La strage degli alberi di Vallombrosa

Il clima è ingovernabile, anzi: ci governa. Così le tragedie dei giorni scorsi in Toscana: stragi di alberi, boschi e foreste. Venti e piogge impensate che si abbattono con una furia che dimentichiamo troppo presto. E così se ne è andata anche parte della foresta di Vallombrosa.alberi_vallombrosa

L’aumento dell’effetto-serra è ormai evidente e distruttivo, anche se gran parte della gente sembra non accorgersene. I segni inequivocabili dello squilibrio naturale e delle sue conseguenze ci circondano, ma continuiamo ad ignorarli come se niente fosse. Eppure negli ultimi tempi inizia a serpeggiare in una parte della popolazione una certa inquietudine. Un’inquietudine che è più evidente e marcata in chi vive a contatto della natura, tra i contadini, nei piccoli paesi, nelle montagne, dove le conseguenze del cataclisma sono più evidenti e tangibili. Serpeggia inquietudine nei pochi abitanti di Vallombrosa, una località sull’Appennino toscano a due passi da Firenze, luogo storico di villeggiatura e di pellegrinaggio (vi si trova una delle più belle abbazie del centro Italia), nonché sede di uno dei più antichi e maestosi arboreti (orti botanici e vivai) del nostro paese. Intorno all’abbazia di Vallombrosa e al piccolo centro abitato di Saltino si estende per migliaia di ettari una foresta secolare, che nel corso dell’ultimo millennio è stata piantata e usata (oltre che ampliata) dagli stessi monaci e dagli abitanti del posto prima, per diventare poi patrimonio del demanio e riserva naturale protetta. Nella foresta si trovano, o meglio si trovavano, abeti bianchi di oltre duecento anni di età, alti più di trenta metri, faggi dai tronchi imponenti ricoperti di muschio, aceri montani, tigli, frassini, castagni, oltre a conifere piantate circa sessanta anni fa per produrre legname di pregio. Questo polmone verde è importante anche per molte specie animali, tra cui il picchio nero, l’astore, il falco pecchiaiolo, il lupo e l’istrice. Ma questa foresta non sarà più come prima, e come lei molte altre foreste del Casentino, compresa quella famosissima del santuario de La Verna, luogo di culto di San Francesco. Infatti, ad inizio marzo, una perturbazione proveniente dal nord Europa ha investito tutta l’Italia e in particolare l’Italia centrale: le temperature si sono abbassate di dieci-dodici gradi in una giornata e tempeste di vento hanno spazzato, con raffiche fino a centocinquanta chilometri all’ora, le vallate e i pendii delle montagne. La foresta non ha retto. Nella sola riserva naturale di Vallombrosa si stima che siano andati distrutti tra i quindicimila e i ventimila alberi, molti dei quali secolari. La fauna e la flora ne sono state stravolte. Tutto ciò potrebbe anche essere considerato normale. Gli eventi catastrofici di portata eccezionale, come questo, si sono sempre verificati sul nostro pianeta; il problema è che ormai tali eventi si ripetono con una frequenza e una diffusione incredibili. La foresta di Vallombrosa aveva infatti subito la violenza di una tempesta “eccezionale” anche nel novembre del 2013, con ampi danni alle piante. Ora il paesaggio è in alcuni luoghi apocalittico: al posto degli alberi ci sono spianate di ettari di legno sfasciato, contorto e martoriato, senza più traccia di vita alcuna. Ovunque nel mondo questi fenomeni si centuplicano e, dalla foresta slovena (vedi articolo sul gelicidio http://www.ilcambiamento.it/clima/gelicidioslovenia.html ) alle praterie e ai fiumi del centro Europa, ai boschi italiani e spagnoli, nessuno è al riparo. Ogni mese si viene a sapere di eventi apocalittici come grandinate spaventose, venti da uragano, alluvioni, siccità devastanti, nevicate e gelate improvvise che si spingono fino a zone tropicali sterminando interamente la vegetazione e la fauna, non adattati a tali temperature. Questi danni rendono fragili gli ecosistemi; le piante, indebolite dagli stress climatici e dall’inquinamento, contraggono malattie che si espandono a macchia d’olio, i parassiti si moltiplicano e la catena alimentare si altera. Tutto questo avviene a causa nostra, non è un campanello d’allarme ma un campanone da cattedrale che rimbomba, ma noi ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti dicendo “qualcuno dovrebbe fare qualche cosa”, ma quel qualcuno siamo noi. Siamo noi la causa, con i nostri viaggi aerei (http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/aereo_disastro.html), con il nostro modo di mangiare, di spostarci, di riscaldarci, di divertirci, con le scelte più elementari e quotidiane che comportano “effetti collaterali” degni di una guerra USA.

Quante foreste dovremo veder distrutte prima di aprire gli occhi e rimboccarci le maniche?

Il destino dell’uomo altrimenti è segnato perché, se oggi sono le foreste a cadere, domani sarà la produzione agricola e, quando la produzione di cereali subirà i colpi del cambiamento climatico, le conseguenze colpiranno tutti noi con la violenza di un cazzotto.

Possiamo e dobbiamo inceppare il meccanismo; le soluzioni sono alla portata di tutti, basta che ce ne sia la volontà. Lo dobbiamo a noi stessi e agli alberi di Vallombrosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Amazon Gold, i cercatori d’oro che devastano le foreste dell’Amazzonia

Il disboscamento e l’utilizzo del mercurio nella ricerca dell’oro stanno compromettendo l’ecosistema del Perù amazzonico

Il disboscamento dell’Amazzonia ha ricominciato a correre dopo il rallentamento degli ultimi anni, ma non è soltanto il traffico illegale di legname a insidiare il “polmone della Terra”. Amazon Gold, documentario inserito nel Concorso Internazionale One Hour di Cinemambiente 2014, porta alla luce l’altra ragione del disboscamento e dell’inquinamento di una delle zone più selvagge della Terra: l’oro. Ogni giorno nel rio Madre de Dios (che nasce sulle alture andine per buttarsi nel Beni affluente del Madeira, a sua volta affluente del Rio delle Amazzoni) vengono estratti 100mila dollari di oro. Un guadagno che ha un costo ecologico altissimo visto che per produrre la quantità necessaria per un anello d’oro occorre setacciare 250 tonnellate di terra. E per scandagliare questa quantità di terra occorre disboscare, allagare e scandagliare interi tratti di foresta. Il regista Reuben Aaronson (già collaboratore di Terrence Malick) si è recato nell’Amazzonia peruviana insieme a due reporter di guerra, Ron Haviv e Donovan Webster, e al biologo Enrique Ortiz, per indagare su questo traffico. E ha scoperto che il commercio dell’oro – a differenza di tanti altri scempi compiuti su vasta scala – è una devastazione dal basso che coinvolge le fasce povere della popolazione disposte a pagare un prezzo altissimo al ritorno economico garantito dalla raccolta del prezioso metallo. Nell’estrazione dell’oro, infatti, vengono utilizzate grandi quantità di mercurio, un metallo che facilita la separazione dell’oro, ma che risulta altamente tossico per chiunque lo maneggi. Il disboscamento su larga scala e le buche scavate per trovare l’oro sono un mix letale per l’ambiente: la foresta impiegherà 300-500 anni a ricreare l’ecosistema distrutto in pochi giorni di lavoro, mentre i veleni sversati nelle acque finiscono nel ciclo alimentare e in quello dell’acqua. Negli esami condotti sugli abitanti di Puerto Maldonado sono stati riscontrati tassi di mercurio di tre volte superiori al limite consentito. Su un piatto della bilancia c’è la salute, sull’altro i guadagni dell’oro il cui valore è letteralmente esploso in epoca di crisi, passando dai 250 dollari all’oncia del 2001 ai 1600 dollari all’oncia del 2013. Gli sbancamenti e l’utilizzo dell’acqua nell’attività estrattiva hanno completamente devastato la città di Huaypetue costringendola a spostarsi, a trasformarsi, in questa terra desolata che erode la più importante area termoregolatrice del mondo. Dopo migliaia di chilometri, la corsa delle acque dolci del Madre di Dios termina nell’Oceano Atlantico ed è lì che finisce il mercurio. L’inferno di Hyeronimus Bosch evocato dal biologo Ortiz nel documentario è di casa a a Puerto Maldonado e dintorni e il patto con il diavolo ha un’unica moneta di scambio, la più antica di tutte, l’oro.Immagine21-620x342

Foto | Amazon Gold

Fonte: ecoblog.it

Le foreste del pianeta sono il nostro più grande capitale naturale: proteggiamole!

Il bilancio è pesantemente negativo: 2,2 milioni di km² persi in vent’anni. Per proteggere le foreste occorre ridurre la pressione antropica, fatta soprattutto di piantagioni di palma da olio e soia e allevamenti estensivi

Nell’anno ci sono molte giornate mondiali (qualcuno pensa anche troppe), ma questa è importante, perchè le foreste rappresentano il nostro vero capitale naturale: sono la casa di decine milioni di specie viventi, proteggono il suolo e assorbono fino a un quinto del più pericoloso inquinante prodotto dall’umanità, cioè il biossido di carbonio. La situazione rimane purtroppo particolarmente negativa: negli ultimi vent’anni abbiamo perso almeno il 10% del manto forestale in tutto il pianeta, cioè 2,2 milioni di km², una superficie pari all’intera Repubblica Democratica del Congo. La distruzione boschiva riguarda soprattutto le foreste tropicali, proprio le più ricche in biodiversità e le più fragili. (Dati Forest Resources Assessment della FAO) La maglia nera della deforestazione spetta a dodici nazioni che hanno perso ciascuna oltre 50000 km² tra il 1990 e il 2010, ma tra queste ne spiccano in particolare due: il Brasile, con un’emorragia di oltre mezzo milione di km² e l’ Indonesia che con un saldo negativo di 240000 km² ha rinunciato al 20% del suo capitale naturale. La colpa è da attribuire essenzialmente al sistema agricolo industriale: in America Latina il motore della deforestazione sta negli allevamenti estensivi di bestiame e nella coltivazione della soia destinata agli allevamenti intensivi europei e nordamericani. Nell’Asia insulare il colpevole è invece l’ olio di palma, poiché la foresta viene distrutta per fare posto alle piantagioni. Oltre a rendere più sostenibile il mondo della moda e del tessile, la scelta di mangiare meno carne e scegliere prodotti senza olio di palma sono il modo in cui già da oggi possiamo fare la nostra parte per proteggere le foreste.Deforestazione-2014

Fortunatamente ci sono nazioni che hanno aumentato il proprio stock forestale,  a dimostrazione del fatto che è possibile investire la tendenza. Il paese più attivo è la Cina, che quasi bilancia il Brasile come area riforestata, ma non certo come valore biologico, visto che una foresta temperata vale assai meno in termini di biodiversità rispetto ad una tropicale. Buoni risultati sono stati ottenuti anche in Europa, Nord America e Turchia. Tra i paesi con climi più caldi, è giusto ricordare l’India e il Vietnam, con un guadagno di 45000 km² ciascuno. Quando i cittadini europei dedicheranno ai numeri della deforestazione almeno la stessa attenzione che dedicano all’andamento delle borse, delle tasse o del prezzo della benzina, forse avremo iniziato a fare un passo avanti.

Fonte: ecoblog

Gelicidio in Slovenia: le foreste distrutte

Le foreste in Slovenia in questi giorni vengono distrutte da un fenomeno che fatica ad apparire naturale, ma i media nazionali non informano. Lo fa Il Cambiamento.gelicidio_slovenia

La Slovenia è una piccola nazione ricoperta di prati e foreste nei quali sorgono piccoli paesi e cittadine le cui genti sono legate profondamente alla terra e ai prodotti che questa produce. Nelle grandi estensioni di boschi vivono animali rari e affascinanti, come l’orso bruno o la lince che in questa nazione di poco più di due milioni di abitanti riescono a sopravvivere molto bene, grazie ad una attenta gestione del territorio.  Montagne dal profilo dolce ricoperte di faggi, abeti, tigli e aceri si estendono a perdita d’occhio, aprendosi di tanto in tanto in ampi prati carsici da cui si godono delle viste mozzafiato. In queste foreste si possono osservare le impronte di lupi e linci, avvistare orsi e allocchi degli Urali, ascoltare il tamburellare del picchio nero sul tronco di qualche albero antico. Ma di alberi antichi ed anche giovani negli ultimi giorni ne sono rimasti in piedi assai pochi. Sulla Slovenia infatti si è abbattuto uno dei più terribili fenomeni meteorologici di sempre: la tempesta di ghiaccio, detta anche gelicidio.   Si tratta di un fenomeno che nei Balcani non è nuovo, ma non si è mai mostrato così devastante come in questi terribili giorni. In pratica una massa di aria fredda con temperature abbondantemente sotto lo zero stazionava da tempo ed in modo consueto su buona parte di Slovenia, Croazia, Bosnia e Ungheria. Un’altra massa di aria decisamente più calda e molto umida, portata dai venti di scirocco, si è insinuata in queste zone producendo intense piogge. Le gocce di pioggia, la cui temperatura era al di sopra dello zero, una volta arrivate al suolo si congelavano producendo una coltre apocalittica e mortale che in poche ore ha ricoperto gran parte della Slovenia e lembi delle nazioni confinanti. Il risultato è stato un disastro senza precedenti. Quasi il 40% delle foreste è stato distrutto o fortemente danneggiato. Il peso dei blocchi di ghiaccio ha infatti abbattuto o distrutto gli alberi, che nel migliore dei casi hanno perso tutti i piccoli rami mostrandosi ora come mostruosi scheletri.  Quasi 500.000 ettari di foresta (più della superficie dell’intero Molise), pari a circa la metà di tutto il patrimonio forestale sloveno, sono stati coinvolti, con molti milioni di metri cubi di vegetazione persa, e con essa migliaia di uccelli, piccoli mammiferi come scoiattoli e ghiri, e poi cervi, caprioli e i grandi predatori che hanno perso il loro habitat. E l’uomo? Per quanto sia meno importante e decisamente rimediabile, a differenza della distruzione di foreste ricche di grandi alberi e di biodiversità, è giusto citare il fatto che da giorni 12.000 chilometri di strade sono impraticabili per il ghiaccio e il legname abbattuto, 240.000 persone sono senza elettricità né riscaldamento, le autostrade sono impraticabili e soggette al passaggio degli animali che vagolano spaesati, centinaia di chilometri di linee telefoniche ed elettriche sono completamente distrutte dal peso del ghiaccio, stabilimenti industriali tra i più importanti del paese sono fermi o lavorano a rilento, le ferrovie sono congelate e ci vorranno mesi prima che le più piccole comunità possano tornare alla normalità. Ma questo fenomeno è naturale? Non pare proprio! È un fenomeno che parrebbe proprio essere conseguenza dell’effetto serra nella sua dirompenza e che potrebbe verificarsi anche in Italia, soprattutto nelle regioni del nord, compresa la popolosa Pianura Padana. Questi fenomeni, peraltro non isolati, di sovvertimento del clima e delle caratteristiche usuali delle stagioni, non possono non essere correlati con l’antropizzazione esasperata e l’inquinamento, i SUV che circolano dissennatamente in Europa, gli spensierati viaggi in aereo che consumano tonnellate di carburante, la frutta e verdura che abbonda sulle nostre tavole dopo aver percorso migliaia di chilometri da un continente all’altro. Siamo più o meno tutti colpevoli e saremo più o meno tutti coinvolti da fenomeni come questi o ancora peggiori, che potrebbero nell’arco di un decennio compromettere la produzione agricola mondiale e la salute di interi ecosistemi. Sta a noi iniziare il cambiamento, anche se non è facile ed occorre impegno e perseveranza. Bisogna iniziare dalle cose più semplici come andare in bicicletta o in autobus invece che in auto o in aereo, fino ad arrivare a rinunce più importanti e complesse. Lo dobbiamo a noi stessi ed anche alle linci e agli orsi della Slovenia.

Fonte: il cambiamento

Una Scomoda Verità

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7. Pagare il prezzo «giusto»?

Le economie di molti paesi in via di sviluppo puntano sullo sfruttamento delle risorse naturali per affrancare le loro popolazioni dalla povertà, con un danno potenziale per i sistemi naturali da cui dipendono. 16

Spesso, le soluzioni a breve termine compromettono il benessere della popolazione sul lungo termine. Possono i governi aiutare i mercati a stabilire il prezzo «giusto» per i servizi della natura e influenzare le scelte economiche? Analizziamo cosa significa per il Burkina Faso utilizzare acqua per la produzione del cotone. A livello mondiale, oltre un miliardo di

persone vive in condizioni di «povertà estrema», ovvero con meno di 1,25 dollari USA al giorno secondo la definizione della Banca mondiale. Sebbene la percentuale di popolazione povera nel mondo sia diminuita notevolmente negli ultimi 30 anni, un numero significativo di paesi, molti dei quali africani, stentano a fare passi in avanti. In questi paesi, l’economia è spesso incentrata sullo sfruttamento delle risorse naturali: attività agropastorale, forestale, mineraria e così via. Di conseguenza, gli sforzi per stimolare la crescita economica e soddisfare le esigenze di popolazioni in rapida crescita possono mettere a dura prova gli ecosistemi. In molti casi, le risorse, come il cotone, vengono coltivate o estratte nei paesi in via di sviluppo ed esportate nelle aree più ricche, come l’Europa. Una simile realtà investe i consumatori del mondo industrializzato di un ruolo importante: aiutare «l’ultimo miliardo» a uscire dalla povertà o minarne ogni possibilità di successo danneggiando i sistemi naturali da cui queste persone dipendono.

L’«oro bianco»

In Burkina Faso, un paese arido, privo di sbocco sul mare ed estremamente povero, situato ai margini meridionali del Sahara, il cotone è un grande affare. Anzi, enorme. Con il rapido aumento della produzione degli ultimi anni, il Burkina

Faso è oggi il maggiore produttore di cotone del continente africano. L’«oro bianco», come è conosciuto nella regione,

rappresentava nel 2007 l’85% dei proventi delle esportazioni del paese e il 12% della produzione economica. Fatto fondamentale, i proventi derivanti dal cotone risultano estremamente dispersi. Il settore occupa tra il 15% e il 20% della forza lavoro, fornendo un reddito diretto a 1,5–2 milioni di persone. Come principale motore della crescita economica

dell’ultimo decennio ha generato un gettito fiscale in grado di finanziare interventi migliorativi in settori quali la sanità e

l’istruzione. Per la popolazione del Burkina Faso, i vantaggi della coltivazione del cotone son ben chiari. Spesso, i costi lo sono meno.

Breve glossario dell’acqua

L’impronta idrica e l’acqua virtuale sono due concetti che aiutano a capire quanta acqua consumiamo.17

L’impronta idrica è il volume di acqua dolce utilizzata per produrre i beni e i servizi consumati da una persona o da una comunità oppure realizzati da un’azienda. È costituita dalla somma di tre componenti. L’impronta idrica blu rappresenta il volume di acqua superficiale e sotterranea utilizzato per produrre beni e servizi. L’impronta idrica verde è la quantità di acqua piovana utilizzata durante la produzione. L’impronta idrica grigia è costituita dal volume di acqua inquinata dalla produzione. Qualsiasi bene o servizio esportato comporta anche l’esportazione della cosiddetta «acqua virtuale», ovvero l’acqua utilizzata per produrre il bene o il servizio in questione. Si parla di esportazione di acqua virtuale quando un bene o un servizio viene consumato al di fuori dei confini del bacino idrografico da cui l’acqua è prelevata. Per i paesi o i territori importatori, l’importazione di «acqua virtuale» consente di utilizzare le risorse idriche interne per altre finalità, che possono essere di grande utilità per i paesi in cui l’acqua scarseggia. Purtroppo, molti paesi esportatori di acqua virtuale sono in realtà paesi poveri d’acqua ma dal clima soleggiato, che ben si addice alla produzione agricola. Nei paesi carenti d’acqua, l’esportazione di acqua virtuale comporta ulteriori pressioni sulle

risorse idriche e spesso impone costi sociali ed economici in quanto l’insufficiente disponibilità d’acqua viene destinata ad altre

attività e ad altre esigenze.

Fonte: Water Footprint Network (Rete dell’impronta idrica)

 

Un quarto degli abitanti non ha accesso all’acqua potabile. Per oltre l’80% si tratta di coltivatori che praticano l’agricoltura di sussistenza, per i quali la capacità di soddisfare i bisogni primari, quali cibo e rifugio, dipende dall’acqua. Inoltre, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, la domanda annua di risorse idriche supera del 10–22% la disponibilità. In tale contesto, la forte crescita della produzione di cotone degli ultimi anni appare rischiosa. Il cotone ha bisogno di molta acqua per crescere: richiede interventi di irrigazione durante la stagione secca e consuma molta più acqua di altre colture ampiamente diffuse. Destinare l’acqua alla produzione del cotone significa sottrarla ad altri possibili utilizzi. La maggior parte del raccolto viene esportata, il che significa che grandi quantità d’acqua vengono utilizzate per soddisfare la domanda di consumatori che vivono altrove. Questo processo è conosciuto sotto il nome di esportazione di «acqua virtuale». Una metà del cotone del Burkina Faso è

esportata in Cina, dove viene venduta alle filande locali e da lì alle ditte produttrici, che servono i mercati mondiali. Alla fine della catena di approvvigionamento, i consumatori di prodotti derivati dal cotone importano di fatto considerevoli volumi d’acqua, talvolta da aree del pianeta molto più aride. Nel caso del cotone, uno studio ha rivelato che l’84% dell’impronta idrica dell’Europa si colloca fuori dall’Europa. Per i paesi aridi, come il Burkina Faso, è generalmente preferibile importare prodotti a elevato consumo idrico, anziché esportarli. Dopo tutto, esportare «acqua virtuale» può significare che non ne rimanga a sufficienza per le popolazioni e

gli ecosistemi locali. Detto ciò, l’unico modo per capire se usare l’acqua per coltivare il cotone sia una buona soluzione per il Burkina Faso è valutare i costi e i benefici totali rispetto ad altri impieghi. Come tale, il concetto dell’acqua virtuale non dice quale sia il modo migliore di gestire l’acqua, anche se fornisce informazioni molto utili sull’impatto delle nostre scelte di produzione e consumo.

Più inquinamento, meno foreste

Il consumo idrico non è l’unico motivo di preoccupazione legato alla produzione di cotone in Burkina Faso. Di solito, la coltivazione del cotone comporta un uso massiccio di pesticidi. Infatti, il cotone corrisponde a ben il 16% dell’uso di pesticidi a livello mondiale, pur coprendo appena il 3% delle terre coltivate. Le ripercussioni sulle popolazioni e gli ecosistemi locali possono essere gravi. Tuttavia, finché i singoli coltivatori che utilizzano i pesticidi non percepiscono la totalità di questi effetti e finché, addirittura, non ne diventano consapevoli, le loro decisioni non potranno tenerne conto (per tale ragione, può essere importante istruire e informare gli

agricoltori locali sui pesticidi e sui loro effetti). L’acqua non è l’unica risorsa a essere utilizzata. Un’altra risorsa fondamentale è la terra. Come quasi dappertutto, in Burkina Faso il territorio può essere utilizzato in molti modi diversi. I suoi abitanti devono forse gran parte della ricchezza del paese alla destinazione della terra alla coltivazione del cotone?18

«A soli otto anni, Modachirou Inoussa già aiutava i genitori sui campi di cotone. Il 29 luglio 2000 Modachirou aveva lavorato duramente ed era corso a casa assetato. Lungo il tragitto aveva trovato un recipiente vuoto, con cui aveva raccolto da un canale un po’ d’acqua da bere. Quella sera non fece ritorno a casa. Il suo corpo fu ritrovato dagli abitanti del villaggio accanto a un flacone vuoto di Callisulfan».

Casi di avvelenamento da endosulfan in Africa occidentale, riportato da PAN UK

(Pesticide Action Network) Rete d’Azione sui Pesticidi, Regno Unito, 200619

Ciò che è bene per uno può non essere bene per tutti

Questa non è una domanda inutile. La superficie forestale del Burkina Faso si è ridotta del 18% nel periodo 1990–2010, in parte a causa dell’espansione agricola, e il tasso di diminuzione è in crescita. In Burkina Faso, un proprietario privato di un terreno forestale può preferire produrre il cotone perché vendere il legno (o utilizzarlo come combustibile) e coltivare la terra è più redditizio che preservare la foresta. Questo però non è necessariamente il risultato migliore per il paese, per la sua popolazione e per i suoi ecosistemi. La foresta fornisce agli esseri umani, vicini e lontani, vantaggi di gran lunga superiori al valore della legna. Costituiscono un habitat per la biodiversità, prevengono l’erosione del terreno, assorbono biossido di carbonio, offrono opportunità ricreative e così via. Se la società nel suo insieme dovesse decidere quale uso fare della terra, e se potesse decidere sulla base di una valutazione completa dei costi e dei benefici delle diverse opzioni, probabilmente non esaurirebbe tutta la terra e tutta l’acqua

solo per produrre cotone. La differenza tra i benefici e i costi per i singoli e per la società è di fondamentale importanza. Nel rispondere ad alcune domande chiave (quanta acqua usare per coltivare il cotone, quanti pesticidi, quanta terra) gli agricoltori di tutto il mondo decidono sulla base dei relativi costi e benefici. Tuttavia, mentre può beneficiare appieno della vendita del cotone,

l’agricoltore di solito non ne sostiene tutti i costi. La spesa per acquistare i pesticidi, ad esempio, spesso appare irrisoria di fronte

agli effetti che i pesticidi hanno sulla salute. In questo modo, i costi gravano su altri, tra cui le future generazioni. I problemi nascono dal fatto che l’agricoltore, come del resto tutti noi, fonda le sue decisioni sull’interesse personale. Tale distorsione si trasmette attraverso i mercati globali. I prezzi sostenuti da commercianti, aziende tessili e, in ultima analisi, dai consumatori danno una rappresentazione falsata dei costi e dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse e dalla produzione delle merci. È un problema serio. In buona parte del mondo, i mercati e i prezzi servono a guidare le nostre decisioni; di conseguenza, se i prezzi forniscono un’immagine fuorviante dell’impatto della produzione e del consumo, le decisioni che prenderemo saranno sbagliate. La storia ci insegna che i mercati possono costituire un meccanismo molto efficace per orientare le nostre decisioni sull’utilizzo delle risorse e sulla produzione e per aumentare al massimo la prosperità. Quando però i prezzi sono sbagliati, i mercati falliscono.h2o

«Il 99% dei coltivatori di cotone nel mondo vive in aree in via di sviluppo. Ciò significa che i pesticidi vengono utilizzati

dove il livello di analfabetismo è elevato e dove il tema della sicurezza è poco sentito, con rischi sia per l’ambiente che per

le vite umane».

Steve Trent, direttore di Fondazione per la giustizia ambientale (Environmental Justice Foundation)

Quando i mercati falliscono: correzioni e vincoli

Cosa possiamo fare? In una certa misura, i governi possono intervenire per correggere i difetti del mercato. Possono imporre norme e tasse sull’utilizzo dell’acqua e dei pesticidi, in modo tale che gli agricoltori ne utilizzino meno oppure trovino alternative meno dannose. Per contro, possono prevedere pagamenti destinati ai proprietari dei terreni forestali tali da rispecchiare benefici che le foreste forniscono alla società a livello nazionale e internazionale, garantendo in questo modo una fonte alternativa di reddito. Il segreto sta nell’allineare gli incentivi rivolti ai singoli con quelli destinati alla società nel suo insieme. È inoltre importante fornire informazioni ai consumatori per completare quelle veicolate dal prezzo. In molti paesi, sono sempre più diffuse le etichette che spiegano come viene prodotto un bene, così come le campagne promosse dai gruppi di interesse per sensibilizzare e migliorare la comprensione di queste tematiche. Molti di noi sarebbero disposti a pagare di più o a consumare di meno se comprendessero la portata dell’impatto delle nostre scelte. In alcuni casi, i governi devono fare di più e, oltre a correggere il mercato, sono effettivamente chiamati a limitarne il ruolo di distribuzione delle risorse. Gli esseri umani come gli ecosistemi hanno bisogno dell’acqua per vivere e prosperare. Di fatto, si potrebbe argomentare che le persone hanno diritto all’acqua in quantità sufficiente per dissetarsi e per avere il cibo, i servizi igienici e un ambiente salubre. I governi potrebbero quindi essere tenuti a garantire che tali esigenze siano soddisfatte prima di ricorrere al mercato per spartire il resto. Tornando al Burkina Faso, il governo e i partner internazionali puntano a soddisfare il bisogno primario dell’accesso all’acqua potabile. Benché la realtà non sia ancora

questa per un quarto della popolazione, la situazione attuale rappresenta un netto miglioramento rispetto a 20 anni fa, quando il 60% degli abitanti non aveva accesso all’acqua.20

Cambiare gli incentivi

A livello globale, sono in atto interventi per correggere e porre vincoli sui mercati aperti, traendone al contempo numerosi benefici.

In questo momento, tuttavia, i prezzi del mercato forniscono spesso informazioni fuorvianti, con il risultato che produttori e consumatori prendono decisioni errate. Se i mercati funzionassero in maniera adeguata e se i prezzi rispecchiassero appieno costi e benefici delle nostre azioni, continuerebbe il Burkina Faso a produrre cotone? Benché sia difficile saperlo con certezza, sembra assai probabile. Per un paese come il Burkina Faso, estremamente povero, privo di sbocchi sul mare e carente di risorse, non esistono strade agevoli per raggiungere la prosperità. Il settore del cotone offre quantomeno ricavi considerevoli, fornendo potenzialmente una piattaforma di sviluppo economico e livelli di vita migliori. Tuttavia, continuare a produrre cotone non deve significare continuare ad applicare tecniche produttive a elevato consumo idrico e di pesticidi. Né continuare a ridurre le aree forestali. I metodi alternativi, quali la produzione di cotone biologico, possono ridurre il consumo di acqua ed escludere del tutto l’utilizzo dei pesticidi. I costi diretti della coltivazione del cotone biologico sono superiori, il che comporta prezzi più alti pagati dai consumatori per i prodotti in cotone, ma sono più che compensati dalla riduzione dei costi indiretti a carico dei coltivatori e delle loro comunità.

A noi la scelta

I responsabili politici hanno certamente un ruolo da svolgere nel far sì che i mercati funzionino correttamente, in modo tale che

i segnali dei prezzi incoraggino l’assunzione di decisioni sostenibili. Ma non sono solo loro a dover intervenire: anche una cittadinanza informata può fare la differenza. Disporre di catene di approvvigionamento globali implica che le decisioni dei produttori, dei rivenditori e dei consumatori in Europa possano condizionare in modo significativo il benessere di popolazioni in territori remoti come il Burkina Faso. Tale condizionamento può includere non soltanto la creazione di occupazione e di reddito, ma anche lo sfruttamento eccessivo di risorse idriche limitate e l’avvelenamento delle comunità e degli ecosistemi locali. In definitiva, i consumatori hanno il potere di decidere. Proprio come i responsabili politici possono orientare i nostri consumi influenzando i prezzi, così i consumatori possono inviare segnali ai produttori, chiedendo un cotone coltivato in modo sostenibile. È un aspetto che vale la pena di considerare la prossima volta che acquistiamo un paio di jeans.

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

Zambia verso la desertificazione: 300mila ettari di foresta in meno all’anno

Lo Zambia è il quarto Paese al mondo come area di disboscamento: mantenendo il ritmo di 300mila ettari deforestati ogni anno, fra 15 anni sarà completamente deserto88080259-586x427

Lo Zambia si avvia verso la desertificazione. I primi campanelli d’allarme sono stati suonati nel 2008, quando l’agenzia Misna denunciò la deforestazione e il disboscamento di 850mila ettari di foresta ogni anno. Le foreste zambiane sono un vero e proprio scrigno di biodiversità, messo in pericolo da un disboscamento che non è causato soltanto da motivi di sussistenza, ma ha responsabilità globali. Secondo il Global Climate Change Initiative di UsaAid“lo Zambia rischia di trasformarsi in un deserto entro i prossimi 15 anni se non verranno ridotti gli attuali livelli di deforestazione”. Secondo il Daily Nation, in Zambia l’80% della popolazione rurale dipende totalmente dal legname, sia per il riscaldamento che per la preparazione degli alimenti e questa necessità provoca una deforestazione che si assesta sui 300mila ettari l’anno. Lo Zambia dispone di circa 5 milioni di ettari di foreste  il che significa che con questo ritmo, nel giro di quindici anni il Paese sarà totalmente desertificato. Questa politica fa sì che lo Zambia sia fra i Paesi che contribuiscono maggiormente al global warming:

Una delle più grandi fonti delle emissioni di gas serra del mondo è la deforestazione ed il degrado dei suoli. La domanda di carbone della crescente popolazione urbana è enorme, il che aggrava la deforestazione nel Paese, 

spiega Anna Toness, a capo del team di Global Climate Change Initiative di UsaAid. Anche se c’è stata una drastica riduzione del disboscamento rispetto a quello che veniva registrato fino al 2008, lo Zambia resta sotto monitoraggio: 1) perché è il quarto Paese al mondo come area di disboscamento, 2) perché è fra i dieci Paesi al mondo che hanno maggiormente contribuito alla produzione di gas serra a causa delle deforestazione.

Fonte:  Vanguard

Grecia. Il saccheggio che non ci raccontano

I media ci tengono informati su gran parte di quel che accade in Grecia, ma non ci raccontano il silenzioso saccheggio di coste, laghi, boschi e sorgenti che si sta compiendo lontano dalle telecamere, scrive dalla Spagna Gustavo Duch nell’articolo che segue. Una questione drammaticamente importante, di cui avevamo già parlato a marzo, e che meriterebbe le prime pagine di tutta la stampa internazionale.saccheggio_grecia

I media ci tengono informati su gran parte di quello che accade in Grecia, è essenziale se teniamo conto che questo paese funziona da laboratorio di politiche di salvataggio finanziario più che preoccupanti. Sappiamo che, dall’inizio della crisi, ciascun lavoratore e ciascuna lavoratrice greca hanno perso in media il 40 per cento del loro salario, mentre l’aumento del prezzo dei prodotti di base, come il latte, e quello delle tasse portano a un bilancio familiare insostenibile e insopportabile. Come nel nostro paese (la Spagna), cresce il tasso di disoccupazione, spariscono i sussidi, si tagliano i servizi di base, come la sanità, e si definiscono politiche del lavoro che ci trasformano in paesi “low cost”. Ma vi è un’altra realtà meno conosciuta, o meglio nascosta, di questi esperimenti di salvataggio che dobbiamo conoscere e analizzare, perché i risultati di simili esperimenti in Spagna stanno diventando progressivamente sempre più visibili. Mi riferisco ad un’altra delle imposizioni della troika per ridurre il debito greco: mettere in vendita tutte le risorse naturali o sfruttarle senza limiti. In Grecia i meccanismi utilizzati comportano la modifica di disposizioni di legge che, come dice Roxanne Mitralias, militante ambientalista, “bene o male chiudevano la strada al supersfruttamento delle risorse naturali”. Con le nuove normative, si arriva a mettere in discussione la Costituzione, che impediva lo sfruttamento privato della costa e delle foreste, spiega Roxanne. Per esempio alla fine di gennaio 2013, il lago di Casiopea, nell’isola di Corfù, è stato venduto a NCH Capital e, dalla primavera del 2012, le spiagge si possono dare in concessione per 50 anni, il che presumibilmente scatenerà un’ondata di privatizzazioni che sfocerà nella costruzione di villaggi turistici (assai poco rispettosi della natura) ed esclusivi per la clientela più danarosa. D’altronde, lo sfruttamento delle risorse minerarie sta rendendo la mappa della Grecia caratterizzata da molti luoghi di conflitto. Si parla di sacche di petrolio in mare, che, se saranno rinvenute, non porteranno benefici a nessuno tranne che alle imprese straniere che sfruttano i giacimenti. Nel nord del paese, nella regione di Skouires, da oltre un anno è in corso una grande mobilitazione sociale, repressa costantemente dai corpi speciali della polizia, per difendere i boschi da un progetto (di due imprese, una greca e un’altra canadese) per l’estrazione di oro da una miniera. Una lunga lista, fin troppo simile, la troviamo anche in Spagna, dove vengono ripetute le stesse chimere: petrolio nelle Canarie, miniere a cielo aperto per estrarre oro in Galizia, uranio in Catalogna, fracking in molti punti del nord della penisola. Come in Grecia, bisogna denunciare le due norme che il governo centrale utilizza per servire il territorio su un piatto d’argento e totalmente sventrato a chi vuole approfittarne, per permettere il saccheggio dei nostri beni comuni. Da un lato abbiamo la legge di protezione e uso sostenibile della costa, che sostituisce la legge sulle coste del 1988 e che viola fondamentali principi costituzionali. Ai sensi di questa legge, beni pubblici potrebbero passare nelle mani di investitori privati, resterebbero prive di tutela zone di alto valore come terreni paludosi o paludi marine, e potrebbero essere prosciugate le spiagge per essere inserite in progetti di urbanizzazione. Dall’altro lato, la legge sulla razionalizzazione e la sostenibilità dell’amministrazione locale, la legge Montoro, che, millantando attenzione al raggiungimento di una supposta efficienza, punta a smantellare i sistemi di governo dei piccoli municipi e dei distretti per poter mettere in vendita le montagne e i suoli pubblici che questi comuni o i consigli dei residenti hanno gestito collettivamente nel corso di centinaia di anni. Di nuovo, una legge che dimentica che parliamo di beni di proprietà pubblica, proprietà che, secondo la Costituzione, sono inalienabili, imprescrittibili e insequestrabili. Possiamo consentire la vendita della natura per pagare salvataggi bancari o favorire i guadagni di una manciata di speculatori? Se pensiamo al pianeta come ad un sistema di cui siamo parte, un sistema con boschi e suoli come polmoni e montagne e fiumi come arterie, un sistema in cui conviviamo con una fantastica diversità di esseri viventi e che è l’unica garanzia per la vita dei nostri discendenti, porre l’interesse privato al di sopra di quello pubblico è un fatto di una miopia e una mediocrità tremende. Si profila un’aggressione che forse ai nostri governanti potrà sembrare di scarsa importanza. Con quello che sta accadendo, a nessuno interesserà che vendiamo o bruciamo svariati boschi o arenili, staranno certamente pensando coloro che sono alla testa di questo saccheggio silenzioso. E invece, anche in questo caso, la loro visione delle cose è vecchia e superata. La società ha preso coscienza dell’importanza del più umile degli alberi, come abbiamo visto ad Instanbul, a piazza Taksim, o in mille altri posti.

Fonte: Palabre-ando (Articolo pubblicato anche dal Periodico de Catalunya il 19 luglio 2013.)

Traduzione di Massimo Angrisano: Comune-info

Europa, prima divoratrice mondiale di foreste

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari. Ad essere riconosciuti come i principali responsabili della deforestazione sono i prodotti alimentari.foresta9_deforestazione

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari, una superficie paragonabile a quella dell’Irlanda. Peggio ancora di Usa e Canada: siamo noi europei i primi consumatori di foreste al mondo. Un triste primato, registrato il 2 luglio dalla stessa Unione Europea nel rapporto “The impact of Ee consumption on deforestation”. Secondo il Wwf, “emergono prove inquietanti su come l’Unione importi prodotti derivanti dalla deforestazione in quantità superiore a quella prevista, nonostante il suo impegno a ridurre la deforestazione tropicale del 50% entro il 2020”. E dire che Bruxelles aveva promosso lo studio nel 2011 per contribuire a contrastare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità a livello mondiale. Obiettivo: valutare l’impatto del consumo europeo sulla perdita delle foreste nel mondo. A quanto pare, i migliori boschi del pianeta li divoriamo alla velocità della luce: più che il legname, ci interessa il pascolo che si ottiene radendo al suolo gli alberi. L’analisi dell’Ue, spiega Alessandro Graziadei in un report su“Unimondo”, ripreso da “Megachip”, verifica le importazione di beni di consumo legati all’abbattimento delle foreste, soprattutto quelle di Amazzonia, Sud-Est asiatico e Africa. Noi di fatto “non importiamo legname, ma registriamo enormi consumi soprattutto di prodotti alimentari come carne, latte, caffè e tutti quei prodotti alimentari che trasformano definitivamente le foreste in pascoli o in piantagioni”. Prodotti alimentari, si legge nel rapporto, “che sono oggi riconosciuti come i maggiori responsabili della deforestazione”. Se è vero che la maggior parte delle colture e dei prodotti animali connessi con la deforestazione nei paesi di origine sono consumati a livello locale o regionale, precisa Graziadei, risulta però che negli ultimi 18 anni, nel mondo, sono stati esportati principalmente da paesi in via di sviluppo il 33% dei raccolti e l’8% del bestiame prodotti proprio grazie alla deforestazione. Di questi, l’Europa ne ha importato e consumato il 36%. Mentre, nello stesso periodo, i più limitati consumi di Usa e Canada hanno complessivamente causato l’abbattimento “solo” di 1,9 milioni di ettari di foreste. Tutta l’Asia orientale, compresa la Cina e il Giappone, è responsabile dell’abbattimento di 4,5 milioni di ettari.9deforestazione

Per il Wwf, inoltre, le stime sul peso europeo nella deforestazione sono caute, e andrebbero riviste al rialzo, tenendo conto anche delle importazioni legate a prodotti tessili e servizi vari. “L’aumento dei consumi di colture come la soia, l’olio di palma e prodotti connessi, così come il consumo di carne, sono la causa principale della deforestazione nelle aree tropicali”. Alla luce di questi dati – sostiene Dante Caserta, presidente di Wwf Italia – le autorità europee “devono agire subito”. Dello stesso avviso anche Chiara Campione di Greenpeace: “Se la nostra impronta forestale continuerà a crescere e l’Europa non cambia subito rotta rischiamo di compromettere l’intero ecosistema: dovremmo cominciare a dare il buon esempio, eliminando la deforestazione per la quale siamo direttamente responsabili”. Surreale la risposta della Commissione Europea, massima responsabile della catastrofe economica che sta mettendo alla corda tutto il Sud Europa, con la più spietata politica di rigore mai attuata nella storia: greci, spagnoli, portoghesi e italiani possono pure affondare nella disperazione, mentre perle foreste Bruxelles è disponibile a giocare la sua immagine,  impegnandosi per misure concrete in materia di sviluppo sostenibile. “È chiaro che se l’Unione Europa vuole tornare ad atteggiarsi a prima della classe in campo ambientale – rileva Graziadei – deve mettere mano ad alcune delle questioni evidenziate nello studio, come ad esempio l’impatto del settore alimentare, le abitudini di consumo e una migliore informazione e sensibilizzazione presso consumatori e industriali”. E qui si scende sul terreno del ridicolo: la stessa Commissione Europea che impone agli Stati il pareggio di bilancio, senza alcuna trasparenza sulle proprie decisioni centrali, sul futuro delle foreste annuncia addirittura “un’ampia consultazione pubblica via web per raccogliere i pareri aggiuntivi in tutta l’Unione con l’obiettivo di raccogliere ulteriori suggerimenti e di valutare criticamente future iniziative politiche”. Propaganda a parte, ricorda “Unimondo”, tra i problemi reali sul tappeto c’è quello dei biocarburanti, che ora costituiscono circa il 5,7% delle miscele di benzina e gasolio, ma dovranno arrivare al 10% entro il 2020 sfruttando per l’operazione un terreno agricolo più grande del Belgio. “I biocarburanti dovrebbero esser amici del clima, ma solo in teoria”. Coltivare piante per biocombustibili “richiede trattori, macchinari, concimi, pesticidi e soprattutto nuove terre sottratte alle foreste o alle coltivazioni alimentari”. In questo caso, un terreno agricolo “grande più del Belgio” da trovare in qualche parte del mondo sarà “adibito a ‘sfamare’ le vetture europee, e i poveri del mondo tireranno ulteriormente la cinghia”. Inoltre, “i terreni coltivati saranno ulteriormente ampliati a spese delle foreste”. La direttiva Ue ora in vigore raccomanda che non vengano incentivati biocarburanti prodotti distruggendo le foreste, “ma è probabile – sottolinea Graziadei – che i biocarburanti cresciuti su terreni freschi di deforestazione non prenderanno la strada dell’Europa, lasciando inalterato il risultato planetario”. Ma allora, come contrastare questo modello consumistico? Le associazioni ambientaliste preoccupate per questa ingombrante leadership europea non hanno dubbi: “O proseguiamo in una autodistruttiva deforestazione, o mettiamo energie e volontà politica in una lungimirante decrescita felice”. Magari, appunto, meno drammatica di quella – feroce – imposta dalla Troika ai ‘prigionieri’ dell’Eurozona.

Articolo tratto da LIBRE

Fonte: il cambiamento

Le foreste dell’Indonesia scompariranno nell’arco di vent’anni

L’economia sta distruggendo le foreste indonesiane per trasformarle in carta e olio di palma. Facciamo la nostra parte per non devastare uno straordinario ecosistemaDeforestazione-Indonesia-586x356

L’Indonesia possiede (ancora) la terza grande foresta pluviale dopo l’Amazzonia e l’Africa Centrale. Secondo le statistiche ufficiali,  tra il 1990 e il 2010 sono stati tagliati 274 mila km² di foresta, un’area pari al 90% dell’Italia, ovvero un quarto dell’estensione originaria. In realtà, si sa che la devastazione è molto maggiore e il taglio illegale è pratica comune anche nelle aree protette. Se la deforestazione (1) continuerà al ritmo attuale si prevede che le foreste di fatto scompariranno nell’arco di vent’anni. Il killer delle foreste si chiama “economia”, anche se molti non lo vogliono riconoscere e riguarda due prodotti di largo consumo in occidente: il famigerato olio di palma e la carta. Le piantagioni di palma da olio sono passate da 10 mila a 54 mila km² tra il 1995 e il 2012. Il taglio della foresta produce tra i 7 e gli 8 milioni di m³ di legno all’anno. Non stiamo parlando solo di legname pregiato o da costruzione, ma anche di legna per cucinare e di carta per fotocopie oppure carta igienica… «Se continua così, tra 20 anni ci saranno poche aree frammentate di foresta circondate da piantagioni enormi. Ci saranno incendi, inondazioni e siccità,  e scompariranno gli animali selvatici» dichiara Yuyun Indradi, portavoce di Greenpeace. Secondo l’IUCN sono rimaste poche centinaia di tigri, cento rinoceronti e anche i numeri degli oranghi stanno calando rapidamente. I problemi non riguardano però solo gli animali: l’espansione delle piantagioni crea conflitti con le popolazioni locali, con scontri e violazioni dei diritti umani. E tutto ciò per sprecare carta e imballaggi inutili? Per ingurgitare un olio malsano con il 50% di grassi saturi? Non riesco a rassegnarmi a questa assurdità. Lo scorso anno ho creato in FB la causa “STOP ALL’OLIO DI PALMA NEL NOSTRO CIBO” che partendo da zero ha raggiunto quasi oltre 1700 adesioni. Non fatemi sentire l’ultimo giapponese disperso a combattere (appunto) nella giungla. Aderite alla causa, iniziate a leggere le etichette e smettete di comprare prodotti con olio di palma (2). Tutto serve per salvare il pianeta.

(1) Fonti: per la mappa e per i dati del grafico

(2) Guardate le etichette: se c’è scritto “olio vegetale” o “grasso vegetale”, quasi sicuramente è in tutto o in parte olio di palma. Come riprova controllate la tabella nutrizionale; se i grassi saturi sono più o meno la metà del totale, si tratta indubbiamente di olio di palma. Imparerete così a distinguere i prodotti “buoni” da quelli “cattivi”

Fonte:ecoblog

Foreste, fonte di vita e patrimonio di biodiversità

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“Senza le foreste non ci sarebbe vita sulla Terra”, ricorda Greenpeace in occasione della Giornata Internazionale delle Foreste (21 marzo 2013), proclamata lo scorso novembre dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In tempi di cambiamenti climatici, ricorda l’associazione, le foreste trattengono circa 300 miliardi di tonnellate di carbonio, ovvero 40 volte le emissioni di gas serra che emettiamo ogni anno a livello globale. Sono la casa di milioni di persone che vivono delle foreste, ma anche mammiferi, uccelli, rettili, insetti, alberi, fiori e pesci. “La distruzione di una foresta in una parte del globo può avere un impatto disastroso dall’altra parte del Pianeta. Alcuni scienziati hanno recentemente dimostrato come la perdita di foreste in Amazzonia e in Africa centrale riduca notevolmente le precipitazioni nel Midwest negli Stati Uniti” spiega Chiara Campione, responsabile campagna Foreste Greenpeace Italia. Dall’Amazzonia all’Africa Centrale, dal Canada alla Siberia, dalla Papua Nuova Guinea all’Indonesia, da Sumatra alla nostra Europa Greenpeace ha diffuso immagini delle foreste più belle del mondo, con l’auspicio di raggiungere presto l’obiettivo Deforestazione Zero e conservare questi preziosi ecosistemi.

Sumatra

“Tutelare le foreste significa tutelare e garantire un futuro più verde. È questo il messaggio che in Italia Federparchi, Kyoto Club e Legambiente hanno lanciato in occasione della Giornata. Un’occasione per ribadire l’importanza di una maggiore tutela e valorizzazione di questo prezioso patrimonio, minacciato dai cambiamenti climatici e dalla conversione, sempre più diffusa, del suolo ad altri usi. Ogni anno vengono, infatti, perduti circa 13 milioni di ettari di foreste. Per fronteggiare questa perdita, le tre associazioni nel 2007 hanno dato vita al Comitato Parchi per Kyoto, che si occupa di attivare in Italia progetti di forestazione nelle aree protette e promuovere campagne d’informazione per una gestione sostenibile del territorio. Fino ad ora il Comitato ha avviato quasi 30 progetti, coinvolgendo 44 aree protette per un totale di 76.051 alberi piantumati.

“Salvaguardare le foreste – dichiara Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi – significa avere impatti positivi sul clima, sulla biodiversità, sulla salute ed il benessere dei cittadini. In questi anni Parchi per Kyoto, oltre a dare un contributo concreto in termini di contenimento della CO2, ha cercato di creare una sinergia tra le imprese e le aree protette italiane per avviare progetti di forestazione. I parchi naturali, che in Italia coprono circa il 10% del territorio, sono infatti soggetti del tutto funzionali e strategici ad ospitare progetti di rimboschimento finalizzati a sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera”.

Indonesia

Le foreste rappresentano il più importante serbatoio di biodiversità per l’80% delle specie animali e vegetali della Terra, garantiscono la protezione del suolo, la qualità dell’aria e delle acque e forniscono importanti beni e servizi pubblici per ben oltre 7 miliardi di persone. Inoltre mitigano gli effetti dei cambiamenti climatici, poiché funzionano come serbatoi di assorbimento del carbonio, e forniscono una protezione naturale contro gli effetti del dissesto idrogeologico.
Siberia

“Ogni albero nel corso del suo intero ciclo di vita – spiega Catia Bastioli, Presidente Kyoto Club – permette l’abbattimento di una quantità stimata in circa 700 Kg di CO2. Per questo riteniamo importanti i progetti di forestazione e i risultati ottenuti fino ad ora lo stanno dimostrando. Inoltre non dimentichiamo che l’importanza degli interventi di forestazione è stata riconosciuta sia dal Protocollo di Kyoto sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici”.

Fonti: Greenpeace, Parchi per Kyoto, il cambiamento

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