrolifere: tra tornei di calcio e calcetto sponsorizzati da Eni e Total fino addirittura alle sagre di paese che durante l’estate imperversano in tutta la regione, ai concerti di capodanno a Matera, etc. Innumerevoli sono gli eventi sin qui finanziati dalle compagnie petrolifere, che tuttavia mai si erano spinte così avanti: mandare i lucani al mare è veramente un’idea tra il geniale ed il folle, che ingolosirà certamente qualcuno ma a noi, che di petrolio in Basilicata ci occupiamo (e preoccupiamo) da diverso tempo, ci scatena solo una grande domanda: perchè non investire nelle bonifiche di Corleto Perticara (ad esempio) piuttosto che nel mandare i suoi abitanti al mare a Policoro?

Fonte: ecoblog.it

Andrea Saroldi: la rivoluzione dei Gas e le Reti di Economia Solidale

Come accade spesso per molti esperimenti ben riusciti, anche nell’esperienza di Andrea Saroldi il successo dell’idea si sviluppa quasi per caso. Oggi è il presidente dell’Associazione “Gastorino”, la rete di Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) della città, ma quando all’inizio degli anni ’90 iniziava a parlare di queste tematiche faceva parte di una piccola compagnia di amici – la Rete Lilliput – che non si aspettava di ottenere l’espansione raggiunta a partire dagli anni successivi. Oggi in qualità di megafono della rete dei GAS, Andrea Saroldi si occupa insieme al resto dell’Associazione di dare più voce e più spazio alle loro istanze attraverso sia il confronto con la politica e le istituzioni, sia lo studio e il dialogo con i media e il mondo della comunicazione in generale. Il primo GAS nasce a Fidenza nel 1994, tre anni dopo se ne contano dieci in tutta Italia ma da quel momento crescono esponenzialmente e oggi, arrotondando per difetto, sono oltre duemila. È difficile quantificare quante siano esattamente, proprio per la loro natura spontanea e non formalizzata, basata essenzialmente sull’iniziativa privata dei singoli cittadini. Normalmente un GAS è costituito mediamente da venticinque o trenta persone, “un numero ragionevole entro il quale si riesce a gestire un rapporto di fiducia tra il produttore e il consumatore“, spiega Saroldi. Quando un GAS inizia a ricevere più richieste di adesioni normalmente si divide, dà vita ad un nucleo nuovo e si mantiene intatto il concetto di Piccola Distribuzione Organizzata che sta alla base di questi gruppi di acquisto.


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Ma cosa spinge solitamente una persona ad unirsi alla rete dei GAS? Il presidente di “Gastorino” chiarisce che secondo una ricerca di Michele Bernelli e Giancarlo Marini, i GAS della prima ora erano costituiti da persone già seriamente impegnate sui temi dell’economia e del commercio equo-solidale e che in seconda battuta si sono avvicinate all’esperienza dei gruppi di acquisto. Ultimamente invece la tendenza sembra essersi invertita: “Oggi gli utenti dei GAS sono molto più eterogenei”, considera Saroldi, “alcuni si avvicinano perché motivati dalla volontà di acquistare un prodotto più sano e approcciano solo in un secondo momento al tema del consumo critico in alternativa alla grande distribuzione e al commercio globalizzato”.

Il passo successivo compiuto da Andrea Saroldi è stato quello della costituzione delle Reti di Economia Solidale (RES), per mettere insieme tutte quelle persone che già pensavano e agivano in questa direzione. L’idea è che ognuno di noi, ai vari livelli, può fare qualcosa per cambiare il mondo intorno a sé attraverso un impegno quotidiano per modificare il proprio stile di vita. “A livello personale, territoriale e globale tutte queste azioni devono collegarsi e mettersi insieme” commenta Saroldi chiarendo il percorso di sviluppo delle Reti.AibkqGbi4

Ogni paese, tuttavia, ha le sue peculiarità e per quanto esistano reti internazionali è più difficile, in questo caso, avviare un rapporto costruttivo. In paesi come la Francia e la Spagna le reti sono molto più formalizzate, nella maggior parte dei casi si costituiscono come Associazioni e fanno molto affidamento sull’appoggio, anche finanziario, delle istituzioni locali. Al contrario in Italia si conta molto sulla libera iniziativa e il sostegno di referenti istituzionali non è quasi mai contemplato. Per quanto la maggior parte di questi nuclei mantega uno statuto informale, la moltiplicazione dei gruppi che sono entrati a far parte della rete ha portato alla formazione di strutture locali, i cosiddetti “distretti“, circa cinquanta in tutta Italia e quasi tutti costituiti come Associazioni in modo da facilitare lo sviluppo dei progetti, il rapporto con le istituzioni e la gestione della distribuzione.saroldi

Commentando il successo degli ultimi dieci anni Andrea Saroldi riprende la teoria di Euclides Mance, il filosofo brasiliano cui si sono ispirate le Reti in Italia, secondo cui non è l’economia solidale a invadere gli spazi di quella tradizionale, ma è l’economia tradizionale stessa a retrocedere spontaneamente. “L’economia tradizionale sta abbandonando ampi spazi, lasciando dietro di sé moltissime persone in difficoltà” – conclude il presidente di “Gastorino” – “quello che stiamo facendo è riempire questi spazi cercando di rispondere alle tante domande precedentemente rimaste inascoltate come quella che riguarda il nodo centrale del lavoro“.

Fonte : italiachecambia.org

Per evitare i disastri climatici bisogna lasciare petrolio e gas sottoterra

Un nuovo, ampio studio ha confermato ciò che gli ambientalisti vanno dicendo da tempo: per evitare i disastri climatici, i combustibili fossili vanno lasciati sottoterra, bisogna dire stop all’estrazione e allo sfruttamento.carbone_giacimenti

Lasciate gas e petrolio nel sottosuolo: è questo il monito che viene dai ricercatori che hanno concluso come, per evitare che i cambiamenti climatici continuino ad aggravarsi, la maggioranza dei giacimenti di combustibili fossili debba essere lasciata sottoterra, compresi la quasi totalità del carbone negli Usa e nel Medio Oriente, tutto il gas e il petrolio dell’Artico, il 90% del carbone australiano, la stragrande maggioranza delle sabbie bituminose del Canada, il 78% del carbone europeo e gran parte del gas sempre del Medio Oriente. Lo studio è stato pubblicato su Nature ed è stato condotto da Christophe McGlade e Paul Ekins, della University College London. McGlade ed Ekins ricordano come siano stati gli stessi «decisori politici a determinare che l’aumento della temperatura globale causato dai gas serra non deve andare oltre i 2° sopra la media delle temperature globali dell’era pre-industriale». Ebbene, per rimanre sotto questa soglia, i ricercatori affermano che «a livello globale, un terzo delle riserve di petrolio, metà delle riserve di gas e oltre l’80% delle attuali riserve di carbone devono restare inutilizzate dal 2010 al 2050». Questo non è certo il primo studio che sottolinea come l’abuso di combustibili fossili risulti pericolosi, ma è l’unico che ha specificato quali siano e dove siano i giacimenti che non andrebbero toccati.

Fonte: ilcambiamento.it

Per rivoluzionare il sistema…le comunità di produzione sociale!

Dai GAS ai CAPS, dai gruppi d’acquisto solidale alle comunità di produzione basate sui medesimi principi: è il passo in avanti verso una forma sempre maggiore di sostenibilità che stanno facendo tante comunità in Italia. E’ il caso della Comunità Agricola di Promozione Sociale di Pisa, che conta una quarantina di persone e che ha iniziato producendo da sé gli ortaggi da consumare. A tre anni dall’avvio di questo sodalizio, è Bruno Mazzara a fare un bilancio.capspisa

A fare il punto sull’esperienza della Comunità Agricola di Promozione Sociale di Pisa è il suo presidente, Bruno Mazzara, docente di psicologia sociale all’università di Roma. La Caps di Pisa non è l’unica realtà che si muove in questo senso, è una delle numerose che stano sorgendo e che, ciascuna nel proprio contesto e con le proprie caratteristiche, possono essere fonte di ispirazione e d’esempio.

Come avete iniziato e come si è evoluta questa esperienza in questi primi anni?

«La Caps Pisa è al suo quarto anno di attività. La nostra esperienza, che mira a sup«erare il concetto di Gas, si avvicina ad una CSA, vale a dire un’esperienza di Agricoltura Supportata da una Comunità. In una prima fase, per tre anni, abbiamo preso in affitto un terreno, che è stato coltivato da uno di noi a tempo pieno con l’aiuto, a rotazione, di tutti gli altri. E’ stata un’esperienza molto bella, che però ha richiesto un notevole impegno in termini di tempo di lavoro di noi tutti, che non sempre siamo stati in grado di dare. Così quando è venuta meno insieme la disponibilità di quel terreno e del nostro socio contadino, abbiamo deciso di cambiare modalità organizzativa. Abbiamo preso contatto con un’azienda agricola (Il Girasole, di Pierluigi e Gianluca Banti) che ha avviato un coraggioso progetto di agricoltura sinergica, un metodo decisamente innovativo, che rispetta gli equilibri naturali tra le piante e la fecondità del terreno. Presso questa azienda abbiamo “adottato” un congruo numero di “bancali” (le collinette di terra su cui si svolge l’agricoltura sinergica), che abbiamo contribuito a costruire e che coltiviamo insieme ai due proprietari, concordando la sequenza delle colture e i ritmi di raccolta. In questo modo, ciascuno dà il tempo di lavoro che può e vuole dare, dal momento che comunque l’azienda esiste anche a prescindere da noi».

Quali sono i princìpi ispiratori della vostra scelta e le necessità cui volete dare risposta?

«L’obiettivo della CAPS è quello di realizzare un modello di co-produzione del cibo che superi la tradizionale contrapposizione fra consumatori e produttori e permetta di condividere conoscenze, responsabilità e scelte di produzione e consumo. Il tutto inquadrato in una nuova cultura della terra e dei suoi frutti, che si richiama a principi generali di sostenibilità ambientale, ma anche di giustizia sociale e di partecipazione. Infatti, come nelle altre CSA, i soci della CAPS si impegnano a sostenere economicamente l’azienda agricola, godendo dei prodotti del campo, ma condividendo il rischio di impresa. Il versamento di una quota mensile consente infatti di garantire all’agricoltore un reddito stabile, indipendentemente dall’andamento della produzione. A fronte di questa quota e del lavoro di supporto, il socio riceve settimanalmente una “busta” di verdure variabile (per quantità e tipologia) in base alla disponibilità. La nostra vuole essere tuttavia anche una vera Comunità, che ha la produzione di buone verdure (rigorosamente biologiche) solo come uno dei suoi obiettivi. Il lavoro al campo ci dà l’opportunità di approfondire la conoscenza delle pratiche colturali, e di renderci conto delle difficoltà dell’agricoltura di piccola scala. Ma oltre a questo, abbiamo imparato a recuperare il valore della dimensione sociale, legata da un lato ad un sano rapporto con il cibo, e dall’altro allo sforzo di costruire insieme nuovi modelli di impresa collettiva. In questo senso, la nostra Comunità si pone anche come una risposta ad un bisogno condiviso di “alternative” nelle modalità di soddisfacimento dei propri bisogni quotidiani. La nostra prospettiva è ovviamente quella di aumentare il numero delle adesioni, per ottenere una produzione più abbondante e di qualità, ma anche per diffondere una diversa cultura della terra e del cibo (per informazioni visitare il nostro sito o scrivere a direttivo_cap@respisa.org).

Ma la comunità agricola non è che uno dei progetti in cui si declina un vero e proprio distretto dell’economia solidale, un’alleanza di persone mosse da obiettivi comuni. Quali sono gli altri aspetti? Come vi siete organizzati e quale volto avete dato al vostro Des?

«Il DES Altro Tirreno è nato dopo diversi anni di elaborazione e di costruzione delle relazioni. L’economia solidale dovrebbe essere infatti principalmente un’economia delle relazioni. Abbiamo scritto collettivamente una carta dei principi, che non fotografa la realtà, ma che impegna al cambiamento in un processo che richiede tempo, perché tutti siamo inseriti in un contesto che condiziona pesantemente le scelte. Il DES è attualmente un’associazione di secondo livello, a cui hanno aderito imprese del privato sociale, produttori, associazioni. Cerchiamo anzitutto di scambiare (esperienze, servizi, aiuto reciproco) e di coordinare questa parte del mondo dell’economia solidale. Cerchiamo di crescere nella elaborazione, come è successo per il gruppo sulla questione animale. Promuoviamo progetti (è partito un percorso verso una Mutua di Auto Gestione) e sosteniamo quelli in difficoltà, come la stessa CAPS».

Da tempo si va ampliando una rete di Des in Italia. I numeri sono incoraggianti? Come e perché possono cambiare le cose e i meccanismi di una società dove il modello consumistico e capitalistico sta implodendo?

«Il panorama è interessante, ci sono tantissimi buone pratiche, anche se ancora a macchia di leopardo. Ma la rete si sta infittendo, e si sta superando la dimensione in cui i DES sono nati, ovvero quella di una sorta di semplice coordinamento tra Gruppi di Acquisto Solidale. Ovviamente non è facile dare continuità a esperienze che si basano sul volontariato e richiedono pazienza e costanza. Si deve imparare a gestire i conflitti che inevitabilmente nascono, anche all’interno, e che sono esacerbati dalle conseguenze di questa lunghissima crisi economica. È una palestra per l’applicazione concreta dei principi di nonviolenza a cui molti di noi cercano di riferirsi. Al di là delle difficoltà, il lavoro che viene fatto è prezioso per ricostruire davvero una coesione sociale che sembra scomparsa. Senza illudersi troppo, non è però marginale la possibilità di generare nuove (o antiche) forme di occupazione, sia per chi è ai margini da sempre, sia per chi improvvisamente è stato escluso dal circuito lavorativo».

Fonte: ilcambiamento.it

Consumi energetici domestici, Gaetano Fasano (ENEA): «In aumento sia quelli di elettricità che di gas. Ecco perché»

L’esperto dell’Enea conferma l’ipotesi di Eco dalle Città. Nonostante la crisi e le campagne per l’efficienza energetica i consumi delle abitazioni non calano.380844

Le stime più recenti in materia di consumi energetici del settore domiciliare fotografano una situazione di stallo, se non di lieve crescita, nonostante gli effetti della crisi economica e le politiche di incentivazione dell’efficienza energetica. L’architetto Gaetano Fasano dell’ENEA, interpellato da Eco dalle Città, conferma il trend e offre alcune possibili spiegazioni.

È corretto dire che, nonostante la crisi e il successo delle detrazioni fiscali, i consumi complessivi (gas in primis) del settore domiciliare non stiano calando?

Per quello che risulta ad ENEA, dagli studi del settore, i consumi nel civile registrano un trend di crescita sia nei consumi di gas che nei consumi elettrici.

E come si spiega un fenomeno di questo tipo?

Prima di tutto, al fatto che vengono installati impianti di condizionamento invernale ove prima non erano presenti. Più in concreto, nel tempo sono stati sostituiti apparecchi puntuali (stufe, scaldatori ecc) che scaldavano solo alcuni ambienti con impianti che servono l’intera unità immobiliare, e questo è un fattore importante. Inoltre, mediamente si costruiscono 150.000 alloggi per anno nel residenziale e 200 nuovi edifici nel non residenziale, che pur rispettando il quadro normativo (che impone degli standard minimi di efficienza energetica, ndr) fanno comunque innalzare i consumi.
Leggi anche: Consumi energetici domestici, Karl-Ludwig Schibel (Alleanza per il Clima): «Non calano. La gente ha paura di investire»

Questo per quanto riguarda il riscaldamento. E l’elettricità?

Per i consumi elettrici c’è una sempre più forte penetrazione nelle case di apparecchi o impianti di raffrescamento, oltre a un utilizzo sempre più diffuso di apparecchi “bruni” (apparecchiature elettroniche, ndr) alimentati a loro volta dall’elettricità, il che comporta un aumento complessivo dei consumi.

Intanto, invece, i consumi del settore industriale calano vertiginosamente…

Per quanto riguarda il settore industriale va tenuto presente che, oltre la chiusura di molte realtà produttive dovute alla crisi economica, sono in forte calo i consumi di beni e di conseguenza assistiamo a una minore produzione e quello che ne consegue. Inoltre questo settore per diversi motivi è molto indirizzato a promuovere interventi di efficienza energetica, il che concorre ulteriormente alla riduzione dei consumi.

Fonte: ecodallecitta.it

REES Marche: l’economia solidale dai Gruppi d’Acquisto alle grandi imprese

Era il 1994, esattamente vent’anni fa, quando nacque il primo GAS, Gruppo di Acquisto Solidale. Fu come la posa della prima pietra di un grande edificio a cui oggi stiamo sistemando le ultime tegole del tetto. È l’edificio dell’economia solidale. Secondo un’analisi di Coldiretti/Censis, i Gruppi d’Acquisto coinvolgono quasi tre milioni di italiani, per un giro d’affari di novanta milioni di euro. È lo sconfinato mondo dell’”altra” economia, uno specchio buono di quella produttivistica, consumistica e speculativa che per anni ha manipolato le nostre vite con le sue regole e le sue strutture. Un mondo ben organizzato, un’alternativa reale e strutturata. Dall’esperienza dei GAS infatti, derivano i DES, Distretti di Economia Solidale, piccole reti territoriali che uniscono al loro interno i protagonisti dei circuiti economici alternativi, dai produttori ai consumatori. Alla base di questa grande piramide, troviamo le RES, Reti di Economia Solidale, grandi contenitori di Gruppi e Distretti, operatori economici e fornitori di servizi, utenti finali e distributori. Intere filiere accomunate da un insieme di valori e obiettivi comuni. All’origine di queste esperienze infatti, risiede la volontà – o meglio, la consapevolezza della necessità – di cambiare le regole del gioco: basta con il mito della crescita infinita, basta con lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, basta con i modelli culturali incentrati sul consumo, basta con la mercificazione dei lavoratori. Etica, sostenibile e solidale, ecco come deve essere questa nuova economia.

Questa grande marea sta montando in maniera omogenea in tutta Italia, ma c’è una regione in cui la voglia di sperimentare nuove modalità e l’audacia di attuare soluzioni mai pensate prima sono particolarmente spiccate. Si tratta delle Marche. Lì, abbiamo incontrato i rappresentanti di REES Marche, la Rete di Economia Etica e Solidale regionale. La prima particolarità riguarda la direzione della rete, che non è affidata a un presidente, bensì a diversi co-presidenti. «Una realtà come la nostra non può parlare al singolare», ci spiegano. «Una voce sola che la rappresenta è limitativa, ma lo erano anche due, quindi abbiamo pensato a una serie di presidenze sovrapposte nel tempo: tre anni di mandato, di cui un anno e mezzo insieme ai co-presidenti uscenti e un anno e mezzo insieme ai co-presidenti entranti, per un totale di quattro co-presidenti per volta. La scelta che abbiamo fatto è rivoluzionaria, ma assolutamente calzante per la gestione di una struttura reticolare, che ha bisogno di sensibilità complementari. Ed è stata decisiva anche dal punto di vista strategico: se non avessimo fatto così probabilmente saremmo scomparsi». In questa direzione va anche la prassi di evitare la ricandidatura dei co-presidenti uscenti, non solo per favorire il ricambio, ma anche per far sì che le lotte collettive non si personifichino, identificandosi con un solo volto e un solo nome.screenshot-rees

Il percorso di creazione e di crescita di REES Marche è stato anomalo rispetto alle altre esperienze analoghe in giro per l’Italia, poiché è avvenuto al contrario: non è nata una rete dall’unione dei distretti, dei GAS e delle piccole realtà di altra economia, ma si è deciso di costituire per prima cosa la REES, per poi radunare sotto il suo cappello tutti i rappresentanti del tessuto economico del territorio. Adesso la rete regionale sta lavorando al consolidamento delle realtà di zona, che si stanno auto organizzando. Di fatto, è divenuta un coordinamento di nodi autonomi. Formalmente, la REES nasce dopo due anni di lavoro sul campo, iniziato nel 2004; nel 2006 è stata costituita l’associazione di promozione sociale “Rete di economia solidale”.  Ma ci sono altri ambiti in cui le Marche si distinguono da molte realtà di economia solidale italiane. Uno di questi è il modo di portare avanti le relazioni con gli altri attori economici e politici del territorio, anche quelli appartenenti alla sfera dell’economia convenzionale. «Quando, in tempi non sospetti, abbiamo cominciato a parlare di nuovi valori da attribuire all’economia – riduzione dei consumi, sostenibilità ambientale, riciclo delle materie prime e così via –, eravamo dei precursori. Oggi i fatti ci stanno dando ragione: i vecchi modelli entrano in crisi, mentre quelli da noi proposti si affermano con decisione. Questo però ci carica di una grande responsabilità: non tenere per noi le idee e le azioni grazie alle quali abbiamo costruito questi percorsi innovativi, ma condividerle». Per farci capire meglio, ci hanno raccontato un fatto realmente avvenuto: «Tempo fa abbiamo ricevuto un invito da parte di Confindustria: volevano incontrarci per capire da noi in che modo riuscivamo a tenere così uniti i territori, poiché la loro presa a livello locale è sempre stata debole e poco radicata, mentre le nostre imprese sono molto legate alla rete. In un’altra epoca, non solo Confindustria non si sarebbe rivolta a noi, ma noi stessi avremmo rifiutato categoricamente l’invito, considerando quella sigla espressione di un mondo ostile. Un nemico, insomma. Ma oggi, a nostro avviso, bisogna sforzarsi di superare queste divisioni. La vera sfida semmai è trovare il modo di portare avanti con coerenza percorsi condivisi con realtà imprenditoriali o amministrative che, in altri ambiti, agiscono in antitesi con i nostri valori».724_a2768a

Ma c’è tanto lavoro da fare anche all’interno della rete, per capire quali sono le prospettive di crescita: «Un passo necessario da compiere consiste nel riconoscere le professionalità, le energie e il tempo che i volontari mettono a disposizione della REES», sottolineano. «Ciascuno di noi ha il proprio impiego, ma dedichiamo tutti diverse ore al giorno all’attività associativa. Non ci piace l’idea che le imprese della rete paghino semplicemente i volontari. Ci aspettiamo piuttosto compartecipazione a un percorso che è diventato di tutti e quindi tutti devono contribuire con spazi, strutture, forza lavoro. Se ci fossero delle risorse umane con cui condividere parte delle funzioni, l’impegno diminuirebbe e potrebbe rientrare nel volontariato, diversamente no. Purtroppo c’è ancora un profondo vuoto da riempire: bisogna che chi beneficia di questi servizi ne percepisca il valore reale. Bisogna far capire alle persone che questi sono percorsi inevitabili che vanno riconosciuti».  Concludiamo la discussione ricordando le novità più recenti e forse anche più importanti per l’attività dei prossimi anni di REES Marche. «In occasione dell’assemblea di giugno 2014 abbiamo votato una delibera che prevede una rinuncia all’attività identitaria della rete; d’ora in poi, le nostre azioni saranno mirate a favorire realtà che vogliamo supportare e aiutare a crescere, a diffondersi e a conoscere altre forme di economia. Vogliamo diventare noi stessi divulgatori di buone pratiche e aspetti valoriali, perché crediamo che ciascuna esperienza tocchi una sensibilità diversa e abbia quindi la capacità di far suonare corde fuori dalla portata delle organizzazioni di economia solidale». In pratica, REES Marche ha rinunciato a una parte della propria crescita per contribuire alla buona riuscita di un percorso collettivo. Sono già attive collaborazioni con Slow Food, rappresentanze per la difesa dei beni comuni – nelle Marche sono 220 i comitati censiti –, tre circoli della Decrescita Felice, alcune Città in Transizione, reti di Bioregionalismo e ONG che si occupano di cooperazione internazionale. Questa linea è stata deliberata il 2 giugno e lo stesso tema è emerso all’incontro nazionale di economia solidale tenutosi a Collecchio circa tre settimane dopo, il 24 giugno. Ma mentre le altre reti nazionali hanno per ora solo dichiarato di voler attuare questa politica, la REES la sta già mettendo in pratica. È la base programmatica dei prossimi tre anni. Ancora una volta in anticipo su tutti.

 

Il sito di REES Marche

Fonte:  italiachecambia.org

Il 40% della spazzatura nel mondo bruciata in modo irregolare

Lo dice uno studio appena pubblicato del National Center for Atmospheric Research. “Gas e particelle così prodotti influenzano la salute umana e il clima”380087

Oltre il 40% dei rifiuti prodotti in tutto il mondo, circa 1,1 miliardi di tonnellate di spazzatura, vengono smaltiti in roghi non regolamentati, che producono emissioni dannose per la salute umana e i cambiamenti climatici. Un nuovo studio condotto dal National Center for Atmospheric Research e pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, mostra che l’inquinamento da gas e particelle immesse in questo modo nell’atmosfera sia maggiore rispetto a quanto mostrato da documenti ufficiali. In base ai risultati emersi, dai roghi di rifiuti irregolari derivano il 29% delle emissioni globali umane legate delle piccole particelle(inferiori a 2,5 micron di diametro), così come il 10% di mercurio e il 40% di gas idrocarburi policiclici aromatici, inquinanti da cui derivano significative conseguenze per la salute dell’uomo, come funzione polmonare ridotta, disturbi neurologici, cancro e attacchi di cuore. L’impatto sulle emissioni di gas a effetto serra è invece pari al 5% della Co2 prodotta dall’uomo. Per arrivare a questi risultati gli studiosi hanno confrontato i dati di popolazione e la produzione pro capite di rifiuti con i conteggi ufficiali di smaltimento rifiuti per ogni paese del mondo. I responsabili delle maggiori emissioni da incendi di spazzatura sono paesi popolosi in via di sviluppo: Cina, India, Brasile, Messico, Pakistan e Turchia. In particolare, è in aumento la quantità di rifiuti bruciati in villaggi remoti e megalopoli affollate, poiché sempre più persone consumano più beni e nella spazzatura finiscono insieme plastica ed elementi di elettronica così come avanzi di cibo e legno. A differenza delle emissioni da inceneritori commerciali, spesso queste combustioni non vengono denunciate alle agenzie ambientali. “L’inquinamento atmosferico in gran parte del globo è notevolmente sottostimato perché nessuno sta rintracciando la combustione a cielo aperto degli incendi di spazzatura”, spiega Christine Wiedinmyer, autrice dello studio.
(fonte ansa.it)

tratto: ecodallecitta.it

Spagna, il progetto Castor provoca i terremoti

Le iniezioni di gas nel centro di stoccaggio sottomarino al largo delle coste spagnole hanno causato circa mille terremoti a partire dallo scorso settembre

In Spagna il caso Castor tiene banco da mesi, ma ora nella questione che vede opposti l’industria estrattiva e gli ambientalisti, sembra essere giunta a un punto di svolta. Perché quello che sta accadendo nella zona di Vinaròs è una situazione senza precedenti. Coerentemente con molte altre ricerche in giro per il mondo, anche gli scienziati e i geologi iberici hanno riscontrato un rapporto di causalità fra l’iniezione di gas nel sottosuolo e le centinaia dieventi sismici registrati nella zona del centro di stoccaggio di Castor. Ma c’è di più. A spiegarlo è Alvaro Gonzalez del Departamento de Ciencias de la Tierra dell’Universidad de Zaragoza: raramente i terremoti causati questo tipo di pratiche superano magnitudo 3, mentre nella zona dei pozzi Castor è stata raggiunta una magnitudo di 4,3. Il progetto Castor ha trasformato un vecchio giacimento petrolifero sottomarino, situato a 21 km dalle coste spagnole e a 1800 metri di profondità, per stoccare sotto il mare l’equivalente di tre mesi di gas nella regione di Valencia, questo per far fronte a eventuali picchi di consumo o a problemi di rottura nei sistemi di approvvigionamento. Sia l’Instituto Geográfico Nacional (IGN) che l’Instituto Geológico y Minero de España(IGME), nello studio pubblicato sul Geophysical Journal International, sono giunti alla stessa conclusione: l’iniezione di gas provoca i terremoti. Ma i ricercatori invitano a mantenere alto il livello di guardia: finora sono state iniettate piccole quantità di gas, ma cosa succederà quando si inizierà a riempire il centro di stoccaggio in maniera più massiccia?SPAIN-QUAKE ENVIRONMENT-GAS

 

Fonte:  El Pais

Foto © Getty Images

Basilicata, tre comuni compensati da Total e Shell: non pagheranno il gas

I comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione coinvolti nel progetto Tempa Rossa otterranno la fornitura gratuita di gas come compensazione dell’attività estrattiva

Alla fine del 2013 il comune di Corleto Perticara ha concesso alla Tecnimont la licenza per la realizzazione delle strutture funzionali al centro estrattivo Tempa Rossa che sorgerà sul suo territorio. Ora Corleto Perticara e i confinanti Guardia Perticara Gorgoglione faranno valere un accordo stipulato nel 2006 fra la Regione Basilicata e le compagnie Total e Shell. Secondo l’accordo quadro – che fa riferimento alla legge 239/2004 – e in virtù della deliberazione della Giunta Regionale n. 913 del 19 giugno 2008, i tre comuni “per compensazione per la perdita dell’uso del territorio e per compensazione per la reintegrazione dell’equilibrio ambientale e territoriale” otterranno “la fornitura gratuita di tutto il gas naturale estraibile dall’area della concessione”. Gas gratis, dunque, per tutti i cittadini dei loro territori: quando i pozzi entreranno a regime il fabbisogno di gas dei tre comuni (che attualmente ammonta a 1,2 milioni di metri cubi l’anno) sarà fornito dalle compagnie a titolo di compensazione, indipendentemente dal prezzo che avrà. A chi non sarà collegato alla rete del gas dovranno essere riconosciuti analoghi vantaggi, ancora in fase di valutazione.

Basteranno appena cinque giorni per dare ai tre comuni il gas necessario per un anno visto che la produzione giornaliera sarà di 230mila metri cubi, per un totale di 80 milioni di metri cubiall’anno. Il progetto Tempa Rossa si estende principalmente sul territorio del Comune di Corleto Perticara (Pz), a 4 km dal quale verrà costruito il futuro centro di trattamento. 5 pozzi si trovano anch’essi sul territorio del Comune di Corleto Perticara, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di Gorgoglione. L’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio GPL si trova invece nel Comune di Guardia Perticara. Oltre ai 230mila metri cubi di gas giornalieri, Tempa Rossa avrà una capacità produttiva di 50mila barili di petrolio, 240 tonnellate di Gpl e 80 tonnellate di zolfo.Immagine35-620x301

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Fonte: ecoblog.it