Too Good to Waste: ecco come gli “scarti” combattono lo spreco di cibo

Una giovane azienda emiliana impegnata nell’elaborare soluzioni per ridurre gli sprechi e favorire l’economia circolare ha lanciato un progetto chiamato Too Good to Waste, che attraverso l’impiego di scarti alimentari ha messo a punto una tecnologia in grado di allungare la vita dei prodotti freschi. Nel mondo si spreca molto cibo, troppo. Secondo recenti stime della FAO, ben un terzo di tutto il cibo prodotto viene perso o sprecato lungo la filiera agroalimentare, dalla produzione al consumo. E le cose stanno peggiorando: secondo autorevoli stime, lo spreco alimentare è in crescita, e nel 2030 toccherà ben il 40% del cibo prodotto a livello globale. Una situazione chiaramente insostenibile, sia in termini ambientali – produrre cibo comporta l’uso di risorse naturali, come ad esempio acqua e suolo, e provoca l’emissione di CO2 – sia economici e industriali, poiché una filiera così inefficiente genera costi a carico di aziende e consumatori. Ancora, lo spreco alimentare è inaccettabile da un punto di vista morale, considerando che nel mondo le persone denutrite sono quasi 700 milioni.

Packtin dà il suo contributo a invertire il trend, attraverso Too Good to Waste, progetto finanziato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Packtin è una piattaforma tecno-scientifica per la valorizzazione a 360° dei sottoprodotti agroindustriali, è stata fondata da un team di ricercatori specializzati in microbiologia dell’UNIMORE e ha sede a Reggio Emilia. Packtin sta sviluppando in Emilia-Romagna un impianto-pilota per scomporre i sottoprodotti agro-industriali – cioè quelli che erroneamente vengono definiti scarti agroalimentari, come le bucce di pomodoro o il pastazzo di arancia –, rendendoli disponibili come nuove materie prime per il mercato e per la creazione di prodotti naturali di qualità da usare nell’industria alimentare.

«Spesso le bucce di pomodoro, di carota o il pastazzo di arancia vengono definiti “scarti” dai non-addetti ai lavori», spiega Andrea Quartieri, COO e co-fondatore di Packtin. «In realtà questi sottoprodotti hanno un enorme potenziale a beneficio delle persone, perché contengono vitamine, fibre e antiossidanti preziosi per la salute umana, e dai molteplici impieghi».

E uno dei campi di applicazione più interessanti per le nuove materie prime recuperate da Packtin è la creazione di rivestimenti commestibili e biodegradabili per frutta e verdura fresche allo scopo di migliorarne quella che gli addetti ai lavori chiamano shelf-life (vita di scaffale), agendo sulla maturazione o sulla protezione dalle infezioni microbiche. L’obiettivo del progetto Too Good to Waste è ottimizzare la composizione di rivestimenti per il trattamento di due prodotti d’eccellenza del settore ortofrutticolo italiano: i pomodori e le arance. Partendo dalle fibre e dagli estratti naturali ottenuti con il già citato impianto-pilota, Packtin sta sviluppando, rivestimenti biodegradabili, commestibili e facilmente lavabili che possano costituire un’alternativa ai trattamenti oggi utilizzati, come la ceratura per gli agrumi, che peraltro rende la buccia non edibile. La combinazione di fibre naturali ed estratti vegetali con funzioni antiossidanti e antimicrobiche può diminuire la percentuale di prodotti scartati rallentando la maturazione e proteggendo dagli agenti infettivi, con un ovvio calo degli sprechi a beneficio del pianeta, dei consumatori e delle aziende.

«Questi rivestimenti migliorano la vita post-raccolta degli alimenti ortofrutticoli, che di solito “durano” pochi giorni», spiega Quartieri. «Com’è noto, il settore ortofrutticolo subisce grosse perdite lungo la filiera, dal campo alla tavola. Attraverso il progetto Too Good to Waste la nostra tecnologia, “allungando la vita” a frutta e verdura, permette di migliorare la gestione del prodotto fresco in modo da ridurre gli sprechi durante le fasi di lavorazione, stoccaggio, trasporto, vendita e infine consumo».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/09/too-good-to-waste/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Ogni anno in Europa si sprecano 88 milioni di tonnellate di cibo

In Europa sprechiamo 88 milioni di tonnellate di cibo ogni anno in media e la parte del leone la fanno frutta e verdura. La maggior parte di questi sprechi sarebbe evitabile se solo maturassero nei cittadini coscienza civica e buone pratiche.9927-10716

Secondo le stime della FAO, un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano va sprecato, nella sola Europa ogni anno se ne sprecano circa 88 milioni di tonnellate, per un costo stimato in circa 143 miliardi di euro l’anno. E a fare il punto, nello specifico, sullo spreco di frutta e verdura è uno studio curato dal Joint Research Centre della Commissione Europea (JRC), che fa il punto sul settore frutta e verdura che contribuisce a quasi il 50% degli sprechi alimentari generati dalle famiglie della UE a 28 Stati; si stima che ogni persona riduca in rifiuto 35,3 kg di frutta e verdura all’anno, 14,2 kg dei quali sarebbero evitabili. La prima differenziazione che fa lo studio è tra il non commestibile, o rifiuto inevitabile, e il commestibile, che diventa rifiuto a causa di comportamenti di acquisto e consumo sbagliati. Sono stati presi in esame 51 tipi di frutta e verdura acquistati, consumati e sprecati nel Regno Unito, Germania e Danimarca nel 2010, arrivando alla conclusione che 21,1 kg di rifiuti pro capite sarebbero inevitabili e 14,2 kg evitabili. In media, il 29% (35,3 kg per persona) di frutta e verdura fresca acquistata dalle famiglie è sprecato, e di questo il 12% (14,2 kg) potrebbe non venire gettato. Gli autori rilevano differenze a causa dei diversi livelli di comportamenti nei consumi, legati essenzialmente a fattori culturali ed economici, che influenzano direttamente la quantità di rifiuti generati. Per esempio, i dati mostrano che sebbene gli acquisti di verdure fresche siano più bassi nel Regno Unito rispetto alla Germania, la quantità di rifiuti inevitabili generati pro-capite è quasi la stessa, mentre la quantità di rifiuti evitabili è più alta nel Regno Unito.

Il problema, dunque, non è di poco conto. In proposito, la Commissione Europea sta predisponendo la seguente serie di azioni:

– elaborazione, entro marzo 2019, di una metodologia comune europea per misurare coerentemente i rifiuti alimentari, in cooperazione con gli Stati membri e le parti interessate;

– utilizzo di una piattaforma sulle perdite e gli sprechi alimentari che riunisce organizzazioni internazionali, organi dell’UE, Stati membri, attori nella catena alimentare, per contribuire a definire le misure necessarie, facilitare e sviluppare la cooperazione, analizzare l’efficacia delle iniziative di prevenzione degli sprechi alimentari, condividere le migliori pratiche e i risultati raggiunti;

– adozione di linee guida per facilitare la donazione di cibo e la valorizzazione di alimenti non più destinati al consumo umano come alimenti per animali, senza compromettere la sicurezza di alimenti e mangimi;

– esaminare i modi per migliorare l’uso della marcatura delle date di scadenza e la loro comprensione da parte dei consumatori.

Non è detto che tali misure siano destinate a funzionare, anche perché gli interventi “dall’alto” non sempre sono veloci ed efficaci e non sempre sortiscono effetti significativi. La cosa più importante sarebbe che ogni persona, ogni cittadini maturasse la consapevolezza che non è più momento per potersi permettere di sprecare nulla.

Fonte: ilcambiamento.it

Congelare la frutta, un’azione antispreco sottovalutata

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Congelare la frutta significa dare una seconda opportunità a tutta una serie di prodotti preziosi, salvandoli dalla pattumiera per poi utilizzarli in mille preparazioni culinarie. Congelare il cibo per evitare lo spreco è una soluzione che ancora non è stata presa nella dovuta considerazione. In realtà, congelare il cibo avanzato significa estendere il suo ciclo di vita, mentre comperare cibo congelato aiuta a preparare soltanto gli alimenti che poi verranno effettivamente consumati. Una ricerca pubblicata dal “British Food Journal” evidenzia infatti il cibo congelato genera il 47 per cento in meno di spreco casalingo rispetto al cibo fresco. È anche un modo pratico per risparmiare e, al tempo stesso mangiare in modo del tutto salutare. Se poi gli alimenti da congelare sono frutta e verdura, si ha anche un vantaggio estetico perché il congelamento blocca il decadimento e mantiene intatta la bellezza di questi prodotti, conservando, al tempo stesso,  il loro gusto e le sostanze nutritive. Spesso ortaggi e frutti “brutti” non vengono presi in considerazione dai consumatori e finiscono in pattumiera: congelati nel “momento giusto” permette di preservarli. Uno studio condotto dall’University of California-Davis” insieme alla “Frozen Food Foundation” ha rilevato che la frutta e la verdura congelata è altrettanto sana e talvolta persino più nutriente di quella fresca. Questo perché viene colta e congelata nel momento di massima maturazione. In particolare il contenuto di vitamina C del granoturco, dei fagiolini e dei mirtilli congelati è risultato assai più elevato rispetto ai corrispondenti prodotti freschi. In ogni caso, frutta e ortaggi dovrebbero essere congelati poco dopo la raccolta. Inoltre, possono essere congelati unicamente se non sono ammuffiti o danneggiati.
Il processo di congelamento potrebbe cambiare la consistenza di alcuni alimenti, perché la verdura e la frutta contengono molta acqua che, quando viene congelata, si espande e si ghiaccia, rompendo la struttura cellulare dei vegetali. Di conseguenza, la frutta e la verdura scongelata potrebbero risultare più morbide e meno croccanti. Questa alterazione non influisce sugli alimenti che poi vengono cotti, mentre è rilevante per quelli che si vorrebbero mangiare crudi. Esistono però molteplici soluzioni culinarie che consentono di utilizzare i frutti che arrivano dal congelatore. Con la frutta congelata si possono preparare anche nutrienti frullati, senza bisogno di aggiungere ghiaccio per renderli freschi. E, ancora, la frutta congelata può essere utilizzata per preparare ghiaccioli e gelati, unendo nel mixer miele o yogurt. Anche le marmellate vengono benissimo preparate con la frutta appena tirata fuori dal freezer, per non parlare poi dei crumbles e delle crostate di frutta.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Roma, arriva il banchetto che raccoglie frutta e verdura invenduta al mercato per donarla ai poveri

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«Ci vediamo tutti i sabati pomeriggio al mercato rionale dell’Alberone, raccogliamo dai banchisti frutta e verdura invenduta e lì costruiamo il nostro piccolo banchetto speciale». Ogni sabato pomeriggio, dalle 14 alle 16, un gruppo di volontari (italiani e stranieri) distribuisce gratuitamente la frutta e la verdura invenduta del mercato mattutino: «Sono oltre 100 kg al giorno. E sono tanti, soprattutto gli anziani, ad avvicinarsi. Così non si dice che non si aiutano gli italiani», sorridono.
LOTTA ALLO SPRECO – Si chiama Roma Salva Cibo, ed è il progetto nato nel settembre del 2017 all’interno del VII Municipio di Roma. I protagonisti sono Viola Piroli, attivista, Francesco Fanoli, antropologo e Yacouba Sangare, volontario originario della Guinea. «Volevamo semplicemente fare la nostra piccola lotta contro lo spreco e, allo stesso tempo, aiutare le tante persone che avevano bisogno. Spesso le vedevamo raccogliere la frutta caduta dal mercato. Molti di loro, così, si avvicinano finalmente senza più remore», racconta Viola. L’iniziativa s’inserisce in un progetto coordinato da ‘Eco dalle Città’, associazione già attiva nel campo della lotta allo spreco alimentare, che a Torino gestisce da oltre un anno un progetto simile al mercato di Porta Palazzo. Il progetto ha, tra gli altri, l’obiettivo di creare una rete solidale capace di stimolare legami sociali e coinvolgere migranti («superando il pregiudizio secondo cui costituirebbero esclusivamente un peso e un problema per la società»). Tra frutta, verdura e pane sono oltre 100 kg i prodotti distribuiti ogni sabato pomeriggio al mercato dell’Alberone.

UN AIUTO PER CRESCERE – «Ci siamo rivolti per un sostegno dalle istituzioni. Ma purtroppo, come sempre – aggiunge Viola – dopo le parole non sono arrivati i fatti». E così, non appagati, Viola, Francesco e i volontari hanno deciso di lanciare una campagna di raccolta fondi sul web. «Vorremmo estendere l’iniziativa aumentando sia il numero di mercati romani in cui essere attivi che la frequenza settimanale – spiegano – Abbiamo in programma di riorganizzare la raccolta e la distribuzione in maniera capillare e mobile, così da raggiungere anche chi ha difficoltà a recarsi presso i punti di distribuzione. E – conclude Viola – grazie agli accordi con tanti banchisti dei mercati vicini, ci sposteremo in altri punti della città, dando così assistenza a sempre più persone».

Fonte: ecodallecitta.it

Milano, arrivano le ‘Isole itineranti del gusto’ tutte eco-friendly

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Dalle centrifughe di frutta e verdura alla scoperta dei sapori autentici della tradizione italiana, tutto su mezzi poco inquinanti. Tajani: “Una nuova opportunità commerciale e occupazionale per i giovani coniugata all’utilizzo di mezzi sempre più ecologici e innovativi”

I sapori e i gusti dello street food si trovano nelle vie del centro. Sono stati presentati oggi in via Beltrami dall’Assessore alle Politiche per il Lavoro, Attività produttive e Commercio, Cristina Tajani, alcuni esempi di mezzi a basso impatto ambientale che consentiranno a milanesi e turisti di scoprire le più autentiche e gustose ricette dello street food italiano e internazionale.

Grazie a questa iniziativa abbiamo portato una nuova concezione del cibo di strada al centro del commercio itinerante, perché il cibo è sempre cultura e valorizzazione del territorio“. Così l’assessore alle Politiche per il Lavoro, Attività produttive e Commercio Cristina Tajani, che prosegue: “Oggi lo street food rappresenta una modalità di consumo ampiamente diffusa nelle capitali europee e mondiali. Come Amministrazione – conclude l’assessore – abbiamo non solo favorito la scoperta dei gusti e dei sapori della nostra e di altre tradizioni gastronomiche, ma soprattutto sostenuto la nascita di nuove opportunità commerciali e occupazionali per i giovani coniugate all’utilizzo di mezzi sempre più ecologici e innovativi“.

I 50 operatori (11 hanno partecipato alla fase di sperimentazione iniziale e 39 sono nuovi) propongono, oltre a prodotti DOP, IGP, STG e PAT, anche sapori cosmopoliti. Tra i riconfermati troviamo, ad esempio,“Mozzarella e Dintorni” che propone bruschette e quanto è tipico nel territorio salentino.“Pop Dog” reinterpreta il classico hot dog statunitense nelle varianti messicana, giapponese ecc. “Sapori in movimento” suggerisce gnocco e tigelle accompagnate dai più conosciuti e apprezzati salumi emiliani. Tra le novità presenti in via Beltrami per la presentazione “PicoBrew”, un pub itinerante ideale per chi ama le birre artigianali realizzate con materie prime del territorio milanese.“Pestofino” che ripropone sapori e profumi del Tigullio, dalla pasta fresca alle salse per condire, da quella al basilico a quella alle noci. Infine i gelati della “Gelateria Gorini”, che porterà in centro città i più tipici gusti preparati con ingredienti DOP e IGP come i pistacchi di Bronte, i limoni di Sorrento, lo zafferano de L’Aquila o le amarene brusche di Modena, oltre a “Street Juice” che propone centrifughe, frullati ed estratti derivati da frutta e verdura biologici e a chilometro zero. I mezzi utilizzati (tricicli o quadricicli) hanno tutti un’estetica compatibile con il contesto urbano e una dimensione massima in esercizio di 3,60 mt di lunghezza per 1,70 di larghezza, oltre a essere eco-friendly a trazione a pedali o assistita e a motore elettrico.I singoli mezzi possono sostare per un tempo massimo di due ore e rispettare una distanza minima di 250 metri dalla presenza di un operatore similare. Nei giorni concomitanti lo svolgimento di mercati settimanali scoperti o fiere,’attività di street food può essere svolta solo a una distanza minima di 500 metri dagli stessi. Per garantire la civile convivenza con la cittadinanza gli operatori che necessitano di utilizzare olio bollente o griglie sono dotati di apposite cappe per l’abbattimento degli odori. I cinquanta operatori sono soggetti al pagamento di un canone Cosap.

Fonte: ecodallecitta.it

Le migliori app per riconoscere piante, alberi e frutti

Sono decine le applicazioni che sfruttano il riconoscimento visuale per riuscire a dare nome a ciò che vediamo. Una delle più note, PlantNet, ha appena ampliato il proprio databasepiante-app-1

Foglie, piante, arbusti e frutti non avranno più segreti per noi. Senza alcun bisogno di chinarci per ore sui libri di botanica per conoscere la vegetazione che ci circonda: basta lo smartphone, o il tablet, e una fotografia. Un semplice scatto e click per averne il completo identikit, che si tratti di un sicomoro o di una gardenia. Tutto grazie ad alcune applicazioni che si trovano nei nostri negozi digitali e sfruttano il riconoscimento visuale, cioè una tecnologia che compara le istantanee alle immagini presenti in una banca dati, per poi riuscire a dare un nome a ciò che vediamo.

Le ultime novità nel campo arrivano da una delle app dedicate al settore più note e affidabili. Si chiama PlantNet, ha appassionato già 3.5 milioni di persone in tutto il mondo ed è utilizzata da 30mila utenti ogni giorno. È disponibile sia per Apple che per Android e ha appena ampliato il proprio database. Un’espansione che ora le permette di riconoscere sempre più verde. Prima la copertura era limitata a quattro aree geografiche: Europa occidentale, Nord Africa, isola della Riunione (nell’oceano indiano) e Guyana francese. Adesso si aggiungono Stati Uniti, Canada, Hawaii, Caraibi, isole Mauritius e mar Mediterraneo. Con il risultato che le immagini che PlantNet ha a disposizione nella propria banca dati hanno raggiunto quota 586mila. Mentre il numero di specie identificate è balzato da 8,200 a più di 13mila. Inoltre, l’applicazione offre la possibilità di ospitare dei microprogetti: un focus sulla vegetazione di uno specifico posto, ad esempio un orto botanico o una riserva marina, tutta da scoprire. Usarla è semplice. La si può scaricare gratuitamente da Google o Apple Store. Poi inizia il gioco: basta scattare una foto, o sceglierne una dalle immagini presenti nella galleria, e sottoporla all’occhio di PlantNet. Dobbiamo fornirgli un’indicazione: se si tratta di un fiore, di un fusto, di una foglia o di un frutto. Poi l’app ci proporrà una serie di soluzioni possibili, accompagnate da un’immagine e una breve descrizione, tra cui potremo scegliere quella che ci sembra la più corretta. Se non si trova la soluzione, si può sottoporre la pianta al vaglio della comunità. Durante la nostra prova tra le strade di Roma, PlantNet ha individuato correttamente un albero: un faggio. Ma non è riuscita a riconoscere una bougainvillea. Niente paura, PlantNet non è la sola a offrire questo tipo di servizio. E se qui non troviamo risposta ai nostri quesiti botanici, possiamo sempre fare ricorso ad altre decine di applicazioni dal funzionamento simile. Come Like that Garden, gratuita per iOS e Android, che include le piante da interni e fornisce una serie di consigli per farle crescere meglio. Il pollice verde è assicurato. iForest, invece, non permette di identificare l’albero dalla foto, ma possiamo mettere a confronto l’istantanea con le immagini contenute nell’archivio. Il suo punto di forza è che è tarata sulla vegetazione del Centro Europa e include oltre 1700 immagini di oltre 100 alberi e arbusti. Le informazioni fornite sono molto dettagliate e includono, ad esempio, ricette di cucina e usi medici delle piante. È disponibile per iPhone e Android, ma non è gratuita (costa circa 17 euro). Il 10 percento dei ricavi è destinato a una fondazione che promuove la tutela del paesaggio rurale e dei boschi europei. Infine, per chi ha in programma un viaggio negli Stati Uniti, o in Canada, vale la pena scaricare Leafsnap (gratuita, solo per iOS): un’applicazione specializzata nel riconoscimento delle foglie, sviluppata in sinergia dai ricercatori provenienti dalla Columbia University, dalla University of Maryland e dalla Smithsonian Institution e la Canadian Wildlife Federation. All’interno, pure un gioco per testare quanto abbiamo imparato sulla vegetazione scattando e usando la app. Il divertimento è assicurato.

Fonte: galileonet.it

Milano, recuperati nelle mense 100mila chili di frutta e 60mila di pane all’anno

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Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati salvati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. A Milano lo spreco di cibo si combatte anche nelle scuole. Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati recuperati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. I refettori scolastici coinvolti sono 99 mentre le strutture caritative milanesi aiutate con il programma “Siciticibo” sono 79. (Dati pubblicati su http://www.milanoristorazione.it/notizie-eventi/progetti/progetti-attivi/1070-progetti-di-contenimento-sprechi-alimentari-collaborazione-con-siticibo)

Siticibo è attivo dal 2003 ed è la prima applicazione della Legge n. 155/2003, nota come legge del Buon Samaritano, che ha lo scopo di recuperare il cibo cotto e fresco in eccedenza nella ristorazione organizzata e dunque anche nei refettori scolastici. L’iniziativa è partita da una mamma, oggi volontaria di Banco Alimentare, che preoccupata nel vedere i quantitativi di cibo sprecati nella scuola frequentata dai figli ha contattato il Banco Alimentare proponendo alcune iniziative per recuperare le eccedenze e sensibilizzare alunni e insegnanti. Oltre al recupero e alla distribuzione del cibo Banco Alimentare propone azioni educative. “Entrando nelle scuole ci siamo accorti che i bimbi e gli insegnanti erano desiderosi di sapere perché salviamo gli alimenti. Nasce dunque l’attività sull’educazione al valore del cibo che non va sprecato e neanche sciupato sui tavoli”

Le iniziative contro lo spreco di cibo nelle scuole milanesi sono davvero tante.  

Nel corso degli anni, sono stati distribuiti in più di 80 plessi scolastici di Milano più di 24.700 sacchetti “Salva merenda”. Gli alunni delle scuole che hanno aderito al progetto “Io non spreco” usano il sacchetto per portare a casa frutta, pane, budini UHT e prodotti da forno, da loro stessi non consumati durante il pranzo e la merenda a scuola.387407_2

Invece negli asili dove sono stati distribuiti i kit “Riciclo e coltivo”gli avanzi si trasformano in compost da usare nei giardini delle scuole che hanno aderito all’iniziativa. Da non sottovalutare anche la scelta di consumare la frutta a metà mattina anticipando la distribuzione della frutta prevista a fine pasto. Con il progetto “Frutta a metà mattina” di Milano Ristorazione i bambini infatti apprezzano di più la frutta e si evitano gli sprechi a pranzo dato che spesso non si riesce a finire il pasto. Ma non solo. Lo spreco di cibo si combatte anche là dove viene cucinato. Milano Ristorazione cucina un numero di pasti tenendo conto degli alunni presenti a scuola il giorno prima. A metà mattina ricevono i fax con il numero di presenze per quella data giornata e se le porzioni preparate fossero in più non saranno consegnate ma conservate grazie agli abbattitori rapidi di temperatura e distribuite alle associazioni che operano sul territorio.  Sulle pagine di Eco dalle città abbiamo parlato più volte delle azioni contro lo spreco di cibo grazie anche al progetto “Formichine Salvacibo” finanziato dalla Fondazione Cariplo che ha visto la partecipazione e la premiazione di alcune scuole milanesi impegnate con attività di sensibilizzazione contro gli sprechi alimentari.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro

Preoccupano gli scienziati le immagini che mostrano gli impollinatori al lavoro sugli alberi da frutto nella contea di Hanyuan, della provincia di Sichuan

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Nella contea cinese di Hanyuan, situata all’interno della provincia cinese di Sichuan, non ci sono più api. Quando arriva la stagione della fioritura, gli impollinatori salgono sugli alberi e fanno manualmente il lavoro che in natura viene svolto dalle api operose che ci regalano il miele. La sparizione delle api non è casuale, ma dovuta a responsabilità umane: per anni nella contea di Hanyuan sono stati utilizzati pesticidi che hanno fatto scomparire le api impollinatrici. E così, ogni primavera, alla fioritura dei peri, i contadini si arrampicano sui rami e iniziano a impollinare i fiori a mano. Le fotografie della gallery di apertura possono sembrare surreali, ma è quanto accade ormai da anni nella contea di Hanyuan che continua a descriversi come la “capitale mondiale del pero”. La redditività a lungo termine dell’impollinazione a mano è messa in discussione dall’aumento dei costi del lavoro e dal calo dei rendimenti della frutta.  Secondo un rapporto sulla biodiversità pubblicato di recente dalle Nazioni Unite, le popolazioni di api, farfalle e altri insetti impollinatori potrebbero estinguersi a causa della perdita di habitat, dell’inquinamento, dei pesticidi e dei cambiamenti climatici. Secondo le stime del report delle Nazioni Unite, dall’impollinazione animale dipende dal 5 all’8% della produzione agricola mondiale, quindi un calo sensibile degli impollinatori mette a rischio le principali colture del mondo e l’approvvigionamento alimentare. Sono circa 20mila gli impollinatori presenti in natura e fondamentali per l’agricoltura: 2 su 5 specie sono sulla strada dell’estinzione. “Siamo in un periodo di declino e le conseguenze sono in aumento”spiega Simon Potts, direttore del Centre for Agri-Environmental Research dell’Università di Reading, in Inghilterra. La Cina non è il solo luogo in cui scompaiono gli impollinatori: sta succedendo in Inghilterra e negli Stati Uniti dove spariscono bombi e calabroni. Secondo Potts il numero degli alveari statunitensi è sceso dai 5,5 milioni del 1961 ai 2,5 milioni del 2012; secondo le ultime stime in possesso del ricercatore ora dovrebbero essere circa 2,7 milioni, la metà rispetto a mezzo secolo fa.

Fonte:  Phys.org

31 Guarda la Galleria “Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro”

 

Si spende più per la frutta e la verdura che per la carne

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Per la prima volta da quando vengono effettuati i rilevamenti sulla tipologia di spesa alimentare delle famiglie italiane, la quota di budget riservata a frutta e verdura ha superato quella per la carne. Secondo l’analisi compiuta da Coldiretti, sulla base dei dati Istat relativi all’ultimo quindicennio, si tratta della prima volta che questo accade dall’inizio di questo secolo. Frutta e verdura rappresentano ora il 23% del budget che le famiglie riservano all’alimentazione per un importo di 99,5 euro al mese contro i 97 euro della carne che incide per il 22% del totale e perde, per la prima volta, il primato. L’affermazione dell’ortofrutta nella dieta degli italiani ha permesso all’Italia – come ha sottolineato Coldiretti in un incontro svoltosi all’Expo – di mantenere la leadership continentale del settore con un fatturato complessivo di 13 miliardi di euro distribuito su con 236.240 aziende che producono frutta, 121.521 che producono ortaggi, 79.589 patate e 35.426 legumi secchi”. E non solo, sono sempre di più le persone che praticano il fai da te coltivando sulle proprie terrazze, negli orti privati e pubblici lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.

Fonte:  Coldiretti 

Infertilità maschile: spermatozoi dimezzati dai pesticidi

Una ricerca pubblicata su Human Reproduction evidenzia il rapporto di causalità fra esposizione ai pesticidi e infertilità maschile.

Secondo la ricerca di Hagai Levine e Shanna H. Swann pubblicata su Human Reproduction, i residui di pesticidi nella frutta e nella verdura abbassano la qualità dello sperma. Fragole, mele, pere e spinaci sono i vegetali nei quali i residui di antiparassitari sono più elevati. Lo studio ha preso in esame 155 uomini di età compresa fra 18 e 55 anni che frequentano un centro di trattamento dell’infertilità: 338 collezioni di sperma sono state analizzate fra il 2007 e il 2012.

Fino a oggi le ricerche sulla relazione fra pesticidi e infertilità si erano concentrate esclusivamente sull’esposizione di tipo professionale, questa volta, invece, la ricerca si è concentrata sugli effetti dei pesticidi sugli alimenti. Chi consuma elevati livelli di pesticidi ha – in media – un eiaculato inferiore del 49% (86 milioni contro 171 milioni). Il numero dei pesticidi contenuto negli alimenti è stato determinato dall’incrocio fra le risposte date dalle persone testate nei questionari e i dati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. I pesticidi sono stati suddivisi in due classi: a bassa contaminazione (piselli, fagioli, pompelmi, cipolle…) e a moderata o alta contaminazione (fragole, spinaci, peperoni, mele, pere…). Dall’analisi compiuta sul campione di 155 uomini si è dedotto che

l’esposizione a pesticidi utilizzati nella produzione agricola del cibo può essere sufficiente per influenzare la spermatogenesi negli uomini.

L’esiguità del campione renderà necessari ulteriori approfondimenti, ma nel mondo accademico c’è chi sottolinea come questi risultati non debbano scoraggiare il consumo di frutta e verdura in generale che sono, anzi, fra i pilastri di una dieta che favorisce la fertilità. A essere consigliata è, piuttosto, la scelta di prodotti “bio” o una dieta che eviti i prodotti che possono contenere grandi quantità di questi pesticidi.pesticidi-620x310

Fonte:  Human Reproduction

© Foto Getty Images