Bollette: slitta al 2020 il mercato libero

Dal primo luglio 2019 al primo luglio 2020, ecco i nuovi termini previsti dal decreto Milleproroghe per l’addio al Mercato Tutelato dell’energia elettrica e del gas.http _media.ecoblog.it_8_8c4_bollette-slitta-mercato-libero

L’obbligo di passare dal Mercato Tutelato dell’energia (sia elettrica che gas) slitta di almeno un anno: non sarà più obbligatorio sottoscrivere un contratto con una società del libero mercato entro il primo luglio 2019, il nuovo termine è il primo luglio 2020. E’ stato infatti approvato in Commissione Affari Istituzionali del Senato l’emendamento al decreto Milleproroghe di quest’anno, tramite il quale si sposta la data dell’obbligo di passare tutti al mercato libero. Chi non ha ancora un contratto di fornitura dell’elettricità e/o del gas con una azienda che opera sul libero mercato dell’energia, quindi, continuerà a pagare l’energia alle tariffe stabilite dall’ARERA, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente che ha sostituito la vecchia AEEG. Tariffe consultabili sul sito dell’Autorità. Per questi utenti, quindi, le bollette di luce e gas non subiranno incrementi o decrementi (a parte quelli stabiliti dall’Autorità stessa) per i prossimi due anni.

Da anni in Italia esistono due mercati per la luce e il gas: quello “di maggior tutela” e quello “libero“. Nel primo i clienti pagano l’energia al prezzo stabilito dall’ARERA, cioè dallo Stato, mentre nel secondo pagano in base all’offerta che hanno accettato (molto spesso tramite chiamata del Call Center) all’atto della stipula del contratto con il loro fornitore.

Nessun fornitore privato del mercato libero, nella pratica, può fare prezzi inferiori a quello “pubblico” che è in buona sostanza il minimo prezzo redditizio per chi vende l’energia (più le tasse e le accise, ovviamente). Tuttavia alcuni fornitori possono fare delle offerte vantaggiose legandole a determinate clausole come l’abbandono di un altro operatore, l’acquisto di altri beni o servizi etc etc…Per questo l’obbligo di aderire al mercato libero luce e gas è stato fortemente criticato da più parti, perché questo mercato sarebbe meno conveniente rispetto a quello tutelato. Le compagnie di vendita dell’energia rispondono a queste accuse citando il caso della telefonia, un settore che grazie al mercato libero ha visto forti riduzioni di prezzo a fronte di una offerta sempre più ricca.

Vogliamo utilizzare questo periodo di tempo concesso dal Parlamento – afferma il sottosegretario con delega all’Energia, Davide Crippa – per migliorare le condizioni per la realizzazione di un sistema competitivo che sia in grado di coniugare migliori prezzi per il consumatore con sicurezza e tranquillità delle famiglie, con contratti luce e gas chiari, trasparenti e senza condizioni vessatorie nei loro confronti“.

Secondo Crippa il rinvio è stato dovuto al fatto che, alla data del primo luglio 2019, non “sussistono le necessarie garanzie di informazione per i consumatori, di mercato, di competitività e di trasparenza. Lavoreremo da subito con tutti i soggetti coinvolti come ARERA, AGCM, operatori del settore e Consumatori al fine di raggiungere l’obiettivo fondamentale di garantire alla collettività un mercato energetico efficiente, sostenibile e trasparente“.

Fonte: ecoblog.it

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Elettrosmog: 27 milioni di contatori digitali in Italia per gas, elettricità e acqua

«È iniziata la massiccia operazione di installazione di nuovi contatori digitali al servizio delle reti pubbliche per la fornitura di acqua, luce e gas. Sono quindi in arrivo nuove esposizioni ai campi elettromagnetici per la popolazione, senza che vi sia stato un adeguato livello di informazione e di consenso»: è la denuncia dell’ingegnere Davide Maria Palio, esperto di elettrosmog. informato nei diretti interessati.9796-10574

«L’operazione riguarda il variegato mondo dei gestori di servizi pubblici per la fornitura di beni essenziali quali gas, energia elettrica e acqua – spiega l’ingegner Palio – Le norme tecniche di supporto a tale grande operazione sono state definite o aggiornate negli ultimi due o tre anni, alcune tra queste – riguardanti lo smart metering per l’energia elettrica – di recentissima pubblicazione. A proposito di energia elettrica, e-distribuzione ha già iniziato la sostituzione del contatore di prima generazione in ambito residenziale con il nuovo modello di contatore digitale, chiamato Open Meter e conta di procedere alla sostituzione dell’intero parco di contatori di prima generazione nel giro di alcuni anni, numero che ammonta a circa 27 milioni sul territorio nazionale».

«Il nuovo contatore digitale comunica i dati che raccoglie a un concentratore localizzato nella cabina elettrica di trasformazione tramite onde convogliate sulla linea elettrica di distribuzione, nella banda PLC (power line communication) denominata banda A (< 90 kHz); comunica inoltre con uno o più “dispositivi utente” con onde convogliate in una banda separata sull’impianto elettrico dell’utente – prosegue l’esprto – Quest’ultima funzionalità è una novità del nuovo contatore, con sperimentazioni in corso su scala nazionale. Entrambi i canali di collegamento, verso il concentratore e verso l’utente, potranno essere anche realizzati in alternativa con trasmissione digitale su canali in radiofrequenza, a 169 MHz. La recente norma CEI TS 13-85 descrive proprio il profilo protocollare RF in banda 169 MHz per la comunicazione con i dispositivi utente, stabilendo tra gli altri parametri una potenza irradiata minima di 20 dBm (ERP)».

«A proposito di gas, il panorama sulle tipologie di smart meter in corso di installazione appare più articolato, anche in questo caso però è previsto generalmente l’utilizzo di trasmissione digitale su un canale a radiofrequenza nella banda 169 MHz, come recentemente ribadito in un position paper di ANIE. In altre tipologie di smart meter gas, è previsto l’utilizzo di trasmissione per mezzo delle reti pubbliche GSM o LTE, per l’invio periodico dei dati. In tutti i casi accennati sopra, si tratta anche di sperimentazione non monitorata di eventuali effetti sanitari sulla popolazione italiana, con trasmissioni digitali a onde convogliate con nuovi formati, bande e funzionalità e con sporadiche trasmissioni digitali a radiofrequenza di natura continuativa e in ambito residenziale. Per quanto di mia conoscenza – spiega ancora Palio – le varie associazioni nazionali di consumatori coinvolte nei lunghi processi di decisione correlati che hanno avuto luogo nelle sedi istituzionali, non hanno sollevato significative obiezioni circa i possibili rischi nell’introduzione della trasmissione a radiofrequenza negli smart meter residenziali, neanche sulla scorta dei numerosissimi movimenti di protesta spontanei sorti in altre nazioni, che denunciano pesanti implicazioni sulla salute dei residenti coinvolti.Stante la situazione attuale, quello che in concreto si può fare a livello di singolo utente rimane il monitorare attentamente e con appropriate metodologie lo stato di esposizione ai campi elettromagnetici e valutarlo attraverso l’utilizzo di criteri precauzionali, intervenendo se necessario e se fattibile per ridurre il carico espositivo in casa propria».

Riferimenti:
[1] Sperimentazione dei dispositivi utente sui nuovi contatori intelligenti 2.0 Open Meter di e-distribuzione.
[2] ANIE-CSI Position paper – L’uso delle reti a 169 MHz per smart metering gas
[3] Cemlab, valutazione dei livelli di immissione di smart meters

Fonte: ilcambiamento.it

Camilla: la food coop arriva anche in Italia

Un supermercato autogestito in maniera collettiva e partecipata da una rete di persone che partecipa attivamente alla scelta dei prodotti e dei progetti da sostenere all’interno dello spazio. Dall’incontro tra i contadini di CampiAperti ed i gasisti di Alchemilla, sta prendendo forma a Bologna Camilla, la prima food coop italiana. Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione. Una nuova idea di spesa alimentare sta giungendo in Italia: arriva dalla lontana Brooklyn, è passata attraverso il Belgio e la Francia – dove sta spopolando – e sta prendendo forma a Bologna, dove sta nascendo Camilla, la prima food coop italiana, il “supermercato autogestito” in cui i clienti non sono più tali ma diventano soci, lavoratori, co-produttori.

Siamo alla periferia del capoluogo emiliano. Sono circa le quattro di un fresco venerdì pomeriggio di inizio novembre quando un’anonima piazzetta sovrastata da grigi palazzoni anni settanta comincia ad animarsi, diventando nel giro di pochi minuti un brulicante centro di vita e di socialità. Dai furgoni i contadini di CampiAperti cominciano a scaricare verdura, frutta, torte, conserve, vini e altri generi alimentari del territorio. Gli abitanti del quartiere scendono in strada, si incontrano, fanno la spesa e si intrattengono a chiacchierare con i produttori. Strappandoli dai banchetti, ci sediamo con alcuni di loro per parlare di Camilla, il progetto pilota per portare l’idea di food coop in Italia. Come ci spiega Giovanni Notarangelo, il nome nasce dalla fusione di CampiAperti – associazione di contadini del territorio – e Alchemilla – gruppo d’acquisto solidale bolognese di cui Giovanni fa parte –, le due realtà che stanno portando avanti questo percorso. «Camilla è nata per dare un’opportunità in più sia ai produttori che ai gasisti, che grazie a un emporio – un luogo fisico, quindi con meno limitazioni rispetto a un gas –, possono acquistare un paniere di prodotti ampio, locale, biologico e garantito».foodcoop2

COME FUNZIONA UNA FOOD COOP?

L’obiettivo del progetto è costituire una cooperativa e una nuova comunità, una rete di persone che possano partecipare attivamente alla scelta dei prodotti e dei progetti da sostenere all’interno di uno spazio fisico – l’emporio – in cui c’è una particolarità: tutti i soci, che sono gli unici che possono acquistare, sono protagonisti di ciò che succede. Sono loro infatti a definire in maniera partecipata e collettiva tutti gli aspetti organizzativi ed economici. Non solo: ogni socio fornisce il proprio contributo anche in termini di tempo, mettendo a disposizione un determinato numero di ore per svolgere i compiti adatti alle sue competenze e necessari al funzionamento della cooperativa, dallo stoccaggio alla contabilità, dalla promozione al trasporto.

CAMPIAPERTI: LA GARANZIA È IL RAPPORTO DI FIDUCIA

Il coinvolgimento di CampiAperti nel progetto è fondamentale. Dal punto di vista delle produzioni infatti, consente di avere già un contatto diretto con di più di cento produttori del territorio che, grazie all’emporio, avranno la possibilità di distribuire i loro prodotti. Dal lato di chi acquista, rappresenta invece l’opportunità di avere un sistema funzionante di selezione e di garanzia partecipata dei prodotti. Pierpaolo Lanzarini è un membro storico di CampiAperti e ci spiega meglio il concetto che sta alla base del progetto: «Attualmente gestiamo sei o sette mercati biologici a filiera corta a Bologna, dove vige un sistema di accesso basato su forme di garanzia partecipata. Questo vuol dire che non ci sono enti terzi che certificano che le aziende ammesse ai mercati rispettano determinati criteri prestabiliti; al contrario, è la comunità stessa del mercato che garantisce che quel produttore rispetta le caratteristiche richieste».

Questo meccanismo è molto più efficiente delle forme di garanzia comunemente intese, dove peraltro vige un grande conflitto di interessi, poiché il controllore è pagato dal controllato. «Da noi puoi avere la certificazione biologica oppure no – spiega Pierpaolo –,  ma il tuo lavoro viene valutato dalla comunità. Inoltre non ci basta considerare gli aspetti della biologicità della produzione: quando facciamo le nostre visite pre-accesso verifichiamo che siano rispettati anche i diritti dei lavoratori e che la gestione dell’azienda sia etica oltre che ecologica».foodcoop5

DA CONSUMATORE A CO-PRODUTTORE

La food coop Camilla ha anche un obiettivo che potremmo definire “politico”: riappropriarsi del rapporto diretto fra chi acquista e chi produce e vende, rapporto che attualmente è stato sostanzialmente espropriato dalla Grande Distribuzione. «Oggi ci rapportiamo unicamente con lo scaffale – sottolinea Roberta Mazzetti, una delle responsabili del progetto Camilla –, neanche più con i commessi. Tutto è basato sulla facilità e sull’immediatezza dell’acquisto. Noi vogliamo sovvertire questo modello, trasformando il consumatore in co-produttore e coinvolgendolo non solo nella scelta critica del cibo che acquista, ma addirittura nella definizione dei criteri di produzione».

Da qui il modello di cooperativa dei consumatori, che si rifà alle cooperative di inizio novecento – ben diverse dalla forma che le coop hanno assunto oggi –, che avevano una grande capacità aggregativa. «Filiera corta non è solo uno slogan – sottolinea Roberta –, è un sistema equo e rispettoso sia per chi compre che per chi produce, sia del lavoro che della qualità della vita».

«Partecipando a questi mercati – aggiunge Alessandro Nannicini, proprietario dell’azienda agricola Il Granaro e membro di CampiAperti – noto che i nostri co-produttori diventano amici, mi vengono a trovare in azienda, vogliono vedere come lavoro. In questo modo si crea un rapporto che va oltre la garanzia partecipata e diventa amicizia. Lo considero un investimento in umanità e per questo destinato al successo».foodcoop6

Il Park Slope Food Coop di New York, da cui prende esempio Camilla

SI DECIDE INSIEME, SI LAVORA INSIEME

«L’idea è nata circa un anno e mezzo fa», ricorda Giovanni. «Tramite un questionario abbiamo chiesto ai gasisti di Alchemilla se sentivano l’esigenza di un luogo fisico, andando oltre i meccanismi dei normali gruppi d’acquisto. In seguito alle loro risposte, un gruppo di una quindicina di persone ha portato avanti uno studio, analizzando le basi ideali e i progetti a cui potersi ispirare».

L’ispirazione è arrivata dalla food coop di Park Slope, a New York, che ancora mantiene l’organizzazione originale delle food coop, con il contributo di tutti i soci. Negli ultimi anni in Europa ne sono nate altre, soprattutto in Francia e in Belgio, dove c’è Bees Coop. «Abbiamo studiato gli aspetti economici per capire le spese e i costi della fase di avviamento, di quanti soci ci sarebbe stato bisogno e qual è il volume di acquisti necessario affinché il progetto sia economicamente sostenibile».

La fase di redazione dello statuto è molto complessa: «Stiamo proponendo qualcosa che ancora non esiste per la legge italiana e il fatto che i soci daranno un contributo di tempo ci renderà pionieri di questa formula». Questo introduce un altro tema importante, affascinante ma delicato: organizzare il lavoro di tutti i soci. «Ciascuno contribuirà a seconda delle proprie motivazioni. Nel questionario abbiamo chiesto al futuro socio di proporre quella cosa che avrebbe sempre voluto fare ma non ha mai fatto, a sottolineare il fatto che questo è uno spazio di tutti, in cui ognuno mette le proprie peculiarità a disposizione degli altri».foodcoop3

I PROSSIMI PASSI

Attualmente il progetto Camilla ha raggiunto una massa critica, raccogliendo l’adesione di circa 280 soci. Da alcuni giorni sono iniziati i cantieri di progettazione collettiva, nell’ambito dei quali si riuniscono ogni due settimane coloro che hanno già aderito. Il primo mattone è stato posato il 30 ottobre con la co-redazione e l’approvazione da parte di circa 120 persone della carta d’intenti, dove sono elencati principi fondamentali che vanno dal biologico al rispetto delle persone, dal diritto al giusto cibo ai diritti della comunità agricole rurali.

«Il prossimo passo – conclude Roberta – è l’individuazione del luogo fisico dove sorgerà l’emporio. Il costo è un problema, stiamo cercando sia nel pubblico che ne privato. Il nostro sogno?  Ci piacerebbe che, come è successo alla food coop di Bruxelles, ci fosse qualche mecenate che crede nel valore del progetto che ci mettesse a disposizione uno spazio».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/12/io-faccio-cosi-191-camilla-food-coop-arriva-in-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Carbone addio. Ma il gas resta

Il governo ha annunciato quella che ha definito “la decarbonizzazione totale” entro il 2025. E meno male che finalmente ci si è arrivati, almeno all’annuncio. Ma poi il premier e il suo ministro hanno frapposto una serie di “se”, “hanno giocato al ribasso” con le rinnovabili, come denunciano le associazioni ambientaliste, e continuano a puntare sul gas.9690-10465

Il premieri Gentiloni, il ministero per lo sviluppo economico Carlo Calenda e dell’ambiente Galletti hanno presentato la cosiddetta “Strategia energetica nazionale” annunciando l’uscita dal carbone entro il 2025.Grandi applausi, ma anche molte richieste di ulteriori garanzie e concretezze.

«Ora è necessario che alla dichiarazione della SEN seguano provvedimenti e politiche: come tutti gli obiettivi, infatti, anche quello del phase out dal carbone, necessita di azioni concrete e operative oppure rischia di rimanere sulla carta» dice il WWF. «Chiederemo al governo di dar corso alle norme attuative, tenendo conto delle indicazioni contenute nel rapporto “Politiche e misure per accelerare la transizione energetica e l’uscita dall’uso del carbone nel settore elettrico”, in cui si dimostra come l’introduzione di adeguate regole finanziarie e meccanismi fiscali non solo possa facilitare l’uscita dal carbone, ma possa tradursi in un vantaggio economico per il nostro Paese».
«Uno degli aspetti probabilmente più critici della nuova SEN è però continuare a puntare sul gas, intendendo erroneamente questo combustibile come adeguato a un serio processo di decarbonizzazione» prosegue il WWF. «La letteratura scientifica ci dice invece come il gas, seppur dotato di performance ambientali migliori del carbone, non debba essere oggetto di massicci investimenti in una fase di transizione già iniziata e avanzata, giacché questo impedirebbe di puntare sulle tecnologie a zero carbonio e, quindi, non consentirebbe di conseguire gli obiettivi climatici stabiliti dall’accordo di Parigi (ossia di contenere l’innalzamento delle temperature planetarie entro i 2°C rispetto al periodo preindustriale, puntando a 1,5°C). Oggi occorre puntare direttamente sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza e sul risparmio energetico, su sistemi di accumulo efficienti, sulle smart grid, su un massiccio riassetto nel sistema dei trasporti. Disperdere risorse su tecnologie “non definitive” rappresenta solo un spreco di denaro e di tempo che il pianeta, come è ormai evidente a tutti, non può permettersi».

Sul tema è intervenuto anche il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio:«Non possiamo pensare di sostituire il carbone con il gas naturale: bisogna investire in smart grid, efficienza energetica e rinnovabili, per limitare al minimo indispensabile il ricorso al gas e la costruzione di nuove infrastrutture come gasdotti o rigassificatori, visto che questo andrebbe anche contro i dichiarati obiettivi di indipendenza energetica. Sul tema della mobilità attendiamo inoltre la definizione di strumenti chiari, non solo in sostegno alle auto elettriche, ma anche in favore di mobilità alternativa e condivisa».

Secondo l’associazione ambientalista è importante che, contestualmente all’abbandono del carbone, si diano ai cittadini gli strumenti per diventare energy citizen, ovvero per autoprodurre energia e diventare consumatori consapevoli.

Greenpeace ha proiettato in questi giorni in Germania un messaggio in diverse lingue per ricordare che non c’è nessun futuro nei combustibili fossili. In Italia, invece, l’organizzazione ambientalista ha lanciato venerdì scorso un tweet bombing, indirizzato proprio al Presidente del Consiglio Gentiloni e al ministro Calenda, per fare chiarezza sulla posizione del governo italiano sul cosiddetto “Winter package”, un pacchetto di misure in discussione in Ue che deciderà il futuro energetico del nostro continente fino al 2030.

«In Europa l’Italia si dice favorevole al capacity payment, ossia al finanziamento con soldi pubblici di centrali a carbone e a gas, senza alcuna restrizione. Sul tema degli energy citizen invece la posizione del governo a Bruxelles è vaga e certamente non virtuosa, mentre la SEN si limita a citare il tema senza dare obiettivi. Inoltre, in Ue, siamo tra i Paesi che non vogliono definire obiettivi più ambiziosi per le rinnovabili, richiesti invece perfino da parte dell’industria elettrica, con Enel in testa. Tutto ciò appare ancor più incomprensibile per un Paese che giustamente ha annunciato l’abbandono del carbone e che dichiara di volersi impegnare a fondo per portare avanti l’Accordo di Parigi», conclude Onufrio.

Sottolinea dal canto suo Legambiente: «Ci aspettiamo che il Governo approvi politiche per lo sviluppo delle rinnovabili già nella Legge di Bilancio, per rilanciarne la crescita e consentire di raggiungere gli obiettivi indicati dalla SEN».

L’obiettivo energetico al 2030 «va ora accompagnato da politiche che spingano davvero le rinnovabili: attraverso l’autoproduzione, che invece è ancora bloccata nel nostro Paese, e gli investimenti nelle smart grid, nell’efficienza, nella mobilità elettrica e sostenibile nelle città, nei sistemi di accumulo» prosegue Edoardo Zanchini dell’associazione.

«Ora davvero servono scelte coraggiose per rilanciare questi interventi, a partire dalla Legge di Bilancio, dopo anni in cui la produzione da rinnovabili ha smesso di crescere in Italia. Altrimenti il rischio è che la produzione da carbone sia sostituita dal gas, vanificando gli obiettivi nella lotta ai cambiamenti climatici. Anche a livello europeo – conclude Zanchini – ci aspettiamo che l’Italia non si metta di traverso, come troppo spesso è avvenuto, rispetto alla scelta di introdurre target più ambiziosi a livello europeo nel pacchetto Energia e Clima al 2030”.

Fonte: ilcambiamento.it

Clima: investimenti in petrolio e gas a rischio

Se le economie più sviluppate decideranno di raggiungere realmente gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima sarà una catastrofe per l’industria delle fossili: rischiano di saltare 2,3 trilioni di dollari di investimenti in petrolio e gas.http _media.ecoblog.it_2_246_clima-investimenti-in-petrolio-e-gas-a-rischio

Gli accordi di Parigi sulla riduzione delle emissioni di CO2 e di contenimento del riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi sono un pericolo, e anche serio, per le grandi e piccole industrie del settore oil&gas. Secondo uno studio di Carbon Tracker, infatti, se realmente si mettessero in atto le contromisure necessarie a restare sotto i 2 gradi di aumento delle temperature le aziende petrolifere non avrebbero praticamente più motivo di investire. Secondo Carbon Tracker, infatti, gli investimenti non più necessari sarebbero pari a circa 2.300 milioni di dollari. Calcoli fatti da qui al 2025. Una enorme massa di capitali che, a livello globale, dovrebbe essere spostata dal petrolio e dal gas verso le energie rinnovabili, il risparmio energetico e la mobilità sostenibile elettrica o con carburanti alternativi. Tutti settori, al contrario, utili al raggiungimento degli obiettivi di Parigi.http _media.ecoblog.it_6_6f4_clima-accordo-di-parigi-ripercussioni-investimenti

Sono 69 le società, pubbliche e private, del settore petrolifero che, secondo Carbon Tracker, avranno ripercussioni. Il budget eccedente varia dal 20-40% fino al 50-70%, ma la maggior parte delle grandi società rientrano nel range 30-50%. Tra queste anche big del settore come Exxon e l’italiana Eni. Da notare che, applicando politiche utili a restare entro i 2 gradi di riscaldamento, sarebbero soprattutto le società private a perderci. Non è un caso, fa notare Carbon Tracker, che a maggio di quest’anno il 62% degli azionisti di Exxon abbia chiesto all’azienda di produrre un report dettagliato sulle implicazioni di questo scenario sul bilancio della società. A questo punto, se Exxon dovesse produrre dati anche lontanamente simili a quelli di Carbon Tracker, rischierebbe la fuga degli azionisti.

Fonte: ecoblog.it

Energia: le rinnovabili superano il gas a maggio

Gli ultimi dati del GSE confermano: le rinnovabili sono ormai una parte fondamentale del mix energetico italiano. Cresce il solare fotovoltaico, cala l’eolico.http _media.ecoblog.it_5_5e8_energia-rinnovabili-superano-gas-maggio-2017

Nel mese di maggio 2017 la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile ha subito un calo del 5,8% ma, a leggere i dati del GSE, non è una notizia del tutto negativa. A fronte di un calo dell’energia idroelettrica (-8,9%) e di quella eolica (-34,9%), infatti, rispetto allo stesso periodo 2016 si registra un +11,5% di energia elettrica da fonte solare fotovoltaica. Il leggero calo delle rinnovabili è stato compensato da un +6.5% di energia prodotta da fonti fossili tradizionali, in particolare dal gas naturale (+10,2%). Tuttavia, fa notare il GSE, le fossili si attestano sul livello più basso dal luglio 2016 e la quota di energia da fonti rinnovabili supera quella da gas naturale (42,6% l’energia verde, 40,2% il gas). E questo non succedeva da otto mesi.http _media.ecoblog.it_e_ed2_mix-energetico-italia-aggio-2017

Durante lo scorso mese le energie rinnovabili l’hanno fatta da padrone in Sicilia (51,3% del mix energetico) e nella macroarea centro-nord (67,2%). Minor produzione verde in Sardegna (23,5%), centro-sud (32,6%) e nord (47,1%, comunque buona vista l’elevata presenza di impianti da fonte fossile in questa macroarea).http _media.ecoblog.it_e_e9e_mix-energetico-italia-maggio-2017-macroregioni

Il prezzo medio di acquisto (PUN) dell’energia, negli ultimi dodici mesi, è salito notevolmente: +28,1% nelle ore di picco dei consumi e +21,2% nelle ore non di picco. Il GSE non manca di far notare che tali incrementi siano dovuti in buona parte al calo, registratosi negli ultimi mesi, di produzione di energia da fonte rinnovabile.

Credit Foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

La Commissione UE salva il carbone e affonda le rinnovabili

La Commissione europea ha pubblicato ieri un pacchetto di misure (“pacchetto d’inverno”) che minaccia di far fallire gli sforzi per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, prolungando invece la dipendenza dal carbone. Insorgono le associazioni ambientaliste.9430-10168

«Le misure proposte ieri dalla Commissione Europea includono i cosiddetti capacity payments, cioè sussidi di cui beneficeranno carbone, gas e e nucleare, con il pretesto di tenere le centrali pronte per essere accese» spiega Tara Connolly, consulente politica di Greenpeace Europa. «Di qui al 2020 circa il 95% delle centrali a carbone avrebbe i requisiti per ricevere questo sussidio, stando alla proposta della Commissione che include un tetto massimo per la CO2 solo per le centrali a carbone di nuova costruzione. La Commissione ha anche proposto di far decadere una norma esistente che prevede che venga immessa in rete l’energia da fonti rinnovabili prima di quella da inquinanti centrali a carbone o nucleari. Questo porterà ad ancora più casi in cui gli impianti di rinnovabili verranno spenti, in particolare quando ci sarà eccesso di offerta, perché è più semplice ed economico spegnere l’energia del sole e del vento piuttosto che le centrali a carbone o nucleari, che sono estremamente poco flessibili. Queste misure avranno l’effetto di bloccare gli investimenti nel settore delle rinnovabili».

«Questo pacchetto di misure non fa altro che tirare il freno. Distribuisce soldi alle centrali a carbone e dà alle compagnie energetiche più potere di controllo sul sistema energetico, limitando il ruolo dei consumatori come produttori di energia rinnovabile» continua Connolly. Ma non è finita qui. La Commissione propone anche di limitare la grandezza delle cooperative mettendo ai progetti una soglia massima di 18 megawatts all’anno di media. «Le proposte della Commissione Ue non consentono all’Europa di accelerare la transizione verso un sistema energetico libero da fossili entro il 2050 e sono in piena contraddizione con gli impegni assunti a Parigi e ribaditi solo pochi giorni fa a Marrakech» spiega Legambiente. «Per poter contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5°C, secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi, serve un cambio di rotta per stare al passo con il resto del mondo accompagnato da obiettivi climatici ed energetici europei più ambiziosi, a partire da rinnovabili ed efficienza energetica, insieme a efficaci misure attuative a livello nazionale per dare fiducia a cittadini ed imprese sempre più interessati a investire nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica», così Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Il testo passerà ora al Parlamento europeo e ai governi nazionali. «Per le rinnovabili la Commissione fissa il target comunitario ad appena il 27%. Obiettivo fortemente inadeguato, se si tiene conto che il suo trend attuale è del 24% – prosegue l’associazione ambientalista – Ma soprattutto viene eliminata la priorità di dispacciamento delle rinnovabili (ad eccezione dei piccoli impianti), architrave dell’attuale politica europea che consente la priorità di accesso alla rete rispetto all’elettricità prodotta da fonte fossili, consentendone di fatto un loro rilancio. Proprio quando la transizione globale verso un sistema energetico efficiente e 100% rinnovabile sta vivendo una forte accelerazione».

«L’Europa – aggiunge Zanchini – rischia così di perdere il treno verso il futuro, rinunciando a tutti quei benefici che l’abbandono delle fonti fossili può portare alla nostra economia, all’occupazione e alla salute dei cittadini. Non sono più ammessi ritardi, serve dunque un segnale forte È in gioco lo sviluppo di un’economia libera finalmente dalle fonti fossili. La sola in grado di farci vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese europee. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire».

Molti governi hanno compreso che le fonti fossili non hanno futuro. A Marrakech 48 paesi in via di sviluppo, raggruppati nel Climate Vulnerable Forum, si sono impegnati a raggiungere il 100% di rinnovabili entro il 2050. «La Commissione Europea, invece, con queste proposte “strizza” ancora l’occhio ad alcuni governi che continuano a guardare al passato offrendo un salvagente ai dinosauri delle fonti fossili. E mentre nel resto del mondo gli investimenti nelle rinnovabili sono triplicati nel corso degli ultimi 10 anni, in Europa si sono ridotti per quattro anni di fila. Con queste proposte, l’Europa rischia di perdere la storica opportunità di invertire questo trend ed essere a capo della rivoluzione energetica dei prossimi anni, divenendo “numero uno al mondo” nelle rinnovabili, come promesso dal Presidente della Commissione Juncker al momento del suo insediamento».

Fonte: ilcambiamento.it

L’acqua costa sempre di più

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Secondo l’Osservatorio Prezzi e mercati di Unioncamere, nel corso del 2015 le tariffe idriche sono aumentate dell’8,5% rispetto al 2014, un aumento quattro volte e mezzo superiore a quello dei prezzi dei servizi gestiti dagli enti locali (1,8%) e sei volte superiore a quello delle tariffe a controllo nazionale. L’aumento delle tariffe idriche fa da traino all’aumento del paniere dei servizi nonostante sia in atto una fase di deflazione: soltanto i servizi postali (+12%) hanno subito un aumento maggiore, mentre ad andare controcorrente sono le tariffe per lo smaltimento dei rifiuti che nel 2015 sono scese del 2,9%. Nel settore energetico i costi dell’elettricità e del gas sono diminuiti del 2,5% nel 2015.

Fonte:  Ansa

 

“Effetto referendum”: Shell rinuncia alla ricerca di gas e petrolio nel golfo di Taranto

La Shell ha deciso di rinunciare alla ricerca del petrolio nel golfo di Taranto. Un altro punto a favore del movimento anti trivelle che, commentando la notizia, parla di “effetto referendum”.

La Shell ha deciso di rinunciare alla ricerca del petrolio nel golfo di Taranto. Il colosso olandese del settore petrolifero ha inviato una lettera al ministero dello Sviluppo in cui annuncia di voler rinunciare al permesso di cercare il petrolio nel mare fra Puglia, Basilicata e Calabria.Offshore-Drilling-Rig

Nelle scorse settimana anche Petroceltic ha abbandonato il campo rinunciando ad avviare ricerche davanti alle isole Tremiti. Se la decisione della società anglosassone è stata determinata dalla mancanza di capitali, il dietrofront della Shell sarebbe dovuto dall’incertezza generale della strategia italiana nel settore della ricerca e della produzione di idrocarburi. Nell’ottobre scorso, dopo un iter di 35 mesi, la compagnia aveva ottenuto il via libera ambientale all’analisi del sottosuolo. In seguito dieci regioni italiane dieci Regioni hanno presentato  sei quesiti referendari contro le trivellazioni in mare. Nel tentativo di evitare il referendum, dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale, il Governo ha vietato tutte le attività nelle acque nazionali, cioè entro le 12 miglia dalla costa. Una decisione determinante per la frenata della Shell: una parte delle aree ottenute dalla compagnia olandese è infatti dentro le 12 miglia. Il referendum si farà comunque, il 17 aprile. Non è stata infatti ascoltata la richiesta delle associazioni ambientalista di indire un Election Day, ovvero di accorpare il referendum sulle trivelle con il primo turno delle prossime elezioni amministrative. Ciò avrebbe facilitato la partecipazione democratica e comportato un risparmio fra i 300 e i 400 milioni di euro di soldi pubblici.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/effetto-referendum-shell-rinuncia-alla-ricerca-di-petrolio/

eQuommerce, un nuovo modo di fare la spesa

E’ il primo social network dove gruppi di amici, vicini di casa o colleghi possono unirsi insieme per formare Gruppi di Acquisto Solidali (GAS) e dove i produttori possono inserire la propria azienda ed interagire direttamente con i GAS presenti sulla piattaforma. Il progetto è stato realizzato dalla start-up innovativa valdostana Made in Valley S.r.l.s., in collaborazione con il Politecnico di Torino.

equommerce

eQuommerce è un progetto realizzato dalla start-up innovativa valdostana Made in Valley S.r.l.s., in collaborazione con il Politecnico di Torino. E’ il primo social network internazionale pensato esclusivamente per far incontrare direttamente i produttori e le famiglie locali, al fine di aiutarle a risparmiare sulla spesa acquistando insieme direttamente dai produttori locali, senza intermediari, a favorire l’acquisto di prodotti genuini del territorio, verificandone personalmente la provenienza e la sostenibilità, e a sostenere le aziende a cui viene riconosciuto un prezzo equo per i prodotti ed il lavoro svolto. Il progetto nasce dopo aver constatato che il comparto agricolo mondiale dei piccoli e medi produttori è in forte crisi e che le famiglie hanno visto diminuire il loro potere d’acquisto e di conseguenza la possibilità di accedere a cibi genuini.  Anche i dati Istat del 6° e 5° censimento generale dell’agricoltura confermano la situazione di crisi, riportando una diminuzione del numero delle aziende agricole in Italia da 2.405.453 nel 2000 a 1.630.420 nel 2010 con un decremento pari al 32,2%. Fulcro del programma è il sito webwww.equommerce.com, nato per fornire uno strumento semplice, completo e flessibile per gestire tutte le attività connesse alla vita di un Gruppo di Acquisto Solidale (G.A.S.) e delle aziende che li riforniscono.  Ricordiamo, per chi ancora non ne fosse a conoscenza, che i G.A.S. sono gruppi di famiglie che acquistano insieme direttamente dai produttori locali, in modo da sostenere l’agricoltura tradizionale e da poter accedere a prodotti sani e genuini. Eliminando gli intermediari, si risparmia sulla spesa e si garantisce la tracciabilità degli alimenti acquistati. Ad oggi in Italia si contano circa un migliaio di G.A.S. e il fenomeno è in continua espansione. In tal senso, eQuommerce si propone di facilitare la nascita di nuovi gruppi e la gestione di quelli già esistenti, nel rispetto dei diritti dei consumatori e dei produttori. I principi fondanti su cui si basa il progetto sono: la volontà di riconoscere un compenso equo ai produttori e di permettere, al contempo, di acquistare a un giusto rapporto qualità/prezzo alle famiglie; il tentativo di favorire la nascita di rapporti di reciprocità e solidarietà tra chi produce e chi consuma; l’impegno verso una produzione rispettosa dell’ambiente e attenta a tematiche quali la sostenibilità e il risparmio delle risorse naturali (come l’acqua, il suolo e l’aria). In sintesi, equità, solidarietà e sostenibilità. Ma come funziona concretamente? La procedura è molto semplice. I consumatori potranno vedere sulla mappa interattiva le aziende agricole presenti intorno a sé, leggerne la scheda di presentazione in cui sono indicati i prodotti venduti e le modalità di gestione degli ordini. Per acquistare i prodotti di un’azienda, sarà sufficiente che i consumatori si uniscano ad un G.A.S. già presente sulla piattaforma oppure avranno la possibilità di crearne un nuovo, purchè sia formato da cinque utenti. La gestione degli ordini è molto semplice. Attraverso il portale, l’amministratore del G.A.S. aprirà un ordine ad un’azienda affiliata indicando il termine temporale entro il quale l’ordine sarà evaso. Tutti i membri del suo G.A.S. riceveranno una notifica sulla propria email e sul loro profilo eQuommerce inerente all’ordine aperto e potranno quindi aggiungere alla lista dell’amministratore i prodotti desiderati nelle quantità richieste. A ordine evaso, il G.A.S. che ha effettuato l’ordine è tenuto a lasciare una valutazione sull’azienda. Grazie a questo sistema di feedback, sarà possibile verificare la professionalità dell’azienda, la qualità dei prodotti e l’effettiva corrispondenza con quanto indicato sulla scheda. Viceversa, l’azienda dovrà esprimere una valutazione sul GAS, per premiare quelli più puntuali e affidabili. Registrarsi e acquistare sulla piattaforma eQuommerce avviene gratuitamente. La sostenibilità del progetto è garantita dal riconoscimento di una piccola percentuale sulle vendite effettive da parte delle aziende, la cui adesione alla piattaforma è gratuita.

Info su: www.equommerce.com

Fonte: ilcambiamento.it